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	<title>debito Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>debito Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>L&#8217;occasione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jul 2023 18:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quel che sostenne ieri chi oggi governa è noto, con un evidente taglio che se proprio non si vuol definire antieuropeista (e lo era) è stato un tono continuamente polemico e avversativo. Circa quel che dice oggi si può rimproverare l’incoerenza, ma è più utile benedirla. Guardiamo al futuro, a quel che si può costruire. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/loccasione-2/">L&#8217;occasione</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quel che sostenne ieri chi oggi governa è noto, con un evidente taglio che se proprio non si vuol definire antieuropeista (e lo era) è stato un tono continuamente polemico e avversativo. Circa quel che dice oggi si può rimproverare l’incoerenza, ma è più utile benedirla. Guardiamo al futuro, a quel che si può costruire. Non soltanto perché è più utile che rotolarsi nel trastullo polemico, ma perché si presenta una grande occasione per l’Italia, per l’Unione europea e per i governanti (non solo italiani) che furono o sono euroantipatizzanti.</p>
<p>Il caldo luglio presente apre il semestre alla conclusione del quale cessa la sospensione del Patto di stabilità. Non è che poi torna la presunta austerità, la cui sostanza rimane oscura in una realtà in cui ogni anno lo Stato spende più di quel che incassa, devolvendo soldi nel pagamento di interessi sul debito che non sono un merito per cui il debito stesso si possa aumentarlo ma una buona ragione per contrarlo. Come, difatti, ci si propone di fare. L’inflazione aiuta lo Stato indebitato, perché diminuisce il valore dei titoli già emessi e fa aumentare il gettito dell’Iva, ma infilza i consumatori e i risparmiatori, oltre a rendere necessario un rialzo dei tassi d’interesse, che continuerà. Si spera non a lungo. Dal primo gennaio 2024 torna in vigore il vecchio patto o una sua versione modificata. Di quali siano le versioni alternative ci siamo già occupati. Mentre pensare di usare il Mes come strumento negoziale è un’idea così sciocca da potere produrre soltanto sciocchi contentini declamatori. Conditi dal compatimento.</p>
<p>L’occasione è data dal Green Deal. Il governo italiano (quello in carica) non si è opposto: s’è astenuto. Chiede una cosa rilevante ma non decisiva, ovvero l’inserimento dei carburanti bio fra quelli utilizzabili. Lo sfondo del Green Deal non è bucolico ma produttivo, spingendo allo sviluppo di nuovi processi produttivi e tecnologie. Che sia un interesse comune europeo è condiviso da tutti. Che alcuni Paesi Ue lo rispettino e altri no è demenziale, come magistralmente argomentato da Mario Draghi nella sua “Martin Feldstein Lecture” (cosa aspettano i Paesi Ue e le forze politiche europee a puntare su di lui per un nuovo equilibrio istituzionale dell’Unione?). Il problema dunque non è il cosa, è solo marginalmente il quando, ma diviene: con quali soldi? Perché è vero che si tratta di investimenti che saranno produttivi di ricchezza, ma richiedono comunque forza finanziaria immediata.</p>
<p>Ed è qui l’occasione: finalità, innovazioni e interessi europei giustificano debito comune europeo. Al tavolo della riforma del Patto di stabilità è non soltanto inutile ma autolesionista portare la gnagnera italiana dell’“elasticità”, consistente nel potere continuare a far spesa in <em>deficit</em> che poi aumenta il nostro svantaggio. E neanche è sensato che dalla spesa da contenere sia esclusa questa o quella voce (tipo difesa o investimenti), perché tanto i soldi – sul mercato – andranno trovati e pagati per quanti se ne chiedono. A quel tavolo si porti il Green Deal, senza cadere nella trappola per allocchi che sia di sinistra o di destra (e suggerendo a chi si crede ficcante di piantarla dall’usare “gretini”, altrimenti diventa una firma). È un obiettivo? Bene, organizziamoci per non mancarlo.</p>
<p>Questo aiuterebbe l’Ue a fare un ulteriore e importante passo avanti nella direzione dell’integrazione e della cancellazione degli squilibri esistenti, l’Italia a mettere in maggiore sicurezza il proprio imponente debito pubblico e la destra che governa a porre un problema che sappia guardare al futuro, anziché sforzarsi – con scarsa credibilità – di conciliare il passato con il presente. Alle stesse elezioni europee si potrà così portare un tema, in ciascun Paese, che abbia a che vedere con la realtà e non evochi soltanto, per maggioranze e opposizioni, i temi della paura o della ripulsa. Le classi dirigenti che non si forgiano nelle guerre (fortunatamente) crescono affrontando queste sfide.</p>
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<p><a href="https://giornale.laragione.eu/giornale/575"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/loccasione-2/">L&#8217;occasione</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>#laFLEalMassimo – Episodio 98 – Imprese e Cervelli in Fuga</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-episodio-98-imprese-e-cervelli-in-fuga/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Famularo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jun 2023 09:26:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#laFLEalMassimo]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2023]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Famularo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa rubrica ribadisce in apertura il sostegno alla causa del popolo Ucraino ingiustamente invaso dalla Russia e ribadisce Si licet magnis componere Parva che la rilevanza di questa tragedia umanitaria per gli equilibri sociopolitici mondiali si sono pronunciati banchieri centrali di oggi e di ieri come Visco e Draghi. Di recente si è discusso della [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Questa rubrica ribadisce in apertura il sostegno alla causa del popolo Ucraino ingiustamente invaso dalla Russia e ribadisce Si licet magnis componere Parva che la rilevanza di questa tragedia umanitaria per gli equilibri sociopolitici mondiali si sono pronunciati banchieri centrali di oggi e di ieri come Visco e Draghi.</p>
<p>Di recente si è discusso della possibilità che la Brembo, una importante azienda italiana che produce impianti frenanti, possa trasferire la propria sede legale nei Paesi Bassi come peraltro hanno fatto in passato altri nomi importanti.</p>
<p>L’elemento di attenzione è che la sede fiscale dell’impresa rimarrebbe in Italia, così come le azioni continuerebbero ad essere quotate alla borsa di Milano.</p>
<p>La nota dolente è che si tratta dell’ennesima conferma di quanto il nostro apparato giuridico e istituzionale sia inadeguato alla presenza di grandi imprese multinazionali. Non si può gridare con demagogia alla fuga dalla tasse, ma occorre prendere atto che si tratta di una scelta strategica per non sacrificare le aspirazioni globali di una grande impresa italiana.</p>
<p>Siamo dunque un paese dal quale oltre ai cervelli in fuga, che si spostano alla ricerca di ambienti più fertili e meritocratici, anche le aziende più innovative e vocate all’eccellenza sono costrette a uscire se vogliono perseguire l’obiettivo concreto di sviluppare il proprio potenziale.</p>
<p>I problemi dalle distorsioni del sistema giuridico alle inefficienze della pubblica amministrazione sono ampiamente noti, come sono note le soluzioni e le riforme necessarie. Possiamo chiederci per quanto ancora competenze,  capitali, energie individuali dovranno defluire dal nostro paese prima che ci si renda conto che sono questi oggi i fattori determinanti la ricchezza delle nazioni e che, in mancanza di una drastica inversione di tendenza ci attende un futuro di povertà e arretratezza rispetto ai paesi a noi comparabili.</p>
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<p><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo/">Rubrica #laflealmassimo</a></p>
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		<title>#laFLEalMassimo – Episodio 95 – Considerazioni Finali Libertà e Crescita</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-episodio-95-considerazioni-finali-liberta-e-crescita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Famularo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jun 2023 10:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#laFLEalMassimo]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2023]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rilevo con una certa soddisfazione che anche le considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia, così come l’autorevole relazione annuale sullo stato dell’Economia italiana esordiscono condannando l’ingiusta invasione perpetrata dalla Russia ai danni del popolo Ucraino. Si tratta di un segnale importante e di una fondamentale manifestazione di civiltà e raziocinio in un paese dove [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Rilevo con una certa soddisfazione che anche le considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia, così come l’autorevole relazione annuale sullo stato dell’Economia italiana esordiscono condannando l’ingiusta invasione perpetrata dalla Russia ai danni del popolo Ucraino.</p>
<p>Si tratta di un segnale importante e di una fondamentale manifestazione di civiltà e raziocinio in un paese dove una parte non piccola della classe politica mette in discussione il sostegno alla nazione invasa non solo in modo aperto come avviene per alcune frange estreme, ma anche in modo surrettizio come nel caso dei “Pacifinti di Giuseppe Conte” o delle recenti critiche della leader PD Elly Schlein in merito all’uso dei fondi del PNRR per la produzione di armamenti.</p>
<p>Nel discorso del governatore troviamo un’Italia che ha resistito piuttosto bene ad una serie di circostanze impreviste dalla Pandemia da Covid19 al ritorno della guerra in Europa con le conseguenti tensioni sui prezzi di molti prodotti non solo nell’energia e nelle materie prime.</p>
<p>Si tratta di un paese che però deve ancora risolvere diversi nodi strutturali, dalla scarsa produttività del settore privato all’inefficienza della pubblica amministrazione aggravati da una normativa fiscale contorta e disfunzionale e un sistema previdenziale sempre meno sostenibili a fronte dei mutamenti nella struttura demografica.</p>
<p>Per superare queste sfide l’unica strada è tornare a crescere in modo sostenuto e per raggiungere questo obiettivo è necessario portare avanti le riforme collegate al PNRR che mi permetto di aggiungere costituiscono una condizione necessaria, ma forse non ancora sufficiente per garantire un futuro sostenibile sul piano sociale ed economico al nostro paese.</p>
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<p><a href="https://youtu.be/mG3yw2A9wJE">https://youtu.be/mG3yw2A9wJE</a></p>
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		<title>Anni di Serietà</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/anni-di-serieta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jun 2023 12:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>https://youtu.be/0kZrYEfpbNo</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://youtu.be/0kZrYEfpbNo">https://youtu.be/0kZrYEfpbNo</a></p>
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		<title>Accollati</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/accollati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Apr 2023 13:35:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[fondi europei]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A forza di dire che si mette il costo dei consumi odierni e del debito pubblico sulle spalle dei figli non ci si è accorti che i figli siamo noi. La nostra spesa per pagare gli interessi sul debito pubblico non è solo la più alta d’Europa, in rapporto al prodotto interno lordo, ma è [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A forza di dire che si mette il costo dei consumi odierni e del debito pubblico sulle spalle dei figli non ci si è accorti che i figli siamo noi. La nostra spesa per pagare gli interessi sul debito pubblico non è solo la più alta d’Europa, in rapporto al prodotto interno lordo, ma è più del doppio della media. Significa che, mediamente, ciascun italiano di oggi, non i nostri figli, ha 1012 euro in meno in tasca l’anno, rispetto a un tedesco; 733 in meno rispetto a uno spagnolo; anche se solo 153 meno di un francese (e si spera sia chiaro con chi abbiamo interessi in comune, rispetto alla riscrittura del patto di stabilità).</p>
<p>Che i tassi d’interesse sarebbero saliti era scontato, ma quelli europei sono ancora sotto i praticati in Usa o Uk. Inoltre abbiamo a disposizione la linea di credito europea Ngeu, che costa meno degli attuali valori di mercato, e una quota a fondo perduto. Abbiamo gli strumenti, quindi, per fare la sola cosa sensata: puntare a far crescere la ricchezza nazionale più velocemente del costo del debito, in modo da riassorbirlo gradualmente. Ed è qui che arriva lo stupefacente e si sente sostenere lo sconcertante.</p>
<p>Si sente dire: sapete che c’è? I fondi europei costano sì meno del debito preso sul mercato, ma tocca lavorarci e investirli, perché non ci rinunciamo? Poi tocca anche fare le riforme, ma perché non si fanno gli affari loro? Tanto s’è trovata la formula magica: saranno gli immigrati a pagare tutto. Dopo anni passati a parlare di muri e chiusure, accadono due cose: il governo di destra conferma quel che si trova scritto, da lustri, in tutti i Documenti di economia e finanza, ovvero che i conti pubblici si tengono in equilibrio solo se si mettono molti più immigrati al lavoro (170mila, ogni anno, tutti gli anni); poi arriva il presidente dell’Inps a sostenere che saranno gli immigrati a pagarci le pensioni. Entusiasmo avvincente, ma non ci hanno capito niente.</p>
<p>Tridico, Inps, è il più sincero. Non crede, gli chiedono, che il reddito di cittadinanza, da lei sostenuto, sia fallito? No, risponde, è solo mancato il contorno: gli uffici del lavoro, le politiche di formazione e quelle attive del lavoro. Ha ragione, ha funzionato solo il dare (buttare) quattrini, presi a prestito. Che come fallimento non è neanche normale, ma una bancarotta materiale e morale. E questa è l’Italia che ora dice: facciamo pagare gli immigrati. Non sia mai che le pensioni le facciamo pagare agli evasori fiscali e previdenziali, quelli condoniamoli.</p>
<p>Il prof. Luca Ricolfi, che potete leggere qui a fianco, aveva elaborato un concetto avvincente: la società signorile di massa. Ovvero una società in cui tutti si è signori, scaricando i lavori pesanti o sgradevoli sugli immigrati, pagandoli poco. Ora pure debito e pensioni. Come dire: entrate senza fare rumore, non sporcate, non disturbate e pagate. Temo che si sia al passo successivo, rispetto a quanto descritto da Ricolfi, siamo alla: nobiltà decadente di massa. I soli a viaggiare, conoscere il mondo, spendere molto e non produrre un accidente, vendendo prima le terre e poi il diroccato maniero avito.</p>
<p>Ben triste la nostra sorte se vivessimo per accollarci ad altri. La nostra vocazione deve essere quella che si vede al salone del mobile e nelle esportazioni: innovazione, coraggio, inventiva. Ma per riuscirci serve studio, lavoro, passione e fatica. Fatica. Accollati si diventa subordinati. Se un briciolo d’orgoglio c’è ancora nella politica capiscano tutti, a destra e sinistra, che l’Italia ha bisogno d’essere scossa non consolata, spronata non assistita, alleggerita non gravata. La società della rendita, basata sul debito, rende schiavi. Oggi, non in un futuro indefinito. Pensare di evitarlo schiavizzando altri non è neanche inaccettabile, è proprio da scemi.</p>
<p>L’Italia che pedala non fa distinzioni fra indigeni o immigrati, nei diritti e nei doveri, sa che il lavoratore va rispettato e il mantenuto scaricato. Oltre che civile, quell’Italia, è consapevole del proprio interesse.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/mercoledi-19-aprile-2023/"><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Esplosivo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/esplosivo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Feb 2023 17:31:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[governo meloni]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’arma del debito è puntata contro di noi. Da molto tempo e per nostra responsabilità. Dovendo ora aumentare il debito per comprare armi, ottemperando a un obbligo di sicurezza e corresponsabilità Nato, abbiamo la possibilità di non essere il bersaglio, ma di potere prendere la mira. Dovendo far crescere la spesa per la difesa dall’1.38% [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’arma del debito è puntata contro di noi. Da molto tempo e per nostra responsabilità. Dovendo ora aumentare il debito per comprare armi, ottemperando a un obbligo di sicurezza e corresponsabilità Nato, abbiamo la possibilità di non essere il bersaglio, ma di potere prendere la mira.</p>
<p>Dovendo far crescere la spesa per la difesa dall’1.38% del Prodotto interno lordo ad almeno il 2%, così come stabilito in sede Nato nel 2014, e così come è ora saggio e urgente che sia, perché la guerra che la Russia ha scatenato in Ucraina comporta il trasferimento di armi e lo sguarnirsi degli arsenali, dovendo, quindi, affrontare una spesa che era prevista, ma ora non rinviabile, il ministro della difesa, Guido Crosetto, ha chiesto che quei soldi non siano contabilizzati ai fini del patto di stabilità. Se tale richiesta fosse accolta sarebbe per noi un danno. Dobbiamo chiedere e proporre molto di più.</p>
<p>I celebri e vituperati “parametri europei” non solo sono l’ultimo dei problemi, ma comportano un vantaggio, giacché sono i cardini di una protezione. Più alto è il rischio di speculazione sul debito nazionale, più alto il valore della protezione. Potere fare debiti in deroga a quei parametri non è un privilegio, ma una fregatura, proprio perché aggira la protezione. Di quel debito aggiuntivo non dovremmo discutere con la Commissione Ue, ma dovremmo comunque chiederlo al mercato e adeguatamente remunerarlo. Non c’è alcun vantaggio. Mentre l’aumento delle spese per la difesa è una necessità che risponde ad una preziosa unità europea, che ha un alto valore sia politico che morale. E siccome non siamo una parte del mondo senza produttori di sistemi d’arma e tecnologia d’avanguardia, quel che dovremmo proporre è mettere a sistema quel mondo produttivo, lavorare all’eliminazioni delle sovrapposizioni disfunzionali e alimentarlo con investimenti europei, retti da debito comune. Non sarebbe una furbata per non fare debito italiano, ma una spinta seria alla difesa comune. Che, in ambito Nato, è anche la sola possibile e immaginabile.</p>
<p>Il governo Meloni avrebbe qualche credibilità in più, per proporlo. A partire da tre premesse. 1. In campagna elettorale FdI è stata la sola forza di destra (a parte Azione la sola in generale) ad opporsi agli scostamenti di bilancio, mentre gli altri reclamavano debito aggiuntivo per distribuire quattrini. Come è noto FdI ha trionfato e gli altri tonfato. 2. Ereditati i conti dal governo Draghi s’è posto in coerenza, tanto che nessuno ha potuto seriamente avanzare dubbi di affidabilità e lo spread se ne è stato a cuccia. 3. È stato capace di due scelte coraggiose e giuste: a. cancellare la sospensione delle accise sui carburanti (salvo pasticciare nel decreto); b. cancellare lo sconto in fattura e la cessione del credito di quella roba allucinante con denominazione circense, ovvero il “superbonus 110%”.</p>
<p>Naturale che avrebbero accusato il governo del caro carburanti, anche se i prezzi calavano. Naturale che ora si paventi la morte del mercato edilizio, che dopo essere stato a lungo drogato non potrà non avere una crisi d’astinenza. (Dei 372.303 cantieri aperti solo 51.247 sono relativi a condomini e di 65.2 miliardi di investimento ammessi solo 30.4 riguardano condomini, il resto sono ville ed edifici unifamiliari, quindi gli immobili che se ne sono giovati sono pochi e moltissimi a favore di soggetti che avrebbero potuto spendere da soli, invece si sono usati soldi del contribuente e alimentato l’inflazione favorendo la crescita dei prezzi). Queste cose il governo ha avuto il coraggio di farle e ciò rende credibile la proposta cui si faceva cenno, non intestandola a chi sa solo spendere soldi che non ha.</p>
<p>Il “dettaglio” è che sia la difesa europea che il debito condiviso rispondono ai nostri interessi, ma sono anche potenti vettori di maggiore e indissolubile unità europea. Sarebbe interessante, sarebbe esplosivo e rigenerativo veder realizzare questo disegno da chi lo avversò. Ma Brexit è lì a dimostrare quanto fosse folle.</p>
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<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/sabato-18-febbraio-2023/"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/esplosivo/">Esplosivo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Un’altra stabilità in Europa è possibile</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/unaltra-stabilita-in-europa-e-possibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giavazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2023 12:03:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[bilancio]]></category>
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		<category><![CDATA[patto di stabilità]]></category>
		<category><![CDATA[PNRR]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Commissione europea, dopo una consultazione durata quasi un anno, ha presentato un progetto sorprendentemente ambizioso e in qualche modo rivoluzionario Questa settimana a Bruxelles inizia la trattativa sul nuovo Patto di stabilità, cioè sulle regole di bilancio che dovranno essere re-introdotte in Europa dopo la sospensione — all’inizio della pandemia — della vecchia versione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">La Commissione europea, dopo una consultazione durata quasi un anno, ha presentato un progetto sorprendentemente ambizioso e in qualche modo rivoluzionario</h3>
<p>Questa settimana a Bruxelles inizia la trattativa sul nuovo Patto di stabilità, cioè sulle regole di bilancio che dovranno essere re-introdotte in Europa dopo la sospensione — all’inizio della pandemia — della vecchia versione del Patto. In questa trattativa l’Italia sarà rappresentata dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e dal nuovo direttore del Tesoro, Riccardo Barbieri.</p>
<p>Si partirà dalla proposta della Commissione europea la quale, dopo un processo di consultazione durato quasi un anno, lo scorso novembre ha presentato un progetto sorprendentemente ambizioso e in qualche modo rivoluzionario. Viene abbandonato il Patto basato su rigide soglie numeriche, identiche per tutti i Paesi: l’idea è di sostituirlo con piani di riduzione del debito che la Commissione negozierà con ciascun Paese e che saranno valutati chiedendosi se garantirebbero la sostenibilità del debito.</p>
<p>Una seconda innovazione è la proposta di usare, come strumento per garantire la sostenibilità del debito, il percorso della spesa pubblica al netto degli interessi. Mi pare una scelta saggia perché evita che una recessione, e la caduta del gettito fiscale che la accompagna, possano indurre politiche di bilancio pro-cicliche, cioè strette di bilancio che aggravano la recessione. Un approccio fondato su una regola di spesa e su piani a medio termine produce aggiustamenti meno sensibili alle condizioni economiche del Paese.</p>
<p>Infine, l’orizzonte per la riduzione del rapporto debito-Pil, in principio fissato in 4 anni, diventa anch’esso negoziabile. Il vecchio Patto prevedeva che il rapporto scendesse ogni anno di un ventesimo della distanza tra il livello corrente e il 60%. Con le nuove regole gli Stati membri potranno chiedere rientri più graduali, in cambio di riforme e piani di investimento sorvegliati da Bruxelles.</p>
<p>La proposta della Commissione, che ha molti elementi in comune con il progetto italo-francese proposto da Draghi e Macron nel dicembre 2021, si ispira all’esperienza del Pnrr il cui disegno è molto diverso dal vecchio Patto di stabilità. Il patto lasciava ai Paesi tutte le scelte economiche strategiche limitandosi ad imporre loro un insieme uniforme di regole. Il Pnrr invece affida ai Paesi e alla Commissione, che decidono insieme, la scelta di obiettivi comuni (transizione verde, digitalizzazione, riduzione delle disuguaglianze), con una forte discrezionalità nella formulazione dei piani nazionali tenendo conto della realtà istituzionale di ciascuno Paese.</p>
<p>Vecchio Patto e nuove regole differiscono anche nelle modalità di esecuzione. Con il Patto eventuali deviazioni dagli obiettivi concordati erano affrontate solo tramite la moral suasion, e questa non ha mai funzionato. Nel Pnrr invece il mancato rispetto degli impegni può essere sanzionato con la sospensione dei finanziamenti, e finora questa minaccia sembra essere efficace.</p>
<p>Ma dietro queste differenze fra il vecchio Patto e la nuova proposta vi è un diverso modo di ottenere la riduzione del rapporto fra debito pubblico e Pil. Un primo approccio consiste nell’agire sul deficit, riducendolo: contraendo, cioè, la spesa pubblica o aumentando la pressione fiscale. Se la contrazione del deficit avviene troppo rapidamente, e con un sostegno limitato della politica monetaria, oppure aumentando le tasse anziché tagliando le spese (perché molta spesa pubblica, in primis pensioni e sanità, è difficile da tagliare), si provocherà una recessione con il risultato paradossale che il rapporto tra debito pubblico e Pil, anziché scendere, salirà. Se poi la recessione è particolarmente grave, può avere effetti sul potenziale di crescita dell’economia — scoraggiando la creazione di imprese, l’innovazione tecnologica e l’apprendimento di tecniche nuove da parte dei lavoratori — e così avere benefici limitati anche nel medio/lungo periodo. Questo tipo di aggiustamento è stato adottato dall’Unione europea negli anni delle crisi di debito sovrano (2010-13), generando un’ondata di austerità, con il risultato che alla fine il rapporto debito-Pil anziché ridursi è aumentato: fra il 2011 e il 2013, un periodo di intensa austerità, il rapporto debito-Pil aumentò in Italia dal 120 al 132,5 per cento.</p>
<p>Diversamente si possono mettere in campo politiche economiche per favorire un elevato tasso di crescita dell’economia, sia stimolando gli investimenti, privati e pubblici, sia con riforme che migliorino l’allocazione delle risorse produttive, in primis il lavoro. Evidentemente questa seconda strada è preferibile, visto che aumentare la crescita economica è sempre positivo, anche ignorando gli effetti collaterali sulla sostenibilità del debito pubblico. È però anche un approccio più fragile: affinché un programma di investimenti pubblici abbia effetti duraturi sulla crescita, la scelta del tipo di investimenti è cruciale. Questo significa che la scelta di quali investimenti pubblici e quali riforme attuare durante un programma di riduzione del debito richiede una valutazione attenta e realistica di quanto possano contribuire alla crescita della capacità produttiva nel lungo periodo e non solo alla crescita della spesa totale nel breve periodo.</p>
<p>Nel complesso il Pnrr offre un esempio incoraggiante di questo secondo approccio. La crescita italiana degli ultimi due anni ha portato a una discesa veloce del rapporto debito/Pil: da 155 a 147 in soli tre anni. Parte di questa rapida crescita è dovuta a un effetto di recupero dopo la recessione molto acuta del 2020, e parte della crescita è crescita «nominale» dovuta all’inflazione. Ma è utile ricordare che dopo la recessione del 2009 non si era avuta una ripresa altrettanto veloce e l’inflazione era stata a lungo al di sotto dell’obiettivo della Banca Centrale Europea. È ragionevole supporre che la diversa performance dell’economia italiana negli ultimi due anni sia dovuta in parte significativa al supporto fiscale che il Pnrr consente. Non è certo che gli investimenti pubblici fatti grazie ai fondi del Pnrr portino a crescita duratura, ma sicuramente la selezione degli investimenti e delle riforme che li hanno accompagnati è stata guidata da obiettivi di lungo periodo.</p>
<p>L’interesse dell’Italia è tener fermi due punti: restare allineata con la proposta della Commissione, rivendicandone una qualche paternità; insistere su un modello di riduzione del debito fondato su investimenti e crescita. Se il primo richiede capacità di alleanze, il secondo richiede precisi indirizzi di riforme e altrettanto precisi investimenti pubblici, capaci di attivare anche quelli privati, necessari tanto quanto quelli pubblici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/23_febbraio_12/cambiare-patto-un-altra-stabilita-europa-possibile-c7f98db2-ab09-11ed-a0ed-8f1430cfd08a.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>L’inutile corsa del gambero dei democratici</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/linutile-corsa-del-gambero-dei-democratici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chicco Testa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Jan 2023 15:07:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Assistenzialismo]]></category>
		<category><![CDATA[crescita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono parole che sono scomparse nel lessico del Pd.  Parole su cui è stata fondata la stagione migliore del Governo dell&#8217;Ulivo con Prodi, presidente del Consiglio, Ciampi ministro del Tesoro e Bersani all&#8217;Industria. Le parole sono in ordine di importanza: crescita, produttività, debito. Crescita prima di tutto per un Paese che non cresce da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono parole che sono scomparse nel lessico del Pd.  Parole su cui è stata fondata la stagione migliore del Governo dell&#8217;Ulivo con Prodi, presidente del Consiglio, Ciampi ministro del Tesoro e Bersani all&#8217;Industria. Le parole sono in ordine di importanza: crescita, produttività, debito. Crescita prima di tutto per un Paese che non cresce da ormai 20 anni, con rare eccezioni, e senza la quale, questo è l&#8217;insegnamento della migliore tradizione socialdemocratica, non vi è nulla da distribuire, le entrate fiscali languono, le famiglie in situazione di povertà aumentano e l&#8217;ascensore sociale, la speranza di una vita migliore, che ha fatto grande l&#8217;Italia dei nostri padri, si arresta o addirittura regredisce.</p>
<p>La produttività, quella di sistema, è una delle condizioni della crescita e il debito purtroppo ne costituisce un limite che, se non tenuto sotto controllo, costringe lo Stato ad impegnare cifre sempre maggiori del suo bilancio per pagare gli interessi e lo sottopone al rischio spread che solo le politiche interventiste della BEI e della UE hanno fino ad oggi scongiurato. Il differenziale con altri Paesi si misura in decine di miliardi che ogni anno vengono sottratti agli investimenti e alla spesa sociale. Destra e sinistra hanno da questo punto di vista molte cose in comune. Attingere al debito pubblico per accontentare segmenti crescenti del proprio (presunto) elettorato.</p>
<p>Crescita e lavoro vanno insieme, crescita e giustizia sociale vanno insieme, liberando risorse per la contrattazione sindacale e assicurando risorse fiscali per le grandi riforme a cominciare da quella della scuola, vera officina delle pari opportunità. Invece il problema viene affrontato dalla coda. Rivendicare maggiore uguaglianza, concetto per altro superato dalla migliore tradizione socialdemocratica con quello più complesso e realistico delle &#8220;pari opportunità&#8221;, in un Paese che si impoverisce, è la corsa del gambero. Con una inevitabile conseguenza, evidente nel Pd attuale.</p>
<p>Lo spostamento dell&#8217;attenzione sulle politiche assistenziali, che anziché essere usate con la necessaria parsimonia e in modo selettivo, invadono ogni campo. Pensioni, reddito di cittadinanza, bonus di ogni genere (persino quello per acquistare le macchinetta per rendere frizzante l&#8217;acqua potabile), nazionalizzazioni di aziende decotte. Così quello che dovrebbe essere il partito del lavoro diventa il partito del lavoro che non c&#8217;è, e quindi il partito degli assistiti. La società civile perde ogni autonomia e diventa sempre più dipendente dallo Stato. L&#8217;Italia si meridionalizza. Anche il modo scolastico e propagandistico con cui si è affrontata la transizione ecologica senza alcuna approfondita riflessione sull&#8217;impatto economico sul Paese e soprattutto sulle classi più deboli, ulteriormente colpite da aumenti di costi con effetti chiaramente regressivi dal punto divista fiscale, mostra più il tentativo di trovare a tutti i costi un nuovo ancoraggio ideologico piuttosto che una ragionata strategia.</p>
<p>È rimasto scolpito nella memoria il tweet di Letta contro il gas poco tempo prima che scoppiasse la crisi ucraina che ci ha ricordato in modo esemplare come si produce energia in Italia e in Europa. Persino i Verdi tedeschi mostrano un tasso di realismo e consapevolezza superiori di quello che dovrebbe essere un grande partito socialdemocratico. L&#8217;Italia ha bisogno di un Pd autorevole. Che non ha bisogno di alcuna rifondazione o nuovo inizio. Parole tipiche di chi, come dicono a Milano, cerca di tirarsi su facendo leva sulle proprie bretelle. Operazioni infantili come se fosse possibile rinascere ogni volta che qualche cosa va storto, un sogno adolescenziale, anziché fare un bilancio critico, responsabile e aggiustare il tiro.</p>
<p>Capisco, ma ovviamente non condivido la tentazione di auto confinarsi in un recinto identitario e garantirsi così una stentata sopravvivenza. Passando dalla vocazione maggioritaria a quella di rappresentanza di ceti minoritari prevalentemente assistiti. Gli operai, i lavoratori dipendenti guardano al sodo e sono già da un&#8217;altra parte con buona pace di Landini e dei 5 Stelle. Per non parlare dei milioni di autonomi, fra cui la migliore gioventù, che sogna l&#8217;intrapresa e accetta il rischio. Ma a questa Italia il Pd non guarda più. Non vuole più interpretare lo spirito della nazione che lavora e crea ricchezza. Eppure è quello che fa in molti dei luoghi dove amministra da anni e da decenni e dove questa capacità gli viene riconosciuta. Lo ha detto bene Gori su queste pagine. Forse ricominciare dalla parte positiva della propria storia potrebbe essere il modo giusto. In politica, come in ogni intrapresa umana, si parte dalle idee. E quelle attuali del Pd mi sembrano, in grande parte povere e già (auto)condannate all&#8217;irrilevanza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.repubblica.it/cultura/2023/01/11/news/chicco_testa_crisi_sinistra_linutile_corsa_del_gambero_dei_democratici-383078406/"><strong><em>La Repubblica</em></strong></a></p>
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		<title>Cosa fare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/cosa-fare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Mar 2022 10:05:43 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[debito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I nervi sono già tesi, non porta bene sollecitarli oltre. Come capita se un ministro si mette a dire che gli italiani sono truffati o se l’informazione diffonde la bubbola che gli scaffali sono vuoti. L’uno si ricordi che il compito del governo è provvedere, non denunciare. Gli altri si rendano conto che se s’attira [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I nervi sono già tesi, non porta bene sollecitarli oltre. Come capita se un ministro si mette a dire che gli italiani sono truffati o se l’informazione diffonde la bubbola che gli scaffali sono vuoti. L’uno si ricordi che il compito del governo è provvedere, non denunciare. Gli altri si rendano conto che se s’attira il pubblico facendo dell’informazione uno spettacolo, poi non ci si lamenti se si viene accostati al circense. Restando alle materie prime, alcune osservazioni e proposte. Perché i problemi vanno affrontati e risolti, non sventolati e subiti.</p>
<p>1. Subiamo gli effetti economici della guerra. Di una guerra che il criminale Putin ha aperto e che da criminale conduce. Ma non paragoniamoci a chi direttamente la subisce. Qualsiasi prezzo alla pompa non vale né la vita né la libertà.</p>
<p>2. Non accatastiamo questioni diverse, come se fossero uguali. Ma il filo conduttore, da una materia all’altra, è che concentrare il rischio non è saggio. Abbiamo bisogno di usare tecnologie diverse e approvvigionarci da fornitori diversi. A nuocere gravemente sono sia quelli convinti che si possa fare tutto dentro i confini che quelli convinti dell’opportunità di non fare niente. Il mondo interconnesso e aperto è ricchezza. L’Italia del no alle fonti d’energia e alle infrastrutture è povertà.</p>
<p>3. La strutturazione delle bollette energetiche è stata concepita quando serviva remunerare maggiormente l’antieconomica produzione da fonti rinnovabili. Lasciamo perdere, perché oggi ininfluente, se giusto o sbagliato se fatto bene o male, quel che conta è il totale cambio di scenario, talché le fonti un tempo più costose sono divenute le meno, ma continuano ad essere le più remunerate. Non ha senso, perché in questo modo quel che il consumatore paga è più di quel che mediamente costa. E siccome fra i consumatori d’energia ci sono i produttori di ricchezza, non solo si pelano le famiglie, ma s’impoverisce l’intero sistema. Metterci mano non è questione da discutersi in un simposio, ma da risolversi cambiando i pesi relativi nella determinazione del prezzo finale. Oppure, se si preferisce, per dirla in modo più pulp: fermare gli extraprofitti di produttori che non hanno fatto nulla di male, ma che ora si arricchiscono troppo.</p>
<p>4. Guardiamo all’energia elettrica e rendiamoci conto che la concorrenza ha portato buoni frutti, ad esempio per quei consumatori che hanno sottoscritto contratti a prezzo fisso nel tempo. Del caro bollette leggono sui giornali e il problema lo hanno i fornitori. Il guaio della concorrenza non è quando c’è, ma quando non c’è o ce n’è poca. Come anche nel campo elettrico.</p>
<p>5. Cosa ben diversa è l’ipotesi che taluno ci marci, artatamente approfittando degli allarmi sull’innalzamento dei prezzi per alzarli ancora di più o per prendersene una fetta maggiore. Profittatori e speculatori non sono mai simpatici altri che a sé stessi, ma quelli che così agiscono grazie ad una guerra sono nemici della convivenza civile. Siccome, ogni volta, basta parlare di speculatori e ciascuno è pronto ad aggiungere quello che, a suo dire, sarebbe stato dimenticato o coperto, questo genere di lavoro no spetta a “Chi l’ha visto?”. ma alla Guardia di Finanza. Il ministro Cingolani passi le sue informazioni a chi di competenza. Se saranno accertate responsabilità egli sarà un benemerito. Se, invece, è il meccanismo sbagliato a favorire l’arricchimento esagerato, egli potrà dedicarsi ad altro.</p>
<p>6. Capiamoci sull’imposizione fiscale: le accise si applicano a quantità prodotta, sicché non sono influenzate dal prezzo; l’iva si paga a percentuale, quindi cresce in valore assoluto al crescere del prezzo delle materie prime. Quando i prezzi crescono per una ragione contingente, limitata nel tempo, puoi anche decidere di sospendere il prelievo o, come si è fatto, far scendere la sua percentuale. Tanto poi si torna alla normalità. Ma quando quei prezzi non si prevede scendano e, come è nel caso del gas, l’affrancarsi da un fornitore comporterà degli esborsi, non ha più molto senso provvedere in via emergenziale. Le accise storiche le toglierei tutte. Non perché c’è la guerra, ma perché dovrebbe esserci la serietà. Il punto è che c’è un solo modo per far scendere una pressione fiscale troppo alta e consiste nel far scendere una spesa corrente esagerata. Qui, invece, siamo circondati da partitanti che fanno a gara a chi vuole sgravare e spendere di più. Contemporaneamente. E il caso peggiore è che sappiano quel che stanno dicendo.</p>
<p>7. La tentazione più forte è nascondere tutto nel debito. Si compensa, si finanzia, si sgarava e si aumenta il debito. Fin qui il governo regge, accrescendolo solo per investimenti. Quando dovesse cedere vorrebbe dire che siamo in economia di guerra. O che il governo l’ha persa.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>Fmi: il ritardo dell’Italia (peggiore del previsto) nelle stime del World Economic Outlook</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/fmi-il-ritardo-dellitalia-peggiore-del-previsto-nelle-stime-del-world-economic-outlook/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Fubini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2020 13:42:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Fubini]]></category>
		<category><![CDATA[FMI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Arrivano le previsioni economiche del Fondo monetario internazionale e inevitabilmente faranno discutere, perché sollevano molti interrogativi per l’Italia e per l’Europa: non solo i segni della recessione risultano profondi, ma nel nostro Paese sembrano più gravi al Fondo monetario di quanto non stimi il governo nella sua ultima Nota d’aggiornamento (Nadef); quanto all’Europa, e in particolare all’area euro, inizia a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Arrivano le previsioni economiche del Fondo monetario internazionale e inevitabilmente faranno discutere, perché sollevano molti interrogativi per l’Italia e per l’Europa: non solo i segni della recessione risultano profondi, ma nel nostro Paese sembrano più gravi al Fondo monetario di quanto non stimi il governo nella sua ultima Nota d’aggiornamento (Nadef); quanto all’Europa, e in particolare all’area euro, inizia a diventare evidente la perdita di terreno in termini relativi nei confronti sia degli Stati Uniti che della Cina (come scritto dal «Corriere» sul quotidiano del primo ottobre scorso). Esattamente come accadde nella Grande recessione di un decennio fa.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-43237" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-400x299.jpg" alt="" width="300" height="224" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-400x299.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-250x187.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-150x112.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections.jpg 593w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><strong>La crisi: persi l’equivalente di 400 milioni di posti a tempo pieno nel mondo</strong><br />
La recessione da Covid-19 naturalmente è gravissima in tutto il mondo e il World Economic Outlook dell’Fmi ricorda in proposito le stime dell’Organizzazione internazionale del lavoro: rispetto al 2019, si sono persi l’equivalente di 400 milioni di posti a tempo pieno nel mondo nel secondo trimestre di quest’anno. Il recupero di fiducia e di attività dopo i primi sei mesi dell’anno è parziale quasi ovunque, mentre solo la produzione industriale sembra essersi riavvicinata in agosto ai livelli di un anno prima. Il Fondo monetario prevede per quest’anno una contrazione dell’economia globale del 4,4%, un po’ meno grave rispetto all’analisi di sei mesi fa (-5,2%), ma pur sempre un evento senza precedenti dal 1945. Per l’anno prossimo è invece atteso un forte rimbalzo dell’attività internazionale (+5,2%), sempre che il virus non continui a circolare con l’attuale intensità.</p>
<p>Arrivano le previsioni economiche del Fondo monetario internazionale e inevitabilmente faranno discutere, perché sollevano molti interrogativi per l’Italia e per l’Europa: non solo i segni della recessione risultano profondi, ma nel nostro Paese sembrano più gravi al Fondo monetario di quanto non stimi il governo nella sua ultima Nota d’aggiornamento (Nadef); quanto all’Europa, e in particolare all’area euro, inizia a diventare evidente la perdita di terreno in termini relativi nei confronti sia degli Stati Uniti che della Cina (come scritto dal «Corriere» sul quotidiano del primo ottobre scorso). Esattamente come accadde nella Grande recessione di un decennio fa.</p>
<p><strong>La crisi: persi l’equivalente di 400 milioni di posti a tempo pieno nel mondo</strong><br />
La recessione da Covid-19 naturalmente è gravissima in tutto il mondo e il World Economic Outlook dell’Fmi ricorda in proposito le stime dell’Organizzazione internazionale del lavoro: rispetto al 2019, si sono persi l’equivalente di 400 milioni di posti a tempo pieno nel mondo nel secondo trimestre di quest’anno. Il recupero di fiducia e di attività dopo i primi sei mesi dell’anno è parziale quasi ovunque, mentre solo la produzione industriale sembra essersi riavvicinata in agosto ai livelli di un anno prima. Il Fondo monetario prevede per quest’anno una contrazione dell’economia globale del 4,4%, un po’ meno grave rispetto all’analisi di sei mesi fa (-5,2%), ma pur sempre un evento senza precedenti dal 1945. Per l’anno prossimo è invece atteso un forte rimbalzo dell’attività internazionale (+5,2%), sempre che il virus non continui a circolare con l’attuale intensità.</p>
<p><strong>La crisi e gli effetti sull’Europa</strong><br />
Ciò che colpisce è però soprattutto la diversità nelle reazioni economiche alla pandemia. Secondo l’Fmi l’area euro vedrà il suo prodotto cadere quest’anno dell’8,3%, quasi il doppio degli Stati Uniti (-4,3%). La Cina poi &#8211; unica fra le prime venti economie al mondo &#8211; mette a segno addirittura un’espansione (+1,8%). Anche se si guarda al complesso del biennio 2020-2021, la grande recessione da coronavirus segna un nuovo arretramento dell’economia europea sugli altri due principali blocchi commerciali e produttivi del pianeta. Dai due anni fino a fine 2021, gli Stati Uniti dovrebbero venire fuori con una contrazione del prodotto dell’1,2%; la Cina con una crescita comunque fortissima di oltre il 10%; a fine 2021 invece il prodotto della zona euro sarebbe ancora del 3% più piccolo di com’era a fine del 2019.</p>
<p>Si avverte in questa analisi il segno della relativa arretratezza tecnologica dell’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina e dello stimolo fiscale e monetario, che è stato molto maggiore in America che nel vecchio continente. Il declino europeo nell’economia internazionale, già percepibile in tempi normali, diventa così flagrante nelle fasi di maggiore tensione. Dopo il 2008 così come dopo il 2020.</p>
<p><strong>La «tenuta» della Germania, il crollo dell’Italia</strong><br />
L’Europa presenta poi al suo interno una forte diversificazione, ancora una volta lungo linee di faglia molto simili a quelle che si erano già aperte nella crisi finanziaria e poi nella crisi dell’euro (2008-2015). Così l’economia tedesca subisce un arretramento del 6% quest’anno, secondo l’Fmi, ma dovrebbe recuperare oltre due terzi del terreno perduto nel 2021 e poter tornare ai suoi livelli pre-crisi già nella prima parte del 2022. Dunque fra circa un anno e mezzo, in tempi relativamente rapidi, la normalità economica potrebbe tornare in Germania.</p>
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<p>Vista dall’Fmi tutta un’altra situazione è invece quella dell’Italia, che quest’anno dovrebbe perdere il 10,8% del prodotto in termini reali (la Nadef stima invece un Pil a -9%), per recuperare poi l’anno prossimo meno di metà di questo terreno perduto con un rimbalzo del 5,2% (la Nadef stima invece un +6%). Agli economisti del Fondo monetario sembra dunque che nel biennio dunque l’Italia sia avviata a perdere non tre punti come pensa il governo ma oltre cinque punti di reddito, esattamente come la Spagna, mentre per la Francia la perdita cumulata nel biennio sarebbe del 3%. La divergenza è dunque duplice: c’è quella dell’Europa in ritardo sulle altre grandi economie globali e quella dei Paesi più fragili su quelli più solidi all’interno dell’area euro. Ancora una volta, con questa grande recessione sembra ripetersi il copione di un decennio fa.</p>
<p><strong>La ripresa post-Covid e il percorso a ostacoli dell’Italia</strong><br />
Anche le proiezioni più di lungo periodo rivelano un certo scetticismo dell’Fmi sulla capacità dell’Italia di riprendersi in fretta dal crollo del 2020 e trasformare all’insegna dell’efficienza &#8211; grazie anche al Recovery Fund &#8211; il proprio sistema produttivo. La previsione di crescita italiana al 2025 è di appena lo 0,9%, la più bassa in tutta l’area euro. Pesa in questo caso una situazione demografica molto fragile, con poche nascite, un rapido invecchiamento della popolazione e uno scarso apporto di immigrazione attiva.</p>
<p><strong>I conti pubblici</strong><br />
Infine, le valutazioni del Fondo sui conti pubblici sono molto diverse da quelle della Nadef soprattutto riguardo ai conti pubblici. Dove il governo italiano per quest’anno vede un deficit pubblico all’10,6% del prodotto e un debito al 158%, l’Fmi proietta un deficit al 13% e un debito al 161,8% (sarebbe in assoluto il più alto di sempre nella storia d’Italia). È possibile che le stime del governo siano più accurate, perché è la Ragioneria generale dello Stato ad avere il polso più immediato di quanto si stia spendendo realmente dei circa 100 miliardi di aiuti stanziati in corso d’anno.</p>
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<p>Colpisce però lo scetticismo dell’Fmi sullo scenario di un calo del debito nei prossimi anni che sia trainato da una crescita sostenuta. Per l’Fmi il debito pubblico italiano l’anno prossimo sarà al 158,3% del prodotto (più alto di come lo vede il governo quest’anno) e ancora al 152,6% nel 2025 (più alto di come lo vede il governo nel 2023). La nota di fondo riguardo all’Italia è dunque di preoccupazione &#8211; evidente fra gli economisti di Washington &#8211; che la crisi attuale possa creare in Italia dei danni molto difficili da riassorbire tempi brevi. Quanto a questo, uno scenario di rapida riduzione del debito grazie a una crescita sostenuta non sembra credibile per l’Fmi (come scritto sul «Corriere» il 6 ottobre). Il Fondo però non chiede una stretta di bilancio per questo motivo, date anche le condizioni molto precarie dell’occupazione e di tutto il sistema produttivo.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/economia/finanza/20_ottobre_13/fmi-ritardo-dell-europa-dell-italia-stime-world-economic-outlook-71d0b100-0d3f-11eb-ab2b-0d1500572ae8.shtml"><strong>Corriere della Sera </strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/fmi-il-ritardo-dellitalia-peggiore-del-previsto-nelle-stime-del-world-economic-outlook/">Fmi: il ritardo dell’Italia (peggiore del previsto) nelle stime del World Economic Outlook</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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