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	<title>Francia Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Francia Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Marine Le Pen ha ragione, ma se l’è cercata…</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/marine-le-pen-ha-ragione-ma-se-le-cercata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Apr 2025 09:40:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[garantismo]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Marine Le Pen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ieri il Rassemblement National è sceso in piazza a Parigi per contestare l’esclusione di Marine Le Pen dalle elezioni a causa della condanna comminatagli in primo grado per appropriazione indebita di fondi pubblici europei. Una decisione illiberale secondo la destra francese. Tesi sostenuta da un po’ tutti i leader sovranisti globali. La tesi è fondata. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri il Rassemblement National è sceso in piazza a Parigi per contestare l’esclusione di Marine Le Pen dalle elezioni a causa della condanna comminatagli in primo grado per appropriazione indebita di fondi pubblici europei. Una decisione illiberale secondo la destra francese. Tesi sostenuta da un po’ tutti i leader sovranisti globali. La tesi è fondata. Secondo una logica liberale, infatti, in uno Stato di diritto vige la presunzione di innocenza, sicché fino al terzo grado di giudizio non dovrebbe essere possibile coartare i diritti elettorali attivi e passivi di alcuno.</p>
<p>Si dà, però, il caso che chi oggi si indigna fino a ieri sia stato in prima fila nell’invocare “pene esemplari” per il ceto politico. Non risulta, infatti, che Marine Le Pen o altri esponenti del suo partito siano scesi in piazza per tutelare i diritti dei presidenti della Repubblica francese Sarkozy, Chirac e Macron o dei capi del governo Fillon e Juppé o dei ministri Cahuzac, Carignon e Delevoye quando la pubblica accusa (che, ma guarda il paradosso, in Francia e soggetta all’esecutivo) li ha incriminati. Risulta invece che in una trasmissione televisiva del 2013 Marine Le Pen abbia invocato l’“ineleggibilità a vita” per i politici colpevoli di “corruzione e frode fiscale”, ma anche di “appropriazione indebita e di occupazione fittizia”. E risulta che quando, nel 2016, il parlamento francese discusse ed approvò la legge Sapin 2, grazie alla quale oggi Le Pen è stata dichiarata ineleggibile, il Front National fosse in prima fila nel reclamare norme ancor più restrittive.</p>
<p>La legge Sapin 2 non prevede automatismi dopo il primo grado di giudizio, ma lascia alla magistratura il potere di decidere autonomamente. Nel caso di Marine Le Pen, i magistrati francesi hanno deciso di non attendere né il secondo né terzo grado di giudizio e di dichiararla subito ineleggibile. Una forzatura, certo, e forse anche una scelta politicamente orientata. Ma si tratta di una forzatura e di una scelta perfettamente coerenti con lo spirito della legge in questione e con il tenore del dibattito pubblico dal quale quella legge scaturì. Il dibattito pubblico, e il conseguente spirito della legge, furono infatti ispirati ai canoni classici di quello che viene comunemente definito “populismo penale”. Ovvero, quella strategia politica post giacobina che molto spesso incoraggia i partiti nuovi e/o antisistema a denunciare la corruzione endemica dell’establishment esibendo “mani” presunte “pulite” e invocando nuove fattispecie penali, oltre che l’abrogazione di vecchie guarentigie costituzionali.</p>
<p>Caso di scuola, in Italia, è il Movimento 5stelle. Ma alla stessa tipologia appartengono il cappio esibito dalla Lega nell’aula di Montecitorio, le monetine lanciate dai giovani di destra e di sinistra contro Craxi davanti all’hotel Raphael, il Salvini del “mettiamoli dentro e buttiamo la chiave”, la Meloni che nel 2022 sceglie di non sostenere il referendum sull’abolizione della legge Severino e sui limiti alla custodia cautelare…</p>
<p>Dopo aver lungamente indugiato sul fatto che Marine Le Pen è in realtà causa del proprio male, nei giorni scorsi Giuliano Ferrara ha così concluso un suo bel commento sul Foglio: “Una volta Berlusconi in un suo discorso celebre e criticatissimo, che ricordo molto bene, disse che aveva il diritto di essere giudicato in prima istanza dai suoi “pari”. Lo accusarono di volere un privilegio di casta. Invece richiamava il principio, sancito nella Costituzione italiana da fior di delinquenti come Moro, Nenni, Togliatti, De Gasperi, Calamandrei e molti altri, dell’immunità parlamentare, principio travolto dall’ondata giustizialista dei primi anni Novanta. Si deve distinguere tra eletti e cittadini comuni, è l’unica distinzione giurisdizionale lecita in una democrazia liberale. In caso contrario il rischio è che i tribunali taglino la testa al popolo (caso Le Pen) o che il popolo tagli la testa ai tribunali (caso Trump)”. Ferrara sembra auspicare che, essendo ormai giunti al governo, i campioni del populismo penale abbiano il coraggio di ripristinare le garanzie che i padri costituenti vollero riconoscere al ceto politico, a partire dall’immunità parlamentare. Se davvero lo pensa, purtroppo si illude.</p>
<p><em><a href="https://www.huffingtonpost.it/esteri/2025/04/06/news/marine_le_pen_affilare_la_lama_del_boia_che_ti_taglia_la_testa-18857687/"><strong>HuffingtonPost</strong></a></em></p>
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		<title>Manifestarsi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/manifestarsi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Oct 2023 15:20:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Francia e in Germania hanno proibito le manifestazioni a favore della causa palestinese. Sono manifestazioni che utilizzano il popolo palestinese quale ostaggio verbale, come Hamas lo usa quale ostaggio materiale. Alla Fiera di Francoforte hanno deciso di sospendere la consegna di un riconoscimento a una scrittrice palestinese, conosciuta per le sue tesi anti israeliane. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In Francia e in Germania hanno proibito le manifestazioni a favore della causa palestinese. Sono manifestazioni che utilizzano il popolo palestinese quale ostaggio verbale, come Hamas lo usa quale ostaggio materiale. Alla Fiera di Francoforte hanno deciso di sospendere la consegna di un riconoscimento a una scrittrice palestinese, conosciuta per le sue tesi anti israeliane. Si tratta di due errori. Le manifestazioni non si proibiscono (salvo che non ricorrano specifici problemi di ordine pubblico) e i premi assegnati si consegnano (semmai interrogandosi sui criteri d’assegnazione). Il perché non si trova soltanto nel generico e pur importante fatto che noi siamo il mondo libero e difendiamo la libertà dei nostri avversari e di chi la pensa diversamente da noi, ma risiede nella convenienza: le ragioni della civiltà non devono temere le parole di chi le mette in discussione, non devono avere timore.</p>
<p>È facile osservare che manifestazioni a favore della (presunta) causa palestinese sono possibili nelle nostre strade, mentre non lo è vederne a favore di Israele in Cina o in Russia. Il che vale anche per la libertà di culto: è facile trovare moschee dalle nostre parti, meno trovare chiese in tante (non tutte) aree musulmane. Vero, ma non c’è un solo buon motivo per cui si debba aspirare ad assomigliare al peggio essendo il meglio.</p>
<p>Non è saggio togliere la parola, lo è darla. E ritrovarla. Gli estremisti si amano fra di loro e si scambiano vicendevolmente la legittimazione: esisto e sono violento perché c’è quell’altro che esiste ed è violento; tolgo la parola perché quell’altro non riconosce la libertà di parola; affermo essere unica la mia identità religiosa perché quell’altro vuole che sia unica la sua. Sono colleghi. Il che capita anche in politica ed è la ragione per cui le piazze d’Israele erano piene di vita e opposizione, prima che Hamas le riempisse di morte: il governo provava a svellere i cardini del diritto, cercando la forza nel perdurare del nemico alle porte. Finché il nemico le ha sfondate. Gli estremisti collaborano fra loro, li si combatte collaborando fra ragionevoli.</p>
<p>Il guaio è che gran parte dei ragionevoli rinunciano alla parola o la danno per scontata. Invece si potrebbe perderla, continuando a dire che sono “tantissimi” i manifestanti anti occidentali, mentre sono ben più numerosi i cittadini della libertà. Il guaio è lasciare la piazza agli estremisti. Compresa la piazza digitale. Invece non si dovrebbe mai lasciare senza replica, non si dovrebbe mai smettere di esporre le proprie idee e richiamare i fatti. Questo è il modo per combattere i nemici della storia.</p>
<p>Una digressione su casa nostra. Per ricordare l’infamia del 16 ottobre 1943, quando la comunità ebraica di Roma fu rastrellata e inviata alla morte, la presidente del Consiglio ha detto che si tratta di «uno dei crimini più efferati che la storia italiana abbia conosciuto», perpetrato dai «nazisti con la complicità fascista». Lo sapevamo già, ma va sottolineato un miliardo di volte e vanno valorizzate le parole di chi è cresciuto sulla scia dell’ammirazione verso il fascismo. O vogliamo essere così ipocriti da negare il valore di quelle parole e il disvalore di quella provenienza? Si deve essere ottusi per non capire che la giusta posizione di politica estera del governo italiano, sia sulla questione ucraina che su quella israeliana, discende dall’avere rinnegato quell’orrida radice. E si deve essere ciechi per non accorgersi che nel governo ci sono diverse posizioni. Così come nell’opposizione. La parola serva a non tacerlo.</p>
<p>Israele è un bastione della libertà occidentale, come l’Ucraina è una trincea della sicurezza occidentale. Né Israele né l’Ucraina sono la perfezione, perché la perfezione è dei pazzi assassini, invasati e mistici. Ma l’attacco a Israele e all’Ucraina viene dai nemici del nostro mondo. A quanti, in casa nostra, si schierano da quella parte non va tolta la parola: vanno ricoperti di parole, colpo su colpo, senza nulla concedere.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>Il gusto tutto francese per la violenza</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-gusto-tutto-francese-per-la-violenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jul 2023 16:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[rivolte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre non era algerino e non crebbe in una banlieu. Crebbe ad Arras, nel nord della Francia, figlio di un avvocato e discendente di una famiglia che nell’ancien régime esercitava la professione notarile. Eppure, prima di rimetterci a sua volta la testa, Robespierre e con i suoi giacobini fecero della violenza lo strumento [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre non era algerino e non crebbe in una banlieu. Crebbe ad Arras, nel nord della Francia, figlio di un avvocato e discendente di una famiglia che nell’ancien régime esercitava la professione notarile. Eppure, prima di rimetterci a sua volta la testa, Robespierre e con i suoi giacobini fecero della violenza lo strumento della loro lotta politica e, in difesa del “popolo”, aggredirono il Potere e giustiziarono serenamente diverse migliaia di concittadini. Lo fecero, naturalmente, in nome della democrazia e della giustizia sociale.</p>
<p>Non erano algerini, e non vivevano nelle banlieu, i capipopolo che nel maggio del 1968 animarono la rivolta, una “rivoluzione mancata” secondo molti, che infiammò tutte le democrazie occidentali tanto da dare all’anno che la partorì la dignità maiuscola d’un fatto storico: il Sessantotto. Una radicale delegittimazione del potere costituito, dei suoi principi, dei suoi miti e dei suoi simboli.</p>
<p>Non erano algerini, e non vivevano nelle banlieu, i tanti terroristi italiani e non solo italiani a cui lo Stato francese ha riconosciuto e riconosce un diritto d’asilo, con ciò dimostrando quanto sia insito nel carattere nazionale francese, tanto da diventare principio ispiratore della prassi istituzionale, il riconoscimento della sovversione violenta come frutto della naturale ricerca della libertà e, in coerenza con la teoria dell’abate, francese, Sieyés, il tirannicidio come atto profondamente legittimo, per non dire doveroso.</p>
<p>Non erano algerini, e non vivevano nelle banlieu, i capi e i militanti dell’Oas, il movimento paramilitare insurrezionalista che negli anni Sessanta si oppose a suon di bombe all’indipendenza dell’Algeria in nome di una Grande Francia imperialista. In ciò rappresentando solo una piccola tessera del variopinto mosaico di cui si compone l’estremismo culturale e politico della destra francese: dal padre di tutti i razzisti, il marchese de Gobineau, all’Affaire Dreyfus, all’Action Francaise, al cattolico Joseph De Maistre, alla Repubblica di Vichy… fino a Jean-Marie Le Pen e soprattutto a sua figlia Marine. Tutti fenomeni politici piuttosto estremi ma sempre radicati in segmenti nient’affatto marginali della società francese, di cui hanno espresso ed esprimono fedelmente sentimenti e pulsioni.</p>
<p>Non erano algerini, e non vivevano nelle banlieu, i leader della rivolta dei gilet gialli e le centinaia di migliaia di loro seguaci che dal novembre 2018 hanno paralizzato Parigi e altre duecento città francesi formalmente per protestare contro l’aumento del prezzo della benzina. Erano rappresentanti del cosiddetto ceto medio. Ceto precipitato socialmente, in Francia come ovunque, in conseguenza della crisi finanziaria del 2008.</p>
<p>Si parla tanto di integrazione. Ed è un bene che se ne parli, essendo il tema evidentemente centrale. Tuttavia, visti i precedenti storici e tenendo conto del fatto che ad animare le rivolte odierne in Francia sono le seconde e terze generazioni di immigrati, dunque cittadini francesi a tutti gli effetti, viene da pensare che questa violenta rivolta dei ventenni magrebini sia il miglior segno della loro avvenuta integrazione. Ora che sono francesi, dei francesi possono legittimamente esercitare la violenza. Ovviamente giustificata con nobili motivazioni di giustizia sociale.</p>
<p>L’anomalia è che ai ribelli stavolta mancano una matrice culturale e una rappresentanza politica. Il monito e che, come la Storia insegna, il più delle volte le peculiarità “rivoluzionarie” francesi si sono fatte prassi nell’intero mondo occidentale, capitalista e industrializzato.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/esteri/2023/07/03/news/il_gusto_francese_per_la_violenza_prima_delle_banlieue-12557409/#:~:text=Maximilien%2DFran%C3%A7ois%2DMarie%2DIsidore,r%C3%A9gime%20esercitava%20la%20professione%20notarile."><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
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		<item>
		<title>Favori a sfavore</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/favori-a-sfavore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 May 2023 17:03:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono problemi che nascono dai successi. L’Unione europea non è affatto solo un mercato comune, ma uno spazio libero di circolazione e di condivisione, con regole che coinvolgono molti aspetti della vita collettiva e privata. È normale abbia un dibattito politico altrettanto libero. Questo, però, non deve coinvolgere il rapporto fra Stati. Ci sta [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono problemi che nascono dai successi. L’Unione europea non è affatto solo un mercato comune, ma uno spazio libero di circolazione e di condivisione, con regole che coinvolgono molti aspetti della vita collettiva e privata. È normale abbia un dibattito politico altrettanto libero. Questo, però, non deve coinvolgere il rapporto fra Stati. Ci sta che forze politiche di Paesi diversi si esprimano su politici e faccende altrui.<br />
Va benissimo. Purché non siano denominati come fossero l’intero loro Paese. L’opposizione che critica il governo italiano non è “contro l’Italia”, se critico il governo francese non sono “contro la Francia”. Il guaio di certe recenti uscite francesi è che sono errori gravi. Si potrebbe<br />
osservare che il governo Meloni, sull’immigrazione, non sta facendo quanto “promesso” e stanzia soldi (giustamente) per i centri di accoglienza. I francesi che la attaccano per l’opposto, in fondo, le fanno un piacere. Lo facciano anche a sé stessi: pensino, prima di aprire bocca.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La consapevolezza che manca agli Stati europei</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-consapevolezza-che-manca-agli-stati-europei/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Panebianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Apr 2023 16:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[macron]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Indispensabile, irrealizzabile. Accostando questi due aggettivi si comprende in che cosa consista il dramma europeo. Come dimostra, da ultimo, anche il viaggio del presidente francese Emmanuel Macron in Cina. Mentre l’Europa avrebbe bisogno di una maggiore integrazione per fronteggiare le crescenti minacce alla sicurezza di tutti noi europei, forze potenti, soprattutto il peso e la [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Indispensabile, irrealizzabile. Accostando questi due aggettivi si comprende in che cosa consista il dramma europeo. Come dimostra, da ultimo, anche il viaggio del presidente francese Emmanuel Macron in Cina. Mentre l’Europa avrebbe bisogno di una maggiore integrazione per fronteggiare le crescenti minacce alla sicurezza di tutti noi europei, forze potenti, soprattutto il peso e la pressione del passato sul presente, rendono quasi impossibile (il «quasi» è una concessione alla imprevedibilità del futuro) realizzarla.</p>
<p>Il più «europeista» dei presidenti francesi, Macron, ha incontrato Xi Jinping in veste di francese, non di europeo.  L’Europa, in quel viaggio, è stata rappresentata dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen ma ha fatto da contorno: una spruzzatina di europeismo su una missione «francese». C’era qualcosa di paradossale. Da un lato, un presidente della Francia che ha sempre l’obbligo di fingersi (perché questo impone la cultura politica nazionale di cui è espressione) il rappresentante di ciò che non c’è più da un pezzo: la grande potenza che la Francia è stata nei secoli passati.</p>
<p>Dall’altro lato, il capo di una superpotenza che mentre stringeva la mano a Macron probabilmente pensava: è solo questione di tempo e questi europei me li comprerò tutti. E difatti, il business è stato in quell’incontro l’unica cosa concreta.</p>
<p>In coincidenza con la nuova prova di forza della Cina contro Taiwan, Macron ha rilanciato ora, in polemica con gli Stati Uniti, l’idea di una «autonomia strategica» europea, di una Europa capace di tutelare i propri interessi, divergenti da quelli dell&#8217;America (sottinteso: Taiwan non ci riguarda). Può affascinare certi europei ma si colloca nel solco della tradizione gollista. È l’idea di un’Europa a egemonia francese. Macron si guarda bene dal dire che è pronto a cedere all’Unione il seggio francese all’Onu o di metterle a disposizione la sua forza nucleare. Gli altri governi (tedesco intesta) non possono che essere scettici. Macron sembra parlare più ai francesi che agli altri europei.</p>
<p>Ma non si tratta di gettare la croce sulla Francia. Gli ostacoli a una maggiore integrazione riguardano tutti gli Stati europei, nessuno escluso. È difficile il passaggio dalla «età dell’innocenza» alla «età della consapevolezza». C’è stato un tempo in cui eravamo così «innocenti», così ingenui, da pensare che un giorno, grazie all’integrazione economica, il mercato unico, l’euro eccetera, l’integrazione politica ci sarebbe caduta in grembo come un frutto maturo. Vero che non tutti erano d’accordo. I federalisti spinelliani pensavano che occorresse uno scatto<br />
consapevole, un atto di volontà politica. Ma non dubitavano del fatto che quell’atto fosse possibile. Stiamo entrando, ahinoi, nell’età della consapevolezza. Cominciamo a capire quanto potenti, e forse insormontabili, siano gli ostacoli a una maggiore integrazione che tuttavia dobbiamo continuare ad augurarci, soprattutto a causa dei cambiamenti in atto negli equilibri mondiali. Che faremmo se un giorno gli Stati Uniti decidessero che l’alleanza con l’Europa non è più per loro una priorità? Gli europei antiamericani stapperebbero bottiglie di champagne ma, in assenza di integrazione politica e militare, per l’Europa si tratterebbe del passaggio da una lunga fase di pace, sicurezza e benessere a una fase in cui nessuno di quei beni potrebbe più essere garantito. E sarebbe, probabilmente, anche l’inizio della fine per diverse democrazie europee.</p>
<p>Le integrazioni politiche avvengono nell’uno o nell’altro di due modi: o perché uno Stato potente conquista altri Stati con le armi o perché certi Stati si uniscono per fronteggiare una minaccia esterna. Si spera che la consapevolezza dei pericoli incombenti spinga l’Europa ad unirsi. Ma, al momento, non sembra proprio. In presenza di sfide esterne l’Europa rischia di fare il tragitto contrario, di disgregarsi, di perdere anche quel tanto di integrazione che ha messo insieme negli ultimi settant’anni. Ha osservato giustamente Federico Fubini ( Corriere , 8 aprile) che la guerra in Ucraina spinge gli elettorati europei a premiare partiti nazionalisti, tutti più o meno ostili a una maggiore integrazione politica. Altro che unirsi per fronteggiare il pericolo.</p>
<p>Ci sono sempre stati coloro che, per ottusità o per la spocchia intellettuale che li spinge a non tenere in conto sentimenti e paure dei cittadini comuni, preferiscono demonizzare piuttosto che tentare di comprendere queste tendenze. Eppure, non ci vuole molto a capire. Se ti senti, a ragione o a torto, minacciato, ti aggrappi a ciò che conosci, non a ciò che non conosci. Vuoi essere protetto  dal governo del tuo Stato, non da un’entità che non esiste ancora e della quale ti sfuggono le finalità. Anche il caso italiano, come altri, si spiega, almeno in parte, così. Va aggiunto che le persone, in maggioranza, sono legate solo alla comunità in cui sono cresciute, con cui condividono lingua e tradizioni. E le tradizioni europee, dell’Europa del Nord, di quella dell’Est, di quella latina, sono molto diverse. Anche nella cosiddetta Europa carolingia le differenze — fra Francia, Germania, Italia — sono assai forti. Il che spiega perché nemmeno l’idea di una maggiore integrazione solo «fra chi ci sta», da molti invocata, sia realizzabile. La verità è che, a ben guardare, al momento, «non ci sta» nessuno. Come dimostrato anche dal comportamento della Germania. È il passato, la storia europea, il principale ostacolo a una maggiore integrazione.</p>
<p>Finita la Guerra fredda, e unificata la Germania, gli europei, con il trattato di Maastricht (1992), grazie al quale disponiamo della moneta unica, ebbero l’impressione di avere ormai imboccato, con passo spedito, la strada dell’integrazione politica. Ma forse gli storici futuri giudicheranno Maastricht in un altro modo: come il canto del cigno dell’integrazione europea. Abbiamo interdipendenza economica e mercato unico. Ma non sappiamo per quanto tempo ancora.</p>
<p>Riassumendo, mutamenti negli equilibri internazionali di potenza combinati a una forte polarizzazione, una divisione acuta, che sembra destinata a durare, all’interno della democrazia statunitense, non garantiscono che in futuro l’Europa potrà godere ancora a lungo della protezione americana. In questa eventualità, servirebbe una integrazione politica e militare. Ma, per le ragioni dette, quella strada appare bloccata. Naturalmente, e forse per fortuna, per quanti sforzi si facciano per prefigurare gli scenari del futuro, la storia resta  imprevedibile. Magari nuovi ed inaspettati eventi mostreranno possibile ciò che ora non sembra esserlo. Tenuto conto di quanto grande sia la posta in gioco per noi europei, non possiamo smettere di augurarcelo.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/23_aprile_10/indispensabile-irrealizzabileil-paradosso-una-sola-europa-f17ba118-d7d0-11ed-bdfd-d0308a8f3377.shtml?refresh_ce"><strong><em>Il Corriere della Sera</em></strong></a></p>
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		<title>Disprezzare la folla</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/disprezzare-la-folla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuliano Ferrara]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Mar 2023 16:30:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[macron]]></category>
		<category><![CDATA[Marine Le Pen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Francia la parola d’ordine, mot d’ordre, del momento è mépris, disprezzo. Il sentimento in tutta la sua portata di arroganza e superiorità sociale è attribuito al presidente, ribattezzato le Mépresident, non più presidente dei ricchi. La usa Marine Le Pen, questa formula che la distacca dal suo stesso tentativo di condurre un’opposizione istituzionale alla [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In Francia la parola d’ordine, <em>mot d’ordre</em>, del momento è mépris, disprezzo. Il sentimento in tutta la sua portata di arroganza e superiorità sociale è attribuito al presidente, ribattezzato le Mépresident, non più presidente dei ricchi. La usa Marine Le Pen, questa formula che la distacca dal suo stesso tentativo di condurre un’opposizione istituzionale alla riforma delle pensioni, scuola Meloni. La usa Philippe Martinez, capo uscente della Cgt vecchia scuola massimalista la cui delfina è insidiata da Olivier Mateu, un formidabile e sprezzante supercafone che fa la voce grossissima in una sua lingua corrotta e speciale, calvinianamente il Cafone rampante. La usa Jean-Luc Mélenchon, capoccia tribunizio della sinistra massimalista, già notorio per aver detto a un agente di polizia “la démocratie c’est moi”, “c’est moi la République”. La usano le facce invero paciose, graziose studentesse e arcigni lavoratori del braccio come ferrovieri portuali operatori ecologici, che si scatenano nelle strade e nelle piazze a nome del paese da basso e dei ceti medi spossessati da due anni di lavoro legale in più, con le dovute eccezioni per lavori usuranti e lunghe carriere, stabiliti da una legge approvata con il marchingegno annulla-Parlamento della Costituzione della V Repubblica (una clava brandita già cento volte).</p>
<p>Vero che Macron in televisione ha esibito un bel paio di gemelli, due fedi due, una per ciascuna delle sue mani affusolate, un completo bleu cobalto impeccabile, e il solito bel riportino, vero che l’ambiente dell’intervista era elegante e asettico, come la coppia di giornalisti che gli faceva domandine au nom du peuple, ma fino a un certo punto, vero che il presidente parla il francese di Racine e assomiglia a una metà appena della nazione e ha preso i voti veri, i suoi voti, da un quarto della medesima (il resto fu il rigetto di Mme Le Pen). Ma la cosa più vera ancora è che, dopo aver comprensibilmente detto che non scioglie l’Assemblea nazionale, che non fa un referendum, che non cambia per ora il primo ministro, Élisabeth Borne, ha aggiunto che assume senza patemi d’animo su di sé, tutta intera, l’impopolarità di una riforma necessaria. Il che sarebbe solo prova di coraggio e di responsabilità. Ma ha concluso affermando che non è il sistema pensionistico insostenibile la vera questione, la vera questione è che con il welfare generoso che si sa, ingentilito da una quantità di sussidi dovuti alla pandemia da Covid (e prima dalle concessioni ai gilet gialli, ndr), gli equilibri sono saltati e il rapporto con il lavoro e il reddito non è più così centrale per, e anche questo lo aggiungiamo noi, un popolo combattivo ma assai bene assistito.</p>
<p>Disprezzo, disprezzo, disprezzo. La collera sale. Non ascolta la piazza, la chiama folla, se ne impipa dei sondaggi che danno i francesi all’opposizione per l’83 per cento, ohibò, sottolinea la presenza di fazioni e faziosi, annuncia precettazioni a raffica. E’ chiaro il peso della storia e più ancora della retorica storica su cui si fonda la République della eguaglianza, della libertà e della fraternità, nata per opposizione giacobina all’Antico Regime aristocratico in nome dei valori popolari e borghesi d’antan. La ghigliottina dell’accusa di disprezzare il popolo in un certo senso non ha mai smesso di funzionare. E ci si mette anche un Carlo III d’Inghilterra, atteso per una visita di stato, la prima all’estero, e per un gala nella reggia di Versailles contestato a pieni polmoni dalla deputata Rousseau, Sandrine Rousseau, nomen omen, per conto della volontà generale.</p>
<p>Chi ama i francesi, quorum ego, ha il dovere di ricordare loro che Macron è un riformista liberale, di una specie unica o quasi in quel paese, che è riuscito a prendere il potere mediante fantasia e fortuna e cerca di esercitarlo nelle condizioni date, non un conservatore alla Boris Johnson. Il formidabile ex premier britannico potrebbe scrivere un manuale sul disprezzo, lui sì che sta chiudendo la sua carriera dopo aver recitato a memoria l’Iliade in tv, naturalmente nel greco antico imparato nel collegio di Eton, e dopo aver preso per il culo l’opinione puritaneggiante con i suoi party a Downing Street, fiumi di alcol e promiscuità durante il lockdown con le sue regole che prevedevano eccezioni per chi se le poteva permettere trattandosi di riunioni di lavoro. Chiamasi contempt, questo disprezzo intriso di senso della tradizione e dell’arcaico potere dei nobili e dei dotti, e si usa molto per il disprezzo della corte, quando si è in stato di accusa e si fa finta di niente, magari mentendo. Chirac ritirò la riforma per le proteste di piazza nonostante il parere contrario del suo primo ministro, e finì nell’immobilismo più totale. Per un gollista era una strana forma di adulazione della nazione, il più straordinario dei metodi dissimulativi del disprezzo. Macron è un fighetta, forse, ma di tutt’altra pasta.</p>
<p><a href="https://edicola.ilfoglio.it/webplayer/aviator.php?newspaper=ilfoglio&amp;issue=20230324&amp;edition=ilfoglio&amp;issue_date=2023-03-24&amp;startpage=0&amp;displaypages=2&amp;articleId=43128"><strong><em>Il Foglio</em></strong></a></p>
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		<title>Sovranità</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sovranita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Mar 2022 09:49:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[consiglio europeo]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[luigi einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[regno unito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Guardate le immagini dell’ultimo Consiglio europeo, appena concluso a Versailles. Guardate quel grande tavolo quadrato, con tante persone sedute, che parlano a turno. Taluno ci vedrà l’impotenza della democrazia, il caos delle tante posizioni diverse, il lavorio della mediazione politica, il tempo perso inseguendo un compromesso. Facile che siano gli stessi che vedendo Putin in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Guardate le immagini dell’ultimo Consiglio europeo, appena concluso a Versailles. Guardate quel grande tavolo quadrato, con tante persone sedute, che parlano a turno. Taluno ci vedrà l’impotenza della democrazia, il caos delle tante posizioni diverse, il lavorio della mediazione politica, il tempo perso inseguendo un compromesso. Facile che siano gli stessi che vedendo Putin in pizzo al lungo tavolo da pazzo, vi vedono la forza dell’uomo al comando. Io ci vedo il potere dell’impotente, che ha bisogno di simboli per far credere il falso. Mentre il tavolo quadrato e le tante voci mi dicono che quella è la nostra forza, quella la nostra ricchezza. La mediazione e i compromessi sono faticosi, ma fruttuosi. Noi vinciamo. L’autocrate perde. Soprattutto, attorno a quel tavolo affollato di voci e Paesi, si trova la cosa più preziosa: la sola sovranità possibile, quella europea.</p>
<p>Veniamo da anni in cui la nostra superiorità democratica (esatto: superiorità, perché il relativismo non è apertura, ma fuga dalla responsabilità) ha difeso il diritto di parola di correnti che volevano dirsi “sovraniste” e, nell’esserlo, contestavano la sovranità europea. Ci sta, è una tesi, anche forte, venata di un nazionalismo che non osa chiamarsi tale, ma è comunque un sentire legittimo. Ha trovato consensi crescenti da noi, in Francia, Germania, Austria, nel Regno Unito ha fatto guai. In poche ore è emerso che i sovranisti nostrani erano al servizio del sovrano altrui. Mandare al macero le foto servirà loro a nulla. I sovranisti d’Ovest si sentivano commilitoni di quelli ad Est, poi è arrivata l’invasione criminale dell’Ucraina e a Est s’è chiesta protezione all’Unione europea e alla Nato, nel mentre suggerivano ai presunti amici di vergognarsi per l’avere tifato a favore dell’impero dell’Est. La storia corre veloce, in certe giornate. Ma torniamo al tavolo europeo.</p>
<p>Francia e Italia dimostrano una consonanza che da anni si riteneva necessaria. Finalmente. Propongono un secondo Recovery, altro debito comune, da impegnarsi sul fronte energetico e della difesa. Chi ragiona diversamente osserva che ci sono ancora i soldi del primo, che il solo Paese ad avere preso tutto, regali e prestiti, è l’Italia, sicché avanzano fondi e non ha senso accendere altri debiti se prima non li si è esauriti. I primi fanno leva sulla minaccia per approfondire l’integrazione. I secondi guardano ai bilanci, per evitare che gli squilibri portino disintegrazione. Tesi diverse. Significa che siamo divisi? L’opposto: che siamo uniti nel più ricco e bello dei mondi possibili, quello per sua natura imperfetto e che procede per approssimazioni, che condivide gli obiettivi ma mette in campo idee e interessi diversi per arrivarci. Sono obiettivi molto ambizioni, segnano cambiamenti epocali, necessitano di un forte impegno finanziario, di cui si discute l’indirizzo e la garanzia. Sono scelte politiche, quindi è bene che esistano approcci diversi. Se ne riparlerà fra qualche giorno, al Consiglio europeo formale.</p>
<p>Da noi, nelle democrazie, si tiene conto anche di chi protesta perché il pieno all’auto costa di più. Da Putin si nega il diritto di migliaia di madri di piangere il cadavere di figli mandati a crepare con l’inganno. Da noi si perde più tempo a discutere. Da lui il tempo lo ricorderà come l’uomo che distrusse la Russia. Il che non dispiace a lui, ebbro di morte altrui e gloria propria, ma a noi, che amiamo la Russia e i russi e, per questo, chiediamo loro di liberarsi dal demone.</p>
<p>Che la sola sovranità possibile sia quella europea lo vedeva già Luigi Einaudi, un secolo addietro. Lo insegnò agli antifascisti. Lo videro economisti e letterati in ogni parte d’Europa. Lo videro i popoli della riconquistata pace. Lo persero di vista i molti contemporanei che credevano eterna la meravigliosa stagione iniziata nel 1989. Ora lo vedono tutti, solo che non abbiano venduto i loro occhi o non se li siano cavati in nome della plurisecolare avversione alle fatiche della libertà.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>Identitari contro l&#8217;identità</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/identitari-contro-lidentita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Jan 2022 17:27:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I francesi si stanno sfidando a chi è francese. Che potrebbe essere anche una gara intrigante se non sconfinasse ripetutamente patetico. E potrebbe essere un problema solo loro, talché lo si osservi con il distacco sorridente che avevamo nel vedere portar via lunghi pani senza una busta per contenerli. Senonché non è affatto un problema [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I francesi si stanno sfidando a chi è francese. Che potrebbe essere anche una gara intrigante se non sconfinasse ripetutamente patetico. E potrebbe essere un problema solo loro, talché lo si osservi con il distacco sorridente che avevamo nel vedere portar via lunghi pani senza una busta per contenerli. Senonché non è affatto un problema solo loro, ma un atteggiamento presente ai quattro canti del nostro mondo, declinato secondo i gusti e le tare di ciascuno. Potremmo definirla: l’ossessione dell’identità. Che è una trappola, subito dopo l’essere una bugia.</p>
<p>Alla base dell’ossessione vi è il terrore di perderla, l’identità. Che sia manomessa, deprivata, diluita, frammischiata con altre e insidiose identità. Peccato che queste stesse ossessioni s’agitarono all’interno di quella che oggi si vive e sente come identità nazionale. Manzoni racconta con occhio divertito ed economico dei tessili lombardi aggrediti dalla concorrenza di quegli stranieri sfruttatori dei tessili veneti. La Francia del cognac non parla proprio come quella del calvados, per non dire di Marsiglia. Certo che esiste un’identità tedesca, francese, italiana e via così, ma sono date dalla storia nazionale che raccoglie tante diverse identità. Se ci si mette su quella strada si frazionano i condomini.</p>
<p>La trappola arriva subito dopo: se ragiono in termini di sola identità nazionale, dando dello svenditore e del traditore a chiunque non la pensi come me (e i francesi sono avanti, in tale accapigliarsi), va a finire che cancello l’identità individuale a favore di quella di suolo e sangue (presunti entrambi). Ammazzo la libertà. Dopo di che non si pone neanche il problema d’essere sopraffatti, perché ci si è già annientati da soli.</p>
<p>Ciascuno di noi è affezionato all’identità culturale, dialettale, culinaria dell’area in cui è nato, ma anche in grado di osservare la diffusione e successo dei ristoranti altrui. Una ragione ci sarà e non è la sopraffazione, ma la curiosità e la libertà. Belle cose. I tedeschi sono il Paese più popoloso d’Europa, ma fanno poco più dell’1% della popolazione globale. Tutti assieme, noi europei, sfioriamo il 6%. Ma siamo i più ricchi, sani e liberi. Le qualità si difendono espandendole, le identità difese con le barricate sono perdenti in partenza.</p>
<p>Basterebbe che, con un piccolo sforzo, i francesi guardassero oltre la Manica. Che lo facessimo noi tutti. Vedremmo un grande popolo che sono più di uno, che ha votato per una barricata e che oggi conta più del 65% che pensa: forse non è stata una grande idea. Perché per espandersi ci si deve anche arricchire e chiudendosi ci si impoverisce. A quel punto ad affondare le preziose identità saranno stati gli sciocchi identitari. O sovranisti che dir si voglia.Identitari contro l&#8217;identità.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>Commodité</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/commodite/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Nov 2021 08:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Trattato del Quirinale ha un significato che supera il pur importante contenuto delle 60 pagine che saranno firmate. I nostri due Paesi hanno storie fortemente intrecciate, con pagine splendide e altre da ricordare per non ripeterle. Il futuro ci lega ancor di più, al punto che affrontarlo separatamente, se non addirittura conflittualmente, sarebbe atto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Trattato del Quirinale ha un significato che supera il pur importante contenuto delle 60 pagine che saranno firmate. I nostri due Paesi hanno storie fortemente intrecciate, con pagine splendide e altre da ricordare per non ripeterle. Il futuro ci lega ancor di più, al punto che affrontarlo separatamente, se non addirittura conflittualmente, sarebbe atto reciprocamente autolesionista.</p>
<p>Due anni fa la Francia richiamò il proprio ambasciatore. Il momento di crisi fu provocato da colpe italiane e di un governo incosciente, impreparato e arrogante. Posto che il patriottismo è cosa non solo diversa, ma opposta al nazionalismo, in entrambe i Paesi sono presenti forze che subordinano la loro convenienza propagandistica agli interessi nazionali indisponibili. Quando la crisi dei debiti colpì l’Europa fu un presidente francese della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, a commettere errori e peggiorare le cose. Toccò a un presidente italiano rimediare, in quel modo aiutando moltissimo anche la Francia. Quel presidente oggi guida il governo italiano e quella partita è ancora aperta, perché si dovrà rivedere il patto di stabilità. Francia e Italia hanno interessi comuni, largamente prevalenti sugli interessi in contrasto. E questo è il primo e più importante fronte: dentro l’Unione europea non devono esistere assi o rapporti preferenziali, ma la pragmatica valutazione e convivenza degli interessi. Ragione buonissima perché Francia e Italia marcino assieme. Considerato anche che il prossimo anno la presidenza di turno europea sarà per sei mesi francese.</p>
<p>La seconda partita è relativa alla difesa e al settore militare. Possiamo scontrarci o accordarci, ma nel primo caso le nostre spese nazionali sommate ci collocano sopra il livello del Regno Unito e della Russia, nel secondo le spese divise sono destinate a ruoli residuali. La questione non è su come saranno composti i reggimenti, ma su come l’industria della difesa sarà integrata. KMW e Nexter, unione franco-tedesca, chiede di comprare il settore difesa di Leonardo (ex Finmeccanica), mentre Fincantieri è tecnologicamente avanti e in grado di acquisire i cantieri francesi (il tema dell’antitrust rallenta, ma non ferma). Così non andiamo lontano. Integrare significa collaborare, tutelando gli interessi di ciascuno e mettendoli in sinergia.</p>
<p>Se i francesi Arnault e Pinault comprano marchi della moda italiana (Gucci, Bulgari, Loro Piana) non è perché loro sono aggressivi e noi invasi, ma perché quei privati italiani vendono. Armani no, per ricordarne uno. Per crescere ci si espande, non si difende il cortile. Se Fca e Psa creano Stellantis compiono una libera scelta finanziaria e industriale, ma se lo Stato francese resta azionista (di minoranza) si crea uno squilibrio. Il compito dei governi è creare la cornice dentro cui questi interessi si incontrino e si scontrino, senza mai produrre rotture. Ci si guadagna, in tutti i sensi.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>Mario Monti: Quelle verità nascoste</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/mario-monti-quelle-verita-nascoste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2020 06:28:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#BuonaPagina]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="su-button-center"><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/07/monti-corriere-quelle-verita-nascoste.pdf" class="su-button su-button-style-flat su-button-wide" style="color:#ffffff;background-color:#003c71;border-color:#00305b;border-radius:5px" target="_self"><span style="color:#ffffff;padding:9px 30px;font-size:22px;line-height:33px;border-color:#4d779c;border-radius:5px;text-shadow:0px 0px 0px #ffffff"><i class="sui sui-newspaper-o" style="font-size:22px;color:#ffffff"></i> VISUALIZZA ARTICOLO</span></a></div>
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