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	<title>luigi einaudi Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>luigi einaudi Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Attualità dei precetti einaudiani</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/attualita-dei-precetti-einaudiani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Mingardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Mar 2024 18:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[anno einaudiano]]></category>
		<category><![CDATA[concorrenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Domenica cadono i 150 anni dalla nascita di Luigi Einaudi. Nei mesi scorsi, il governo è stato generoso nel celebrare ricorrenze e anniversari. Ma il primo presidente della Repubblica eletto dal Parlamento non ha bisogno di targhe. A Einaudi forse piacerebbe, e al Paese gioverebbe, che un po’ di spirito «einaudiano» permeasse invece le politica pubbliche. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Domenica cadono i 150 anni dalla nascita di Luigi Einaudi. Nei mesi scorsi, il governo è stato generoso nel celebrare ricorrenze e anniversari. Ma il primo presidente della Repubblica eletto dal Parlamento non ha bisogno di targhe. A Einaudi forse piacerebbe, e al Paese gioverebbe, che un po’ di spirito «einaudiano» permeasse invece le politica pubbliche. Due esempi. Einaudi si batteva per togliere «qualsiasi valore legale ai certificati rilasciati da ogni ordine di scuole».</p>
<p>Il valore legale trae «in inganno i diplomati medesimi» e alimenta l’ossessione per il titolo di «dottore», uso «spagnolesco» buono per considerarsi a vicenda «cavalieri borghesi». Il privato il valore legale l’ha già abolito, sa bene che i laureati non sono tutti uguali.</p>
<p>La finzione regge solo nell’amministrazione pubblica, peggiorandone le prassi di reclutamento. Il valore legale non si supera con un tratto di penna, ma cambiando le procedure, evitando di inquadrare professioni e mestieri in schemi corporativi, riconoscendo nel modo più efficace i diplomi di altri Paesi. Al Quirinale, Einaudi riscrisse di suo pugno un bando di concorso per i dipendenti del suo segretario, per smussare come poteva il requisito della laurea.</p>
<p>Il Presidente avrebbe voluto che l’art. 41 della Costituzione stabilisse che «la legge non è strumento di formazione di monopoli economici». Norme e cultura sono strumenti alternativi: le une servono dove manca l’altra. Il centrodestra può abbracciare una cultura di governo in cui, se non altro, non si usi la legge per restringere la concorrenza? La logica è la stessa del superamento del valore dei titoli. Viva la vita «disordinata, affannosa, antidisciplinata», è l’unica che può produrre innovazione a vantaggio delle generazioni future.</p>
<p>La concorrenza risponde a domande alle quali le risposte non sono già note. Era vero nel mondo di Einaudi, lo è a maggior ragione oggi che «conoscenza» e «capitale umano» sono sulla bocca di tutti.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/24_marzo_20/le-idee-di-einaudi-su-lauree-e-concorrenza-a7092052-8b7d-4c5f-83cd-c2641e6f9xlk.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>L&#8217;attualità del pensiero economico di Luigi Einaudi a 150 anni dalla nascita</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lattualita-del-pensiero-economico-di-luigi-einaudi-a-150-anni-dalla-nascita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Cruciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Mar 2024 18:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[anno einaudiano]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[luigi einaudi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 2024 è l’anno in cui si celebrano i 150 anni di Luigi Einaudi. Economista, solido liberale e autorevole uomo delle Istituzioni. “Mai come in questa fase avremmo bisogno di un metodo einaudiano come bussola per orientare la nostra società. Conoscere, poi discutere per poi deliberare, in questa sua celebre citazione c’è tutto Luigi Einaudi, lui [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lattualita-del-pensiero-economico-di-luigi-einaudi-a-150-anni-dalla-nascita/">L&#8217;attualità del pensiero economico di Luigi Einaudi a 150 anni dalla nascita</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2024 è l’anno in cui si celebrano i 150 anni di Luigi Einaudi. Economista, solido liberale e autorevole uomo delle Istituzioni. “Mai come in questa fase avremmo bisogno di un metodo einaudiano come bussola per orientare la nostra società. Conoscere, poi discutere per poi deliberare, in questa sua celebre citazione c’è tutto Luigi Einaudi, lui che poneva lo studio e il dialogo come presupposti della decisione politica”, ha detto il presidente della Fondazione Einaudi, Giuseppe Benedetto, aprendo il convegno Buon compleanno Presidente, attualità del pensiero economico di Luigi Einaudi, promosso dalla Fondazione per celebrare la ricorrenza.</p>
<p>L’illustre statista è stato il primo presidente della Repubblica italiana eletto dal Parlamento. Da governatore della Banca d’Italia prima e da Ministro delle Finanze poi, ha piantato i semi di quello che sarà il miracolo economico italiano, facendo fare un passo indietro allo Stato e liberando le energie della società italiana. “Fu un autentico liberista”, ha sottolineato Benedetto, “troppo spesso male interpretato. È importante ricordare oggi, e riproporre, il suo pensiero, in un tempo in cui in Italia tanto si parla del trionfo di un liberalismo che non si sa bene cosa sia, senza alcuna attinenza con la realtà”.</p>
<p>Per celebrarne la figura, durante l’incontro – che si è tenuto questa mattina nella Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto – sono state presentate tre relazioni elaborate e illustrate dal professor Lorenzo Infantino (Einaudi e l’Europa), dalla professoressa Emma Galli (Einaudi e conti pubblici) e dal professor Paolo Silvestri (Einaudi e l’umanesimo liberale), che hanno approfondito i diversi ambiti nei quali lo statista si è misurato nel corso della sua vita.</p>
<p>“Negli scritti di Einaudi è spiegata in modo chiaro l’importanza dello Stato nel garantire la concorrenza e che la concorrenza è motore di democrazia economica, distribuzione di opportunità e benessere sociale. Oggi nei principali schieramenti politici non esiste alcuna adesione al pensiero einaudiano”, ha detto l’onorevole Luigi Marattin. “A sinistra la concorrenza viene identificata come lo “sterco del diavolo”, espressione di un presunto pensiero tecnocratico a vantaggio dei poteri forti. Nel centrodestra vi è stata la scelta politica di schierarsi a difesa delle corporazioni (tassisti, professioni e servizi pubblici, concessioni demaniali) piuttosto che garantire la democrazia economica”.</p>
<p>Nel pensiero e nell’azione di Einaudi, ha concluso Andrea Cangini, segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi, “troviamo tutto ciò di cui gli italiani e le loro classi dirigenti hanno bisogno oggi più che mai”. Rendergli onore, ha aggiunto, “significa riaffermare i principi fondanti la democrazia liberale in un’epoca in cui questa viene aggredita da rinascenti imperi, vilipesa dai demagoghi politici e non più riconosciuta da una quota crescente di cittadini come modello ideale animato da valori imprescindibili”.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2024/03/ecco-lattualita-del-pensiero-economico-di-einaudi-a-150-anni-dalla-nascita/#content"><em><strong>Formiche.net</strong></em></a></p>
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		<title>La ricetta liberale di Einaudi contro le diseguaglianze</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-ricetta-liberale-di-einaudi-contro-le-diseguaglianze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jan 2024 17:24:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[disegualianze]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 17 marzo 1874 nasceva Luigi Einaudi e quindi in questo 2024 si preparano i festeggiamenti (sobri, nello stile del personaggio) del 150° anniversario. II miglior modo per ricordare l&#8217;economista piemontese, che fu anche Governatore della Banca d&#8217;Italia, ministro del bilancio e Presidente della Repubblica dal 1948 al 1955, è ripercorrerne il lascito ideale che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 17 marzo 1874 nasceva Luigi Einaudi e quindi in questo 2024 si preparano i festeggiamenti (sobri, nello stile del personaggio) del 150° anniversario. II miglior modo per ricordare l&#8217;economista piemontese, che fu anche Governatore della Banca d&#8217;Italia, ministro del bilancio e Presidente della Repubblica dal 1948 al 1955, è ripercorrerne il lascito ideale che emerge dagli scritti di economia, politica e filosofia. Analizzare le sue idee e rivolgerle al presente fa emergere l&#8217;attualità del suo pensiero. Partiamo dalla questione più dibattuta di questo periodo, la diseguaglianza. La diseguaglianza dovuta al merito è accettabile? Nella nostra società si produce per motivi legati al talento e all&#8217;impegno o per fattori esterni come la famiglia o l&#8217;intervento ottuso dello Stato e delle corporazioni? È comunque desiderabile limitarla? Per ragioni etiche o di efficienza del sistema economico?</p>
<p>Einaudi ha sempre inquadrato la sua visione nell&#8217;ottica della libertà. In questo senso era crociano, in quanto la libertà era vista come l&#8217;obbiettivo cui tendeva l&#8217;umanità e il liberismo era l&#8217;insieme delle teorie economiche per raggiungerla in modo efficiente. Tale sistema di pensiero, però, non implicava l&#8217;adesione ad un laissez-faire senza vincoli così come lo descriveva Croce (sul fatto che sia mai esistito questo famoso laissez-faire ci sarebbe da discutere. ma transeat). Lo statista di Dogliani, infatti, sulle orme di Adam Smith riteneva che lo Stato liberale avesse alcune funzioni essenziali come il mantenimento della pace interna ed esterna, la giustizia, le opere pubbliche, l&#8217;istruzione. In generale «lo Stato interviene per fissare le norme di cornice entro le quali le azioni degli uomini possono liberamente muoversi; non ordina come gli uomini debbono comportarsi nella loro<br />
condotta quotidiana». È altrettanto vero, però, che se il criterio di giustizia operante nel mercato è quello del merito, per il quale ciascuno viene retribuito in proporzione all&#8217;apporto che dà alla produzione, è necessario che la competizione tra individui sia equa. Il modo per assicurare l&#8217;equità è la riduzione della disuguaglianza dei punti di partenza. Einaudi non era un&#8217;utopista, sapeva che una completa uguaglianza non sarà mai possibile: talento, capacità fisiche, ambiente di crescita incidono comunque sulle chance delle persone.</p>
<p>A meno che si voglia procedere ad una trasformazione distopica della società che si può trovare in alcuni romanzi in cui si costringono i belli a diventare brutti come in Harrison Bergeron di Kurt Vonnegut, bisogna intervenire in modo ragionevole. In Einaudi questo si traduce nella possibilità di accesso per tutti all&#8217;istruzione: «L&#8217;ente pubblico dovrà, fra l&#8217;altro, gradualmente provvedere a fornire ai ragazzi istruzione elementare, refezione scolastica, vestiti e calzature convenienti, libri e quaderni e ai giovani volenterosi, i quali diano prova di una bastevole attitudine allo studio, la possibilità di frequentare scuole medie ed università a loro scelta senza spesa». L&#8217;educazione potrà essere impartita da scuole pubbliche e private in competizione tra loro. L&#8217;economista si spinge ad ipotizzare un reddito minimo (il che può voler dire erogazioni in denaro o prestazioni di welfare, «l&#8217;estensione del campo dei servizi pubblici gratuiti»): «Il minimo di esistenza non è un punto di arrivo, ma di partenza: un&#8217;assicurazione data a tutti perché possano sviluppare le loro attitudini». È chiara la differenza con il reddito di cittadinanza all&#8217;amatriciana: si parla di un’associazione per sviluppare le attitudini, non per evitare il lavoro. Persino la pensione di vecchiaia è vista come atta a incoraggiare il risparmio.</p>
<p>Inoltre, Einaudi si rende conto che l&#8217;uguaglianza «nel punti di partenza» è ostacolata dal corporativismo che limita l&#8217;accesso alle professioni e nelle attività economiche (taxisti, balneari, notai: suona familiare?) e dalle situazioni di monopolio limitative della concorrenza (che per Einaudi è il vero motore dell&#8217;innovazione e della ricchezza) nonché l&#8217;emergere di nuove imprese che ovviamente redistribuiscono il reddito in modo efficiente. Interessante è un&#8217;ulteriore considerazione molto attuale vista l&#8217;emersione dei cosiddetti &#8220;super-ricchi&#8221; (i Musk, Zuckerberg e Bezos della situazione, oltre agli oligarchi dei regimi autoritari). Einaudi, difatti, riteneva che si potessero avvicinare i punti di partenza «secondo due linee: una è quella dell&#8217;abbassamento delle punte; l&#8217;altra quella dell&#8217;innalzamento dall&#8217;alto». Di qui la preferenza, pur all&#8217;interno di un regime di tassazione bassa e non opprimente, per le imposte di successione. Questa veloce panoramica mi sembra significativa di come il grande economista liberale avesse un approccio realista e riformista anche sulla diseguaglianza, sempre avendo in mente che il bene supremo da conservare era la libertà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Affari &amp; Finanza, Repubblica</em></strong></p>
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		<item>
		<title>#LaFLEalMassimo – Episodio 92 – Studenti in tenda e Pasti Gratis</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-episodio-91-studenti-in-tenda-e-pasti-gratis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Cruciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 May 2023 15:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#laFLEalMassimo]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2023]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa rubrica si apre e si aprirà con un messaggio di sostegno all’Ucraina ingiustamente aggredita dalla Russia finché il conflitto non avrà termine e l’invasore non sarà stato respinto fuori dai confini della nazione invasa La protesta degli studenti universitari in tenda contro il caro affitti divide i commentatori tra chi esprime solidarietà per le [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Questa rubrica si apre e si aprirà con un messaggio di sostegno all’Ucraina ingiustamente aggredita dalla Russia finché il conflitto non avrà termine e l’invasore non sarà stato respinto fuori dai confini della nazione invasa</p>
<p>La protesta degli studenti universitari in tenda contro il caro affitti divide i commentatori tra chi esprime solidarietà per le limitazioni imposte al diritto allo studio e chi invece condanna la limitata capacità di fare sacrifici che caratterizzerebbe le nuove generazioni</p>
<p>Questa rubrica senza l’arroganza di chi pensa che il suo giudizio abbia valenza generale si limita molto modestamente a evidenziare che la possibilità di accedere agli studi universitari ha un costo e che la decisione su chi deve pagare il conto ha come sempre natura politica</p>
<p>Tutti concordiamo che in una nazione civile uno studente meritevole non dovrebbe rinunciare alla formazione perché non può permettersele e aiutarlo a portare avanti i propri studi è probabilmente uno degli investimenti migliori che si può fare con il denaro della collettività</p>
<p>Il diavolo rimane nei dettagli: se lo studente meritevole è anche ricco forse non è così intelligente finanziare i suoi studi universitari con le tasse di ha dovuto rinunciare agli studi per lavorare.</p>
<p>La questione è più complessa di quel che sembri ma resta valido un principio semplice: non ci sono esistono pasti gratis e serve sempre un motivo solido per convincere qualcuno a pagare al nostro posto.</p>
<p>Dunque la risposta agli studenti dovrebbe andare nella direzione di un sostegno a chi è bisognoso e meritevole e diverse misure in tal senso esistono già, senza inventarsi diritti all’università sotto casa o alla casa sotto l’università che non è chiaro chi dovrebbe finanziare.</p>
<p><iframe title="#LaFLEalMassimo – Episodio 92 – Studenti in tenda e Pasti Gratis" width="1778" height="1000" src="https://www.youtube.com/embed/u_vHFsJHMqg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Una casa per i liberali</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/una-casa-per-i-liberali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jan 2023 16:26:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[calenda]]></category>
		<category><![CDATA[costituente liberale]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni malagodi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sabato a Milano la prima della costituente liberale. Calenda e Renzi ci sono Era il 1945. Il Fascismo era stato sconfitto militarmente, ma non culturalmente, il comunismo avanzava sotto le spoglie apparentemente bonarie del Pci e il Partito d’azione aveva già esibito, con rispetto parlando, tutto il proprio snobbismo. Luigi Einaudi prese carta e penna [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Sabato a Milano la prima della costituente liberale. Calenda e Renzi ci sono</h3>
<p>Era il 1945. Il Fascismo era stato sconfitto militarmente, ma non culturalmente, il comunismo avanzava sotto le spoglie apparentemente bonarie del Pci e il Partito d’azione aveva già esibito, con rispetto parlando, tutto il proprio snobbismo. Luigi Einaudi prese carta e penna e scrisse righe importanti inneggiando al “secondo risorgimento” italiano esplicitamente rivolto agli intellettuali e ai giornalisti di cultura liberale. Si legge: “Non è più il tempo dei chiostri del primo medioevo… oggi è il tempo dei missionari. Ma la maggioranza di noi continua a parlare come ieri. E scende nella lotta politica &#8211; che è il proselitismo &#8211; con lo stesso linguaggio che userebbe a una riunione di iniziati: un linguaggio che per il pubblico è un rumore affaticante, incomprensibile, che lo annoia, che lo scoraggia, che lo allontana”. L’esortazione è chiara. I liberali debbono mettersi in gioco, affermare i propri valori e difendere i propri principi preoccupandosi di renderli, nei limiti del possibile, popolari. Le democrazie, funzionano così. Senza la capacità di fare “proseliti” anche le  migliori tra le idee ristagnano e prima o poi avvizziscono.</p>
<p>Nel corso della Prima repubblica, il Partito liberale italiano e il Partito repubblicano inastarono le bandiere del liberalismo, ma lo fecero da posizioni a dir poco minoritarie. Parteciparono ai governi con la Democrazia cristiana, ma di sicuro non riuscirono a condizionarne radicalmente l’approccio ai problemi dello Stato e a quelli dei cittadini. Con la cosiddetta Seconda repubblica si cambiò strategia. Si provò a fare quel che il fondatore della Fondazione Luigi Einaudi, l’allora segretario del Pli Giovanni Malagodi, riteneva inopportuno, per non dire impossibile. Si provò a condizionare da dentro culture politiche oggettivamente illiberali. Pattuglie di intellettuali più o meno conclamatamente liberali permearono, di conseguenza, Forza Italia, sperando di condizionare anche Alleanza nazionale. La stessa cosa, pur se in forma minore, avvenne a sinistra con il Pds, con i Ds e infine col Pd. Non si può dire sia stato un successo.</p>
<p>Se il metodo liberale consiste in un approccio realista e competente ai problemi, e se l’obiettivo dei liberali è quello di dare a ciascun cittadino le stesse possibilità di partenze per realizzarsi materialmente e spiritualmente riducendo al minimo i privilegi, le consorterie e i monopoli, per onestà intellettuale va detto che l’obiettivo è stato fallito.</p>
<p>Nasce su questi presupposti la costituente liberale che si è tenuta sabato a Milano. Ospiti i leader del Terzo polo Calenda e Renzi, le molte anime della diaspora liberale sembrano aver deciso di superare antichi rancori, pregiudizi e personalismi per dare corpo ad un’unità politica considerata necessaria al futuro dell’Italia. Il tentativo è ambizioso, gli esiti incerti, il metodo e le scelte strategiche, come tutti i metodi e come tutte le scelte strategiche, discutibili. Ma se non altro qualcosa si muove sul campo oggi arido delle idee e delle identità politiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2023/01/15/news/dopo_einaudi_e_malagodi_i_liberali_ci_riprovano_almeno_qualcosa_si_muove-11079552/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Luigi Einaudi e la successione</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/luigi-einaudi-e-la-successione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Benedetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Dec 2022 06:30:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe benedetto]]></category>
		<category><![CDATA[luigi einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[successione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un liberale come Luigi Einaudi attribuiva al merito un significato individuale, tale per cui la societa e l’organizzazione economica devono premiare l’intelligenza, la fatica e il lavoro del singolo individuo, mentre ciò non vale nel caso di chi eredita una piccola o grande fortuna da quel singolo individuo che l’ha accumulata nel tempo. Eppure lo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un liberale come Luigi Einaudi attribuiva al merito un significato individuale, tale per cui la societa e l’organizzazione economica devono premiare l’intelligenza, la fatica e il lavoro del singolo individuo, mentre ciò non vale nel caso di chi eredita una piccola o grande fortuna da quel singolo individuo che l’ha accumulata nel tempo.</p>
<p>Eppure lo stesso Einaudi sottolinea una cosa di buon senso, ovvero che chi “fa i soldi” non li fa soltanto per sé stesso o per la gloria ma esattamente per passare questa ricchezza ai propri figli o in generale a chi egli ritenga degno di riceverla al momento della propria morte (anche prima, tramite delle donazioni). Quindi bisogna stare attenti a inventarsi un&#8217;imposta di successione espropriativa che tolga all’individuo tutto o quasi il patrimonio nel momento in cui egli passa a miglior vita: si corre il grosso rischio<br />
di togliere una delle motivazioni principali ad avere successo economico.</p>
<p>La situazione peggiora quando le imposte di successione di livello espropriativo vengono utilizzate per finanziare la cosiddetta “spesa corrente” e non quella “in conto capitale” per investimenti di lungo termine. Il rischio é che le ricchezze accumulate dagli individui vengano dissipate senza che queste abbiano il tempo di ricostituirsi (grazie alla residua voglia dei cittadini di accumularle, messa a dura prova dalle aliquote eccessive dell’imposta stessa).</p>
<p>D’altra parte, secondo Einaudi é più che giusto che l’imposta di successione serva ad appianare almeno in parte le differenze nei punti di partenza conseguenti ai diversi patrimoni familiari. Tuttavia, l&#8217;imposta di successione dev’essere ben congegnata, tenendo presente esigenze diverse che ‘spingono’ in direzioni diverse, per cui é necessario trovare un compromesso intelligente.</p>
<p>Einaudi esplicitamente apprezzava la cosiddetta proposta del “sistema Rignano” (nulla a che fare con il Comune di nascita di Renzi, ovviamente, ma un riferimento all’ingegner Eugenio Rignano che la ideò). Partendo dal presupposto che lo Stato deve utilizzare i proventi per finanziare spese di investimento e non dev’essere pagato in natura ma in denaro (per evitare che accumuli beni — per esempio immobili &#8211; di cui farebbe calare pesantemente il valore nel momento in cui decidesse di disfar ìsene per esigenze di cassa), il “sistema Rignano” consiste nell’esentare il primo passaggio successorio (da Tizio al figlio Caio), mentre tutti i passaggi successivi sono tassati per un<br />
terzo del patrimonio iniziale e i pagamenti delle imposte garantiti da un’ipoteca messa dallo Stato sui beni del defunto Tizio. Dunque il nipote Sempronio paga il primo terzo, il bisnipote Caio iunior il secondo terzo e il trisnipote Sempronio iunior l&#8217;ultimo terzo. A questo punto l’eredita iniziale sarebbe completamente incamerata dallo Stato, ma tutti i membri della famiglia che eredita possono conservare l&#8217;intera eredita iniziale se a ogni passaggio successivo al primo sono in grado di risparmiare una somma pari al terzo del patrimonio iniziale che dev’essere pagato allo Stato, cosi da avere risorse aggiuntive per farlo.</p>
<p>Tanto per essere chiari: per un’eredita di 900mila euro gli eredi a partire da Caio devono risparmiare 300mila euro aggiuntivi per pagare le imposte dovute e preservare il patrimonio iniziale.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/pdfviewer/13-dicembre-2022/"><em>La Ragione, 14 dicembre 2022, pag. 3</em></a></p>
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		<title>Croce visto da Einaudi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/croce-visto-da-einaudi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giancristiano Desiderio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Nov 2022 10:30:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[benedetto croce]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[luigi einaudi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La morte, che non può fare altro che interrompere ciò che stiamo facendo e noi non possiamo far altro che lasciarci interrompere, non lo trovò in “ozio stupido”. Benedetto Croce lavorò fino alla fine dei suoi giorni, fino all’ultimo respiro di quella mattina del 20 novembre 1952. Era seduto nel suo studio, dietro la finestra. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La morte, che non può fare altro che interrompere ciò che stiamo facendo e noi non possiamo far altro che lasciarci interrompere, non lo trovò in “ozio stupido”. Benedetto Croce lavorò fino alla fine dei suoi giorni, fino all’ultimo respiro di quella mattina del 20 novembre 1952. Era seduto nel suo studio, dietro la finestra. Leggeva. Forse, il Petrarca. Piegò la testa e andò via. Era il più grande filosofo del suo tempo.</p>
<p>I funerali si tennero sotto una pioggia battente, ma c’era tutta Napoli con una partecipazione di popolo che non si era mai vista. C’era anche Luigi Einaudi che, come Presidente della Repubblica, rappresentava l’Italia intera, una e libera come sempre la pensò e la volle Benedetto Croce. Ma Einaudi, che era diventato capo dello Stato dopo il “gran rifiuto” di Croce, era lì non solo come Presidente ma come amico e “fratello minore” del grande filosofo della libertà.</p>
<p>Un anno dopo, il 20 novembre 1953, scrisse alla signora Adele: “In questo primo anniversario della scomparsa di Benedetto Croce mi inchino con profonda tristezza alla memoria dell’uomo insigne e dell’indimenticabile amico pregandola volere accogliere anche da parte di mia moglie e per tutti i suoi la rinnovata espressione della nostra commossa simpatia”. Le parole di Einaudi erano quelle di un amico e collaboratore di Croce. Perché – e nessuno lo ha mai notato – Croce fu senz’altro amico di Giovanni Gentile per un trentennio, prima di fare scelte diverse ed opposte rispetto al fascismo, con Gentile che portò la filosofia al potere e con Croce che la condusse all’opposizione, ma l’amicizia con Luigi Einaudi durò per ben cinquant’anni.</p>
<p>E mentre con Gentile vi furono equivoci ed incomprensioni, con Einaudi vi fu da un lato uno schiarimento di idee sul piano teorico e dall’altro una collaborazione fattiva per il ripristino della libertà. Quella che passa alla storia come la polemica tra l’economista del liberismo, Einaudi, e il filosofo del liberalismo, Croce, fu invece una civilissima discussione tra due liberali che proprio discutendo maturarono un concetto più alto e valido della libertà che per noi oggi è decisivo per mettere in fuorigioco il dispositivo totalitario che, venga da destra o venga da sinistra, è insito nella cultura moderna.</p>
<p>La discussione tra i due fu utilissima ad entrambi: l’economista Einaudi diede consistenza storica alla teoria liberista e il filosofo Croce solidità economica al suo liberalismo. E così oggi i liberali italiani, che, ahimè, troppo spesso citano le due grandi anime senza realmente conoscerle, dovrebbero essere consapevoli che non c’è libertà civile senza libertà economica e non c’è libertà economica senza libertà civile. Inchiniamoci davanti alla loro grandezza e preveggenza e, più che celebrarli, studiamoli perché così loro avrebbero voluto.</p>
<p>La famiglia di Croce, dopo un anno dalla scomparsa, fece stampare in quattrocento esemplari il saggio <em>Un angolo di Napoli</em> che apre il libro, straordinario, <em>Storie e leggende napoletane</em>. Una copia fu inviata ad Einaudi. Così l’amico di Croce prese ancora una volta la penna e riscrisse alla signora Adele: “Cara signora, <em>Un angolo di Napoli</em> sarà collocato nello scaffale dedicato in Dogliani alle cose di suo marito. Quello scaffale l’ho posto proprio di fronte al mio tavolo da lavoro per trarne esempio e coraggio. La preziosa ristampa dello scritto nel quale Croce aveva detto quanto egli amasse la sua città mi ricorderà ogni volta il dovere che tutti abbiamo di amare il luogo dove noi e i nostri siamo vissuti”.</p>
<p>La stima che Einaudi aveva per Croce era quella del fratello minore verso il fratello maggiore. A casa di Croce si recò in una triste ora, triste per lui e per l’Italia: andò per chiedergli consiglio su cosa avrebbe dovuto fare con il giuramento imposto agli insegnanti. Croce lo rincuorò: poteva acconciarsi a dir sì e conservare la dignità. Del resto, il male dei regimi autoritari e, in particolari, dei totalitarismi, è proprio quello di svuotare dal di dentro la libertà, fino al punto di creare le condizioni di una sorta – se così si potesse dire e pensare – di suicidio della libertà.</p>
<p>In particolare, era questa la strategia comunista che cercava di conquistare gli istituti liberali inserendo in essi un cavallo di Troia. Era per questo motivo che Croce invitava tutti a non confondere mai le scelte momentanee e contingenti con il principio della libertà che è proprio del liberalismo etico-politico. Einaudi tenne sempre presente questa lezione e si industriò al meglio, come fece soprattutto nel dopoguerra e nella stagione di De Gasperi, a fornire al liberalismo la sua congrua politica economica.</p>
<p>Einaudi da Presidente della Repubblica avrebbe voluto nominare il senatore Croce senatore a vita e gli scriveva dicendogli: “La esigenza della tua nomina è posta non da me, ma dagli italiani, i quali sanno che il decreto della tua nomina non sarebbe un atto dipendente da una scelta compiuta dal presidente della Repubblica, sibbene, da parte sua, la mera registrazione, richiesta formalmente dalla legge costituzionale, della designazione spontanea di una concorde opinione pubblica”.</p>
<p>Gli italiani – diceva Einaudi – riconoscono in Benedetto Croce la espressione più alta del pensiero contemporaneo”. Il filosofo, però, che già aveva detto no, fu irremovibile – “vi si oppone la logica, quella logica che poi è buon senso” disse – e Einaudi capì di non dover insistere. Croce, oltretutto, era anche contrario alla norma della nomina dei cinque senatori a vita. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.</p>
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		<title>Einaudi l&#8217;austriaco</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/einaudi-laustriaco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Infantino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Nov 2022 16:17:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[luigi einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[von hayek]]></category>
		<category><![CDATA[von mises]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mises e Hayek, liberisti incompresi. Il ritardo con cui l’Italia li recepì (e si vede), poi recuperato grazie all’economista che salì al Quirinale La prima recezione nel nostro paese delle teorie formulate dagli esponenti della Scuola austriaca di economia è avvenuta in ritardo e con difficoltà. Apparsi originariamente nel 1871, i “Grundsätze der Volkswirtschatslehre” di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Mises e Hayek, liberisti incompresi. Il ritardo con cui l’Italia li recepì (e si vede), poi recuperato grazie all’economista che salì al Quirinale</h3>
<p>La prima recezione nel nostro paese delle teorie formulate dagli esponenti della Scuola austriaca di economia è avvenuta in ritardo e con difficoltà. Apparsi originariamente nel 1871, i “Grundsätze der Volkswirtschatslehre” di Carl Menger sono stati tradotti in italiano solamente nel 1909 e sono stati accompagnati da una prefazione in cui Maffeo Pantaleoni affermava che la prima lacuna dell’opera stesse nella mancanza della “concezione dell’equilibrio generale economico”.</p>
<p>Il maggior pregio delle pagine mengeriane, la spiegazione del processo economico tramite le scelte individuali, veniva in tal modo presentato come il loro maggiore limite. Per avere una più attenta valutazione del contributo teorico della Scuola austriaca di economia, occorrerà attendere Luigi Einaudi, il quale ha visto in tale Scuola una fervida fucina di strumenti concettuali e una straordinaria fonte di impegno morale. Avendo in mente soprattutto Ludwig von Mises e Friedrich A. von Hayek, Einaudi non ha esitato a scrivere: “Pretendono costoro di spiegare (…) i fatti che accadono attorno a noi.</p>
<p>Alcuni di essi, i più pugnaci dell’eletta schiera, i giovani viennesi eredi della gloriosa scuola dei Menger, dei Böhm-Bawerk e dei Wieser pretendono, con quelle sottigliezze, di spiegare la vera causa della distruzione, la quale va compiendosi giorno per giorno sotto i loro occhi, della economia austriaca; e poiché la vera causa non è, se non in piccolissima parte, il divieto alla piccola Austria di unirsi alla grande Germania, essi difendono, senza farlo di proposito, l’indipendenza del loro paese”. Questi giovani economisti, i cui concetti hanno una rara “potenza chiarificatrice”, “danno speranza di diventare una delle maggiori forze spirituali del mondo”.</p>
<p>Nel momento in cui Einaudi esprimeva tale giudizio, aveva già una conoscenza diretta di Ludwig von Mises. Quest’ultimo si trovava nel 1926 negli Stati Uniti, con una borsa Laura Spelman, offerta dalla Rockefeller Foundation. Assieme a lui c’erano Johan Huizinga, Bronislaw Malinowski e altri. Facevano tutti parte di un gruppo di studiosi, impegnati in un tour di lezioni in varie università americane.</p>
<p>E’ stata un’esperienza che si è protratta per alcuni mesi e che si è conclusa con la partecipazione, presso la facoltà di Economia della Harvard University, a un dibattito presieduto da Frank W. Taussig. Einaudi e Mises si sono conosciuti in quella circostanza. E il loro scambio intellettuale è continuato per il resto della loro vita. Quando in fuga dal nazismo Mises ha trovato accoglienza negli Stati Uniti, stabilendosi a New York, Mario Einaudi gli ha reso visita, recandogli messaggi del padre. I coniugi Mises sono stati ospiti nell’agosto del 1953 al Quirinale e poi nel settembre 1961 a Dogliani.</p>
<p>Per ovvia questione anagrafica, i rapporti fra Hayek ed Einaudi sono nati più tardi. In una lettera del 19 marzo 1932, Einaudi ringrazia Hayek per l’invio dell’edizione tedesca di “Prices and Production” e gli promette una recensione su La Riforma sociale. Tale recensione appare subito dopo a firma di Attilio Cabiati. Non solo. Hayek aveva curato nel 1931 l’edizione tedesca dell’ “Essai sur la nature du commerce en général” di Richard Cantillon.</p>
<p>Ed Einaudi gli chiede l’autorizzazione a ospitarne, tradotta in italiano, l’introduzione su La Riforma sociale. La risposta di Hayek non tarda (25 marzo). Lo studioso austriaco accoglie con compiacimento la proposta: “Le sono molto grato per l’interesse rivolto al mio saggio su Cantillon e mi sentirò lusingato di vederlo sulla sua rivista”. Da raffinato bibliofilo, Einaudi possedeva una copia della prima edizione dell’“Essai”, recante la firma di Antoine-Laurent de Lavoisier, il grande chimico ghigliottinato sotto il Terrore. E, quando nel 1955 ha voluto rendere disponibile in italiano una nuova traduzione dell’opera di Cantillon, ha giudicato l’introduzione hayekiana come “il migliore strumento sinora venuto alla luce per la conoscenza della vita e del pensiero” di quell’autore.</p>
<p>L’attenzione rivolta da Hayek e da Einaudi all’“Essai sur la nature du commerce en général” non è questione di poco conto. Hayek si è soffermato su quell’opera nello stesso periodo in cui stava lavorando alle sue lezioni su “Prices and Production” che segnano il suo ingresso alla London School of Economics. Quelle lezioni si aprono esattamente con una citazione di Cantillon, riguardante il carattere sequenziale del processo inflazionistico: il fatto cioè che i prezzi non aumentano simultaneamente e che non tutti gli attori possono adeguare nella stessa misura le proprie remunerazioni. Cambiano così i prezzi relativi e, quando ciò avviene, si realizza una redistribuzione della ricchezza. A tutto ciò è stato dato il nome di “effetto Cantillon”. Il che costituisce uno degli elementi di base della teoria austriaca del ciclo economico.</p>
<p>La parte più significativa delle relazioni fra Hayek ed Einaudi si è svolta nel secondo dopoguerra. Lo studioso austriaco pensava già da tempo alla costituzione di quella che sarebbe poi stata la Mont Pèlerin Society, un’associazione internazionale fra i maggiori esponenti della cultura liberale. Lo stesso Hayek ha ricordato: “Ho abbozzato per la prima volta il progetto (…) davanti a un piccolo gruppo (la Political Society) presieduto da Sir John Clapham”. Era il 28 febbraio del 1944; la relazione di Hayek era titolata “Historians and the Future of Europe”; la riunione si teneva al King’s College di Cambridge, città in cui, dopo i primi bombardamenti di Londra, la London School of Economics si era trasferita.</p>
<p>Non appena ripristinate le comunicazioni postali, Hayek comincia a coinvolgere nel suo piano i più accreditati studiosi di orientamento liberale. E il 28 dicembre del 1946 invia una lettera a un cospicuo numero di destinatari, specificando che l’obiettivo sarebbe stato quello di costituire “un’associazione internazionale di studiosi, una sorta di accademia internazionale di filosofia politica”. Fra i destinatari italiani, ci sono Luigi Einaudi, Carlo Antoni e Costantino Bresciani-Turroni.</p>
<p>La copia pervenuta a Einaudi contiene delle aggiunte fatte di pugno, in cui c’è l’insistente richiesta di “sostegno” e di “collaborazione”. La risposta di Einaudi è del 22 gennaio del 1947. Egli era in quel momento impegnato, attraverso lo svolgimento di vari incarichi pubblici, nella ricostruzione dell’economia italiana. Nella sua lettera, si legge fra l’altro: “All’inizio dello scorso dicembre, ho avuto l’opportunità di incontrare a Zurigo il professor Röpke e il Signor Hunold, i quali mi hanno informato della riunione programmata per la prossima Pasqua nelle vicinanze di Vevey. Ho già dato loro, in via di principio, il mio consenso. Dico in via di principio, perché non posso prevedere, con tanto anticipo, quali saranno gli impegni derivanti dai miei doveri di ufficio. (…) Il prof. Antoni mi ha informato che verrà con piacere”.</p>
<p>Qualche giorno dopo, il 4 febbraio, Einaudi si dichiara disponibile ad aprire la discussione assieme a Hans Kohn e a Bertrand de Jouvenel. Ribadisce però l’impossibilità di dare certezza alla sua presenza. In realtà, Carlo Antoni è stato l’unico italiano a partecipare alla riunione costitutiva della Mont Pèlerin Society.</p>
<p>Nel corso della sua relazione introduttiva, Hayek ha tuttavia letto una lunga lista di studiosi che, seppure non presenti, avevano dato la propria adesione all’iniziativa. E, soffermandosi in occasione successiva su quei nomi, ha precisato che tutti hanno poi aderito alla Mont Pèlerin Society. Nella lista di quegli studiosi, compaiono Luigi Einaudi e Bresciani-Turroni (quest’ultimo aveva da poco curato l’edizione italiana di “Collectivistic Economic Planning”, il volume in cui Hayek aveva raccolto nel 1935 le maggiori critiche che fino al momento erano state formulate nei confronti dell’economia pianificata).</p>
<p>Il 20 settembre dello stesso anno, Hayek si trova in vacanza a Soprabolzano. E di lì invia una lettera manoscritta a Einaudi, con la quale annuncia di essere stato invitato a tenere due lezioni a Roma da Roberto Ago e di volere approfittare della circostanza per organizzare un incontro. Hayek prega Einaudi di rendere partecipi anche gli “amici” Bresciani e Antoni. Il segretario di Einaudi, Antonio d’Aroma, comunica il 30 settembre a Hayek, già a Roma, che l’incontro avverrà il giorno dopo a cena e che Bresciani-Turroni e la moglie passeranno dall’albergo (Ludovisi) e lo accompagneranno in automobile.</p>
<p>L’elezione di Einaudi al Quirinale non ha interrotto i rapporti con Hayek. Il carteggio lo testimonia ampiamente. Una lettera di Einaudi del 29 settembre 1951 si conclude con la seguente affermazione: “Non dimentichi che, nel caso abbia la possibilità di visitare l’Italia, sarò ben lieto di spendere qualche ora con lei”. Hayek avrebbe voluto che Einaudi aprisse i lavori della riunione di Venezia (settembre 1954) della Mont Pèlerin Society. Ha reso pubblica questa sua idea tramite una comunicazione del 27 marzo 1954, diretta ai membri dell’associazione. Ma non dava per certa la presenza dell’allora presidente della Repubblica italiana. Metteva al riparo il suo progetto con un “probabilmente”. In una lettera a Hayek dell’11 maggio 1954, Antonio d’Aroma prende tempo. Dichiara che gli impegni istituzionali di Einaudi non permettono ancora una decisione definitiva. E tuttavia, come aveva già osservato Antoni (lettera a Hayek del 23 aprile), forse Einaudi riteneva che la sua posizione non gli consentisse di fare quanto gli veniva chiesto.</p>
<p>Hayek avrebbe voluto Einaudi a Venezia. Ed Einaudi avrebbe voluto accogliere l’invito. Ma il ruolo da questi svolto in quel momento ha impedito alle loro personali preferenze di realizzarsi. Un ristretto gruppo di partecipanti a quella riunione della Mont Pèlerin Society ha comunque incontrato Einaudi. Era assente Mises, trattenuto a New York da ragioni di salute. Tramite Mary Sennholz, Einaudi gli ha mandato un caloroso messaggio. C’è testimonianza di ciò in una lettera del 4 giugno 1956, in cui Mises auspica di potersi presto rivedere. Einaudi ha partecipato, nel settembre del 1961 alla riunione della Mont Pèlerin Society, organizzata a Torino da Bruno Leoni. E’ stato quello il suo ultimo intervento pubblico. C’è un momento dei rapporti fra Luigi Einaudi e Hayek che merita una particolare sottolineatura. Era il 1945. Su suggerimento di Luigi Einaudi, il figlio Giulio chiede a Hayek, tramite l’agenzia Sanford J. Greenburger, i diritti per la traduzione italiana di “The Road to Serfdom”.</p>
<p>Il contratto viene firmato da Mario Einaudi. Trascorrono circa undici mesi, senza alcuna “diretta informazione” da parte della casa editrice. Hayek decide allora di rivolgersi a Luigi Einaudi. E scrive: “Ho comunque saputo da più di una fonte che, in conseguenza del mutamento delle convinzioni politiche dell’editore, la traduzione non viene fatta (…). Non desidero procrastinare a tempo indeterminato la pubblicazione della traduzione italiana del mio libro e le sarei molto grato se potesse assistermi nella chiarificazione di quanto accaduto e, se possibile, nella tutela dei miei diritti. Penso che, in considerazione del suo stretto legame con l’editore, potrebbe esserle facile aiutarmi. Ma se, e può essere possibile, ciò la rende esitante a interferire, avrà ovviamente la mia comprensione e agirò tramite i canali ordinari”.</p>
<p>La risposta di Luigi Einaudi è dell’8 febbraio 1946. E riporta il testo di una lettera firmata da un dirigente della casa editrice di Giulio Einaudi, formalmente rassicurante: “La preghiamo di scrivere al professor Hayek che è sempre nostra intenzione pubblicare ‘The Road to Serfdom’. Come impresa, non ci proponiamo di seguire una direzione politica di parte; abbiamo pubblicato e intendiamo pubblicare lavori di diversa tendenza, da Togliatti a Lippman, da Roepke a Schumpeter. Durante gli anni del fascismo, abbiamo perseguito, non senza pericolo, la stessa linea.</p>
<p>Il nostro scopo è dare un contributo alla rinascita morale e civile del nostro paese, su basi democratiche. Il ritardo nella pubblicazione del libro non è imputabile a noi; ma alla molto brutta traduzione fatta da una signora presentataci dal senatore Benedetto Croce. Dopo aver cercato di convincerla a migliorare il manoscritto, siamo stati costretti a restituirlo. La Signora Elena Craveri, figlia di Croce, ha anche lei considerato la traduzione improponibile. Stiamo ora cercando di assicurarci, prima possibile, una nuova traduzione”.</p>
<p>Al testo di tale lettera Luigi Einaudi aggiunge di suo di essere felice di potere fornire la spiegazione richiesta. Rammenta inoltre di essere stato egli stesso a suggerire al figlio di assicurarsi i diritti per l’edizione italiana dell’opera. Sembrava che tutto dovesse andare a buon fine. Ma non è stato così: perché la risposta fatta dare da Giulio Einaudi al padre e a Hayek si è poi rivelata un inganno. E la traduzione di “The Road to Serfdom” è apparsa da Rizzoli nel 1948.</p>
<p><a href="https://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio/2016/06/13/news/einaudi-laustriaco-97209/"><em><strong>Il Foglio</strong></em></a></p>
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		<title>Sovranità</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sovranita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Mar 2022 09:49:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[consiglio europeo]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[luigi einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[regno unito]]></category>
		<category><![CDATA[sovranismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Guardate le immagini dell’ultimo Consiglio europeo, appena concluso a Versailles. Guardate quel grande tavolo quadrato, con tante persone sedute, che parlano a turno. Taluno ci vedrà l’impotenza della democrazia, il caos delle tante posizioni diverse, il lavorio della mediazione politica, il tempo perso inseguendo un compromesso. Facile che siano gli stessi che vedendo Putin in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Guardate le immagini dell’ultimo Consiglio europeo, appena concluso a Versailles. Guardate quel grande tavolo quadrato, con tante persone sedute, che parlano a turno. Taluno ci vedrà l’impotenza della democrazia, il caos delle tante posizioni diverse, il lavorio della mediazione politica, il tempo perso inseguendo un compromesso. Facile che siano gli stessi che vedendo Putin in pizzo al lungo tavolo da pazzo, vi vedono la forza dell’uomo al comando. Io ci vedo il potere dell’impotente, che ha bisogno di simboli per far credere il falso. Mentre il tavolo quadrato e le tante voci mi dicono che quella è la nostra forza, quella la nostra ricchezza. La mediazione e i compromessi sono faticosi, ma fruttuosi. Noi vinciamo. L’autocrate perde. Soprattutto, attorno a quel tavolo affollato di voci e Paesi, si trova la cosa più preziosa: la sola sovranità possibile, quella europea.</p>
<p>Veniamo da anni in cui la nostra superiorità democratica (esatto: superiorità, perché il relativismo non è apertura, ma fuga dalla responsabilità) ha difeso il diritto di parola di correnti che volevano dirsi “sovraniste” e, nell’esserlo, contestavano la sovranità europea. Ci sta, è una tesi, anche forte, venata di un nazionalismo che non osa chiamarsi tale, ma è comunque un sentire legittimo. Ha trovato consensi crescenti da noi, in Francia, Germania, Austria, nel Regno Unito ha fatto guai. In poche ore è emerso che i sovranisti nostrani erano al servizio del sovrano altrui. Mandare al macero le foto servirà loro a nulla. I sovranisti d’Ovest si sentivano commilitoni di quelli ad Est, poi è arrivata l’invasione criminale dell’Ucraina e a Est s’è chiesta protezione all’Unione europea e alla Nato, nel mentre suggerivano ai presunti amici di vergognarsi per l’avere tifato a favore dell’impero dell’Est. La storia corre veloce, in certe giornate. Ma torniamo al tavolo europeo.</p>
<p>Francia e Italia dimostrano una consonanza che da anni si riteneva necessaria. Finalmente. Propongono un secondo Recovery, altro debito comune, da impegnarsi sul fronte energetico e della difesa. Chi ragiona diversamente osserva che ci sono ancora i soldi del primo, che il solo Paese ad avere preso tutto, regali e prestiti, è l’Italia, sicché avanzano fondi e non ha senso accendere altri debiti se prima non li si è esauriti. I primi fanno leva sulla minaccia per approfondire l’integrazione. I secondi guardano ai bilanci, per evitare che gli squilibri portino disintegrazione. Tesi diverse. Significa che siamo divisi? L’opposto: che siamo uniti nel più ricco e bello dei mondi possibili, quello per sua natura imperfetto e che procede per approssimazioni, che condivide gli obiettivi ma mette in campo idee e interessi diversi per arrivarci. Sono obiettivi molto ambizioni, segnano cambiamenti epocali, necessitano di un forte impegno finanziario, di cui si discute l’indirizzo e la garanzia. Sono scelte politiche, quindi è bene che esistano approcci diversi. Se ne riparlerà fra qualche giorno, al Consiglio europeo formale.</p>
<p>Da noi, nelle democrazie, si tiene conto anche di chi protesta perché il pieno all’auto costa di più. Da Putin si nega il diritto di migliaia di madri di piangere il cadavere di figli mandati a crepare con l’inganno. Da noi si perde più tempo a discutere. Da lui il tempo lo ricorderà come l’uomo che distrusse la Russia. Il che non dispiace a lui, ebbro di morte altrui e gloria propria, ma a noi, che amiamo la Russia e i russi e, per questo, chiediamo loro di liberarsi dal demone.</p>
<p>Che la sola sovranità possibile sia quella europea lo vedeva già Luigi Einaudi, un secolo addietro. Lo insegnò agli antifascisti. Lo videro economisti e letterati in ogni parte d’Europa. Lo videro i popoli della riconquistata pace. Lo persero di vista i molti contemporanei che credevano eterna la meravigliosa stagione iniziata nel 1989. Ora lo vedono tutti, solo che non abbiano venduto i loro occhi o non se li siano cavati in nome della plurisecolare avversione alle fatiche della libertà.</p>
<p>La Ragione</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sovranita/">Sovranità</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Daniele Manca: L&#8217;«ottima imposta» di Einaudi. La lezione (ignorata) su tasse e fisco</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2020 06:26:18 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Si torna ancora una volta a parlare di riforma fiscale. Giusto, ma è possibile pretendere un po&#8217; di chiarezza? Iniziando dal fatto che associarla al Recovery Fund dell&#8217;Europa è un errore. Non è possibile farla con quelle risorse. Ormai questo principio dovrebbe essere chiaro. A meno che non si intenda usare per intervenire sulle tasse fondi che originariamente erano previsti per altre partite ma che ora potrebbero essere finanziate dall&#8217;Unione. Già questo sarebbe un elemento di trasparenza, sia nei confronti dei cittadini, sia nei confronti di chi ci guarda da fuori e che riceve un&#8217;immagine di un&#8217;Italia pasticciona. Cosa che peraltro in grande misura non siamo affatto.</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Quello che temiamo è che la confusione tra i vari piani in realtà nasconda un approccio poco meditato al fondamento delle politiche di bilancio di un Paese, vale a dire la tassazione e quindi il Fisco. E soprattutto che si celi dietro tutto questo gran parlare di imposte la tentazione di farne oggetto di campagna elettorale. A ogni partito la sua promessa, dal taglio del cuneo fiscale all&#8217;intervento sulle aliquote Iva a mirabolanti <em>flat tax</em> sperimentate in un paio di Paesi al mondo. Dimenticando che ogni intervento pesa sull&#8217;intero bilancio e sistema fiscale. E che proprio l&#8217;agire per singoli comparti, singole misure, ha portato a quella giungla inestricabile che rende il Fisco italiano una ragnatela ingiusta e incomprensibile. È dietro agli infiniti cavilli, il gioco perverso di detrazioni e deduzioni che scompaiono quasi 30 milioni di italiani che non versano un euro di tasse.</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Infatti, stando alle puntuali radiografie condotte da Alberto Brambilla del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, su 60 milioni di cittadini solo 41 presentano una dichiarazione dei redditi e di questi solo 30 versano soldi al Fisco. Dati che ci spiegano anche quanto ci sia di distorto nel fatto che poco più del 12% di italiani paghi quasi il 58% dell&#8217;intera Irpef o che il 45% dei cittadini copra solo il 2,6% della stessa Irpef. Da qui la necessità di una riforma fiscale, si dirà. Certo. Ma proprio per questo affinché la riforma possa essere efficace deve essere sganciata dal dibattito del giorno per giorno. Si dovrebbe inizialmente dare ordine a quello che già c&#8217;è come chiede da tempo il direttore dell&#8217;Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, affinché si sappia da dove si parte. Dovremmo per una volta guardare alla nostra storia, cosa che ci piace fare quando si tratta di analizzare puntigliosamente le debolezze, meno quando potremmo imparare da noi stessi. Nel 1951 Ezio Vanoni, allora ministro delle Finanze, vara quella che viene considerata forse la più importante delle riforme fiscali del Paese. Riforma che introdusse la dichiarazione annuale e il modello semplificato, ma a partire proprio dal concetto che il sistema è una cosa unica.</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Probabilmente in quegli anni sono ancora fresche le riflessioni e analisi di Luigi Einaudi su principi come l&#8217;«ottima imposta». «Ottima è quell&#8217;imposta data la quale, in un dato momento e luogo si ottiene il migliore soddisfacimento dei bisogni pubblici compatibilmente con la produzione del più abbondante flusso di reddito nazionale». O come ricorda Roberto Artoni sintetizzando l&#8217;Einaudi che «riprende Adam Smith, il requisito essenziale di ogni sistema tributario è che l&#8217;imposta deve essere certa nel tempo del pagamento, nel modo del pagamento e nell&#8217;ammontare dovuto, oltre, aggiungiamo noi, a indurre adeguati incentivi all&#8217;intraprendenza individuale».</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Quanto dell&#8217;attuale Fisco può ritenersi adeguato a quei principi? Poco purtroppo. La rincorsa al consenso a tutti i costi ha fatto sì che nel corso degli ultimi anni il legislatore si sia rifugiato nella facile introduzione di bonus e agevolazioni a questo o a quel gruppo sociale. Quando si parla di riforma fiscale, invece, come di qualsiasi altra riforma, andrebbero chiarite le linee guida, i principi ispiratori, da esplicitare poi in progetti concreti che combinino risorse e tempi di attuazione. Si dovrebbe iniziare o perlomeno tentare di uscire dalla malattia italiana di una politica che si pone alla maniera hollywoodiana, forse, ma ben poco efficace e fattiva, di chi ogni giorno dichiara: sono Mr Wolf e risolvo problemi. Ma la politica ha un ben più difficile compito: garantire al Paese, un futuro sostenibile e prospero nel tempo. E questa la bussola che deve guidare le decisioni e la vera soluzione ai problemi di una comunità.</span></p>
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<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><strong>Daniele Manca </strong></span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><strong>Corriere della Sera, 9/09/2020</strong></span></p>
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