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	<title>grillo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>grillo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Grillo e Trump come figli legittimi dell’epoca, plasmata dai social, della post verità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Mar 2025 11:57:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[grillo]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel disperato tentativo di superare lo shock e di trovare un ordine nel caos politico e morale trasmesso dalla diretta dello Studio Ovale, un ordine capace di rassicurarci sulla nostra capacità, se non di controllare, almeno di collocare gli eventi, i commentatori si sono affannati alla ricerca di precedenti storici. Sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia ci ha così riportati al brutale summit tra Adolf Hitler e il cancelliere austriaco Kurt von Schuschnigg, piuttosto che al liquidatorio incontro moscovita tra il presidente del Soviet Supremo dell’Unione Sovietica Leonida Brežnev e il leader cecoslovacco Alexander Dubcek.</p>
<p>A me è tornato alla mente il confronto in diretta streaming tra Beppe Grillo e Pierluigi Bersani. Una messa in scena orchestrata dal leader grillino a beneficio esclusivo della propria base elettorale, oltre che la conferma del fatto che la trasparenza è naturalmente nemica della politica e della verità. C’è molto grillismo nel trumpismo, così come c’era molto trumpismo nel grillismo. Fenomeni contemporanei figli dell’epoca che viviamo: l’epoca dei reality show e dei social network.</p>
<p>L’epoca in cui la politica ha smarrito la propria lingua e la propria complessità, condannandosi ad una polarizzazione estrema fatta di esibizioni muscolari e di personalismi. “You are fired”, ha perciò voluto dire Donald Trump a Volodymyr Zelensky, trasformando la Casa Bianca nello studio televisivo di The Apprentice, il popolare reality stellestrisce che condusse per 14 edizione filate. L’epoca della “post verità” e del deperimento di ogni memoria, sia storica, sia individuale. Sì che il presidente degli Stati Uniti può serenamente citare dati farlocchi (i 350 miliardi versati dal popolo americano alla causa ucraina) e ribaltare la realtà storica facendo di Putin non l’aggressore ma l’aggredito.</p>
<p>Uno da comprendere e quasi da compatire, perché “ha dovuto affrontare tante difficoltà, è andato incontro a una caccia alle streghe… e non aveva colpa di nulla”. L’epoca che ha cancellato la dimensione stessa del tempo, condannandoci a vivere in un eterno presente percepito come effettivamente svincolato dai fatti e dalle dichiarazioni del recente passato. Fatti e dichiarazioni di cui presumibilmente si è perso il ricordo, sicuramente il valore. Sì che Donald Trump può serenamente dire un giorno che Valodymyr Zelensky è “un dittatore” e “un comico fallito”, una settimana dopo può inopinatamente negare di averlo mai detto, sostenendo invece di nutrire “molto rispetto“ per il presidente ucraino e due giorni dopo metterlo alla porta della Casa Bianca in quanto arrogante e impostore. Così, senza soluzione di continuità.</p>
<p>L’epoca in cui i numeri e i dati hanno preso il posto per secoli occupato dai principi e dai pensieri. Sì che, dovendo spiegare al “popolo” americano le ragioni per cui l’America si interessa della lontana Ucraina, Donald Trump non evoca il valore della libertà e della democrazia e tantomeno le radici culturali dell’Occidente. Ne fa, semplicemente, una questione di costi economici e di affari possibili: la fine degli stanziamenti militari; l’acquisizione, con metodi da rapina, del controllo sui giacimenti ucraini di terre rare.</p>
<p>Questa è l’epoca, un’epoca plasmata dai reality prima e dai social poi. Un’epoca in cui si afferma darwinianamente chi meglio corrisponde allo spirito dei tempi. In Italia accadde con Beppe Grillo, negli Stati Uniti è accaduto con Donald Trump. C’è solo da sperare che, non avendo l’epoca alterato le regole profonde della politica, l’esito finale del trumpismo sia in tutto e per tutto analogo all’esito finale del grillismo.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2025/03/02/news/reality_trump_magnifiche_consonanze_fra_il_presidente_americano_e_beppe_grillo-18560422/"><strong><em>Huffington Post</em></strong></a></p>
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		<title>La resa culturale ai 5 stelle</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-resa-culturale-ai-5-stelle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Panebianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Mar 2017 13:10:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[grillo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In modo non coordinato, una pluralità di forze sembra agire ormai da tempo, con scarsa consapevolezza della posta in gioco, per offrire su un piatto d’argento il Paese al movimento Cinque Stelle, fornendo ad esso la possibilità di imporre, su una parte cospicua dell’opinione pubblica, una propria egemonia culturale. Una classe politica sulla difensiva che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In modo non coordinato, una pluralità di forze sembra agire ormai da tempo, con scarsa consapevolezza della posta in gioco, per offrire su un piatto d’argento il Paese al movimento Cinque Stelle, fornendo ad esso la possibilità di imporre, su una parte cospicua dell’opinione pubblica, una propria egemonia culturale.</p>
<p><strong>Una classe politica sulla difensiva che non sa contrapporsi alla propaganda dei Cinque Stelle</strong> e anzi la subisce, molti mezzi di comunicazione che cavalcano, e amplificano, la cosiddetta «indignazione popolare contro la classe politica», le inchieste giudiziarie che toccando ogni giorno gangli vitali della vita pubblica, mantengono sulla graticola la democrazia, non consentono di attenuare lo stato di permanente delegittimazione della politica rappresentativa che ci trasciniamo dietro dai tempi (primi anni Novanta) di Mani Pulite.</p>
<p><strong>Come scoprire se si è affermata una egemonia culturale?</strong> C’è un modo: se una qualsiasi falsificazione della storia viene messa in circolazione con intenti partigiani e se, dopo un po’ di tempo, si scopre che quella falsificazione è penetrata nelle menti di molti, diventando una verità di senso comune, una verità che le persone accettano come ovvia, auto-evidente, allora è possibile riconoscere che una egemonia culturale si è consolidata.</p>
<h3>Ai tempi del Pci</h3>
<p>D<span style="font-style: inherit; font-weight: inherit;"><span style="font-style: inherit;">urante la guerra fredda il Pci</span></span><strong> </strong>era escluso dai ruoli di governo ma la qualità dei suoi dirigenti e la forza della sua organizzazione erano tali che esso seppe trasformare varie falsificazioni della storia, messe in circolazione pro domo sua, in verità di senso comune, accettate come tali persino da una parte rilevante di non comunisti.</p>
<p>Si pensi a come si diffuse, anche in ambienti lontani dal Pci, una espressione come «legge truffa», uno slogan contro la tentata (1953) riforma elettorale della Dc. Oppure, si pensi al successo propagandistico della tesi secondo cui fu la resistenza partigiana a liberarci dal fascismo (come se gli americani non c’entrassero per niente), una tesi che serviva al Pci a fini di legittimazione e che si trasformò in verità di senso comune anche per tanti non comunisti.</p>
<p>O ancora, si ricordi con quanta abilità il Pci riuscì a convincere vari ambienti che la parola «sinistra» e la parola «anticomunismo» fossero incompatibili, talché l’anticomunismo poteva essere soltanto di destra (questa diffusa convinzione diede di certo un contributo alla sconfitta finale di Bettino Craxi).</p>
<p>Gli esempi potrebbero essere moltiplicati e servirebbero tutti a dimostrare con quanta efficienza, in una condizione difficile, nell’Italia democristiana e alleata degli americani, i comunisti riuscirono a costruire una egemonia culturale che finì per diventare incontrastata in luoghi strategici per la trasmissione delle idee, dal mondo dello spettacolo alle Università.</p>
<h3>Egemonia culturale</h3>
<p><strong>Ho citato il caso del Pci perché</strong><strong> </strong>fu un caso di parziale egemonia culturale ma anche per un’altra ragione. Per dimostrare che le egemonie culturali sono talvolta il frutto della capacità di chi le ha create ma altre volte danno un vantaggio a qualcuno senza particolari meriti di costui. L’egemonia culturale del Pci fu voluta e ricercata da gente di qualità (i dirigenti comunisti di allora).</p>
<p>I Cinque Stelle potrebbero beneficiare di una egemonia culturale non per meriti propri ma per dabbenaggine altrui, perché altri ne hanno creato le condizioni. I Cinque Stelle stanno costruendo una egemonia culturale limitandosi a fare il loro mestiere: attaccare ogni giorno la democrazia rappresentativa. Nel loro caso, il contrasto alla democrazia rappresentativa (come provano le loro origini: i Vdays, l’utopia pseudo-democratica e illiberale di Casaleggio), è la loro più autentica ragione sociale.</p>
<p>La combattono praticamente senza incontrare resistenza, sferrano attacchi con la porta avversaria vuota: coloro che dovrebbero difenderla sono scappati oppure restano silenti, oppure si sono uniti al quotidiano linciaggio mediatico della democrazia (l’unica possibile: quella rappresentativa appunto) pensando, puerilmente, che i Cinque Stelle si possano sconfiggere solo dando loro ragione.</p>
<h2>&#8220;Tutti ladri&#8221;</h2>
<p><strong>I Cinque Stelle sono i portavoce</strong><strong> </strong>di una parte del Paese che della democrazia rappresentativa vorrebbe sbarazzarsi (“« politici? Tutti ladri»). Si tratti di colpire quel pilastro della rappresentanza moderna che è il divieto del mandato imperativo, di abbattere i privilegi dei parlamentari (stipendi, vitalizi) o di affermare la presunzione di colpevolezza in caso di inchieste giudiziarie che riguardino gli avversari, i grillini non incontrano vere opposizioni.</p>
<p>Gli altri sono incapaci di restituire colpo su colpo, sembrano dare per scontato che la battaglia sia perduta. Nessuno che si batta con energia per far capire che i parlamentari non sono cittadini come gli altri (non rappresentano se stessi ma elettori che hanno dato loro fiducia) e per difendere dignità e insostituibilità della democrazia rappresentativa.</p>
<p>Ad essere maliziosi si potrebbe osservare che questi attacchi avvengono proprio quando la classe politica è particolarmente debilitata e fragile, in balia di forze, amministrative e giudiziarie, molto più potenti.</p>
<p>Non credendo nelle cospirazioni, ci limitiamo a constatare la diffusione di alcune «verità di senso comune» (falsificazioni della realtà) sulle presunte nefandezze della democrazia rappresentativa che segnalano lavori in corso: la costruzione di una egemonia culturale destinata forse a durare. [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p style="font-style: inherit; font-weight: inherit;">Angelo Panebianco. <strong>Il Corriere della Sera</strong> 9 marzo 2017</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>A Roma i grillini hanno scelto il &#8220;tecnopopulismo&#8221;. Rischi e lezioni</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/a-roma-i-grillini-hanno-scelto-il-tecnopoulismo-rischi-e-lezioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Castellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Sep 2016 10:51:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[costi politica]]></category>
		<category><![CDATA[grillo]]></category>
		<category><![CDATA[movimento cinque stelle]]></category>
		<category><![CDATA[populismo]]></category>
		<category><![CDATA[tecnopopulismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lorenzo Castellani scrive di una nuova categoria della politica che si sta dispiegando in tutto il mondo occidentale: il tecnopopulismo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il governo a 5 stelle di Roma è un caso interessante che mostra la pericolosità dei due grandi pilastri intorno a cui si organizza il potere del nostro tempo: il populismo e la tecnocrazia. Da un lato, il <strong>Movimento 5 Stelle</strong> vince le elezioni con una candidata costruita in laboratorio dalla Casaleggio &amp; Associati e sfruttando il voto di protesta contro le elitè partitiche corrotte che hanno governato la Capitale. Nella retorica elettorale grillina si sviluppa una ricetta populista composta di giustizialismo, giacobinismo dell’onestà, periferie abbandonate, antipolitica e sovranismo. Dall’altro lato, una volta sbarcati al Campidoglio i grillini si accorgono di non disporre di una classe politica in grado di affrontare l’intrinseca complessità del governo.</p>
<p>L’unica soluzione possibile resta la costruzione di una giunta tecnocratica. Infatti, se si guarda agli assessori del <strong>sindaco Raggi</strong> non c’è traccia di politica, non c’è un assessore eletto, i profili scelti sono quelli di alti burocrati, magistrati, accademici e professionisti mai avvistati in nessun meet-up o volantinaggio grillino. Nonostante i 5 stelle abbiano sfiorato il 70% dei consensi al ballottaggio di giugno non c’è segno alcuno della “politica classica”, fatta di consenso e pragmatismo amministrativo. Virginia Raggi è un sindaco solo circondato da tecnocrati.</p>
<p>Si annida qui, nelle categorie politiche, tutta la contraddizione del messaggio grillino: sobillare la rivolta del popolo contro i vecchi partiti, i tecnici, i poteri forti e poi comporre proprio una giunta di tecnocrati perché il vero risultato della filosofia a 5 stelle, la sua conseguenza non intenzionale, è la distruzione di quella classe politica professionalizzata teorizzata da <strong>Max Weber</strong> un secolo fa. Cioè di personale politico che nelle democrazie mature è capace di gestire la macchina amministrativa, guidare i processi decisionali, mediare interessi e stabilire collaborazioni. Nella campale lotta pentastellata alla <em>mal-administration</em> capitolina la rabbia è tutta canalizzata verso la politica tradizionale e non v’è strategia d’attacco <strong>al problema più complesso e grande di Roma</strong>: una macchina burocratica traboccante di privilegi, inefficienze e disfunzioni. E non è un caso se proprio nelle nomine di sottogoverno, negli incarichi di dirigenti e dipendenti pubblici che inizia l’odissea dell’inesperta Raggi.</p>
<p>Se alziamo lo sguardo dalle vicende di cronaca il caso Roma spiega l’emergere di una nuova categoria della politica che si sta dispiegando in tutto il mondo occidentale: il <strong>tecnopopulismo</strong>. Nella crisi infinita dei partiti tradizionale cresce un messaggio di profonda contestazione alle classi politiche, amministrative ed economiche in nome della protezione e del riscatto del popolo mentre, al tempo stesso, il capitalismo globale non può fare a meno dei tecnici per gestire le sue complessità. I segni e gli effetti su larga scala della tensione tecnopopulista sono evidenti: le contrattazioni del TTIP, l’accordo commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti d’America, si sono bloccate definitivamente per le proteste dei movimenti populisti e le indecisioni dei committees tecnocratici; il problema dell’immigrazione partorisce molte risposte amministrative e costituisce un capitale politico per molti dei nuovi partiti europei, ma non delinea risposte decise da parte dei governi, cioè della politica tradizionale; la Brexit è stata la risposta rancorosa del popolo alle regole della burocrazia europea, ma anche la rivolta contro un gruppo di professionisti della politica, guidato da David Cameron e George Osborne, da sostituire con un’altra squadra più fresca e aggressiva.</p>
<p>In questo scenario, chi paga il prezzo della dialettica tecnopopulista sono proprio le classi politiche e le arti che queste rappresentano: mediazione, moderazione, prudenza, ricerca del compromesso. Tuttavia, il tecnopopulismo non è una soluzione possibile, ma un pericolo. Il<strong> populismo</strong> non può governare perché è troppo alto il rischio si di perdere consensi nella complessità dell’amministrazione, proprio come insegna il caso Raggi, sia perché il rischio di politiche fallimentari scelte sull’onda emotiva e popolare è troppo elevato per il sistema globale. Allo stesso tempo, la<strong> tecnocrazia</strong> può essere un accessorio importante, nelle funzioni d’implementazione e di controllo, ma non il cuore del governo perché come scriveva <strong>Wilfredo Pareto</strong>: “si può peccare per ignoranza, ma si può peccare anche per interesse. La competenze tecnica può evitare il primo male, ma non può nulla contro il secondo.”</p>
<p>In sintesi, sacrificare la politica classica sull’altare dell’intransigenza morale e del nuovismo è il primo passo verso la distruzione della democrazia governante e la sua sostituzione con un regime ibrido costituito da promesse politiche mai realizzabili e tecnocrati privi di ethos politico. È innegabile che nell’emergenza gli esecutivi possano essere “depoliticizzati” con una fase di commissariamento che sblocchi l’impasse delle riforme, ma non può essere la regola. Anzi, questo fenomeno di “depoliticizzazione” diventa ancora più pericoloso quando originato da vittorie elettorali che esprimono una volontà di distruzione della classe politica tradizionale perché si finisce come il sindaco Raggi: con le urne piene e il governo vuoto.</p>
<p>Per concludere, non esiste democrazia liberale senza una classe politica governante né senza tecnici competenti che aiutino ad affrontare le complessità del governo e controllino il rispetto delle regole. La politica può e deve essere sottoposta ad un ricambio dinamico quando i cittadini ritengono insufficiente il suo operato, ma non può essere sostituita soltanto né dalla tabula rasa in nome del popolo né dai buoni curriculum al potere. Servono, piuttosto, delle arene in cui forgiare una classe politica in grado di frenare tanto le pulsioni populiste quanto le spinte tecnocratiche, e di addomesticarle entrambe. Per questo la politica professionalizzata va difesa dal <strong>giacobinismo populista</strong>, dalla burocratizzazione e dal giustizialismo. Perché è nella gestione prudente e nel disinnesco dell’attrito tecno-populista che si gioca il futuro della democrazia. Vale per Roma, per l’Europa e per l’Occidente tutto.</p>
<p><strong>Lorenzo Castellani</strong>, <em>Il Foglio</em> del 20 settembre 2016</p>
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