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	<title>ius soli Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>ius soli Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Ius soli? Ecco 5 punti che dovrebbero unire pro e contrari</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ius-soli-ecco-5-punti-che-dovrebbero-unire-pro-e-contrari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Dec 2017 17:56:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[ius soli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non c’è da vestire a lutto per il trapasso, con la legislatura, dello ius soli. Anzi, intravedo una opportunità. Di merito e di metodo. La prossima legislatura s’annuncia poggiata su un terreno scivoloso, con gli astanti alacremente impegnati a insaponarlo ulteriormente, ma il tema della cittadinanza potrebbe ben essere quello su cui battere gli opposti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Non c’è da vestire a lutto </strong>per il trapasso, con la legislatura, dello <em>ius soli</em>. Anzi, intravedo una opportunità. Di merito e di metodo.</p>
<p><strong>La prossima legislatura s’annuncia</strong> poggiata su un terreno scivoloso, con gli astanti alacremente impegnati a insaponarlo ulteriormente, ma il tema della cittadinanza potrebbe ben essere quello su cui battere gli opposti isterismi.</p>
<p>Fin qui piazza frequentata solo da piazzaioli propagandisti, potrebbe ospitare un sano ritorno alla ragione.</p>
<p><strong>Servirebbe che i ragionevoli</strong>, che ci sono fra gli elettori e si vedrà se sopravviveranno fra gli eletti, individuassero cinque minimi denominatori comuni. Sul resto ci si potrà dividere e anche scontrare, ma se su quelli si converrà il risultato sarà migliore di quello che oggi (non) era agguntabile.</p>
<p><strong>1) Nessuno ha mai veramente proposto uno <em>ius soli</em></strong>, sicché si abbia la cortesia di archiviare quel nome e quella bandiera fra le propagande mal concepite e autolesioniste.</p>
<p>Assieme alla ridenominazione si abbandoni anche <strong>il tono moralistico</strong> di chi cerca di spiegare agli oppositori che per il solo esserlo sono tutti degli incivili. Sarebbe bello si evitasse anche d’essere <strong>palesemente incivili</strong> pur di raccattare qualche consenso, ma questo, forse, è pretendere troppo.</p>
<p><strong>2) I diritti degli stranieri che si trovano</strong> sul nostro suolo nazionale esistono di già. Da molto tempo. E visto che la Costituzione ha fatto 70 anni è il caso che tanti trovino il tempo di leggerla, almeno una volta nella vita. Particolarmente protetti, come è giusto che sia, sono i diritti dei minorenni.</p>
<p>Se vogliamo raccontarci che il grosso problema consisteva nel consentire loro di iscriversi ai campionati sportivi (non di giocare, ma di iscriversi a un campionato) possiamo pure continuare a vaneggiare, ma salute, assistenza e istruzione erano e sono già garantiti. E non sono in discussione.</p>
<p><strong>3) Quei diritti, come le procedure per l’acquisizione della cittadinanza</strong>, non devono essere inventati e neanche scritti ex novo, vanno aggiornati. La legge ha bisogno di manutenzione, perché è la realtà che regola a essere cambiata.</p>
<p><strong>4) Nessun cittadino italiano può essere sottoposto</strong> alla potestà di chi non risponde alle leggi italiane. Un minore non può essere cittadino italiano se chi esercita la patria potestà non è sottoposto a un ordinamento omologo.</p>
<p>Non è questione di bontà o cattiveria, <strong>ma di logica e diritto</strong>: se a un cittadino italiano si nega la libertà di culto è lo Stato, con la sua forza, a dovere intervenire e ripristinare il diritto; chi ne esercita un altro, derivante dalla genitorialità, deve rispondere al medesimo sistema giuridico, altrimenti torniamo all’era dei bambini rapiti per ragioni di (presunta) fede.</p>
<p>Pagina pessima, in cui la cattolicità diede dimostrazione d’insensibilità e malvagità (uno per tutti: <strong>il caso Mortara</strong>). Capovolgere quei precedenti non è un passo in avanti, ma un ritorno indietro. Il che vale per ogni altro diritto.</p>
<p><strong>5) Nell’aggiornare il diritto di cittadinanza ci si ricordi</strong> che quella vigente è sì nazionale, ma anche europea, quindi si proceda da una parte promuovendo e reclamando un effettivo e profondo coordinamento, meglio ancora una uniformità, continentale; dall’altra legiferando avendo in mente quel più vasto confine.</p>
<p><strong>Cinque punti che non esauriscono l’intero problema</strong>, lasciando spazi a visioni diverse e, quindi, a possibili scontri. Che sono la normalità. Ma che toglierebbero il tema dalle mani degli opposti isterismi, segnalando il ritorno all’uso della ragione.</p>
<p>Davide Giacalone, 28 dicembre 2017</p>
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		<title>Ius soli, sembra di giocare un derby</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ius-soli-sembra-di-giocare-un-derby/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Sep 2017 14:31:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[ius soli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci eravamo cullati nell’illusione che con la fine della Guerra fredda si sarebbero definitivamente spenti i fuochi del fanatismo ideologico. Ma i veleni che stanno intossicando il conflitto scatenato dai due fronti contrapposti sullo ius soli dimostrano invece che i detriti di quella mentalità ostruiscono ancora una sana, appassionata discussione tanto importante. Più che una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph"><strong>Ci eravamo cullati nell’illusione che con la fine della Guerra fredda</strong> si sarebbero definitivamente spenti i fuochi del fanatismo ideologico. Ma i veleni che stanno intossicando il conflitto scatenato dai due fronti contrapposti sullo ius soli dimostrano invece che i detriti di quella mentalità ostruiscono ancora una sana, appassionata discussione tanto importante.</p>
<p class="chapter-paragraph"><strong>Più che una discussione, sembra un derby furioso</strong> che non ammette una leale competizione, una guerra santa che non sa riconoscere nell’altro se non la personificazione del nemico assoluto, la riduzione dell’avversario a mostro morale.</p>
<p class="chapter-paragraph"><strong>Non c’è legittimazione reciproca</strong>, che invece dovrebbe obbligatoriamente esserci come base di una battaglia politica anche aspra, ma onesta negli argomenti e nel rispetto dei fatti.</p>
<p class="chapter-paragraph"><strong>E addirittura non c’è considerazione</strong> per ciò che effettivamente dispone la stessa legge proposta e ora purtroppo impaludata in Parlamento sullo ius soli, che è una legge equilibrata, ragionevole, prudente, che promuove diritti oramai imprescindibili rispettando tempi e procedure.</p>
<p class="chapter-paragraph"><strong>Da una parte c’è la smania della bandierina</strong> da piantare nel campo nemico, la voglia risarcitoria di fare di una legge il simbolo dell’umiliazione di chi vi si oppone. Dall’altra l’allarmismo spregiudicato di chi in questa norma scorge il cavallo di Troia di chissà quale apocalittica invasione.</p>
<p class="chapter-paragraph"><strong>La supremazia ideologica, a sinistra come a destra</strong>, ha questo di peculiare: di voler esaltare i simboli a scapito dei fatti, di demonizzare gli avversari ridotti a caricature.</p>
</div>
<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph"><strong>Tanto che del ministro Minniti</strong>, la cui azione di governo sembra smentire questa deriva iper-ideologica e che naturalmente in democrazia deve essere soggetta alle critiche anche più spietate, a sinistra si è arrivati a dire che sia solo la copia malriuscita nientemeno che di uno «sbirro».</p>
<p class="chapter-paragraph">È la demolizione di una persona, appunto. È il trionfo dell’irresponsabilità.</p>
<p class="chapter-paragraph"><strong>Il fenomeno dell’immigrazione, invece, bisognerebbe cercare di governarl</strong>o, combinando con intelligenza fermezza e umanità, legalità e accoglienza, repressione e cittadinanza, sicurezza e solidarietà.</p>
<p class="chapter-paragraph"><strong>Nell’isteria ideologica, invece, si afferra solo un corno del dilemma</strong> e si dileggia, si demolisce, si delegittima chiunque abbia deciso di non arruolarsi in questa nuova guerra santa, e vuole insistere a leggere la complessità di un problema, che poi sarà il problema dei prossimi decenni in tutta Europa e già condiziona pesantemente stati d’animo, movimenti d’opinione, gli stessi esiti elettorali.</p>
<p class="chapter-paragraph"><strong>Basta scorrere l’aggressività bipartisan nelle arene dei social</strong>, o sfogliare la collezione di questi ultimi anni dei giornali di destra e di sinistra per cogliere i sintomi di questa aggressività ideologica che prende abusivamente le forme di un tribunale morale delegato alla condanna senza appello di chi sta sul fronte opposto.</p>
<p><strong>A destra si accusa chi sostiene lo ius soli</strong> di voler scaricare in Italia masse ingenti di clandestini per distruggere l’identità nazionale, di essere addirittura complici del terrorismo islamista, di perseguitare gli italiani, di permettere lo stravolgimento del nostro patrimonio antropologico, di spalancare le porte a chi diffonde malattie che sembravano dimenticate, a chi sarebbe dedito senza distinzione alle attività criminali, allo stupro generalizzato, alla devastazione delle città.</p>
<p>Ma che c’entra con la proposta della cittadinanza? Niente, solo ideologia da smerciare all’ingrosso.</p>
<p><strong>Nella stampa di sinistra, invece, si dà impunemente del «razzista»</strong> a chi osa sollevare un problema, a chi ritiene che molte paure dei cittadini, soprattutto tra le zone più deboli e disagiate della società, abbiano un fondamento nello stress culturale prodotto da una penosa guerra tra poveri.</p>
<p><strong>Si nega ogni credibilità morale</strong> a chi pensa che non tutto sia così semplice cavandosela con l’appello all’«accoglienza». Si manipola ogni obiezione come se fosse il frutto malato di qualche aspirante adepto del <strong>Ku Klux Klan</strong>.</p>
<p><strong>Senza rispetto per le opinioni diverse</strong>. Solo con la voglia di colpire duro, di alzare un muro (proprio da parte di chi vorrebbe abbattere tutti i muri) per rinchiudere in un recinto infetto chi è portatore di un pensiero diverso.</p>
<p>Con un fanatismo tra l’altro controproducente, incapace di convincere, anzi con il vizio di compattare il campo avversario, come avveniva appunto nelle guerre ideologiche. Un tuffo nel passato, nell’incapacità di capire cosa ci porta il futuro. [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><strong>Pierluigi Battista</strong>, <em>Il Corriere della Sera</em> 28 settembre 2017</p>
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		<title>Ius, soli, una riforma inopportuna</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ius-soli-una-riforma-inopportuna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enzo Palumbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Sep 2017 10:28:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[ius soli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>So bene che questa nostra terra è, da sempre, piena d’ingiustizie, nefandezze, prepotenze, violenze, e via elencando; ma so anche che le luci dell&#8217;illuminismo europeo hanno, poco alla volta, migliorato la nostra vita, quella dell’Europa e dell’Occidente in genere, giungendo poi un po’ dappertutto, in estremo oriente e nell’emisfero australe, purtroppo con livelli spesso decrescenti, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>So bene che questa nostra terra</strong> è, da sempre, piena d’ingiustizie, nefandezze, prepotenze, violenze, e via elencando; ma so anche che le luci dell&#8217;illuminismo europeo hanno, poco alla volta, migliorato la nostra vita, quella dell’Europa e dell’Occidente in genere, giungendo poi un po’ dappertutto, in estremo oriente e nell’emisfero australe, purtroppo con livelli spesso decrescenti, mentre in molti paesi, specie quelli del medio-oriente, a noi tanto più vicini, prevale ancora un’oscurità medioevale, con tutto il rispetto per il Medioevo, che pure quale sprazzo di luminosità l’ha avuto.</p>
<p><strong>Le ingiustizie e prevaricazioni, secondo l&#8217;avvertimento di Hobbes</strong> (homo homini lupus), continuano ovviamente a esserci dappertutto, ma le cose vanno sempre meglio, salve le regressioni che periodicamente riaffiorano, com&#8217;è accaduto nel secolo scorso col nazifascismo e col comunismo più o meno reale; la Storia non segue mai un percorso lineare, ma si sviluppa secondo “corsi e ricorsi”, con arresti, regressioni e ripartenze, anche se poi il nuovo punto di partenza si rivela quasi sempre più avanzato del precedente.</p>
<p>Sta di fatto che la nostra società, <strong>salvo che nel breve periodo delle criminali leggi razziali</strong>, ha nel frattempo trovato un suo equilibrio, per cui l&#8217;Italia è diventata il paese meno identitario e più accogliente del mondo; come sul dirsi, gli italiani sono brava gente, e in questa generica e generosa autoqualificazione è certo compresa la più parte di chi ora mi legge.</p>
<p><strong>Tuttavia qualche regressione è sempre possibile</strong>, e in tal senso il fenomeno più preoccupante è quello del fondamentalismo islamico, che si è affacciato con prepotenza nel mondo occidentale, con la sua pretesa di subordinare la politica alla religione, a differenza di ciò che predicava il cristianesimo delle origini (a Cesare quel ch&#8217;è di Cesare, a Dio quel ch&#8217;è di Dio), affermando un principio poi troppo a lungo disatteso dagli stessi cristiani.</p>
<p><strong>In ciò che andrò dicendo non c’entra nulla il colore della pelle</strong>, come non c’entrerebbero nulla gli occhi a mandorla o una qualsiasi delle caratteristiche fisionomiche delle infinite varietà della razza umana.</p>
<p><strong>Ed è fuori discussione il principio di eguaglianza</strong>, che l’art. 3 della nostra Costituzione riserva ai cittadini, mentre la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (e, ovviamente, della Donna) correttamente generalizza, quando afferma che «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» (<strong>art. 1</strong>), che in tema di diritti e libertà non può essere fatta alcuna distinzione «per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altra condizione» (<strong>art. 2</strong>), e che «Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona» (<strong>art. 3</strong>).</p>
<p><strong>E poiché è possibile che tutti questi sacrosanti diritti vengano in conflitto tra di loro</strong>, quando  qualcuno li afferma e qualche altro prova a negarli, tocca alla comunità nella quale si vive e alle istituzioni che la rappresentano e la governano di stabilire le regole che consentano la reciproca compatibilità esistenziale, «ne cives ad arma veniant», tutelando l’ambito delle reciproche libertà, in cui ognuno possa disporre di sé stesso, ma non degli altri, che si tratti della famiglia, del gruppo o della comunità in cui vive e di quelle altre con cui entra in contatto.</p>
<h3>La questione islamica</h3>
<p><strong>Da qui la necessità di fare una specifica riflessione sui migranti di religione islamica</strong> che, essendo venuti in contatto con la nostra società per svariate ragioni, anche tragiche, vogliono continuare a mantenere le loro individuali tradizioni (e fin qui non c&#8217;è problema), ma pretendono anche di imporre le loro convinzioni alle famiglie e ai correligionari(e qui i problemi ci sono), e addirittura coltivano apertamente l’aspirazione a un profondo mutamento del modo di vivere degli altri popoli, che dovrebbero essere soggiogati sino a che non si convertano (e qui siamo oltre ogni limite).</p>
<p><strong>E lo fanno in coerenza coi loro testi sacri</strong>, non volendo o non potendo adeguarli al contesto storico, come invece, poco alla volta, hanno saputo fare i cristiani delle varie confessioni, che hanno invece fatto tesoro, pur tra incertezze, ritardi e regressioni, dell&#8217;evoluzione secolare dell&#8217;umanità.</p>
<p>Manca quindi, nelle affermazioni e nei comportamenti dei fondamentalisti religiosi in genere (ieri anche dei cristiani, oggi degli islamici) quella che è la premessa essenziale perché i princìpi universali di eguaglianza transitino dal piano della generica affermazione a quello della pratica attuazione, e cioè l’accettazione del principio di reciprocità nelle libertà, non per nulla enunciato dalla seconda parte dell’<strong>art. 1 della Dichiarazione Universale</strong>, quando afferma che «tutti gli esseri umani &#8230; devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza», che è principìo essenziale per prevenire i conflitti.</p>
<p><strong>Il cristianesimo ci ha messo quasi diciannove secoli</strong> per accettare la prevalenza della ragione sul fanatismo: basti ricordare, per il primo millennio, l’episodio emblematico di Ipazia, filosofa, matematica e astronoma alessandrina, letteralmente scarnificata da una moltitudine di cristiani (istigati, se non diretti, dal vescovo Cirillo, ancora oggi dottore e santo della Chiesa Cattolica), e, per il secondo millennio, le torture e i roghi di tanti atei e presunti eretici ad opera delle varie chiese cristiane del tempo che fu.</p>
<p><strong>L&#8217;Islam, nato sei secoli dopo il Cristianesimo, ci metterà forse altrettanto</strong> a evolversi, ma, guardando a ciò che succede, non possiamo certo permetterci di attendere fiduciosamente qualche secolo, perché la luce ragione arrivi a completare il suo lento e difficile percorso.</p>
<p><strong>Nel frattempo è noto, ma non viene mai ricordato</strong>, che nessun paese islamico ha mai sottoscritto la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 e le convenzioni internazionali che si sono succedute in materia, mentre hanno per loro conto elaborato, a Parigi nel 1981, una Dichiarazione Islamica dei Diritti dell’Uomo, e, al Cairo nel 1994, una Dichiarazione dei Diritti Umani dell’Islam, in cui è codificata la supremazia della legge islamica sulle leggi statali, in termini che nessun cittadino occidentale si sognerebbe di accettare senza rinnegare tutti i traguardi di civiltà giuridica conseguiti nel corso dei secoli.</p>
<p><strong>La situazione è ancora più grave</strong> giacché l’Islam non prevede gerarchie religiose cui competa di indirizzare i rispettivi fedeli su lineeguida che abbiano generale validità, per cui chiunque abbia un minimo di acculturazione coranica può proclamarsi guida di una comunità che lo accetti come suo leader spirituale, predicando una qualsiasi delle tante versioni del radicalismo islamico e dichiarando l’ostracismo per tutte le altre credenze che non si conformino a quelle convinzioni.</p>
<p>Ne consegue che non riesce anche difficile, se non impossibile, concordare con l’autorità statale una qualche uniformità di comportamenti, attraverso una ragionevole intesa, che potrà essere sempre smentita dal leader religioso di turno.</p>
<h3>Ius soli, perché no</h3>
<p>È in questo quadro che va visto <strong>il problema del c. d. ”ius soli”</strong>, che, per la verità, in forma temperata già esiste nella nostra legislazione (L. 91-1992) per chi nasce in Italia (se entrambi i genitori sono ignoti o apolidi, ovvero se vi risieda stabilmente sino alla maggiore età), o anche soltanto per chi viene trovato in Italia (essendo figlio d’ignoti e senza cittadinanza); mentre esiste anche la possibilità di ottenere la cittadinanza per chi, nato altrove, si trovi in particolari situazioni (filiazione, adozione, matrimonio, residenza, servizio civile o militare, apolidia, eminenti servizi resi allo Stato), salvo che non ostino fondati motivi di pubblico interesse; e si può dire che esista anche una sorta di “ius culturae”, posto che la richiesta della cittadinanza deve comunque contenere la «documentazione attestante il requisito della lingua e della cultura italiana dell’istante» (art. 17-ter, c. 3, lett.c).</p>
<p>Nel frattempo, <strong>tutti gli stranieri, anche se non nati in Italia, godono comunque di tutti i diritti civili</strong>, come prescrive l’art. 16 delle nostre Preleggi, secondo cui «Lo straniero è ammesso a godere dei diritti civili attribuiti al cittadino a condizione di reciprocità», e come stabilisce la nostra Costituzione, che a tutti comunque garantisce parità di diritti, ovviamente salvo quelli politici, che per altro, prima dei 18 anni, non potrebbero essere esercitati, e come ancora stabiliscono le norme del diritto internazionale privato (L. 218-1995) e tutte le convenzioni europee ed internazionali alle quali la nostra legislazione interna è tenuta a conformarsi (art. 10 Cost.).</p>
<p><strong>Non ci sarebbe quindi bisogno di alcuna nuova legge</strong>, come quella di cui oggi si discute, e che, come non rappresenta il salto di civiltà enfatizzato dai suoi sostenitori, così non va neppure demonizzata, come fanno i suoi detrattori, perché, in fondo, non fa altro che aggiungere, con modalità discutibili, due nuovi modi di acquisto della cittadinanza a favore del minore nato in Italia il cui genitore sia titolare di permesso di soggiorno permanente, e a favore del minore, anche non nato in Italia, che vi compia un ciclo scolastico o di formazione professionale.</p>
<p><strong>Il fatto si è che la proposta all’esame</strong>, che in altro momento sarebbe passata inosservata, s’intreccia oggi inevitabilmente col fenomeno dell’integralismo islamico e dell’esodo di massa verso l’Europa, che ha in particolare interessato l’Italia assai più che altri paesi mediterranei, e a cui solo ora si sta provando a porre qualche rimedio, bloccando all’origine i flussi di provenienza.</p>
<p><strong>Le statistiche ufficiali, che tuttavia non censiscono i tantissimi clandestini</strong> di cui si son perse le tracce e sono quindi riduttive rispetto ai dati della realtà, ci dicono che gli immigrati di religione islamica in Italia sono oltre due milioni e mezzo e già rappresentano almeno il 4% della popolazione residente; il 43% di loro ha già la cittadinanza italiana, il che porta a pensare che c’è già quanto basta per farne un vero e proprio partito politico, forse deludendo chi oggi pensa che, per attirare qualche consenso in più, basti esibire tra i suoi dirigenti o candidati qualche personaggio  di quella cultura e fare sfoggio di spirito di accoglienza.</p>
<p><strong>Sta di fatto che le donne islamiche fanno molti figli</strong> (ognuna dei gruppi coinvolte nelle vicende europee di questi giorni è fatta da una pluralità di familiari), quando invece le donne italiane ne fanno uno solo; ed è anche un fatto che la religione islamica ha una capacità di conversione molto elevata (il 9% dei musulmani italiani sono convertiti), mentre il cristianesimo ha da tempo perso ogni capacità attrattiva, secondo un trend che l’attuale pontefice cerca di invertire con la sua predicazione pauperistica, nella speranza di riempire le chiese che gli italiani ormai disertano.</p>
<p><strong>Accadrà quindi in Italia ciò che è già accaduto in molti paesi</strong> che, anche per il loro lungo passato coloniale, sono stati generosi elargitori di cittadinanze, con la conseguenza che oggi devono registrare la presenza di tantissimi cittadini di prima o ulteriore generazione, che sono convinti di essere collocati ai margini della società (anche quando non lo sono), e diventano lavagne pulite, su cui il fondamentalismo islamico, con la sua mania di dominare il mondo, può scrivere quel che vuole, determinando le rispettive storie individuali e familiari, sino ai tragici fatti degli ultimi tempi; e in tale massa di manovra un ruolo di primo piano lo svolgono <strong>i c. d. “foreign fighters”</strong> rientrati in occidente dopo il fallimento delle loro guerre, il cui percorso politico e militare origina pur sempre da una conversione religiosa, che ne ha costituito il brodo di coltura.</p>
<p><strong>Enfatizzare la questione della cittadinanza</strong>, proponendola addirittura per quel che non è, e cioè una riforma di civiltà, nasconde il fatto che si tratta invece dell’ennesima battaglia ideologica che s’iscrive nelle linee-guida della sinistra internazionalista, sostenuta in Italia anche dalle gerarchie cattoliche, che guardano con interesse al terzo mondo (in particolare alla fascia subsahariana del continente africano) come unica area geografica di possibile espansione dell’influenza cattolica, e dalla quale prevedono che possa anche venire un prossimo pontefice.</p>
<p><strong>Si finisce così per formulare un implicito richiamo</strong> che incentiva la migrazione di una moltitudine di persone, a cui neppure si chiede di accettare le regole fondamentali della nostra società, regalando sempre maggiori masse di manovra al primo fondamentalista islamico di turno, che avrà facile gioco nel provare ad accendere invidia sociale e prospettive escatologiche, suscitando nelle menti più fragili  azioni di rigetto del contesto sociale sino alla violenza terroristica, e inevitabilmente generando altre <strong>reazioni xenofobe,</strong> dettate dalla paura, che saranno tanto maggiori quanto più forte sarà la sensazione del rischio percepito, con modalità discutibili, che potranno sembrare di natura razziale, quando invece sono semplicemente azioni politiche di chi vuole evitare che venga messo in discussione l’assetto della società in cui vive.</p>
<p><strong>C’è poi, nell’attuale legislazione, un particolare generalmente sottaciut</strong>o, e che è invece essenziale e risolutivo, essendo previsto che chi abbia acquisito la cittadinanza presti giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza alla Costituzione e alle Leggi dello Stato, senza di che il relativo Decreto non ha effetto; mentre si prevede che la cittadinanza si possa comunque perdere a seguito di specifici  comportamenti, ovviamente nel rispetto dell’art. 22 Cost, per il quale «Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza e del nome».</p>
<p><strong> Sta di fatto che la proposta di legge all’esame</strong>, attribuendo la cittadinanza anche ai neonati su richiesta di un genitore legalmente residente, non può prevedere alcun giuramento del nuovo cittadino, e neppure prevede una qualche solenne promessa del genitore di istruire e fare istruire il minore in coerenza con la Costituzione e le leggi dello Stato, salvo il diritto dello stesso minore di mutare indirizzo non appena abbia conseguita l’età della ragione.</p>
<p><strong>Trasformare in un vero e proprio diritto</strong>, automaticamente riconosciuto, quella che dovrebbe restare una concessione con qualche margine di discrezionalità esercitabile all’occorrenza, come avviene in tutto il mondo occidentale, e senza neppure prevedere un solenne impegno di conformarsi alla Costituzione e alle leggi dello Stato, vuol dire imboccare la strada perché anche da noi ciò che è già accaduto in Inghilterra, dove i tribunali islamici funzionano a pieno ritmo applicando le norme della Sharia ai rapporti familiari e patrimoniali delle comunità islamiche.</p>
<p>E ciò nell’indifferenza delle autorità inglesi, che stanno a guardare, quando non se ne rendono addirittura complici, com’è accaduto proprio nei giorni scorsi con l’affidamento di una bimba cristiana di cinque anni a due diverse e successive famiglie islamiche che, secondo la stampa inglese, l’avrebbero costretta a adottare credenze religiose e abitudini alimentari di loro stretta osservanza, in termini che sarebbero divenuti praticamente irreversibili se, dopo il clamore mediatico che ne è seguito, una giudice, anch’essa, per la verità, di religione musulmana, non avesse deciso di affidare la bambina alla nonna, col compito di assecondarne le inclinazioni «in terms of ethnicity, culture and religion» al contempo disponendo un’inchiesta sull’operato dell’Ufficio sociale di Tower Hamlets, che aveva disposto i due precedenti improvvidi affidamenti.</p>
<p><strong>Quanto a noi, è evidente che nessun giuramento o promessa</strong>, per solenne che sia, porta con sé la certezza che i comportamenti seguano agli impegni; e tuttavia a me sembra l’unica cautela che si può e si deve ragionevolmente imporre a chi chiede di entrare in una comunità tollerante e inclusiva come la nostra, che ha tutto il diritto di chiedere a chi arriva la stessa dimostrazione di tolleranza e inclusività, e la cui inosservanza dovrebbe comportare la perdita dello status ingiustamente acquisito o successivamente tradito.</p>
<p><strong>La riforma della cittadinanza capita quindi nel momento meno opportuno</strong>, perché non considera lo scenario mondiale nel quale siamo immersi, in cui fondamentalismo islamico e migrazioni di massa (con le naturali ricadute in termini di terrorismo, ordine pubblico, emergenze sanitarie, abitative e, last but not least, anche finanziarie) possono produrre una miscela esplosiva destinata a suscitare reazioni di rigetto anche nel cittadino più disponibile, in termini che società fragili, come inevitabilmente sono quelle democratiche, non si possono permettere.</p>
<p><strong>Chi se ne accorge, deve dire e, se può, fare qualcosa</strong> per aiutare a riflettere chi ancora si ostina a negare la realtà, inducendolo a d assecondare, piuttosto che a contrastare, l’opera di un ministro come Minniti, che, provando a risolvere come può almeno uno dei corni del dilemma, quello dell’immigrazione massiccia e incontrollata, dimostra di avere senso dello Stato, non facendosi condizionare dalla cultura solidaristica della sua tradizione politica e accettando di correre qualche rischio d’incomprensione tra i suoi stessi compagni di partito.</p>
<p><strong>Mi viene di dire che sarebbe un bell’avversario con cui un leader liberale “doc”</strong>, se ci fosse, potrebbe misurarsi e contrapporsi su tanti temi inevitabilmente divisivi, anche a partire dalla stessa riforma della cittadinanza, per provare a modificarla prima che diventi legge dello Stato. [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><strong>Enzo Palumbo</strong>, <em>Critica Liberale Non mollare</em></p>
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		<title>Ius soli, perché il Papa rischia l&#8217;autogol</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ius-soli-perche-il-papa-rischia-lautogol/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Aug 2017 12:49:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[ius soli]]></category>
		<category><![CDATA[papa francesco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Carlo Nordio a proposito delle «interferenze» del Papa su ius soli, terrorismo e traffico armi[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le parole del Papa sullo ius soli e lo ius culturae</strong> non sono, o non sono soltanto, un&#8217;edittazione solenne del suo elevato ministero apostolico. Intervenendo quando il parlamento italiano si accinge a dibattere su questa controversa materia costituiscono anche un messaggio politico.</p>
<p><strong>Possiamo immaginare che molti cittadini</strong>, anche senza essere aggressivi anticlericali, lo considereranno un&#8217;inopportuna interferenza, incompatibile con il principio della separazione tra Stato e Chiesa e forse con il Concordato. Tanto più che questo Pontefice aveva manifestato, almeno a parole, la volontà di tenersi estraneo alla politica in genere e a quella italiana in specie.</p>
<p><strong>Quanto allo ius culturae</strong>, non è chiaro a quale cultura Egli si riferisca, quando ne auspica la pedagogica estensione ai migranti. Se sia la nostra giudaico-cristiana-greco-romana-illuministica, che il musulmano non solo rifiuta, ma spesso combatte, e che in ogni caso considererebbe come un&#8217;intollerabile prevaricazione.</p>
<p>O se sia la cultura del richiedente asilo: <strong>ma allora che dovrebbe fare lo Stato?</strong> Togliere i crocifissi dalle scuole e coprirli nei musei, come pure qualcuno ha già fatto? Domande lecite, soprattutto di questi tempi.</p>
<p><strong>A queste critiche, il devoto cattolico potrebbe replicare</strong> che, nell&#8217;ambito della sua missione apostolica, il Papa non conosce e non può subire condizionamenti esterni, ove veda in gioco principi di etica universale; che queste <strong>cosiddette «interferenze»</strong> sono tradizionalmente accettate, sin dai tempi del divorzio, dell&#8217;aborto, e persino in occasione delle elezioni; e che infine, anche se queste direttive fossero utopistiche e inapplicabili, il credente deve comunque inchinarsi riverente davanti alla solennità del ministero ecclesiale: «credo quia absurdum», ammoniva Tertulliano.</p>
<p><strong>Ora, è quasi banale sostenere che il Papa ha il diritto di dire quello che vuole</strong>: ci mancherebbe altro che qualcuno volesse limitarne le prerogative. A questo sacrosanto diritto corrisponde, tuttavia, il dovere dello Stato di sottoporre i suoi moniti al vaglio critico dell’utilità collettiva, unico criterio razionale nella conduzione della cosa pubblica.</p>
<p><strong>Ma c’è un&#8217;altra cosa</strong>. Tanto più il verbo pontificio si confronta con le problematiche mondane, allontanandosi dalla dogmatica escatologica e dalla disciplina penitenziale, tanto più rischia di essere smentito dalla rude realtà.</p>
<p><strong>Papa Francesco in questo ha già sbagliato due volte</strong>: prima, sostenendo che la guerra in corso è determinata dalla miseria e dalla emarginazione; poi, quando ne ha attribuito le colpe ai fabbricanti di armi.</p>
<p>Come invece si è visto, <strong>i terroristi non sono quasi mai né poveri né reietti</strong>: alcuni addirittura, come Bin Laden, erano principi e miliardari.</p>
<p><strong>Quanto alle armi</strong>, gli ultimi episodi dimostrano che, in mancanza di bombe e fucili, questi fanatici uccidono con le auto e i coltelli. E un domani lo farebbero, come Caino, con le pietre, se le lame e la benzina venissero a mancare.</p>
<p><strong>Orbene, ogniqualvolta il Pontefice viene smentito</strong>, come in questi casi, dai fatti, una piccola parte della sua autorevolezza viene minata. Per ora questo affievolimento si limita alla sua credibilità di analista politico. II tempo dirà delle eventuali conseguenze ulteriori.</p>
<p><strong>La parola ora passa alla nostra politica</strong>. Sarebbe grave se ignorasse questo messaggio; lo sarebbe ancora di più se vi prestasse un&#8217;acquiescenza supina, che la maggioranza dei cittadini vedrebbe come una resa confessionale. Probabilmente fare quello che ha sempre fatto: leggerà i sondaggi, e adotterà le scelte che riterrà più convenienti dal punto di vista elettorale.</p>
<p><strong>Se il risultato fosse quello di ignorare l&#8217;invito pontificio</strong>, esso costituirebbe l&#8217;ennesima prova del progressivo distacco del Paese dalla sua matrice religiosa. E l&#8217;imminenza del dibattito sulla legge dello ius soli, già ripudiata dalla stragrande maggioranza dell&#8217;opinione pubblica, rischia di aprire una polemica a connotati anticlericali.</p>
<p>Ne valeva la pena? [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><strong>Carlo Nordio</strong>, <em>Il Messaggero</em> 22 agosto 2017</p>
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		<title>Rinvio ius soli. Quando la politica si fa ideologica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/rinvio-ius-soli-quando-la-politica-si-fa-ideologica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Jul 2017 14:59:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[ius soli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E alla fine la tanto strombazzata legge sullo Ius soli slitta all’autunno. Il premier Gentiloni prende atto delle difficoltà politiche a realizzarla, e forse non forza anche a causa di certi sondaggi che ne hanno verificato l’impopolarità presso gli italiani, e rinvia tutto alla ripresa, come nella migliore tradizione italica. Ovviamente, ribadendo che si tratta [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>E alla fine la tanto strombazzata legge sullo Ius soli slitta all’autunno</strong>. Il premier Gentiloni prende atto delle difficoltà politiche a realizzarla, e forse non forza anche a causa di certi sondaggi che ne hanno verificato l’impopolarità presso gli italiani, e rinvia tutto alla ripresa, come nella migliore tradizione italica.</p>
<p>Ovviamente, ribadendo che si tratta di una legge giusta, di civiltà.</p>
<p><strong>Ecco, mi soffermerei proprio su questa affermazione</strong>, così comune nella retorica politica italiana, soprattutto di sinistra. Che si tratti del riconoscimento giuridico delle coppie di fatto, oppure delle norme sull’eutanasia, o sul femminicidio, o ancora sulla tortura, le leggi proposte non sono mai semplicemente utili, giuste, appropriate, perché risolvono problemi concreti e specifici del momento, ma sono sempre anche una “scelta di civiltà”.</p>
<p>Ciò comporta alcune conseguenze.</p>
<p><strong>1)</strong> Prima di tutto, che<strong> esse vengono sottratte alla dialettica politica</strong>: non si tiene conto né dei rapporti di forza in Parlamento o nella maggioranza (che sullo ius soli i centristi si sarebbero presto sfilati non era difficile prevederlo), né dell’opportunità politica (anche se la legge aveva una sua razionalità, era questo il momento opportuno per farla passare in un’opinione pubblica sempre più spaventata dagli sbarchi in massa di migranti sulle nostre coste?).</p>
<p><strong>Senza contare che se la legge proposta è “di civiltà”</strong>, il dibattito parlamentare è considerato come un mero ostacolo da superare e non come un sistema per apportare miglioramenti al disegno di legge abbozzato, attraverso il confronto e la dialettica, recependo anche qualcuno delle ragioni degli altri. I quali sono sicuramente in malafede o “malvagi”.</p>
<p><strong>2)</strong> Ed ecco, appunto, la seconda ma non secondaria conseguenza del considerare le leggi proposte come “leggi di civiltà”: <strong>la delegittimazione, morale prima che politica, di chi non ritiene giusta la legge in questione</strong>. L’idea che viene fatta passare è quella, appunto, di una lotta della civiltà contro la barbarie, della ragione contro la superstizione, del progresso contro la conservazione o addirittura la reazione.</p>
<p><strong>Questo messaggio, che un tempo passava con facilità</strong> in ampi strati della società e che oggi al massimo può servire da collante identitario della sinistra in crisi, si basa su un meccanismo mentale di stampo illuministico, recepito poi paro paro dalle successive forze socialiste e comuniste; che il progresso sia unidirezionale, sia una sempre maggiore conquista di diritti, che la politica più che risolvere problemi specifici e contestuali deve spianare la strada al progresso.</p>
<p><strong>È un meccanismo mentale in crisi</strong>, ma che ancora agisce in modo inconscio nelle menti un po’ di tutti: un modo di ragionare che è proprio di certa modernità e che ha trasformato le nostre menti in modo radicale.</p>
<p><strong>Un pensiero ideologico</strong> che, messosi alla prova della realtà nel secolo scorso, secolo “di fuoco, ferro e sangue”, impone necessariamente oggi di recuperare un rapporto diverso e più classico con la politica: cioè più laico, secolarizzato pragmatico.</p>
<p><strong>Meno ideologico e “teologico”</strong>. Che l’Italia sia ancora invischiata in meccanismi mentali superati, e in una concezione della politica dopo tutto ideologica, è, a mio avviso, un momento non inessenziale della sua crisi politica. Non certo la soluzione. [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><strong>Corrado Ocone</strong>, <a href="http://formiche.net/blog/2017/07/17/tutti-gli-errori-della-sinistra-e-del-pd-nellincaponirsi-sullo-ius-soli/">formiche.net</a></p>
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		<title>Ius soli, la visione liberal e quella liberale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ius-soli-la-visione-liberal-e-quella-liberale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Jun 2017 11:11:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[ius soli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La cosiddetta legge sullo ius soli, in discussione alla Camera, ha generato, come era prevedibile, accese polemiche non sempre, anzi quasi mai, basate su fatti reali. Che la strumentalizzazione sia sempre dietro l’angolo nella politica italiana, è un dato tanto evidente che forse non conviene perderci troppo tempo. Anche perché essa non è propria di una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La cosiddetta legge sullo <em style="font-style: inherit; font-weight: inherit;">ius soli</em></strong>, in discussione alla Camera, ha generato, come era prevedibile, accese polemiche non sempre, anzi quasi mai, basate su fatti reali. Che la strumentalizzazione sia sempre dietro l’angolo nella politica italiana, è un dato tanto evidente che forse non conviene perderci troppo tempo. Anche perché essa non è propria di una sola parte politica.</p>
<p><strong>Conviene, piuttosto, andare dritti alla questione in discussione</strong>. Che essa sia stata posta proprio in questo momento, potrebbe essere non sbagliato, considerato che, di fronte al numero sempre più alto di coloro che arrivano nel nostro Paese, dobbiamo chiederci non solo se possiamo degnamente ospitarli ma anche chi sono loro e chi siamo noi.</p>
<p><strong>Porre la questione in modo astratto</strong>, secondo i dettami di un universalismo illuministico che come ci ha insegnato Isaiah Berlin non è propriamente liberale, è non solo sbagliato ma anche pericoloso.</p>
<p><strong>L’ospitalità, l’apertura, è certamente un valore liberale</strong>, ma essa non può essere data a tutti indistintamente se vogliamo preservare i caratteri liberali della nostra civiltà. Ancora una volta, risulta confermato che il liberalismo non ė un insieme di procedure, secondo l’ideologia liberal (non liberale) dei <strong>Rawls</strong> e degli <strong>Habermas</strong>, né ha al proprio centro un individuo disincarnato, come vorrebbe l’ideologia cosmopolitica dei sostenitori di un (inquietante) “governo unico mondiale”.</p>
<p><strong>Il liberalismo è piuttosto un valore forte</strong>, e anche a suo modo esclusivo ed escludente, in quanto, pur tollerando tutti, non tollera chi vuole servirsi di esso per annullarlo.</p>
<p>Proprio perché appartiene all’ambito dei valori, cioè etico, ha sicuramente torto il giurista tedesco <strong>Boeckoenferde</strong> quando afferma che la civiltà liberale si regge su presupposti che non può dimostrare. Ciò sarebbe vero solo nel caso il liberalismo si riducesse a procedura, ma è proprio ciò che qui si vuole negare.</p>
<p><strong>La legge è certo fondamentale nella nostra civiltà</strong>, ma lo è perché si radica in una comunità di valori etici e storici che hanno trovato alla fine una adeguata espressione<span style="font-style: inherit; font-weight: inherit;"> </span>giuridica e politica. Non razzisticamente il sangue (i<em style="font-style: inherit; font-weight: inherit;">us sanguinos</em>), né tantomeno il suolo (nel senso di essere nati qui), dovrebbe perciò essere la bussola per regolare la cittadinanza in Italia, in Europa e nell’intero Occidente.</p>
<p><strong>Dovrebbe esserlo piuttosto l’aderenza vissuta</strong> e convinta ai valori laici e liberali della nostra civiltà. Tocca poi al legislatore e ai politici tradurre in legge e fatti concreti questo assunto. Chiarirsi un po’ le idee però male non fa, anzi sarebbe fondamentale.</p>
<p><strong>Per passare al lato pratico della questione</strong>, perché non pensare a un meccanismo confermativo della cittadinanza, ora accordata dalla nuova legge a chiunque sia nato in Italia da un genitore ivi residente? Una conferma che dovrebbe avvenire nella maggiore età e dovrebbe essere accordata all’incrocio di due volontà.</p>
<p><strong>Essa cioè dovrebbe corrispondere sia al desiderio di chi vuole possederla</strong>; sia al giudizio di una commissione valutatrice dell’effettiva integrazione di chi, pur essendo vissuto in Italia fino a quel momento, pure ha avuto dei genitori che provenivano da altre civiltà e da altri contesti storici (con i quali probabilmente hanno continuato a mantenere contatti).</p>
<p><strong>Sentirsi italiani</strong> (europei, occidentali) ed essere giudicati degni di esserlo: questo il prerequisito sufficiente che si dovrebbe chiedere a ogni aspirante cittadino.</p>
<p>Corrado Ocone, <a href="http://formiche.net/2017/06/18/ius-soli-liberale/">formiche.net</a> 18 giugno 2017</p>
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		<title>Ius soli? Piuttosto iniuria soli</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ius-soli-piuttosto-iniuria-soli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jun 2017 10:31:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[ius soli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Contro gli ideologismi idioti, idee della Fondazione Einaudi. Nati da mamme residenti in Italia e cittadini europei. Una riflessione di Davide Giacalone, tutta da leggere Il linguaggio sbagliato produce idee sbagliate, generatrici di leggi nocive. La riforma della cittadinanza è indirizzata al solito, stucchevole e inutile scontro di tifoserie. Specie se continueremo a discettare di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Contro gli ideologismi idioti, idee della Fondazione Einaudi. Nati da mamme residenti in Italia e cittadini europei. Una riflessione di Davide Giacalone, tutta da leggere</em></p>
<p><strong>Il linguaggio sbagliato produce idee sbagliate</strong>, generatrici di leggi nocive. La riforma della cittadinanza è indirizzata al solito, stucchevole e inutile scontro di tifoserie. Specie se continueremo a discettare di ius soli.<br />
Quello, al contrario di quel che crede di sapere qualche pappagallo del latinorum, <strong>non è un diritto individuale</strong>, men che meno dei popoli, ma un diritto imperiale.</p>
<p><strong>Nella Roma antica si era cittadini romani</strong> se figli di cittadini romani (ius sanguinis). La musica cambiò quando l’impero divenne immenso, talché il concetto divenne: sei nato dentro il territorio dell’impero, quindi sei suddito dell’imperatore e a lui devi pagare le tasse.</p>
<p><strong>Tanto che dalla Costitutio Antoniniana</strong>, emanata dall’imperatore Caracalla nel 212, erano esclusi, guarda caso, i dediticii, ovvero quanti si erano spontaneamente arresi e sottomessi, consegnando i loro beni ai vincitori e perdendo il diritto a fare testamento. Quelli potevano restare cittadini di quale che sia altra statualità o tribù.</p>
<p><strong>Che ius soli, nell’alticcio dibattito odierno</strong>, sia divenuto sinonimo di libertà e conquista individuale segnala il livello sotto suolo delle conoscenze medie.</p>
<p><strong>Si aggiunga che in ere a noi assai più vicine</strong> quel diritto del suolo è stato fatto valere non per aprire, ma per chiudere all’influenza esterna. Negli Stati Uniti lo adottarono perché ex colonie, con le originarie case regnanti che ancora accampavano pretese di sovranità, sicché stabilirono: chi nasce qua è un vero americano e solo chi è nato negli Usa potrà essere eletto presidente. Con tanti saluti al Regno Unito, la Francia e la Spagna.</p>
<blockquote><p>Lo <em>ius soli</em>, al contrario di quel che crede di sapere qualche pappagallo del latinorum, non è un diritto individuale</p></blockquote>
<p><strong>Torniamo a noi</strong>. Avere bambini che sono nati in Italia, hanno frequentato le scuole italiane e parlano con la cadenza dei loro coetanei, ma non sono cittadini italiani, è un non senso.</p>
<p><strong>Che chi paga le tasse in Italia</strong>, vivendoci, non possa votare neanche alle amministrative, mentre chi non ha mai messo piede in Italia e non ha mai versato un centesimo all’erario possa, per il solo fatto di discendere da italiani, votare per le Assemblee legislative, è un obbrobrio. Anche questi sono frutti propagandistici di un nazionalismo tanto nostalgico quanto sciocco.</p>
<p><strong>Veniamo alla legge in discussione</strong>. Non prevede affatto che chi nasce in Italia sia automaticamente cittadino italiano (quindi la gran parte delle polemiche è campata in aria), ma è necessario che almeno uno dei genitori sia legittimamente stabilito dentro i nostri confini.</p>
<p><strong>Posto ciò, trovo che sia un errore</strong>. Anche in questo caso figlio della zuccherosa e venefica retorica del politicamente corretto. Si dovrebbe stabilire: solo se partorito da una donna con regolare permesso di soggiorno e solo se i genitori lo desiderano (altrimenti, eventualmente, il pargolo potrà provvedere per i fatti suoi, una volta raggiunta la maggiore età).</p>
<p><strong>Ciò perché la paternità è notoriamente incerta</strong> e se si vuole evitare l’orrido mercato delle partorienti inviate in Italia, con quello parallelo dei falsi riconoscimenti di paternità, la sola cosa che si deve fare è legare a quelle la legittimità territoriale.</p>
<p><strong>C’è di più</strong>: ciascuno di noi è cittadino italiano o francese o tedesco, ma tutti siamo cittadini europei, quindi, a volere essere seri, occorre armonizzare, meglio ancora ugualmente regolare, l’acquisizione della cittadinanza in un qualsiasi punto dell’Unione europea. Farsi ciascuno la propria legge significa non avere compreso la più importante premessa.</p>
<p><strong>L’Italia, che è anche fra le frontiere più esposte e sensibili</strong>, avrebbe fatto bene a rendersi promotrice di un simile processo. A beneficio proprio e dell’Unione intera. Invece, manco a dirlo, s’è avviata la solita fiera degli sbandieratori, animati da una faziosità ideologica che alle ideologie ha sostituito il sentimentalismo: c’è chi vuole apparire buono e chi ci tiene a sembrare cattivo.</p>
<p><strong>Entrambe sono inutili e dannosi</strong>. Uno spettacolo poco commendevole. Purtroppo non inedito.</p>
<p>Davide Giacalone, 17 giugno 2017</p>
<p>&nbsp;</p>
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