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	<title>Francesco Forte, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Francesco Forte, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Tav, 8 motivi per dire Sì</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tav-8-motivi-per-dire-si/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Forte]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jan 2019 13:24:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[tav]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È paradossale che in una fase pre-recessiva si blocchi una grande opera che può essere accelerata senza costi finanziari per lo Stato, dato che le imprese presentano il conto al committente con dilazioni e possono finanziarsi scontando le fatture. 1. Il rilancio darebbe un grande beneficio a Genova e al suo porto, quindi alla sua [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È paradossale che in una fase pre-recessiva si blocchi una grande opera che può essere accelerata senza costi finanziari per lo Stato, dato che le imprese presentano il conto al committente con dilazioni e possono finanziarsi scontando le fatture.</p>
<p><strong>1.</strong> Il rilancio darebbe un grande beneficio a Genova e al suo porto, quindi alla sua ripresa dopo il crollo del Ponte Morandi, con vantaggio per Carige, che ha un destino legato alla Liguria. Toninelli pensa di bloccare un&#8217;opera europea con un&#8217;analisi costi-benefici, effettuata dal suo ministero che è in realtà soprattutto una analisi costi-ricavi, mentre la Tav è finanziata al 40% dall&#8217;Europa sulla base di analisi di super esperti.</p>
<p><strong>2.</strong> La Tav è stata approvata dal Parlamento italiano con un trattato internazionale che né un ministro né il governo può cancellare. Inoltre la Tav potrebbe esser realizzata dalle Regioni interessate, con i contributi europei e un piccolo pedaggio al tunnel.</p>
<p><strong>3.</strong> Adesso l&#8217;analisi costi-benefici non serve. Infatti se non si termina l&#8217;opera si spende molto di più che a farla. Il traforo sul versante italiano, costa 5 miliardi, di cui il 40%, due miliardi, a carico dell&#8217;Europa e il 60%, ossia 3 miliardi, dell&#8217;Italia. Le opere di adduzione altri 2,5 miliardi, di cui il 40% a carico dell&#8217;Europa e l&#8217;1,5 all&#8217;Italia. In totale l&#8217;opera ci costa 4,5 miliardi. L&#8217;Italia ha ricevuto 670 milioni dall&#8217;Europa, a cui li deve ridare se non la fa. Dovrebbe rimborsare 1,1 miliardi ricevuti dall&#8217;Europa. A ciò si aggiungono 1,650 miliardi già spesi dalla Francia, che va indennizzata.</p>
<p><strong>4.</strong> La messa a norma del traforo attuale del Frejus, necessaria ove non si faccia quello della Tav del Moncenisio, costa 1,7 miliardi e richiede quasi un decennio, con traffico ridotto e rischi di infortuni. Vanno aggiunti 400 milioni per indennizzi alle imprese per la rottura dei contratti e altrettanti per la messa in sicurezza dei cantieri delle opere effettuate.</p>
<p><strong>5.</strong> Non fare la Tav costa circa 6 miliardi! Le analisi costi-benefici ministeriali adottano un tasso di interesse del 2,5% per lo sconto dei benefici futuri al presente, considerando il punto di vista dei cittadini attuali. Ma ha ragione Salvini quando dice che bisogna guardare al futuro. Il tasso di sconto corretto per i benefici collettivi non deve danneggiare le generazioni future rispetto alle presenti. Pertanto è il costo opportunità dell&#8217;investimento in impieghi alternativi: che è pari al tasso di crescita del Pil nel lungo termine, cioè per l&#8217;Italia l&#8217;1% al massimo. Il beneficio scontato al presente, con questo tasso, è più che doppio.</p>
<p><strong>6.</strong> Il traffico del traforo Tav non va calcolato sui dati dell&#8217;attuale servizio ferroviario fra Torino e Lione che essendo scadente comporta un modesto traffico. Inoltre il Canale di Suez dal 2016 è stato raddoppiato, rendendo conveniente per i Paesi asiatici la rotta mediterranea, verso i Paesi che vi hanno più porti e meglio ubicati, cioè Grecia e Italia generando un maggior traffico sui 3mila km del corridoio mediterraneo. Ciò favorirà in primo luogo il Nord e Centro Nord d&#8217;Italia, ma anche il centro e il Sud dalla Sicilia ai due versanti tirrenico e adriatico, in un rapporto preferenziale di scambi con l&#8217;Asia, che si proietta sull&#8217;Est europeo e nei i rapporti con Francia e Spagna.</p>
<p><strong>7.</strong> I benefici della Tav nel tratto italiano non vanno solo all&#8217;Italia, ne traggono beneficio anche Francia, Spagna, Est Europeo, a cui non facendo la Tav dobbiamo dar conto di ciò. E del resto i nostri benefici riguardano anche quelli che ci dà la Francia, colle sue opere. Attualmente il traffico fra i due Paesi avviene per il 91% su strada, solo il 9% su rotaia.</p>
<p><strong>8.</strong> Una tonnellata di merci su rotaia produce il 20% in meno di CO2 che su strada, ove impiega un tempo triplo. La Tav toglierà dalle strade un milione di Tir all&#8217;anno e ridurrà le emissioni di CO2 come una città di 300mila abitanti. Ci sarà risparmio di vite umane e di invalidità per la riduzione degli infortuni, risparmio di tempo. Il traffico cresce più del Pil e questi effetti aumenteranno nei decenni. La Tav fa parte della strategia di crescita con la tecnologia e di modernizzazione.</p>
<p>La scelta non è «fatto tecnico oggettivo», nessuna analisi costi-benefici lo è.</p>
<p>Francesco Forte, Il Giornale 2019</p>
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		<title>Una finanziaria che ci riporta al &#8217;68</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/una-finanziaria-che-ci-riporta-al-68/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Forte]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Nov 2018 15:02:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo un finanziere italiano di successo e di provata esperienza, l&#8217;attuale progetto di legge di bilancio tutto fatto di spese di parte corrente improduttive fra loro contraddittorie, con un deficit, che danneggia la crescita generando una (quasi) recessione, ci riporta indietro di 50 anni: vale dire al 1968. Le analogie sono impressionanti, a partire dal [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo un finanziere italiano di successo e di provata esperienza, l&#8217;attuale progetto di legge di bilancio tutto fatto di spese di parte corrente improduttive fra loro contraddittorie, con un deficit, che danneggia la crescita generando una (quasi) recessione, <strong>ci riporta indietro di 50 anni</strong>: vale dire al 1968. Le analogie sono impressionanti, a partire dal motto <strong>«vogliamo tutto»</strong>, riferito alle spese correnti che generavano deficit e debito pubblico e un alto tasso di interesse, con uno spread, fra l&#8217;alto costo del denaro in lire, aggravato dall’inflazione, rispetto a dollaro e a marco, con cui la nostra moneta si deprezzava.</p>
<p>Programmi di spese fra loro incoerenti all’insegna della richiesta del «cambiamento», dettato da assemblee di base e piazze, come espressione di democrazia diretta. L&#8217;argomento era anche allora che bisognava che le istituzioni vi si adattassero, perché lo richiedeva la volontà del popolo, contro la presunta austerità del venticinquennio precedente. Allora sorse una alleanza contro natura, denominata «compromesso storico» che ricorda concettualmente il «contratto di governo».</p>
<p><strong>Aldo Moro</strong>, che cercava di tenere in piedi quel modello smussandone le linee estremiste lo aveva definito col termine <strong>«convergenze parallele»</strong>. Ma la convergenza che lo fece implodere stava nel danno che faceva la sommatoria di richieste costose e contraddittorie. L&#8217;evento che seppellì il compromesso fu una manifestazione spontanea a Torino, nell&#8217;ottobre del 1980, dei quarantamila quadri intermedi ed operai, che volevano il ritorno alla normalità produttiva nella Fiat: che ricorda molto da vicino la manifestazione spontanea dei trentamila Si Tav in piazza Castello a Torino, per chiedere una svolta nella politica del governo con l’investimento produttivo, per il rilancio dell&#8217;economia.</p>
<p>Ma la<strong> montagna di debito pubblico</strong> generatrice di inflazione fu un fardello pesante contro cui dovettero lottare tutti i governi di centro sinistra degli anni &#8217;80, per evitare che la lira uscisse dal rapporto di cambio quasi fisso con le monete degli altri Paesi europei, che serviva a internazionalizzare e far fare un grande salto in avanti, alla nostra economia. Quel fardello rimase perché le leggi di bilancio venivano gravate di nuove spese, con votazioni a scrutinio segreto, richieste di pensioni anticipate per quarantenni e trentacinquenni e la difficoltà di controllo dei bilanci del servizio sanitario nazionale. L’Italia è entrata nel sistema monetario europeo nel 1997, dopo aver accantonato la riforma graduale delle pensioni del governo Berlusconi.</p>
<p>Il retaggio del debito e le mancate riforme, da allora, ci hanno accompagnato, insieme alla grande crisi. Ma nel 2011, con il governo Berlusconi, il debito pubblico era il 116% del Pii contro il 132 attuale. Sarebbe bastato che quel governo non fosse sostituito da quello non eletto di Monti, perché potesse beneficiare delle politiche monetarie permissive della Bce e continuare nelle riforme graduali e negli investimenti, che avevano portato la disoccupazione prima della crisi al 6% mentre ora a fatica scender sotto il 12%. Vogliamo tornare indietro di 50 anni, con un contratto di governo surrogato del compromesso storico e con il «vogliamo tutto»?</p>
<p>Francesco Forte, Il Giornale 30 novembre 2018</p>
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		<title>Reddito di cittadinanza, un mostro che porterà ingiustizie e povertà</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/reddito-di-cittadinanza-un-mostro-che-portera-ingiustizie-e-poverta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Forte]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Oct 2018 13:07:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[reddito cittadinanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il reddito di cittadinanza, come attualmente concepito, è un oneroso mostro finanziario destinato a gravare sul nostro disavanzo pubblico in misura molto superiore agli 8 miliardi di euro più 2 di spese per il personale dei centri dell&#8217;impiego messi a bilancio per il 2019. Infatti esso entrerà in azione, a fine marzo, prima delle elezioni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il reddito di cittadinanza</strong>, come attualmente concepito, è un oneroso mostro finanziario destinato a gravare sul nostro disavanzo pubblico in misura molto superiore agli 8 miliardi di euro più 2 di spese per il personale dei centri dell&#8217;impiego messi a bilancio per il 2019.</p>
<p>Infatti esso entrerà in azione, a fine marzo, prima delle elezioni europee del 23 maggio, con un costo stimato di <strong>8 miliardi</strong>, che cominceranno a essere erogati in agosto. Essendo l&#8217;esborso dei cinque mesi del 2019, di 1,6 miliardi mensili, il costo annuo, nel 2020, sarà di 19 miliardi, al netto degli incrementi dovuti agli aumenti dei costi di nuovo personale per i centri per l&#8217;impiego e delle nuove domande di reddito di cittadinanza, comprese quelle estere di cittadini italiani del Sud America, che troveranno conveniente venire in Italia e di quelle di cittadini della comunità europea, che avranno maturato dieci anni di residenza fra noi. Il terzo anno, perciò, l&#8217;esborso crescerà ancora. E ciò con una serie di iniquità e di effetti collaterali negativi, che giustifica pienamente il termine «mostro».</p>
<p>Infatti i <strong>780 euro mensili</strong>, di cui al progetto, sono la soglia media nazionale di povertà, calcolata dall&#8217;Istat. Chi ha un reddito mensile di più di 780 euro e pertanto non è ufficialmente povero, di solito, per guadagnarlo, sostiene disagi, costi di trasporto e spese che non avrebbe stando a casa. Dunque, i 780 euro sono ingiusti verso chi lavora e l&#8217;attuale importo del reddito di cittadinanza incita alla pigrizia e la premia. D&#8217;altra parte i 780 euro sono la soglia nazionale della povertà, una media fra il costo della vita del Nord e del Sud e fra le città e i borghi. Con questo reddito di 780 euro mensili in un paesino del Sud una persona campa facilmente, anche se non ha una propria abitazione, perché i fitti sono bassi e le spese di riscaldamento e luce sono basse, mentre al Nord, in una città, questa cifra basta appena per sopravvivere.</p>
<p><strong>Accanto a queste palesi ingiustizie</strong>, ve ne sono altre che sorgono in relazione alla difficoltà di individuare i giovani poveri. Chi ha 18 anni e vive lontano dalla sua famiglia, se non ha un proprio reddito è statisticamente, un single povero. Ma se la famiglia è benestante, presumibilmente, gli dà i mezzi per vivere. Quale soglia di reddito familiare comporta che il 18 enne che vive fuori casa e non lavora abbia diritto al reddito di cittadinanza? E se il 18enne vive in casa, con un genitore con reddito inferiore a 1.160 euro, il giovane potrà avere la sovvenzione di 780 euro, dato che una persona con un figlio a carico minorenne, con reddito di meno di 1.160 euro avrà diritto a un conguaglio sotto forma di reddito di cittadinanza, sino a tale importo?</p>
<p><strong>Più si leggono queste regole</strong>, più si ha la sensazione che oltre che essere un mostro finanziario che darà luogo a una redistribuzione iniqua, il reddito di cittadinanza sia anche un mostro burocratico, che darà luogo a un complesso contenzioso e a polemiche di chi si sentirà escluso o non sovvenzionato abbastanza. Una guerra fra postulanti, per sussidi, con risorse per il non lavoro, anziché per creare posti di lavoro e ridurre i costi del lavoro.</p>
<p>Un mostro con la sequenza: più deficit, più spread nei finanziamenti bancari, meno Pil, più poveri e più tasse.</p>
<p>Francesco Forte, Il Giornale 7 ottobre 2018</p>
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		<title>Manovra, ci pensi Mattarella</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/13527-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Forte]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Sep 2018 08:59:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ora la palla passa a Mattarella ed è avvelenata. Mentre i ministri 5 stelle festeggiavano la loro vittoria dalla finestra di palazzo Chigi, lo spread dei Btp aumentava portandosi verso i 280 punti. La borsa andava verso la caduta del 4,36%, con i titoli bancari che registravano perdite molto elevate perché le nostre banche hanno [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ora la palla passa a Mattarella ed è avvelenata. Mentre i ministri 5 stelle festeggiavano la loro vittoria dalla finestra di palazzo Chigi, <strong>lo spread</strong> dei Btp aumentava portandosi verso i 280 punti. La borsa andava verso la caduta del 4,36%, con i titoli bancari che registravano perdite molto elevate perché le nostre banche hanno nei loro portafogli 373 miliardi di debito pubblico italiano, il quale ammonta a circa 2.424 miliardi, di cui il 25% (circa 600 miliardi) in mano a soggetti esteri o estero vestiti. Esso supera il 130 del nostro prodotto interno lordo (Pil).</p>
<p>Il Financial Times sotto la foto dei ministri pentastellati che festeggiano, scrive che lo spread sui titoli italiani salirà ancora. Invece il Wall Street Journal, registrano l&#8217;effetto negativo del deficit al 2,4% italiano, con la sfida a Bruxelles e ai mercati, si domanda se non si tratti di un bluff. In effetti, ora il presidente della Repubblica si trova di fronte alla violazione delle regole costituzionali italiane del bilancio e del debito pubblico: <strong>l&#8217;articolo 81</strong>, versione 2012, che stabilisce il pareggio, salvo la correzione per la capacità produttiva inutilizzata e per gli eventi eccezionali e l&#8217;articolo 97 che (nel testo 2012), dispone che «Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l&#8217;ordinamento dell&#8217;Unione europea, assicurano l&#8217;equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico».</p>
<p>Dunque <strong>il presidente Mattarella</strong> ha il compito di verificare se il bilancio del governo italiano che nel 2019 e nei biennio seguente ha un deficit del 2,4% sia coerente con la prescrizione dell&#8217;Unione europea per cui il deficit del 2019 deve essere dello 0,9 salvo margini di flessibilità dovuti a una capacità produttiva non utilizzata e a eventi eccezionali. La differenza fra 2,4% e 0,9% è di 1,5 punti e non è possibile dimostrare che la spesa per il reddito di cittadinanza, stimata in quasi 10 miliardi generi una nuova capacità produttiva per questo importo o serva per far fronte a un evento eccezionale. Anche la pensione di cittadinanza non è giustificabile con i criteri di flessibilità italiani ed europei. Soprattutto, Mattarella ha di fronte l&#8217;articolo 97, che riguarda la sostenibilità del debito pubblico.</p>
<p><strong>Nel 2019 finisce l&#8217;acquisto di debito</strong> sul mercato secondario da parte della Bce e Draghi termina il suo mandato. Mentre nel 2018 l&#8217;Italia non ha dovuto rinnovare una grossa quota del suo debito, nel 2019 vengono a scadenza 277 miliardi di titoli, lo 11,4% del totale. Ora se lo spread per questo rinnovo aumenta, c&#8217;è una maggior spesa per interessi sul debito, che porta il deficit complessivo sopra il 2,4%. Inoltre lo spread elevato può indurre le banche a vendere una parte del loro debito, appesantendo l&#8217;offerta di titoli rispetto alla domanda accrescendo lo spread. Un costoso circolo vizioso, che urta contro la norma sulla sostenibilità del debito di cui all&#8217;articolo 97.</p>
<p>Insomma, <strong>occorre un deficit entro il 2%</strong> per far sì che il debito cali in misura adeguata a tranquillizzare i risparmiatori esteri e italiani e a rafforzare le banche, che debbono avere buon i parametri per espandere il credito all&#8217;economia. Ciò fa crescere il Pil, migliora il rapporto debito/Pil e dà più entrate, consentendo aliquote più basse. Ammesso che Mattarella firmasse il decreto col bilancio con deficit al 2,4%, ci sarebbe, poi, la procedura europea di infrazione. E per evitarla bisognerebbe aumentare l&#8217;Iva o ridurre la spesa di cittadinanza. Fine della corsa. Presidente Mattarella, salvaci tu.</p>
<p>Francesco Forte, Il Giornale 29 settembre 2018</p>
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		<title>Deficit, quando una vocale fa la differenza</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/deficit-quando-una-vocale-fa-la-differenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Forte]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Sep 2018 13:01:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fra sfiorare e sforare c’è solo una vocale, che fa la differenza. Ma nel caso del nostro bilancio, questa differenza &#8211; quasi impercettibile dal punto di vista del suono e della scrittura delle parole &#8211; è enorme dal punto di vista degli effetti finanziari, che riguardano il nostro debito pubblico. E, perciò, essa influenza fortemente [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Fra sfiorare e sforare c’è solo una vocale</strong>, che fa la differenza. Ma nel caso del nostro bilancio, questa differenza &#8211; quasi impercettibile dal punto di vista del suono e della scrittura delle parole &#8211; è enorme dal punto di vista degli effetti finanziari, che riguardano il nostro debito pubblico. E, perciò, essa influenza fortemente le decisioni dei risparmiatori nazionali e internazionale che lo posseggono e di quelli che lo potrebbero comprare.</p>
<p>Il nostro<strong> debito pubblico</strong> nei sette anni dopo la caduta (orchestrata) del governo Berlusconi alla fine del 2011 è aumentato dal 118% al 132%. Per ridare agli investitori la fiducia nel nostro debito, che sin qui è stata assicurata dalla politica di acquisto della Bce di titoli a medio e lungo termine sul mercato secondario, occorre fare calare il rapporto debito pubblico/Pil di almeno due punti all’anno cioè di sei punti nel prossimo triennio. Esso così <strong>scenderebbe sotto il 130%</strong>, in un area prossima al 125%. Se ciò non accadrà, la parola d’ordine che correrà fra i consulenti finanziari dei risparmiatori stranieri e italiani, sarà molto più facilmente «vendere» che «comprare», perché il debito italiano sarà rischioso, in quanto sta per terminare la rete protettiva degli interventi di acquisto della Bce. Per di più, il presidente <strong>Mario Draghi</strong> che l&#8217;aveva teorizzata e applicata, sarà sostituito da un altro presidente. In questa prospettiva senza una riduzione del debito pubblico che lo porti sostanzialmente sotto quota 130, e faccia vedere che l’Italia vuole risanare questa anomala situazione, lo spread ovvero divario fra il tasso di interesse sui Bund tedeschi e i titoli del debito italiano aumenterà, generando un costo addizionale degli interessi sul debito pubblico che farà salire la spesa pubblica e peggiorerà il bilancio, innescando una spirale minacciosa di perdita di credibilità della nostra finanza pubblica.</p>
<p><strong>Ed ecco la differenza fra sforare e sfiorare tradotta in cifre</strong>, cioè dal gioco di parole al gioco dei numeri. L’idea che emerge fra i politici è quella di sfiorare il deficit del 3% &#8211; come annunciato domenica sera dal vicepremier Matteo Salvini -, ma non di sforarlo onde avere a disposizione un tesoretto da usare soprattutto per nuove spese correnti come il reddito di cittadinanza cioè l’assistenzialismo a cui si aggiungerebbe uno spazio per la Controriforma delle pensioni, con briciole per una prima attuazione della flat tax e per investimenti essenziali.</p>
<p><strong>Ma un deficit del 2,99%,</strong> dato l’aumento del Pil reale dello 1,3% e di quello monetario dello 1,5%, ossia con un aumento del Pil nominale del 2,8, comporterebbe solo una riduzione di 0,9% del rapporto debito/Pil in quanto il Pil salirebbe di 2,8 mentre il debito per mantenersi a una percentuale attorno al 130% potrebbe crescere di un 30% in più di 2,8% ossia di 0,93% a 3,73%. Pertanto la riduzione del debito sfiorando il 3% senza sforarlo scenderebbe di meno di un punto. Se invece il deficit sfiora il 2% ma non lo sfora, la riduzione annua sfiorerebbe i due punti. Ma ciò comporta di sacrificare l’attuazione del reddito di cittadinanza e di limare le altre due riforme, per salvare anche gli investimenti essenziali.</p>
<p>Mentre il programma minimo della <strong>Lega</strong> consente di sfiorare il parapetto con cui ci si difende dal rischio debito, senza sforarlo e creando più crescita in futuro, il programma dei <strong>5 Stelle</strong>, che non può fare a meno di una spesa non irrisoria per il reddito di cittadinanza e progetta pochi investimenti, tutti con denaro pubblico, lo sforerebbe e peggiorerebbe la capacità di crescita.</p>
<p>Francesco Forte, Il Giornale 4 settembre 2018</p>
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		<title>Per i mercati la Grecia ora è l&#8217;Italia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/per-i-mercati-la-grecia-ora-e-litalia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Forte]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Aug 2018 18:40:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[conti italiani]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[grecia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«La fine della maratona del salvataggio della Grecia, di lunedì scorso, potrebbe far supporre che le preoccupazioni per l&#8217;euro siano finite, ma ora i mercati tremano a causa dell&#8217;Italia». Così scrive Marcus Walker sul Wall Street Journal di ieri mostrando che lo spread sui titoli decennali italiani sui tedeschi il 17 era arrivato a 2,70 [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>«La fine della maratona del salvataggio della Grecia, di lunedì scorso, potrebbe far supporre che le preoccupazioni per l&#8217;euro siano finite, ma ora i mercati tremano a causa dell&#8217;Italia». Così scrive Marcus Walker sul Wall Street Journal di ieri mostrando che <strong>lo spread sui titoli decennali italiani</strong> sui tedeschi il 17 era arrivato a 2,70 punti, con una netta inversione di rotta, rispetto al marzo.</p>
<p>La ragione di ciò, secondo l&#8217;editorialista del WSJ, è che questo governo non dà garanzia circa la riduzione del deficit mentre il Pil italiano cresce in modo fiacco, sicché è ancora inferiore del 5% quello pre crisi del 2007, mentre il Pil medio dell&#8217;Ue è a +5%, il tedesco a +10, il francese a +6, lo spagnolo a +4. Anziché cercare di porre rimedio alla <strong>bassa crescita</strong>, con politiche che danno più spazio all&#8217;afflusso di capitali in Italia, garantendone la solvibilità, il governo attuale &#8211; scrive l&#8217;editorialista &#8211; si presenta con il ministro degli Affari europei Savona, che definisce l&#8217;euro come una «gabbia tedesca» e col presidente della Commissione bilancio Borghi che dice che la Banca centrale europea dovrà prendersi in carico il debito pubblico italiano, per evitare il crollo dell&#8217;euro. Ma la Bce continua Walker -, se interverrà scaricherà il costo della crisi sul sistema bancario e sull&#8217;economia dell&#8217;Italia. Perciò l&#8217;investimento finanziario sta lasciando l&#8217;Italia.</p>
<p>Sin qui il WSJ. Il 18 il <strong>ministro delle Infrastrutture Toninelli</strong> ha inviato ad Autostrade per l&#8217;Italia una lettera con cui avvia la revoca della concessione dell&#8217;Autostrada A10 del 1997 e delle successive integrazioni.</p>
<p>La revoca farebbe ricadere sulla finanza pubblica investimenti sino ad ora sostenuti dalla concessionaria, utilizzando i proventi dei pedaggi. Autostrade per l&#8217;Italia ha fatto meno investimenti di quelli che avrebbe dovuto fare. Proprio per questo il passaggio alla finanza statale della spesa di investimento in questione risulta molto pesante.</p>
<p>E dove troverà i mezzi finanziari, questo governo, che già vuole usare una parte delle risorse del bilancio per il reddito di cittadinanza, un minimo di flat tax, la ri-nazionalizzazione di Alitalia, eccetera? Invece, si potrebbe chiedere a Autostrade per l&#8217;Italia uno sforzo maggiore di investimento «riparatorio» per il <strong>disastro di Genova</strong>, costruendo non uno ma due ponti in ferro, per il traffico degli autocarri e a quello delle auto. Ciò per ridurre l&#8217;eccesso di pressione a cui è stato sottoposto il ponte Morandi e per fare manutenzioni tempestive in uno dei due ponti, senza stop al traffico, che temporaneamente andrebbe tutto sull&#8217;altro. Ho fatto solo un esempio di ciò che occorre fare, per non diventare un caso Grecia.</p>
<p><strong>Lo Stato e il mercato possono collaborare</strong> in un gioco a somma positiva, col principio aureo che al mercato bisogna dare buone regole e controllori perché funzioni. Una politica con cui l&#8217;Italia ricava il prestigio dai fatti positivi, non da atti di sfida e arroganza, che innescano giochi a somma negativa, in cui ci perdiamo tutti.</p>
<p>Francesco Forte, Il Giornale 20 agosto 2018</p>
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		<title>Il Leviatano fiscale del nuovo governo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-leviatano-fiscale-del-nuovo-governo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Forte]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jul 2018 14:53:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con la Lega nel governo, speravamo nella flat tax. Invece ci ritroviamo col Leviatano fiscale, che compare mediante il viso suadente di Luigi Di Maio. E dilaga, rompendo steccati in cui sembrava ingabbiato. La prima rottura la fa mediante la tassa sui vitalizi del passato, che vengono scremati con un misterioso modello contributivo, mediante una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="entry-content"><strong>Con la Lega nel governo, speravamo nella flat tax</strong>. Invece ci ritroviamo col Leviatano fiscale, che compare mediante il viso suadente di Luigi Di Maio. </span></p>
<p>E dilaga, rompendo steccati in cui sembrava ingabbiato.</p>
<p><strong>La prima rottura la fa mediante la tassa sui vitalizi del passato</strong>, che vengono scremati con un misterioso modello contributivo, mediante una delibera dell’ufficio di presidenza della Camera. Così si viola l’articolo 23 della Costituzione che stabilisce che nessuna prestazione patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge. È un precedente pericoloso.</p>
<p>Questa procedura di modifica di benefici concessi nel passato remoto mediante norme interne potrebbe essere estesa ai trattamenti dei dipendenti di tutte le amministrazioni i cui vertici hanno poteri regolamentari per membri, dipendenti e soggetti che vengano con loro in rapporto.</p>
<p>Dopo questa prima mossa, con cui ha stracciato la regola «nessuna tassazione, senza votazione del parlamento»,<strong> il Leviatano fiscale</strong> ha aggredito le pensioni da 4mila euro in su, definite di privilegio, preparando a loro carico un contributo di solidarietà, che dovrebbe fruttare quasi un miliardo di euro. Questo balzello non violerà l’articolo 23 della Costituzione, perché sarà varato con disegno di legge. Ma violerà l’articolo 53 riguardante la capacità contributiva e l’articolo 3 sulla eguaglianza di trattamento a parità di situazione.</p>
<p><strong>I pensionati hanno meno capacità contributiva</strong> dei contribuenti in età lavorativa, ma dovranno pagare un <strong>tributo di solidarietà</strong> a loro riservato, onde finanziare pensioni minime prive di base nei contributi. Ciò con la singolare concezione per cui sono gli anziani che si danno carico degli anziani bisognosi. Il nuovo Leviatano fiscale ha una logica tutta sua, che proviene dal firmamento pentastellato ed esprime una nuova etica. La terza e la quarta mossa del nuovo Leviatano fiscale stanno nel <strong>decreto legge Dignità</strong>, ora in Gazzetta Ufficiale.</p>
<p>Esso reputa urgente modificare i contratti di lavoro a termine, imponendo l’aumento dello 0, 5% dei contributi sociali di cui all’articolo 2 comma 28 della legge 28 giugno 2012 n. 92 dovuti al loro rinnovo, che sono lo 1,4% della retribuzione. Il loro aumento è lo 0,7 di questa. Tale tributo aggiuntivo, secondo il legislatore del decreto Dignità farà perdere gettito, perché scoraggerà questi contratti.</p>
<p><strong>Anche la chiusura dei negozi la domenica</strong>, farà perdere gettito perché farà diminuire l’occupazione. Il Leviatano fiscale rimedia a ciò aumentando l’imposta sul gioco, da cui prevede un aumento di introito. Lo scopo dichiarato di questo balzello aggiuntivo è di scoraggiare il gioco e ridurre la <strong>«ludopatia»</strong>. Ma se l’effetto è un maggior gettito, vuol dire che il gioco non sarà scoraggiato. Tuttavia il nuovo Leviatano fiscale considera questo tributo come uno strumento di dignità. E lo ritiene urgente.</p>
<p>Non si considera urgente la <strong>flat tax</strong>. Non si ritiene urgente estendere l’aliquota piatta del 15% a tutti i lavoratori autonomi e alle piccole imprese sino a 50 mila euro di fatturato, in esonero da Iva. Ciò darebbe fiato a tante piccole attività e farebbe uscire dal nero molte prestazioni. Ma il Leviatano fiscale ama il gettito d’alte imposte con «decrescita felice», non quello di basse imposte che fanno ingrandire le piccole energie.</p>
<p>Francesco Forte, &#8220;Il Giornale&#8221; 15 luglio 2018</p>
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		<title>Perché il rating fa più paura dello spread</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/perche-il-rating-fa-piu-paura-dello-spread/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Forte]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 May 2018 09:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[spread]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Purtroppo la peggiore delle mie previsioni si è avverata. Oramai siamo giunti sull&#8217;orlo del baratro, oltre cui non possiamo andare, se vogliamo evitare il commissariamento tipo Grecia della nostra economia e della nostra finanza da parte di Bruxelles. In assenza di indicazioni sul vero programma di governo che interessa ai mercati, quello relativo al Def, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Purtroppo la peggiore delle mie previsioni si è avverat</strong>a. Oramai siamo giunti sull&#8217;orlo del baratro, oltre cui non possiamo andare, se vogliamo evitare il commissariamento tipo Grecia della nostra economia e della nostra finanza da parte di Bruxelles.</p>
<p>In assenza di indicazioni sul vero programma di governo che interessa ai mercati, quello relativo al Def, <strong>il Documento di Economia e Finanza</strong>, in cui si indica per il prossimo triennio l&#8217;entità del deficit e quella del debito pubblico in rapporto al Pil, lo spread ossia il differenziale rispetto a titoli pubblici meglio quotati (i Bund tedeschi, di fatto) ha varcato la soglia dei 200 punti e si sta avvicinando pericolosamente ai quella di 250, oltre cui sui mercati si scatena la parola «sell», ossia «vendere».</p>
<p>In previsione di ciò, e in qualche modo contribuendo al verificarsi di tale previsione, <strong>l&#8217;agenzia di rating Moody&#8217;s si avvia</strong> a declassare il nostro debito a una categoria che rende legalmente impossibile per la Bce, la Banca Centrale Europea, di continuare a comperare sul mercato secondario quote di debito pubblico italiano, sulla base del suo vigente programma di facilitazione quantitativa (Qe: Quantitative Easing).</p>
<p><strong>Uno scenario pauroso</strong>, perché questo ossigeno sino ad ora ha consentito al nostro nuovo debito pubblico, derivante da nuovi debiti o dal rinnovo di titoli vecchi venuti a scadenza, di esse collocato sul mercato primario a <strong>tassi di interesse bassi</strong> per poi transitare nel mercato secondario, quello dei titoli già in precedenza emessi, riempendo lo spazio lasciato libero dai titoli comprati dalla Bce mediante la politica di Qe. Ora questo ossigeno verrebbe meno, proprio mentre lo spread sale.</p>
<p><strong>L&#8217;aumento del tasso</strong> farebbe saltare i conti del bilancio statale, già appesantito dall&#8217;onere del pagamento degli interessi passivi su un debito che arriva al 132% del Pil. Un livello altissimo, a cui è stato portato dai governi che dal novembre del 2011 sono succeduti a quello di Berlusconi, tolto di mezzo da una tempesta finanziaria, con molti aspetti simili a quella che si profila ora, ma che si basava su un debito del governo ritenuto eccessivo perché giunto al 118% sul Pil.</p>
<p><strong>Nonostante i benefici della politica della Bce</strong>, operativi dal 2012, i governi a guida Pd che si sono succeduti dalla fine del 2011 sono riusciti a far lievitare il nostro debito di ben 14 punti in 6 anni.</p>
<p><strong>È evidente che questa volta</strong> la tempesta finanziaria sul debito italiano non porterebbe alla mera nomina di un governo tecnico inventato dal Presidente della Repubblica per sanare la situazione, come quello di Monti che la peggiorò grazie anche alla pesante tassazione patrimoniale immobiliare, che diede luogo a un mix di crisi edilizia e di crisi bancaria.</p>
<p>Questa volta, essendo il debito a quota 132, <strong>la prospettiva è quella dell&#8217;insolvenza</strong> e del commissariamento mediante il Fondo salva stati, come è accaduto alla Grecia, con conseguenze negative gravissime per noi, ma gravi per tutta l&#8217;Eurozona e tutta l&#8217;Europa. Le caselle dei vari ministeri, le liti sui programmi, le discussioni sulla riforma dell&#8217;euro o la fuoriuscita da esso, avvicinano alla esplosione della spirale pericolosa. La ricreazione è finita: urge un Def atto a far rientrare la tempesta.</p>
<p>Francesco Forte, Il Giornale 27 maggio 2018</p>
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		<title>Trump contro la Cina, una modesta scaramuccia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/trump-contro-la-cina-una-modesta-scaramuccia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Forte]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Apr 2018 14:39:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La «guerra» dei dazi fra gli Stati Uniti di Trump e la Cina non costituisce una minaccia al libero scambio mondiale, nell&#8217;era della globalizzazione, intanto perché non è una vera guerra, ma &#8211; almeno sino ad ora &#8211; una modesta scaramuccia, ma soprattutto perché la reazione della Cina è puramente simbolica. Trump pone dazi su [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="entry-content"><strong>La «guerra» dei dazi</strong> fra gli Stati Uniti di <strong>Trump</strong> e la Cina non costituisce una minaccia al libero scambio mondiale, nell&#8217;era della globalizzazione, intanto perché non è una vera guerra, ma &#8211; almeno sino ad ora &#8211; una modesta scaramuccia, ma soprattutto perché la reazione della Cina è puramente simbolica.</span></p>
<p><span class="entry-content"><strong>Trump</strong> pone dazi su prodotti strategici come acciaio, alluminio e high-tech elettronica per 60 miliardi di dollari e la Cina risponde con dazi per tre miliardi su generi alimentari. Carne di maiale per un miliardo di dollari circa, con dazio del 25%; frutta, mele, pere, noccioline, per 1,5 e vino per 0,5 miliardi, con dazio del 15 per cento La disparità delle cifre fra quelle che <strong>Trump</strong> ha disposto, e quelle con cui la Cina ha replicato è di 20 a 1. Ciò si collega al fatto che la bilancia del commercio degli Usa con la Cina è passiva per oltre 300 miliardi di dollari annui. Il dazio del 25% sull&#8217;acciaio e del 10% sull&#8217;alluminio esportato dalla Cina negli Usa disposto da <strong>Trump</strong> riguarda poco meno del 20% di questo deficit commerciale. Il resto, per un altro 2-3% riguarda prodotti high-tech sensibili per la Difesa. La Cina non ha interesse a perdere un cliente come Washington. </span></p>
<p><span class="entry-content"><strong>La sua modesta reazione</strong> mostra che si rende conto che la situazione siderurgica americana è tragica e non si addice a un&#8217;economia che ha la maggiore spesa militare per la Difesa del mondo, alla cui base c&#8217;è il metallo. La maggiore impresa Usa di acciaio è Us Steel con 11 miliardi di dollari di fatturato annuo mentre la franco-indiana Arcelor Mittal fattura 57 miliardi e la Thyssen Krupp tedesca ne fattura 40. La Cina potrà ridurre parzialmente l&#8217;effetto dei dazi di <strong>Trump</strong> mandando il surplus di prodotto in Paesi terzi, che li fanno diventare propria merce e cercando di mandarli negli Usa, ove essi non sono soggetti al dazio. Ma gran parte del surplus cinese di acciaio e alluminio rimarrà in Asia o tenterà di affluire all&#8217;Europa. L&#8217;Italia è fra i dieci maggiori produttori mondiali di acciaio, ma ha un&#8217;industria siderurgica molto frammentata e competitiva, ubicata soprattutto nei luoghi di utilizzo nel settore metalmeccanico: salvo l&#8217;Ilva di Taranto che fattura poco più di due miliardi all&#8217;anno, molti per l&#8217;economia locale, una briciolina a livello globale. Gli effetti negativi potranno essere limitati anche perché la Cina e l&#8217;Asia crescono e una parte crescente di questo sovrappiù sarà assorbito in quel continente. Le cifre in gioco in questa contesa doganale a tutta prima possono fare una certa impressione. Ma per l&#8217;economia mondiale della globalizzazione sono una puntura di spillo. </span></p>
<p><span class="entry-content"><strong>Che cosa sono mai 60 miliardi di dollari</strong> rispetto al Pil (il Prodotto interno lordo) degli Usa che è di circa 18mila miliardi di dollari e a quello della Cina che è di 11mila e a quello dell&#8217;Unione europea di 20mila? Tutto sotto controllo, dunque? </span></p>
<p><span class="entry-content"><strong>Non proprio</strong>, perché il mondo globalizzato, contrariamente a quanto molti economisti e politologi non aggiornati reputano, comporta la necessità di ri-valorizzare le identità nazionali. Ciò perché, diversamente, il mercato globale perde la natura di economia di libera concorrenza e diventa economia delle tecnocrazie controllata da alcuni paesi. L&#8217;Italia, il cui Pil è circa un decimo di quello dell&#8217;Unione europea deve tenere gli occhi aperti per non fare la fine del vaso di coccio fra quelli di ferro dell&#8217;asse franco-tedesco. Questo può e deve tornare a essere un tridente, come quando fu firmato il patto dell&#8217;euro, negli anni 80 del &#8216;900.</span></p>
<p>Francesco Forte, &#8220;Il Giornale&#8221; 3 aprile 2018</p>
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		<title>Sacchetti bio, possibile che si riescano a sbagliare anche le cose giuste?</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sacchetti-bio-possibile-che-si-riescano-a-sbagliare-anche-le-cose-giuste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Forte]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jan 2018 10:01:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[ambientalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si complica il giallo surreale dei sacchetti per la frutta al supermercato. Il governo fa una mezza marcia indietro e annuncia che le borsette si potranno portare da casa, ma a patto che non siano già state usate. Ma è possibile che in questo Paese si riescano a sbagliare anche le cose giuste? Ci sono [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Si complica il giallo surreale dei sacchetti per la frutta al supermercato</strong>. Il governo fa una mezza marcia indietro e annuncia che le borsette si potranno portare da casa, ma a patto che non siano già state usate.</p>
<p>Ma è possibile che in questo Paese si riescano a sbagliare anche le cose giuste?</p>
<p><strong>Ci sono problemi come il rischio di una guerra nucleare</strong> e quello di manovra fiscale correttiva fatta di nuove tasse; ma il tema del giorno sembra essere quello dell&#8217;obbligo di usare i sacchetti biodegradabili.</p>
<p><strong>I sacchetti di plastica impiegati a milioni negli esercizi commerciali</strong>, finiscono spesso nel mare e negli altri corsi d&#8217;acqua, vanno in bocca ai pesci, con effetti negativi per loro e per chi se ne ciba. Poiché questi sacchetti non periscono, riaffiorano dalle acque e il loro accumulo s&#8217;accresce. Una parte dei sacchetti vengono buttati dalle pendici di colline e montagne e le deturpano.</p>
<p>Quelli biodegradabili non generano questi problemi.</p>
<p><strong>Ogni progresso tecnologico ha un costo</strong>, ma in genere il beneficio è molto maggiore del costo. E il fatto che il pubblico favorisca l&#8217;innovazione tecnologica invece che ostacolarla, per chiusura al nuovo, fa avanzare la comunità.</p>
<p><strong>Quando nel 1879 si completava il traforo del Gottardo</strong>, collegando l&#8217;Italia alla Svizzera con un tunnel ferroviario, ci fu lo sciopero dei postiglioni, che protestavano, perché dovevano riconvertirsi a un altro lavoro; le loro eleganti carrozze sarebbero state messe fuori uso; i cavalli di razza sarebbero stati sostituiti da anonime locomotive. Ma il viaggio si riduceva da una giornata a due ore e poiché anche il costo si sarebbe ridotto il numero di viaggiatori sarebbe aumentato, i traffici si sarebbero accresciuti.</p>
<p><strong>La sostituzione dei sacchetti di plastica con i biodegradabili</strong> sembra avvantaggiare soprattutto il mondo vegetale e animale. Ma in quanto abitanti di un paese turistico, ricco di arte e di storia, abbiamo interesse alla tutela dell&#8217;ambiente e del paesaggio, anche se non siamo sensibili all&#8217;ambientalismo e alla tutela degli animali.</p>
<p><strong>Il fatto che l&#8217;Italia applichi per prima</strong> questa norma di civiltà è un bel biglietto da visita. A ciò si oppone che non è giusto che sia il consumatore a sostenere l&#8217;onere della tutela ambientale: il costo di uno o due centesimi per sacchetto &#8211; si dice &#8211; dovrebbe essere a carico del venditore.</p>
<p>È un argomento errato.</p>
<p><strong>In economia di concorrenza</strong> i costi che vanno a carico del consumatore sono quelli minimi che esso accetta, perché il venditore diversamente va fuori gara. E ciò vale sia se il costo del sacchetto è compreso nel costo del prodotto o è calcolato a parte.</p>
<p><strong>Ma se il consumatore paga separatamente ogni sacchetto</strong>, cercherà di evitare di usarne troppi. E ne ha un danno particolare l&#8217;acquirente più attento. C&#8217;è chi vuole riutilizzare i sacchetti usati. Ciò in linea di principio è ambientalista, ma complica le operazioni di vendita, a danno di chi sta in fila in attesa del turno.</p>
<p><strong>Accettiamo questa novità</strong>: i centesimi che spendiamo per questo progresso, a tutela del mondo naturale e del nostro paesaggio, li possiamo recuperare evitando gli sprechi, che facciamo quando compriamo senza ben riflettere. [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p>Francesco Forte, Il Giornale 5 gennaio 2018</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sacchetti-bio-possibile-che-si-riescano-a-sbagliare-anche-le-cose-giuste/">Sacchetti bio, possibile che si riescano a sbagliare anche le cose giuste?</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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