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	<title>Pietro Paganini, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Pietro Paganini, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Scuola: la sfida è guardare il futuro</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/scuola-la-sfida-e-guardare-il-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Paganini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Sep 2016 14:39:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]In occasione del ritorno sui banchi, Pietro Paganini scrive del ruolo della scuola nel presente e nel futuro[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/scuola-la-sfida-e-guardare-il-futuro/">Scuola: la sfida è guardare il futuro</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ricomincia <strong>la scuola</strong> per una generazione che non è più assorta solo nei suoi pensieri ma nei media sociali. Qui fuori il mondo è digitale da un pezzo ma sembra che a scuola se ne siano accorti solo ora. La scuola è ancora quella della generazione industriale, ma adopera la didattica di quella contadina. Gli insegnanti hanno passato l’estate a protestare. Hanno torto sui trasferimenti, ma hanno ragione sui salari. La media stipendi è tra le più basse d’Europa, le infrastrutture a disposizione sono spesso obsolete e fatiscenti. Le eccezioni sono una rarità da copertina utile solo a confondere un sistema che si muove scomposto senza una vera strategia, senza obiettivi e soprattutto senza una visione del domani.</p>
<p>Se si vuole puntare sull’<strong>innovazione</strong> la scuola deve essere la prima voce di spesa del governo Non lo è. Il Primo Ministro ci ha illusi con i soliti fuochi d’artificio, ma li si è fermato. Lo sforzo lodevole della Buona Scuola ha prodotto una riforma timida che sembra più il risultato di una mediazione tra burocrati che una risposta decisa e coraggiosa alle sfide che aspettano i nostri ragazzi. La digitalizzazione che sta profondamente trasformando il nostro modo di vivere e lavorare richiede soprattutto un ripensamento radicale del modo di insegnare e quindi del ruolo degli insegnanti.</p>
<p>Nè il Governo né il personale della scuola hanno compreso l’urgenza di proporre una didattica che consenta a questi giovani di diventare innovatori. Bambini e studenti devono tornare al centro del dibattito, la scuola è la loro. Dobbiamo alimentare la loro fisiologica curiosità. Dobbiamo stimolare la loro creatività. Dobbiamo spingerli ad intraprendere per provare a risolvere problemi sempre nuovi. Dobbiamo aiutarli a maturare quel metodo scientifico che da noi non ha mai trovato spazio nel confronto quotidiano, rallentando lo sviluppo conoscitivo nella convivenza civile con riflessi negativi pure sulla capacità di adeguare di continuo le istituzioni. Il metodo scientifico si occupa dei problemi nella prospettiva del domani mentre la scuola studia solo il passato.</p>
<p>La scuola tende a sopprimere il desiderio di scoprire il mondo, favorendo il trasferimento acritico di sapere attraverso obsolete lezioni formali. Ci vuole altro. Il sapere è disponibile ovunque con le tecnologie in cui i nostri ragazzi si immergono. Semmai devono imparare a selezionarlo con il loro spirito critico e usarlo per creare nuovi prodotti e per rendere questo mondo migliore. Lasciamoli perciò sbagliare e sul sistema di valutazione &#8211; il modello attuale resta coercitivo &#8211; apriamo un vero dibattito che non sia finalizzato a proteggere <strong>gli insegnanti</strong> ma a stimolare il talento dei nostri ragazzi. Le attitudini di cui il mercato del lavoro ha disperato bisogno hanno convinto le aziende a ripensare i propri processi di selezione e formazione. La scuola no, è rimasta per lo più immutata.</p>
<p>La <strong>Buona Scuola</strong> non si è posta il problema di ripensare la classe e le sue dinamiche. Così come sono non hanno più senso. Dovrebbero diventare un laboratorio aperto alla collaborazione e al confronto sui dati di fatto. Dovranno aprirsi al mondo produttivo ben oltre l’Alternanza Scuola-Lavoro, così che gli adulti porteranno le esperienze del mercato mentre i ragazzi li aiuteranno a scoprire le novità. Il rapporto studenti-insegnanti va ripensato per progettate una didattica che li renda protagonisti attivi e non più contenitori passivi. Gli insegnanti devono diventare una guida, un motivatore, un manager, che stimola e coordina gli interessi e la passione di chi gli sta davanti. Sarà anche una Buona Scuola quella che comincia ma resta lontano dal futuro che i nostri ragazzi dovrebbero costruire da protagonisti. La responsabilità di questo ritardo è nostra.</p>
<p><strong>Pietro Paganini</strong>, <em>La Stampa</em> del 12 settembre 2016</p>
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		<title>Post terremoto. Gli ostacoli alla ricostruzione</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/post-terremoto-gli-ostacoli-alla-ricostruzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Paganini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Sep 2016 20:15:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[risostruzione]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Pietro Paganini analizza le difficoltà legate alla costruzione e ricostruzione degli edifici[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/post-terremoto-gli-ostacoli-alla-ricostruzione/">Post terremoto. Gli ostacoli alla ricostruzione</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo davvero in grado di costruire edifici sicuri? La risposta non è così scontata come gli eventi degli ultimi anni purtroppo dimostrano, a cominciare da quest’ultimo tragico<strong> terremoto</strong>. Eppure negli ultimi anni ci siamo entusiasmati per le città e le case intelligenti. Abbiamo giustamente ambito al futuro senza essere necessariamente preparati al presente. L’innovazione costante dei materiali, le tecniche di progettazione e costruzione sempre più sofisticate oltre all’esperienza millenaria hanno consentito di costruire opere straordinarie e di ridurre al minimo i rischi per la nostra sicurezza. Le agevolazioni fiscali e le assicurazioni antisismiche sono tra le tante proposte che circolano in questi giorni e che dovrebbero, se implementate dal Governo, incentivare la messa in sicurezza delle abitazioni che ancora non lo sono. Tutto questo non è sufficiente.</p>
<p>Le agevolazioni si applicano solamente a chi può permettersi di spendere, così come è stato per il risparmio energetico e le ristrutturazioni. Chi non ha le risorse non investe. Le tecniche e i materiali di costruzione valgono poco se non sono messi in pratica correttamente. Dovremmo chiedere all’<strong>ANCE</strong> e alle migliaia di imprese edili presenti sul territorio nazionale così come ai professionisti del settore edile, se davvero applicano a fondo tecniche e materiali. A fronte delle grandi imprese impegnate a livello globale nella costruzione di grandi opere, ci sono una moltitudine di imprese, solo poche delle quali hanno quel know-how. Quanti professionisti del settore affrontano il tema <strong>sicurezza</strong> con troppa leggerezza quando non con ignoranza? Costruire un edificio non è semplice, renderlo sicuro è ancora più difficile perché i fattori coinvolti sono molti. I cittadini non sono tenuti a conoscerli, si devono fidare delle certificazioni che ricevono. Paradossalmente un’auto o un’aspirapolvere nuova sono accompagnate da più specifiche tecniche di una casa. Il collaudatore è colui che certifica cioè che riconosce o meno la congruità alle norme antisismiche, ma valuta solo quel che vede e può verificare in corso o a fine opera. Egli giunge troppo spesso quando la costruzione è già ultimata. Il suo giudizio si ferma a pochi fattori. Le costruzioni sono come gli iceberg. Ne vediamo solo la punta. Prima del collaudo ci sono fasi molto importanti, l&#8217;indagine geologica, il calcolo delle strutture, la scelta e il controllo dei materiali, l’esecuzione e la direzione dei lavori. Ciascuna richiede un livello di professionalità molto alto, cioè sapere e competenze di cui non tutti sono provvisti.</p>
<p>La resa degli edifici dipende molto dalla qualità dei materiali, per esempio. Chi ci assicura che sono stati scelti quelli giusti o che nessuno ci ha speculato? Lo stesso vale per le tecniche. Ancora, quanti in cantiere controllano la zigrinatura dei ferri per conoscerne l’origine o la viscosità del calcestruzzo  con il cono di Abrams? Un buon geologo così come un architetto e un ingegnere tendono a sbagliare meno, scovando anche gli errori e le piccole furbizie delle cattive imprese. La buona impresa può aiutare il cattivo professionista a limitare gli errori. Ma insieme professionisti e imprese cattivi fanno il disastro. Il lavoro del costruttore o del muratore è stato poco considerato, perché per troppo tempo si è ritenuto che non necessitasse di competenze e conoscenze se non l’esperienza degli anni. Non può essere più così. Il muratore deve essere un operatore specializzato, un tecnico che si aggiorna di continuo e che innova, cosciente dell’importanza dei materiali che usa. Deve sapere collaborare con gli altri tecnici coinvolti. Gli italiani stanno nuovamente fornendo una prova di straordinario senso di solidarietà, ma faticano a dimostrare la medesima attenzione per la qualità del lavoro che svolgono. A volte è l’ignoranza, a volte l’eccessiva furbizia e l’ingordigia, a volte è semplicemente quella complicità amicale tra professionisti, imprese e acquirenti per cui tutto va bene e si possono chiudere gli occhi. Per la città intelligente ci vogliono tecnici e operai intelligenti e soprattutto responsabili.</p>
<p>Pietro Paganini, <em>La Stampa</em> del 3 settembre 2016</p>
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		<title>A proposito del terremoto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/a-proposito-del-terremoto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Paganini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Aug 2016 07:15:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[amatrice]]></category>
		<category><![CDATA[pietro paganini]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Il terremoto di Amatrice ha dimostrato che noi italiani siamo bravi nella solidarietà. Bisogna esserlo anche nell'evitare le disgrazie. L'analisi di Pietro Paganini[:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr">Noi italiani sappiamo produrre manifestazioni di <strong>solidarietà</strong> intensa. Lo facciamo nel dramma delle tragedie che ci colpiscono. E’ nella nostra cultura. Non sappiamo essere solidali prima per evitare o quantomeno prevenire questi drammi. Nei momenti successivi a questo terremoto e a le tutte disavventure che colpiscono un popolo servirebbe il silenzio. Il rispetto dei morti, il rispetto per chi soffre, il rispetto per chi lavora per salvare vite e ricostruire una speranza. Tuttavia, chi ha la fortuna di non essere stato coinvolto direttamente ma solo emotivamente, e non è nelle condizioni di salvare vite, ha il dovere morale di contribuire a prevenire queste tragedie per premiare la vita rispetto alla morte.</p>
<p>È difficile anticipare un <strong>terremoto</strong> ma è più facile prevedere dove potrebbe verificarsi e prevenirne le conseguenze. La scienza è ancora lontana da stabilire quando un evento sismico si verificherà, ma ci ha permesso di sapere più o meno dove potrebbe verificarsi. Parte dell’Italia è soggetta a fenomeni sismici violenti. In questi anni non ci siamo attrezzati, nonostante le esperienze che la storia, anche recente, ci ha consegnato. Peggio, i terremoti si possono prevenire, limitandone al massimo le conseguenze. Anche questo non lo abbiamo capito. In queste ore si discute di questo. Come possiamo rendere antisismici i vecchi borghi dei tanti villaggi costruiti lungo le crepe tremanti della terra? È difficile. Le norme ci sono per le nuove abitazioni, ma non ci sono programmi di adeguamento per quelle esistenti.</p>
<p dir="ltr">Servono i soldi, e quindi gli incentivi, così come circolano proposte molto interessanti, per esempio l’<strong>assicurazione antisismica</strong>. Tuttavia, soldi e norme non bastano se poi non si applicano le misure necessarie. La magistratura indagherà e deve farlo soprattutto perché, così come per l’<strong>Aquila</strong>, ad <strong>Amatrice</strong> è crollato un edificio certificato come antisismico. Certificato, non costruito con norme antisismiche. Gli italiani sono solidali ma anche molto spesso stupidamente furbi e scioccamente incapaci. O qualcuno ha imbrogliato o qualcuno non sa costruire.</p>
<p dir="ltr">Delle tante imprese edili della penisola, le stesse che si lamentano per la crisi, troppe non hanno competenze tecniche e continuano a costruire come si faceva secoli fa. Le conseguenze riguardano la nostra sicurezza, cioè la vita, ma anche il risparmio energetico e il nostro benessere. Non sono poche queste imprese, sono tante. La sfida politica riguarda le norme e gli incentivi, ma riguarda anche la professionalità di chi opera sul mercato. L’edilizia ha sofferto la crisi e le imprese vanno aiutate, così come vanno eliminate le imprese incapaci e che non vogliono contribuire a trasformare il nostro in un paese moderno.</p>
<p dir="ltr">È’ inutile sbrodolarsi con le smart city se poi non sappiamo costruire. A poche eccellenze affianchiamo una marea di imprese di improvvisati. Prima che solidali dovremmo essere lungimiranti e pianificatori. Altrimenti saremo solidali nei drammi, ma incapaci di evitarli.
</p>
<p>Pietro Paganini, Affari Italiani del 29 agosto 2016</p>
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		<item>
		<title>Radical chic vs pop chic: dove stanno i liberali</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/radical-chic-vs-pop-chic-dove-stanno-i-liberali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Paganini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Aug 2016 11:42:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[capalbio]]></category>
		<category><![CDATA[immigrati]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Pietro Paganini, partendo da un caso di cronaca, affronta il tema degli immigrati e del lavoro[:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Chissà come finirà la storia dei 50 <strong>immigrati</strong> con destinazione <strong>Capalbio</strong> a cui la così detta intellighenzia si sta opponendo. E’ la solita storiella che trova terreno fertile nella pigrizia agostana. Serve ai VIP finiti nell’ombra durante l’anno per ritrovare fama ma è anche utile alla controparte politica per dar loro addosso. Ci sfugge però nell&#8217;attuale confusione ideologica da che parte stiano i <strong>Radical Chic</strong> di Capalbio e chi sia invece la loro controparte. In verità la polemica estiva ci presenta una questione molto importante che naturalmente nella bagarre mediatica tra dichiarazioni ed interviste egocentriche più che scientifiche è svanita. La posizione più radicale è quella degli intellettuali che gli immigrati li vogliono ma non a Capalbio. Sono i così detti <strong>NIMBY</strong> &#8211; non in my back yard &#8211; mentre i più moderati sono i più chic a cui gli immigrati non danno fastidio, anzi ci possono stare se si trovano un lavoro. Si deduce quindi che una qualche competenza questi immigrati ce la devono avere.</p>
<p>Qui abbandoniamo il pettegolezzo da spiaggia per entrare nella questione. Nel silenzio totale ogni anno perdiamo migliaia di italiani che si trasferiscono all’estero. Tutti cercano quelle opportunità che in Italia non trovano. Molti sono davvero competenti, cioè hanno studiato o emigrano per trovare ulteriori professionalità. In altre parole portano valore all’estero. Da noi arrivano invece molti immigrati, come sappiamo da situazioni drammatiche. Naturalmente la maggior parte ha scarse competenze. La conseguenza è che le mille Capalbio d’Italia si riempiono di persone poco qualificate. I migranti ruberanno il lavoro dei locali o non trovandolo andranno a cercarlo altrove incrementando il disagio sociale? Può essere, ma difficilmente sottrarranno il lavoro a quelli del luogo. Infatti, come molti italiani emigrano all’estero, sempre di più lasciano i loro paesi per trasferirsi nelle grandi aree metropolitane o in quelle zone dove ci sono più opportunità.</p>
<p>Tra questi ci sono soprattutto quelli che hanno studiato e che a casa loro, nei cosìddetti paesoni di provincia, non solo non trovano opportunità, ma nemmeno stimoli. Il rischio del <strong>provincialismo</strong> è una brutta bestia che spaventa i giovani esposti alla globalizzazione. A questo aggiungiamo che le <strong>nascite</strong> di nuovi italiani sono sempre meno, anche nei paesoni, seppure con una progressione più lenta rispetto alle metropoli dove i <i>single</i> primeggiano. Purtroppo ci sono pochi dati a nostra disposizione, Governo e movimenti politici dovrebbero seguire il fenomeno molto più da vicino affidandosi a studi ben articolati. Da qui passa il futuro del lavoro e la ricchezza del nostro paese.</p>
<p>È così evidente che in tempi e modi diversi gli immigrati sono fondamentali per una popolazione che cresce sempre meno, vive più a lungo, vorrebbe lavorare di meno e fatica a coltivare quelle nuove generazioni di professionisti che hanno non solo le competenze ma anche le attitudini per affrontare la rapidità con cui il mercato del lavoro (e non solo) evolve. I 50 immigrati diretti a Capalbio fanno parte della rivoluzione sociale che stiamo sperimentando.</p>
<p>Se gli altri ci rubano i <i>talenti</i> e noi facciamo poco per tenerceli, se fatichiamo d’altro canto a prenderci quelli altrui, dobbiamo arrangiarci con chi arriva. L’accoglienza iniziale è un dramma che stiamo vivendo, ma è solo la prima parte. Serve poi integrarli e soprattutto educarli per avviarli ad una professione che, visto il mercato, richiede competenze elevate e attitudini particolari. Abbiamo perso l’occasione con molti dei primi arrivati dall’Est, la maggior parte dei quali opera con scarsissime qualifiche contribuendo ad abbassare il livello professionale e la qualità di vita del paese. Da Capalbio passa la seconda occasione. Gli intellettuali siano più pop e meno chic, cominciando ad investire nell’educazione dei primi 50.</p>
<p>Pietro Paganini, <em>La Stampa</em> del 17 agosto 2016</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Centrodestra, piccoli borghesi e&#8230;. vacanze</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/centrodestra-piccoli-borghesi-e-vacanze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Paganini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Aug 2016 08:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[centrodestra]]></category>
		<category><![CDATA[diritti di proprietà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Diritti di Proprietà: l'Italia è solo al 50° posto ma la politica sembra non accorgersene[:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>Centro Destra</strong> dovrebbe ancora rappresentare la borghesia. E come tutti i piccoli borghesi ad agosto chiude per ferie e si rimanda tutto a fine Settembre. Per il vero è da almeno due anni che è in vacanza, almeno intellettuale. Non ci giunge una proposta seria di politica economica da troppo tempo. La paura è che dopo l’entusiasmo per la Convention parisiana tutto si annebbierà ancora una volta sotto gli effetti devastanti della campagna referendaria. Anche il <strong>PD</strong> non sta meglio. D’altronde è anch’esso diventato piccolo borghese e la minoranza ribelle è indecisa se restare operaia o cadere nelle tentazioni del minuto uomo di mezzo.</p>
<p>I vacanzieri del Centro Destra hanno perso l’ennesima occasione ieri, quando un gruppetto di pensatoi Liberali molto agguerriti, Competere, <strong>Fondazione L. Einaudi</strong> e Istituto Bruno Leoni, hanno presentato l’Indice Internazionale per i Diritti di Proprietà. Lo fanno ogni anno come parte della Property Rights Alliance di Washington D.C. per dimostrare la correlazione tra tutela della proprietà e capacità di fare innovazione. È evidente che forze politiche attente alle libertà individuali e di iniziativa e quindi alle imprese e agli imprenditori si sarebbero interessate della cosa. In un contesto di mercato globale e di regole globali le imprese possono competere e quindi crescere e portare a casa risorse, se sono in grado di valorizzare e tutelare quello che producono.</p>
<p>A casa le regole oggi ci sono finalmente, vanno migliorate ma funzionano. Il problema è che vengono applicate poco e male. Si vedano i numeri sulla contraffazione.<br />
Difendere le imprese è di Centro Destra, anche ad Agosto. Si sostengono anche aiutandole a formarsi. Le <strong>nostre PMI</strong> non sono dotate di un management spesso non preparato. Qui una proposta di Centro Destra sulla formazione ci starebbe bene. Sul mercato globale le regole non ci sono e le poche esistenti non sono rispettate. Le nostre PMI soffrono la competizione selvaggia di chi copia e replica. Le grandi multinazionali hanno risorse e strumenti per difendersi, le nostre PMI no.</p>
<p>Nell’edizione 2016 dell’Indice <strong>l’Italia si colloca al 50° posto</strong>, guadagnando una posizione rispetto al 2015, ma perdendone 10 rispetto al 2014. Siamo ancora lontani dai paesi che innovano e meglio competono come Svizzera, Svezia, Finlandia, Hong Kong, Lussemburgo, etc. Siamo anche lontani dalla Germania, dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, ma anche dalla Francia.<br />
Mi sarei aspettato, se non una proposta per le PMI e gli imprenditori, almeno una una qualche reazione coraggiosa, anche populista, contro questo Governo che per altro, sulla tutela della proprietà sta investendo con merito. Invece no. Il piccolo borghese è in vacanza. Ai seggi l’ardua sentenza.</p>
<p>Pietro Paganini, <em>Affari Italiani</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/centrodestra-piccoli-borghesi-e-vacanze/">Centrodestra, piccoli borghesi e&#8230;. vacanze</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dobbiamo proteggere le medie imprese</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dobbiamo-proteggere-le-medie-imprese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Paganini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Aug 2016 08:57:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[diritto di proprietà]]></category>
		<category><![CDATA[imprese]]></category>
		<category><![CDATA[made in italay]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Pietro Paganini scrive di imprese e diritti di proprietà sulla Stampa del 10 agosto 2016[:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La scarsa tutela della proprietà è una delle ragioni per cui facciamo fatica a fare innovazione e quindi a competere nel contesto sempre più complesso del mercato globale. Gli ultimi governi hanno fatto molto sul piano legislativo con una serie di interventi normativi importanti come il <i>patent box</i>. Purtroppo non se ne registrano ancora i risultati. L&#8217;Indice Internazionale per i <strong>Diritti di Proprietà</strong> 2016 che viene presentato quest’oggi, e che <em>La Stampa</em> ha visionato in esclusiva, infatti vede l’Italia al 51° posto su 128 paesi. Recuperiamo si una posizione rispetto al 2015 ma ne perdiamo 10 rispetto al 2014.</p>
<p>L’Indice, che classifica i paesi in base al grado di tutela della proprietà fisica ed intellettuale, evidenzia il legame che esiste tra questa e la capacità di produrre innovazione e quindi crescita economica. Da sempre primi in classifica per innovazione sono i paesi che più tutelano come Svizzera, Svezia, Lussemburgo, Finlandia e Hong Kong, per citarne alcuni. Questa è la dimostrazione che il quadro normativo, pur competitivo, da solo non basta se non è accompagnato da politiche di controllo e di prevenzione come nel caso della <strong>contraffazione</strong> che penalizza fortemente le imprese italiane.</p>
<p>Secondo il CENSIS, nel 2012 il fatturato illecito derivante dalla contraffazione era pari a 6,5 miliardi di euro. I settori più colpiti risultano essere quelli tradizionalmente del <strong><i>Made in Italy</i></strong>, ovvero dell’abbigliamento e degli accessori, il settore alimentare, ma anche quello della manifattura. I prodotti così detti innovativi, o ad alto valore intellettuale o tecnologico, o anche i <i>griffati</i>, sono sempre più progettati, realizzati ed offerti ovunque sul mercato globale. In questo contesto, nonostante gli sforzi della UE e delle apposite agenzie internazionali, non si è evoluta un&#8217;adeguata regolamentazione per tutelare anche le piccole e medie imprese (PMI) o le start-up che a differenza delle grandi multinazionali non possono contare su risorse economiche e manageriali adeguate per brevettare, proteggere e valorizzare prodotti e servizi. Le PMI sono il motore della nostra economia. Esse immettono nel mercato prodotti unici nella manifattura, nella moda e nell’alimentare che per essere competitivi devono essere valorizzati e tutelati.</p>
<p>Tuttavia il <i>Made in Italy</i> è un concetto in continua evoluzione poiché sempre più imprese, anche di piccole dimensioni, dopo aver dislocato i processi produttivi provano oggi a delocalizzare anche le attività organizzative e finanziarie. Ciò significa regole nuove ma anche la diffusione di una cultura burocratica e manageriale adeguata che riconosce, protegge e valorizza quanto prodotto dalla creatività imprenditoriale ed industriale.</p>
<p>La <strong>Gran Bretagna</strong> ad esempio, ha attratto le multinazionali del farmaco perché ha combinato in un ecosistema energico le giuste regole, la semplicità dei processi burocratici (registrazione di marchi e brevetti), una cultura manageriale propensa a valorizzare quanto prodotto, e soprattutto ha saputo comunicare i propri valori fornendo anche i giusti incentivi.  In altri paesi, si pensi alla <strong>Germania</strong> e ai paesi scandinavi, si accompagnano le proprie imprese sul mercato estero per proteggerne i prodotti. Quante imprese italiane sono oggi abbandonate al loro destino appena valicano i confini nazionali?</p>
<p>Pietro Paganini, <em>La Stampa</em> del 10 agosto 2015</p>
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		<title>Le piccole imprese con poco credito aspettano Padoan</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-piccole-imprese-con-poco-credito-aspettano-padoan/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Paganini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Aug 2016 13:21:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[#banche]]></category>
		<category><![CDATA[bce]]></category>
		<category><![CDATA[liquidità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ministro Padoan ha annunciato per l&#8217;estate un decreto per favorire l&#8217; accesso delle piccole e medie imprese (Pmi) al credito. A che punto siamo? L&#8217; intervento è urgente perché sono le Pmi che più subiscono gli effetti della stagnazione globale e degli zero virgola nazionali. Per continuare a competere &#8211; o forse anche solo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div>Il ministro Padoan ha annunciato per l&#8217;estate un decreto per favorire l&#8217; accesso delle piccole e medie imprese (Pmi) al credito. A che punto siamo? L&#8217; intervento è urgente perché sono le <strong>Pmi</strong> che più subiscono gli effetti della stagnazione globale e degli zero virgola nazionali. Per continuare a competere &#8211; o forse anche solo per sopravvivere &#8211; hanno bisogno di investimenti che al momento non sono in grado di reperire attraverso le fonti tradizionali di credito.</div>
<div></div>
<div>Le Pmi sono anche il cuore della nostra economia. Innovano immettendo sul mercato prodotti originali, creano occupazione e ricchezza e contribuiscono alle casse dello Stato. Per crescere hanno bisogno di modelli di business che rispondano alle trasformazioni del mercato globale e della rivoluzione digitale e di un <strong>ecosistema favorevole</strong>, cioè libero dalla burocrazia e fiscalmente non opprimente. Hanno soprattutto bisogno di poter accedere al credito per continuare ad investire. Le banche sono state la prima fonte di credito per le imprese. Con il 2016 si è finalmente ammorbidito l&#8217; indice di rigidità per l&#8217; erogazione del credito, e contemporaneamente la richiesta di finanziamenti da parte delle Pmi è tornata a crescere, cosa che non succedeva dal 2008. L&#8217;eccessiva dipendenza dalle dinamiche e dagli umori degli istituti di credito tuttavia resta un problema. La fatica a beneficiare dei muscolosi strumenti promossi dalla <strong>Bce</strong> ne è la dimostrazione. Così, l&#8217;accesso al mercato dei capitali e a strumenti finanziari alternativi come i bond, minibond &#8211; mai decollati per una questione di dimensione e rischio connesso &#8211; i mezzanine o i direct lending, lo sviluppo di piattaforme di crowdfunding e soprattutto di equity, sono un&#8217;opportunità imperdibile.</div>
<div>In Italia l&#8217; esperienza del mercato alternativo dei capitali (Aim) è stata sino ad oggi importante ma non ancora sufficiente.</div>
<div></div>
<div>Nel 2015 sono state registrate 18 Ipo e 2 ammissioni per una raccolta complessiva superiore a <strong>284 milioni</strong> (+45% sul 2014 ma ancora inferiore al 2007). Dal 2009 ad oggi si sono quotate 85 società con una raccolta complessiva di oltre 872 milioni. All&#8217;estero invece le cose vanno molto meglio. In Gran Bretagna dal 1995 ad oggi <strong>Aim Uk</strong> ha accolto oltre 3.600 imprese per circa 95 miliardi di sterline. Il nostro paese ha intrapreso la direzione giusta ma il passo è troppo lento. La situazione dei mercati globali certo non aiuta. Il rallentamento dell&#8217; economia mondiale aggiunge ulteriore tensione agli operatori già preoccupati per la precarietà che attraversa molte regioni del pianeta, a cominciare dall&#8217;Europa.</div>
<div></div>
<div>Si sta così generando una progressiva avversione al rischio che porta i gestori dei grandi fondi internazionali ad incrementare la quota di portafoglio destinata alla liquidità. Questo non fa bene ai mercati e a chi cerca investitori, tantomeno alle nostre Pmi. Serve perciò un intervento che stimoli il cosiddetto investitore paziente cioè colui che è disposto a scommettere sul piano di sviluppo di una<strong> Pmi</strong>. Il decreto anticipato dal governo dovrebbe introdurre tra le altre azioni il Pir, Piano Individuale di Risparmio, lo strumento con cui, attraverso la leva dell&#8217;agevolazione fiscale, si proverà a canalizzare il risparmio verso l&#8217; economia reale.</div>
<div></div>
<div>Le Pmi potrebbero così contare su risorse stabilmente destinate alla produzione mentre gli investitori troverebbero l&#8217;incentivo per investire nel mercato azionario. In Gran Bretagna questi strumenti hanno favorito l&#8217;istituzione di fondi di investimento specializzati dedicati alle Pmi. Cosi, per esempio, i fondi di previdenza integrativa potrebbero portare nelle nostre imprese investimenti stabili nel medio e lungo periodo. L&#8217;estate è arrivata, noi aspettiamo il governo.</div>
<div></div>
<div>Pietro Paganini, <em>La Stampa</em> del 2 agosto 2016</div>
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		<title></title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/milano-cambi-se-vuol-essere-capitale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Paganini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jun 2016 10:04:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tratto da La Stampa del 29/06/2016 &#8211; Ci voleva la Brexit per svegliare Milano. Sono finalmente in molti a riconoscere che l&#8217;uscita di Londra dalla Ue potrebbe essere un&#8217;opportunità per la città. Anche il neosindaco Sala condivide l&#8217;euforia tanto da impegnarsi per portare a casa l&#8217; Autorità Bancaria. Questa dovrebbe attirare a Milano il mondo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tratto da La Stampa del 29/06/2016 &#8211; Ci voleva la Brexit per svegliare Milano. Sono finalmente in molti a riconoscere che l&#8217;uscita di Londra dalla Ue potrebbe essere un&#8217;opportunità per la città.<br />
Anche il neosindaco Sala condivide l&#8217;euforia tanto da impegnarsi per portare a casa l&#8217; Autorità Bancaria. Questa dovrebbe attirare a Milano il mondo della finanza che oggi alloggia a Londra, e quindi fare del capoluogo lombardo la nuova City. Ma a Londra non c&#8217;è solo la finanza.<br />
Vi hanno sede molte multinazionali, tra cui quelle farmaceutiche per esempio. Non a caso, l&#8217;Agenzia Europea del Farmaco è stata messa lì. Le imprese vanno dove ci sono le condizioni migliori, dove c&#8217;è un ecosistema di regole e servizi che risponde alle esigenze imprenditoriali ed industriali. Ci sono oggi queste condizioni a Milano? No. La risposta è purtroppo molto semplice. Milano è certamente la più avanzata delle città italiane e di molte europee, ma paga i mali dell&#8217;Italia. Come fare dunque per realizzare il sogno di trasformare Milano nella capitale europea? La risposta è semplice, mentre la sua articolazione è naturalmente più complessa. Milano dovrebbe prima di tutto avere il coraggio di intraprendere quelle iniziative legali e fiscali che governo e Parlamento non riescono a realizzare. Diventare città stato è condizione essenziale. Come per Berlino, Londra, Madrid e Parigi, Milano può dotarsi dello statuto di regione, avvalendosi dell&#8217;art. 132 della Costituzione, conferendosi tutti i poteri di cui le regioni godono. Milano Città Metropolitana potrebbe diventarne l&#8217;amministrazione. In questo contesto diventerebbe quindi possibile operare sui tre fattori che gli investitori valutano in fase di scelte strategiche, nell&#8217;ordine di importanza: amministrativo, cioè la qualità della burocrazia &#8211; di cui ben sappiamo; legale, cioè la giustizia; e fiscale, e quindi il peso delle tasse. Londra ha molto lavorato su queste tre condizioni così come hanno fatto tutte quelle metropoli che sono diventate hub finanziari e industriali. Molte hanno istituito delle vere e proprie zone libere da burocrazia e fisco. Perché non si ha il coraggio di farlo a Milano? Per molti una free zone equivale ad un aiuto di Stato che contrasta con le regole Ue. Si negozi allora con Bruxelles, le condizioni oggi ci sono, ma ci si affretti. Questo non basta, tuttavia. Servono le infrastrutture. Le imprese come le nuove start-up cercano i servizi migliori. Milano in questo si è ben distinta dal resto della Penisola, ma paga le scelte, fatte con il freno a mano tirato, di Roma. Come possiamo pensare di attirare la finanza degli algoritmi se non ci dotiamo della infrastruttura digitale più avanzata al mondo? Stona per esempio la scelta del governo, unico in Europa, di rallentare l&#8217;adozione del 5G. Le ragioni delle tv e delle telecom nazionali sono legittime, ma un governo dovrebbe spiegare come può fare dell&#8217;area Expo il centro della robotica e dell&#8217;innovazione senza le infrastrutture più avanzate.<br />
Il ventunesimo è il secolo urbano. Le città stanno sostituendo gli Stati creando una frattura netta con quello che le circonda, creando dei conflitti economici e sociali, ma anche culturali e politici.<br />
Il contrasto tra Londra e il resto dell&#8217;Inghilterra ne è un buon esempio. Lo stesso si sta verificando negli Usa e la campagna elettorale in corso lo sta dimostrando. Ci sono città-regione che spingono verso la Società Aperta apprezzando e traendo vantaggio dalla globalizzazione, dallo sviluppo tecnologico e dal pluralismo, mentre altre temono questi fattori e li rifiutano. Milano e i cittadini della sua area metropolitana devono scegliere dove stare e cosa diventare: più mondo o più provincia italiana.</p>
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		<title></title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/andate-e-stupite-il-mondo-con-la-creativita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Paganini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jun 2016 11:21:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il giorno è arrivato. Per l’ultima volta varcherete la porta della vostra classe lasciandovela alle spalle. Prima di andare pero&#8217; vorrei condividere con voi un pensiero semplice ma importante. È un messaggio che molte volte ho ripetuto ai miei studenti, anche se più grandi. È giunto il tempo di prendere la vostra strada, è ora di affrontare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il giorno è arrivato. Per l’ultima volta varcherete la porta della vostra classe lasciandovela alle spalle. Prima di andare pero&#8217; vorrei condividere con voi un pensiero semplice ma importante. È un messaggio che molte volte ho ripetuto ai miei studenti, anche se più grandi.</p>
<p>È giunto il tempo di prendere la vostra strada, è ora di affrontare le sfide che la vita vi riserva, è il momento di uscire da questa bolla magica che è la scuola e camminare sulle vostre gambe.</p>
<p>Non siete andati a scuola solo per assorbire qualche nozione. Eravate alla ricerca di qualcosa di più. Volevate esplorare il mondo, scoprire problemi nuovi e risolverli. Quelle nozioni, che in parte forse, avete già dimenticato, sono a diversità di ieri reperibili ovunque intorno a voi in questa infinita rete di sapere, dovete semplicemente catturarle con i vostri dispositivi e usarle. Oggi al mondo serve pero&#8217; qualcosa di più di individui ricchi di nozioni. Servono uomini brillanti come voi che sono rimasti curiosi, creativi, e intraprendenti. C’è bisogno di persone che come voi hanno voglia di fare e sono pronti ad affrontare qualsiasi sfida. Siete pronti?</p>
<p>Curiosità, creatività, intraprendenza. Ma ci pensate? Siete nati e diventati bambini con queste incredibili caratteristiche, con la voglia di meravigliarvi davanti alla bellezza dell’universo. Poi con il primo giorno di questa scuola qualcosa è cambiato. Il vostro cervello si è impigrito perché invece di continuare a scoprire il mondo giocando, vi hanno obbligato a stare seduti ai vostri banchi, riempiendovi di nozioni da ripetere. Come delle macchine.</p>
<p>Noi non abbiamo bisogno di macchine, ma di chi le inventa e le costruisce. Persone come voi che possano usare la loro creatività per trasformare ciò che ci circonda in un posto migliore. Che possano provocarci e stimolarci con una visione del mondo diversa. Infastiditeci, provocateci. <span style="color: #ff0000;">Siate sempre anticonformisti</span>.</p>
<p>Ecco cosa dovrebbe essere la scuola, un laboratorio dove sperimentare. Spero che i vostri insegnanti vi abbiano trasmesso un po di quello spirito; che abbiano condiviso con voi quel desiderio di scoprire e creare. E che soprattutto vi abbiamo stimolato a dubitare di qualsiasi verità, con argomenti sempre diversi.</p>
<p>Che incredibile un’avventura via aspetta. Potete scegliere di viverla da spettatori contando il tempo che passa. Non vi mancheranno i traguardi economici e otterrete tutto il successo che meritate. Ma non sono i soldi o la fama che cercate, semmai possono essere le conseguenze. Con i soldi e il successo di una vita mediocre non darete senso al vostro ruolo nel mondo e non sarete in grado di lasciare alcuna eredità ai vostri figli. Non cambierete il mondo. Lo subirete.</p>
<p>O potete fuggire dal tepore in cui la maggior parte delle persone che vi stanno attorno<span style="color: #ff0000;"> vivacchiano</span>. Tanti come me vorrebbero essere lì con voi e ricominciare tutto da capo. Avere una seconda opportunità. È il rimorso. È il peggiore dei sentimenti perché sarà lì a martoriarvi in eterno. Volete che sia il rimorso a spegnere la vostra gioia di vivere? Vi ricorderete allora delle scelte che non avete fatto e dei sogni che non avete perseguito. È questo che volete?</p>
<p>Esplorate, meravigliatevi, sbagliate, vi rialzerete e continuerete a perseguire i vostri sogni. Fatevi una promessa: rinunciate a tutto ma non consentite a nessuno di portarvi via i sogni. Rincorreteli. Rinunciate a tutto pur di vederli concretizzarsi; immergetevi in essi al punto che non sentirete la stanchezza e vi dimenticherete di mangiare. Non scendete a compromessi per realizzarli. Perché un sogno è come un respiro: è la spinta eterna alla vita.</p>
<p>Guardate chi vi sta intorno, guardateli negli occhi. Se volete cambiare il mondo fatelo per voi stessi e per loro, per coloro che verranno dopo di voi, ma anche per quelli che sono venuti prima e si sono sacrificati per noi, per lasciarci più libertà e più prosperità. Fatelo per voi, per loro, per tutti noi. Il mondo è di chi ancora crede nei sogni, il mondo e&#8217; vostro.</p>
<p>Ora potete scegliere di varcare quella porta come molti altri prima di voi, e vivere nella mediocrità. O affrontate quella meravigliosa avventura che vi aspetta e che merita di essere vissuta fino in fondo. Senza rimandare a domani, alla prossima settimana, o all’anno che verrà. Non siate timorosi né pigri. Affrontatela oggi, adesso. Andate e cambiate il mondo.</p>
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		<title></title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quanto-fa-male-non-accettare-i-fallimenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Paganini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 May 2016 08:04:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tratto da La Stampa, 17 maggio 2016 &#8211; In questi ultimi anni è stato fatto molto per favorire l&#8217;imprenditoria, in particolare per stimolare la costituzione delle così dette start-up innovative. Le start-up sono fondamentali per quei Paesi come l&#8217; Italia che vogliono continuare ad immettere sul mercato prodotti e servizi originali, che vogliono fare innovazione, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tratto da La Stampa, 17 maggio 2016 &#8211; In questi ultimi anni è stato fatto molto per favorire l&#8217;imprenditoria, in particolare per stimolare la costituzione delle così dette start-up innovative. Le start-up sono fondamentali per quei Paesi come l&#8217; Italia che vogliono continuare ad immettere sul mercato prodotti e servizi originali, che vogliono fare innovazione, che vogliono rivoluzionare i propri modelli produttivi e organizzativi. Per fiorire, le start-up hanno bisogno di semplificazione burocratica e giuridica ed incentivi fiscali.</p>
<p style="text-align: justify;">Su questo gli ultimi governi hanno lavorato molto. Serve però anche un sistema finanziario ispirato da una visione ambiziosa del mondo e pronto a prendersi dei rischi, anche sulle idee apparentemente più folli. Numeri alla mano, gli investitori italiani sono ancora molto timidi verso le imprese giovani e innovative. Ma soprattutto hanno bisogno di un ecosistema fertile che attiri una pluralità di individui curiosi e creativi, che stimoli il confronto culturale e che favorisca la convivenza. Su questo versante siamo messi molto male. La start-up è sinonimo di fallimento, perché la maggior parte delle idee imprenditoriali come le ipotesi scientifiche sono destinate a fallire. Come in natura, il mercato seleziona le idee migliori &#8211; in un preciso momento storico &#8211; mentre scarta tutte le altre. Come per la scienza, il fallimento è insito nell&#8217;idea stessa di impresa o di prodotto.</p>
<p style="text-align: justify;">Un ambiente sociale vibrante non solo accetta chi ha fallito, ma lo valorizza. Dal fallimento si trarrà l&#8217;esperienza e quindi le conoscenze per perseguire una strada nuova. Purtroppo il fallimento è socialmente rifiutato anche nella scuola. È paradossale, decantiamo i fallimenti scolastici di scienziati e visionari che hanno cambiato il nostro modo di vivere con innovazioni straordinarie, mentre dissuadiamo i nostri giovani dall&#8217;intraprendere iniziative che potrebbero fallire. Le ragioni per cui fatichiamo ad accettare il fallimento e lo puniamo sono molteplici.</p>
<p style="text-align: justify;">Le radici sono talmente profonde che la stessa accezione linguistica del termine è negativa. Cresciamo con la paura di fallire. Secondo il Rapporto Globale sull&#8217;Imprenditorialità 2015 il 90% degli italiani considera la paura di fallire il vero freno all&#8217; imprenditorialità, è la percentuale più alta in Europa e la seconda al mondo. La didattica odierna non promuove la libera iniziativa perché essa può condurre al fallimento. Il sistema di valutazione è progettato per scoraggiare il fallimento. Esso viene associato alla pigrizia o alla malafede mentre dovrebbe essere collegato alla curiosità e alla creatività. Va quindi premiato chi prova ed eventualmente fallisce. Si tende invece a gratificare chi recepisce il sapere trasferito dagli insegnanti ed esegue le loro istruzioni. Come possiamo bocciare un bambino perché ha fallito nel risolvere un problema?</p>
<p style="text-align: justify;">La scuola è ancora costruita attorno al sapere mnemonico che per sua natura è legato alla volontà e alla capacità del discente di assorbire o meno le nozioni. Da qui il fallimento come negligenza da punire. Ma anche dove c&#8217;è una didattica orientata alla soluzione di problemi si tende ad imporre risposte impostate preventivamente. Si può scegliere di assemblare una costruzione seguendo le istruzioni oppure no, stimolando quindi maggiore creatività ma anche il rischio di sbagliare. Si stimolano così lo spirito critico e una prospettiva nuova su ciò che ci circonda. Negli Stati Uniti, che sono certamente più inclini di noi ad accettare l&#8217; insuccesso, si discute da molto tempo sui modelli scolastici e i criteri di valutazione che più favoriscono l&#8217; errore. Qui come nei Paesi del Nord Europa si sperimenta. Perché non sperimentiamo anche noi? La risposta è semplice. La sperimentazione di per sé produce fallimenti, e noi abbiamo paura.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quanto-fa-male-non-accettare-i-fallimenti/"></a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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