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	<title>liberalismo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>liberalismo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Libsophia #11 &#8211; Voltaire con Ermanno Ferretti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ermanno Ferretti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Mar 2025 14:30:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attività 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Libsophia]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[stato di diritto]]></category>
		<category><![CDATA[voltaire]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="914" height="514" src="https://www.youtube.com/embed/4iSGINSnqsI" title="" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen="" class=""></iframe></p>
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		<title>La lezione di Einaudi ignorata</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-lezione-di-einaudi-ignorata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Panebianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Dec 2024 16:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La via intermedia. Davvero non ci sono alternative? O si sceglie la strada dell’anarco-capitalismo alla Milei, il presidente argentino («abbattiamo lo Stato») o si sceglie lo statalismo, la presenza ingombrante e spesso soffocante dello Stato nella vita economica e sociale? Una via intermedia ci sarebbe. Si chiama liberalismo economico (una cosa che in Italia viene per [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La via intermedia. Davvero non ci sono alternative? O si sceglie la strada dell’anarco-capitalismo alla Milei, il presidente argentino («abbattiamo lo Stato») o si sceglie lo statalismo, la presenza ingombrante e spesso soffocante dello Stato nella vita economica e sociale? Una via intermedia ci sarebbe. Si chiama liberalismo economico (una cosa che in Italia viene per lo più definita «liberismo»): consiste nel liberare l’economia dai troppi lacci e lacciuoli che la frenano, affermare e difendere il principio di concorrenza tramite una azione dello Stato che elimini o riduca le troppe rendite monopolistiche, fare in modo che lo Stato si concentri sulla produzione di quei beni pubblici (sanità, istruzione, difesa, eccetera&#8230;) che non possono essere forniti dal mercato. È la via che indicò Luigi Einaudi (di cui nel 2024 si sono celebrati i centocinquanta anni dalla nascita).</p>
<p>In tanti hanno osservato la contraddizione. L’entusiastica accoglienza di Javier Milei da parte di Giorgia Meloni ad Atreju a metà dicembre è in conflitto con la tradizione politico-culturale da cui lei proviene e a cui fa riferimento il suo partito: di là un liberalismo economico spinto agli estremi (l’anarco-capitalismo), di qua uno statalismo che al liberalismo economico, anche in forme più moderate, è tendenzialmente ostile.</p>
<p>Per un bilancio sulla attuale manovra economica del governo e, più in generale, sulle sue scelte di politica economica da quando si è insediato, conviene evitare il più possibile di ascoltare le voci apertamente partigiane: come è ovvio, i fan del governo dicono un gran bene di tale politica, mentre i nemici del governo ne dicono un gran male. Per definizione e a prescindere. Meglio affidarsi al giudizio degli specialisti (sulla manovra in corso, Francesco Giavazzi, Corriere del 28 dicembre).</p>
<p>Ciò che però può forse permettersi di dire un non specialista è che, in ogni caso, giunti a metà legislatura, non si è vista, da parte del governo, quella frustata che sarebbe stata necessaria in una economia abituata da decenni a una condizione di bassa crescita.<br />
La frustata di cui la nostra economia avrebbe bisogno consiste in un’opera di sburocratizzazione, di potatura di norme e regolamenti che frenano l’iniziativa individuale. Il contrario dello statalismo che tutto regolamenta e controlla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sia chiaro, lo statalismo non è una malattia di cui soffra solo la destra. Riguarda anche la sinistra. Anzi, riguarda un intero Paese larghe parti del quale accettano di buon grado di subire i lacci e lacciuoli imposti dallo Stato e che frenano la libertà di iniziativa dei singoli ricevendo, come contropartita, la protezione statale.</p>
<p>Lo ha recentemente assai ben documentato un economista, Nicola Rossi (Un miracolo non fa il santo, Istituto Bruno Leoni libri): la storia economica e sociale dell’Italia dal 1861 ad oggi mostra che solo nel quindicennio seguente la fine della Seconda guerra mondiale, ci siano state condizioni davvero favorevoli all’iniziativa individuale. Ne derivò quel miracolo economico che rappresenta, nell’intera storia del Paese, un momento eccezionale, una deviazione dalla norma. Un periodo, l’unico, in cui era dominante la cultura della crescita, in cui l’iniziativa privata era valorizzata e che consentì all’Italia un grande balzo economico. Dopo di che, il Paese rientrò nella normalità, ossia abbracciò di nuovo quella forma di statalismo ostile alla concorrenza che penalizza, rendendole la vita assai difficile, l’iniziativa individuale. Con la conseguenza di ripristinare quel regime di bassa crescita che per quasi tutta la storia unitaria del Paese gli ha impedito di tenere il passo con gli altri, più dinamici, Paesi europei.</p>
<p>Un governo stabile avrebbe la possibilità di impegnarsi per imporre una seconda (dopo il miracolo economico degli anni Cinquanta/primi anni Sessanta) deviazione della norma, dalla regola italiana secondo cui, a causa dell’ingombrante presenza dello Stato, viene penalizzata l’iniziativa individuale e frenata la crescita economica. Ma giunti a metà della legislatura si constata che nell’azione del governo è mancata fino ad ora la frustata che servirebbe per invertire la direzione di marcia. Questo spiega perché, nonostante le aspettative che si erano create, i fondi del Pnrr potrebbero risultare per l’Italia un’occasione sprecata. Mancando un habitat favorevole alla crescita, quell’ingente iniezione di denaro difficilmente può contribuire a rimettere in moto l’imballata macchina dello sviluppo economico.<br />
Naturalmente ciascuno (vale per tutti noi) è figlio della sua storia e quella storia lo (ci) condiziona.<br />
Gli applausi a Milei non possono cancellare la lontananza culturale della destra di Meloni dal liberalismo economico. Anzi, per essere precisi, non basta parlare di lontananza. La destra di cui Meloni è leader ha una lunga storia di ostilità nei confronti del liberalismo economico. Come del resto la sinistra nelle sue principali espressioni. Non è un caso che quando la destra cerca di darsi un pedigree culturale, fra i «padri nobili» di riferimento non include mai o quasi mai pensatori liberali.</p>
<p>Però questo è un bel problema per Giorgia Meloni. Se vuole che la sua destra abbia un futuro, se vuole che il suo governo vinca le prossime elezioni politiche, se vuole davvero consolidare una destra conservatrice nel Paese, allora deve riuscire a dare all’economia italiana la «frustata» di cui si detto, deve dare al Paese una autentica prospettiva di sviluppo. Il che significa trovare una qualche combinazione funzionante di conservatorismo sociale (richiesto dai suoi elettori) e di liberalismo economico nel senso detto. Comunque lo si definisca, naturalmente. Non sono le etichette a contare, ma la sostanza.</p>
<p>Si può concludere con una battuta maliziosa. Tra le tante accuse che l’opposizione lancia contro il governo manca quella di essere «liberista». Perché, ovviamente, per le ragioni dette, non lo è affatto. Se mai un giorno sentiremo un esponente dell’opposizione usare quel termine per contestare l’esecutivo, forse potremo dire: sta a vedere che il governo ha finalmente imboccato la strada giusta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/24_dicembre_29/la-lezione-di-einaudi-ignorata-d6296f10-461a-4026-bb2e-6948d5217xlk.shtml"><em><strong>Corriere della Sera </strong></em></a></p>
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		<title>Libsophia #2 – Libertà</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/libsophia-2-liberta-con-ermanno-ferretti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ermanno Ferretti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2024 14:30:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attività 2024]]></category>
		<category><![CDATA[Libsophia]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
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		<title>Essere liberali fino in fondo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/essere-liberali-fino-in-fondo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jun 2024 16:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[eutanasia]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[marina berlusconi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p> Il giorno dopo, poco o nulla si è mosso. Ieri, Marina Berlusconi ha dato un’intervista tutta politica al Corriere della Sera. Ha criticato il masochismo della cancel culture, ha biasimato la crescita dei partiti di estrema destra in Europa, ha una invocato “un’Europa più forte e più coesa” nell’interesse dell’Italia ed ha soprattutto spronato il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto"> Il giorno dopo, poco o nulla si è mosso. Ieri, Marina Berlusconi ha dato un’intervista tutta politica al Corriere della Sera. Ha criticato il masochismo della cancel culture, ha biasimato la crescita dei partiti di estrema destra in Europa, ha una invocato “un’Europa più forte e più coesa” nell’interesse dell’Italia ed ha soprattutto spronato il centrodestra a percorrere senza timori né ipocrisie la via delle libertà individuali battuta da papà Silvio. “Se parliamo di aborto, fine vita o diritti Lgbt, mi sento più in sintonia con la sinistra di buon senso. Perché ognuno deve essere libero di scegliere…”, ha detto.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">È un’esplicita sferzata liberale, ma l’impressione è che le sue parole siano state vissute più che altro con fastidio. Antonio Tajani si è trincerato dietro la prassi della libertà di coscienza riconosciuta da Forza Italia ai propri parlamentari sulle questioni cosiddette etiche. Ma invocare la libertà di coscienza è un modo per non prendere posizione. Fratelli d’Italia non ha commentato, diversi leghisti di scuola salviniana hanno criticato l’apertura ai diritti Lgbt, preferendo ignorare il grande tema del fine vita (modo grazioso per definire l’eutanasia) e dell’aborto.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Paradossalmente, non per l’uomo ma per il partito di cui è espressione, ad esprimere la posizione più avanzata è stato un leghista, Luca Zaia. “Non dobbiamo decidere noi se una donna può o non può abortire e non dobbiamo essere noi a impedire la gestione del fine vita ad un malato terminale &#8211; ha detto il governatore del Veneto -. Marina Berlusconi ha fatto una giusta osservazione. Noi del centrodestra abbiamo una sfida che è quella di non rinnegare assolutamente le nostre origini, ma di essere liberali fino in fondo”.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Ecco, “essere liberali fino in fondo”: è questo il coraggio che manca. Un’assenza che pesa soprattutto sulle coscienze politiche di chi milita e guida il partito che fece del liberalismo uno slogan di massa. Sarebbe bello, invece, se Forza Italia si intestasse una battaglia politica per dar corso alle disposizioni della Corte Costituzionale e alle aspettative di migliaia di italiani sull’eutanasia. Sarebbe una scelta coerente con l’identità del partito e sarebbe anche una scelta popolare.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><a href="https://formiche.net/2024/06/forza-italia-battaglia-eutanasia-la-versione-di-cangini/"><em><strong>Formiche.net</strong></em></a></div>
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		<title>Liberalismo, commercio e Geopolitica: è di Panebianco la settima lezione della Scuola di Liberalismo 2024</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/liberalismo-commercio-e-geopolitica-e-di-panebianco-la-settima-lezione-della-scuola-di-liberalismo-2024/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Parrinello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Apr 2024 18:13:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[panebianco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Democrazie e guerre, commercio, globalizzazione e geopolitica. Nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi si è svolta questa sera la settima lezione della Scuola di Liberalismo 2024, “Liberalismo, commercio e geopolitica” a cura del professor Angelo Panebianco. “Le sfide della sicurezza hanno un impatto sulla vita democratica, sempre”, ha detto. “Quando le democrazie sembrano funzionare bene [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Democrazie e guerre, commercio, globalizzazione e geopolitica. Nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi si è svolta questa sera la settima lezione della Scuola di Liberalismo 2024, “Liberalismo, commercio e geopolitica” a cura del professor Angelo Panebianco. “Le sfide della sicurezza hanno un impatto sulla vita democratica, sempre”, ha detto. “Quando le democrazie sembrano funzionare bene è perché non ci sono sfide alla loro sicurezza. In Europa ci sono fratture, come quella tra nord e sud, e questo ha un peso molto forte sui processi decisionali. Abbiamo visto il tentativo di arrivare a una soluzione concordata sull’Ucraina”.</p>
<p>La storia dell’Europa, ha spiegato “dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente è una storia di divisioni, al contrario di quanto avvenuto in Cina. Questo rappresenta un peso perché impedisce all’Europa di raggiungere i veri obiettivi: occorre ricostituire una leadership, che prima era il motore franco-tedesco e ora non c’è più, e occorre che gli europei capiscano che devono giocarsi la competizione per i voti a livello europeo, non nazionale. Per tutti, gli interessi nazionali sono prevalenti, perché le élite conquistano il potere internamente non in Europa. Per questo la situazione di empasse è destinata a durare”.</p>
<p>È possibile un nuovo ordine internazionale? “Secondo me sì”, ha detto il politologo, “ma bisogna essere cauti nell’augurasi questo perché i nuovi ordini sono spesso il prodotto di un conflitto”, vedi Bretton Woods. “Esiste infatti un rapporto tra guerra e ordine internazionale. Sono tempi molto difficili perché l’assetto internazionale non ha ancora trovato il suo equilibrio. Credo che resteremo nell’incertezza”.</p>
<p>L’8 e il 9 giugno prossimo si terranno le elezioni europee. “Fin quando queste continueranno a svolgersi nel modo in cui si sono svolte tuttora, saranno solo un costoso sondaggio per capire chi è più forte o più debole sul piano nazionale. Quello che conta oggi è la forza relativa degli attori, dei singoli partiti che si misurano internamente. Le elezioni non sono fatte oggi per parlare dell’Europa, anche se poi è vero hanno un effetto perché cambiano gli equilibri del parlamento”.</p>
<p>Il manifesto di Ventotene, ha concluso Panebianco, “aveva alcuni aspetti interessanti, ma non so quanto sia attuale. Sono quei documenti che acquistano un valore simbolico. In Italia ne ha molto, ma fuori da qui non ha un valore particolarmente rilevante. Gli Stati Uniti al momento restano una metà molto lontana, perché non sono nati gli europei. L’identità europea non è, e non è mai stata, più saliente delle identità nazionali. Come ho già detto la storia dell’Europa è una storia di divisioni. Un popolo europeo può nascere solo per mezzo di un atto politico, non nascerà in modo spontaneo”.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il liberalismo morale di Luigi Einaudi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-liberalismo-morale-di-luigi-einaudi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bitetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Mar 2024 15:16:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Più che celebrare è opportuno ricordare Luigi Einaudi a 150 anni esatti dalla sua nascita. Qualsiasi celebrazione, infatti, corre il rischio di virare verso la retorica, retorica che per indole e per carattere erano quanto di più lontano dalla personalità Einaudi. Le molte vite di Einaudi si sono intrecciate sino alla sua morte: continuò ad [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Più che celebrare è opportuno ricordare Luigi Einaudi a 150 anni esatti dalla sua nascita. Qualsiasi celebrazione, infatti, corre il rischio di virare verso la retorica, retorica che per indole e per carattere erano quanto di più lontano dalla personalità Einaudi.</p>
<p>Le molte vite di Einaudi si sono intrecciate sino alla sua morte: continuò ad esser un professore sia quando ebbe la guida del Ministero del Bilancio, sia quando divenne Governatore della Banca d’Italia e, infine, quando divenne, lui monarchico, Presidente della neonata Repubblica.</p>
<p>In ciascuna di queste attività, così come prima nell’insegnamento e nella continua opera di divulgazione che condusse da pubblicista, mantenne sempre fede al suo orientamento liberale in politica e liberista in economia.</p>
<p>Ed è proprio il suo liberismo che vorrei proporre in questo abbozzo di ricordo.</p>
<p>Certo, Einaudi era un accademico, un professore, come si è detto, che però volle sempre contribuire a chiarire, a spiegare, a render comprensibili anche le leggi dell’economia all’opinione pubblica più vasta, evitando il linguaggio iniziatico proprio dei mandarini, grazie anche ad una prosa mai paludata, sempre fresca e tersa.</p>
<p>Einaudi non fu un economista sistematico: resterà sempre troppo forte in lui, anglofilo dichiarato come lo fu prima di lui il Conte di Cavour, l’ascendente esercitato dall’empirismo inglese e scozzese, e quindi la continua attenzione agli insegnamenti che venivano impartiti, prima di tutto a lui ed al suo pensiero, da quella che Bobbio descrisse come la “lezione dei fatti” (1).<br />
Einaudi partiva sempre da un esempio concreto, prendeva a proprio riferimento non l’astratto – e quindi: inesistente – homo oeconomicus, ma l’imprenditore, l’agricoltore, lo speculatore, l’operaio, per esporre il problema concreto e fornire a questo una risposta altrettanto concreta.</p>
<p>Se Einaudi non fu sistematico, il concretismo, l’empirismo lo vaccinarono dall’ideologismo, ovvero, e nonostante le semplificazioni, rifiutò sempre di esser dipinto come un liberista tetragono, pronto ad applicare sempre e solo la ricetta liberistica a qualsiasi problema fosse chiamato ad affrontare.</p>
<p>Quell’immagine liberista fu, non a caso, definita dallo stesso Einaudi, in una risposta al deputato socialista Calosso, un “fantoccio mai esistito e perciò comodo a buttare a terra” (2), respingendo, assieme al fantoccio, la stessa tesi, summa liberistica, secondo cui i singoli uomini urtandosi l’un l’altro finirebbero per fare l’interesse proprio e quello generale, definendo tale summa come una autentica “invenzione degli anti liberisti, si chiamassero o si chiamino essi protezionisti o socialisti o pianificatori”.</p>
<p>Perché, per Einaudi, nessuno che abbia mai letto il libro classico di colui che è considerato per antonomasia il prototipo dei liberisti, Adam Smith, potrebbe mai ammettere che si possa applicare tale fantoccio liberista allo stesso Smith. Nella Ricchezza delle nazioni, infatti, lo scozzese iniziatore della stessa scienza economica, scrisse chiaramente che “la difesa è più importante della ricchezza” assoggettando quindi i cittadini ad imposte per perseguire il bene comune, per poi scrivere parole di fuoco contro i proprietari terrieri assenteisti.</p>
<p>Allontanato da sé il fantoccio liberista, Einaudi chiarirà a più riprese l’essenza della sua posizione economica. Troppo spazio richiederebbe qui l’affrontare la querelle che vide contrapposto lo stesso Einaudi all’altro grande pensatore liberale, Benedetto Croce, sul tema dei rapporti tra il liberalismo politico ed il liberalismo economico. Sia detto di passata: querelle che in realtà fu per molti aspetti più apparente che reale.</p>
<p>Dicevo: non a caso Einaudi, nello scansare il fantoccio costruito dai suoi avversari, si richiama ad Adam Smith.<br />
Dallo scozzese, infatti, Einaudi non ereditò solo il chiaro empirismo, ma ancora prima il fondamento morale, prima che economico, della sua impostazione anche economica.</p>
<p>Tanto Smith quanto Einaudi, infatti, furono, prima che economisti, dei moralisti, ovvero degli studiosi della morale umana. Sarebbe impossibile pienamente comprendere La Ricchezza delle Nazioni senza aver letta e metabolizzata la Teoria dei Sentimenti Morali dello scozzese, così come è riduttivo tentare di qualificare il pensiero economico einaudiano senza partire dal fondamento morale della sua personale interpretazione del liberalismo tout court e del liberalismo economico.</p>
<p>Già nel corso del primo dopoguerra, e siamo nel 1920, Einaudi si premurerà di respingere le invocazioni di coloro i quali, dopo il flagello del conflitto mondiale e i timori del biennio rosso, anelavano “l’uniformità, il comando, l’idea unica a cui tutti obbediscano, il Napoleone”(3), in conformità ad un apparente bisogno dell’animo umano, il quale “rifugge dai contrasti, dalle lotte di uomini, di partiti, di idee, e desidera la tranquillità, la concordia, la unità degli spiriti, anche se ottenuta col ferro e col sangue”(4).</p>
<p>A tali invocazioni Einaudi rispondeva fermamente, tanto da voler abbozzare un “inno, irruente ed avvincente … alla discordia, alla lotta, alla disunione degli spiriti”. Perché, si chiede Einaudi, si dovrebbe mai volere che lo stato abbia un proprio ideale di vita a cui “debba napoleonicamente costringere gli uomini ad uniformarsi… perché una sola religione e non molte, perché una sola opinione politica o sociale o spirituale e non infinite opinioni?”.</p>
<p>Nel rispondere a queste domande retoriche Einaudi fa ricorso al tema classico del conflittualismo liberale, il tema che sessant’anni prima era stato magnificamente esposto nel volume On Liberty di John Stuart Mill. Ed anche qui il richiamo non è affatto casuale: nel 1925, e siamo nel pieno della temperie fascista, Einaudi scriverà una breve ma intensa prefazione alla edizione di On Liberty edita da Piero Gobetti, descrivendo il libro del filosofo ed economista inglese come “il libro di testo di una verità fondamentale: l’importanza suprema per l’uomo e per la società di una grande varietà di tipi e di caratteri e di una piena libertà data alla natura umana di espandersi in innumerevoli e contrastanti direzioni”.</p>
<p>Questa sintesi einaudiana fa il paio con il principio milliano (5) “la verità può diventare norma di azione solo quando ad ognuno sia lasciata amplissima libertà di contraddirla e di confutarla. È doveroso non costringere un’opinione al silenzio, perché questa opinione potrebbe essere vera. Le opinioni erronee contengono sovente un germe di verità. Le verità non contraddette finiscono per essere ricevute dalla comune degli uomini come articoli di fede (…) la verità, divenuta dogma, non esercita più efficacia miglioratrice sul carattere e sulla condotta degli uomini”.</p>
<p>Violando queste massime liberali perché protettive del conflitto di idee e di opinioni, prevale l’aspirazione all’unità, all’impero di uno solo: vana chimera, per dirla con Einaudi, l’aspirazione di chi abbia “un’idea, di chi persegue un ideale di vita e vorrebbe che gli altri, che tutti avessero la stessa idea ed anelassero verso il medesimo ideale” (6).</p>
<p>Così, però, ammonisce l’economista piemontese, non deve essere: “il bello, il perfetto non è l’uniformità, non è l’unità, ma la varietà ed il contrasto”. Da queste premesse, che sono come si è visto premesse di indole etica e morale, deriva la vera obiezione di Einaudi contro i sostenitori dei regimi collettivisti, o pianificatori, o protezionisti.</p>
<p>Al liberalismo, infatti, ripugna un assetto collettivista in quanto in un simile assetto, affinché possa funzionare, non può esistere libertà dello spirito, libertà del pensiero, in quanto quei regimi economici – se si escludono i modelli comunitari volontari tipici, ad esempio, dei vecchi conventi, o dei tentativi degli Owen, dei Cabet, dei Fourier di creare società comunistiche – devono necessariamente fare affidamento ad una struttura gerarchica della società, in cui il rapporto tra uomo e uomo non può essere rapporto improntato al principio di libertà bensì al suo opposto, al principio di dipendenza.</p>
<p>Ed allora, ecco che il parallelo di Einaudi, che poi è l’alternativa tra i due modelli, è rappresentato dalla necessaria ed intima relazione intercorrente tra le istituzioni sociali ed economiche rispetto all’ambizione dell’uomo.</p>
<p>L’uomo moralmente libero, e così la società composta da uomini siffatti e che condividano il sentimento di profonda dignità della persona, non potrà che creare, o tentare di creare, istituzioni economiche simili a sé stesso (7).</p>
<p>In una società dove tutto è dello stato, dove non esiste proprietà privata salvo quella di pochi beni personali, dove la produzione sia organizzata collettivamente, per mezzo di piani programmati centralmente, quali individui avranno maggior facilità di emergere? Non saranno certo i migliori, ammonisce Einaudi, bensì i “procaccianti”, coloro i quali fanno premiare l’intrigo al posto dell’emulazione.</p>
<p>E sarà sempre su queste basi morali ed etiche che Einaudi rifiuterà la nuova economia di Walter Rathenau, ritenendo il tipo di economia proposto dal tedesco come assolutamente inconciliabile con l’idea di stato liberale (8).<br />
Il vero contrasto, infatti, non è tra anarchia ed organizzazione, niente affatto. Il vero discrimine corre tra l’obbligo di adottare un dato metodo di organizzazione, da un lato, e la libertà di scegliere tra parecchi metodi concorrenti, di sostituire l’uno all’altro, di usarne contemporaneamente parecchi o molti.</p>
<p>Il primo metodo è proprio di coloro i quali abbian saggiato il frutto dell’autorità, del comando, mentre il secondo metodo è quello delle persone cui la scienza e l’esperienza abbiano fatto persuase che l’unica, “la vera garanzia della verità è la possibiltà della sua contraddizione, che la principale molla di progresso sociale e materiale è la possibilità di cercare di adottare nuove vie senza il consenso dei dottori dell’università di Salamanca, senza attendere le direttive delle ‘superiori autorità’” (9).</p>
<p>La storia dell’uomo aveva quindi dimostrato la lotta, ed alla fine: la supremazia, di quell’ideale di stato il quale si vuole astenere dall’imporre “agli uomini una foggia di vita. Con le guerre di religione, gli uomini vollero che non ci fosse una unità religiosa imposta dallo stato. Con le guerre di Luigi XIV, di Napoleone, e con quella ora terminata [la Prima Guerra Mondiale, N.dA.] gli uomini combatterono contro l’idea dello stato il quale impone una forma di vita politica, di vita economica, di vita intellettuale. Vinse, e non a caso, quella aggregazione di forze militari, presso cui lo stato è concepito come l’ente il quale assicura l’impero della legge (…) all’ombra del quale gli uomini possono sviluppare le loro qualità più diverse, possono lottare fra di loro, per il trionfo degli ideali più diversi. Lo stato limite, lo stato il quale impone limiti alla violenza fisica, al predominio di un uomo sugli altri, di una classe sulle altre, il quale cerca di dare agli uomini le opportunità più uniformemente distribuite per partire verso mete diversissime o lontanissime le une dalle altre. L’impero della legge come condizione per l’anarchia degli spiriti”(10).</p>
<p>Einaudi, si è detto, non fu un sistematico, non fu un dottrinario. Ma fu coerente. La sua coerenza vedeva perfettamente che per assicurare il pieno sviluppo della personalità umana l’intervento dello stato era non solo opportuno ma necessario. Se infatti lo stabilire i fini e gli obiettivi di una società è opera che spetta ai politici o ai filosofi, il ruolo degli economisti diviene quello di indicare via via i mezzi migliori per il raggiungimento di tali obiettivi. Ma in questo il liberismo non opera come un principio economico, non è qualcosa che si contrapponga al liberalismo etico (11): è una soluzione concreta che gli economisti daranno a quel problema loro affidato per meglio comprendere quale sia lo strumento più perfetto per raggiungere quel fine stabilito dal politico o dal filosofo.</p>
<p>E questi strumenti saranno quelli idonei a condurre la “lotta a fondo contro tutti coloro che nelle industrie, nei commerci, nelle banche, nel possesso terriero hanno chiesto i mezzi del successo ai privilegi, ai monopoli naturali ed artificiali, alla protezione doganale, ai divieti di impianti di nuovi stabilimenti concorrenti, ai brevetti a catena micidiali per gli inventori veri, ai prezzi alti garantiti dallo stato” (12). Ed ancora, saranno necessarie, sempre, le leggi di protezione dei più deboli come le leggi di protezione ed assistenza degli invalidi al lavoro, degli anziani, il divieto di lavoro minorile, l’accesso alla istruzione scolastica per i capaci e meritevoli privi di mezzi, il riconoscimento non solo della libertà sindacale ma della pluralità dei sindacati e del loro ruolo nel pareggiare la forza contrattuale degli imprenditori, ovvero quella stessa libertà (liberale) che aveva fatto alzare la testa agli operai del biellese che Einaudi aveva seguiti e di cui raccontò, ammirato, la dignità delle loro conquiste, elogiando non il socialismo autoritario bensì il socialismo sentimento.</p>
<p>Insomma, per il liberale, e in questo senso: per il liberista, l’intervento dello stato – l’impero della legge – sempre sarà necessario ogni qualvolta non si riesca diversamente a garantire l’uguaglianza dei punti di partenza, senza privilegi di nascita, nella corsa della vita. La corsa, ed il suo esito, dipenderà poi dai talenti di ciascuno – l’anarchia degli spiriti.</p>
<p>Ed all’economista, in ogni caso, spetterà sempre l’ingrato compito di ricordare al politico che vicino alle Oche del Campidoglio, simbolo del successo e della popolarità, si trova la Rupe Tarpea, dove si rischia di finire se non si rispettano le regole ed i principi della buona economia. Perché, dopo tutto, gli economisti piuttosto che esser divisi in fantocci dovrebbero esser divisi, come ricordava Maffeo Pantaleoni, in sole due schiere: da una parte coloro i quali conoscono la scienza economica e, dall’altra parte, coloro i quali non la conoscono.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.stradeonline.it/diritto-e-liberta/4875-l-impero-della-legge-e-l-anarchia-degli-spiriti-il-liberismo-morale-di-luigi-einaudi"><em><strong>Strade Online</strong></em></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 10pt;">(1) N. Bobbio, Profilo ideologico del novecento, Milano, 1990, 105.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(2) L. Einaudi, Corriere della Sera, 22 agosto 1948, ora ne Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Torino, 1956, 7-11.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(3) L. Einaudi, Verso la città divina, in Rivista di Milano, 20 aprile 1920. 285-287, ora in L. Einaudi, Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Bari 1954, 32-36.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(4) L. Einaudi, Verso la città divina, op. loc. cit.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(5) J.S. Mill, La libertà (1860), ed. Piero Gobetti, 1925, 3-6.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(6) L. Einaudi, Verso la città divina, op. loc. cit.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(7) L. Einaudi, Il nuovo liberalismo, in La Città Libera, 15 febbraio 1945, 3-6.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(8) L. Einaudi, in La Riforma Sociale, sett.-ott. 1918, 453-458 e passim.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(9) L. Einaudi, ult. loc. cit.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(10) L. Einaudi, Verso la città divina, op. cit.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(11) L. Einaudi, Liberismo e liberalismo, in La Riforma Sociale, marzo-aprile 1931.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(12) L. Einaudi, Lineamenti di una politica economica liberale, Roma, Partito liberale italiano, 1943.</span></p>
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		<title>L’eredità einaudiana che pochi rivendicano</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/leredita-einaudiana-che-pochi-rivendicano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Folli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Mar 2024 18:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alla vigilia dei 150 anni dalla nascita di Luigi Einaudi è persino stucchevole misurare la distanza tra lo statista piemontese, grande economista nonché primo presidente eletto della Repubblica, e l’attuale classe politica. Senza distinzioni di schieramento, s’intende. Salvo le solite rare eccezioni, l’eredità einaudiana si è dispersa. Qualcuno ne prende un pezzo alla bisogna, come un frutto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Alla vigilia dei 150 anni dalla nascita di Luigi Einaudi è persino stucchevole misurare la distanza tra lo statista piemontese, grande economista nonché primo presidente eletto della Repubblica, e l’attuale classe politica. Senza distinzioni di schieramento, s’intende. Salvo le solite rare eccezioni, l’eredità einaudiana si è dispersa. Qualcuno ne prende un pezzo alla bisogna, come un frutto dall’albero. Ma il gesto assomiglia sempre più all’omaggio che il vizio rende alla virtù. Eppure nessuno più di Einaudi avrebbe le caratteristiche per incarnare un modello di riferimento sul piano etico prima ancora che politico.</p>
<p>C’è una sinistra che afferma di voler dialogare e confrontarsi con una “destra europea”, finalmente guarita dalle sue tare. E chi meglio di Einaudi da indicare come traguardo? Ma chissà se si desidera davvero questo: una destra normale e autorevole, in luogo di un mosaico disordinato contro cui è facile sollevare la polemica quotidiana, quasi sempre ripetitiva nelle modalità e negli argomenti. D’altro canto, c’è una destra che almeno in qualche sua componente dichiara di volersi ispirare alle forze moderate del mondo occidentale, così da rendere l’alternanza al governo del paese un meccanismo ben oliato e privo di spigoli. Ma di nuovo: è proprio così? Nessuno a destra, salvo la minoranza liberale che è un’altra storia, ha mai avuto la tentazione di adottare Einaudi come emblema. Tutti preferiscono nuotare in un piccolo stagno fatto di populismo, parole d’ordine contro in”poteri forti”, difesa delle corporazioni, chiusure provinciali. All’economista del tempo che fu si riserva nelle occasioni speciali una generosa dose di retorica: “L’alfiere delle libertà” e via alle variazioni sul tema. Difficile dire se Einaudi avrebbe gradito queste esercitazioni, lui che della retorica era il nemico numero uno.</p>
<p>Pragmatico e minimalista, era un uomo che credeva in modo rigoroso nelle istituzioni senza essere (o forse proprio per questo) un uomo politico in senso stretto. Ma era guidato da un’idea straordinaria della moralità nella cosa pubblica e al tempo stesso, una volta salito al Quirinale, seppe come difendere tutte le sue prerogative quale presidente della Repubblica. In questo campo, almeno, la sua lezione non è andata del tutto perduta: alcuni suoi successori in tempi recenti, da Ciampi a Mattarella, l’hanno raccolta e reinterpretata, adeguandola ai tempi mutati. Resta il fatto viceversa che il banchiere umanista dice poco o nulla al mondo politico e parlamentare. Certo, una dichiarazione non si nega a nessuno nelle date canoniche, ma poi tutto finisce lì. Del resto, Einaudi era il simbolo con De Gasperi di un’Italia che si risollevava dalla guerra e guardava avanti con ottimismo. L’Italia di oggi fatica a scrollarsi di oggi l’immagine di un declino inesorabile che non è certo cominciato adesso, ma ci condiziona da anni. Con pochi momenti in controtendenza.</p>
<p>Vedremo. Senza dubbio i più sinceri nel ricordo di questo “liberista” che credeva nel ruolo dello Stato, purché non fuoriuscisse dagli argini; che odiava lo spreco del denaro pubblico e giudicava la vessazione fiscale a danno dei contribuenti un fallimento del governo, i più sinceri — dicevamo — saranno i membri della Fondazione Einaudi, saranno alcuni studenti della Bocconi e della Luiss, sarà “Libro Aperto” di Antonio Patuelli. Eppure questo conservatore in economia che era stato un collaboratore di Gobetti, in un sorprendete miscuglio di slanci giovanili quasi sovversivi e di rigore negli studi, ha rappresentato come pochi il senso della rinascita italiana. Un uomo del tardo Risorgimento che avrebbe qualcosa da insegnare oggi a chi ha smarrito la memoria storica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.repubblica.it/commenti/2024/03/21/news/il_punto_del_22_marzo_2024-422354071/"><em><strong>La Repubblica</strong></em></a></p>
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		<title>Raymond Aron, lungimiranza di un liberale realista</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/raymond-aron-lungimiranza-di-un-liberale-realista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Perfetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Feb 2024 14:31:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[Raymond Aron]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando, alla fine degli anni &#8217;60, esplose la contestazione studentesca con quel che seguì in tutta Europa, negli ambienti della parigina Rive Gauche era diffuso uno slogan: &#8220;Meglio aver torto con Sartre piuttosto che aver ragione con Aron&#8221;. Oggi nessuno vorrebbe sottoscrivere una affermazione del genere. Mentre il ricordo di Jean-Paul Sartre è ridotto al [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando, alla fine degli anni &#8217;60, esplose la contestazione studentesca con quel che seguì in tutta Europa, negli ambienti della parigina Rive Gauche era diffuso uno slogan: &#8220;Meglio aver torto con Sartre piuttosto che aver ragione con Aron&#8221;. Oggi nessuno vorrebbe sottoscrivere una affermazione del genere. Mentre il ricordo di Jean-Paul Sartre è ridotto al rango di testimonianza delle illusioni delle prime generazioni del dopoguerra, la considerazione per il pensiero di Raymond Aron (1905-83) è andata crescendo e consolidandosi nel tempo, un po&#8217; ovunque. E ciò sia pure attraverso &#8220;letture&#8221; diverse della sua speculazione.</p>
<p>Come fa notare Agostino Carrino nel recente saggio <em>Raymond</em> Aron (IBL Libri, pagg. 172, euro 14) di &#8220;letture&#8221; se ne potrebbero individuare almeno tre: neokantiana, neoaristotelica e machiavelliano-tocquevilliana. Ma io credo che al di là delle etichette il carattere immediatamente riconoscibile della speculazione aroniana sia il realismo politico. Egli infatti si è formato sul pensiero dei grandi maestri del realismo, da Machiavelli a Tocqueville fino a Weber. E ciò anche se l&#8217;incontro intellettuale per lui più stimolante e denso di conseguenze fu proprio quello con Max Weber (1864-1920), avvenuto nella Germania weimariana dell&#8217;inizio degli anni &#8217;30.</p>
<p>Aron era giunto a Berlino da Parigi con un dottorato e un bagaglio di frequentazioni intellettuali &#8211; da Sartre a Nizan, da Lagache a Marrou &#8211; varie e interdisciplinari. A Berlino scoprì la filosofia tedesca: le sue letture oscillarono attorno a due poli: Husserl e Heidegger da una parte, e i sociologi, la scuola neokantiana, Rickert e Weber, dall&#8217;altra parte. Weber, che proveniva dal neokantismo, lo affascinò per la sua visione della storia universale, l&#8217;attenzione all&#8217;epistemologia, le riflessioni sulla condizione esistenziale dell&#8217;individuo. In tarda età, ricordando quell&#8217;esperienza, egli avrebbe scritto che &#8220;leggendo Max Weber&#8221; gli sembra di sentire &#8220;i frastuoni, gli scricchiolii della nostra civiltà&#8221;.</p>
<p>La lezione weberiana, soprattutto, gli fece scoprire due imperativi ai quali egli, Aron, avrebbe sempre conformato la propria condotta di studioso e di commentatore: da un lato, la volontà di osservare e cogliere la verità nel reale e, dall&#8217;altro lato, l&#8217;intenzione di agire come uno spectateur engagé. In Germania potè assistere alla fine della Repubblica di Weimar, una repubblica &#8211; come si disse allora &#8211; senza repubblicani: una repubblica &#8211; lo avrebbe scritto nelle sue memorie &#8211; dominata da una intellighenzia di sinistra che &#8220;odiava troppo il capitalismo e non temeva abbastanza il nazismo&#8221; per assumersi la difesa del regime. L&#8217;avvento al potere di Hitler cominciò a farlo riflettere: rimase colpito dalla naturalezza o indifferenza con cui i tedeschi accoglievano il brulicare di uniformi brune nella capitale.</p>
<p>A quell&#8217;epoca Aron si professava ancora progressista, temeva contatti e collusioni con la destra, continuava a frequentare i colleghi di studio impegnati a sinistra. Poi, a chi gli rimproverava certi ambigui compagni di viaggio, avrebbe risposto: &#8220;Si scelgono gli avversari, non si scelgono gli alleati&#8221;. Rientrato in Francia, il recupero del patriottismo dell&#8217;infanzia e della famiglia in opposizione al pacifismo e al mal definito socialismo era cosa fatta. Gli anni in Germania avevano avuto grande peso nella sua educazione politica perché si era reso conto che la politica è irriducibile alla morale. Il nazismo gli aveva mostrato la &#8220;potenza delle forze irrazionali&#8221; e Weber gli fece capire che bisognava prestare attenzione non tanto alle &#8220;proprie intenzioni&#8221; quanto alle &#8220;conseguenze delle proprie scelte&#8221;.</p>
<p>Nel &#8217;38 Aron pubblicò un libro di grande interesse: <em>Introduzione alla filosofia della storia</em>. Accanto alla teorizzazione del relativismo storico e al rigetto di ogni concezione deterministica del divenire, vi sosteneva una tesi che ne chiarisce le scelte intellettuali. Per poter &#8220;pensare politicamente&#8221; in una società &#8211; osservava &#8211; è necessario optare prima fra l&#8217;accettazione e il rifiuto del tipo di società nella quale si vive. Aron optò in favore della società democratico-liberale e l&#8217;intera sua produzione è divenuta una sorta di filosofia della libertà, un inno alla libertà.</p>
<p>Come ben dimostra Carrino, Aron può essere definito &#8220;un liberale realista&#8221;, nemico di ogni dogmatismo ideologico. Le sue opere &#8211; dal celeberrimo <em>L&#8217;oppio degli intellettuali</em> (1953), impietoso saggio di critica al comunismo e alle utopie progressiste, pubblicato un anno prima del discorso di Kruscev al XX congresso del Pcus, fino alle ultime, tra cui mi piace ricordare il bellissimo <em>In difesa di un&#8217;Europa decadente</em> (1977) &#8211; sottintendono questa scelta di campo in favore della vecchia cara Europa, minacciata dal pericolo di autodistruzione da quando il morbo del &#8220;sinistrismo&#8221; si era impadronito della sua classe intellettuale impedendole equità e chiarezza di giudizio.</p>
<p>Per Aron l&#8217;anticomunismo fu un punto fermo: &#8220;lo professo senza rimorsi&#8221;, scrisse. Lucido e impietoso analista della politica, Aron in fondo, malgrado la sua vicinanza al gollismo da un certo momento in poi, non svolse mai attività politica vera e propria, neppure come consigliere di un principe. Eppure, il peso delle sue teorie si è fatto sentire e continuerà a farsi sentire.</p>
<p>La schiera dei suoi allievi e continuatori è molto nutrita: da Jean-Claude Casanova, che dirige la bella rivista <em>Commentaire </em>fondata da Aron nel &#8217;76, a Pierre Manent, dal grande storico François Furet ad Alain Besançon sino alla figlia Dominique Schnapper, sociologa e politologa di fama internazionale. Non fu per caso &#8211; mi sembra &#8211; che Henry Kissinger gli inviò una copia dei suoi ricordi apponendovi questa dedica: &#8220;To my teacher&#8221;, al mio maestro. Meglio non si sarebbe potuto omaggiare un pensatore come lui che novello Tocqueville ci aiuta non soltanto a penetrare nei recessi più segreti del nostro tempo, ma anche a liberarci dai cascami ideologici del secolo passato.</p>
<p><em><strong>Il Giornale </strong></em></p>
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		<title>La ricetta liberale di Einaudi contro le diseguaglianze</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-ricetta-liberale-di-einaudi-contro-le-diseguaglianze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jan 2024 17:24:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[disegualianze]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[luigi einaudi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 17 marzo 1874 nasceva Luigi Einaudi e quindi in questo 2024 si preparano i festeggiamenti (sobri, nello stile del personaggio) del 150° anniversario. II miglior modo per ricordare l&#8217;economista piemontese, che fu anche Governatore della Banca d&#8217;Italia, ministro del bilancio e Presidente della Repubblica dal 1948 al 1955, è ripercorrerne il lascito ideale che [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 17 marzo 1874 nasceva Luigi Einaudi e quindi in questo 2024 si preparano i festeggiamenti (sobri, nello stile del personaggio) del 150° anniversario. II miglior modo per ricordare l&#8217;economista piemontese, che fu anche Governatore della Banca d&#8217;Italia, ministro del bilancio e Presidente della Repubblica dal 1948 al 1955, è ripercorrerne il lascito ideale che emerge dagli scritti di economia, politica e filosofia. Analizzare le sue idee e rivolgerle al presente fa emergere l&#8217;attualità del suo pensiero. Partiamo dalla questione più dibattuta di questo periodo, la diseguaglianza. La diseguaglianza dovuta al merito è accettabile? Nella nostra società si produce per motivi legati al talento e all&#8217;impegno o per fattori esterni come la famiglia o l&#8217;intervento ottuso dello Stato e delle corporazioni? È comunque desiderabile limitarla? Per ragioni etiche o di efficienza del sistema economico?</p>
<p>Einaudi ha sempre inquadrato la sua visione nell&#8217;ottica della libertà. In questo senso era crociano, in quanto la libertà era vista come l&#8217;obbiettivo cui tendeva l&#8217;umanità e il liberismo era l&#8217;insieme delle teorie economiche per raggiungerla in modo efficiente. Tale sistema di pensiero, però, non implicava l&#8217;adesione ad un laissez-faire senza vincoli così come lo descriveva Croce (sul fatto che sia mai esistito questo famoso laissez-faire ci sarebbe da discutere. ma transeat). Lo statista di Dogliani, infatti, sulle orme di Adam Smith riteneva che lo Stato liberale avesse alcune funzioni essenziali come il mantenimento della pace interna ed esterna, la giustizia, le opere pubbliche, l&#8217;istruzione. In generale «lo Stato interviene per fissare le norme di cornice entro le quali le azioni degli uomini possono liberamente muoversi; non ordina come gli uomini debbono comportarsi nella loro<br />
condotta quotidiana». È altrettanto vero, però, che se il criterio di giustizia operante nel mercato è quello del merito, per il quale ciascuno viene retribuito in proporzione all&#8217;apporto che dà alla produzione, è necessario che la competizione tra individui sia equa. Il modo per assicurare l&#8217;equità è la riduzione della disuguaglianza dei punti di partenza. Einaudi non era un&#8217;utopista, sapeva che una completa uguaglianza non sarà mai possibile: talento, capacità fisiche, ambiente di crescita incidono comunque sulle chance delle persone.</p>
<p>A meno che si voglia procedere ad una trasformazione distopica della società che si può trovare in alcuni romanzi in cui si costringono i belli a diventare brutti come in Harrison Bergeron di Kurt Vonnegut, bisogna intervenire in modo ragionevole. In Einaudi questo si traduce nella possibilità di accesso per tutti all&#8217;istruzione: «L&#8217;ente pubblico dovrà, fra l&#8217;altro, gradualmente provvedere a fornire ai ragazzi istruzione elementare, refezione scolastica, vestiti e calzature convenienti, libri e quaderni e ai giovani volenterosi, i quali diano prova di una bastevole attitudine allo studio, la possibilità di frequentare scuole medie ed università a loro scelta senza spesa». L&#8217;educazione potrà essere impartita da scuole pubbliche e private in competizione tra loro. L&#8217;economista si spinge ad ipotizzare un reddito minimo (il che può voler dire erogazioni in denaro o prestazioni di welfare, «l&#8217;estensione del campo dei servizi pubblici gratuiti»): «Il minimo di esistenza non è un punto di arrivo, ma di partenza: un&#8217;assicurazione data a tutti perché possano sviluppare le loro attitudini». È chiara la differenza con il reddito di cittadinanza all&#8217;amatriciana: si parla di un’associazione per sviluppare le attitudini, non per evitare il lavoro. Persino la pensione di vecchiaia è vista come atta a incoraggiare il risparmio.</p>
<p>Inoltre, Einaudi si rende conto che l&#8217;uguaglianza «nel punti di partenza» è ostacolata dal corporativismo che limita l&#8217;accesso alle professioni e nelle attività economiche (taxisti, balneari, notai: suona familiare?) e dalle situazioni di monopolio limitative della concorrenza (che per Einaudi è il vero motore dell&#8217;innovazione e della ricchezza) nonché l&#8217;emergere di nuove imprese che ovviamente redistribuiscono il reddito in modo efficiente. Interessante è un&#8217;ulteriore considerazione molto attuale vista l&#8217;emersione dei cosiddetti &#8220;super-ricchi&#8221; (i Musk, Zuckerberg e Bezos della situazione, oltre agli oligarchi dei regimi autoritari). Einaudi, difatti, riteneva che si potessero avvicinare i punti di partenza «secondo due linee: una è quella dell&#8217;abbassamento delle punte; l&#8217;altra quella dell&#8217;innalzamento dall&#8217;alto». Di qui la preferenza, pur all&#8217;interno di un regime di tassazione bassa e non opprimente, per le imposte di successione. Questa veloce panoramica mi sembra significativa di come il grande economista liberale avesse un approccio realista e riformista anche sulla diseguaglianza, sempre avendo in mente che il bene supremo da conservare era la libertà.</p>
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<p><strong><em>Affari &amp; Finanza, Repubblica</em></strong></p>
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		<title>Il libero commercio fa bene a tutti</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-libero-commercio-fa-bene-a-tutti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Sep 2023 16:48:01 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[commercio]]></category>
		<category><![CDATA[commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Nessuno ha mai visto un cane con un suo simile fare uno scambio deliberato e leale di un osso contro un altro osso. Nessuno ha mai visto un animale, coi suoi gesti o le sue grida naturali, far capire a un altro animale: &#8220;questo è mio, quello è tuo, io darei volentieri questo in cambio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Nessuno ha mai visto un cane con un suo simile fare uno scambio deliberato e leale di un osso contro un altro osso. Nessuno ha mai visto un animale, coi suoi gesti o le sue grida naturali, far capire a un altro animale: &#8220;questo è mio, quello è tuo, io darei volentieri questo<br />
in cambio di quello”.<br />
Il celebre passaggio di Adam Smith ci ricorda che l’uomo è portato allo scambio con i propri simili. E, in effetti, “in una società incivilita egli ha bisogno in ogni momento della cooperazione e dell’assistenza di moltissima gente, mentre tutta la vita gli basta appena per assicurarsi l’amicizia di poche persone”. Il riferimento a “moltissima gente” è essenziale perché implica che lo scambio è tendenzialmente senza confini, mentre all’epoca gli Stati nazionali adottavano una politica mercantilista, per la quale il commercio era un gioco a somma zero. La scoperta degli illuministi scozzesi, Hume e Smith, consisteva proprio nella dimostrazione che il libero commercio tra le nazioni faceva stare meglio tutti, sia chi importava che chi esportava e colui il quale formulò con maggiore rigore questa teoria fu un seguace di Adam Smith, l’inglese David Ricardo, di cui lo scorso 11 settembre ricorreva il 200° anniversario della morte.</p>
<p>La disquisizione non è puramente teorica. Mentre negli anni 90 la comunità internazionale (e quella scientifica) aveva accettato questo principio, da un po’ di anni si assiste alle difficoltà della globalizzazione. Sempre più spesso i governi impongono restrizioni al commercio. Alla base ci sono motivi politici, come per le sanzioni nei confronti di Stati-canaglia o guerrafondai; il timore di trasferimento di tecnologie strategiche verso Paesi ostili (esportazioni europee e americane verso la Cina); la genuflessione verso lobby interne (il blocco dell’importazione di grano ucraino da parte della Polonia) o infine la reazione ai sussidi statali a favore di imprese esportatrici (ancora una volta l’Ue verso la Cina). Persino i provvedimenti più giustificabili comportano conseguenze negative per entrambe le parti.</p>
<p>Torniamo ai nostri filosofi ed economisti del XVIII e del XIX secolo. Ebbene, David Hume, filosofoscettico scozzese, aveva già demolito le credenze protezionistiche nei suoi saggi Of Commerce, Of theBalance of Trade e Of Jeaulosy of Trade. Scriveva infatti che “l’incremento delle ricchezze e del commercio di una qualunque nazione, piuttosto che causare un danno di solito favorisce i Paesi limitrofi nell’acquisto di ricchezze e di commerci” anche perché la libertà di scambio costituisce uno stimolo positivo e “un incoraggiamento” per l’economia degli Stati circostanti. “All’inizio la merce è importata dall’estero con nostro grande disappunto, perché pensiamo che essa ci privi della nostra moneta; in un secondo tempo le competenze stesse vengono gradualmente importate, a nostro evidente vantaggio”: il commercio come veicolo di diffusione della conoscenza. Se nel passato gli stranieri “non ci avessero istruito, noi ora<br />
saremmo dei barbari”. Adam Smith, suo caro amico, lo spiegò con grande semplicità: “Per mezzo di vetrate, concimazioni e serre riscaldate si possono coltivare in Scozia ottime uve, e con esse si può fare anche dell’ottimo vino, con una spesa quasi trenta volte più alta di quella con cui si può far arrivare da Paesi stranieri un vino almeno altrettanto buono”. D’altronde “è una regola di condotta di ogni prudente capofamiglia quella di non cercare mai di fabbricare a casa ciò che costerebbe più far da soli che comprare”.</p>
<p>Sulle spalle dei due giganti si piazza David Ricardo, politico, uomo d’affari, economista che sviluppò la teoria del vantaggio comparativo. Nei suoi Principles of Political Economy and Taxation, il ragionamento è sviluppato in modo semplice: anche quando un Paese è più<br />
efficiente di un altro in due produzioni, comunque gli conviene specializzarsi in una. Poniamo che il Portogallo produca 1 bottiglia di vino con 5 ore di lavoro e un chilo di pane con 10 ore. L’Inghilterra, invece, produce la stessa bottiglia in 3 ore e il chilo di pane in un’ora. Sembrerebbe che all’Inghilterra convenga fare tutto a casa. Invece, il costo del Portogallo<br />
per produrre il vino, sebbene più alto che in Albione, è più basso rispetto al pane. Per ogni bottiglia prodotta, il Portogallo dà via 1⁄2 chilo di pane, mentre all’Inghilterra basta 1/3 di chilo. Quindi il Portogallo ha un vantaggio comparativo nel produrre il vino, mentre l’Inghilterra lo ha nel produrre il pane. Se Londra e Lisbona scambiano vino e pane 1 a 1, il Portogallo convertirà le 10 ore che gli ci vogliono per produrre il pane per fare 2 bottiglie di vino. Anche l’Inghilterra ci guadagna, perché per importare due bottiglie di vino dal Portogallo in cambio di due chili di pane, ci dovrà mettere due ore di lavoro, mentre per fare una bottiglia di vino ne impiega tre e quindi, con lo scambio immaginato, convertirà le 3 ore per sfornare 3 chili di pane e alla fine si troverà con una bottiglia in più (ne importa due) e un chilo di pane in più (gliene avanza uno). Ecco qui la teoria dei vantaggi comparativi spiegata senza complesse formule matematiche. Il mondo è diventato sempre più complicato ma la lezione di questi tre giganti si è dimostrata una delle più solide della teoria economica: ricordiamocelo.</p>
<p>Affari &amp; Finanza</p>
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