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	<title>investimenti Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>investimenti Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>ConDivisioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Apr 2023 14:59:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se si guardasse di più alla sostanza ci si accorgerebbe di essere meno divisi di quel che si racconta. Se ci si occupasse di più della sostanza ci si accorgerebbe che condividere gli obiettivi non impedisce di dividersi fra maggioranza e opposizione, ma spinge a farlo con attenzione alle scelte anziché alle sceneggiate. Eppure la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se si guardasse di più alla sostanza ci si accorgerebbe di essere meno divisi di quel che si racconta. Se ci si occupasse di più della sostanza ci si accorgerebbe che condividere gli obiettivi non impedisce di dividersi fra maggioranza e opposizione, ma spinge a farlo con attenzione alle scelte anziché alle sceneggiate. Eppure la sostanza viene accuratamente evitata. Perché è imbarazzante, comporta approfondimento e la si considera noiosa. Per addetti ai lavori. Mentre gli addetti ai livori sembrano non accorgersi che se cresce il numero di quelli che non vanno a votare è anche perché non si sentono votati a partecipare alla zuffa sul nulla.</p>
<p>Prendiamo debiti e investimenti, due temi da cui dipende il futuro. E prendiamo il governo attuale, guidato dalla sola forza che si oppose al precedente, nonché il citato precedente, che comprendeva le forze che oggi si oppongono. In questo modo sarà facile vedere che, almeno a parole, tutti condividono la necessità di far diminuire il peso percentuale del debito pubblico in rapporto al prodotto interno lordo. Che è una condivisione estendibile a molti altri governi del recente passato, a prescindere dal loro esserci riusciti e dalla coerenza fra proclami e azioni. La sola eccezione è il governo Conte 1, che fece garrire la bandiera del fare più debito per mostrarsi più sovrani, così riuscendo a far una figura sovranamente di palta e doversi rimpiattare dietro illusionismi contabili.</p>
<p>Sul lato investimenti – che il bilancio pubblico italiano ha praticamente cancellato da decenni, con governi di diverso colore e uguale dedizione alla spesa corrente – il ministro Fitto ha detto in Parlamento due cose: a. il governo intende spendere tutti i fondi europei di cui si dispone;<br />
b. le modifiche delle quali si parla non sono relative alle mete ma alle tappe.<br />
Sommando le forze che sostenevano Draghi a quelle che sostengono Meloni, convergenti sul medesimo Pnrr, si totalizza l’unanimità sulle mete.</p>
<p>Lo scopo di quegli investimenti non è quello di rendere moderna e competitiva la produzione industriale italiana, perché lo è di già (interessanti le considerazioni del professor Marco Fortis, su “Il Sole 24 Ore” di ieri); lo scopo è sanare gli squilibri strutturali (scuola, sanità, digitale, mobilità, pubblica amministrazione) e territoriali (Nord-Sud, ma anche i diversi Nord e i diversi Sud). L’Italia produttiva corre che è una bellezza, difatti facciamo numeri importanti nelle esportazioni; ma c’è un’Italia a rimorchio, addormentata dall’assistenzialismo, che va svegliata e vitalizzata nella dignità del lavoro.</p>
<p>Condividere queste cose non è affatto poco. Mettiamoci anche la condivisione – sempre con lo stesso metodo di calcolo e al netto delle incoerenze – della scelta occidentale, atlantica, Nato, europea nonché a favore dell’Ucraina e il quadro diventa fin troppo confortante.</p>
<p>Dopo di che, ovviamente e giustamente, ci si divide. Ma perché la cosa abbia un senso sarebbe sano dividersi fra chi governa e pensa di far bene le cose a modo proprio e chi si oppone, tallona e critica chi governa perché non riesce a far le cose che si erano condivise. Ed è qui che casca l’asino. Dal governo giungono voci diverse e a ruota libera sui piani Pnrr e sui fondi Ngeu, mentre il ministro della Giustizia va da una parte e i decreti sulla giustizia dall’altra. Dall’opposizione non si capisce se sono per la legge concorrenza senza la deprimente manfrina sui balneari, se ritengono giuste le parole di Nordio, quindi attaccando per l’incoerenza e così via. Anziché discutere di come far crescere il Pil per far scendere il debito e del nuovo (ipotizzato) patto di stabilità, si apre la gara sciocca fra chi indica gli ‘schiaffi’ europei e chi millanta di battere i ‘pugni’. Così declassando la politica a rissa alticcia. Cui la metà degli italiani si rifiuta di partecipare, con tristi ragioni, mentre i partiti puntano a chi prende più voti nell’altra metà, con meste conseguenze. La sostanza sarà pure noiosa, ma questa roba è mefitica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/venerdi-28-aprile-2023/"><em><strong> La Ragione</strong></em></a></p>
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		<title>Sarebbe fallimento collettivo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sarebbe-fallimento-collettivo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2023 10:56:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[investimenti]]></category>
		<category><![CDATA[PNRR]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/YKCPZ13px5E" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Imprese, piccolo non è più bello</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/imprese-piccolo-non-e-piu-bello/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Tomassini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Mar 2023 18:32:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[imprese]]></category>
		<category><![CDATA[investimenti]]></category>
		<category><![CDATA[pmi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel recente passato è stata opinione comune che il tessuto produttivo italiano, caratterizzato da ben200mila Pmi, garantisse al sistema produttivo nazionale una competitività maggiore rispetto agli altri Paesi Ue. Si riteneva che la flessibilità tipica di una impresa di dimensioni ridotte fosse indice della capacità di cogliere rapidamente ogni opportunità di business. Poi l’impatto di mercati sempre più aperti ha riscritto il novero delle caratteristiche vincenti per competere. Abbiamo assistito auna progressiva concentrazione in diversi settori, con i “giganti” internazionali capaci di dominare anche il mercato domestico; ne è un esempio l’industria del software. Alcuni campioni nazionali, tipicamente quelli con una specializzazione in un settore di nicchia, in alcuni casi hanno beneficiato dell’apertura dei mercati, e grazie all’export hanno assunto un ruolo internazionale; ne è un esempio la meccanica di precisione.</p>
<p>Ma come è cambiato il nostro tessuto produttivo? Nel 2020 le aziende italiane erano 4.253.279 (dati Istat) di cui il 95% era rappresentato dalle microimprese con meno di 10 addetti. Il rimanente 5% era composto in larghissima parte da poco più di 201mila Pmi. Quest’ultime rappresentavano però la parte più significativa del tessuto produttivo nazionale: circa il 77% del valore della produzione totale, il 76% della forza lavoro e più dell’85% del totale degli investimenti lordi in beni materiali. Dal 2016 il numero totale delle aziende si è ridotto di poco meno dell’1% e della stessa percentuale è calato il numero delle Pmi, in seno alle quali è avvenuta una divaricazione: le imprese più piccole (tra 10 e 49 addetti) hanno visto il segno negativo praticamente su tutti gli indicatori, mentre le aziende più grandi (quelle con più di 50 addetti) hanno registrato una crescita numerica e hanno guadagnato un peso maggiore sul tessuto produttivo nazionale.</p>
<p>Venendo aidati, la numerosità delle imprese tra i 10 e 49 addetti (che rappresentano l’87% delle Pmi) si è ridotta dell’1,6%, il valore della produzione è sceso del 9%, la forza lavoro è rimasta pressappoco invariata. Solo gli investimenti lordi in beni materiali mostrano una crescita del 2 per cento. Disegno opposto gli indicatori relativi al restante 13% delle Pmi, ovvero il cluster delle imprese con più di 50 addetti, il cui numero è aumentato del 5,3%, con la crescita del valore della produzione del 5%, un incremento a doppia cifra della forza lavoro pari al 12% e un aumento significativo degli investimenti lordi in beni materiali del +14 per cento. Attualmente il tessuto produttivo nazionale poggia in buona misura sulle circa 27mila imprese con più di 50 addetti, che costituiscono il 57% del valore della produzione nazionale (cresciuto nel quinquennio di osservazione di circa il 7%) e che concentrano più della metà della forza lavoro e il 69% degli investimenti lordi in beni materiali(cresciuto nel quinquennio di osservazione di quasi il 15%). Interessante notare come le aziende più grandi abbiano trainato la crescita nazionale, caratterizzandosi per un incremento significativo della forza lavoro e a doppia cifra degli investimenti lordi in beni materiali. I mercati caratterizzati da un forte competizione, o che sono in fase recessiva, tendono a favorire le aziende leader e ad allargare il distacco tra queste e tutte le altre. Le aziende più grandi rispondono meglio al nuovo contesto competitivo, mostrando una migliore capacità di affrontare mercati globalizzati e disruption improvvise, ed evidenziano una maggiore capacità di investire per far evolvere le competenze e affrontare la competizione nei propri mercati. In particolare, l’investimento in digitalizzazione può presentare ritorni più elevati, attraverso l’utilizzo della tecnologia oggi ampiamente disponibile, e consente, dunque, di ottenere una maggiore efficienza a parità di risorse impiegate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.ilsole24ore.com/"><strong><em>Il Sole 24 Ore</em></strong></a></p>
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		<title>Alessandro De Nicola: Arrivano i dollari e sono guai</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/alessandro-de-nicola-arrivano-i-dollari-e-sono-guai/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2020 06:16:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Banca d'Italia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="su-button-center"><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/06/denicola-larepubblica-arrivano-dollari-sono-guai.pdf" class="su-button su-button-style-flat su-button-wide" style="color:#ffffff;background-color:#003c71;border-color:#00305b;border-radius:5px" target="_self"><span style="color:#ffffff;padding:9px 30px;font-size:22px;line-height:33px;border-color:#4d779c;border-radius:5px;text-shadow:0px 0px 0px #ffffff"><i class="sui sui-newspaper-o" style="font-size:22px;color:#ffffff"></i> VISUALIZZA ARTICOLO</span></a></div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Spendere ma per cambiare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/spendere-ma-per-cambiare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2020 12:15:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rassegna video]]></category>
		<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[investimenti]]></category>
		<category><![CDATA[liquidità]]></category>
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		<item>
		<title>Ode breve agli investimenti stranieri in Italia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ode-breve-agli-investimenti-stranieri-in-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Dec 2016 11:57:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro de nicola]]></category>
		<category><![CDATA[investimenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Chi l’ha detto che lo Stato deve fermare tutti i soldi che dall’estero arrivano qui?[:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I lettori più anziani (e tutti i romani) si ricorderanno certamente il mitico film <strong><em>Il vigile</em> con Alberto Sordi e Vittorio De Sica</strong>. A un certo punto il vigile Otello Celletti, all&#8217;insegna di un programma anti-corruzione (o-ne-sta!) si candida a sindaco per il partito monarchico e riscuote un certo successo. Vittorio De Sica, sindaco in carica, gran signore ma affarista, decide di invitare a una festa elegante Otello affinché molli tutto in cambio di una sostanziosa contropartita. Sordi accetta riluttante l&#8217;invito e mentre la moglie Amalia gli aggiusta la cravatta le espone i suoi dubbi: &#8220;Amà non vorrei che questi me se volessero comprà&#8221;. Lei: &#8220;Magari to se comprassero!&#8221;.</p>
<p>Ecco, il dibattito politico sulla <strong>presunta invasione degli stranieri predatori</strong> che si stanno acquistando pezzi d&#8217;Italia poco per vota assomiglia molto a quello tra Otello ed Amalia. Da una parte la stragrande maggioranza della classe politica paventa l&#8217;arrivo dei forestieri e, non potendo ragionevolmente erigere le barricate quando viene comprata l’Inter o la Roma, si rifugia nel concetto di imprese &#8220;strategiche&#8221;.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-7977 aligncenter" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/12/Il-vigile-400x226.jpeg" alt="il-vigile" width="300" height="170" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/12/Il-vigile-400x226.jpeg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/12/Il-vigile-250x141.jpeg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/12/Il-vigile-150x85.jpeg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/12/Il-vigile-24x14.jpeg 24w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/12/Il-vigile-36x20.jpeg 36w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/12/Il-vigile-48x27.jpeg 48w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/12/Il-vigile.jpeg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
[spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<h2>Sicurezza nazionale</h2>
<p>Il concetto non è chiaro, anche se qualche legge ha cercato di esplicitarlo attraverso liste più o meno allargate. Sarebbero ricomprese nella categoria le <strong>industrie rilevanti per la sicurezza nazionale</strong> (non solo la difesa, anche le telecomunicazioni), quelle in cui attività si svolge in regime di monopolio o semi monopolio magari locale (porti, aeroporti o ferrovie, ad esempio), che gestiscono anti (Tema, Autostrade) o la produzione e la distribuzione di energia e gas (Enel, Eni) o trasporti (Alitalia) o che possono influire sull&#8217;opinione pubblica (mass media) oppure operano in aree protette dalla costituzione (a tutela del risparmio, quindi le banche, come pensava l&#8217;ex governatore Fazio).</p>
<p>Una costellazione non legata da un filo comune e cangiante a seconda dei gusti personali del governo dell&#8217;Autorità di vigilanza di turno. Certo, <strong>l&#8217;Europa ha un po&#8217; messo in difficoltà questo schema</strong>, perché la libera circolazione dei capitali, una delle quattro libertà fondamentali europee, rende difficile opporsi a una vendita quando l&#8217;acquirente è del Vecchio Continente; tutto l’armamentario giuridico approntato alla bisogna, in primis la famosa golden share che dà diritto di veto al governo, è stato smantellato o indebolito proprio dalla Commissione di Bruxelles o dai giudici di Lussemburgo.</p>
<h2>Lo Stato deve intervenire?</h2>
<p>Ma a prescindere dalla black letter of the law, c&#8217;è qualche giustificazione (oltre alla normativa antitrust) per l&#8217;intromissione dello Stato nei passaggi di proprietà che riguardano aziende private o sottoposte a regole di diritto privato?</p>
<p>Se vivessimo in un pianeta senza Stati nazionali e senza furfanti, dove l&#8217;informazione è trasparente e disponibile,<strong> la risposta sarebbe un secco no</strong>. Non essendoci ancora questo mondo ideale, una prima discriminante può riguardare l&#8217;onorabilità dell&#8217;offerente, pur trattandosi di una qualità che dovrebbe valere sia per i nostri compatrioti che per gli stranieri.</p>
<p>È vero che non bisogna abusare nemmeno di questo strumento perché se chiunque ha avuto problemi con la giustizia (e, come si suol dire, ha pagato il suo debito) o li ha in corso (ma non è stato ancora condannato in via definitiva) dovesse essere bandito da troppe attività economiche, in conseguenza inintenzionale di tale ostracismo sarebbe che l&#8217;unico rifugio per costui rimarrebbe l&#8217;economia illegale.</p>
<p>Tuttavia, nessuno ammetterebbe che le &#8216;ndrina di Reggio o il mandamento di Porta Nuova a Palermo possano essere soci di una banca italiana o la holding familiare di Assad azionista di una nostra industria delle telecomunicazioni.</p>
<h2>La sicurezza nazionale</h2>
<p>Quest&#8217;ultimo esempio ci porta all&#8217;altro grande ostacolo alla libera circolazione dei capitali, in sicurezza nazionale. Anche se opera nell&#8217;ambito della piena legalità, è normale che la cinese Shenjang, che costruisce i più temibili aerei da combattimento dell&#8217;aviazione cinese, non diventi azionista di industrie della difesa italiane o che la National Iranian Oil Corp. non possa lanciare un opa su Eni. Ahimè, gli Stati ostili esistano e non si può far finta di vivere in un Paradiso libertario. La qual cosa, peraltro, non vuol dire che arcane industrie debbano rimanere di proprietà dello Stato: negli Stati Uniti in Lookched Martin e in Northrop sono in mano ai privati, ad esempio.</p>
<h2>Investimenti stranieri, tre benefici</h2>
<p>Tuttavia, fatte salve queste eccezioni, per il resto le acquisizioni dall&#8217;estero portano tre benefici essenziali.</p>
<p><strong>1)</strong> Il primo è che affluiscono capitali nelle tasche dei vecchi proprietari italiani i quali, se vendono, pensano che i prezzo sia per loro conveniente e che possa essere reinvestito in modo pia profittevole in altre imprese. Semmai il fattore critico è che molti azionisti italiani alienano le azioni e si mettono in pensione, affidando i ricavato a qualche capace ed affabile private banker svizzero: lo spirito imprenditoriale, però, non lo si crea con la golden share, purtroppo. Financo se i paese di appartenenza dell&#8217;acquirente fosse protezionista, tanto peggio per lui: i mondo è pieno di opportunità di investimento per italiani con soldi da spendere.</p>
<p><strong>2)</strong> II secondo è che gli stranieri difficilmente vengono per &#8220;distruggere&#8221; il nostro patrimonio aziendale, ma per valorizzarlo, aggiungendo in più know-how sia manageriale che tecnologico. Se si vedono le ultime grandi società acquisite da stranieri, da Bulgari a Parmalat, da Loro Plana ad Avio, mi sembra che prosperino tutte e altre son state salvate dalla rovina, come Indesit.</p>
<p><strong>3)</strong> Infine, il forestiero è meno influenzabile dalla politica nostrana e le sue decisioni non sono dettate da esigenze elettorali. II problema per l&#8217;Italia non è di avere troppi investitori che vengono da Oltralpe, semmai i contrario, ed è per questo che con Amalia non possiamo che auspicare: &#8220;Magari ci si comprassero!&#8221;. [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><strong>Alessandro De Nicola</strong>, <em>Il Foglio</em> 23 dicembre 2016</p>
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