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	<title>riFLEssioni Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>riFLEssioni Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Merito di Stato</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/merito-di-stato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 14:59:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni bonifico pubblico diventa un post, ogni post diventa un comizio: benvenuti nella politica del “grazie a me” – Il giorno dopo un decreto che stanzia fondi ai cittadini, sui social compare sempre lo stesso genere di annuncio. Foto istituzionale, sorriso di circostanza, e la frase che fa da liturgia: “Grazie a me, i cittadini [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/merito-di-stato/">Merito di Stato</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni bonifico pubblico diventa un post, ogni post diventa un comizio: benvenuti nella politica del “grazie a me” –</p>
<p>Il giorno dopo un decreto che stanzia fondi ai cittadini, sui social compare sempre lo stesso genere di annuncio. Foto istituzionale, sorriso di circostanza, e la frase che fa da liturgia: “Grazie a me, i cittadini riceveranno…”. Segue l’elenco delle cifre, l’hashtag del partito, e la firma di chi si intesta – da solo – un provvedimento nato da una filiera che coinvolge uffici tecnici, commissioni parlamentari, ragionerie dello Stato e, non ultimi, i soldi di chi quelle tasse le versa ogni mese.<br />
Non conta la filiera. Non conta chi ha scritto l’emendamento, chi lo ha finanziato in copertura, chi lo ha votato in aula. Conta il post.<br />
Il meccanismo è vecchio quanto la politica stessa: prendere una decisione collettiva, spesso frutto di mediazioni faticose tra maggioranza e minoranza, e trasformarla in un favore personale elargito dall’alto. Un po’ come il benefattore di paese di certa commedia all’italiana, quello che regala la stufa alla vedova e si aspetta il voto in cambio (Alberto Sordi lo avrebbe reso immortale in tre battute). Solo che qui il regalo non è suo: sono soldi pubblici, prelevati da tutti e redistribuiti secondo criteri che un parlamentare o un assessore, da soli, non decidono mai.<br />
Il terreno, va detto, è fertile. Secondo l’ultimo Rapporto Censis sulla comunicazione, l’86,2% degli italiani usa i social network, e sette su dieci tra chi li frequenta si informa ormai attraverso i reel -contenuti brevi, veloci, pensati per essere consumati tra un video e l’altro senza verifica. In quello spazio compresso non c’è posto per la spiegazione di come funziona una copertura di bilancio. C’è posto solo per un soggetto, un verbo, un beneficio: io, ho fatto, per voi.<br />
Ed è qui che il trucco funziona meglio. Perché il messaggio implicito non è mai “questo provvedimento serve ai cittadini”. È: “senza di me questo provvedimento non ci sarebbe stato, quindi continuate a votarmi”. Il merito diventa credito, il credito diventa consenso, il consenso diventa la prossima campagna elettorale già finanziata dal contribuente che l’ha, involontariamente, resa possibile.<br />
Non è un fenomeno di una parte sola, e sarebbe comodo pensarlo. Lo fa il parlamentare che rivendica un bonus deciso in un tavolo a cui non era nemmeno seduto. Lo fa l’assessore regionale che intitola a sé un fondo europeo scritto da un ufficio tecnico due piani sotto il suo. Lo fa, talvolta, anche chi si professa lontano da questa logica e poi cade nella stessa tentazione appena arriva il momento di postare. La differenza tra un partito e l’altro, in questo, si misura in sfumature, non in principi.<br />
Einaudi diceva che conoscere per deliberare è la prima regola della democrazia. Vale anche al contrario: chi delibera dovrebbe lasciarsi conoscere per quello che ha davvero fatto, non per quello che riesce a raccontare in centottanta caratteri. Ma raccontare costa meno che governare, e rende di più in fretta (e questo, ai piani alti dei partiti, lo sanno benissimo).<br />
Alla fine il cittadino resta con due certezze soltanto. La prima è che quei soldi, in un modo o nell’altro, li ha già pagati lui. La seconda è che qualcuno, alla prossima campagna elettorale, gli chiederà di ringraziare.</p>
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		<title>Il mito della pena facile</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-mito-della-pena-facile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 15:53:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un tic nervoso che affligge la politica italiana da almeno trent’anni: ogni volta che la cronaca nera accende i riflettori su un fenomeno sociale drammatico — che si tratti di baby gang, reati giovanili o microcriminalità nelle stazioni —, la risposta delle istituzioni è immediata e fallimentare. Creare un nuovo reato, alzare le pene [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un tic nervoso che affligge la politica italiana da almeno trent’anni: ogni volta che la cronaca nera accende i riflettori su un fenomeno sociale drammatico — che si tratti di baby gang, reati giovanili o microcriminalità nelle stazioni —, la risposta delle istituzioni è immediata e fallimentare. Creare un nuovo reato, alzare le pene o, per non farsi mancare nulla, proporre di abbassare l&#8217;età dell&#8217;imputabilità per sbattere i minorenni in galera.</p>
<p>È il cosiddetto &#8220;populismo penale&#8221;, una tentazione che contagia governi di ogni colore politico. L&#8217;idea consolatoria, ma profondamente falsa, che per risolvere un problema basti scrivere un divieto più severo su un pezzo di carta gommata chiamato decreto-legge.</p>
<p>Guardiamo i fatti con spirito liberale, lasciando da parte la pancia.</p>
<p>Un approccio autenticamente liberale alla sicurezza si fonda su due pilastri: l&#8217;effettività della pena e la prevenzione attraverso la presenza dello Stato. Aumentare sulla carta la pena da tre a cinque anni per un reato commesso da un sedicenne non ha mai dissuaso un singolo criminale. Ciò che davvero dissuade dalla commissione di un reato non è la severità astratta del codice penale, ma la certezza della sanzione e la rapidità del processo.</p>
<p>Se le forze dell&#8217;ordine sono sotto organico, se la giustizia minorile impiega anni per arrivare a una decisione e se le strutture di recupero o i riformatori non funzionano, aumentare le edicole penali serve soltanto a dare una rassicurazione d&#8217;accatto all&#8217;opinione pubblica, senza risolvere un solo problema sul territorio.</p>
<p>Abbassare la soglia dell&#8217;imputabilità per i minori è poi una scorciatoia pericolosa. Significa certificare la bancarotta educativa e sociale dello Stato e delle famiglie. Gettare un quattordicenne in un circuito carcerario già fatiscente e sovraffollato non significa fargli pagare il conto con la giustizia per rieducarlo — come imporrebbe l&#8217;articolo 27 della nostra Costituzione —, ma significa diplomarlo nella scuola della criminalità organizzata, restituendo alla società, dopo qualche anno, un individuo immensamente più pericoloso di prima.</p>
<p>La sicurezza è un diritto fondamentale del cittadino, e uno Stato liberale ha il dovere di garantirla con fermezza. Ma la fermezza non si misura dal rumore delle manette sventolate in televisione. Si misura dal numero di agenti presenti nei quartieri a rischio, dall&#8217;efficienza dei tribunali, dalla capacità di applicare le pene esistenti senza svuota-carceri né amnistie striscianti, e da un sistema scolastico e sociale capace di intercettare il disagio prima che diventi verbale di polizia.</p>
<p>Invece di moltiplicare i reati per guadagnare un titolo di giornale, la politica dovrebbe fare l&#8217;unica cosa utile e faticosa: far funzionare la macchina della giustizia. Il resto è propaganda a buon mercato, e a pagarne il prezzo, come al solito, sono la sicurezza reale dei cittadini e le casse dello Stato.</p>
<p>La Lomellina</p>
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		<title>Legge senza legalità</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/legge-senza-legalita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 14:03:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un brutto filo unisce la canea dopo una sentenza che condanna un gioielliere per duplice omicidio e tentato omicidio all’assenza di legalità che scorrazza ovunque in monopattino. Quel filo intreccia la voglia di cavalcare le emozioni con l’incapacità di affrontare i problemi. Posto che il gioielliere è stato condannato sulla base della legge voluta e [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un brutto filo unisce la canea dopo una sentenza che condanna un gioielliere per duplice omicidio e tentato omicidio all’assenza di legalità che scorrazza ovunque in monopattino. Quel filo intreccia la voglia di cavalcare le emozioni con l’incapacità di affrontare i problemi.</p>
<p>Posto che il gioielliere è stato condannato sulla base della legge voluta e scritta dagli stessi che ora ne reclamano l’urgente modifica, legge che (ovviamente) esclude che la legittima difesa s’estenda al potere inseguire criminali che scappano e accopparli sulla pubblica via (mettendo a rischio la vita dei passanti), posto che i tre gradi di giudizio gli hanno riconosciuto tutte le possibili attenuanti, posto ciò, ove mai la condanna avesse suggerito una modifica della legge e a muovere gli animi fosse stata la solidarietà con il condannato, l’iniziativa legislativa avrebbe avuto un senso dopo la condanna di primo grado, l’avrebbe conservata dopo la conferma della condanna in appello e lo perde dopo la conferma in Cassazione. A che serve correggere l’irrimediabile? Serve solo a far propaganda.</p>
<p>Qualora, il cielo non voglia, si accedesse alla dissennatezza che qualsiasi reazione sia consentita, anche quando il pericolo non è più attuale e i criminali sono in fuga, non resterebbe che attendere il giorno in cui un bambino nel passeggino sarà raggiunto dalla pallottola esplosa inseguendo un ladro e predisporsi all’ondata emotiva opposta: basta con i pistoleri per strada.</p>
<p>È sicuramente questione di minore peso emotivo, ma di non minore significato, quel che accade con i monopattini: da subito dopo l’approvazione della legge (due anni fa) è divenuto obbligatorio il casco; da qualche settimana è obbligatoria la targa e da qualche giorno anche l’assicurazione. Tutto per legge. Ma scendete per strada: la stragrande maggioranza (almeno a Roma la pressoché totalità) dei monopattini è senza targa, nessuno indossa il casco, molti vanno in due, sui marciapiedi e contromano. Non so dirvi dell’assicurazione, ma l’ipotesi di pagarla per poi restare comunque fuorilegge sarebbe da deficienti, sicché propendo per l’assenza.</p>
<p>Non li ferma nessuno e i mezzi non vengono sequestrati. Il che, tornando ai pistoleri, ricorda che la sicurezza non è data dal potere sparare, ma dal potere supporre che un ladro sia acciuffato e condannato. Ancora un elemento che unisce i due diversissimi problemi: la pretesa che i problemi si risolvano legiferando, salvo poi essere assente il controllo di legalità. Ovvero il trionfo dell’inutilità.</p>
<p>La Lomellina</p>
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		<item>
		<title>Perché rendere obbligatoria la quantificazione economica dei programmi elettorali</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/perche-rendere-obbligatoria-la-quantificazione-economica-dei-programmi-elettorali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Benedetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 13:42:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/perche-rendere-obbligatoria-la-quantificazione-economica-dei-programmi-elettorali/">Perché rendere obbligatoria la quantificazione economica dei programmi elettorali</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/perche-rendere-obbligatoria-la-quantificazione-economica-dei-programmi-elettorali/">Perché rendere obbligatoria la quantificazione economica dei programmi elettorali</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Quanto mi costa?</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quanto-mi-costa-grossi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 13:38:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Promettere molto e spiegare poco è un’abitudine tutta italiana che attraversa governi, opposizioni e campagne elettorali. Si spiega cosa si vuole fare, ma mai dove si troveranno le risorse per farlo. È una distorsione che impoverisce la democrazia, poiché trasforma il confronto politico in una gara di desideri anziché di responsabilità. Immaginiamo un condominio. L’amministratore [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Promettere molto e spiegare poco è un’abitudine tutta italiana che attraversa governi, opposizioni e campagne elettorali. Si spiega cosa si vuole fare, ma mai dove si troveranno le risorse per farlo. È una distorsione che impoverisce la democrazia, poiché trasforma il confronto politico in una gara di desideri anziché di responsabilità.</em></p>
<p>Immaginiamo un condominio. L’amministratore convoca l’assemblea e propone un ascensore nuovo, il rifacimento della facciata, il cappotto termico e il giardino pensile. Alla domanda più semplice — “quanto ci costa e chi paga?” — risponde che lo si vedrà dopo. Nessun condomino affiderebbe con serenità il proprio patrimonio a un amministratore simile. Eppure è esattamente ciò che accade quando si vota. Nelle ultime campagne elettorali abbiamo assistito a programmi che promettevano interventi per decine e decine di miliardi di euro ogni anno, in alcuni casi oltre i 140 miliardi, senza una quantificazione credibile delle coperture finanziarie. Dopo il voto arriva puntualmente il momento della verità: il governo scopre che le risorse non bastano, che i vincoli di bilancio esistono e che molte promesse devono essere ridimensionate o rinviate. Ma il problema non nasce dopo le elezioni. Nasce prima, quando si promette ciò che non si è nemmeno provato a finanziare.<br />
La politica ama accusare la realtà di essere ostile ai propri progetti. In realtà, la realtà è semplicemente indifferente agli slogan. I conti pubblici non si modificano con gli applausi di una piazza o con il successo di un post sui social. Esiste una differenza sostanziale fra una promessa e un programma di governo: la seconda dovrebbe contenere anche i mezzi necessari per realizzare i fini. Per questa ragione merita attenzione il Disegno di Legge S. 550 della XIX Legislatura, presentato dal professor Carlo Cottarelli e oggi rilanciato dalla Fondazione Luigi Einaudi. Il principio è tanto semplice quanto rivoluzionario per il dibattito politico italiano: se un partito propone una misura, deve indicarne il costo e spiegare da dove arriveranno le risorse per finanziarla, specificando anche l’eventuale ricorso al debito pubblico. Qualcuno obietterà che si tratta di un limite alla libertà della politica. È vero l’esatto contrario. Nessuno vieta di proporre meno tasse, più spesa sociale, maggiori investimenti o una riduzione del debito. Ogni forza politica deve poter sostenere la propria visione del Paese. Ma la libertà politica non può coincidere con la libertà di ignorare l’aritmetica.</p>
<p>La trasparenza sulle coperture non impone una determinata politica economica. Non privilegia la destra o la sinistra, i liberali o gli statalisti. Costringe semplicemente tutti a uscire dalla dimensione della propaganda per entrare in quella della responsabilità. Se si vuole spendere di più, bisogna dire se si aumenteranno le imposte, se si ridurranno altre spese oppure se si farà nuovo debito. Se si vogliono ridurre le tasse, bisogna spiegare quali spese saranno tagliate o quale crescita economica renderà sostenibile quella scelta. È così che funziona in ogni organizzazione seria. Le imprese redigono budget, le famiglie fanno i conti con il proprio reddito, gli enti locali approvano bilanci. Soltanto nella politica italiana sembra ancora accettabile promettere senza presentare il conto. Il voto dovrebbe premiare non chi promette di più, ma chi convince di poter mantenere ciò che promette. Per questo conoscere il costo delle proposte e le relative fonti di finanziamento non è una questione tecnica riservata agli economisti. È una questione di rispetto verso gli elettori.</p>
<p>La credibilità non limita la politica, semmai la rende autorevole. E un Paese che pretende programmi elettorali finanziariamente trasparenti non chiede meno democrazia. Ne chiede una migliore.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Se il Governo resta soltanto per restare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/se-il-governo-resta-soltanto-per-restare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 08:05:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In politica si può perdere consenso. Si possono perdere alleati. Si può persino perdere slancio. Ciò che un governo non può permettersi di perdere è la ragione stessa della propria esistenza. Perché il potere, nelle democrazie liberali, non è un fine: è uno strumento. E quando lo strumento non serve più a realizzare un progetto, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In politica si può perdere consenso. Si possono perdere alleati. Si può persino perdere slancio. Ciò che un governo non può permettersi di perdere è la ragione stessa della propria esistenza. Perché il potere, nelle democrazie liberali, non è un fine: è uno strumento. E quando lo strumento non serve più a realizzare un progetto, resta soltanto l’occupazione delle poltrone. È questa la domanda che oggi dovrebbe interrogare la maggioranza guidata da Giorgia Meloni. Non quanto durerà, ma per fare cosa.<br />
Dopo il referendum fallito, si è chiusa una stagione che, a dire il vero, non era mai davvero cominciata. Per mesi gli italiani hanno sentito parlare di grandi riforme, svolte epocali, cambiamenti destinati a ridisegnare il rapporto fra cittadini e istituzioni. Poi, alla prova dei fatti, il bilancio è apparso assai più modesto delle promesse.<br />
La rivoluzione fiscale è rimasta confinata agli annunci. La semplificazione burocratica continua a essere un obiettivo proclamato e mai raggiunto. Sull’immigrazione si è passati dalla retorica della soluzione definitiva alla gestione ordinaria di un fenomeno complesso. Sulla sicurezza, come su molti altri dossier, la distanza fra propaganda e risultati continua a essere significativa.<br />
Non si tratta di sostenere che nulla sia stato fatto. Sarebbe una caricatura. Il punto è un altro: manca una direzione riconoscibile. Non emerge una visione capace di spiegare dove si voglia portare il Paese nei prossimi dieci anni. E senza una meta, anche il cammino più lungo finisce per trasformarsi in un vagabondaggio.<br />
Nel mentre la coalizione mostra crepe sempre più evidenti. La Lega vive una fase di difficoltà politica e identitaria. Forza Italia guarda con crescente interesse a un elettorato moderato che spesso fatica a riconoscersi nelle pulsioni più radicali del centrodestra. Le differenze strategiche, finora tenute sotto controllo dal peso elettorale di Meloni, stanno tornando a galla.<br />
È il destino di tutte le maggioranze che smarriscono il proprio obiettivo: ciò che era stato nascosto dall’entusiasmo iniziale viene riportato in superficie dall’assenza di risultati.<br />
Eppure il controsenso è proprio questo. Giorgia Meloni continua a godere di un consenso personale superiore a quello dei suoi alleati e dei suoi avversari. Avrebbe dunque avuto il capitale politico necessario per tentare riforme coraggiose. Ha scelto invece la strada della prudenza. Una scelta legittima, ma che presenta un costo inevitabile: il tempo. Il tempo logora chi governa molto più di chi si oppone. Ogni mese trascorso senza una forte iniziativa politica consuma consenso, alimenta delusioni e offre alle opposizioni l’occasione di riorganizzarsi. Non perché queste abbiano improvvisamente trovato una visione migliore, ma perché la stanchezza dell’elettorato crea sempre nuove opportunità. In questo scenario, il vero obiettivo della maggioranza sembra ridursi a uno soltanto: arrivare a settembre e conquistare il primato di governo più longevo della storia repubblicana.<br />
Un record può soddisfare gli storici. Difficilmente convince gli elettori. La durata di un esecutivo è un dato statistico. La sua utilità è un giudizio politico. Confondere le due cose significa scambiare il mezzo con il fine.<br />
L’Italia non ha bisogno di governi che restano in piedi più a lungo degli altri. Ha bisogno di governi che utilizzano il tempo ricevuto dagli elettori per cambiare ciò che non funziona. Se la missione si esaurisce nella conservazione del potere, allora la longevità non diventa un merito: rischia di trasformarsi in una prova dell’immobilismo.<br />
Per questo la questione non è se il governo Meloni cadrà domani o durerà fino alla fine della legislatura.<br />
Ma, se resta soltanto per restare, qual è la sua utilità?</p>
<p>La Lomellina</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Trump vs Meloni e vs realtà</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/trump-vs-meloni-e-vs-realta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 16:19:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le parole di Donald Trump, rivolte a Giorgia Meloni e alla sua presunta richiesta di farsi fotografare assieme, sono oltraggiose. Limitarsi ad osservarlo e a mostrarsene sdegnati, però, non serve a niente. Peggio: casca nella trappola dei rapporti internazionali vissuti come rapporti personali. Che Trump sarebbe stato un problema per noi europei e per noi [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le parole di Donald Trump, rivolte a Giorgia Meloni e alla sua presunta richiesta di farsi fotografare assieme, sono oltraggiose. Limitarsi ad osservarlo e a mostrarsene sdegnati, però, non serve a niente. Peggio: casca nella trappola dei rapporti internazionali vissuti come rapporti personali.</p>
<p>Che Trump sarebbe stato un problema per noi europei e per noi italiani era evidente, detto e scritto fin dal primo momento. Così come osservammo che sarebbe stato un problema per Meloni e il suo governo: non perché egli fosse un avversario, ma perché lo avevano sostenuto e abbracciato come un alleato.</p>
<p>Meloni e il suo intero governo si sono a lungo spesi sostenendo di potere fare da ponte atlantico. Per guadagnare questa posizione, dimostratasi a dir poco illusoria, sono state prese le distanze da giuste iniziative di europei, come quella dei volenterosi, e sono state avallate iniziative orride, come il Board per Gaza.</p>
<p>Dopo il G7 francese, inoltre, si è soffiato nelle vele della “ricucitura”, dichiarando apertamente che si era sempre stati amici. Ciò nonostante i pesanti insulti rivolti all’Ucraina e all’Ue. Ed essendo evidente il rapporto di vicinanza fra Trump e Putin. E questi sono errori italiani.</p>
<p>Ora ci si deve chiede il perché il presidente Usa se ne esca con quelle parole. Si può scegliere la spiegazione dello squilibrio mentale, o almeno umorale, avvalorato dall’infantile ossessione di continuare a dirsi migliore di Obama. Pur non escludendo l’inaffidabilità personale, però, questa chiave di lettura appare poco convincente. Più rilevante tenere conto di due fatti: a. al G7 Trump ha condiviso conclusioni pro Ucraina e di sostegno alla resistenza verso l’aggressione russa che sono l’opposto di quel che aveva detto e fatto fino a quel momento; b. aveva firmato un preliminare di accordo (in realtà solo il via al negoziato) con l’Iran che non è neanche una capitolazione, ma una umiliante retromarcia americana. Comprensibile che, per lui, sia meglio parlare e che si parli d’altro.</p>
<p>Il che, però, dovrebbe portare non solo &#8211; e neanche tanto &#8211; a respingere la sua versione dei fatti, quanto a trarne le ovvie conseguenze politiche e diplomatiche: la sola sicurezza cui l’Italia può puntare è quella europea. Il che richiede un cambio radicale della politica italiana, a cominciare dal piantarla con l’opporsi alla cancellazione del diritto di veto per arrivare (subito) alla ratifica di accordi e riforme che siamo i soli a tenere fermi (pur traendone vantaggio).</p>
<p>Fin quando ciò non accadrà le reazioni possono pure essere unanimi, non cessando d’essere inutili.</p>
<p>La Lomellina</p>
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		<title>La libertà non si difende proibendo le parole</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-liberta-non-si-difende-proibendo-le-parole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pruiti Ciarello]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 09:17:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le recenti dichiarazioni del senatore Francesco Verducci, pronunciate nel corso della conferenza stampa &#8220;Contrasto all’hate speech nel discorso pubblico&#8221; il 18 giugno scorso, secondo il quale la parola «remigrazione» dovrebbe essere «abolita dal linguaggio della politica» e «bandita» mediante un accordo tra tutte le forze politiche, mi impongono una riflessione che trascende il tema dell’immigrazione [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le recenti dichiarazioni del senatore Francesco Verducci, pronunciate nel corso della conferenza stampa &#8220;Contrasto all’hate speech nel discorso pubblico&#8221; il 18 giugno scorso, secondo il quale la parola «remigrazione» dovrebbe essere «abolita dal linguaggio della politica» e «bandita» mediante un accordo tra tutte le forze politiche, mi impongono una riflessione che trascende il tema dell’immigrazione e investe direttamente la qualità della nostra democrazia liberale.</p>
<p>Il punto, infatti, non è se si condivida o meno il contenuto politico associato a quel termine.</p>
<p>Il punto è un altro: può una democrazia liberale combattere idee ritenute pericolose attraverso la censura del linguaggio? La risposta dovrebbe essere semplice. No.</p>
<p>Non perché tutte le idee abbiano uguale dignità morale o politica. Non perché ogni opinione sia necessariamente rispettabile. Ma perché uno Stato fondato sulla libertà non può attribuire alla politica il potere di stabilire quali parole possano essere pronunciate e quali debbano essere espulse dal dibattito pubblico.</p>
<p>La tradizione liberale nasce precisamente per impedire questo.</p>
<p>Da sempre i liberali hanno diffidato di coloro che ritengono di possedere la verità al punto da volerla imporre agli altri. È una diffidenza che attraversa secoli di pensiero politico e giuridico.</p>
<p>John Stuart Mill, nel celebre On Liberty, formulò forse la più alta difesa della libertà di espressione mai scritta: «Se tutta l’umanità meno uno fosse della stessa opinione, e una sola persona fosse dell’opinione contraria, l’umanità non avrebbe maggior diritto di mettere a tacere quella persona di quanto essa, se ne avesse il potere, avrebbe diritto di mettere a tacere l’umanità.»</p>
<p>La grandezza di Mill consiste nell’aver compreso che la libertà di parola non serve a proteggere le opinioni maggioritarie, ma quelle minoritarie; non le idee accettate, ma quelle contestate; serve a proteggere il diritto di dissentire.</p>
<p>Chi cerca la verità deve sopportare che altri la cerchino per vie diverse dalle proprie, anche se ciò risultasse un ostico esercizio di tolleranza. Se nessuno possiede la verità in modo assoluto, nessuno può arrogarsi il diritto di stabilire preventivamente quali idee possano essere discusse e quali debbano essere escluse dal confronto pubblico. Luigi Einaudi nei primi anni ’20 del Novecento scriveva che «il bello, il perfetto non è l&#8217;uniformità, non è l&#8217;unità, ma la varietà ed il contrasto», del resto sempre lo stesso Einaudi ci esortava dicendo «se nessuno vi dice che avete torto, voi non sapete più di possedere la verità».</p>
<p>Immaginiamo cosa sarebbero state le battaglie civili di Marco Pannella, se fosse stato costretto ad usare il linguaggio edulcorato del politicamente corretto. Quelle battaglie avrebbero avuto la stessa forza?</p>
<p>È un dato storico che il potere tende sempre ad allargare progressivamente i confini della censura una volta che gli sia stato consentito di esercitarla ed è per questa consapevolezza che chi si definisce liberale non può condividere quanto affermato dal senatore del Partito Democratico.</p>
<p>L’art. 21 della Costituzione garantisce il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Non tutela soltanto le opinioni condivise o socialmente accettabili. Se così fosse, la garanzia costituzionale sarebbe sostanzialmente inutile.</p>
<p>La libertà di espressione acquista significato proprio quando protegge idee che una parte della società considera errate, offensive o disturbanti.</p>
<p>Nella storica sentenza Handyside c. Regno Unito del 7 dicembre 1976, la Corte europea dei diritti dell’uomo affermò che la libertà di espressione costituisce uno dei fondamenti essenziali di una società democratica e si applica non soltanto alle informazioni e alle idee accolte favorevolmente, ma anche a quelle che «offendono, scioccano o disturbano lo Stato o una parte qualsiasi della popolazione». Tali sono, osservò la Corte, le esigenze del pluralismo, della tolleranza e dello spirito di apertura senza i quali non esiste una società democratica.</p>
<p>La tradizione costituzionale americana si è spinta persino oltre. Nella celebre decisione Brandenburg v. Ohio del 1969, riguardante un esponente del Ku Klux Klan, la Corte Suprema degli Stati Uniti stabilì che persino la propaganda politica estremista e ripugnante resta protetta dal Primo Emendamento, salvo che sia diretta a provocare un’azione illegale imminente e concretamente idonea a produrla.</p>
<p>In uno Stato liberale non esistono parole vietate. Esistono soltanto condotte vietate.</p>
<p>Non si punisce un termine perché sgradito o offensivo. Si sanziona un comportamento se ed in quanto arreca una concreta lesione a beni giuridici tutelati dall’ordinamento.</p>
<p>Confondere questi due piani significa smarrire una delle conquiste fondamentali della civiltà giuridica moderna.</p>
<p>La richiesta di «bandire» una parola dal lessico politico rivela inoltre una profonda illusione: quella secondo cui eliminare una parola significhi eliminare l’idea che essa esprime.</p>
<p>La storia dimostra esattamente il contrario. Le idee non scompaiono quando vengono censurate. Cambiano linguaggio, si spostano in altri spazi, si radicalizzano e spesso finiscono per acquisire un fascino ulteriore proprio perché percepite come proibite.</p>
<p>Karl Popper, nella sua teoria della società aperta, spiegò che le idee sbagliate devono essere combattute attraverso la critica razionale, il confronto pubblico e la confutazione argomentata. Trasformarle in tabù significa sottrarle alla verifica critica e alimentarne la forza simbolica.</p>
<p>È il grande paradosso della censura: se una parola è davvero razzista, sbagliata o incompatibile con i valori costituzionali, il modo più efficace per combatterla consiste nel consentirne l’utilizzo e nel dimostrarne pubblicamente l’inconsistenza.</p>
<p>Se invece si ritiene necessario vietarla, la si trasforma inevitabilmente in una bandiera identitaria per coloro che la utilizzano e in una prova della presunta intolleranza del sistema che pretende di combatterla.</p>
<p>La censura finisce così per diventare il più efficace strumento di propaganda delle idee che vorrebbe sconfiggere.</p>
<p>Per questa ragione chi si dice liberale guarda sempre con sospetto alle guerre linguistiche. La convinzione che la realtà possa essere trasformata attraverso il controllo del vocabolario appartiene più alle distopie che alle democrazie costituzionali.</p>
<p>Questi principi non appartengono solo al Diritto, anche nella Letteratura sono stati ampiamente e autorevolmente affermati.</p>
<p>George Orwell in 1984 immaginò una «Neolingua» costruita per restringere progressivamente l’orizzonte del pensiero. Riducendo il numero delle parole disponibili, il potere rendeva impossibile formulare determinate idee. Così come Aldous Huxley descrisse una società nella quale il conformismo culturale sostituiva la libertà di giudizio. Philip K. Dick mostrò ripetutamente come il controllo del linguaggio rappresenti uno degli strumenti più efficaci per alterare la percezione della realtà.</p>
<p>Naturalmente nessuna democrazia è tenuta a restare indifferente di fronte a progetti politici che ritenga pericolosi o contrari ai propri valori fondamentali, ma la risposta democratica a tali progetti non può essere la censura preventiva del linguaggio.</p>
<p>Perché una società libera non si misura dalla capacità di proteggere le opinioni che tutti condividono.</p>
<p>Si misura dalla capacità di tollerare quelle che molti detestano.</p>
<p>Il giorno in cui la politica pretenderà di stabilire quali parole possano essere pronunciate e quali debbano essere proibite, il problema non sarà più quella parola.</p>
<p>Il problema sarà la libertà.</p>
<p>E la libertà, una volta sacrificata in nome delle migliori intenzioni, raramente viene restituita integralmente ai cittadini.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Concorso velenoso</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/concorso-velenoso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 08:49:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Così, per la sesta volta un procedimento giudiziario, il cui presupposto era il concorso di Silvio Berlusconi nell’ideazione delle stragi mafiose del 1993, viene archiviato. Sono diversi gli aspetti per cui noi non possiamo archiviare la notizia. E non riguardano solo il rapporto malato fra politica e giustizia. 1. Scusate la grettezza, ma quelle indagini [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Così, per la sesta volta un procedimento giudiziario, il cui presupposto era il concorso di Silvio Berlusconi nell’ideazione delle stragi mafiose del 1993, viene archiviato. Sono diversi gli aspetti per cui noi non possiamo archiviare la notizia. E non riguardano solo il rapporto malato fra politica e giustizia.</p>
<p>1. Scusate la grettezza, ma quelle indagini sono cominciate nel 1996, come detto sono state archiviate sei volte e l’ultima nel gennaio scorso: quanto è costato tutto ciò? Ai contribuenti.</p>
<p>2. Non basta dire che essendo obbligatoria l’azione penale un procuratore può aprire e riaprire inchieste su qualsiasi cosa, inseguendo qualsiasi ipotesi. Qualcuno deve pur rispondere dei risultati e &#8211; perché sia chiaro &#8211; nel nostro attuale sistema nessuno ne risponde mai. Non è un tema accantonabile.</p>
<p>3. Il fatto che le indagini trentennali siano state sei volte inutili non significa che siano senza conseguenze. Sono trenta anni che si va avanti facendo ipotesi dietrologiche e ricoprendo di letame protagonisti e istituzioni: tutto questo ha avvelenato il nostro tempo e avvelenerà quello a venire, perché alimenterà la letteratura complottista e nutrirà gli storici che useranno come fonte non i documenti (sei volte il niente), ma l’informazione. Trenta anni di diffusione di quelle notizie, del resto, sono a loro volta un fatto.</p>
<p>4. Nulla di tutto questo sarebbe mai stato possibile se la politica non avesse provato a usare la giustizia e la giustizia a usare la politica. Se il guasto fosse solo da una parte non resterebbe che far campagna elettorale per l’altra, ma il guasto ha contagiato tutti quelli che calpestano la Costituzione e la Dichiarazione Universale Diritti dell’Uomo, lasciando che la presunzione d’innocenza sia il perizoma inghiottito dalle orride terga esposte al pubblico. Nel caso di Berlusconi è evidente la differenza di schieramenti, ma, in tanti anni di forcaioli giustizialisti, non c’è stato solo questo, sebbene sia il più clamoroso.</p>
<p>5. Politica e giustizia non si sarebbero accompagnate nell’associarsi nel peggio se solo fosse esistita un’informazione decentemente indipendente e pensante. E se politica, giustizia e informazione si sono unite nello stupro del diritto e dei diritti è perché la grande parte del pubblico, dei cittadini, dei lettori e dei votanti e non votanti, non ha coltivato la prudenza del diritto, ma s’è abbandonata alla vertigine dell’ubriacarsi assistendo al linciaggio altrui.</p>
<p>Qui volevo arrivare: in questo concorso velenoso non ci sono innocenti. Neanche chi lo denuncia da decenni e non è riuscito a stroncare questo vizio mortale.</p>
<p>La Lomellina</p>
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		<title>Oltre transumanesimo e luddismo. Il liberalismo della Magnifica humanitas</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/oltre-transumanesimo-e-luddismo-il-liberalismo-della-magnifica-humanitas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Sterpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 09:40:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Enciclica Magnifica humanitas ci ricorda la fame di incognite che ci divora dentro più radicale della sete di risposte che semplificano fuori; interroga i mattoni con i quali costruiamo e non le guglie con le quali orniamo. Le parole del Pontefice costruiscono una strada di domande con al centro – finalmente – l’individuo o, meglio, la persona [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Enciclica <em>Magnifica humanitas</em> ci ricorda la fame di incognite che ci divora dentro più radicale della sete di risposte che semplificano fuori; interroga i mattoni con i quali costruiamo e non le guglie con le quali orniamo. Le parole del Pontefice costruiscono una strada di domande con al centro – finalmente – l’individuo o, meglio, la persona nel suo rapporto con l’altro e con l’intelligenza artificiale.</p>
<p>Davanti alla corsa prestante della tecnologia che sempre più abita il mondo in qualità di “potere” che condiziona la nostra dimensione relazionale e con essa la nostra identità, ci sono due narrazioni opposte che percorrono con velocità fulminante le nostre società e che si elidono a vicenda rischiando, come i lampi delle tempeste, di dare la luce senza permetterci di vedere. Sembrano approcci più buoni ad accecare per tenerci fermi che luci in grado di aiutare lo sguardo nei passi da compiere; una “striscia di luce”, come cantano i giovani russi contro il buio del regime putiniano, arriva invece dalle parole di Leone XIV.</p>
<p>La prima narrazione è quella che vorrebbe “spengere la tecnologia”; essa appare la più conservatrice e protettiva dell’umanità, evocando un neo-luddismo simile a quello che, davanti alla rivoluzione industriale, infliggeva colpi di martello ai macchinari che relegavano nelle fabbriche il lavoro umano a mero gesto disumanizzato. Ovviamente in questa proposta il potere pubblico deve essere il domatore pubblico dell’IA e, altrettanto ovviamente, la soluzione lungi dal salvare l’uomo lo relega ad uno stadio statico della sua evoluzione.</p>
<p>La seconda storia, invece, è quella del transumanesimo e del postumanesimo (e varianti) che invece vorrebbero “spengere l’’umano” per assegnare un ruolo assoluto alla tecnologia, sperando di raggiungere perfezione e spazi di nuova intelligenza per l’esercizio della mente umana. In questo caso, invece, meno stato e più iniziativa libera delle imprese, ma anche il rischio di “pochi livellatori” in un mondo di “livellati” direbbe Valerio Zanone.</p>
<p>Leone XIV cita direttamente e indirettamente tutte e due queste letture mettendone in evidenza l’insufficienza e proponendo una traiettoria diversa che è caratterizzata dalla centralità della persona perché “la tecnica non va considerata, in sé stessa, come forza antagonista rispetto alla persona; al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo»” (§4 e Benedetto XVI, <em>Caritas in veritate</em>, 2009).</p>
<p>Per governare le novità, questo il passaggio chiave, il capo della chiesa di Roma non invoca lo Stato, non pretende l’intervento demolitorio oltre che regolatorio del potere politico, ma si rivolge all’umanità stessa affinché eserciti il “discernimento” per distinguere quando l’IA aiuta la persona rispetto a quanto la annichilisce. Diversamente da Leone XIII nelle cui pagine la parola stato (sì, certo, siamo nel 1891 e il Regno d’Italia è appena costituito, ma non è solo questo) è invocata decine di volte, qui i riferimenti sono tutti concentrati sulla capacità personale. Contro il timore che ogni comunità si fondi su di una sterile unità fatta di standardizzazione, piuttosto che su una comunione di diversità e pluralismo, Leone XIV invoca una militanza umana: come allora si denunciava che il socialismo (definito “falso rimedio”) avrebbe annichilito le diversità e sottoposto la persona ad un ordine eterodeterminato disumano, così oggi l’egualitarismo standardizzante operato dalla tecnica può ridurre l’individuo a mero ingranaggio. Due rischi per la libertà dell’uomo, uno denunciato nella <em>Rerum novarum</em> e screditato definitivamente dal 1989, l’altro incipiente e da oggetto della <em>Magnifica humanitas</em>.</p>
<p>Tra le pagine si respira un certo cristianesimo delle origini ossia dal forte tratto individualista e antitetico al potere esterno all’uomo; non a caso, l’Enciclica è ricca di ampie citazioni di pontefici che hanno lottato contro dittature e autocrazie come, in particolare, Giovanni Paolo II (sul nichilismo dei grandi moralismi e le atrocità del Novecento, §204).</p>
<p>La tecnologia “disarmata” in una logica di “destinazione universale dei beni” (ci sarebbe da approfondire molto giuridicamente, §65) può accrescere la dignità umana nella misura in cui permette di evitare che i corpi intermedi soffochino l’individuo: nelle pagine del testo si evince chiaramente l’idea che libertà e responsabilità vanno insieme. Echeggiano le belle parole della Corte costituzionale che evidenzia come la tecnologia possa supportare lo sviluppo dei diritti e della dignità umana (sent. n. 3 del 2025).</p>
<p>Di tutto questo discuteremo, peraltro, l’11 giugno p.v. in un confronto tra voci molto diverse per cultura e ruoli, organizzato nella Biblioteca Vallicelliana a Roma; un modo, anche questo, per fare “comunione” attraverso un confronto libero e sereno che rifiuta la polarizzazione isterica imperante.</p>
<p>Una nota curiosa, infine: chissà se è un caso che il presidente Trump, pochi giorni dopo l’Enciclica, abbia dato indicazioni su “<em>Promoting advanced Artificial Innovation and Security</em>” che, con tratti volontaristici, raccorda potere pubblico e imprese sui modelli avanzati di IA (<em>Ex. Ord.</em> 2 giugno).</p>
<p><a href="https://formiche.net/2026/06/liberalismo-magnifica-humanitas/#content"><strong>Formiche.net </strong></a></p>
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