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	<title>Lorenzo Infantino, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Lorenzo Infantino, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Einaudi l&#8217;austriaco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Infantino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Nov 2022 16:17:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Mises e Hayek, liberisti incompresi. Il ritardo con cui l’Italia li recepì (e si vede), poi recuperato grazie all’economista che salì al Quirinale La prima recezione nel nostro paese delle teorie formulate dagli esponenti della Scuola austriaca di economia è avvenuta in ritardo e con difficoltà. Apparsi originariamente nel 1871, i “Grundsätze der Volkswirtschatslehre” di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Mises e Hayek, liberisti incompresi. Il ritardo con cui l’Italia li recepì (e si vede), poi recuperato grazie all’economista che salì al Quirinale</h3>
<p>La prima recezione nel nostro paese delle teorie formulate dagli esponenti della Scuola austriaca di economia è avvenuta in ritardo e con difficoltà. Apparsi originariamente nel 1871, i “Grundsätze der Volkswirtschatslehre” di Carl Menger sono stati tradotti in italiano solamente nel 1909 e sono stati accompagnati da una prefazione in cui Maffeo Pantaleoni affermava che la prima lacuna dell’opera stesse nella mancanza della “concezione dell’equilibrio generale economico”.</p>
<p>Il maggior pregio delle pagine mengeriane, la spiegazione del processo economico tramite le scelte individuali, veniva in tal modo presentato come il loro maggiore limite. Per avere una più attenta valutazione del contributo teorico della Scuola austriaca di economia, occorrerà attendere Luigi Einaudi, il quale ha visto in tale Scuola una fervida fucina di strumenti concettuali e una straordinaria fonte di impegno morale. Avendo in mente soprattutto Ludwig von Mises e Friedrich A. von Hayek, Einaudi non ha esitato a scrivere: “Pretendono costoro di spiegare (…) i fatti che accadono attorno a noi.</p>
<p>Alcuni di essi, i più pugnaci dell’eletta schiera, i giovani viennesi eredi della gloriosa scuola dei Menger, dei Böhm-Bawerk e dei Wieser pretendono, con quelle sottigliezze, di spiegare la vera causa della distruzione, la quale va compiendosi giorno per giorno sotto i loro occhi, della economia austriaca; e poiché la vera causa non è, se non in piccolissima parte, il divieto alla piccola Austria di unirsi alla grande Germania, essi difendono, senza farlo di proposito, l’indipendenza del loro paese”. Questi giovani economisti, i cui concetti hanno una rara “potenza chiarificatrice”, “danno speranza di diventare una delle maggiori forze spirituali del mondo”.</p>
<p>Nel momento in cui Einaudi esprimeva tale giudizio, aveva già una conoscenza diretta di Ludwig von Mises. Quest’ultimo si trovava nel 1926 negli Stati Uniti, con una borsa Laura Spelman, offerta dalla Rockefeller Foundation. Assieme a lui c’erano Johan Huizinga, Bronislaw Malinowski e altri. Facevano tutti parte di un gruppo di studiosi, impegnati in un tour di lezioni in varie università americane.</p>
<p>E’ stata un’esperienza che si è protratta per alcuni mesi e che si è conclusa con la partecipazione, presso la facoltà di Economia della Harvard University, a un dibattito presieduto da Frank W. Taussig. Einaudi e Mises si sono conosciuti in quella circostanza. E il loro scambio intellettuale è continuato per il resto della loro vita. Quando in fuga dal nazismo Mises ha trovato accoglienza negli Stati Uniti, stabilendosi a New York, Mario Einaudi gli ha reso visita, recandogli messaggi del padre. I coniugi Mises sono stati ospiti nell’agosto del 1953 al Quirinale e poi nel settembre 1961 a Dogliani.</p>
<p>Per ovvia questione anagrafica, i rapporti fra Hayek ed Einaudi sono nati più tardi. In una lettera del 19 marzo 1932, Einaudi ringrazia Hayek per l’invio dell’edizione tedesca di “Prices and Production” e gli promette una recensione su La Riforma sociale. Tale recensione appare subito dopo a firma di Attilio Cabiati. Non solo. Hayek aveva curato nel 1931 l’edizione tedesca dell’ “Essai sur la nature du commerce en général” di Richard Cantillon.</p>
<p>Ed Einaudi gli chiede l’autorizzazione a ospitarne, tradotta in italiano, l’introduzione su La Riforma sociale. La risposta di Hayek non tarda (25 marzo). Lo studioso austriaco accoglie con compiacimento la proposta: “Le sono molto grato per l’interesse rivolto al mio saggio su Cantillon e mi sentirò lusingato di vederlo sulla sua rivista”. Da raffinato bibliofilo, Einaudi possedeva una copia della prima edizione dell’“Essai”, recante la firma di Antoine-Laurent de Lavoisier, il grande chimico ghigliottinato sotto il Terrore. E, quando nel 1955 ha voluto rendere disponibile in italiano una nuova traduzione dell’opera di Cantillon, ha giudicato l’introduzione hayekiana come “il migliore strumento sinora venuto alla luce per la conoscenza della vita e del pensiero” di quell’autore.</p>
<p>L’attenzione rivolta da Hayek e da Einaudi all’“Essai sur la nature du commerce en général” non è questione di poco conto. Hayek si è soffermato su quell’opera nello stesso periodo in cui stava lavorando alle sue lezioni su “Prices and Production” che segnano il suo ingresso alla London School of Economics. Quelle lezioni si aprono esattamente con una citazione di Cantillon, riguardante il carattere sequenziale del processo inflazionistico: il fatto cioè che i prezzi non aumentano simultaneamente e che non tutti gli attori possono adeguare nella stessa misura le proprie remunerazioni. Cambiano così i prezzi relativi e, quando ciò avviene, si realizza una redistribuzione della ricchezza. A tutto ciò è stato dato il nome di “effetto Cantillon”. Il che costituisce uno degli elementi di base della teoria austriaca del ciclo economico.</p>
<p>La parte più significativa delle relazioni fra Hayek ed Einaudi si è svolta nel secondo dopoguerra. Lo studioso austriaco pensava già da tempo alla costituzione di quella che sarebbe poi stata la Mont Pèlerin Society, un’associazione internazionale fra i maggiori esponenti della cultura liberale. Lo stesso Hayek ha ricordato: “Ho abbozzato per la prima volta il progetto (…) davanti a un piccolo gruppo (la Political Society) presieduto da Sir John Clapham”. Era il 28 febbraio del 1944; la relazione di Hayek era titolata “Historians and the Future of Europe”; la riunione si teneva al King’s College di Cambridge, città in cui, dopo i primi bombardamenti di Londra, la London School of Economics si era trasferita.</p>
<p>Non appena ripristinate le comunicazioni postali, Hayek comincia a coinvolgere nel suo piano i più accreditati studiosi di orientamento liberale. E il 28 dicembre del 1946 invia una lettera a un cospicuo numero di destinatari, specificando che l’obiettivo sarebbe stato quello di costituire “un’associazione internazionale di studiosi, una sorta di accademia internazionale di filosofia politica”. Fra i destinatari italiani, ci sono Luigi Einaudi, Carlo Antoni e Costantino Bresciani-Turroni.</p>
<p>La copia pervenuta a Einaudi contiene delle aggiunte fatte di pugno, in cui c’è l’insistente richiesta di “sostegno” e di “collaborazione”. La risposta di Einaudi è del 22 gennaio del 1947. Egli era in quel momento impegnato, attraverso lo svolgimento di vari incarichi pubblici, nella ricostruzione dell’economia italiana. Nella sua lettera, si legge fra l’altro: “All’inizio dello scorso dicembre, ho avuto l’opportunità di incontrare a Zurigo il professor Röpke e il Signor Hunold, i quali mi hanno informato della riunione programmata per la prossima Pasqua nelle vicinanze di Vevey. Ho già dato loro, in via di principio, il mio consenso. Dico in via di principio, perché non posso prevedere, con tanto anticipo, quali saranno gli impegni derivanti dai miei doveri di ufficio. (…) Il prof. Antoni mi ha informato che verrà con piacere”.</p>
<p>Qualche giorno dopo, il 4 febbraio, Einaudi si dichiara disponibile ad aprire la discussione assieme a Hans Kohn e a Bertrand de Jouvenel. Ribadisce però l’impossibilità di dare certezza alla sua presenza. In realtà, Carlo Antoni è stato l’unico italiano a partecipare alla riunione costitutiva della Mont Pèlerin Society.</p>
<p>Nel corso della sua relazione introduttiva, Hayek ha tuttavia letto una lunga lista di studiosi che, seppure non presenti, avevano dato la propria adesione all’iniziativa. E, soffermandosi in occasione successiva su quei nomi, ha precisato che tutti hanno poi aderito alla Mont Pèlerin Society. Nella lista di quegli studiosi, compaiono Luigi Einaudi e Bresciani-Turroni (quest’ultimo aveva da poco curato l’edizione italiana di “Collectivistic Economic Planning”, il volume in cui Hayek aveva raccolto nel 1935 le maggiori critiche che fino al momento erano state formulate nei confronti dell’economia pianificata).</p>
<p>Il 20 settembre dello stesso anno, Hayek si trova in vacanza a Soprabolzano. E di lì invia una lettera manoscritta a Einaudi, con la quale annuncia di essere stato invitato a tenere due lezioni a Roma da Roberto Ago e di volere approfittare della circostanza per organizzare un incontro. Hayek prega Einaudi di rendere partecipi anche gli “amici” Bresciani e Antoni. Il segretario di Einaudi, Antonio d’Aroma, comunica il 30 settembre a Hayek, già a Roma, che l’incontro avverrà il giorno dopo a cena e che Bresciani-Turroni e la moglie passeranno dall’albergo (Ludovisi) e lo accompagneranno in automobile.</p>
<p>L’elezione di Einaudi al Quirinale non ha interrotto i rapporti con Hayek. Il carteggio lo testimonia ampiamente. Una lettera di Einaudi del 29 settembre 1951 si conclude con la seguente affermazione: “Non dimentichi che, nel caso abbia la possibilità di visitare l’Italia, sarò ben lieto di spendere qualche ora con lei”. Hayek avrebbe voluto che Einaudi aprisse i lavori della riunione di Venezia (settembre 1954) della Mont Pèlerin Society. Ha reso pubblica questa sua idea tramite una comunicazione del 27 marzo 1954, diretta ai membri dell’associazione. Ma non dava per certa la presenza dell’allora presidente della Repubblica italiana. Metteva al riparo il suo progetto con un “probabilmente”. In una lettera a Hayek dell’11 maggio 1954, Antonio d’Aroma prende tempo. Dichiara che gli impegni istituzionali di Einaudi non permettono ancora una decisione definitiva. E tuttavia, come aveva già osservato Antoni (lettera a Hayek del 23 aprile), forse Einaudi riteneva che la sua posizione non gli consentisse di fare quanto gli veniva chiesto.</p>
<p>Hayek avrebbe voluto Einaudi a Venezia. Ed Einaudi avrebbe voluto accogliere l’invito. Ma il ruolo da questi svolto in quel momento ha impedito alle loro personali preferenze di realizzarsi. Un ristretto gruppo di partecipanti a quella riunione della Mont Pèlerin Society ha comunque incontrato Einaudi. Era assente Mises, trattenuto a New York da ragioni di salute. Tramite Mary Sennholz, Einaudi gli ha mandato un caloroso messaggio. C’è testimonianza di ciò in una lettera del 4 giugno 1956, in cui Mises auspica di potersi presto rivedere. Einaudi ha partecipato, nel settembre del 1961 alla riunione della Mont Pèlerin Society, organizzata a Torino da Bruno Leoni. E’ stato quello il suo ultimo intervento pubblico. C’è un momento dei rapporti fra Luigi Einaudi e Hayek che merita una particolare sottolineatura. Era il 1945. Su suggerimento di Luigi Einaudi, il figlio Giulio chiede a Hayek, tramite l’agenzia Sanford J. Greenburger, i diritti per la traduzione italiana di “The Road to Serfdom”.</p>
<p>Il contratto viene firmato da Mario Einaudi. Trascorrono circa undici mesi, senza alcuna “diretta informazione” da parte della casa editrice. Hayek decide allora di rivolgersi a Luigi Einaudi. E scrive: “Ho comunque saputo da più di una fonte che, in conseguenza del mutamento delle convinzioni politiche dell’editore, la traduzione non viene fatta (…). Non desidero procrastinare a tempo indeterminato la pubblicazione della traduzione italiana del mio libro e le sarei molto grato se potesse assistermi nella chiarificazione di quanto accaduto e, se possibile, nella tutela dei miei diritti. Penso che, in considerazione del suo stretto legame con l’editore, potrebbe esserle facile aiutarmi. Ma se, e può essere possibile, ciò la rende esitante a interferire, avrà ovviamente la mia comprensione e agirò tramite i canali ordinari”.</p>
<p>La risposta di Luigi Einaudi è dell’8 febbraio 1946. E riporta il testo di una lettera firmata da un dirigente della casa editrice di Giulio Einaudi, formalmente rassicurante: “La preghiamo di scrivere al professor Hayek che è sempre nostra intenzione pubblicare ‘The Road to Serfdom’. Come impresa, non ci proponiamo di seguire una direzione politica di parte; abbiamo pubblicato e intendiamo pubblicare lavori di diversa tendenza, da Togliatti a Lippman, da Roepke a Schumpeter. Durante gli anni del fascismo, abbiamo perseguito, non senza pericolo, la stessa linea.</p>
<p>Il nostro scopo è dare un contributo alla rinascita morale e civile del nostro paese, su basi democratiche. Il ritardo nella pubblicazione del libro non è imputabile a noi; ma alla molto brutta traduzione fatta da una signora presentataci dal senatore Benedetto Croce. Dopo aver cercato di convincerla a migliorare il manoscritto, siamo stati costretti a restituirlo. La Signora Elena Craveri, figlia di Croce, ha anche lei considerato la traduzione improponibile. Stiamo ora cercando di assicurarci, prima possibile, una nuova traduzione”.</p>
<p>Al testo di tale lettera Luigi Einaudi aggiunge di suo di essere felice di potere fornire la spiegazione richiesta. Rammenta inoltre di essere stato egli stesso a suggerire al figlio di assicurarsi i diritti per l’edizione italiana dell’opera. Sembrava che tutto dovesse andare a buon fine. Ma non è stato così: perché la risposta fatta dare da Giulio Einaudi al padre e a Hayek si è poi rivelata un inganno. E la traduzione di “The Road to Serfdom” è apparsa da Rizzoli nel 1948.</p>
<p><a href="https://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio/2016/06/13/news/einaudi-laustriaco-97209/"><em><strong>Il Foglio</strong></em></a></p>
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		<title>Lorenzo Infantino: Votare NO significa tutelare la nostra libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Infantino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Sep 2020 15:15:11 +0000</pubDate>
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		<title>A proposito del Parlamento, del prossimo referendum e della libertà politica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/a-proposito-del-parlamento-del-prossimo-referendum-e-della-liberta-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Infantino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2020 11:36:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lorenzo Infantino è professore di Filosofia delle Scienze Sociali alla LUISS Guido Carli di Roma. Fra le sue numerose opere, il volume dedicato all&#8217;analisi del potere politico, pubblicato in italiano dall&#8217;Editore Rubbettino e in inglese dalla Palgrave Macmillan. In vista del prossimo Referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari, gli abbiamo posto alcune domande. Professore, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/a-proposito-del-parlamento-del-prossimo-referendum-e-della-liberta-politica/">A proposito del Parlamento, del prossimo referendum e della libertà politica</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Lorenzo Infantino è professore di Filosofia delle Scienze Sociali alla LUISS Guido Carli di Roma. Fra le sue numerose opere, il volume dedicato all&#8217;analisi del potere politico, pubblicato in italiano dall&#8217;Editore Rubbettino e in inglese dalla Palgrave Macmillan. In vista del prossimo Referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari, gli abbiamo posto alcune domande.</p>
<p><strong>Professore, siamo quasi alla vigilia di un Referendum costituzionale sulla legge che riduce di un terzo il numero dei nostri rappresentanti in Parlamento. In via generale, che ne pensa?</strong></p>
<p>Credo che molti di noi siano nelle condizioni di quegli eredi che non conoscono le ragioni del benessere di cui usufruiscono, prodotto del lavoro di coloro che li hanno preceduti. Nel caso che ci riguarda, non si tratta solamente di benessere, quanto soprattutto di libertà. Le istituzioni parlamentari sono il risultato di un processo storico, in cui generazioni di uomini hanno dovuto lottare strenuamente, contro forze che tendevano a rendere illimitato il potere dell&#8217;uomo sull&#8217;uomo. Mi soffermo solamente sul momento germinale. Quando Giovanni Senzaterra fu costretto a concedere la Magna Charta, il Papa dell&#8217;epoca, Innocenzo III, vide in quel documento qualcosa di «vergognoso e turpe», di «illecito e iniquo». Si spinse ad asserire: «noi fermamente rigettiamo e condanniamo tale accordo e, sotto minaccia di scomunica, ordiniamo che il re non osi osservarlo e che i baroni e i loro complici non richiedano che sia osservato». E giunse a dichiarare «nulla e priva di validità per sempre» la Charta, «con tutti i suoi impegni e le sue garanzie». Ecco: prima di invocare o proporre la riduzione del numero dei nostri rappresentanti, sarebbe opportuno ripercorrere qualche tappa della lunga vicenda storica che ha portato alla nascita delle istituzioni parlamentari.</p>
<p><strong>Non mi è difficile sottoscrivere quanto lei sostiene. Ma il nostro è il Paese in cui il capo del governo si è autodefinito «avvocato del popolo». Come giudica tutto ciò?</strong></p>
<p>Devo pensare che quella autodefinizione sia stata il frutto di un incontrollato momento di euforia. Ciò che quell&#8217;espressione evoca non è molto confortante, né commendevole. Ogni giurista sa che i soli rappresentanti del popolo sono coloro che siedono in Parlamento. Essi varcano la soglia delle aule parlamentari, perché sono scelti da noi. E hanno il prioritario compito di controllare l&#8217;opera dell&#8217;esecutivo. È questo un punto che non ammette equivoci. Se le decisioni parlamentari non soddisfano le nostre preferenze, o troviamo motivo per dolerci del comportamento di qualche nostro rappresentante, non dobbiamo mai dimenticare che quell&#8217;uomo o quella donna sono stati scelti da noi e che, al momento giusto, possiamo revocare loro il nostro consenso. Dobbiamo poi chiederci quale sarebbe la nostra condizione in un Paese privo di Parlamento o con un Parlamento ridotto a un pallido fantasma di quello che dovrebbe essere. Purtroppo, a partire dalla fine della cosiddetta prima Repubblica, l&#8217;istituzione rappresentativa per eccellenza ha subito una continua aggressione, portata avanti con attacchi diretti e indiretti. Al che si è aggiunta l&#8217;incapacità di chi ne aveva il compito di far comprendere che il Parlamento è l&#8217;unica istituzione attraverso cui i cittadini possono esercitare appieno la loro sovranità. Nei suoi Souvenirs, scritti parzialmente in Italia, Alexis de Tocqueville ha raccontatole vicende che si sono svolte a Parigi nel 1848 e che hanno condotto alla caduta della Monarchia di luglio. Alcuni suoi amici si preoccupavano di costituire un qualche potere andando al Ministero degli Interni. Tocqueville si preoccupava invece di difendere la Camera dei deputati, si proponeva cioè di sconfiggere l&#8217;avventurismo politico attraverso le istituzioni della democrazia liberale. Tocqueville potrebbe insegnarci molte cose.</p>
<p><strong>La legge che &#8220;amputa&#8221; il numero dei nostri rappresentanti in Parlamento viene giustificata con l&#8217;esigenza di ridurre le spese della politica e di accrescere l&#8217;efficienza delle Camere. Le sembrano delle ragioni convincenti?</strong></p>
<p>Come sa, è stato di recente riportato alla luce l&#8217;intervento tenuto alla Costituente da Umberto Terracini. Non possiamo che condividerne il contenuto. Terracini spiegava che l&#8217;economia di spesa non deve mai essere realizzata a danno della più ampia rappresentanza dei cittadini. Ci sono sempre altri capitoli del bilancio pubblico su cui si può intervenire. Per chi ha a cuore la causa della democrazia liberale, la questione è semplice: non possiamo stabilire un prezzo per la nostra libertà, perché essa è la prima condizione della nostra vita. Sono perciò costretto a tornare a Tocqueville, il quale ci ha rammentato che «chi nella libertà cerca qualcosa che non sia la stessa libertà è nato per servire». E non solo. Se anche potessimo prescindere da tutto ciò, e non possiamo, l&#8217;economia di spesa che potrebbe essere realizzata tramite la riduzione del numero dei parlamentari è, rispetto all&#8217;ammontare totale della spesa pubblica, del tutto risibile. E lo è anche rispetto a tutti gli sprechi a cui quotidianamente assistiamo.</p>
<p><strong>Dimentica il problema dell&#8217;efficienza dei lavori parlamentari? È purtroppo opinione comune quanto errata che il Parlamento migliore sia quello che produce di più. Possiamo considerare le istituzioni parlamentari come se fossero una catena di montaggio?</strong></p>
<p>No. Non ho dimenticato di rispondere alla sua domanda. Ma il problema merita un suo specifico approfondimento. Non ha alcun senso misurare l&#8217;efficienza del Parlamento in base al numero delle leggi o degli atti approvati. L&#8217;idea che ciò possa essere fatto cammina parallelamente al convincimento che la politica, per essere tale, debba continuamente interferire con la vita dei cittadini. Di qui la necessità di una sempre maggiore produzione legislativa. Lei ha scritto un libro, L&#8217;ideologia italiana (Liberilibri Editore), in cui spiega come le forze politiche italiane (non importa di quale schieramento) siano in prevalenza orientate verso tale obiettivo. Data tale premessa, è facile giungere alla conclusione che ogni intasamento legislativo debba essere assunto come indice della crisi della democrazia parlamentare. È un fenomeno di cui si parla sin dalla fine dell&#8217;Ottocento. Ma la diagnosi è completamente errata, perché la premessa è falsa. La crisi non discende dalla natura delle istituzioni parlamentari. È invece il puntuale portato dell&#8217;ideologia interventistica. E ha delle gravissime conseguenze sul piano strettamente economico. Il che richiederebbe un discorso a parte.</p>
<p><strong>Sì, certo. Tuttavia, per limitarci all&#8217;aspetto politico del problema, significa che l&#8217;interventismo &#8220;normativo&#8221;, che è il presupposto dell&#8217;interventismo economico, altera la natura delle istituzioni parlamentari? Già in un mio saggio del 1977 vedevo nel Parlamento il &#8220;grande Amministratore&#8221;. La situazione, oggi, è pure peggiore.</strong></p>
<p>Quando il Parlamento diviene il luogo in cui devono essere quotidianamente soddisfatte le richieste di clientele politiche, non è più la volontà della maggioranza a determinare cosa debba fare il governo. Accade invece che, per mettere insieme una maggioranza, il governo sia costretto a soddisfare ogni tipo di interesse particolare. È la pratica del cosiddetto logrolling, in cui ciascun gruppo, per ottenere il consenso necessario all&#8217;approvazione di ciò che chiede, vota a favore delle proposte degli altri. In tale situazione, il Parlamento rinuncia alla sua funzione di controllo; e si trasforma in una mera &#8220;stanza di compensazione&#8221;. Di qui l&#8217;affermazione di una « democrazia illimitata», che è di necessità una «democrazia in deficit», inevitabilmente accompagnata da tutti i fenomeni degenerativi connessi alla commistione fra &#8220;favori&#8221; e politica. à un fenomeno su cui già Aristotele si sofferma va. Vedeva nell&#8217;elargizione delle &#8220;protezioni&#8221; politiche un «vaso senza fondo», cioè a dire una strada senza ritorno.</p>
<p><strong>Vuole dire che il &#8220;Parlamento amputato&#8221;, così mi piace chiamarlo, aggraverà la situazione in cui ci troviamo? Un risultato autolesionistico!</strong></p>
<p>Non c&#8217;è dubbio. Sarà obbediente alla volontà del governo e renderà più facile la commistione fra &#8220;favori&#8221; e politica. Abbiamo sempre l&#8217;obbligo di comprendere quali possano essere le conseguenze di ogni iniziativa. Non possiamo fermarci alle parole o alle frasi con cui i provvedimenti vengono presentati o giustificati. L&#8217;«ammutazione» del Parlamento produce esiti esattamente opposti a quelli programmati. E forse tali esiti sono quelli che realmente si vogliono perseguire.</p>
<p><strong>Proprio con riferimento ai fenomeni degenerativi, si dice spesso che, per migliorare la qualità del personale politico, sarebbe necessario ricorrere ad altri metodi, persino alla scelta per sorteggio? Li crede praticabili per il Parlamento? Io ritengo di no. L&#8217;estrazione a sorte, se ben congegnata, mi sembra invece l&#8217;ideale per il Consiglio Superiore della Magistratura.</strong></p>
<p>Se il problema è la commistione fra &#8220;favori&#8221; e politica, scegliere per sorteggio i nostri rappresentanti non può essere la soluzione. Anzi, la consapevolezza di dover rimanere in carica per un periodo di tempo molto circoscritto è oggettivamente una spinta a &#8220;massimizzare&#8221; i vantaggi personali; il che compromette ulteriormente la &#8220;causa&#8221; della politica. Rinunciare a qualunque selezione, perché quella in atto non soddisfa le nostre esigenze, costituisce un arretramento che colpisce la nostra stessa libertà di scelta. In tutte le cose della vita, il dilettantismo non giova a nulla. Come Max Weber ci ha insegnato, la politica è una professione, che richiede un lungo apprendistato. Lo stesso Weber riteneva che l&#8217;uomo politico deve avere tre qualità «sommamente decisive»: la passione, il senso di responsabilità e la lungimiranza. Condannava la «demagogia incompetente», spesso posta in essere da impresari della menzogna. E comprendeva che l&#8217;elemento tragico è presente in ogni attività umana, soprattutto nella politica; le vicende storiche di ogni tempo ne sono testimonianza.</p>
<p><strong>Torno più direttamente all&#8217;argomento principale della nostra conversazione. Oltre a restringere la spazio destinato all&#8217;esercizio della sovranità, la riduzione dei parlamentari altera pericolosamente l&#8217;equilibrio fra gli organi costituzionali. Che ne pensa?</strong></p>
<p>Non posso che concordare. Il fatto è che sovente non ci rendiamo conto della complessità degli equilibri istituzionali. Recidiamo i legami che una cosa ha con l&#8217;altra o, più esattamente, con le altre. E procediamo ciecamente verso il baratro. E l&#8217;ingenua e pericolosa idea che le istituzioni possano essere arbitrariamente manomesse, senza doverne poi subire tutte le conseguenze. O, se vuole, è il semplicismo di cui si nutre ogni forma di demagogia.</p>
<p><strong>Le pongo una domanda conclusiva. Voteremo sul Referendum senza sapere con quale sistema eleggeremo le future camere. Mi spaventa l&#8217;idea di una legge elettorale proporzionale con soglia di sbarramento e liste bloccate, soprattutto. Sarebbe un colpo di grazia alla democrazia rappresentativa. Avremmo un Parlamento amputato e autocratico!</strong></p>
<p>È un aspetto del problema su cui ci siamo poc&#8217;anzi soffermati. La realtà istituzionale è complessa. E la partita in gioco è assai rilevante. Non siamo nella stanza dei balocchi. Gli esiti delle nostre azioni possono essere irreparabili. Nessuno può convincerci che il restringimento della partecipazione dei cittadini alla vita politica (magari aggravato, spero di no, dall&#8217;impossibilità di scegliere liberamente i rappresenti singulatim, persona per persona, anziché per blocchi prederterminati dai partiti) possa costituire un vantaggio per la democrazia. Un nonsense del genere può diventare verità solo in un universo come quello descritto da George Orwell. La ringrazio per aver voluto contribuire a chiarire il significato e le conseguenze del voto. R. Sono io a dover ringraziare lei. Non amo parlare fuori dalle aule universitarie. Ma questo è un momento in cui siamo tutti chiamati a mobilitare la nostra passione civile. Come ben sappiamo, le istituzioni resistono solo nella misura in cui riusciamo a difenderle.</p>
<p>Pietro Di Muccio De Quattro<br />
Il Dubbio, 04/09/2020, pag. 8</p>
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		<title>Infantino e il liberalismo della tradizione scozzese-austriaca</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/infantino-e-il-liberalismo-della-tradizione-scozzese-austriaca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Infantino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2020 20:32:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[lorenzo infantino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>D. Professor Infantino, grazie mille per la Sua disponibilità. Noi tutti le siamo grati per il suo instancabile lavoro di divulgazione del liberalismo di stampo evoluzionistico che dai moralisti scozzesi arriva fino alla Scuola Austriaca di Economia. Ci parli del “legislatore onnisciente” e di come David Hume e Adam Smith abbiano sferrato un attacco mortale [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>D. <strong>Professor Infantino, grazie mille per la Sua disponibilità. Noi tutti le siamo grati per il suo instancabile lavoro di divulgazione del liberalismo di stampo evoluzionistico che dai moralisti scozzesi arriva fino alla Scuola Austriaca di Economia. Ci parli del “legislatore onnisciente” e di come David Hume e Adam Smith abbiano sferrato un attacco mortale sul piano gnoseologico a questo mito.</strong></p>
<p>R. Duncan Forbes ci ha lasciato degli scritti molto acuti sull’Illuminismo scozzese. Nella sua introduzione a una ristampa del noto saggio di Adam Ferguson sulla “storia della società civile”, Forbes ha esattamente scritto che il “più originale e audace coup della scienza sociale dell’Illuminismo scozzese” è costituito dall’abbattimento del mito del Grande Legislatore.</p>
<p>Forbes si è in realtà giovato di un’affermazione di Émile Durkheim, secondo cui nulla ha ritardato la nascita della scienza sociale più dell’idea che attribuisce l’origine delle istituzioni alla volontà di un qualche legislatore, “dotato di un potere quasi illimitato”. Nella sua opera, Durkheim non è stato sempre fedele a ciò che dalla sua affermazione discende. Ma quanto sostenuto da Forbes con riferimento all’Illuminismo scozzese coglie nel segno. E Friedrich A. von Hayek lo ha riconosciuto.</p>
<p>Per citare i due maggiori esponenti della cultura scozzese del Settecento, direi che nel repertorio di David Hume e di Adam Smith si trovano gli strumenti con cui colpire mortalmente il mito del Grande Legislatore. Con la legge che porta il suo nome, Hume ha mostrato che non è logicamente possibile derivare proposizioni prescrittive da proposizioni descrittive. Bisogna perciò separare i fatti dai valori.</p>
<p>Non c’è una scienza del Bene e del Male, perché le regole morali “non sono conclusioni della ragione”, bensì il prodotto inintenzionale dei rapporti di convivenza. Com’è noto la legge di Hume sta alla base della libertà di coscienza. E nessun Leviatano, “Dio mortale” che pretenda di esprimere la volontà del “Dio immortale”, può imporci alcuna credenza.</p>
<p>Da parte sua, Smith si è soffermato su quello che possiamo oggi chiamare teorema della dispersione della conoscenza. Le nostre conoscenze di tempo e di luogo sono infinite; e, di conseguenza, non sono centralizzabili. “Nella propria condizione locale”, ognuno sa più di ogni legislatore, senato o assemblea. È un’idea che è stata letteralmente copiata da Edmund Burke e che, nel corso del Novecento, è stata posta da Hayek al centro della propria riflessione e, fra le altre cose, della critica all’economia pianificata.   </p>
<p>D. <strong>Ci può spiegare in che senso quello degli scozzesi è un liberalismo evoluzionistico?</strong></p>
<p>R. Sir Friedrick Pollock ha scritto che Montesquieu, Burke e Savigny devono essere considerati dei “darwiniani prima di Darwin”. Ma tale appellativo spetta senza dubbio anche a Bernard de Mandeville, Hume e Smith. Attraverso il nonno Erasmus, Charles Darwin è stato influenzato da Hume. Egli è stato anche influenzato dalla lettura dei testi smithiani.</p>
<p>In ogni caso, tutti gli autori che ho appena citato hanno compreso, come farà successivamente Alexis de Tocqueville, che gli uomini sono ovunque soggetti alle stesse imperfezioni e alle stesse miserie. Si affermano coloro i quali adottano le norme sociali che meglio consentono la soluzione dei problemi della convivenza. L’esempio più chiaro è quello della divisione del lavoro.</p>
<p>Le popolazioni che hanno diviso il lavoro hanno realizzato l’allargamento dell’ambito della cooperazione sociale e incrementato il volume degli scambi. Hanno in tal modo conseguito un benessere a cui, in caso contrario, non sarebbero potuti pervenire. Quello degli autori che ho richiamato è un evoluzionismo di carattere culturale, in cui sopravvivono le norme e le istituzioni che maggiormente facilitano la cooperazione sociale. Nulla a che fare col darwinismo sociale, tristemente trasferito dalla biologia alle scienze sociali.</p>
<p>Nel mercato, ciascuno di noi paga ciò che sa fare peggio con quello che sa fare meglio. Se qualcuno non riesce efficacemente a svolgere il proprio compito, egli può occupare una diversa posizione, servire gli altri mediante una differente attività, abbracciando regole professionali più confacenti alle sue capacità e al suo impegno.</p>
<p>D. <strong>In che maniera e tramite quali figure la tradizione scozzese si ricollega alla Scuola Austriaca e all’individualismo metodologico?</strong></p>
<p>R. L’evoluzionismo culturale e l’individualismo metodologico sono due aspetti della stessa realtà. Se si abbatte il mito del Grande Legislatore, il processo sociale è necessariamente ateleologico. Sappiamo che ci sarà un ordine sociale: perché il diritto, delimitando i confini fra le azioni, lo rende possibile.</p>
<p>E tuttavia non possiamo sapere quale ordine concretamente si realizzerà. Ossia: lo scambio dei mezzi fra gli attori è di carattere intenzionale, ma la cooperazione ai fini altrui è inintenzionale. E lo è anche il risultato finale, giacché esso non è il frutto della programmazione di una qualche mente ordinatrice. Nelle sue Untersuchungen, Menger ha rivelato i suoi debiti nei confronti di Burke e di Savigny. E ha criticato Smith.</p>
<p>Malgrado ciò, Hayek ha affermato che Menger ha fatto “rivivere” l’individualismo metodologico di Adam Smith. Possiamo afferrare le ragioni di tale diversità di vedute. Pur avendo tutti gli strumenti per respingere la teoria del costo di produzione (la teoria del valore-lavoro ne è una versione), Smith ha fatto a essa delle concessioni. Com’è noto, Menger è stato uno degli artefici della cosiddetta “rivoluzione marginalista”.</p>
<p>È così accaduto che, nel giudicare Smith, si è concentrato sulle concessioni smithiane alla teoria del costo di produzione. Ma ciò lo ha tenuto lontano dal filo che tiene assieme i vari scritti di Smith e che è costituito dalla teoria delle conseguenze inintenzionali. Il che è quanto maggiormente rileva. Condivido pertanto la posizione di Hayek.</p>
<p>D. <strong>Hayek è forse il principale esponente del Liberalismo nel Novecento, un vero gigante del pensiero, premio Nobel per l’Economia nel 1974. Qual è secondo Lei il suo più originale contributo alla teoria del liberalismo?</strong></p>
<p>R. Non devo fare alcuno sforzo. Lo stesso Hayek ha dichiarato di ritenere “Economics and Knowledge” il suo più originale contributo alla teoria economica. Basando la sua critica agli schemi dell’equilibrio economico generale sulla divisione (dispersione) della conoscenza, Hayek ha gettato una potente luce sul significato della concorrenza come processo di esplorazione dell’ignoto e di correzione degli errori. E ciò gli ha consentito di farci comprendere che, senza libertà individuale di scelta, non è possibile la crescita della nostra razionalità.  </p>
<p>D. <strong>Lei ha avuto modo di definire l’ordine spontaneo hayekiano come un “ordine senza piano”. Michael Oakeshott, riferendosi alla celeberrima “the road to serfdom” di Hayek, ha mosso la seguente critica: A plan to resist all planning may be better than its opposite, but it belongs to the same style of politics”. Si sente di difendere Hayek da questa critica?</strong></p>
<p>R. Hayek non ha bisogno di essere difeso da me. Il contributo che egli ha dato alla comprensione della dinamica dei processi sociali lo pone molto al di sopra di ogni piccola disputa. Se teniamo conto di quanto Hayek ha in particolare scritto contro l’abuso della ragione, sulla formazione dell’io e sull’ordine sensoriale, l’affermazione di Oakeshott mi sembra del tutto fuori luogo.</p>
<p>Hayek non ha mai sostenuto la necessità di opporre alla pianificazione centralizzata un piano diversamente concertato. Egli ha semplicemente opposto la libertà individuale di scelta, capace di mobilitare conoscenze e risorse altamente disperse all’interno della società. </p>
<p>D. <strong>Lei è sempre stato molto critico nei confronti della distinzione Liberismo-Liberalismo di Benedetto Croce.  In che maniera possiamo evitare, però, che il liberalismo sfoci in una forma di morale utilitaristica?</strong></p>
<p>R. Bisogna capire che cosa intendiamo per morale utilitaristica. Fra le cose importanti che Hayek ci ha portati a comprendere, c’è l’esigenza di delimitare i confini fra le varie tradizioni di ricerca. Il liberalismo della tradizione scozzese-austriaca non ha nulla da spartire con l’utilitarismo di Jeremy Bentham e dei suoi seguaci.</p>
<p>La teoria delle conseguenze inintenzionali lo pongono su un piano molto diverso, in cui prevale il “governo della legge” e l’utilità delle regole. Si aggiunga che la polemica di Croce, sia detto con tutto il rispetto per il suo antifascismo, volta le spalle all’incontestabile fatto che, senza libertà economica, non è possibile nemmeno la libertà politica. Sin dal Seicento, ci sono stati pensatori che hanno richiamato la nostra attenzione su tale problema.</p>
<p>E Hayek ha sintetizzato nella maniera più efficace quello che possiamo chiamare teorema di François Bernier, il medico francese che, dopo avere visitato alcuni paesi orientali, ha mostrato come la base della libertà individuale di scelta risieda esattamente nella proprietà privata dei mezzi di produzione, perché “chi detiene tutti i mezzi determina tutti i fini”, ideali e materiali (Hayek).    </p>
<p>D. <strong>Se il prezzo della libertà è, come Karl R. Popper ha affermato, “l’eterna vigilanza”, quali sono secondo Lei le maggiori minacce alla nostra libertà dalle quali oggigiorno dobbiamo difenderci?</strong></p>
<p>R. Dobbiamo difenderci dalla “democrazia illimitata”, regime politico contro cui già Aristotele ci poneva in guardia. Benjamin Constant ha chiarito molto bene la questione, allorché ha affermato che “l’astratto riconoscimento della sovranità popolare non incrementa di alcunché la libertà di ciascuno di noi.</p>
<p>Se attribuiamo a quella sovranità un’ampiezza che non deve avere, possiamo perdere la libertà nonostante quel principio o anche a causa di esso”. La “democrazia illimitata”, in cui le interferenze e le sistematiche prescrizioni del potere politico hanno il sopravvento sulla cooperazione sociale volontaria, coincide con quella che James M. Buchanan ha chiamato “democrazia in deficit”. Quest’ultima definizione ci dice molto anche con riferimento alle vicende del nostro Paese.</p>
<p>D. <strong>Infine una domanda più “personale”: lei è di origine calabrese come anche l’editore Rubbettino, al quale va tutta la nostra gratitudine per il grande lavoro di divulgazione dei testi del liberalismo di ieri e di oggi. Il Sud sembra non riuscire ad affrancarsi dall’idea che la salvezza e lo sviluppo derivino dall’intervento statale. Non ritiene che la mancanza di una diffusa cultura liberale sia tra le cause di questa forma mentis?</strong></p>
<p>R. Come non è nato in Calabria, il liberalismo non è nato nemmeno in Italia. Quale che sia stata la sua origine, le popolazioni che lo hanno abbracciato hanno visto rapidamente cambiare le loro condizioni di vita. Senza attardarci su ciò, possiamo dire che il liberalismo ha cambiato il mondo, perché le sue regole hanno reso possibile la crescita economica e culturale.</p>
<p>Pertanto, gli uomini (l’ho già detto rispondendo a una precedente domanda) sono ovunque soggetti alle stesse imperfezioni e alle stesse miserie. Ma i modelli di vita adottati possono portare benessere e impedire fenomeni degenerativi della convivenza sociale. La nostra classe politica ha pensato che il recupero dei ritardi accumulati da alcune aree del Paese potesse avvenire tramite la logica redistributiva. Il che ha sicuramente allargato la sfera d’intervento dei poteri pubblici, ha alimentato clientele e ha impedito l’affermazione di una diffusa classe imprenditoriale, senza cui lo sviluppo economico e i correlati modelli di comportamento sono impossibili. È stato un naufragio.</p>
<p><em>Intervista di Alberto Basile per il blog dell&#8217;Istituto Liberale</em></p>
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		<title>Hong Kong e il gigante cinese</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/hong-kong-e-il-gigante-cinese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Infantino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2020 12:03:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[hong kong]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando nel luglio del 1997 la sovranità su Hong Kong è passata dalla Gran Bretagna alla Repubblica Popolare Cinese, non sarebbe stato difficile prevedere che, prima o poi, sarebbero sorti dei gravi problemi e che la regola “un Paese, due sistemi”, sarebbe entrata in crisi. Per comprendere ciò, sarebbe stato sufficiente riflettere un po’ sulla [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando nel luglio del 1997 la sovranità su Hong Kong è passata dalla Gran Bretagna alla Repubblica Popolare Cinese, non sarebbe stato difficile prevedere che, prima o poi, sarebbero sorti dei gravi problemi e che la regola “un Paese, due sistemi”, sarebbe entrata in crisi. Per comprendere ciò, sarebbe stato sufficiente riflettere un po’ sulla natura politica del gigante cinese e su quella di Hong Kong, la cui vita ha beneficiato per oltre un secolo e mezzo della presenza britannica e dell’assetto istituzionale reso possibile da tale presenza. Abbiamo allora creduto, o forse sperato, che quel passaggio di sovranità potesse facilmente trasmettere al Paese il contagio della libertà.</p>
<p>I nodi sono però venuti al pettine. E le proteste messe con coraggio in atto dai cittadini di Hong Kong, nei confronti della volontà egemonica di Pechino, non hanno avuto, da parte dell’opinione pubblica internazionale, l’attenzione che fin dal primo momento avrebbero meritato. Alcuni hanno pensato che, in cerca di alleanze in campo occidentale, la Repubblica Popolare Cinese avrebbe evitato di esporre crudamente al mondo la sua vocazione repressiva. Altri hanno ritenuto che quelle di Hong Kong dovessero essere in ogni caso considerate delle vicende interne a uno Stato sovrano. L’uno e l’altro atteggiamento sono stati un errore grossolano.</p>
<p>Bisogna in primo luogo tenere conto che la Cina è una versione dello Stato totalitario: un comunismo nato sulla lunga e solida tradizione del “dispotismo orientale”. Il che costituisce il dato duro e ineludibile della situazione; il dato che ci dovrebbe far comprendere quanto le blandizie rivolte dai cinesi ad alcuni Paesi del mondo occidentale siano un’interessata e professionale ipocrisia, a cui possono dare credito solo dei dilettanti, incapaci di cogliere il coefficiente di tragicità presente nella vita e nella politica. Occorre poi considerare che la soppressione della libertà individuale, o la sua forte limitazione, non può mai essere considerata come un fatto interno alle vicende di un singolo Paese. Molti di coloro che sono stati perseguitati dai regimi totalitari del Novecento hanno avuto solidarietà e aiuto da parte delle democrazie liberali. E noi che beneficiamo della libertà individuale di scelta non possiamo abbandonare al loro destino degli uomini e delle donne che vogliono vivere come noi, che lottano contro un potere che pretende di spegnere la loro voce e che possono sperare di evitare la capitolazione solo se avranno il sostegno dell’opinione pubblica internazionale.</p>
<p>La situazione dev’essere valutata con tutta la serietà del caso: perché la “mano nera” di Pechino, mentre cerca di spezzare la resistenza di Hong Kong, invia anche minacce agli abitanti di Taiwan.</p>
<p>In quanto tale, il potere totalitario non tollera alcun dissenso o alcuna diversità. Ogni cosa dev’essere conforme al proprio volere e ai propri piani. Tutto ciò che non lo è viene interpretato come un’inammissibile minaccia, che deve spingere all’immediata mobilitazione. Come è ben noto, la realtà è però ribelle. E anche i piani meglio formulati sono il prodotto di un’ideologia che ha già ampiamente mostrato il suo fallimento. Il potere totalitario deve quindi venire a patti col mondo. Gli esempi che si possono trovare nella storia sono tanti. Basti pensare alla Nuova Politica Economica (Nep) posta in essere da Lenin. Nel caso cinese, è accaduto che, dopo decenni di politica autarchica, che ha condannato alla più indicibile miseria il settanta per cento della popolazione, la burocrazia carismatica si è dapprima aperta agli scambi internazionali e poi è entrata nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Le cose sono cambiate radicalmente. Il compromesso imposto dalla necessità ha dato i suoi frutti. Ma è rimasto il partito unico e il parossistico dominio della politica su qualunque tratto della vita sociale.</p>
<p>Pechino si trova ora davanti a un crocevia: da una parte, c’è la sua vocazione egemonica che teme ogni diversità e che ne pretende la cancellazione; dall’altra, c’è la necessità di trarre vantaggio dall’integrazione negli scambi internazionali. Bisogna dare prevalenza alla volontà egemonica o al benessere? Deve prevalere l’autoreferenzialità del potere o lo sviluppo del Paese? La Cina dipende oggi dal mondo libero più di quanto il mondo libero dipenda dalla Cina. La nomenklatura cinese deve perciò temere l’interruzione dei rapporti economici con i Paesi occidentali più di quanto possa temere la fine del comunismo. Deve cioè comprendere che buttare alle ortiche il compromesso in atto può avvicinare, piuttosto che allontanare, la caduta del regime.</p>
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		<title>Lorenzo Infantino: il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lorenzo-infantino-il-prezzo-della-liberta-e-leterna-vigilanza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Infantino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2020 18:49:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Professore, quali rischi corrono oggi le libertà personali per effetto dell’incremento dell’invasività della presenza pubblica? I nemici della società aperta approfittano dell’emergenza? Come i grandi maestri del liberalismo ci hanno insegnato, il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza. Non possiamo distrarci nemmeno per un momento. C’è un’esemplare e nota pagina, in cui David Hume ci [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Professore, quali rischi corrono oggi le libertà personali per effetto dell’incremento dell’invasività della presenza pubblica? I nemici della società aperta approfittano dell’emergenza?</strong><br />
<em>Come i grandi maestri del liberalismo ci hanno insegnato, il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza. Non possiamo distrarci nemmeno per un momento. C’è un’esemplare e nota pagina, in cui David Hume ci esorta a preferire le regole agli uomini. Quando per una qualunque emergenza le regole vengono allentate o addirittura messe da parte, la nostra vigilanza deve aumentare. Non tutti comprendono i vantaggi di cui ci rende beneficiari la società aperta. Molti s’illudono che la semplificazione prodotta dalla centralizzazione delle decisioni possa essere la permanente soluzione di ogni problema. E si rendono in tal modo disponibili alla propaganda di facili demagoghi. Gli impresari della menzogna hanno più volte, nel corso della storia, portato all’imbarbarimento di popoli che pur sembravano percorrere le vie della civiltà. Uno sguardo rivolto al Novecento e alle sue tragedie dovrebbe essere sufficiente a ricordarcelo.</em></p>
<p><strong>La situazione geopolitica, già in vistosa trasformazione negli ultimi anni, sta subendo delle alterazioni per effetto delle misure adottate dalle varie nazioni in risposta alla diffusione del virus. Sembra che, dall’America di Trump alla Cina di Xi Jinping, ci sia un denominatore comune costituito dal rafforzamento dell’identità collettiva a danno della libertà individuale di scelta.</strong><br />
<em>Gli equilibri fra le nazioni non sono mai definitivi. Anche quando non ce ne accorgiamo, la situazione geopolitica è sempre in trasformazione, perché lo stato di quiete non fa parte della condizione umana. Vedremo come si metteranno le cose. Non collocherei però sullo stesso piano la posizione americana e quella della cinese. Gli Stati Uniti sono un Paese libero. Hanno oggi alla loro guida un uomo che può non piacerci. Ma egli non potrà sovvertire le regole del gioco. Potrà guadagnare un altro mandato presidenziale. Ma l’illusionismo, di cui a volte si serve, non potrà cambiare la storia e le istituzioni americane. Per analizzare il funzionamento della democrazia liberale, Alexis de Tocqueville è andato negli Stati Uniti. Non ha pensato minimamente alla Cina, il cui comunismo è nato sulla solida e lunga tradizione del “dispotismo orientale”. È perciò inquietante sentire talvolta dai commentatori nostrani, con tono molto mite e accondiscendente, che quella cinese è una democrazia diversa dalla nostra. Abbandoniamo ogni infingimento: il comunismo cinese è una versione dello Stato totalitario. Come mostra la sua storia e come mostrano anche le vicende di Hong Kong, è un Paese che non conosce la libertà individuale di scelta e che anzi la conculca sistematicamente, perché questo è il principio di base della stessa esistenza. Vedendo le cose dall’esterno e facendoci ingannare dalla propaganda politica, pensiamo forse che la sua crescita economica sia inarrestabile e che di fronte al Paese ci sia un florido e indisturbato futuro. Nessuno avrebbe pensato che l’impero sovietico sarebbe crollato da un momento all’altro. Ci sono stati economisti occidentali, penso a Paul Samuelson, i quali tranquillamente affermavano che l’economia comunista avrebbe presto superato quella capitalistica. Sappiamo come sono andate a finire le cose. Non diversamente da tutti i regimi che impediscono la libertà, quello cinese ha una sua interna e indubbia fragilità. Proprio lo sviluppo economico potrebbe condurre a insanabili conflitti interni e alla fine di quell’impero.</em></p>
<p><strong>Venendo al nostro Paese appare macroscopica l’incapacità di coordinamento tra le diverse autorità sanitarie. Com’è possibile far convivere l’autonomia territoriale con le esigenze di coordinamento che si palesano in periodi come quello che attraversiamo?</strong><br />
<em>Molte delle polemiche a cui assistiamo sono frutto di tatticismi politici. Qualcuno potrebbe dire che questo è il calice amaro a cui ci costringe la democrazia. Ma sarebbe una diagnosi frettolosa e piccina: perché non tiene conto che, in mancanza di istituzioni liberali, dovremmo coercitivamente e illimitatamente trangugiare veleno e l’oppio ideologico che spegne ogni capacità critica. L’esasperato tatticismo di oggi è ciò che nasce quando le classi dirigenti smarriscono il significato del compito a cui sono chiamate, o non sono consapevoli delle responsabilità che ricadono su di esse. L’autoreferenzialità di taluni attori politici può sfuggire solamente a chi non vuol capire. Al pari di tutta la vicenda umana, la politica è un dramma. E può facilmente trasformarsi in una tragedia. Scrivendo in una temperie più grave di quella di oggi, Max Weber lamentava che agli attori sociali mancasse la consapevolezza della tragicità di cui è intessuta ogni attività umana, soprattutto l’attività politica. Dovremmo riflettere su ciò.</em></p>
<p><strong>C’è una grande domanda di una forza politica liberale e manca l’offerta. Cosa fare?</strong><br />
<em>È un interrogativo a cui è non è facile rispondere. C’è indubbiamente un’offerta politica incapace di dare risposte alle richieste dei liberali. Il che è molto grave: perché significa non poter utilizzare l’unica bussola che consentirebbe al nostro Paese di potersi di misurarsi con le sfide che abbiamo davanti a noi. Le forze politiche in campo sono prevalentemente votate a una politica redistributiva, che conduce necessariamente alla dilapidazione delle risorse e alla caduta della produttività. Le vicende di questi giorni ci pongono in una situazione davvero difficile. Nella sua ultima intervista, Friedrich A. von Hayek, lo studioso che nel Novecento ha meglio incarnato l’idea liberale, ha richiamato indietro il suo intervistatore. E gli detto: per sconfiggere l’interventismo statale, i liberali devono essere degli “agitatori”, devono cioè impegnarsi senza risparmio di energie. Ha poi aggiunto: se l’economia globale dovesse bloccarsi, la popolazione di interi Paesi morirebbe di fame. L’ultima lezione di Hayek può gettare una penetrante luce anche sulle nostre attuali giornate e sulle scelte che saremo chiamati a compiere.</em></p>
<p><strong>Quale libro consiglierebbe di leggere durante quel che rimane dell’isolamento?</strong><br />
<em>Vorrei segnalare le belle pubblicazioni della “Biblioteca Austriaca”, la collana editoriale che ho fondato a metà degli anni Novanta presso l’Editore Rubbettino. Tanto per cominciare, suggerirei Liberalismo, un agile volume di Hayek, che può aiutare coloro che delle idee liberali sanno poco. E può anche confortare il sentimento politico di quanti, come noi, sanno che l’assenza di libertà equivale alla barbarie.</em></p>
<p>*Lorenzo Infantino è professore di Filosofia delle Scienze Sociali alla LUISS di Roma e studioso noto in ambito internazionale per i suoi lavori di ispirazione liberale. E’ coordinatore dell’Adivisory board del Comitato scientifico della Fondazione Luigi Einaudi</p>
<p>Intervista di Emanuele Raco, pubblicata su <a href="https://ilcaffeonline.it/2020/05/02/raco-lorenzo-infantino-liberta/">ilcaffeonline.it</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lorenzo-infantino-il-prezzo-della-liberta-e-leterna-vigilanza/">Lorenzo Infantino: il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>È fallito il metodo redistributivo. La strada giusta è nell&#8217;autonomia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/e-fallito-il-metodo-redistributivo-la-strada-giusta-e-nellautonomia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Infantino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2020 15:01:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[economia italiana]]></category>
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		<category><![CDATA[stato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di seguito l&#8217;intervista al Prof. Lorenzo Infantino, coordinatore dell&#8217;Advisory Board del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, pubblicata su Il Giornale del 26.04.2020: Lorenzo Infantino. Calabrese, economista, filosofo, Lorenzo Infantino è professore di Filosofia delle Scienze sociali alla LUISS di Roma e noto a livello internazionale per i suoi studi di ispirazione liberale. Con lui [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/e-fallito-il-metodo-redistributivo-la-strada-giusta-e-nellautonomia/">È fallito il metodo redistributivo. La strada giusta è nell&#8217;autonomia</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di seguito l&#8217;intervista al Prof. Lorenzo Infantino, coordinatore dell&#8217;Advisory Board del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, pubblicata su <a href="https://www.ilgiornale.it/news/fallito-metodo-ridistributivo-strada-giusta-nellautonomia-1858104.html">Il Giornale</a> del 26.04.2020:</p>
<p>Lorenzo Infantino. Calabrese, economista, filosofo, Lorenzo Infantino è professore di Filosofia delle Scienze sociali alla LUISS di Roma e noto a livello internazionale per i suoi studi di ispirazione liberale.</p>
<p>Con lui abbiamo parlato della situazione che la pandemia ha determinato nel Paese.</p>
<p><strong>Professore, l&#8217;emergenza Coronavirus sta allargando ulteriormente il fossato tra Nord e Sud? I primi giorni della quarantena da Milano a Palermo tutti cantavano dai balconi l&#8217;Inno d&#8217;Italia. Ora il Sud vuole bloccare gli arrivi dal Nord e il Nord dà al Sud del razzista&#8230;</strong></p>
<p>«È noto che, perlomeno nella loro fase iniziale, fenomeni come carestie, epidemie, terremoti determinano un&#8217;unificazione del corpo sociale, poiché c&#8217;è in gioco la vita di ciascuno. È la stessa situazione creata dall&#8217;esistenza di un nemico esterno. Ma è una situazione che non dura a lungo. Nel momento in cui il pericolo allenta la sua minaccia, o in cui i vari gruppi credono di potersi mettere in salvo autonomamente, le vecchie divisioni si riaffermano. Anzi, vengono esasperate da quell&#8217;alterazione cognitiva che accompagna sempre fenomeni del genere e che fa riemergere il tribalismo che c&#8217;è in noi».</p>
<p><strong>L&#8217;emergenza crea molti conflitti a livello politico e sociale. Nord contro Sud, Stato contro Regioni, Regioni contro Regioni, sindaci contro governatori&#8230; Siamo di nuovo al trionfo del «particulare»?</strong></p>
<p>«Non porrei in tal modo la questione. Possiamo considerare la crescita della civiltà come una lunga lotta contro le pulsioni più pericolosamente avverse alla convivenza sociale. È una lotta che non consente pause o distrazioni, perché non c&#8217;è nulla di acquisito una volta per sempre. Condividiamo tutti la stessa condizione di fallibilità. E, per quanto grandi possano essere le acquisizioni della scienza, la nostra ignoranza rimane sempre infinita. Le vicende di questi giorni lo dimostrano ampiamente. Dobbiamo quindi essere molto attenti. Quella della contrapposizione fra Nord e Sud è una via che, una volta imboccata, può condurre solo a ulteriori divisioni e frantumazioni o, come lei dice, al trionfo del particulare. I grandi maestri delle scienze sociali ci hanno insegnato che gli uomini sono ovunque soggetti alle stesse imperfezioni e alle stesse miserie. Ciò che li migliora o che rende più produttivo il loro lavoro è l&#8217;adozione di norme di comportamento che cambiano la gamma delle possibilità e delle impossibilità di ciascuno. Se il divario fra le varie aree del Paese non è stato colmato dopo tanti anni di interventismo, ciò è dovuto all&#8217;ostinazione con cui la classe politica e le sue clientele hanno perseverato nella loro attività parossisticamente redistributiva, che produce l&#8217;opposto di quel che promette».</p>
<p><strong>Il virus, con le sue conseguenze sanitarie, economiche e sociali, aumenterà la distanza tra Nord e Sud? E come?</strong></p>
<p>«Bisogna pensare in termini diversi dal passato. Le logiche redistributive non hanno fin qui consentito il recupero delle aree economicamente meno sviluppate; e non lo faranno in futuro. Diversamente da quel che viene talvolta rozzamente detto, non si tratta di un&#8217;incorreggibile e genetica incapacità delle popolazioni meridionali. Un discorso del genere non è accettabile da alcun punto di vista. Bisogna avere chiare le condizioni che rendono possibile lo sviluppo economico. Occorre comprendere cioè che, nella misura in cui le politiche redistributive impediscono la crescita dell&#8217;imprenditorialità e del tessuto autenticamente produttivo, il problema non potrà essere superato».</p>
<p><strong>In tutto questo, mentre Nord-Sud e Stato-Regioni si fanno la guerra, quale è il ruolo dell&#8217;Europa? Esce rafforzata o indebolita dalla pandemia? C&#8217;è anche una guerra tra partigiani del Mes contro patrioti dell&#8217;Eurobond.</strong></p>
<p>«Penso che la discussione che riguarda l&#8217;Unione Europea risenta del tribalismo che ha colpito il dibattito relativo alle questioni interne. Il confronto ha avuto momenti assai poco gradevoli. È stato dominato dal tatticismo, da assurde preclusioni (l&#8217;incomprensibile rifiuto del Mes) e da esorbitanti pretese (l&#8217;immediata emissione di eurobond da parte un&#8217;Unione che non ha potestà impositiva diretta). È mancato un rilevante coefficiente di onestà intellettuale e, senza di ciò, non ci può essere quella passione civile che dovrebbe prevalere in situazioni come quella di oggi. La burocrazia europea non può piacere ad alcuno, se non a se stessa. Ma l&#8217;Europa sarà come noi vorremo. Non dipende dagli altri; dipende esclusivamente da noi. Quella europea rimane una grande idea. Il prezzo del suo fallimento produrrebbe una situazione catastrofica, che trascinerebbe nella miseria più nera gli strati economicamente più deboli. E contro ciò varrebbero assai poco le declamazioni di una classe politica chiaramente inadeguata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/e-fallito-il-metodo-redistributivo-la-strada-giusta-e-nellautonomia/">È fallito il metodo redistributivo. La strada giusta è nell&#8217;autonomia</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Il Professor Lorenzo Infantino, maestro di tutti noi, su Einaudi, l’Europa e il sovranismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Infantino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Mar 2019 16:16:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[luigi einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[moneta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il contributo culturale dato da Luigi Einaudi al progetto europeista viene spesso trascurato, perché capita agli eredi di non conoscere le ragioni che stanno dietro il lascito ricevuto dalle precedenti generazioni. Viviamo inoltre in un momento in cui forze dichiaratamente antieuropeiste e la confusa situazione britannica alimentano una narrazione regressiva della dinamica economica e sociale. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-professor-lorenzo-infantino-maestro-di-tutti-noi-su-einaudi-leuropa-e-il-sovranismo/">Il Professor Lorenzo Infantino, maestro di tutti noi, su Einaudi, l’Europa e il sovranismo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il contributo culturale dato da Luigi Einaudi al progetto europeista viene spesso trascurato, perché capita agli eredi di non conoscere le ragioni che stanno dietro il lascito ricevuto dalle precedenti generazioni. <strong>Viviamo inoltre in un momento in cui forze dichiaratamente antieuropeiste</strong> e la confusa situazione britannica alimentano una narrazione regressiva della dinamica economica e sociale. Ecco allora che la rilettura delle pagine einaudiane potrebbe aiutarci a comprendere quali siano stati i problemi del passato e quali possano essere i veri problemi di oggi. Il federalismo di Einaudi ha abbracciato un lungo arco temporale. Egli stesso ha autobiograficamente rammentato le circostanze in cui è maturato il suo primo scritto di ispirazione europeista.  A seguito della guerra dichiarata nel 1897 dalla Grecia all’impero Ottomano, per il possesso di Creta, le flotte unite di Inghilterra, Francia, Russia, Italia, Germania e Austria erano subito intervenute per porre fine all’occupazione greca dell’isola. Il che aveva offerto l’occasione al grande giornalista britannico William T. Stead, poi morto nell’affondamento del <em>Titanic</em>, di «scrivere una biografia immaginaria degli Stati Uniti d’Europa e a me, probabilmente prima di altri in Italia», ha ricordato lo stesso Einaudi, «di dire che ormai il diritto di pace e di guerra si era ristretto alle sei maggiori potenze».  Il richiamo autobiografico è a un articolo apparso su “La Stampa”, esattamente nel 1897, in cui si trova fra l’altro la seguente affermazione: «<strong>la nascita della federazione europea non sarà meno gloriosa solo perché nata dal timore e dalla sfiducia reciproca e non invece dall’amore fraterno e dagli ideali umanitari</strong>».</p>
<p><strong><br />
La sovranità</strong></p>
<p>A distanza di poco più di vent’anni da quel suo primo scritto, Einaudi è tornato sul tema della federazione europea. Fra il luglio del 1917 e l’ottobre del 1919, ha pubblicato sul “Corriere della Sera” quattordici lettere con lo pseudonimo di Junius, un nome già utilizzato nella pubblicistica inglese. Due di queste lettere sono dedicate al tema del federalismo. Con la prima, che è del gennaio 1918, egli ha cercato di rispondere a un interrogativo: <strong><em>La Società delle Nazioni è un ideale possibile?</em> </strong>È uno scritto in cui Einaudi si è soffermato su varie esperienze storiche: la rivalità delle antiche città greche di fronte al nemico persiano, il Sacro Romano Impero, la Santa Alleanza. Ma il suo sguardo si è posato soprattutto su due documenti della storia degli Stati Uniti d’America: la costituzione votata dal Congresso nel 1776 e approvata dagli stati nel 1781 e quella «approvata dalla convenzione nazionale il 17 settembre 1787 ed entrata in vigore nel 1788. Sotto la prima, l’unione nuovissima minacciò ben presto di sgretolarsi; sotto la seconda, gli Stati Uniti divennero giganti. Ma la prima parlava appunto di “confederazione e di unione” dei tredici stati […] e dichiarava che ogni stato “conservava la propria sovranità, la propria libertà e indipendenza e ogni potere, giurisdizione e diritto non espressamente delegati al governo” centrale. La seconda invece non parlava più di “unione di stati sovrani”, non era più un accordo fra governi indipendenti; ma derivava da un atto di volontà dell’intero popolo, il quale creava un nuovo stato, diverso e superiore agli antichi stati». I «sette anni di vita, dal 1781 al 1787, della “società” delle tredici nazioni americane erano stati anni di disordine, di anarchia, di egoismo, tali da far rimpiangere a molti patrioti il dominio inglese […]. La confederazione, appunto perché era una semplice “società” di nazioni, non aveva una propria indipendente sovranità».</p>
<p><strong>Einaudi ha tratto dalla storia americana argomenti per sottoporre a un primo vaglio critico il progetto wilsoniano della Società delle Nazioni</strong>, composta da stati titolari di una «sovranità assoluta». Ha contrapposto a tale progetto quello degli Stati Uniti d’Europa, costituiti sulla base del principio federalista. Ed è poi tornato sull’argomento con una lettera di Junius del 28 dicembre 1918: <em>Il dogma della sovranità e l’idea della Società delle Nazioni</em>. Qui l’attacco al “sovranismo” è frontale: «Bisogna distruggere e bandire per sempre il dogma della sovranità perfetta […]. Lo si può e lo si deve fare, perché esso è falso, irreale […]. La verità è il vincolo, non la sovranità degli stati. La verità è l’interdipendenza dei popoli liberi, non la loro indipendenza assoluta […]. Lo stato isolato e sovrano, perché bastevole a se stesso, è una finzione dell’immaginazione […] <strong>non esistono stati perfettamente sovrani, ma unicamente stati servi gli uni degli altri</strong>; uguali e indipendenti perché consapevoli che la loro vita medesima, che il loro perfezionamento sarebbe impossibile se essi non fossero pronti a prestarsi l’un l’altro servigio». «Se di qualcosa dobbiamo lamentarci è di non avere proceduto abbastanza sulla via dell’abdicazione alla sovranità». I problemi derivanti dall’anarchia internazionale e dalla scarsità di risorse non si risolvono con il dominio del mondo, ma con la cooperazione pacifica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La moneta</strong></p>
<p>Posto dinanzi alla tragedia della Seconda guerra mondiale, Einaudi ha ribadito che <strong>la «via d’uscita» non sarebbe potuta essere una «società di nazioni»</strong>, ma una «federazione economica». E così, in un saggio del 1943, ha preso in considerazione i problemi connessi alla questione monetaria: «La rinuncia degli stati singoli federati al diritto di emissione sarebbe per essi garanzia efficace di buona finanza. Quando uno stato non può ricorrere, sotto nessun pretesto, al facile mezzo di procacciarsi entrate col torchio dei biglietti, esso sarà costretto a fare una buona finanza. <strong>Imposte e prestiti rimangono le sole maniere di entrata a sua disposizione</strong>; e ai prestiti lo stato non può ricorrere se non entro i limiti nei quali sappia procacciarsi la fiducia dei risparmiatori, ossia quando faccia una buona finanza». Diviene in tal modo impossibile<strong> il «malgoverno della circolazione entro i limiti dei singoli stati</strong>; ed è tolta così di mezzo una causa potente di inflazione, con le conseguenze antisociali che ne derivano e sono stati la causa più importante degli sconvolgimenti politici e sociali europei dopo il 1914».</p>
<p>Il tema è stato affrontato anche in uno scritto dell’anno successivo: «Il disordine attuale delle unità monetarie in tutti i paesi del mondo, le difficoltà degli scambi derivanti dall’incertezza dei saggi di cambio tra un paese [… e, ancor di più] dalla impossibilità di effettuare i cambi medesimi hanno reso evidente agli occhi di tutti il vantaggio che deriverebbe dall’adozione di un’unica unità monetaria in tutto il territorio della federazione». Sarebbe abolito il «diritto dei singoli stati federati di battere moneta propria con denominazioni, pesi e titoli propri e di istituire banche centrali con diritto di emissione indipendente di biglietti […]. <strong>Il vantaggio del sistema non sarebbe solo di conteggio e di comodità nei pagamenti e nelle transazioni interstatali</strong>. Per quanto altissimo, il vantaggio sarebbe piccolo in confronto di un altro, di pregio di gran lunga superiore, che è l’abolizione della sovranità dei singoli stati in materia monetaria. Chi ricorda il malo uso che molti stati avevano fatto e fanno del diritto di battere moneta non può avere dubbio rispetto alla urgenza di togliere a essi siffatto diritto. Esso si è ridotto in sostanza al diritto di falsificare la moneta».</p>
<p><strong>Già nell’Ottocento, John Stuart Mill aveva visto nei sistemi monetari nazionali una forma di «barbarie»</strong>. Ma Einaudi ha potuto disporre anche di riflessioni più dirette (e più recenti): sulla possibile federazione europea, erano da poco intervenuti Lionel Robbins e Friedrich A. von Hayek. Robbins aveva messo a confronto la «pace e la ricchezza» degli Stati Uniti d’America con il «caos e l’anarchia delle disgraziate nazioni europee». E Hayek aveva richiamato l’attenzione sul fatto che l’abolizione delle barriere economiche fra gli stati federati sarebbe stata l’indispensabile condizione per il raggiungimento dei principali obiettivi della federazione. Tutt’e due gli economisti avevano anche sferrato un durissimo attacco contro il nazionalismo monetario. Robbins riteneva che, fra <strong>«tutte le forme di nazionalismo economico», quello monetario fosse la forma «più perniciosa»</strong>. E Hayek pensava allora alla creazione di una moneta unica, con un sistema analogo a quello della Federal Reserve e con la conseguente inclusione della politica monetaria fra le competenze federali e non fra quelle dei singoli stati. Sappiamo che in anni più vicini a noi l’economista austriaco ha avanzato la radicale proposta di denazionalizzare la moneta. Il che costituisce l’estremo rifiuto del nazionalismo monetario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La federazione fra politica ed economia</strong></p>
<p>Einaudi non si nascondeva i problemi. Riteneva che, <strong>se gli «uomini di stato» non avessero trovato la «formula mediatrice fra le piccole patrie spirituali e l’unità del mondo economico</strong>, le prime, e non la seconda», sarebbero state «distrutte». Nella sua mente, la federazione europea non avrebbe dovuto essere una riproduzione ingrandita dei vecchi stati interventisti. L’avanzamento della «libertà di scelta», realizzatosi nel corso dell’Ottocento, è stato visto come una «subordinazione della politica all’economia». Nel Novecento, «si vuole invece che il politico […] subordini a sé gli interessi economici e li costringa a lavorare nell’interesse dello stato». Ma ciò produce solamente un «arrembaggio» alle risorse pubbliche: una situazione in cui la «vittoria economica non spetta ai migliori produttori, ma ai più abili nel procacciarsi influenze sul governo» e sugli enti pubblici interni ed esterni. <strong>Lo stato che vuole «dominare l’economia è […] fatto servo dei peggiori fra gli uomini che governano i singoli rami economici,</strong> peggiori perché non scelti in ragione della loro abilità tecnica o commerciale, ma in quella della loro capacità di intrigo».</p>
<p>Bisogna pertanto comprendere che <strong>«l’indipendenza dell’economia dalla politica» significa al tempo stesso «indipendenza della politica dall’economia».</strong> E la federazione europea è un mezzo per realizzare tale separazione. Un mercato esteso rende più difficile l’«arrembaggio» alle risorse pubbliche. Il che favorisce la crescita stessa della federazione, perché fa venire meno quella conflittualità connessa a ogni tipo di attività redistributiva; conflittualità che diviene ancora maggiore allorché gli uomini al potere provengono da nazionalità diverse. Come dire che la limitazione della sfera d’intervento è la condizione a cui il governo federale deve sottomettersi, perché è essa che ne definisce l’identità. L’interventismo è la negazione del principio federale. Si nutre di ambiti angusti: «quanto più il mercato è ristretto, tanto più fioriscono all’ombra della protezione […] i monopolisti e i privilegiati e tanto più il popolo dei consumatori è taglieggiato dai plutocrati, i quali nascondono la loro merce avariata con appelli al patriottismo, all’indipendenza nazionale, all’autarchia».</p>
<p><strong>La preoccupazione maggiore di Einaudi riguardava l’agricoltura.</strong> Egli ben sapeva della lunga lotta che era stata necessaria in Gran Bretagna per abolire le “Corn Laws”. Non gli sfuggiva la nota affermazione di David Ricardo, secondo cui «il prezzo del grano non è alto perché viene pagata una rendita, ma una rendita viene pagata perché il prezzo è alto».  E conosceva le conseguenze prodotte dal ritorno al protezionismo. Ecco perché, prima ancora della firma dei Trattati, ha affermato: «Se si dicesse ai cittadini consumatori: andate in giro e quando vedete su una porta di una casa scritto: <em>Tizio, proprietario di terreni coltivati a grano</em>, entrate e pagate a Tizio, ora 10, ora 5, ora 3 e anche un franco per quintale di grano da lui prodotto, e pagate ciò senza nulla ricevere in cambio, nemmeno la ricevuta, non sareste indignati della proposta e, potendo, non rovescereste il governo e i deputati che avessero fatto la strana proposta? Eppure questo è ciò che i cittadini di molti stati fanno, perché<strong> si sono lasciati imbrogliare la testa dalle figure retoriche della difesa della patria contro l’invasione, contro l’inondazione delle merci estere</strong>». Purtroppo, la via imboccata è stata esattamente quella dei sussidi, estesi anche ad altri gruppi di interesse. Il che grava pesantemente sul bilancio dell’Unione Europea e impedisce la corretta allocazione delle risorse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Democrazia ed Europa</strong></p>
<p>L’Europa che abbiamo davanti a noi non è quella auspicata da Einaudi. Ma<strong> l’idea che sta dietro il progetto europeista vale molto di più di tutti i possibili limiti e di tutte le possibili alterazioni del programma originariamente formulato dai grandi liberali</strong>. Essa è stata l’ago magnetico per generazioni di uomini e di donne. Non si può quindi buttare tutto quanto è stato fin qui fatto. Nel marzo del 1954, Einaudi ha scritto: «Nella vita delle nazioni di solito l’errore di non saper cogliere l’attimo fuggente è irreparabile. La necessità di unificare l’Europa è evidente. Gli stati esistenti sono polvere senza sostanza […]. Solo l’unione può farli durare.<strong> Il problema non è fra l’indipendenza e l’unione; è fra l’essere uniti o scomparire</strong> […]. Il tempo propizio per l’unione è soltanto quello durante il quale dureranno nell’Europa occidentale i medesimi ideali di libertà. Siamo sicuri che i fattori avversi […] non acquistino inopinatamente forza sufficiente a impedire l’unione; facendo cadere gli uni nell’orbita nordamericana e gli altri in quella russa?».</p>
<p>Pertinente nel momento in cui è stato formulato, l’interrogativo di Einaudi è pertinente anche oggi. Alexis de Tocqueville affermava che, dando soluzione al problema della democrazia liberale, la Francia avrebbe salvato se stessa e anche gli altri popoli. In un momento in cui tante forze ostili alle istituzioni della civiltà occidentale si agitano, possiamo dire che la questione della democrazia e quella dell’Europa coincidono.<strong> L’impegno per l’una non è disgiungibile dall’impegno per l’altra</strong>.</p>
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		<title>Europa: “Il problema non è fra l’indipendenza e l’unione; è fra l’essere uniti o scomparire […]“.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Infantino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Feb 2019 22:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Il contributo culturale dato da Luigi Einaudi al progetto europeista viene spesso trascurato, perché capita agli eredi di non conoscere le ragioni che stanno dietro il lascito ricevuto dalle precedenti generazioni. Viviamo inoltre in un momento in cui forze dichiaratamente antieuropeiste e la confusa situazione britannica alimentano una narrazione regressiva della dinamica economica e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/europa-il-problema-non-e-fra-lindipendenza-e-lunione-e-fra-lessere-uniti-o-scomparire/">Europa: “Il problema non è fra l’indipendenza e l’unione; è fra l’essere uniti o scomparire […]“.</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-14014 size-large" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/11/unione-europea-divisa-650x366.jpg" alt="" width="640" height="360" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/11/unione-europea-divisa-650x366.jpg 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/11/unione-europea-divisa-250x141.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/11/unione-europea-divisa-400x225.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/11/unione-europea-divisa-768x432.jpg 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/11/unione-europea-divisa-150x84.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/11/unione-europea-divisa-800x450.jpg 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/11/unione-europea-divisa-1200x675.jpg 1200w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/11/unione-europea-divisa-1600x900.jpg 1600w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/11/unione-europea-divisa-300x169.jpg 300w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/11/unione-europea-divisa.jpg 1920w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
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<p>Il contributo culturale dato da Luigi Einaudi al progetto europeista viene spesso trascurato, perché capita agli eredi di non conoscere le ragioni che stanno dietro il lascito ricevuto dalle precedenti generazioni. Viviamo inoltre in un momento in cui forze dichiaratamente antieuropeiste e la confusa situazione britannica alimentano una narrazione regressiva della dinamica economica e sociale. Ecco allora che la rilettura delle pagine einaudiane potrebbe aiutarci a comprendere quali siano stati i problemi del passato e quali possano essere i veri problemi di oggi. Il federalismo di Einaudi ha abbracciato un lungo arco temporale. Egli stesso ha autobiograficamente rammentato le circostanze in cui è maturato il suo primo scritto di ispirazione europeista.  A seguito della guerra dichiarata nel 1897 dalla Grecia all’impero Ottomano, per il possesso di Creta, le flotte unite di Inghilterra, Francia, Russia, Italia, Germania e Austria erano subito intervenute per porre fine all’occupazione greca dell’isola. Il che aveva offerto l’occasione al grande giornalista britannico William T. Stead, poi morto nell’affondamento del Titanic, di «scrivere una biografia immaginaria degli Stati Uniti d’Europa e a me, probabilmente prima di altri in Italia», ha ricordato lo stesso Einaudi, «di dire che ormai il diritto di pace e di guerra si era ristretto alle sei maggiori potenze».  Il richiamo autobiografico è a un articolo apparso su “La Stampa”, esattamente nel 1897, in cui si trova fra l’altro la seguente affermazione: «la nascita della federazione europea non sarà meno gloriosa solo perché nata dal timore e dalla sfiducia reciproca e non invece dall’amore fraterno e dagli ideali umanitari».</p>
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<p><strong>La sovranità</strong></p>
<p>A distanza di poco più di vent’anni da quel suo primo scritto, Einaudi è tornato sul tema della federazione europea. Fra il luglio del 1917 e l’ottobre del 1919, ha pubblicato sul “Corriere della Sera” quattordici lettere con lo pseudonimo di Junius, un nome già utilizzato nella pubblicistica inglese. Due di queste lettere sono dedicate al tema del federalismo. Con la prima, che è del gennaio 1918, egli ha cercato di rispondere a un interrogativo: La Società delle Nazioni è un ideale possibile? È uno scritto in cui Einaudi si è soffermato su varie esperienze storiche: la rivalità delle antiche città greche di fronte al nemico persiano, il Sacro Romano Impero, la Santa Alleanza. Ma il suo sguardo si è posato soprattutto su due documenti della storia degli Stati Uniti d’America: la costituzione votata dal Congresso nel 1776 e approvata dagli stati nel 1781 e quella «approvata dalla convenzione nazionale il 17 settembre 1787 ed entrata in vigore nel 1788. Sotto la prima, l’unione nuovissima minacciò ben presto di sgretolarsi; sotto la seconda, gli Stati Uniti divennero giganti. Ma la prima parlava appunto di “confederazione e di unione” dei tredici stati […] e dichiarava che ogni stato “conservava la propria sovranità, la propria libertà e indipendenza e ogni potere, giurisdizione e diritto non espressamente delegati al governo” centrale. La seconda invece non parlava più di “unione di stati sovrani”, non era più un accordo fra governi indipendenti; ma derivava da un atto di volontà dell’intero popolo, il quale creava un nuovo stato, diverso e superiore agli antichi stati». I «sette anni di vita, dal 1781 al 1787, della “società” delle tredici nazioni americane erano stati anni di disordine, di anarchia, di egoismo, tali da far rimpiangere a molti patrioti il dominio inglese […]. La confederazione, appunto perché era una semplice “società” di nazioni, non aveva una propria indipendente sovranità».</p>
<p>Einaudi ha tratto dalla storia americana argomenti per sottoporre a un primo vaglio critico il progetto wilsoniano della Società delle Nazioni, composta da stati titolari di una «sovranità assoluta». Ha contrapposto a tale progetto quello degli Stati Uniti d’Europa, costituiti sulla base del principio federalista. Ed è poi tornato sull’argomento con una lettera di Junius del 28 dicembre 1918: Il dogma della sovranità e l’idea della Società delle Nazioni. Qui l’attacco al “sovranismo” è frontale: «Bisogna distruggere e bandire per sempre il dogma della sovranità perfetta […]. Lo si può e lo si deve fare, perché esso è falso, irreale […]. La verità è il vincolo, non la sovranità degli stati. La verità è l’interdipendenza dei popoli liberi, non la loro indipendenza assoluta […]. Lo stato isolato e sovrano, perché bastevole a se stesso, è una finzione dell’immaginazione […] non esistono stati perfettamente sovrani, ma unicamente stati servi gli uni degli altri; uguali e indipendenti perché consapevoli che la loro vita medesima, che il loro perfezionamento sarebbe impossibile se essi non fossero pronti a prestarsi l’un l’altro servigio». «Se di qualcosa dobbiamo lamentarci è di non avere proceduto abbastanza sulla via dell’abdicazione alla sovranità». I problemi derivanti dall’anarchia internazionale e dalla scarsità di risorse non si risolvono con il dominio del mondo, ma con la cooperazione pacifica.</p>
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<p><strong>La moneta</strong></p>
<p>Posto dinanzi alla tragedia della Seconda guerra mondiale, Einaudi ha ribadito che la «via d’uscita» non sarebbe potuta essere una «società di nazioni», ma una «federazione economica». E così, in un saggio del 1943, ha preso in considerazione i problemi connessi alla questione monetaria: «La rinuncia degli stati singoli federati al diritto di emissione sarebbe per essi garanzia efficace di buona finanza. Quando uno stato non può ricorrere, sotto nessun pretesto, al facile mezzo di procacciarsi entrate col torchio dei biglietti, esso sarà costretto a fare una buona finanza. Imposte e prestiti rimangono le sole maniere di entrata a sua disposizione; e ai prestiti lo stato non può ricorrere se non entro i limiti nei quali sappia procacciarsi la fiducia dei risparmiatori, ossia quando faccia una buona finanza». Diviene in tal modo impossibile il «malgoverno della circolazione entro i limiti dei singoli stati; ed è tolta così di mezzo una causa potente di inflazione, con le conseguenze antisociali che ne derivano e sono stati la causa più importante degli sconvolgimenti politici e sociali europei dopo il 1914».</p>
<p>Il tema è stato affrontato anche in uno scritto dell’anno successivo: «Il disordine attuale delle unità monetarie in tutti i paesi del mondo, le difficoltà degli scambi derivanti dall’incertezza dei saggi di cambio tra un paese [… e, ancor di più] dalla impossibilità di effettuare i cambi medesimi hanno reso evidente agli occhi di tutti il vantaggio che deriverebbe dall’adozione di un’unica unità monetaria in tutto il territorio della federazione». Sarebbe abolito il «diritto dei singoli stati federati di battere moneta propria con denominazioni, pesi e titoli propri e di istituire banche centrali con diritto di emissione indipendente di biglietti […]. Il vantaggio del sistema non sarebbe solo di conteggio e di comodità nei pagamenti e nelle transazioni interstatali. Per quanto altissimo, il vantaggio sarebbe piccolo in confronto di un altro, di pregio di gran lunga superiore, che è l’abolizione della sovranità dei singoli stati in materia monetaria. Chi ricorda il malo uso che molti stati avevano fatto e fanno del diritto di battere moneta non può avere dubbio rispetto alla urgenza di togliere a essi siffatto diritto. Esso si è ridotto in sostanza al diritto di falsificare la moneta».</p>
<p>Già nell’Ottocento, John Stuart Mill aveva visto nei sistemi monetari nazionali una forma di «barbarie». Ma Einaudi ha potuto disporre anche di riflessioni più dirette (e più recenti): sulla possibile federazione europea, erano da poco intervenuti Lionel Robbins e Friedrich A. von Hayek. Robbins aveva messo a confronto la «pace e la ricchezza» degli Stati Uniti d’America con il «caos e l’anarchia delle disgraziate nazioni europee». E Hayek aveva richiamato l’attenzione sul fatto che l’abolizione delle barriere economiche fra gli stati federati sarebbe stata l’indispensabile condizione per il raggiungimento dei principali obiettivi della federazione. Tutt’e due gli economisti avevano anche sferrato un durissimo attacco contro il nazionalismo monetario. Robbins riteneva che, fra «tutte le forme di nazionalismo economico», quello monetario fosse la forma «più perniciosa». E Hayek pensava allora alla creazione di una moneta unica, con un sistema analogo a quello della Federal Reserve e con la conseguente inclusione della politica monetaria fra le competenze federali e non fra quelle dei singoli stati. Sappiamo che in anni più vicini a noi l’economista austriaco ha avanzato la radicale proposta di denazionalizzare la moneta. Il che costituisce l’estremo rifiuto del nazionalismo monetario.</p>
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<p><strong>La federazione fra politica ed economia</strong></p>
<p>Einaudi non si nascondeva i problemi. Riteneva che, se gli «uomini di stato» non avessero trovato la «formula mediatrice fra le piccole patrie spirituali e l’unità del mondo economico, le prime, e non la seconda», sarebbero state «distrutte». Nella sua mente, la federazione europea non avrebbe dovuto essere una riproduzione ingrandita dei vecchi stati interventisti. L’avanzamento della «libertà di scelta», realizzatosi nel corso dell’Ottocento, è stato visto come una «subordinazione della politica all’economia». Nel Novecento, «si vuole invece che il politico […] subordini a sé gli interessi economici e li costringa a lavorare nell’interesse dello stato». Ma ciò produce solamente un «arrembaggio» alle risorse pubbliche: una situazione in cui la «vittoria economica non spetta ai migliori produttori, ma ai più abili nel procacciarsi influenze sul governo» e sugli enti pubblici interni ed esterni. Lo stato che vuole «dominare l’economia è […] fatto servo dei peggiori fra gli uomini che governano i singoli rami economici, peggiori perché non scelti in ragione della loro abilità tecnica o commerciale, ma in quella della loro capacità di intrigo».</p>
<p>Bisogna pertanto comprendere che «l’indipendenza dell’economia dalla politica» significa al tempo stesso «indipendenza della politica dall’economia». E la federazione europea è un mezzo per realizzare tale separazione. Un mercato esteso rende più difficile l’«arrembaggio» alle risorse pubbliche. Il che favorisce la crescita stessa della federazione, perché fa venire meno quella conflittualità connessa a ogni tipo di attività redistributiva; conflittualità che diviene ancora maggiore allorché gli uomini al potere provengono da nazionalità diverse. Come dire che la limitazione della sfera d’intervento è la condizione a cui il governo federale deve sottomettersi, perché è essa che ne definisce l’identità. L’interventismo è la negazione del principio federale. Si nutre di ambiti angusti: «quanto più il mercato è ristretto, tanto più fioriscono all’ombra della protezione […] i monopolisti e i privilegiati e tanto più il popolo dei consumatori è taglieggiato dai plutocrati, i quali nascondono la loro merce avariata con appelli al patriottismo, all’indipendenza nazionale, all’autarchia».</p>
<p>La preoccupazione maggiore di Einaudi riguardava l’agricoltura. Egli ben sapeva della lunga lotta che era stata necessaria in Gran Bretagna per abolire le “Corn Laws”. Non gli sfuggiva la nota affermazione di David Ricardo, secondo cui «il prezzo del grano non è alto perché viene pagata una rendita, ma una rendita viene pagata perché il prezzo è alto».  E conosceva le conseguenze prodotte dal ritorno al protezionismo. Ecco perché, prima ancora della firma dei Trattati, ha affermato: «Se si dicesse ai cittadini consumatori: andate in giro e quando vedete su una porta di una casa scritto: Tizio, proprietario di terreni coltivati a grano, entrate e pagate a Tizio, ora 10, ora 5, ora 3 e anche un franco per quintale di grano da lui prodotto, e pagate ciò senza nulla ricevere in cambio, nemmeno la ricevuta, non sareste indignati della proposta e, potendo, non rovescereste il governo e i deputati che avessero fatto la strana proposta? Eppure questo è ciò che i cittadini di molti stati fanno, perché si sono lasciati imbrogliare la testa dalle figure retoriche della difesa della patria contro l’invasione, contro l’inondazione delle merci estere». Purtroppo, la via imboccata è stata esattamente quella dei sussidi, estesi anche ad altri gruppi di interesse. Il che grava pesantemente sul bilancio dell’Unione Europea e impedisce la corretta allocazione delle risorse.</p>
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<p><strong>Democrazia ed Europa</strong></p>
<p>L’Europa che abbiamo davanti a noi non è quella auspicata da Einaudi. Ma l’idea che sta dietro il progetto europeista vale molto di più di tutti i possibili limiti e di tutte le possibili alterazioni del programma originariamente formulato dai grandi liberali. Essa è stata l’ago magnetico per generazioni di uomini e di donne. Non si può quindi buttare tutto quanto è stato fin qui fatto. Nel marzo del 1954, Einaudi ha scritto: «Nella vita delle nazioni di solito l’errore di non saper cogliere l’attimo fuggente è irreparabile. La necessità di unificare l’Europa è evidente. Gli stati esistenti sono polvere senza sostanza […]. Solo l’unione può farli durare. Il problema non è fra l’indipendenza e l’unione; è fra l’essere uniti o scomparire […]. Il tempo propizio per l’unione è soltanto quello durante il quale dureranno nell’Europa occidentale i medesimi ideali di libertà. Siamo sicuri che i fattori avversi […] non acquistino inopinatamente forza sufficiente a impedire l’unione; facendo cadere gli uni nell’orbita nordamericana e gli altri in quella russa?».</p>
<p>Pertinente nel momento in cui è stato formulato, l’interrogativo di Einaudi è pertinente anche oggi. Alexis de Tocqueville affermava che, dando soluzione al problema della democrazia liberale, la Francia avrebbe salvato se stessa e anche gli altri popoli. In un momento in cui tante forze ostili alle istituzioni della civiltà occidentale si agitano, possiamo dire che la questione della democrazia e quella dell’Europa coincidono. L’impegno per l’una non è disgiungibile dall’impegno per l’altra.</p>
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<p>da <a href="http://open.luiss.it/2019/02/14/luigi-einaudi-e-il-progetto-europeista/">open.luis.it</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/europa-il-problema-non-e-fra-lindipendenza-e-lunione-e-fra-lessere-uniti-o-scomparire/">Europa: “Il problema non è fra l’indipendenza e l’unione; è fra l’essere uniti o scomparire […]“.</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Il lascito intellettuale di Ludwig von Mises</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-lascito-intellettuale-di-ludwig-von-mises/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Infantino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Oct 2018 17:35:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Avvenimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Avvenimenti Vari]]></category>
		<category><![CDATA[von mises. von hayek]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 10 ottobre 1973 moriva Ludwig von Mises: a quarantacinque anni dalla sua scomparsa, il professor Lorenzo Infantino ricorda il grande economista, tra i più noti esponenti della Scuola austriaca Ludwig von Mises, di cui ricorre oggi l’anniversario della morte, è stato uno dei grandi protagonisti della cultura del Novecento. Carl Menger, fondatore della Scuola [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il 10 ottobre 1973 moriva Ludwig von Mises: a quarantacinque anni dalla sua scomparsa, il professor Lorenzo Infantino ricorda il grande economista, tra i più noti esponenti della Scuola austriaca</em></p>
<p><strong>Ludwig von Mises</strong>, di cui ricorre oggi l’anniversario della morte, è stato uno dei grandi protagonisti della cultura del Novecento. Carl Menger, fondatore della Scuola austriaca di economia, è stato il suo ispiratore. Eugen von Böhm-Bawerk ne ha favorito la formazione all’interno del proprio seminario, a cui pure partecipavano, fra gli altri, Otto Bauer, Nikolaj Bucharin, Rudolf Hilferding, Otto Neurath, Joseph A. Schumpeter. Il suo lungo magistero si è svolto a Vienna, Ginevra, New York. E, sebbene oggi siano pochi quanti possono vantare di essere stati suoi allievi, ci sono nel mondo, soprattutto negli Stati Uniti, numerosi studiosi che si rifanno alle sue teorie. Le sue opere, tradotte nelle principali lingue, vengono continuamente ristampate.</p>
<p><strong>Menger</strong> aveva fatto delle incursioni nel territorio monetario. <strong>Böhm-Bawerk</strong> si era tenuto in disparte, sottraendosi anche all’insistente invito a discuterne, formulatogli dallo svedese Wicksell. <strong>Mises</strong> ha invece fatto dei problemi monetari il primo tema della sua ricerca. Ha pubblicato nel 1912 la <em>Theorie des Geldes und der Umlaufsmittel</em>, che con alcuni altri scritti minori costituisce il corpo centrale della teoria austriaca del ciclo economico. Ed è avvalendosi delle conoscenze accumulate con quei lavori che lo stesso Mises ha potuto prevedere lo scoppio della crisi del 1929. Quanti conoscono quella teoria possono “decifrare” anche le vicende a noi contemporanee, in cui le politiche monetarie volute dai governi sono a monte di una grave alterazione del meccanismo di allocazione intertemporale delle risorse.</p>
<p>Quanto fatto da Mises in campo monetario non è slegato dall’indagine sulle ragioni gnoseologiche, giuridiche ed economiche della libertà individuale di scelta. Gli è stato quindi agevole, in conseguenza del dramma vissuto dall’Europa all’indomani della Grande Guerra, allargare l’orizzonte delle sue riflessioni. Con la presa del potere da parte di Lenin, <strong>il mito della pianificazione economica</strong> aveva alimentato estese illusioni. Si rendeva necessario sottoporre quel mito all’acido dissolvente della ragione critica. E Mises non è sottratto a tale compito. Ha dapprima convinto Otto Bauer a evitare un esperimento bolscevico in Austria; ha poi reso pubbliche le sue critiche, che hanno trovato la loro compiuta articolazione in <em>Die Gemeinwirschat</em>, opera apparsa in prima edizione nel 1922 e tradotta in altre lingue con il titolo di <em>Socialismo.</em></p>
<p><strong>Mises ha colpito alla radice l’idea dell’economia di piano</strong>. La sua prima obiezione è di carattere gnoseologico. A proposito del pianificatore, egli ha infatti scritto: «Benessere e miseria stanno nelle sue mani, come nelle mani di un dio […]. Nei suoi programmi egli deve tenere conto di tutto ciò che può rivestire una certa importanza per la collettività. Il suo giudizio deve essere infallibile; egli deve essere in grado di dare una giusta valutazione delle condizioni delle contrade più lontane e di giudicare correttamente le necessità dei secoli a venire». È un compito impossibile. Ed è illusorio pensare di estrarre la libertà dall’abolizione della proprietà privata. Se questa viene meno, gli attori perdono la base materiale della loro autonomia di scelta. Più in generale, se cade la proprietà privata, cade il sistema giuridico che consente la cooperazione sociale volontaria. Quanto poi al problema economico strettamente inteso, la pianificazione non è in grado di fronteggiarlo. Se infatti si abbandona la concorrenza dal lato della domanda e dell’offerta, i prezzi divengono dei semplici rapporti arbitrariamente decisi in sede politica. Da cui la conclusione che la pianificazione è «l’abolizione dell’economia razionale».</p>
<p>Al culmine di un lungo dibattito, il socialista Oskar Lange ha riconosciuto a Mises il «merito» di avere costretto i sostenitori dell’economia di piano a misurarsi con la decisiva questione del calcolo economico. Ma limitarsi a ciò sarebbe riduttivo. Il fatto è che Mises ha potuto contestare l’economia di piano, perché possedeva una penetrante<strong> teoria della cooperazione volontaria</strong>, la cui più estesa formulazione si trova in <em>Nationalökonomie</em>. E tale teoria gli ha facilmente consentito di mettere a nudo le disastrose conseguenze prodotte dall’abolizione della proprietà privata e della libertà individuale di scelta. Di qui anche la devastante analisi del <strong>regime hitleriano</strong> (<em>Omnipotent Government </em>e <em>Im Namen des Staates</em>). E di qui la serrata critica dell’interventismo della politica nell’economia. Le manipolazioni monetarie, le protezioni doganali, le restrizioni produttive, il controllo dei prezzi, la fissazione dei livelli salariali, il sostegno ai settori “strategici” (e via dicendo) sono tutti provvedimenti che conseguono esiti opposti a quelli prefissati. È così che il loro fallimento spinge verso altre misure interventistiche. Il che svuota di contenuto la proprietà privata e impedisce la libertà individuale di scelta. Si crea un groviglio di connivenze e corruzione, cade la produttività e il prodotto, s’imbocca la via del declino.</p>
<p><strong>Gli allievi viennesi</strong> (Hayek, Machlup, Haberler) di Mises hanno avuto presto la possibilità di lasciare l’Austria e di porsi lontano dalla minaccia hitleriana. Chiamato nel 1934 a Ginevra, dove pure c’erano Hans Kelsen e Guglielmo Ferrero, Mises si è miracolosamente sottratto al tentativo di cattura, anche in terra elvetica, da parte di agenti nazisti. E nel 1940 è stato accolto come esule politico negli Stati Uniti, dove ha lungamente continuato a trasmettere le proprie idee alle nuove generazioni.</p>
<p>Vista la collocazione di questo scritto, non è fuori luogo rammentare il grande sodalizio intellettuale che, cominciato fin dalla seconda metà degli anni Venti, ha unito fra loro Mises e Luigi Einaudi.</p>
<p>Lorenzo Infantino</p>
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