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	<title>draghi Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>draghi Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>#LaFLEalMassimo &#8211; Report Draghi e Voto con il Portafogli</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-report-draghi-e-voto-con-il-portafogli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Famularo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Oct 2024 10:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#laFLEalMassimo]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2024]]></category>
		<category><![CDATA[azioni]]></category>
		<category><![CDATA[Competitività]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
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		<title>La scossa di Draghi all’Ue</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-scossa-di-draghi-allue/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Bresolin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Feb 2024 17:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Ursula von der Leyen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Educazione, ricerca, formazione, energia, dazi, Cina, mercato unico, investimenti, transizione ecologica, intelligenza artificiale, Stato sociale e debito pubblico. Ruota attorno a queste parole l’intervento che Mario Draghi ha fatto ieri al Parlamento di Strasburgo davanti alla conferenza dei presidenti di commissione. Il terzo confronto con i rappresentanti delle principali istituzioni Ue, dopo quelli avuti con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-scossa-di-draghi-allue/">La scossa di Draghi all’Ue</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Educazione, ricerca, formazione, energia, dazi, Cina, mercato unico, investimenti, transizione ecologica, intelligenza artificiale, Stato sociale e debito pubblico. Ruota attorno a queste parole l’intervento che Mario Draghi ha fatto ieri al Parlamento di Strasburgo davanti alla conferenza dei presidenti di commissione. Il terzo confronto con i rappresentanti delle principali istituzioni Ue, dopo quelli avuti con il collegio dei commissari e con l’Ecofin. Ed è proprio agli eurodeputati che l’ex premier ha rivelato di aver lanciato una stoccata ai ministri delle Finanze, dunque ai governi, nell’incontro di sabato allo stadio di Gand: «Mi hanno chiesto qual è l’ordine in cui queste riforme andrebbero fatte – ha raccontato Draghi –. Io non ho idea di quale sia l’ordine, ma posso dire solo una cosa: per favore fate qualcosa. Scegliete voi cosa, ma fatelo. Non potete passare altro tempo dicendo di no a tutto».</p>
<p>Chi lo ha ascoltato ha colto un messaggio indirizzato in particolar modo al governo tedesco, anche se l’ex numero uno della Bce non ha citato per nome nessuno dei ministri. Al di là di questo dettaglio, il suo ragionamento ha fatto trasparire una visione dell’Europa dai tratti federalista, soprattutto quando – in risposta a chi gli ricordava che spesso negoziare con i governi è difficile – ha invitato gli eurodeputati a non abbassare la testa. «Il Parlamento europeo è molto più ambizioso dei vari Consigli e se posso permettermi un consiglio, dovreste mantenere questa ambizione. Spero che gli altri vi seguiranno». Nel futuro immediato bisognerà prendere «decisioni cruciali» che comporteranno «discussioni difficili» e che richiederanno «alle nostre istituzioni e ai governi nazionali di fare scelte difficili». Ma si tratta di decisioni fondamentali perché «determineranno la capacità dell’Europa di tenere il passo con i suoi concorrenti globali negli anni a venire».</p>
<p>Draghi, su mandato di Ursula von der Leyen, sta lavorando a un rapporto sulla competitività che sarà presentato dopo le elezioni e che servirà da base di lavoro alla prossima Commissione. Ma, a giudicare dai suoi interventi, «il livello di ambizione» del suo lavoro sembra destinato ad andare al di là della questione competitività. Dalle sue parole emerge una chiara visione dell’Unione europea che a suo modo di vedere è chiamata a fare passi decisi e decisivi in avanti per non rimanere indietro. Ma lui stesso ha avvertito chi coltiva aspettative eccessive: «Io non ho la bacchetta magica”. Piuttosto bisogna definire «il minimo comune denominatore» per «ritrovare la capacità di agire insieme nell’interesse collettivo». Il problema è che la ricerca del minimo comune denominatore, soprattutto tra i governi, spesso si trasforma in un gioco al ribasso.</p>
<p>Anche in un altro passaggio del suo intervento Draghi è sembrato lanciare un messaggio alla Germania e agli altri Paesi che hanno puntato i piedi sulla riforma del Patto di Stabilità. Sul compromesso uscito dal negoziato traspare un giudizio piuttosto critico perché le nuove regole non sembrano favorire la competitività, che richiede una mole enorme di investimenti privati e pubblici. «Qual è il livello di debito pubblico tollerabile? Quello degli Stati Uniti (circa il 123% del Pil, ndr) oppure il 60% previsto dal vecchio e dal nuovo Patto di Stabilità?». Una domanda alla quale Draghi ha indubbiamente una sua risposta. C’è poi la questione del debito comune a livello europeo e qui ha rivelato nuovamente di aver avuto un acceso confronto con un ministro: «All’Ecofin ho menzionato un fondo dedicato – ha raccontato agli eurodeputati – e uno subito mi ha detto che allora serve una vera unione fiscale. A me non importa: scegliete qualsiasi cosa risulti la migliore, anche un mix, ma fate qualcosa».</p>
<p>Oltre al confronto con gli Stati Uniti, ha fatto poi un riferimento all’altro attore globale con il quale l’Europa dovrebbe cercare di competere meglio: la Cina. «Come può l’Ue continuare con i dazi sull’import di auto dalla Cina al 10%, quando gli Usa hanno il 27% e Donald Trump ha già detto che, se eletto, li porterà al 67%?». Pechino «negli ultimi 15 anni ha largamente sovrainvestito in molte cose, una delle quali sono le auto elettriche, ma anche le tecnologie legate alle batterie, sussidiando tutto. Ora hanno un’immensa sovracapacità produttiva che scaricano su di noi».</p>
<p>Sul piano interno ha poi insistito sulla mancanza di formazione che provoca una carenza di forza lavoro, sulla scarsità dei finanziamenti privati alla ricerca, sull’importanza dell’educazione per garantire l’innovazione e sulla necessità di rivedere il funzionamento del mercato elettrico «perché il prezzo resta alto nonostante il gas sia sceso». Insomma, secondo Draghi le riforme non sono più rinviabili. Ma vanno fatte «con il consenso dei cittadini».</p>
<p><a href="https://www.lastampa.it/politica/2024/02/28/news/draghi_strasburgo_europarlamento_riforme-14105089/"><em><strong>La Stampa</strong></em></a></p>
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		<title>Il pressing di Draghi per gli Stati Uniti d’Europa</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-pressing-di-draghi-per-gli-stati-uniti-deuropa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Cingolani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Sep 2023 15:30:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[bce]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[stati uniti d'europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mario Draghi scende di nuovo in campo dopo il discorso dell’11 luglio a Cambridge, Massachusetts, e rilancia la sua ambiziosa agenda per l’Europa, con un articolo sull’Economist. L’ex presidente della Bce e del governo italiano, si chiede innanzitutto se “un’unione monetaria può sopravvivere senza un’unione fiscale”. Domanda retorica e risposta negativa. “Tuttavia oggi, paradossalmente, le [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Mario Draghi scende di nuovo in campo dopo il discorso dell’11 luglio a Cambridge, Massachusetts, e rilancia la sua ambiziosa agenda per l’Europa, con un articolo sull’Economist. L’ex presidente della Bce e del governo italiano, si chiede innanzitutto se “un’unione monetaria può sopravvivere senza un’unione fiscale”. Domanda retorica e risposta negativa. “Tuttavia oggi, paradossalmente, le prospettive di un’unione fiscale nella zona euro stanno migliorando”, scrive.</p>
<p>Sembra in contraddizione con quello che vediamo giorno dopo giorno sulla scena dell’Unione europea, un dibattito politico che si sta incartando attorno alla riforma del Patto di stabilità. Ma per Draghi la grande occasione è offerta dalle nuove sfide che l’Europa è chiamata a gestire: “Non deve più affrontare soprattutto crisi provocate da malsane politiche dei singoli paesi. Invece deve confrontarsi con shock comuni importati come la pandemia, la crisi energetica, la guerra in Ucraina. Questi shock sono troppo grandi perché i paesi li gestiscano da soli. Di conseguenza c’è meno opposizione affinché vengano affrontati attraverso un’azione fiscale comune”.</p>
<p>Il Patto di stabilità non è più adeguato, anche perché ha un vizio di fondo ormai pienamente riconosciuto: è prociclico, “troppo lento nelle fasi di espansione troppo stretto in quelle di contrazione”. A questo punto,“il peggiore esito possibile sarebbe tornare indietro passivamente ”. L’Europa ha due scelte: “Una è allentare le regole fiscali e quelle sugli aiuti di stato, consentendo agli stati di sobbarcarsi l’onere dell’investimento necessario. Ma siccome lo spazio fiscale non è distribuito uniformemente, sarebbe fondamentalmente dispendioso”. La seconda è “ridefinire l’intelaiatura fiscale e il processo decisionale della Ue”. Le regole debbono essere a un tempo “rigorose per assicurare che le finanze dei governi siano credibili nel medio termine, e flessibili per consentire ai governi di reagire agli shock imprevisti”. La proposta della Commissione va molto avanti, “ma anche se realizzata completamente non risolverebbe pienamente il bilanciamento tra regole rigorose, che debbono essere automatiche per essere credibili, e flessibilità. Questa contraddizione può essere risolta soltanto trasferendo più poteri di spesa al centro, il che a sua volta consente più regole automatiche per gli stati membri”. Draghi porta ad esempio gli Stati Uniti, come aveva fatto già nel suo discorso di luglio.</p>
<p>La critica alla proposta Gentiloni è destinata a far discutere. Il giudizio è netto: non basta. E Draghi rilancia: la strada è opposta a quella che vogliono imboccare i sovranisti perché lasciare più spazio ai singoli governi vuol dire rendere più forte chi già lo è, consentire di spendere e investire solo a quel nucleo (oggi in realtà piccolo) in grado di farlo perché ha risorse a sufficienza e i conti in ordine. Invece “federalizzare” alcune spese per investimenti consente di raggiungere come negli Usa l’equilibro tra regole rigide per i singoli stati ai quali è proibito andare in disavanzo, e scelte fiscali a livello centrale. In sostanza, se la proposta della Commissione non è adeguata, la risposta non è liberi tutti, bensì mettere in comune più sovranità, ciò non implica soltanto un bilancio comunitario, occorre rivedere la governance dell’Unione. Si tratta di superare il principio dell’unanimità, riformando i trattati.</p>
<p>In sostanza, Draghi ripropone un federalismo da Stati Uniti d’Europa ed è convinto che i tempi siano storicamente maturi. Lo sono anche politicamente? “Oggi, mentre ci stiamo avviando verso le elezioni europee del 2024, questa prospettiva sembra irrealistica dal momento che molti cittadini e governi si oppongono alla perdita di sovranità che la riforma del trattato comporterebbe. Ma anche le alternative sono anch’esse irrealistiche”, così conclude l’articolo pubblicato dall’Economist. Gli europei, aveva detto a Cambridge, hanno solo tre opzioni: “Paralisi, uscita o integrazione”. Parole forti della nuova agenda Draghi.</p>
<p><a href="https://edicola.ilfoglio.it/webplayer/aviator.php?newspaper=ilfoglio&amp;issue=20230907&amp;edition=ilfoglio&amp;issue_date=2023-09-07&amp;startpage=0&amp;displaypages=2&amp;articleId=50892"><em><strong>Il Foglio</strong></em></a></p>
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		<title>Con Draghi premier ci avrebbero guadagnato sia l’Italia sia la Meloni</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/con-draghi-premier-ci-avrebbero-guadagnato-sia-litalia-sia-la-meloni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jul 2023 16:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[fiducia]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se lo scorso 21 luglio il governo Draghi non fosse stato fatto cadere, si sarebbe finito presumibilmente per votare in giugno e, data la balcanizzazione del centrosinistra, il centrodestra avrebbe comunque vinto le elezioni. Al governo, oggi, ci sarebbe sempre Giorgia Meloni. Ma quale Giorgia Meloni e in quale Italia? Bisogna innanzitutto con onestà intellettuale [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se lo scorso 21 luglio il governo Draghi non fosse stato fatto cadere, si sarebbe finito presumibilmente per votare in giugno e, data la balcanizzazione del centrosinistra, il centrodestra avrebbe comunque vinto le elezioni. Al governo, oggi, ci sarebbe sempre Giorgia Meloni. Ma quale Giorgia Meloni e in quale Italia?</p>
<p>Bisogna innanzitutto con onestà intellettuale ammettere che le cose sono andate meglio del previsto. Molto meglio del previsto. Tanto per cominciare, la recessione che la scorsa estate le maggiori autorità economiche e finanziarie nazionali e internazionali annunciavano come scontata fortunatamente in autunno non c’è stata. Un dato di fatto non attribuibile al merito di nessuno, ma che di sicuro ha semplificato il compito di chi ha assunto la responsabilità del governo.</p>
<p>Non è bastato questo, naturalmente, ad impedire che fossero sin dalle prime ore della legislatura confermate negli inciampi del governo sul decreto Rave e nel cedimento della maggioranza parlamentare sull’elezione della seconda carica dello Stato le due critiche di fondo rivolte al centrodestra in campagna elettorale: la debolezza della classe dirigente meloniana e la mancanza di unità politica della coalizione. Limiti che danno tutt’ora i loro amari frutti. Ma quella che, soprattutto in tempo di “guerra”, poteva essere una tragedia si è rivelata più che altro una commedia. Folklore, o poco più. Come i distinguo di Matteo Salvini e di, pace all’anima sua, Silvio Berlusconi sull’Ucraina.</p>
<p>Un folklore che ha accresciuto e consolidato l’immagine di Giorgia Meloni come presidente del Consiglio affidabile. Affidabile soprattutto perché graniticamente atlantista e sorprendentemente europeista. Molto istituzionale, praticamente draghiana. Ed è questo che, in tale misura, non era davvero prevedibile. Non da parte di un leader politico che aveva trascorso gli ultimi 10 anni a dir male dell’Europa e che aveva sdegnosamente rifiutato di sostenere il governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi.</p>
<p>E invece… Invece appaiono in perfetta continuità con il governo Draghi i rapporti istituzionali di Roma con Bruxelles, la vendita di Ita, la delega fiscale, il superamento del reddito di cittadinanza, quello del superbonus edilizio, le misure sul pos, le politiche sull’immigrazione… oltre che, da Bankitalia all’Agenzia delle Entrate, quasi tutte le nomine pubbliche più importanti.</p>
<p>Viene allora da pensare, senza con questo voler offendere nessuno, che con l’originale all’Italia sarebbe andata anche meglio. Se negli ultimi dieci mesi capo del governo fosse stato Mario Draghi è lecito supporre che avremmo impostato e negoziato meglio il Pnrr con Bruxelles, che saremmo rimasti nel gruppo di testa sull’Ucraina con Francia e Germania, che avremmo assunto un ruolo di leadership sia nel vitale confronto europeo in atto per la riforma del Patto di stabilità sia in quello per la rimodulazione del regolamento di Dublino sull’immigrazione e più in generale nel processo di riforma della governance europea. Detta in firma di slogan: più risorse, meno immigrati, maggiore sicurezza, maggiore autorevolezza internazionale dell’Italia, maggiore attrattività degli investimenti stranieri, maggiore efficacia ed efficienza dell’Europa in quanto tale.</p>
<p>Anche per Giorgia Meloni sarebbe stato probabilmente meglio. Avrebbe avuto il tempo per maturare un’identità politica più solida, per darsi una visione di governo più realista, per rendere credibile fino in fondo la propria conversione dalla logia dell’anti (anti Europa, anti migranti, anti trivelle, anti mercato…) alla logica del pro. Avrebbe potuto lavorare, con l’aiuto di un qualche professor Fisichella, a quella transizione liberale della Destra che ad oggi rischia di essere un’incompiuta. Avrebbe preso in carico un’Italia più stabile e più forte. Dunque più governabile.</p>
<p>Insomma, se Mario Draghi non fosse stato sconsideratamente fatto cadere dall’inconsapevole Conte e dai consapevoli Salvini e Berlusconi, a guadagnarci sarebbero stati sia l’Italia sia Giorgia Meloni. Dunque il centrodestra. Perciò, pur ammettendo che le sono andate molto, ma molto meglio del previsto, non mi pento di essere stato l’unico senatore del centrodestra ad intervenire lo scorso 21 luglio in aula per confermare la fiducia a Mario Draghi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2023/07/18/news/meloni_nel_solco_di_draghi_tanto_valeva_tenersi_draghi-12794795/#:~:text=Se%20lo%20scorso%2021%20luglio,avrebbe%20comunque%20vinto%20le%20elezioni."><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/con-draghi-premier-ci-avrebbero-guadagnato-sia-litalia-sia-la-meloni/">Con Draghi premier ci avrebbero guadagnato sia l’Italia sia la Meloni</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>#laFLEalMassimo &#8211; Episodio 97 &#8211; Imprese Strategiche e Interesse Nazionale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-episodio-97-imprese-strategiche-e-interesse-nazionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Famularo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Jun 2023 10:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#laFLEalMassimo]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2023]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa rubrica continua a ribadire il proprio sostegno al popolo Ucraino e la rilevanza non solo umanitaria della vicenda è confermata dai recenti riferimenti da parte del governatore della banca d’Italia e dell’ex presidente della BCE che hanno sottolineato come il sostegno alla nazione invasa dalla Russia costituisca una priorità non solo dal punto di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Questa rubrica continua a ribadire il proprio sostegno al popolo Ucraino e la rilevanza non solo umanitaria della vicenda è confermata dai recenti riferimenti da parte del governatore della banca d’Italia e dell’ex presidente della BCE che hanno sottolineato come il sostegno alla nazione invasa dalla Russia costituisca una priorità non solo dal punto di vista umanitario e civile, ma anche un presupposto fondamentale per il ripristino di un sistema di relazioni internazionali che sia fondato sul rispetto della sovranità di ciascun popolo e sul contrasto deciso di qualunque forma di espansionismo militare.</p>
<p>Molta dell’attenzione mediatica di questi giorni è stata catturata dalla dipartita di Silvio Berlusconi e in questa sede eviterò qualsiasi forma di giudizio politico, storico e sociale che risulterebbe ridondante rispetto a quanto già espresso in passato.</p>
<p>Vorrei invece prendere spunto dai rumors su una possibile vendita della società Media For Europe e sui discorsi che già si sprecano in merito agli interessi nazionali e alle cordate di salvatori nazionalisti che tanti danni hanno arrecato al nostro paese.</p>
<p>In un&#8217;epoca in cui le guerre si possono combattere anche e soprattutto per mezzo di tecnologie e rapporti commerciali, sarebbe ingenuo negare che esistano dei legittimi interessi nazionali da tutelare. Tuttavia, occorre resistere in modo deciso alle derive protezioniste e alla invadenza del potere politico sul tessuto imprenditoriale.</p>
<p>Con le dovute cautele rispetto ai regimi che in tutto o in parte non possono definirsi compiutamente democratici è bene pensare ancora che la somma dei paesi che hanno adottato un modello di società aperta possano essere considerati un unico mercato globale, nel quale non è rilevante a fini politici la nazionalità delle imprese e anzi nel quale è positivo  che possa esservi una salutare concorrenza tra i paesi per offrire un ambiente favorevole ai lavoratori e alle imprese.</p>
<p><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/Ns5eKSgUHN0" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>«L&#8217;Italia mai forte quando fa da sola» L&#8217;alfabeto di Draghi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/litalia-mai-forte-sola-draghi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Gressi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Nov 2022 18:30:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[bce]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da «Whatever it takes» all’«interesse nazionale» &#160; Quanti usi per la parola, quando viene spesa in pubblico. Può blandire, imbonire, promettere, giurare, addirittura minacciare, oppure convincere, spronare, rassicurare. Qualche volta, troppo spesso, ingannare, illudere, confondere. Se ne potrebbero aggiungere altri mille. Ma c’è anche un altro compito che la parola può svolgere, ed è quello [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/litalia-mai-forte-sola-draghi/">«L&#8217;Italia mai forte quando fa da sola» L&#8217;alfabeto di Draghi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Da «Whatever it takes» all’«interesse nazionale»</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quanti usi per la parola, quando viene spesa in pubblico. Può blandire, imbonire, promettere, giurare, addirittura minacciare, oppure convincere, spronare, rassicurare.</p>
<p>Qualche volta, troppo spesso, ingannare, illudere, confondere. Se ne potrebbero aggiungere altri mille. Ma c’è anche un altro compito che la parola può svolgere, ed è quello non solo di precedere i fatti, ma di favorirli, accompagnarli, spingerli, renderli ineluttabili. È forse questa una delle chiavi per leggere il libro dal titolo Dieci anni di sfide , edito da Treccani, che raccoglie scritti e discorsi pubblici di Mario Draghi dal 2011 al 2022, con la prefazione di Lionel Barber del Financial Times.</p>
<p>Impossibile, per argomentare, sfuggire dal discorso del «Whatever it takes» del luglio del 2012, quando disse che la Bce era pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro. Bastarono pochi minuti alla speculazione internazionale per capire che il gioco era finito, che il baratro alla fine del campo di segale nel quale era stata ferocemente spinta la Grecia aveva ormai di sentinella un intero continente, l’Europa, pronto a impedire che succedesse ancora.</p>
<p>Quante volte quella frase è stata richiamata.</p>
<p>Più che per celebrarne l’autore, per rubarne un pezzetto, per impadronirsi di un successo che tutti, anche se con un po’ di cleptomania, sentivano come proprio. Proprio Draghi, probabilmente, è quello che l’ha rivendicato di meno. C’è dell’eleganza e chissà, magari pure un po’ di vanità nel non autocelebrarsi. Ma c’è anche la convinzione profonda che si può essere, come popoli, artefici del proprio destino, anche quando si è sul punto di essere travolti da nemici inattesi e brutali, come la pandemia.</p>
<p>Lo dimostra l’intervento al Meeting di Rimini, quando ormai il suo governo era già caduto e si era a un mese dalle elezioni politiche che avrebbero portato Giorgia Meloni alla guida del Paese. Diceva Draghi, proprio riferendosi all’ora più buia della lotta al virus, con le famiglie e le imprese che non sapevano se sarebbero riuscite ad andare avanti: «Non è andata così. Gli italiani hanno reagito con coraggio e concretezza, come spesso hanno fatto nei momenti più difficili, e hanno riscritto una storia che sembrava già decisa».</p>
<p>Riscrivere una storia che pare già decisa è più che una sfida, non solo avverso alla pandemia, ma contro uno spettro che l’Europa si illudeva di aver sconfitto per sempre: la guerra.</p>
<p>Il 24 febbraio il continente si sveglia con la Russia che invade un Paese sovrano, l’Ucraina.<br />
Ora sembra quasi scontato il sostegno a un popolo aggredito, l’adesione alle sanzioni, la collaborazione con gli alleati, l’invio di armi per aiutare la resistenza, fino a dire che la più sciagurata e improbabile delle ipotesi può vederci domani come sconfitti, ma mai come complici. Non era necessariamente così alla vigilia delle comunicazioni del presidente del Consiglio alla Camera. Incertezze, timori e compiacenze nella stessa maggioranza di unità nazionale sono fin troppo note. Le parole di questo anomalo banchiere, per un breve tratto prestato alla politica, non lasciarono spazio a interpretazioni furbesche, pur nella certezza che la linea della fermezza non avrebbe garantito la bella figura senza pagare un prezzo: «Tollerare una guerra d’aggressione nei confronti di uno Stato sovrano europeo — disse in Aula — vorrebbe dire mettere a rischio, in maniera forse irreversibile, la pace e la sicurezza in Europa. Non possiamo lasciare che questo accada».</p>
<p>E ancora nel settembre scorso, all’Onu, ricordava le riflessioni di Michail Gorbaciov secondo il quale, in un mondo globalizzato, la forza o la minaccia del suo utilizzo non potessero più funzionare come strumento di politica estera, serve piuttosto una nuova qualità della cooperazione da parte degli Stati.</p>
<p>E sotto la voce «cooperazione» c&#8217;è tanta parte del pensiero di Mario Draghi. Il suo discorso a Washington del maggio scorso lo sintetizza: «È evidente che i singoli Stati non possono far fronte da soli alle molte e difficili sfide che li attendono nei prossimi anni. Ciò che serve ora è uno sforzo collettivo, che ci unirà molto di più di quanto abbia fatto in passato». Vale per i cambiamenti climatici. Vale per la pandemia, contro la quale si combatte anche rifiutando il protezionismo sanitario e portando cure e vaccini anche nelle parti più povere del modo. Vale per l&#8217;integrazione europea, che ha bisogno di un federalismo pragmatico e ideale che sappia superare le pastoie delle decisioni all&#8217;unanimità. Vale anche quando, pensando al percorso che ha portato al Piano nazionale di ripresa e resilienza, ha ricordato, nel suo intervento all&#8217;Accademia dei Lincei, che alcuni governi, in altri Paesi europei, hanno tassato i loro cittadini per poter dare denaro a noi sotto forma di sussidi.</p>
<p>«Protezionismo e isolazionismo &#8211; sostiene &#8211; non coincidono con il nostro interesse nazionale. Dalle illusioni autarchiche del secolo scorso alle pulsioni sovraniste che recentemente spingevano a lasciare l&#8217;euro, l&#8217;Italia non è mai stata forte quando ha deciso di fare da sola». Gli interventi di Draghi per ricordare il pensiero di Jean Monnet, di Alcide De Gasperi, di Carlo Azeglio Ciampi, guardano tutti allo stesso obiettivo: l&#8217;Europa come motore che garantisce non una cessione di sovranità, ma un suo livello più alto, condizione di crescita, di pace e benessere. Spesso i suoi discorsi si concludono con un contenuto esortativo, la spinta a lavorare insieme come chiave per affrontare tutti i problemi. Credetegli, se avverrà sarà sufficiente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://edicola-pdf.corriere.it/sfogliatore/index.html?group=CORRIEREFC#/sfoglio"><strong><em>Corriere della Sera</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/litalia-mai-forte-sola-draghi/">«L&#8217;Italia mai forte quando fa da sola» L&#8217;alfabeto di Draghi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>#laFLEalMassimo &#8211; Episodio 74: Pensioni ed Elezioni</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-episodio-74-pensioni-ed-elezioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Jul 2022 16:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#laFLEalMassimo]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2022]]></category>
		<category><![CDATA[bce]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bentornati alla FLE al Massimo, ultimo episodio prima della pausa estiva. Mentre in Europa continua a imperversare il conflitto avviato dall’invasione russa ai danni dell’Ucraina in Italia assistiamo ad una campagna elettorale che si divide tra le elucubrazioni tattiche per massimizzare il risultato, anche a costo di ventilare le alleanze più improbabili e i più [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Bentornati alla FLE al Massimo, ultimo episodio prima della pausa estiva. Mentre in Europa continua a imperversare il conflitto avviato dall’invasione russa ai danni dell’Ucraina in Italia assistiamo ad una campagna elettorale che si divide tra le elucubrazioni tattiche per massimizzare il risultato, anche a costo di ventilare le alleanze più improbabili e i più abusati stratagemmi comunicativi. Si passa  dagli appelli apocalittici per salvare il paese dalle destre alla demolizione dell’Agenda Draghi in chiave populista per capitalizzare il consenso alle urne, derubricando a questione secondaria la predisposizione anche del più vago programma di governo.</p>
<p>Un atteggiamento oltremodo miope a fronte delle rilevanti sfide che il nostro paese si trova ad affrontare con una congiuntura globale particolarmente incerta a causa dell’inflazione e degli squilibri causati dal conflitto in Ucraina, una politica monetaria che dopo decenni ritorna ad orientarsi in chiave restrittiva e il peso di numerosi squilibri macroeconomici, primo fra tutti la presenza di un debito pubblico molto elevato in rapporto al PIL</p>
<p>Senza entrare nel merito di questa o quella proposta politica questa rubrica vuol suggerire di utilizzare come criterio di riferimento per orientarsi le indicazioni date in materia previdenziale.</p>
<p>Il sistema pensionistico del nostro paese è squilibrato, iniquo e realizza un trasferimento intergenerazionale molto penalizzante soprattutto per i giovani. Il totale dei contributi raccolti attualmente non è sufficiente a pagare le prestazioni erogate e dunque si necessita di una integrazione a carico della fiscalità generale.</p>
<p>Un sistema messo in piedi quando il rapporto tra lavoratori e pensionati era molto diverso da oggi e l’aspettativa di vita significativamente inferiore è diventato di fatto insostenibile. Occorre un ribilanciamento che riduca le prestazioni troppo generose erogate oggi e tuteli quelle che rischiano di essere troppo penalizzate in futuro.</p>
<p>Dunque un criterio efficace per valutare le proposte politiche è quello di verificare se sono orientate a peggiorare gli squilibri anticipando l’età per andare in pensione oppure se al contrario si provano a porre rimedio all’ingiustizia della struttura attuale.</p>
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		<title>(S)vincolati</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/svincolati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Jul 2022 16:01:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[governo draghi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il lascito politico del governo Draghi consiste nella decomposizione non solo delle false coalizioni, ma direttamente dei partiti che pretendono d’essere coalizzati avendo programmi e interessi non diversi, ma opposti. La contabilità dei consensi per la vittoria senza programma s’è trasformata nella partita doppia della sconfitta. L’alternativa c’è, ci torneremo. Però, attenzione: di puro politicantismo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/svincolati/">(S)vincolati</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il lascito politico del governo Draghi consiste nella decomposizione non solo delle false coalizioni, ma direttamente dei partiti che pretendono d’essere coalizzati avendo programmi e interessi non diversi, ma opposti. La contabilità dei consensi per la vittoria senza programma s’è trasformata nella partita doppia della sconfitta.</p>
<p>L’alternativa c’è, ci torneremo. Però, attenzione: di puro politicantismo si può anche morire, ma non si riesce a campare. Quel che ci può arrivare addosso non si sposterà o devierà a chiacchiere.</p>
<p>Il primo sintomo della follia politicante consiste nel credere che non esistano vincoli dati dalla realtà, ma solo dalle scelte politiche. Sono convinti che due chili di pere possano divenire dieci per decisione politica.</p>
<p>Molti di quelli che s’esercitano nel tifo, ammesso siano persone reali e non prodotti di macchinari, non solo confidano nel verbo che modifica il reale, ma accusano chi non ci crede di vivere fuori dalla realtà. Quindi cominciamo da una cosa reale, che secondo i mistici del politicantismo non lo sarebbe: lo spread. L’indice del complottismo, come pensano quelli dei dici chili di pere.</p>
<p>Scusate l’ovvietà: non si prestano soldi a tutti, per qualsiasi cosa e alle stesse condizioni. Lo sanno benissimo la Sora Cesira e il Sor Augusto, che pagano un mutuo e la macchina a rate. Chi comporta un maggiore pericolo deve pagare di più. Chi non ha garanzie da offrire, paga di più.</p>
<p>I Paesi più indebitati pagano di più. Possono dimostrare che hanno politiche stabilmente virtuose e deficit decrescenti, così ottenendo condizioni migliori. Ma se dicono, poste le mani sui fianchi e alzata la pappagogia: me ne frego delle adunche mani capitaliste, prendo soldi a prestito per favorire consumi senza produzione, la conseguenza è una sola: sale il tasso d’interesse. Veniamo a noi: lo spread era salito anche con Draghi. Certamente.</p>
<p>Non guarda in faccia nessuno. Il governo dice che il bonus 110% è una boiata inflattiva e un modo per dare soldi ai ricchi e la maggioranza gli impone di tenerlo? Sale. Non è un lassativo, non basta la parola. Non si riesce a mettere a gara manco uno stabilimento balneare e rilasciare una licenza taxi? Sale, perché si dimostra che i più capaci non lo sono abbastanza. Il punto è un altro: sale, ma sta nei binari e poi scende. Se prende a salire e basta c’è dell’altro. E non buono.</p>
<p>Il nostro era considerevolmente sceso grazie alla Banca centrale europea (c’era un tal Draghi). Vuol dire che la Banca centrale lo controlla? Manco per niente. Però può convincere i mercati che speculare sarebbe inutile, perché userà la credibilità dei meno indebitati e più produttivi per compensare la non credibilità dei più indebitati e meno produttivi. Capire perché la cosa non è simpaticissima per i garanti non dovrebbe essere difficile, specie se lo si sostiene relativamente al Veneto nei confronti della Calabria.</p>
<p>La Bce fa salire i tassi d’interesse di 0.50 punti, assai meno che negli Stati Uniti. In una frase sensata, pronunciata da persone ragionanti, non ci può stare il lamento per l’inflazione e, contemporaneamente, per il rialzo. Si capisce subito che sei deficiente o stai recitando una parte demagogica.</p>
<p>Ma, cribbio, scudateci, difendeteci. Certamente, è nell’interesse europeo che gli spread non si divarichino. Giusto. Ma comporta l’accettazione dei vincoli, ad esempio il rispetto degli impegni che tu stesso hai preso, che il tuo governo ha negoziato e che il tuo Parlamento ha approvato. Nooo! Questo minaccia la mia sovranità! E allora, caro mio, sii libero di vedertela con gli strozzini. Saluti e baci.</p>
<p>Per questo sostenevamo: gli impegni che sono stati presi assieme siano considerati immodificabili per il futuro, se al governo si troveranno gli stessi che li hanno presi o parte di essi.</p>
<p>E per oggi, da agente prezzolato dei poteri occulti e del mercato rapace, da servo dei poteri forti, è tutto. Inquietante è che un Paese ricco e capace possa veramente mettersi nelle mani di poveracci incapaci, per il gusto di mostrarsi sovranamente infantile (o stolidamente senile).</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/venerdi-22-luglio/"><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
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		<title>Voto e vuoto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/voto-e-vuoto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 May 2022 08:40:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’attività del governo non ha rallentato e non si è affievolita. Tale sensazione è diffusa, ma è sbagliata e contiene un errore che ne compromette la correzione. Su tutto quello che è di esclusiva competenza governativa le cose potrebbero procedere meglio e più velocemente, ma vanno bene e con accettabile speditezza. La musica cambia quando [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/voto-e-vuoto/">Voto e vuoto</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’attività del governo non ha rallentato e non si è affievolita. Tale sensazione è diffusa, ma è sbagliata e contiene un errore che ne compromette la correzione. Su tutto quello che è di esclusiva competenza governativa le cose potrebbero procedere meglio e più velocemente, ma vanno bene e con accettabile speditezza. La musica cambia quando entra in scena il Parlamento. E più si andrà avanti più entrerà in scena.</p>
<p>Qui le riforme rallentano e si snaturano. Materie come il fisco e la concorrenza cominciano a somigliare al grosso pesce pescato dal Vecchio nel mare di Hemingway: prima di toccare la riva resta solo la lisca. In altre materie, come la giustizia, s’è scelto in partenza di puntare all’uovo oggi, rinunciando alla gallina domani. Non che l’uovo sia disprezzabile, ma anche quello finisce fritto e poi sparisce. Il Parlamento non è mai stato un luogo comodo per i governi, né deve esserlo, anzi, ma per il governo Draghi la cosa è ancora più complicata, essendo un governo “con” i partiti e non “dei” partiti.</p>
<p>Forse qualcuno sperava che proprio l’estraneità di Draghi (e di Franco) al gioco dei partiti gli consentisse di prenderli per un orecchio e portarli dove necessario. Ma una tale speranza si basa su un concetto distorto e velenoso del potere, lo stesso che genera patologie da “pieni poteri”, perché nelle democrazie e nei sistemi parlamentari il potere si esercita con il consenso: prima degli elettori e poi degli eletti. Se potere e consenso divorziano la democrazia soffoca. Se, invece, copulano di continuo la democrazia annega nella demagogia. Quindi no, attendersi il governo dell’uomo forte porta dove portò l’uomo della provvidenza: alla perdizione.</p>
<p>Epperò una cosa è il consenso necessario a cambiare le cose, altra il rinunciare a cambiarle per tenersi il consenso. Che è poi la ragione per cui, da settimane, avvertiamo che il tempo scorre, la legislatura ha meno di un anno davanti, sulle cose necessarie si deve accelerare. E sì, speriamo sempre che Draghi non si limiti a non mollare, ma qualche volta li molli. Più o meno, mi pare che anche il professor Carlo Cottarelli ragioni in questo modo. Ma ha fatto un passo in più: meglio andare a votare subito, ha scritto, piuttosto che tenersi lo strazio del nulla fino allo sfinimento. Mi piacerebbe concordare, se non fosse che attorno al voto vedo il vuoto.</p>
<p>Perché le cose rallentano, in Parlamento, fin quasi a fermarsi? Perché i partiti che approvano le cose in Consiglio dei ministri sono gli stessi che poi le smontano in Parlamento? Si risponde: perché sono già in campagna elettorale, meglio accorciarla. Ma sono sempre in campagna elettorale. È la sola cosa per cui si sentono la vocazione. E non può che essere così perché non sono partiti diversi con politiche diverse in cerca di consensi per realizzarle, ma politici senza idee politiche che cercano i consensi per continuare a fare politica. Tanto è vero che restano appiccicati alla falsa contrapposizione fra coalizioni, che appiccicate non ci restano manco con lo sputo. Sono divise in tutto, dalla politica estera alle questioni interne, ma restano falsamente unite per continuare il falso balletto. Certo che andremo a votare, questo vogliono le regole, ma a che ci servirà sapere quale falso prevarrà? In ogni caso non sarà risolutivo.</p>
<p>Accorciando la campagna elettorale non accorciamo lo strazio, perché si riprenderà la mattina dopo e i falsi vincitori si logoreranno in fretta. A quel punto qualcuno dirà: torniamo al voto. Altri proveranno a fare un governo che prescinda dai propagandisti a tre palle un soldo, senza più neanche Draghi.</p>
<p>Nuoce alla democrazia credere che il governo possa prescindere dal consenso, come nuoce supporre che le elezioni siano inutili. Ma nuoce anche credere che la democrazia consista solo nel votare e rivotare. Oggi è prezioso garantire la collocazione atlantista ed europeista, che all’inizio della legislatura, dopo il voto, erano sfregiate. Poi sarà il caso di porsi la questione da elettori: è vero che non posso votare quello che non c’è, ma è pure vero che quello che c’è lo abbiamo voluto noi. E desta una certa repugnanza. Ma è da noi che si dovrebbe cominciare, incenerendo vizi diffusi.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>Interessi e guerra</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/interessi-e-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 May 2022 06:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[biden]]></category>
		<category><![CDATA[diplomazia]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><iframe loading="lazy" title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/GZ4XqikACg0" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>Taluni organi di informazione hanno seguito l&#8217;incontro tra il Presidente degli Stati Uniti d&#8217;America Biden e il Presidente del Consiglio Draghi, sottolineando molto i rapporti cordiali, l&#8217;intesa, forse l&#8217;amicizia.</p>
<p>Sicuramente, per esempio, i legami anche professionali che risalgono agli anni degli studi tra il nostro Presidente del Consiglio e il Segretario al Tesoro Statunitense, che è stato prima Presidente della Federal Reserve, Yellen. E, perché no, anche il fatto è che il Presidente del Consiglio italiano può approfittare della capacità di rivolgersi e di interloquire con i partner statunitensi, senza dover ricorrere all&#8217;interprete.</p>
<p>Si tratta di elementi utili: infatti, nelle relazioni internazionali i buoni rapporti personali sono preziosi, ma non sono affatto decisivi, perché nei rapporti internazionali contano moltissimo la geografia e la storia, contano gli interessi materiali indisponibili di ciascun Paese. Non è mai un incontro fra amici, perché si rappresentano comunque due Paesi diversi. I buoni rapporti possono servire, anche nei confronti di avversari, cioè di antagonisti, perché avere un buon dialogo è sempre una cosa buona, senza che questo cancelli l&#8217;antagonismo.</p>
<p>In questo specifico caso dell&#8217;incontro fra Stati Uniti e Italia non è questione dei buoni rapporti personali, ma è la cointeressenza, è la storia e il fatto che la crescita del benessere e della ricchezza è consustanziale, nel nostro mondo, alla difesa della democrazia.</p>
<p>Nel nostro mondo non esistono benessere, crescita e ricchezza, se non nell&#8217;alveo delle famiglie democratiche europee e nord atlantiche. Fuori da questo c&#8217;è la miseria. Non si possono dividere le due cose: e, proprio perché non si possono dividere, non si possono a loro volta dividere dalla necessità di difendere tutto questo.</p>
<p>Per questa ragione gli interessi dell&#8217;Italia e gli interessi degli Stati Uniti sono i medesimi nella condizione creata dalla guerra scatenata da Putin. Poi ci sono mille differenze, ma se è per questo ci sono mille differenze anche fra la mia azienda e quella di un concorrente, che sta a cento metri di distanza: non c&#8217;è bisogno che sia straniero. Questo è normale.</p>
<p>Tuttavia, si tratta di una differenza di interessi e anche di opinioni che sta dentro un sistema di relazioni internazionali, che, per noi, è l&#8217;Unione Europea da una parte e l&#8217;Alleanza Atlantica dall&#8217;altra. Quest’ultima racchiude e comprende l&#8217;Unione Europea: questo è il punto centrale.</p>
<p>Purtroppo di tentativi diplomatici per chiudere la guerra al più presto se ne fanno molti: da ultimo Macron, che ha avuto un&#8217;ottima apertura da parte cinese, perché quando i cinesi dicono che bisogna salvaguardare l&#8217;integrità territoriale dell&#8217;Ucraina e arrivare al più presto possibile al “cessate il fuoco” – che è esattamente ciò che diciamo noi – è estremamente positivo.</p>
<p>Noi stiamo usando la diplomazia, mentre i russi, fin qui, rifiutano la via diplomatica, rifiutano il dialogo, rifiutano il negoziato.</p>
<p>In queste condizioni, dentro l&#8217;alveo delle famiglie democratiche, dentro l&#8217;alveo della difesa delle nostre libertà e prosperità, quindi dentro l&#8217;alveo dell&#8217;Unione Europea e dell&#8217;Alleanza Atlantica, noi continueremo a dare man forte agli ucraini. Lo faremo con gli aiuti economici, lo faremo con gli aiuti sanitari, alimentari e militari.</p>
<p>Ogni distinzione su questo è legittima, ma deve essere conseguente: significa dare una mano a Putin che si trova impelagato in una guerra, che lui ha voluto, che lui ha scatenato che lui non è in grado di vincere. Anzi, una guerra che lui non vincerà mai.</p>
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