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	<title>riFLEssioni Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>riFLEssioni Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Se il Governo resta soltando per restare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/se-il-governo-resta-soltando-per-restare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 08:05:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In politica si può perdere consenso. Si possono perdere alleati. Si può persino perdere slancio. Ciò che un governo non può permettersi di perdere è la ragione stessa della propria esistenza. Perché il potere, nelle democrazie liberali, non è un fine: è uno strumento. E quando lo strumento non serve più a realizzare un progetto, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In politica si può perdere consenso. Si possono perdere alleati. Si può persino perdere slancio. Ciò che un governo non può permettersi di perdere è la ragione stessa della propria esistenza. Perché il potere, nelle democrazie liberali, non è un fine: è uno strumento. E quando lo strumento non serve più a realizzare un progetto, resta soltanto l’occupazione delle poltrone. È questa la domanda che oggi dovrebbe interrogare la maggioranza guidata da Giorgia Meloni. Non quanto durerà, ma per fare cosa.<br />
Dopo il referendum fallito, si è chiusa una stagione che, a dire il vero, non era mai davvero cominciata. Per mesi gli italiani hanno sentito parlare di grandi riforme, svolte epocali, cambiamenti destinati a ridisegnare il rapporto fra cittadini e istituzioni. Poi, alla prova dei fatti, il bilancio è apparso assai più modesto delle promesse.<br />
La rivoluzione fiscale è rimasta confinata agli annunci. La semplificazione burocratica continua a essere un obiettivo proclamato e mai raggiunto. Sull’immigrazione si è passati dalla retorica della soluzione definitiva alla gestione ordinaria di un fenomeno complesso. Sulla sicurezza, come su molti altri dossier, la distanza fra propaganda e risultati continua a essere significativa.<br />
Non si tratta di sostenere che nulla sia stato fatto. Sarebbe una caricatura. Il punto è un altro: manca una direzione riconoscibile. Non emerge una visione capace di spiegare dove si voglia portare il Paese nei prossimi dieci anni. E senza una meta, anche il cammino più lungo finisce per trasformarsi in un vagabondaggio.<br />
Nel mentre la coalizione mostra crepe sempre più evidenti. La Lega vive una fase di difficoltà politica e identitaria. Forza Italia guarda con crescente interesse a un elettorato moderato che spesso fatica a riconoscersi nelle pulsioni più radicali del centrodestra. Le differenze strategiche, finora tenute sotto controllo dal peso elettorale di Meloni, stanno tornando a galla.<br />
È il destino di tutte le maggioranze che smarriscono il proprio obiettivo: ciò che era stato nascosto dall’entusiasmo iniziale viene riportato in superficie dall’assenza di risultati.<br />
Eppure il controsenso è proprio questo. Giorgia Meloni continua a godere di un consenso personale superiore a quello dei suoi alleati e dei suoi avversari. Avrebbe dunque avuto il capitale politico necessario per tentare riforme coraggiose. Ha scelto invece la strada della prudenza. Una scelta legittima, ma che presenta un costo inevitabile: il tempo. Il tempo logora chi governa molto più di chi si oppone. Ogni mese trascorso senza una forte iniziativa politica consuma consenso, alimenta delusioni e offre alle opposizioni l’occasione di riorganizzarsi. Non perché queste abbiano improvvisamente trovato una visione migliore, ma perché la stanchezza dell’elettorato crea sempre nuove opportunità. In questo scenario, il vero obiettivo della maggioranza sembra ridursi a uno soltanto: arrivare a settembre e conquistare il primato di governo più longevo della storia repubblicana.<br />
Un record può soddisfare gli storici. Difficilmente convince gli elettori. La durata di un esecutivo è un dato statistico. La sua utilità è un giudizio politico. Confondere le due cose significa scambiare il mezzo con il fine.<br />
L’Italia non ha bisogno di governi che restano in piedi più a lungo degli altri. Ha bisogno di governi che utilizzano il tempo ricevuto dagli elettori per cambiare ciò che non funziona. Se la missione si esaurisce nella conservazione del potere, allora la longevità non diventa un merito: rischia di trasformarsi in una prova dell’immobilismo.<br />
Per questo la questione non è se il governo Meloni cadrà domani o durerà fino alla fine della legislatura.<br />
Ma, se resta soltanto per restare, qual è la sua utilità?</p>
<p>La Lomellina</p>
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		<title>Trump vs Meloni e vs realtà</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/trump-vs-meloni-e-vs-realta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 16:19:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le parole di Donald Trump, rivolte a Giorgia Meloni e alla sua presunta richiesta di farsi fotografare assieme, sono oltraggiose. Limitarsi ad osservarlo e a mostrarsene sdegnati, però, non serve a niente. Peggio: casca nella trappola dei rapporti internazionali vissuti come rapporti personali. Che Trump sarebbe stato un problema per noi europei e per noi [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le parole di Donald Trump, rivolte a Giorgia Meloni e alla sua presunta richiesta di farsi fotografare assieme, sono oltraggiose. Limitarsi ad osservarlo e a mostrarsene sdegnati, però, non serve a niente. Peggio: casca nella trappola dei rapporti internazionali vissuti come rapporti personali.</p>
<p>Che Trump sarebbe stato un problema per noi europei e per noi italiani era evidente, detto e scritto fin dal primo momento. Così come osservammo che sarebbe stato un problema per Meloni e il suo governo: non perché egli fosse un avversario, ma perché lo avevano sostenuto e abbracciato come un alleato.</p>
<p>Meloni e il suo intero governo si sono a lungo spesi sostenendo di potere fare da ponte atlantico. Per guadagnare questa posizione, dimostratasi a dir poco illusoria, sono state prese le distanze da giuste iniziative di europei, come quella dei volenterosi, e sono state avallate iniziative orride, come il Board per Gaza.</p>
<p>Dopo il G7 francese, inoltre, si è soffiato nelle vele della “ricucitura”, dichiarando apertamente che si era sempre stati amici. Ciò nonostante i pesanti insulti rivolti all’Ucraina e all’Ue. Ed essendo evidente il rapporto di vicinanza fra Trump e Putin. E questi sono errori italiani.</p>
<p>Ora ci si deve chiede il perché il presidente Usa se ne esca con quelle parole. Si può scegliere la spiegazione dello squilibrio mentale, o almeno umorale, avvalorato dall’infantile ossessione di continuare a dirsi migliore di Obama. Pur non escludendo l’inaffidabilità personale, però, questa chiave di lettura appare poco convincente. Più rilevante tenere conto di due fatti: a. al G7 Trump ha condiviso conclusioni pro Ucraina e di sostegno alla resistenza verso l’aggressione russa che sono l’opposto di quel che aveva detto e fatto fino a quel momento; b. aveva firmato un preliminare di accordo (in realtà solo il via al negoziato) con l’Iran che non è neanche una capitolazione, ma una umiliante retromarcia americana. Comprensibile che, per lui, sia meglio parlare e che si parli d’altro.</p>
<p>Il che, però, dovrebbe portare non solo &#8211; e neanche tanto &#8211; a respingere la sua versione dei fatti, quanto a trarne le ovvie conseguenze politiche e diplomatiche: la sola sicurezza cui l’Italia può puntare è quella europea. Il che richiede un cambio radicale della politica italiana, a cominciare dal piantarla con l’opporsi alla cancellazione del diritto di veto per arrivare (subito) alla ratifica di accordi e riforme che siamo i soli a tenere fermi (pur traendone vantaggio).</p>
<p>Fin quando ciò non accadrà le reazioni possono pure essere unanimi, non cessando d’essere inutili.</p>
<p>La Lomellina</p>
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		<title>La libertà non si difende proibendo le parole</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-liberta-non-si-difende-proibendo-le-parole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pruiti Ciarello]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 09:17:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le recenti dichiarazioni del senatore Francesco Verducci, pronunciate nel corso della conferenza stampa &#8220;Contrasto all’hate speech nel discorso pubblico&#8221; il 18 giugno scorso, secondo il quale la parola «remigrazione» dovrebbe essere «abolita dal linguaggio della politica» e «bandita» mediante un accordo tra tutte le forze politiche, mi impongono una riflessione che trascende il tema dell’immigrazione [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le recenti dichiarazioni del senatore Francesco Verducci, pronunciate nel corso della conferenza stampa &#8220;Contrasto all’hate speech nel discorso pubblico&#8221; il 18 giugno scorso, secondo il quale la parola «remigrazione» dovrebbe essere «abolita dal linguaggio della politica» e «bandita» mediante un accordo tra tutte le forze politiche, mi impongono una riflessione che trascende il tema dell’immigrazione e investe direttamente la qualità della nostra democrazia liberale.</p>
<p>Il punto, infatti, non è se si condivida o meno il contenuto politico associato a quel termine.</p>
<p>Il punto è un altro: può una democrazia liberale combattere idee ritenute pericolose attraverso la censura del linguaggio? La risposta dovrebbe essere semplice. No.</p>
<p>Non perché tutte le idee abbiano uguale dignità morale o politica. Non perché ogni opinione sia necessariamente rispettabile. Ma perché uno Stato fondato sulla libertà non può attribuire alla politica il potere di stabilire quali parole possano essere pronunciate e quali debbano essere espulse dal dibattito pubblico.</p>
<p>La tradizione liberale nasce precisamente per impedire questo.</p>
<p>Da sempre i liberali hanno diffidato di coloro che ritengono di possedere la verità al punto da volerla imporre agli altri. È una diffidenza che attraversa secoli di pensiero politico e giuridico.</p>
<p>John Stuart Mill, nel celebre On Liberty, formulò forse la più alta difesa della libertà di espressione mai scritta: «Se tutta l’umanità meno uno fosse della stessa opinione, e una sola persona fosse dell’opinione contraria, l’umanità non avrebbe maggior diritto di mettere a tacere quella persona di quanto essa, se ne avesse il potere, avrebbe diritto di mettere a tacere l’umanità.»</p>
<p>La grandezza di Mill consiste nell’aver compreso che la libertà di parola non serve a proteggere le opinioni maggioritarie, ma quelle minoritarie; non le idee accettate, ma quelle contestate; serve a proteggere il diritto di dissentire.</p>
<p>Chi cerca la verità deve sopportare che altri la cerchino per vie diverse dalle proprie, anche se ciò risultasse un ostico esercizio di tolleranza. Se nessuno possiede la verità in modo assoluto, nessuno può arrogarsi il diritto di stabilire preventivamente quali idee possano essere discusse e quali debbano essere escluse dal confronto pubblico. Luigi Einaudi nei primi anni ’20 del Novecento scriveva che «il bello, il perfetto non è l&#8217;uniformità, non è l&#8217;unità, ma la varietà ed il contrasto», del resto sempre lo stesso Einaudi ci esortava dicendo «se nessuno vi dice che avete torto, voi non sapete più di possedere la verità».</p>
<p>Immaginiamo cosa sarebbero state le battaglie civili di Marco Pannella, se fosse stato costretto ad usare il linguaggio edulcorato del politicamente corretto. Quelle battaglie avrebbero avuto la stessa forza?</p>
<p>È un dato storico che il potere tende sempre ad allargare progressivamente i confini della censura una volta che gli sia stato consentito di esercitarla ed è per questa consapevolezza che chi si definisce liberale non può condividere quanto affermato dal senatore del Partito Democratico.</p>
<p>L’art. 21 della Costituzione garantisce il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Non tutela soltanto le opinioni condivise o socialmente accettabili. Se così fosse, la garanzia costituzionale sarebbe sostanzialmente inutile.</p>
<p>La libertà di espressione acquista significato proprio quando protegge idee che una parte della società considera errate, offensive o disturbanti.</p>
<p>Nella storica sentenza Handyside c. Regno Unito del 7 dicembre 1976, la Corte europea dei diritti dell’uomo affermò che la libertà di espressione costituisce uno dei fondamenti essenziali di una società democratica e si applica non soltanto alle informazioni e alle idee accolte favorevolmente, ma anche a quelle che «offendono, scioccano o disturbano lo Stato o una parte qualsiasi della popolazione». Tali sono, osservò la Corte, le esigenze del pluralismo, della tolleranza e dello spirito di apertura senza i quali non esiste una società democratica.</p>
<p>La tradizione costituzionale americana si è spinta persino oltre. Nella celebre decisione Brandenburg v. Ohio del 1969, riguardante un esponente del Ku Klux Klan, la Corte Suprema degli Stati Uniti stabilì che persino la propaganda politica estremista e ripugnante resta protetta dal Primo Emendamento, salvo che sia diretta a provocare un’azione illegale imminente e concretamente idonea a produrla.</p>
<p>In uno Stato liberale non esistono parole vietate. Esistono soltanto condotte vietate.</p>
<p>Non si punisce un termine perché sgradito o offensivo. Si sanziona un comportamento se ed in quanto arreca una concreta lesione a beni giuridici tutelati dall’ordinamento.</p>
<p>Confondere questi due piani significa smarrire una delle conquiste fondamentali della civiltà giuridica moderna.</p>
<p>La richiesta di «bandire» una parola dal lessico politico rivela inoltre una profonda illusione: quella secondo cui eliminare una parola significhi eliminare l’idea che essa esprime.</p>
<p>La storia dimostra esattamente il contrario. Le idee non scompaiono quando vengono censurate. Cambiano linguaggio, si spostano in altri spazi, si radicalizzano e spesso finiscono per acquisire un fascino ulteriore proprio perché percepite come proibite.</p>
<p>Karl Popper, nella sua teoria della società aperta, spiegò che le idee sbagliate devono essere combattute attraverso la critica razionale, il confronto pubblico e la confutazione argomentata. Trasformarle in tabù significa sottrarle alla verifica critica e alimentarne la forza simbolica.</p>
<p>È il grande paradosso della censura: se una parola è davvero razzista, sbagliata o incompatibile con i valori costituzionali, il modo più efficace per combatterla consiste nel consentirne l’utilizzo e nel dimostrarne pubblicamente l’inconsistenza.</p>
<p>Se invece si ritiene necessario vietarla, la si trasforma inevitabilmente in una bandiera identitaria per coloro che la utilizzano e in una prova della presunta intolleranza del sistema che pretende di combatterla.</p>
<p>La censura finisce così per diventare il più efficace strumento di propaganda delle idee che vorrebbe sconfiggere.</p>
<p>Per questa ragione chi si dice liberale guarda sempre con sospetto alle guerre linguistiche. La convinzione che la realtà possa essere trasformata attraverso il controllo del vocabolario appartiene più alle distopie che alle democrazie costituzionali.</p>
<p>Questi principi non appartengono solo al Diritto, anche nella Letteratura sono stati ampiamente e autorevolmente affermati.</p>
<p>George Orwell in 1984 immaginò una «Neolingua» costruita per restringere progressivamente l’orizzonte del pensiero. Riducendo il numero delle parole disponibili, il potere rendeva impossibile formulare determinate idee. Così come Aldous Huxley descrisse una società nella quale il conformismo culturale sostituiva la libertà di giudizio. Philip K. Dick mostrò ripetutamente come il controllo del linguaggio rappresenti uno degli strumenti più efficaci per alterare la percezione della realtà.</p>
<p>Naturalmente nessuna democrazia è tenuta a restare indifferente di fronte a progetti politici che ritenga pericolosi o contrari ai propri valori fondamentali, ma la risposta democratica a tali progetti non può essere la censura preventiva del linguaggio.</p>
<p>Perché una società libera non si misura dalla capacità di proteggere le opinioni che tutti condividono.</p>
<p>Si misura dalla capacità di tollerare quelle che molti detestano.</p>
<p>Il giorno in cui la politica pretenderà di stabilire quali parole possano essere pronunciate e quali debbano essere proibite, il problema non sarà più quella parola.</p>
<p>Il problema sarà la libertà.</p>
<p>E la libertà, una volta sacrificata in nome delle migliori intenzioni, raramente viene restituita integralmente ai cittadini.</p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Concorso velenoso</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/concorso-velenoso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 08:49:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Così, per la sesta volta un procedimento giudiziario, il cui presupposto era il concorso di Silvio Berlusconi nell’ideazione delle stragi mafiose del 1993, viene archiviato. Sono diversi gli aspetti per cui noi non possiamo archiviare la notizia. E non riguardano solo il rapporto malato fra politica e giustizia. 1. Scusate la grettezza, ma quelle indagini [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Così, per la sesta volta un procedimento giudiziario, il cui presupposto era il concorso di Silvio Berlusconi nell’ideazione delle stragi mafiose del 1993, viene archiviato. Sono diversi gli aspetti per cui noi non possiamo archiviare la notizia. E non riguardano solo il rapporto malato fra politica e giustizia.</p>
<p>1. Scusate la grettezza, ma quelle indagini sono cominciate nel 1996, come detto sono state archiviate sei volte e l’ultima nel gennaio scorso: quanto è costato tutto ciò? Ai contribuenti.</p>
<p>2. Non basta dire che essendo obbligatoria l’azione penale un procuratore può aprire e riaprire inchieste su qualsiasi cosa, inseguendo qualsiasi ipotesi. Qualcuno deve pur rispondere dei risultati e &#8211; perché sia chiaro &#8211; nel nostro attuale sistema nessuno ne risponde mai. Non è un tema accantonabile.</p>
<p>3. Il fatto che le indagini trentennali siano state sei volte inutili non significa che siano senza conseguenze. Sono trenta anni che si va avanti facendo ipotesi dietrologiche e ricoprendo di letame protagonisti e istituzioni: tutto questo ha avvelenato il nostro tempo e avvelenerà quello a venire, perché alimenterà la letteratura complottista e nutrirà gli storici che useranno come fonte non i documenti (sei volte il niente), ma l’informazione. Trenta anni di diffusione di quelle notizie, del resto, sono a loro volta un fatto.</p>
<p>4. Nulla di tutto questo sarebbe mai stato possibile se la politica non avesse provato a usare la giustizia e la giustizia a usare la politica. Se il guasto fosse solo da una parte non resterebbe che far campagna elettorale per l’altra, ma il guasto ha contagiato tutti quelli che calpestano la Costituzione e la Dichiarazione Universale Diritti dell’Uomo, lasciando che la presunzione d’innocenza sia il perizoma inghiottito dalle orride terga esposte al pubblico. Nel caso di Berlusconi è evidente la differenza di schieramenti, ma, in tanti anni di forcaioli giustizialisti, non c’è stato solo questo, sebbene sia il più clamoroso.</p>
<p>5. Politica e giustizia non si sarebbero accompagnate nell’associarsi nel peggio se solo fosse esistita un’informazione decentemente indipendente e pensante. E se politica, giustizia e informazione si sono unite nello stupro del diritto e dei diritti è perché la grande parte del pubblico, dei cittadini, dei lettori e dei votanti e non votanti, non ha coltivato la prudenza del diritto, ma s’è abbandonata alla vertigine dell’ubriacarsi assistendo al linciaggio altrui.</p>
<p>Qui volevo arrivare: in questo concorso velenoso non ci sono innocenti. Neanche chi lo denuncia da decenni e non è riuscito a stroncare questo vizio mortale.</p>
<p>La Lomellina</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Oltre transumanesimo e luddismo. Il liberalismo della Magnifica humanitas</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/oltre-transumanesimo-e-luddismo-il-liberalismo-della-magnifica-humanitas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Sterpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 09:40:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Enciclica Magnifica humanitas ci ricorda la fame di incognite che ci divora dentro più radicale della sete di risposte che semplificano fuori; interroga i mattoni con i quali costruiamo e non le guglie con le quali orniamo. Le parole del Pontefice costruiscono una strada di domande con al centro – finalmente – l’individuo o, meglio, la persona [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Enciclica <em>Magnifica humanitas</em> ci ricorda la fame di incognite che ci divora dentro più radicale della sete di risposte che semplificano fuori; interroga i mattoni con i quali costruiamo e non le guglie con le quali orniamo. Le parole del Pontefice costruiscono una strada di domande con al centro – finalmente – l’individuo o, meglio, la persona nel suo rapporto con l’altro e con l’intelligenza artificiale.</p>
<p>Davanti alla corsa prestante della tecnologia che sempre più abita il mondo in qualità di “potere” che condiziona la nostra dimensione relazionale e con essa la nostra identità, ci sono due narrazioni opposte che percorrono con velocità fulminante le nostre società e che si elidono a vicenda rischiando, come i lampi delle tempeste, di dare la luce senza permetterci di vedere. Sembrano approcci più buoni ad accecare per tenerci fermi che luci in grado di aiutare lo sguardo nei passi da compiere; una “striscia di luce”, come cantano i giovani russi contro il buio del regime putiniano, arriva invece dalle parole di Leone XIV.</p>
<p>La prima narrazione è quella che vorrebbe “spengere la tecnologia”; essa appare la più conservatrice e protettiva dell’umanità, evocando un neo-luddismo simile a quello che, davanti alla rivoluzione industriale, infliggeva colpi di martello ai macchinari che relegavano nelle fabbriche il lavoro umano a mero gesto disumanizzato. Ovviamente in questa proposta il potere pubblico deve essere il domatore pubblico dell’IA e, altrettanto ovviamente, la soluzione lungi dal salvare l’uomo lo relega ad uno stadio statico della sua evoluzione.</p>
<p>La seconda storia, invece, è quella del transumanesimo e del postumanesimo (e varianti) che invece vorrebbero “spengere l’’umano” per assegnare un ruolo assoluto alla tecnologia, sperando di raggiungere perfezione e spazi di nuova intelligenza per l’esercizio della mente umana. In questo caso, invece, meno stato e più iniziativa libera delle imprese, ma anche il rischio di “pochi livellatori” in un mondo di “livellati” direbbe Valerio Zanone.</p>
<p>Leone XIV cita direttamente e indirettamente tutte e due queste letture mettendone in evidenza l’insufficienza e proponendo una traiettoria diversa che è caratterizzata dalla centralità della persona perché “la tecnica non va considerata, in sé stessa, come forza antagonista rispetto alla persona; al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo»” (§4 e Benedetto XVI, <em>Caritas in veritate</em>, 2009).</p>
<p>Per governare le novità, questo il passaggio chiave, il capo della chiesa di Roma non invoca lo Stato, non pretende l’intervento demolitorio oltre che regolatorio del potere politico, ma si rivolge all’umanità stessa affinché eserciti il “discernimento” per distinguere quando l’IA aiuta la persona rispetto a quanto la annichilisce. Diversamente da Leone XIII nelle cui pagine la parola stato (sì, certo, siamo nel 1891 e il Regno d’Italia è appena costituito, ma non è solo questo) è invocata decine di volte, qui i riferimenti sono tutti concentrati sulla capacità personale. Contro il timore che ogni comunità si fondi su di una sterile unità fatta di standardizzazione, piuttosto che su una comunione di diversità e pluralismo, Leone XIV invoca una militanza umana: come allora si denunciava che il socialismo (definito “falso rimedio”) avrebbe annichilito le diversità e sottoposto la persona ad un ordine eterodeterminato disumano, così oggi l’egualitarismo standardizzante operato dalla tecnica può ridurre l’individuo a mero ingranaggio. Due rischi per la libertà dell’uomo, uno denunciato nella <em>Rerum novarum</em> e screditato definitivamente dal 1989, l’altro incipiente e da oggetto della <em>Magnifica humanitas</em>.</p>
<p>Tra le pagine si respira un certo cristianesimo delle origini ossia dal forte tratto individualista e antitetico al potere esterno all’uomo; non a caso, l’Enciclica è ricca di ampie citazioni di pontefici che hanno lottato contro dittature e autocrazie come, in particolare, Giovanni Paolo II (sul nichilismo dei grandi moralismi e le atrocità del Novecento, §204).</p>
<p>La tecnologia “disarmata” in una logica di “destinazione universale dei beni” (ci sarebbe da approfondire molto giuridicamente, §65) può accrescere la dignità umana nella misura in cui permette di evitare che i corpi intermedi soffochino l’individuo: nelle pagine del testo si evince chiaramente l’idea che libertà e responsabilità vanno insieme. Echeggiano le belle parole della Corte costituzionale che evidenzia come la tecnologia possa supportare lo sviluppo dei diritti e della dignità umana (sent. n. 3 del 2025).</p>
<p>Di tutto questo discuteremo, peraltro, l’11 giugno p.v. in un confronto tra voci molto diverse per cultura e ruoli, organizzato nella Biblioteca Vallicelliana a Roma; un modo, anche questo, per fare “comunione” attraverso un confronto libero e sereno che rifiuta la polarizzazione isterica imperante.</p>
<p>Una nota curiosa, infine: chissà se è un caso che il presidente Trump, pochi giorni dopo l’Enciclica, abbia dato indicazioni su “<em>Promoting advanced Artificial Innovation and Security</em>” che, con tratti volontaristici, raccorda potere pubblico e imprese sui modelli avanzati di IA (<em>Ex. Ord.</em> 2 giugno).</p>
<p><a href="https://formiche.net/2026/06/liberalismo-magnifica-humanitas/#content"><strong>Formiche.net </strong></a></p>
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		<title>Legge elettorale? Correttivi inutili Vince il bipopulismo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/legge-elettorale-correttivi-inutili-vince-il-bipopulismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Benedetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 07:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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		<title>Pronto è solo il soccorso</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/pronto-e-solo-il-soccorso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 07:00:51 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Pronto soccorso non è un ambulatorio aperto 24 ore su 24 per qualsiasi malanno né un parcheggio sociale dove scaricare le inefficienze della medicina territoriale. E il luogo in cui si salvano vite. E questo dovrebbe bastare a capire perché il sistema sia ormai arrivato al limite. Il decalogo proposto dai medici dell’emergenza, pubblicato sull’ Emergency Care Journal” non è una lamentazione corporativa ma la descrizione realistica di un servizio pubblico che continua a reggere soltanto grazie all’abnegazione di chi vi lavora: basta codici bianchi, un triage unico nazionale, stop alle attese infinite dei pazienti ricoverati nei corridoi, meno esami inutili.<br />
Quando metà degli accessi riguarda casi non urgenti, il problema non è il Pronto soccorso ma tutto ciò che manca prima. In Italia si è consolidata un’idea pericolosa, quella che il Pronto soccorso debba risolvere qualsiasi cosa, sempre e subito: una febbre, un disturbo presente da giorni, un esame che il territorio non riesce a garantire, una visita che richiederebbe mesi. Ma se tutto diventa emergenza, l’emergenza smette di esistere. E infatti oggi medici e infermieri passano più tempo a gestire sovraffollamento e attese che a fare ciò per cui quel sistema è nato, ovvero diagnosticare rapidamente le patologie gravi e intervenire quando il tempo decide a favore della vita o della morte. La verità è che il problema non si risolve aggiungendo barelle nei corridoi, semmai si risolve rimettendo ordine nelle priorità. Servono una rete territoriale che funzioni veramente, strutture intermedie, medici messi nelle condizioni di lavorare. E serve anche il coraggio politico di dire ai cittadini una cosa semplice ma impopolare: il Pronto soccorso non è un diritto da usare a piacimento ma una risorsa collettiva da utilizzare con responsabilità.<br />
Occorre inoltre chiedere regole nazionali uniformi. E’ difficile spiegare perché un paziente debba essere classificato in modo diverso a seconda della regione in cui si trova o addirittura dell’ospedale in cui entra. In uno Stato serio, i criteri clinici dovrebbero essere uguali ovunque.<br />
C’è poi la questione del personale. Se una disciplina fondamentale diventa una delle meno attrattive, vuol dire che il sistema ha fallito. Non è bastevole invocare vocazione e sacrificio all’infinito. Chi lavora nell’emergenza fa un mestiere usurante, sotto pressione continua, con responsabilità enormi e turni massacranti. Pensare che tutto questo possa reggersi soltanto sul senso del dovere è un’illusione. Anche il tema della medicina difensiva non può più essere rimosso. Quando un medico prescrive esami inutili soltanto per paura di conseguenze giudiziarie, il risultato è un sistema più lento, più costoso e spesso peggiore per i pazienti stessi. Il principio della responsabilità personale nei casi di grave negligenza o di colpa grave va mantenuto, ma il terrore permanente dell’azione penale non migliora la qualità della medicina.<br />
Infine c’è un punto decisivo: smettere di considerare il Pronto soccorso come un comparto separato dal resto della sanità. Se si blocca l’uscita verso i reparti, se il territorio non funziona e se manca personale, il Pronto soccorso collassa. È un termometro dell’intero sistema sanitario. Il punto è che in Italia continua ancora a salvare vite non grazie alla politica oppure all’organizzazione, ma soltanto perché è tenuto in piedi da professionisti che lavorano oltre il limite della sostenibilità. E uno Stato serio dovrebbe vergognarsi di affidare un servizio essenziale all’eroismo quotidiano dei suoi dipendenti. Eppure accade questo: siamo bravissimi nelle emergenze vere e pessimi nel proteggere chi quelle emergenze le affronta ogni giorno. Per questo il Pronto soccorso andrebbe difeso prima ancora di essere applaudito.</p>
<p>La Lomellina</p>
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		<title>I rischi dello Stabilicum «Può esasperare le tensioni nella società»</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/i-rischi-dello-stabilicum-puo-esasperare-le-tensioni-nella-societa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Benedetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 12:19:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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		<title>Si, abbiamo perso ma ora su riforme e garantismo l&#8217;unità di liberali e riformisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Benedetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 09:34:59 +0000</pubDate>
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		<title>Meloni veut mettre fin à la &#8220;magistrature idéologisée&#8221; &#8211; Le Monde</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/meloni-veut-mettre-fin-a-la-magistrature-ideologisee-le-monde/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Benedetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 14:28:30 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[articolo la separazione delle carriere secondo la fle]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le Monde</p>
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