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	<title>centro Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>centro Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Meloni e la necessità di “aprire al centro”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ernesto Galli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Sep 2023 15:52:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[centro]]></category>
		<category><![CDATA[De Gasperi]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A chi conosce un po’ di storia d’Italia e vede la piega che sta prendendo il governo Meloni vengono subito alla mente due confronti, due ricordi, pur sapendo bene che il primo non piacerà molto all’attuale presidente del Consiglio. È il confronto con il governo che costituì Mussolini all’indomani della marcia su Roma, e con [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A chi conosce un po’ di storia d’Italia e vede la piega che sta prendendo il governo Meloni vengono subito alla mente due confronti, due ricordi, pur sapendo bene che il primo non piacerà molto all’attuale presidente del Consiglio. È il confronto con il governo che costituì Mussolini all’indomani della marcia su Roma, e con quello che costituì De Gasperi dopo la vittoria del 18 aprile. Nel novembre del 1922 il futuro duce si guardò bene dall’assegnare il ministero della Guerra ad Amerigo Dumini o a qualche altro scherano dello squadrismo: lo diede invece al maresciallo Diaz; tanto meno si rivolse a Roberto Farinacci per il ministero dell’Istruzione: chiamò Giovanni Gentile.</p>
<p>Ancor più e meglio De Gasperi, il quale, pur disponendo nel ’48 di una maggioranza assoluta in Parlamento non chiese a don Sturzo di fare il presidente della Repubblica. Lo chiese al liberale Luigi Einaudi, e allo stesso modo non diede lo strategico ministero degli Esteri a Dossetti o a un suo fedelissimo, lo diede al repubblicano Sforza. Ora, sia Mussolini che De Gasperi avevano, benché su scala maggiore, lo stesso problema cha si è presentato a Meloni. Entrambi i loro governi rappresentavano due fratture di portata drammatica rispetto al corso precedente della storia del Paese, due veri e propri terremoti politici carichi di un forte significato anche simbolico. Nel primo caso era la fine dell’Italia liberale, nel secondo la fine della conventi o ad excludendum dei cattolici dalla direzione dello Stato, che risaliva al Risorgimento. Ebbene, sia Mussolini che De Gasperi capirono che era loro interesse, proprio perciò, formare due esecutivi e addirittura scegliere un capo dello Stato che grazie ad una oculata scelta di nomi, cercassero di attutire quanto più possibile, agli occhi del Paese prima che a quelli dei loro avversari, la portata della rottura di cui sopra.</p>
<p>Capirono cioè che era un loro interesse mostrarsi, come si dice, inclusivi, scegliendo di essere affiancati da persone non appartenenti alla propria parte anche se naturalmente non ostili. E sicuramente lo fecero, si badi, non già per una qualche forma di debolezza o di sfiducia nelle proprie capacità. Al contrario: perché non solo si sentivano sicuri del fatto loro ma perché ognuno di essi intendeva che il proprio governo rappresentasse una vera rottura e l’apertura di una fase politica davvero nuova e destinata a durare, come in effetti fu. Immagino che una eguale ambizione abbia tuttora anche la nostra attuale presidente del Consiglio. Si dà il caso però che il risultato elettorale le abbia consegnato la guida di una coalizione nella quale il principale interesse dei suoi alleati è quello di renderle la vita difficile, mettendo ogni giorno potenzialmente in crisi il suo governo. Ne risulta che un obiettivo più che mai vitale di Giorgia Meloni non possa che essere quello di accrescere al massimo il proprio bottino di voti alla prossima occasione elettorale. Magari a spese dei suddetti alleati, ma ben più plausibilmente andando a pescare nel grande bacino costituito dagli italiani i quali la volta scorsa non le hanno dato il voto, o non hanno votato o hanno disperso il proprio voto parcheggiandolo da qualche parte. E cioè nell’elettorato definibile genericamente moderato o centrista che dir si voglia, il quale prima di darle il suo consenso ha voluto però vederla all’opera.</p>
<p>A Giorgia Meloni doveva essere evidente, insomma, che il suo interesse, una volta divenuta presidente del Consiglio, era quello di aprire al centro, come si dice. Che solo da lì poteva venirle la forza per consolidare la sua leadership realizzando il disegno di dar vita a una grande forza liberal-conservatrice, così da rimodellare il sistema politico italiano dando inizio a una fase davvero nuova della sua storia. Viceversa la presidente del Consiglio, lungi dal battere questa strada ha preso quella opposta. A cominciare dalla composizione del governo, infatti, invece di cercare di dare a questo un respiro nazionale, invece di aprire nelle molte nomine successive a chi rappresentava mondi e culture diverse dalle sue, invece di mostrarsi capace di ricercare e di accogliere nella propria compagine qualche significativa eccellenza del Paese disposta a collaborare con il suo tentativo, Giorgia Meloni si è rinchiusa in una sorta di «ridotto della Valtellina» identitario o, se si preferisce evitare infelici memorie, in una sorta di quadrato di Villafranca costituito da compagni quasi di scuola, da fedelissimi della prim’ora, da vecchi militanti amici, da congiunti e parenti stretti: che tutti quindi le devono tutto.</p>
<p>Il carattere schietto della presidente, abituata al parlare franco, non se la prenderà se le diciamo che non è così, però, che si costruisce una leadership autorevole. Non è così che si entra in sintonia con la maggioranza effettiva del Paese e se ne diventa la guida, non è così che si attua una grande svolta politica, e soprattutto non è così che si ottengono buoni risultati di governo. In politica la fedeltà a tutta prova può servire nel momento aspro dello scontro; ma quando invece si tratta di decidere, di organizzare e di agire nell’interesse della collettività, allora serve altro. Servono le competenze, le idee, l’immagine pubblica, le relazioni, le capacità. Serve l’impegno sincero a far parte di una squadra, di un governo appunto: che è cosa diversa da una schiera di pretoriani.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/23_settembre_20/scelta-ministri-nominela-fedelta-non-serve-paese-adf6bd3a-57da-11ee-ad09-f5d0e4dba93a.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>All’Italia non serve una riedizione del bipolarismo, ma una nuova e grande forza centrista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Umberto Minopoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Mar 2019 17:11:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[bipolarismo]]></category>
		<category><![CDATA[centro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il problema politico italiano è il centro. Il fatto che non esista, come formazione autonoma e visibile, è la fonte dei nostri problemi di governabilità. Ed è ciò che ingaburglia e fa avvitare la crisi politica latente. Abbiamo quattro forze che si spartiscono lo spettro politico elettorale: Lega, Pd, Forza Italia, M5s. Non sono uguali [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/allitalia-non-serve-una-riedizione-del-bipolarismo-ma-una-nuova-e-grande-forza-centrista/">All’Italia non serve una riedizione del bipolarismo, ma una nuova e grande forza centrista</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il problema politico italiano è il centro. Il fatto che non esista, come formazione autonoma e visibile, è la fonte dei nostri problemi di governabilità. Ed è ciò che ingaburglia e fa avvitare la crisi politica latente. Abbiamo quattro forze che si spartiscono lo spettro politico elettorale: <strong>Lega, Pd, Forza Italia, M5s. Non sono uguali tra loro. Non solo per pesi elettorali. Ma per capacità e possibilità di coalizione</strong>: la Lega ne ha sin troppa, il Pd non ne ha nessuna. Forza Italia è un equivoco. Ha rinunciato a una sua autonomia e si è consegnata a uno schema unico che consegna il suo destino a un alleato desiderato (Salvini) che, al momento, lo vede più come fastidio che come partner.</p>
<p>Nei fatti Forza Italia sta scomparendo dallo scacchiere. Il problema di Lega, Pd e 5 stelle è questo: <strong>non esiste composizione possibile o ipotizzabile tra loro che non riproduca il limite attuale del governo Lega-M5s</strong>: coalizioni estremiste, sbilanciate, radicali in economia, perennemente in fibrillazione, instabili. Abbiamo una <strong>legge elettorale</strong> che impone coalizioni. Ma abbiamo uno scacchiere politico che non consente coalizioni stabili, equilibrate, moderate (come deve essere, obbligatoriamente, una maggioranza di governo in una democrazia parlamentare normale). <strong>Questo è il problema italiano: l’attuale tripolarismo è solo fonte di instabilità.</strong> O si cambia la legge elettorale (di nuovo?) o si cerca di ristrutturare il sistema. E di creare quello che non c’è: una forza cuscinetto, per natura moderata, equilibratice, lagrangiana (in astronomia il punto equidistante tra i corpi massivi che annulla la reciproca gravità) e coalizzabile a destra e a sinistra.</p>
<p>Qualcuno in passato aveva ipotizzato che i 5 stelle potessero svolgere tale funzione. Una palese idiozia: un partito populista è il più distante e lontano da tale potenziale funzione. Forza Italia, ripetiamo, avrebbe potuto astrattamente puntare a essere questo. Avrebbe dovuto rinunciare a Berlusconi, compiere una rivoluzione liberale (che scongelasse perfino i rapporti a sinistra), evolvere in direzione di un’analogia con la Cdu. E allora la politica italiana sarebbe stata diversa. Insomma, tra Lega e Pd esiste un deserto politico in senso di formazioni moderate. Esistono Forza Italia e 5 stelle che, oggettivamente, non sono formazioni moderate e adatte a fungere da contrappeso e asse di equilibrio del sistema. Lega e Pd, pur con fortune elettorali diverse, sono nel guado. Non possono ovviamente (allo stato attuale) allearsi tra loro. Ma hanno entrambe costrizioni di alleanze problematiche e, specie nel caso del Pd, illusorie. Perfino la Lega. Essa ha a disposizione due risultati: fagocitare Forza Italia e puntare alla maggioranza di centrodestra; rendere stabile, al contrario, la maggioranza gialloverde. Questa seconda ipotesi è quella che oggi appare critica: <strong>dissesta i 5 stelle che si radicalizzano e, per rassicurare l’alleato, costringe Salvini a conflitti col proprio elettorato. </strong>Che, la sinistra dovrebbe finalmente dirlo, è sovranista e nazionalista ma, oggettivamente, meno populista e respingente in economia. Molti (in primo luogo in Forza Italia ma anche a sinistra) ritengono, per questo, inevitabile e scontato (e solo questione di tempo) il ritorno di Salvini allo schema del centrodestra unito. Anche nel Pd c’è chi considera questa una utile semplificazione e il ritorno a un bipolarismo destra-sinistra che è, ancora, l’unico schema di gioco concepibile dal Pd.</p>
<p>Controcorrente ritengo, invece, assai problematico lo schema bipolare. <i>In primis</i> per il Pd. Ma anche per Salvini. Il Pd è eccitato all’idea che lo smottamento dei 5 stelle li consegni facilmente a un’azione di conquista e dominio da parte del Pd (lodo Paolo Mieli). Questo schema sottovaluta un aspetto: il distanziamento dei grillini da Salvini avviene radicalizzando il Movimento. Che, al termine del tormento in corso, si ritroverà ancora più radicale ed estremista. Un bel problema per il Pd. Forse a tutti i giocatori in campo, al Pd come a Salvini, converrebbe che allo smottamento dei 5 stelle corrispondesse una trasformazione del sistema. E un nuovo tripolarismo. In cui tra Lega e Pd si interponga un centro alleabile e coalizzabile. E non il magma informe dei 5 stelle. Per Salvini, a mio avviso, un vero partito competitivo, non inanimato ed esangue come FI, liberale, moderato, europeista e antisovranista, partner possibile ma autonomo e distinto, netto e intransigente in economia (il partito che Monti costruì e poi disfece) potrebbe risultare una prospettiva meno ostica e spericolata che il “potere in solitario”. E certo è così per gran parte del suo elettorato e della classe dirigente della Lega. Ma anche per il Pd questa è la prospettiva più intelligente. Io non credo che Zingaretti possa essere, più di tanto, interessato al “recupero a sinistra”. A sinistra del Pd stagna uno spazio, ormai vuoto, occupato da residui di ceto politico, senza popolo e con idee stagnanti. Il Pd può elettoralmente crescere in due bacini: alla sua destra e tra quanti si sono rifugiati nell’astensionismo. Quel che può prendere dai 5 stelle (poco) verrà di default. Ma anche così – crescendo in queste aree – il Pd non risolve il suo problema: avere in Parlamento una formazione coalizzabile, al centro del sistema, liberale e moderata (come ha riconosciuto Prodi al Foglio).</p>
<p><strong>Ma attenzione: il Pd non può illudersi che un nuovo partito, liberale moderato, nasca per decreto del Pd</strong> (come nascevano, negli anni 50, i partiti del Fronte popolare nell’est). Che nasca dichiarando che si allea soltanto col Pd. Che prenda vita da aree, gruppi, personalità che “guardano (da sempre) a sinistra”. Una forza di centro, per essere tale e utile al sistema, deve essere un effettivo terzo polo tra Lega e Pd. Altrimenti riprodurremmo, a sinistra, il fallimento di Forza Italia. E poi: un partito centrista <i>octroyee</i>, costola a destra di una coalizione del Pd non porterebbe via voti a destra e toglierebbe al Pd, magari, voti già suoi. Un non senso. Creare in Italia un vero, nuovo, autentico partito liberale e moderato (una En Marche nelle particolarità politiche italiane) è una necessità dell’Italia. Non un rifugio per disadattati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da <a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2019/03/17/news/allitalia-non-serve-una-riedizione-del-bipolarismo-ma-una-nuova-e-grande-forza-centrista-242617/">ilFoglio.it</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/allitalia-non-serve-una-riedizione-del-bipolarismo-ma-una-nuova-e-grande-forza-centrista/">All’Italia non serve una riedizione del bipolarismo, ma una nuova e grande forza centrista</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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