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	<title>riFLEssioni Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>riFLEssioni Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>No agli sconti e-book scolastici</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/no-agli-sconti-e-book-scolastici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2026 10:10:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La norma inserita in Manovra che impone agli editori di offrire i libri scolastici e universitari in formato digitale al 50% del prezzo della versione cartacea è sbagliata e rischia di produrre più danni che benefici. Si tratta di una scelta che va in controtendenza rispetto alle misure adottate fin qui dal Governo, sempre orientate [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La norma inserita in Manovra che impone agli editori di offrire i libri scolastici e universitari in formato digitale al 50% del prezzo della versione cartacea è sbagliata e rischia di produrre più danni che benefici.</p>
<p>Si tratta di una scelta che va in controtendenza rispetto alle misure adottate fin qui dal Governo, sempre orientate alla valorizzazione della lettura su libri cartacei, nell’interesse degli studenti che, è dimostrato, apprendono meglio se leggono su carta.</p>
<p>Senza contare che una eventuale stampa del testo digitale potrebbe annullare il risparmio per le famiglie.</p>
<p>Se l’obiettivo è realmente quello di contrastare il ‘caro scuola’, la soluzione non è scaricarne il costo sugli operatori del settore. Semmai sarebbe utile intervenire con incentivi, detrazioni o contributi destinati direttamente all’acquisto di libri cartacei, sostenendo così famiglie, studenti e filiera editoriale. Confidiamo che il Parlamento, nella sua sovranità, cancelli senza indugio la norma.</p>
<p>La Lomellina</p>
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		<title>Seconde generazioni e periferie urbane: quando l&#8217;appartenenza non diventa un destino</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/seconde-generazioni-e-periferie-urbane-quando-lappartenenza-non-diventa-un-destino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Benedetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 09:08:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/seconde-generazioni-e-periferie-urbane-quando-lappartenenza-non-diventa-un-destino/">Seconde generazioni e periferie urbane: quando l&#8217;appartenenza non diventa un destino</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/seconde-generazioni-e-periferie-urbane-quando-lappartenenza-non-diventa-un-destino/">Seconde generazioni e periferie urbane: quando l&#8217;appartenenza non diventa un destino</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Agricolutura. I soldi non sono nuovi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/agricolutura-i-soldi-non-sono-nuovi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 08:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il governo destina circa 84,4 milioni di euro ad agricoltori e pescatori per contenere il costo del gasolio. Un intervento che può essere ragionevole: quando i costi energetici aumentano bruscamente, le imprese più esposte hanno bisogno di strumenti per affrontare l’emergenza. Ma il punto non è soltanto quanto si spende. È soprattutto da dove arrivano [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il governo destina circa 84,4 milioni di euro ad agricoltori e pescatori per contenere il costo del gasolio. Un intervento che può essere ragionevole: quando i costi energetici aumentano bruscamente, le imprese più esposte hanno bisogno di strumenti per affrontare l’emergenza. Ma il punto non è soltanto quanto si spende. È soprattutto da dove arrivano i soldi e a quali altre finalità si rinuncia. Circa 40 milioni vengono infatti recuperati cancellando il credito d’imposta sui fertilizzanti, introdotto in primavera ma mai diventato operativo per la mancata adozione del decreto attuativo. Il governo ha deciso di destinare quelle risorse al caro carburanti, riducendo i fondi previsti per la misura originaria.</p>
<p>Il ministro Lollobrigida sostiene che, nel frattempo, siano state reperite altre risorse per sostenere gli agricoltori nell’acquisto dei fertilizzanti, anche attraverso fondi europei e nazionali. È una spiegazione che merita attenzione. Se una misura può essere finanziata diversamente, è ragionevole rivedere le priorità. Ma occorre dimostrare con chiarezza quali risorse siano effettivamente disponibili, a chi siano state erogate e perché il precedente intervento non sia mai stato attuato. Anche gli altri tagli meritano attenzione: 14,4 milioni vengono sottratti a fondi destinati agli investimenti, mentre 30 milioni provengono dal fondo rischi agricolo. In altre parole, una parte consistente del sostegno annunciato viene finanziata attraverso risorse già destinate al settore.<br />
La questione, dunque, non è stabilire se sia meglio aiutare chi compra gasolio o chi acquista fertilizzanti. Le priorità possono cambiare, soprattutto in una situazione di emergenza. Il problema è presentare una riallocazione della spesa come se fosse un aumento netto degli aiuti.</p>
<p>Una prospettiva liberale non impone di negare ogni intervento dello Stato. Impone, piuttosto, di pretendere interventi mirati, trasparenti e capaci di produrre risultati verificabili. Sostenere le imprese in difficoltà può essere necessario; trasformare i sussidi in una risposta permanente a ogni rincaro, invece, rischia di nascondere i problemi strutturali senza risolverli. Un governo può cambiare idea, ma deve spiegare perché e rendere conto delle conseguenze delle proprie scelte. Perché governare non significa soltanto distribuire risorse: significa stabilire priorità, rispettare gli impegni e dire ai cittadini la verità sui costi delle decisioni.</p>
<p>Il denaro pubblico non è gratuito. E chiamare «nuovo aiuto» ciò che viene sottratto a un altro intervento non lo rende tale. È soltanto una diversa scelta di spesa, che può essere giusta o sbagliata, ma che deve essere giudicata per quello che è.</p>
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		<item>
		<title>Le regole e le convenienze</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-regole-e-le-convenienze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2026 07:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In politica, i principi sono una cosa seria. Almeno finché non diventano scomodi. Allora si scopre che erano discutibili, che i tempi sono cambiati, che occorre adeguarsi. Naturalmente tutto può essere vero. Ma sarebbe interessante sapere perché il cambiamento arrivi sempre quando cambia la convenienza. Per anni, nel centrodestra, la regola era elementare. Il presidente [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In politica, i principi sono una cosa seria. Almeno finché non diventano scomodi. Allora si scopre che erano discutibili, che i tempi sono cambiati, che occorre adeguarsi. Naturalmente tutto può essere vero. Ma sarebbe interessante sapere perché il cambiamento arrivi sempre quando cambia la convenienza. Per anni, nel centrodestra, la regola era elementare. Il presidente del Consiglio spettava al partito che avesse preso più voti nella coalizione. Berlusconi la sosteneva con convinzione, quando Forza Italia era il primo partito. Poi Fratelli d’Italia cominciò a crescere e il Cavaliere, che non era uomo da trascurare i rapporti di forza, suggerì di affidare la scelta del premier ai parlamentari eletti. Meloni, invece, difese la regola. Se FdI avesse preso un voto in più, disse, il nome sarebbe stato il suo. I voti arrivarono e lei andò a Palazzo Chigi. Fin qui, tutto regolare.<br />
Adesso, però, il centrodestra cambia sistema. La nuova legge elettorale prevede che il candidato premier sia indicato nel programma depositato con le liste e che tutti i partiti della coalizione concordino sullo stesso nome. Non sarà più il risultato delle urne a stabilire chi abbia diritto a guidare la coalizione. La decisione verrà presa prima. Si può fare? Certamente. Una maggioranza parlamentare ha il diritto di cambiare le leggi, anche quelle che ieri difendeva. Ma il diritto di cambiare non esonera dal dovere di spiegare. E soprattutto non cancella la memoria di ciò che si sosteneva fino al giorno prima. Il punto non è che i politici cambino idea. Sarebbe persino auspicabile, quando si accorgono di aver sbagliato. Il punto è capire se abbiano cambiato idea oppure soltanto interesse. Le regole servono proprio a questo: a impedire che ciascuno le aggiusti secondo la propria convenienza. Se valgono quando si vince e si modificano quando potrebbero favorire qualcun altro, non sono principi. Sono espedienti. E gli espedienti, in politica, non mancano mai. Quello che manca, talvolta, è il pudore di chiamarli con il loro nome.</p>
<p>La Lomellina</p>
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		<item>
		<title>Intrigo fiscale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/intrigo-fiscale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2026 07:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il governo Meloni s’è insediato alla fine del 2022 e, da allora, ha ripetuto continuamente che sta praticando una politica fiscale che fa scendere la pressione sul ceto medio. La pressione fiscale era al 41,2% (in rapporto la Prodotto interno lordo) nel 2023; è salita al 42,2% nel 2024; al 42,9% nel 2025; ed è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il governo Meloni s’è insediato alla fine del 2022 e, da allora, ha ripetuto continuamente che sta praticando una politica fiscale che fa scendere la pressione sul ceto medio. La pressione fiscale era al 41,2% (in rapporto la Prodotto interno lordo) nel 2023; è salita al 42,2% nel 2024; al 42,9% nel 2025; ed è ora al 43,5%. In altre parole: da quando c’è il governo Meloni è costantemente cresciuta. A pagare sono sempre gli stessi e più del 90% del gettito dato dai redditi viene da lavoro dipendente e pensionati, vale a dire dal ceto medio. Vuol dire che il governo ha fatto il contrario di quel che promise e afferma di fare? Questa è una versione propagandistica, che pur con un fondo di verità non fotografa la realtà.</p>
<p>Il governo ha la responsabilità di avere moltiplicato le false flat tax. Già il solo fatto che le si indichi al plurale è la dimostrazione della truffa semantica e fiscale, perché la flat o è una sola o non esiste. Si sono aumentate le aliquote specifiche, s’è infittita la giungla fiscale e due redditi uguali ricevono tassazioni diverse a seconda del modo in cui vengono prodotti. Il che è profondamente ingiusto e viola il concetto di progressività contenuto nella Costituzione.</p>
<p>Per il resto il governo non ha determinato l’aumento della pressione fiscale, l’ha navigata senza timone. L’assenza di riforme ha tolto potenziale ai 200 miliardi di fondi europei e la crescita troppo bassa viene superata dall’inflazione, che trasforma in maggiore tassazione il pur limitato aumento dei redditi nominali. A questo si aggiunga il (giusto) recupero di parte dell’evasione fiscale, che si deve alla fatturazione elettronica e ai pagamenti con carte. Ovvero a misure cui gran parte dei governanti odierni s’opposero (ricordare il “pizzo di Stato”?).</p>
<p>Il tutto in un Paese in cui la spesa pubblica raggiunge il 50,9% del Pil. E c’è pure gente che va in giro a dire che è ora di finirla con le ricette liberiste, che qui non si sono mai viste, abitando nel socialismo reale. Di riqualificazione e riduzione della spesa pubblica non si parla più nemmeno, infatti cresce e resta disfunzionale. Sicché si accede a deficit più alti, che sono debiti, quindi promessa di future maggiori tassazioni.</p>
<p>In altre parole: non hanno voluto quel che succede, ma procedono alla cieca. Ci si dovrebbe concentrare sulla spesa e cancellare l’intrigo delle false flat. Il fatto che a sinistra non siano meno ciechi non pareggia, ma peggiora i conti.</p>
<p>La Lomellina</p>
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		<item>
		<title>Ciak, si spende. Il cinema secondo lo Stato</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ciak-si-spende-il-cinema-secondo-lo-stato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 12:36:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La riforma del cinema ha già ottenuto un risultato straordinario: ha messo d&#8217;accordo tutti. I partiti hanno unito le proprie proposte e approvato il testo all&#8217;unanimità in Commissione. Quando in Parlamento non vola neppure uno straccio, però, il cittadino farebbe bene a controllare il portafoglio. Spesso l&#8217;accordo generale nasce dalla soddisfazione di interessi particolari. Il [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La riforma del cinema ha già ottenuto un risultato straordinario: ha messo d&#8217;accordo tutti. I partiti hanno unito le proprie proposte e approvato il testo all&#8217;unanimità in Commissione. Quando in Parlamento non vola neppure uno straccio, però, il cittadino farebbe bene a controllare il portafoglio. Spesso l&#8217;accordo generale nasce dalla soddisfazione di interessi particolari.</p>
<p>Il cinema italiano ha problemi reali. Le sale chiudono, molti lavoratori vivono nell&#8217;incertezza, le produzioni indipendenti faticano a trovare capitali e il sistema degli incentivi ha prodotto polemiche, opacità e risultati non sempre memorabili. Riformare è quindi necessario. Il punto è capire se si stia riformando il settore o semplicemente moltiplicando gli organismi incaricati di amministrarlo.</p>
<p>La risposta contenuta nel testo sembra essere quella più familiare alla politica italiana: se qualcosa non funziona, si istituisce un ente.</p>
<p>Arriveranno un Forum del cinema e dell&#8217;audiovisivo, composto da sedici esperti, una nuova Agenzia per il cinema e l&#8217;audiovisivo e, al suo interno, una Commissione di valutazione formata da altri venti esperti. Questi ultimi riceveranno 35 mila euro lordi l&#8217;anno, oltre al rimborso delle spese. Sono 700 mila euro annui di compensi, prima ancora di accendere una cinepresa, comprare un biglietto o riaprire una sala.</p>
<p>E’ un metodo che si ripete su scala più larga con la delega che il Parlamento si appresta a consegnare al governo: entro due anni l&#8217;esecutivo dovrà scrivere da solo, con decreti legislativi, le regole vere del settore, dai controlli sugli incentivi al piano per le sale. Il Parlamento approva i princìpi, il governo scriverà i numeri. Che è un modo elegante per dire che oggi si vota qualcosa di cui non si conosce ancora il contenuto, e che l&#8217;unanimità di luglio riguarda un impianto, non una spesa.</p>
<p>Ed è proprio sulla spesa che casca l&#8217;asino. Il Servizio Bilancio della Camera, che di mestiere fa le pulci ai conti, ha scritto nero su bianco che manca la relazione tecnica e che buona parte della riforma naviga senza quantificazione: i contributi alle sale, il sostegno al credito, e soprattutto la nuova indennità di discontinuità per i lavoratori dello spettacolo. Di quest&#8217;ultima si conoscono i requisiti, 51 giornate contributive e un assegno pari all&#8217;80 per cento della retribuzione media, ma non l&#8217;ammontare complessivo che costerà allo Stato. Si è cioè scritto il diritto prima di aver trovato la copertura. Non è la prima volta che accade in Italia, ma resta un modo pericoloso di legiferare, perché a pagare il conto, quando arriverà, sarà il contribuente, non i venti esperti sorteggiati in Commissione.</p>
<p>C&#8217;è poi la variabile del tempo, che in politica è spesso la più sincera. La legislatura è agli sgoccioli, si vota forse già nella primavera del 2027, e la riforma, se sopravviverà al Senato, dovrà essere attuata da chi verrà dopo. Approvare oggi, pagare e attuare domani, magari con un&#8217;altra maggioranza: è la formula perfetta per intestarsi un merito senza doverne rispondere. Il cinema italiano aveva bisogno di regole più chiare e di meno discrezionalità. Rischia di ritrovarsi con più uffici, più nomine e la stessa vecchia abitudine di rinviare al decreto successivo la domanda più scomoda: chi paga, e quanto.</p>
<p>La Lomellina</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Elezioni, le mosse per il ballottaggio. Chi apre e chi frena nel centrodestra</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/elezioni-le-mosse-per-il-ballottaggio-chi-apre-e-chi-frena-nel-centrodestra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Benedetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Aug 2026 07:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/elezioni-le-mosse-per-il-ballottaggio-chi-apre-e-chi-frena-nel-centrodestra/">Elezioni, le mosse per il ballottaggio. Chi apre e chi frena nel centrodestra</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/elezioni-le-mosse-per-il-ballottaggio-chi-apre-e-chi-frena-nel-centrodestra/">Elezioni, le mosse per il ballottaggio. Chi apre e chi frena nel centrodestra</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Paradossi etici dell&#8217;AI</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/paradossi-etici-dellai/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Benedetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Aug 2026 07:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/paradossi-etici-dellai/">Paradossi etici dell&#8217;AI</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il ballottaggio? Un regalo agli estremisti</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-ballottaggio-un-regalo-agli-estremisti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Benedetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Aug 2026 07:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-ballottaggio-un-regalo-agli-estremisti/">Il ballottaggio? Un regalo agli estremisti</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-ballottaggio-un-regalo-agli-estremisti/">Il ballottaggio? Un regalo agli estremisti</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il welfare che libera. Per un welfare liberale, dall&#8217;assistenzialismo all&#8217;emancipazione</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-welfare-che-libera-per-un-welfare-liberale-dallassistenzialismo-allemancipazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberico Majatico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 14:42:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I numeri, prima di ogni discussione di principio, vanno guardati in faccia. Nel 2024 le famiglie italiane in povertà assoluta erano 2,2 milioni, l&#8217;8,4% del totale, per un totale di 5,7 milioni di persone. Quasi un decimo della popolazione non riesce a permettersi il paniere minimo di beni e servizi essenziali (Istat, La povertà in [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-welfare-che-libera-per-un-welfare-liberale-dallassistenzialismo-allemancipazione/">Il welfare che libera. Per un welfare liberale, dall&#8217;assistenzialismo all&#8217;emancipazione</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I numeri, prima di ogni discussione di principio, vanno guardati in faccia. Nel 2024 le famiglie italiane in povertà assoluta erano 2,2 milioni, l&#8217;8,4% del totale, per un totale di 5,7 milioni di persone. Quasi un decimo della popolazione non riesce a permettersi il paniere minimo di beni e servizi essenziali (Istat, La povertà in Italia 2024/2025). Negli ultimi dieci anni le famiglie in povertà assoluta sono cresciute del 43% (Caritas Italiana, Rapporto su povertà ed esclusione sociale 2025). Tra i minori l&#8217;incidenza è al 13,8%, oltre 1,28 milioni di bambini e ragazzi. La povertà, in Italia, si eredita più della ricchezza. Quasi sei poveri su dieci sono cresciuti in famiglie povere, una quota che sale a due su tre nel Mezzogiorno (Istat). Secondo le stime dell&#8217;Ocse (How to promote Social Mobility, 2018), un bambino che nasce nel decile di reddito più basso impiega in media cinque generazioni per raggiungere il reddito medio nazionale, un dato che colloca l&#8217;Italia tra i paesi europei a più bassa mobilità intergenerazionale. L&#8217;ascensore sociale guasto da metafora giornalistica è diventato un problema strutturale, misurabile, che riguarda ormai una parte significativa del paese.</p>
<p>Di fronte a questa emergenza il liberalismo politico non può permettersi il lusso della reticenza. Ma non può nemmeno rassegnarsi a lasciare la risposta agli strumenti della tradizione socialista e cattolico-popolare, come se il solo problema fosse la quantità di risorse trasferite e non la logica con cui vengono trasferite. Esistono due modelli di welfare, ed è tempo di chiamarli con nomi diversi, perché diversi sono gli esiti a cui portano. Il welfare assistenziale, imperniato sulla logica del sussidio e il welfare liberale, basato sull&#8217;emancipazione.</p>
<p>Il welfare di impianto assistenzialista concepisce la povertà come una condizione da alleviare attraverso il trasferimento monetario o il servizio gratuito, erogati sulla base di elementi che provino lo stato di bisogno e vi risponde con un sussidio. La logica è quella del sollievo, non del riscatto. Il beneficiario è trattato come soggetto passivo, si limita a riceve, non deve costruire nulla. E poiché il sussidio è spesso calibrato in modo da ridursi o sparire non appena il reddito da lavoro cresce, si produce quella che gli economisti chiamano “trappola della povertà” che rende razionale non lavorare, o lavorare in nero, piuttosto che accettare un impiego che farebbe perdere il beneficio senza garantire un guadagno netto superiore. Il reddito di cittadinanza italiano ne è stato un caso di scuola. Nato per contrastare la povertà, ha finito per disincentivare proprio la ricerca attiva di un impiego in una parte non marginale dei suoi percettori, complice un sistema di controlli e di politiche attive del lavoro rimasto largamente sulla carta.</p>
<p>C&#8217;è poi un secondo limite, meno discusso ma altrettanto serio. L&#8217;assistenzialismo è per sua natura discrezionale e revocabile. Dipende dalla generosità del bilancio pubblico del momento, dall&#8217;orientamento politico della maggioranza di turno, dalla capacità amministrativa, spesso carente, di far arrivare la misura a chi ne ha davvero diritto. Non costruisce un diritto stabile, costruisce una concessione. E una concessione, per definizione, può sempre essere ritirata.</p>
<p>Il welfare liberale, invece, muove da una domanda diversa rispetto a quello assistenziale. Non quanto trasferire per alleviare il disagio, ma quali condizioni restituire perché la</p>
<p>persona torni a essere autrice delle proprie scelte. È la stessa distinzione tra assistenzialismo caritatevole e principio di riparazione su cui si fonda l&#8217;impianto di un moderno liberalismo sociale. Il povero non è un destinatario di pietà, è il titolare di un diritto alle opportunità che gli è stato negato da circostanze, quali nascita, censo, territorio, livello di istruzione dei genitori, che non ha scelto. Un welfare che voglia dirsi liberale non può quindi limitarsi a colmare un vuoto di reddito, deve intervenire sulle condizioni strutturali che hanno prodotto quel vuoto, restituendo alla persona gli strumenti per governare la propria esistenza. È in questo senso che si può parlare di un welfare emancipante, nel senso preciso di sciogliere il vincolo di dipendenza (dal latino e-mancipare, liberare dalla mano che trattiene) che tiene una persona ancorata alla propria condizione di origine, sia essa la dipendenza dalla famiglia povera in cui è nata, sia essa la dipendenza dal sussidio pubblico che dovrebbe aiutarla a uscirne. Non è un&#8217;intuizione nuova. Già Luigi Einaudi, riflettendo sul tema quasi ottant&#8217;anni fa, si chiedeva con parole che restano attualissime “qual colpa ha un bambino di essere nato da genitori miserabili destinato per questo solo fatto a una vita di svantaggio che non ha scelto” (Lezioni di politica sociale, 1949).</p>
<p>Da questa premessa discendono cinque criteri operativi, che distinguono nel concreto il welfare liberale da quello assistenziale, non sfumature retoriche, ma scelte politiche con conseguenze opposte.</p>
<p>1)  Un sostegno pensato per emancipare deve avere, per definizione, un orizzonte di uscita. Deve essere un ponte verso l&#8217;autonomia, non una rendita di lunga durata. Questo non significa negare aiuto a chi ne ha bisogno, ma condizionarlo, non alla ricerca fittizia di un lavoro qualsiasi, bensì a percorsi reali di formazione, riqualificazione, accompagnamento, sorretti da servizi per l&#8217;impiego che funzionino davvero e non si limitino a certificare uno stato di disoccupazione. Qui il principio di sussidiarietà indica la strada da seguire, coinvolgendo le agenzie per il lavoro private che dispongono di reti di relazione con le imprese, competenze di collocamento e capacità di risposta rapida alla domanda del mercato. Non si tratta di sostituire il pubblico con il privato, ma di farli cooperare secondo le rispettive vocazioni. Lo Stato definisce standard, finanzia i percorsi e verifica i risultati mentre l&#8217;operatore privato, più efficace nel collocamento concreto, si assume il compito di realizzarlo. Un sussidio senza data di scadenza e senza contropartita attiva non emancipa, cristallizza la dipendenza che dovrebbe sciogliere.</p>
<p>2)  Occorre un investimento anticipato, non una riparazione tardiva. Le diseguaglianze si formano nei primissimi anni di vita, quando il patrimonio cognitivo ed emotivo di un bambino si costruisce in modo largamente irreversibile. Intervenire a vent&#8217;anni su un ritardo educativo accumulato nell&#8217;infanzia è enormemente più costoso e meno efficace che intervenire per tempo. Un welfare emancipante investe perciò massicciamente su asili nido universali e di qualità, tempo pieno scolastico, refezione e attività extracurricolari garantite indipendentemente dal reddito familiare, non perché lo Stato debba sostituirsi ai genitori, ma perché nessun bambino deve scontare per tutta la vita l&#8217;aver avuto genitori meno attrezzati di altri.</p>
<p>3)   Un trasferimento monetario ricorrente cura il sintomo, la mancanza di liquidità nel presente, ma non la causa, ovvero l&#8217;assenza di un patrimonio di partenza da cui muovere. Una dotazione di capitale iniziale, come l&#8217;eredità universale versata al compimento della maggiore età, restituisce a chi non l&#8217;ha ricevuta per nascita la stessa possibilità di</p>
<p>intraprendere, rischiare, investire su di sé di cui già godono i figli delle famiglie abbienti. È un capitale che il beneficiario governa con piena libertà, non un servizio che lo Stato eroga al posto suo. La differenza tra essere messi in condizione di scegliere anziché subire scelte dall&#8217;alto.</p>
<p>4)   Bisogna integrare non sostituire il reddito da lavoro. Gli strumenti più efficaci nella tradizione liberale, dall&#8217;Earned Income Tax Credit alla Negative Income Tax, non scoraggiano il lavoro, lo premiano. Integrano i redditi bassi senza creare meccanismi di prelievo impliciti che puniscono chi esce dalla disoccupazione. È un sussidio che si riduce gradualmente al crescere del reddito da lavoro, non uno che sparisce di colpo non appena si accetta un impiego, disincentivando così proprio il comportamento che dovrebbe premiare.</p>
<p>5)   Il diritto all&#8217;emancipazione deve essere scritto in una regola stabile, sottratta alla generosità contingente di una maggioranza parlamentare. Solo un diritto esigibile, non negoziabile a ogni cambio di legislatura, può davvero dirsi tale. L&#8217;emancipazione non può dipendere dagli umori elettorali del momento.</p>
<p>C&#8217;è chi, dentro la stessa famiglia liberale, ha storicamente preferito lasciare il tema della povertà agli avversari, per timore di apparire cedevole sulla difesa del mercato e della responsabilità individuale. È un errore politico prima che teorico. Se il liberalismo non offre una propria risposta strutturale alla povertà e al blocco della mobilità sociale, lascia campo libero a chi la povertà la usa come randello contro il mercato stesso o a chi la ignora fino a farla esplodere in rabbia sociale organizzata. Un ascensore sociale che impiega cinque generazioni a muoversi non è un problema che si risolve aspettando che il mercato, da solo, lo ripari. E&#8217; precisamente il punto in cui il mercato non può funzionare, perché il sistema non ne consente l&#8217;accesso a chi non ha mai avuto gli strumenti per entrarvi.</p>
<p>Un welfare liberale non è un welfare più piccolo di quello assistenziale, né uno più generoso. E&#8217; un welfare costruito su una logica diversa, emancipazione contro assistenza, diritto stabile contro concessione discrezionale, investimento anticipato contro sussidio perpetuo. È, in definitiva, l&#8217;unico welfare compatibile con un&#8217;idea di libertà che si prende sul serio fino in fondo. Non basta lasciare l&#8217;individuo libero di scegliere, occorre che quella libertà sia per tutti, davvero, esercitabile.</p>
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