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	<title>germania Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>germania Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>L’impatto delle forzature di bilancio tedesche sulle nuove regole Ue</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/impatto-bilancio-ue/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Bastasin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Dec 2023 18:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[bilancio]]></category>
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		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il governo tedesco sembrava aver assecondato il noto motto di Henry Kissinger: &#8220;Le cose illegali le facciamo subito, per quelle incostituzionali ci mettiamo un po&#8217; di più”. Tuttavia, dopo che proprio la Corte di Karisruhe ha smontato l&#8217;utilizzo abusivo dei &#8220;fondi speciali&#8221; extra bilancio, Berlino deve cercare di quadrare i bilanci 2023 e 2024 entro [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il governo tedesco sembrava aver assecondato il noto motto di Henry Kissinger: &#8220;Le cose illegali le facciamo subito, per quelle incostituzionali ci mettiamo un po&#8217; di più”. Tuttavia, dopo che proprio la Corte di Karisruhe ha smontato l&#8217;utilizzo abusivo dei &#8220;fondi speciali&#8221; extra bilancio, Berlino deve cercare di quadrare i bilanci 2023 e 2024 entro poche settimane, con soluzioni che inevitabilmente avranno conseguenze anche sul contemporaneo negoziato sulle nuove regole fiscali europee.</p>
<p>La sentenza della Corte ha reso inutilizzabili 60 miliardi di fondi per spese già programmate, un ammontare che pone Berlino di fronte a un problema politico più che finanziario. Nel 2023, infatti, le spese verranno coperte in gran parte con l&#8217;aumento del fabbisogno federale. In tal modo però il disavanzo 2023 supererà i limiti del &#8220;freno al debito&#8221;, la norma costituzionale del 2009 con cui la Germania si è autoimposta un tetto dell&#8217;indebitamento federale pari allo 0,35% del Pil (più un fattore ciclico). Per poterlo fare, il cancelliere Scholz ha deciso di invocare “la clausola di emergenza&#8221; che sospenderebbe il &#8220;freno&#8221; anche quest&#8217;anno.</p>
<p>La Cdu, il maggior partito di opposizione, ha assicurato che non contesterà la legittimità di questa iniziativa. Diverso il caso in cui Scholz evocasse la clausola di emergenza per il 2024, una tentazione cullata alla cancelleria a fronte di un buco ancora più ampio, legato a un altro &#8220;fondo speciale&#8221;, e che è quasi impossibile calcolare. Il governo stima un buco di 17 miliardi ma c&#8217;è chi calcola sia almeno doppio. La Cdu però si opporrebbe di fronte alla Corte perché ritiene possibile tagliare spese federali per 125 miliardi senza conseguenze recessive se &#8220;solo&#8221; si riducesse la burocrazia che frena la spesa per investimenti già a bilancio. Una tentazione del governo è allora di ricorrere ai prestiti del programma Next Gen Eu che Berlino non ha richiesto finora, limitandosi ai trasferimenti &#8220;gratuiti&#8221;. Si tratterebbe di una mossa di rilevante significato per l&#8217;Europa, perché accentuerebbe l&#8217;importanza di fondi finanziati da debito comune anche per un Paese che può finanziarsi sul mercato a tassi inferiori a quelli dell&#8217;Ue.</p>
<p>Più complessa è la questione se la Germania riconoscerà l&#8217;evidenza dei problemi causati da una regola rigida, economicamente e giuridicamente, quale il &#8220;freno al debito&#8221;. Il governo ritiene che una revisione della norma sia augurabile, ma per attuarla è necessario il voto favorevole di due terzi del Parlamento e deve quindi ottenere il consenso dell&#8217;opposizione. L&#8217;opzione del governo è di escludere dal calcolo del disavanzo le spese per investimenti in settori come la transizione ambientale e quella digitale. Oppure di classificare tali settori come rilevanti ai fini costituzionali, consentendo la creazione di &#8220;fondi speciali&#8221; extra bilancio (come è già successo per la Difesa). Anche questa opzione avrebbe conseguenze nel confronto europeo perché legittimerebbe deroghe simili in altri Paesi, o addirittura potrebbe essere trasposta in fondi speciali comuni a carico del bilancio comunitario con vaste implicazioni politiche perché la responsabilità delle scelte farebbe poi capo alla Commissione Ue. Decisiva è la posizione della Cdu che si oppone ala revisione del &#8220;freno” a livello federale, sostenendo che esso sia già flessibile grazie al fattore ciclico che quest&#8217;anno, per esempio, autorizzerebbe un disavanzo ulteriore di circa 20 miliardi.</p>
<p>La Cdu è invece possibilista nel caso di una riforma del &#8220;freno&#8221;, ancora più rigido, applicato ai Länder, ai quali è richiesto un pareggio di bilancio senza attenuazioni cicliche. Fonti della Cdu si dicono infine contrarie a eccezioni per le spese per clima ed energia. Un compromesso nel corso del 2024, tuttavia, non è da escludere. La Cdu, infatti, riconosce ora il problema dei Länder perché è al governo in alcuni di essi. Potrebbe avvertire il problema anche a livello federale qualora, come previsione generale, vincesse le elezioni del 2025. In quel caso, inoltre, dovrebbe formare una coalizione di governo con un altro partito dell&#8217;attuale coalizione e negoziare un accordo offrirebbe il pretesto per “concedere&#8221; la riforma del &#8220;freno&#8221;.</p>
<p>L&#8217;opposizione è invece contraria alla creazione di nuovi &#8220;fondi speciali&#8221; a livello europeo. La questione si porrà a breve con il finanziamento dei fondi per l&#8217;Ucraina, di cui anche la Cdu riconosce l&#8217;irrinunciabilità. Secondo la Cdu, istituire un veicolo ad hoc (appunto un fondo speciale europeo) incorrerebbe in problemi di compatibilità giuridica di fronte alla</p>
<p>Corte tedesca. I fondi, quindi, dovrebbero provenire dal bilancio degli Stati, ma qui sorge un altro problema: informalmente Berlino sta trattando non solo per evitare un aumento, ma addirittura per ottenere la riduzione di un terzo del contributo tedesco alle casse comunitarie. Intanto il negoziato sulle regole europee si sta avvicinando a una conclusione. Tutti i governi sono convinti che il Consiglio Ue debba trovare l&#8217;accordo entro fine anno. Proprio la ristrettezza dei tempi renderà ancora più confuso un negoziato in cui si combinano interessi molto diversi: a fronte della richiesta tedesca di inserire nella proposta di riforma della Commissione due clausole di salvaguardia (la riduzione del rapporto debito-Pil di un punto percentuale ogni anno e un calo del disavanzo strutturale di mezzo punto, valide per tutti), si negozierà un approccio più flessibile nella valutazione delle condizioni eccezionali che giustifichino le deroghe, nonché una maggiore flessibilità nell&#8217;utilizzo dei fondi di Next Generation-Eu o di altre risorse.</p>
<p><strong><em>La Repubblica</em></strong></p>
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		<title>Manifestarsi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/manifestarsi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Oct 2023 15:20:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Francia e in Germania hanno proibito le manifestazioni a favore della causa palestinese. Sono manifestazioni che utilizzano il popolo palestinese quale ostaggio verbale, come Hamas lo usa quale ostaggio materiale. Alla Fiera di Francoforte hanno deciso di sospendere la consegna di un riconoscimento a una scrittrice palestinese, conosciuta per le sue tesi anti israeliane. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In Francia e in Germania hanno proibito le manifestazioni a favore della causa palestinese. Sono manifestazioni che utilizzano il popolo palestinese quale ostaggio verbale, come Hamas lo usa quale ostaggio materiale. Alla Fiera di Francoforte hanno deciso di sospendere la consegna di un riconoscimento a una scrittrice palestinese, conosciuta per le sue tesi anti israeliane. Si tratta di due errori. Le manifestazioni non si proibiscono (salvo che non ricorrano specifici problemi di ordine pubblico) e i premi assegnati si consegnano (semmai interrogandosi sui criteri d’assegnazione). Il perché non si trova soltanto nel generico e pur importante fatto che noi siamo il mondo libero e difendiamo la libertà dei nostri avversari e di chi la pensa diversamente da noi, ma risiede nella convenienza: le ragioni della civiltà non devono temere le parole di chi le mette in discussione, non devono avere timore.</p>
<p>È facile osservare che manifestazioni a favore della (presunta) causa palestinese sono possibili nelle nostre strade, mentre non lo è vederne a favore di Israele in Cina o in Russia. Il che vale anche per la libertà di culto: è facile trovare moschee dalle nostre parti, meno trovare chiese in tante (non tutte) aree musulmane. Vero, ma non c’è un solo buon motivo per cui si debba aspirare ad assomigliare al peggio essendo il meglio.</p>
<p>Non è saggio togliere la parola, lo è darla. E ritrovarla. Gli estremisti si amano fra di loro e si scambiano vicendevolmente la legittimazione: esisto e sono violento perché c’è quell’altro che esiste ed è violento; tolgo la parola perché quell’altro non riconosce la libertà di parola; affermo essere unica la mia identità religiosa perché quell’altro vuole che sia unica la sua. Sono colleghi. Il che capita anche in politica ed è la ragione per cui le piazze d’Israele erano piene di vita e opposizione, prima che Hamas le riempisse di morte: il governo provava a svellere i cardini del diritto, cercando la forza nel perdurare del nemico alle porte. Finché il nemico le ha sfondate. Gli estremisti collaborano fra loro, li si combatte collaborando fra ragionevoli.</p>
<p>Il guaio è che gran parte dei ragionevoli rinunciano alla parola o la danno per scontata. Invece si potrebbe perderla, continuando a dire che sono “tantissimi” i manifestanti anti occidentali, mentre sono ben più numerosi i cittadini della libertà. Il guaio è lasciare la piazza agli estremisti. Compresa la piazza digitale. Invece non si dovrebbe mai lasciare senza replica, non si dovrebbe mai smettere di esporre le proprie idee e richiamare i fatti. Questo è il modo per combattere i nemici della storia.</p>
<p>Una digressione su casa nostra. Per ricordare l’infamia del 16 ottobre 1943, quando la comunità ebraica di Roma fu rastrellata e inviata alla morte, la presidente del Consiglio ha detto che si tratta di «uno dei crimini più efferati che la storia italiana abbia conosciuto», perpetrato dai «nazisti con la complicità fascista». Lo sapevamo già, ma va sottolineato un miliardo di volte e vanno valorizzate le parole di chi è cresciuto sulla scia dell’ammirazione verso il fascismo. O vogliamo essere così ipocriti da negare il valore di quelle parole e il disvalore di quella provenienza? Si deve essere ottusi per non capire che la giusta posizione di politica estera del governo italiano, sia sulla questione ucraina che su quella israeliana, discende dall’avere rinnegato quell’orrida radice. E si deve essere ciechi per non accorgersi che nel governo ci sono diverse posizioni. Così come nell’opposizione. La parola serva a non tacerlo.</p>
<p>Israele è un bastione della libertà occidentale, come l’Ucraina è una trincea della sicurezza occidentale. Né Israele né l’Ucraina sono la perfezione, perché la perfezione è dei pazzi assassini, invasati e mistici. Ma l’attacco a Israele e all’Ucraina viene dai nemici del nostro mondo. A quanti, in casa nostra, si schierano da quella parte non va tolta la parola: vanno ricoperti di parole, colpo su colpo, senza nulla concedere.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>Sovranità</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sovranita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Mar 2022 09:49:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[consiglio europeo]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Guardate le immagini dell’ultimo Consiglio europeo, appena concluso a Versailles. Guardate quel grande tavolo quadrato, con tante persone sedute, che parlano a turno. Taluno ci vedrà l’impotenza della democrazia, il caos delle tante posizioni diverse, il lavorio della mediazione politica, il tempo perso inseguendo un compromesso. Facile che siano gli stessi che vedendo Putin in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Guardate le immagini dell’ultimo Consiglio europeo, appena concluso a Versailles. Guardate quel grande tavolo quadrato, con tante persone sedute, che parlano a turno. Taluno ci vedrà l’impotenza della democrazia, il caos delle tante posizioni diverse, il lavorio della mediazione politica, il tempo perso inseguendo un compromesso. Facile che siano gli stessi che vedendo Putin in pizzo al lungo tavolo da pazzo, vi vedono la forza dell’uomo al comando. Io ci vedo il potere dell’impotente, che ha bisogno di simboli per far credere il falso. Mentre il tavolo quadrato e le tante voci mi dicono che quella è la nostra forza, quella la nostra ricchezza. La mediazione e i compromessi sono faticosi, ma fruttuosi. Noi vinciamo. L’autocrate perde. Soprattutto, attorno a quel tavolo affollato di voci e Paesi, si trova la cosa più preziosa: la sola sovranità possibile, quella europea.</p>
<p>Veniamo da anni in cui la nostra superiorità democratica (esatto: superiorità, perché il relativismo non è apertura, ma fuga dalla responsabilità) ha difeso il diritto di parola di correnti che volevano dirsi “sovraniste” e, nell’esserlo, contestavano la sovranità europea. Ci sta, è una tesi, anche forte, venata di un nazionalismo che non osa chiamarsi tale, ma è comunque un sentire legittimo. Ha trovato consensi crescenti da noi, in Francia, Germania, Austria, nel Regno Unito ha fatto guai. In poche ore è emerso che i sovranisti nostrani erano al servizio del sovrano altrui. Mandare al macero le foto servirà loro a nulla. I sovranisti d’Ovest si sentivano commilitoni di quelli ad Est, poi è arrivata l’invasione criminale dell’Ucraina e a Est s’è chiesta protezione all’Unione europea e alla Nato, nel mentre suggerivano ai presunti amici di vergognarsi per l’avere tifato a favore dell’impero dell’Est. La storia corre veloce, in certe giornate. Ma torniamo al tavolo europeo.</p>
<p>Francia e Italia dimostrano una consonanza che da anni si riteneva necessaria. Finalmente. Propongono un secondo Recovery, altro debito comune, da impegnarsi sul fronte energetico e della difesa. Chi ragiona diversamente osserva che ci sono ancora i soldi del primo, che il solo Paese ad avere preso tutto, regali e prestiti, è l’Italia, sicché avanzano fondi e non ha senso accendere altri debiti se prima non li si è esauriti. I primi fanno leva sulla minaccia per approfondire l’integrazione. I secondi guardano ai bilanci, per evitare che gli squilibri portino disintegrazione. Tesi diverse. Significa che siamo divisi? L’opposto: che siamo uniti nel più ricco e bello dei mondi possibili, quello per sua natura imperfetto e che procede per approssimazioni, che condivide gli obiettivi ma mette in campo idee e interessi diversi per arrivarci. Sono obiettivi molto ambizioni, segnano cambiamenti epocali, necessitano di un forte impegno finanziario, di cui si discute l’indirizzo e la garanzia. Sono scelte politiche, quindi è bene che esistano approcci diversi. Se ne riparlerà fra qualche giorno, al Consiglio europeo formale.</p>
<p>Da noi, nelle democrazie, si tiene conto anche di chi protesta perché il pieno all’auto costa di più. Da Putin si nega il diritto di migliaia di madri di piangere il cadavere di figli mandati a crepare con l’inganno. Da noi si perde più tempo a discutere. Da lui il tempo lo ricorderà come l’uomo che distrusse la Russia. Il che non dispiace a lui, ebbro di morte altrui e gloria propria, ma a noi, che amiamo la Russia e i russi e, per questo, chiediamo loro di liberarsi dal demone.</p>
<p>Che la sola sovranità possibile sia quella europea lo vedeva già Luigi Einaudi, un secolo addietro. Lo insegnò agli antifascisti. Lo videro economisti e letterati in ogni parte d’Europa. Lo videro i popoli della riconquistata pace. Lo persero di vista i molti contemporanei che credevano eterna la meravigliosa stagione iniziata nel 1989. Ora lo vedono tutti, solo che non abbiano venduto i loro occhi o non se li siano cavati in nome della plurisecolare avversione alle fatiche della libertà.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>Meglio i Falken</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/meglio-i-falken/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Sep 2021 16:10:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli elettori tedeschi non hanno trovato di che entusiasmarsi o di che spaventarsi, hanno tagliato fuori gli estremisti, si sono comportati in modo ragionevole. Siccome viviamo nella stessa Unione e la cosa ci riguarda, come le faccende di casa nostra riguardano anche loro, possiamo ringraziarli. Ben votato, perché il risultato è consapevole che una stagione [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Gli elettori tedeschi non hanno trovato di che entusiasmarsi o di che spaventarsi, hanno tagliato fuori gli estremisti, si sono comportati in modo ragionevole. Siccome viviamo nella stessa Unione e la cosa ci riguarda, come le faccende di casa nostra riguardano anche loro, possiamo ringraziarli. Ben votato, perché il risultato è consapevole che una stagione è finita e quella che si apre è ancora tutta da delineare.</p>
<p>La novità di quel voto non è che si dovrà fare un governo di coalizione, perché i loro governi tali sono da una sessantina d’anni, il primo con cristianodemocratici e socialdemocratici risale al 1966. La novità è che i due partiti maggiori, assieme, non raggiungono la metà dei votanti. I socialdemocratici crescono e arrivano primi, i cristianodemocratici perdono, ma hanno governato assieme e ora, assieme, non raggiungono la maggioranza. In questo risultato pesano ragioni interne, ma considerato che la Germania Federale era l’ultimo grande Paese europeo in cui i partiti politici non erano stati travolti e mantenevano saldo il governo, vi si può leggere anche una condizione continentale, forse relativa all’intero Occidente: l’impronta genetica del ‘900 s’indebolisce e nuove sfide chiedono nuove idee. Il che riguarda anche verdi e liberaldemocratici, per restare in Germania, come le forze più recenti nel continente (si pensi alla Francia, con presidente e maggioranza parlamentare intestati a una forza politica che prima delle scorse elezioni non esisteva). Nessuno sfuggirà al bisogno di offrire una più credibile visione del futuro, altrimenti durerà lo spazio di un mattino.</p>
<p>Qui in Italia si guarda alla Germania con il timore che “tornino i Falchi”. I Falken. Sciocca preoccupazione, tanto più che le grandi svolte che abbiamo vissuto e viviamo, dal 2012 in poi, sono state tutte fatte con i Falken ben presenti. Anche loro, però, a dispetto del rapace cui devono il nome, hanno avuto vista corta. Hanno ragione quando sostengono che non si può stare troppo a lungo con i tassi d’interesse a zero o che non si può incentivare l’indebitamento per alimentare la spesa corrente. Certo che hanno ragione. Ma la potenza del mercato europeo è anche la potenza della Germania, sicché sarebbe masochista strozzarla. Hanno ragione quando osservano che l’indebitamento comune si fa a tasso bassissimo perché l’ordine e il rigore di Germania l’hanno portata a indebitarsi con tassi negativi, ma è ragione che serve a nulla se porta al divaricarsi degli spread e all’insostenibilità per i più indebitati (ovvero noi, che anziché piagnucolare ce ne dovremmo ricordare).</p>
<p>Qui si dice, con una certa stolta soddisfazione, che il voto tedesco indebolisce la Germania e, quindi, favorisce una nostra (e francese) maggiore influenza. L’Unione europea ha bisogno che ciascun componente sia forte e l’ipotesi di veder scivolare la più grande potenza economica verso radicalizzazioni dovrebbe preoccupare, non sollazzare. Per questo il voto tedesco è un buon voto: evita il rischio, distribuendosi fra moderati con diverse sensibilità. Ora tocca alla politica ritrovare il filo del discorso.</p>
<p>Si è impostata la transizione energetica. C’è una scelta politica cui le forze politiche si sottraggono: la si fa statalizzando vieppiù o dandosi regole che spingano il mercato verso la diversa produzione di energia? Che gli elettori tedeschi non abbiano risposto, come non risponderebbero quelli italiani o francesi, deriva dal fatto che nessuno ha posto loro la domanda. E non è stata posta perché la politica si trincera dietro parole vuote, come “transizione”, “ambiente o “ecologia”, annebbiandosi circa il modello cui puntare. E s’annebbiano anche perché, come per la difesa o l’immigrazione, non è più materia solo nazionale. Per questa roba servono Falken veri, con la vista lunga e la consapevolezza che la sovranità è difendibile se europea. È ora che quelle uova si schiudano, che le vecchie si son rotte.</p>
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		<title>Mario Monti: Quelle verità nascoste</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/mario-monti-quelle-verita-nascoste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2020 06:28:08 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="su-button-center"><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/07/monti-corriere-quelle-verita-nascoste.pdf" class="su-button su-button-style-flat su-button-wide" style="color:#ffffff;background-color:#003c71;border-color:#00305b;border-radius:5px" target="_self"><span style="color:#ffffff;padding:9px 30px;font-size:22px;line-height:33px;border-color:#4d779c;border-radius:5px;text-shadow:0px 0px 0px #ffffff"><i class="sui sui-newspaper-o" style="font-size:22px;color:#ffffff"></i> VISUALIZZA ARTICOLO</span></a></div>
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		<title>Federico Fubini: L&#8217;Europa di fronte alla legge dei numeri. Obiettivo: evitare la Grande Divergenza</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/federico-fubini-leuropa-di-fronte-alla-legge-dei-numeri-obiettivo-evitare-la-grande-divergenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2020 06:55:34 +0000</pubDate>
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		<title>Germania-Italia, crauti e vongole</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/germania-italia-crauti-e-vongole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Nov 2016 19:31:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[davide giacalone]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Davide Giacalone analizza le differenze tra Germania e Italia[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Guardi la Germania e capisci meglio l’Italia. Da noi si dice della loro stabilità e organizzazione, magari traendone anche qualche considerazione non troppo rassicurante. Siamo i primi, parlando di noi stessi, a pigiare il piede sull’acceleratore dei <strong>luoghi comuni</strong>. Il fatto è che sono, in gran parte, anche delle fesserie.</p>
<p>Quante volte si è ripetuto, negli ultimi decenni, che il <strong>sistema elettorale proporzionale</strong> è un volano d’instabilità, mentre i sistemi maggioritari, meglio se con (orridi) premi di maggioranza, favoriscono la stabilità? Ebbene: il sistema istituzionale più stabile e il governo più forte d’Europa nascono dal proporzionale.</p>
<p>Quante volte s’è detto che è diritto degli elettori votare il capo del governo e non lasciare che in quel posto arrivi chi non è stato colà eletto? <strong>Il capo di governo più forte</strong>, in Europa, quello tedesco, non è eletto dal popolo e può essere sostituito nel corso della legislatura (come accadde).</p>
<p>E la favola bella dei sistemi che consentono di governare a un partito solo, in modo da evitare l’eterogeneità delle coalizioni? La visione paradisiaca della sera elettorale, quando subito si conosce il vincitore? <strong>In Germania governano le coalizioni</strong>, contano i partiti e l’ultima volta ci hanno messo più di un mese, dopo la sera elettorale, per far nascere il governo. La vincitrice non aveva vinto abbastanza.</p>
<p>Viene da chiedersi: dov’è il trucco? La serietà dei protagonisti. Il che serva di lezione a chi, a ogni crisi e difficoltà politica, propone di cambiare la Costituzione: nessuna regola del gioco potrà mai funzionare, se i giocatori sono praticoni scorretti e incoerenti. Da loro un <strong>cambio di casacca</strong>, effettuato da uno degli eletti, è considerato fatto epocale, da noi abituale (in questa seconda Repubblica, perché un tempo era diverso).</p>
<blockquote><p>Da loro un cambio di casacca, effettuato da uno degli eletti, è considerato fatto epocale, da noi abituale</p></blockquote>
<p>Se chi lo fa non è in grado di spiegarne tutte le motivazioni, sarà additato alla pubblica esecrazione. Gli elettori non lo voteranno in quanto furbacchione, ma lo puniranno da lestofante. Da loro le coalizioni si formano su<strong> patti chiari</strong>, che ciascuno s’impegna a rispettare. Non su accordi provvisori, in attesa che il primo della fila si giri e lo si possa accoltellare.</p>
<p>Da loro chi governa, come in tutte le democrazie, tiene conto degli umori dell’opinione pubblica, calibrando le scelte che compie e, se del caso (come di recente avvenuto), correggendole. Da noi si crede sia politico di razza chi corre appresso agli umori popolari e sa cavalcarli. Loro hanno avuto capi del governo eletti che hanno perseguito politiche giuste, benché impopolari, mettendo nel conto le sconfitte elettorali. Da noi abbiamo avuto <strong>governanti non eletti</strong>, mai misuratisi con le urne, che una volta insediati cominciano a pensare come potere agguantare un plebiscito.</p>
<p>Loro, nella Costituzione adottata dopo la seconda guerra mondiale (come la nostra), hanno inserito un codicillo decisivo: per fare cadere un governo devi averne un altro pronto e con la fiducia votata. Noi abbiamo vissuto mesi di “crisi al buio”, ci sono supposti capi politici che prima <strong>fanno cadere i governi</strong> per poi avvertire dei gravissimi pericoli che questo comporta, se non si provvede subito a sostenerli nel nuovo governo. Poi si promuovono commissioni bicamerali e convocano saggi, per cercare di tenere insieme cocci che manco collimano.</p>
<p>Sembra che qualche cosa c’impedisca di cogliere un punto elementare: per avere una politica apprezzabile, come quella tedesca, ci basterebbe essere persone serie. Non solo i politici, anche gli elettori. Per il resto saremmo anche più forti, dei tedeschi.</p>
<p>Invece preferiamo frignare, novelli Calimero autocommiseranti. Ah, l’Europa tedescocentrica! Peccato che nella più importante decisione presa, quella che oggi dispiega i maggiori effetti sui nostri conti, ovvero <strong>la politica monetaria della Banca centrale europea</strong>, la Germania non sia solo contraria, ma è anche finita in minoranza. Abbiamo governanti che avvertono i mercati: se perdo il referendum l’Italia collassa.</p>
<p>Così quelli, i mercati, si preparano al collasso. Mentre loro, i tedeschi, pagano meno interessi di noi dipingendosi creditori affidabilissimi e stabili. Peccato che noi si sia pagati sempre tutti i nostri debiti, mentre loro no. È  che in quanto a spread della serietà siamo campioni.</p>
<p><strong>Davide Giacalone</strong>, <em>Il Giornale</em> 21 novembre 2016</p>
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		<title>La lotta di Renzi contro l&#8217;austerity che non c&#8217;è</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-lotta-di-renzi-contro-lausterity-che-non-ce/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Veronica De Romanis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Sep 2016 08:37:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[austerità]]></category>
		<category><![CDATA[flessibilità]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[irpef]]></category>
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		<category><![CDATA[tasse immobili]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Veronica De Romanis, numeri alla mano, spiega perché in questi anni non c'è stata alcuna austerità [:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Crescita, flessibilità, fine dell’austerity sono le parole chiave nei commenti sul nuovo Documento di Economia e Finanza del governo Renzi. La promessa, in sintesi, è quella di far ripartire la crescita, chiedendo all’Unione Europea maggior flessibilità sul deficit. In vista, ma non quest’anno, c’è anche la riduzione della pressione fiscale. Sarà vero?</p>
<p>Si tratta di obiettivi realistici? Lo abbiamo chiesto a <strong>Veronica De Romanis</strong>, docente di Politica Economica Europea alla Stanford University, una lunga esperienza al Ministero dell’Economia e Finanza, autrice de <em>Il Metodo Merkel</em> e <em>Il Caso Germania</em>. In questa intervista spiega a <em>La Nuova Bussola Quotidiana</em> come l’obiettivo della crescita, fissato all’1% del Pil, sia molto difficile da raggiungere viste le condizioni attuali e il bonus europeo per consentirci ancora flessibilità sul deficit è stato in gran parte già speso negli anni scorsi.</p>
<p><strong>Professoressa De Romanis, partiamo dalla promessa di crescita. L’obiettivo è un +1% del Pil. Le stime dell’Ocse, però, prevedono una crescita inferiore (0,8%) e Confindustria, addirittura, la metà. E’ realistico, a suo avviso, l’obiettivo dell’1%?</strong></p>
<p>Per il 2017, il Def ha previsto una crescita dell’1,4%, ora tagliata all’1%. Una stima ottimista considerando il rallentamento in corso dell’economia globale, le diverse incognite come la Brexit ma anche tenuto conto della deludente crescita per l’anno in corso. Nei primi due trimestri, l’Italia è cresciuta in media dello 0,1%, la performance più bassa dei paesi dell’area dell’euro. L’acquisito (ossia la crescita che si avrebbe a fine anno se i prossimi due trimestri fossero piatti) si attesta allo 0,7%, pertanto, il 2016 dovrebbe chiudersi con un valore intorno allo 0,8%, inferiore alla previsione del Def di aprile pari all’1,1% per cento.</p>
<p><strong>A giudicare dalle notizie, pare che il grosso dello sforzo speso dal premier Matteo Renzi in Unione Europea, consista nell’ottenere maggior flessibilità sul deficit. Si prevede che il rapporto deficit Pil (stando all’ultimo aggiornamento) arrivi al 2,3%. Ammettendo che Renzi vinca la battaglia, un aumento del deficit potrebbe stimolare la crescita?</strong></p>
<p>La battaglia è sicuramente complicata anche perché la flessibilità è un’eccezione non una regola e quindi come tale può essere utilizzata solo in maniera temporanea. Ecco perché il governo italiano si è impegnato a rimettere già a partire dal 2017 le finanze pubbliche su un sentiero sostenibile. Ma anche se fosse accordata, la flessibilità deve servire a stimolare la crescita. La logica è: spendo di più (o abbasso le tasse) oggi, per crescere di più domani e poter così riassorbire il maggiore indebitamento che ho creato.</p>
<p>I circa 14 miliardi di flessibilità ottenuti nel 2016 (ossia 8 miliardi per le riforme, 4 miliardi per gli investimenti e 1,6 per le spese per i migranti) sono stati utilizzati in gran parte per disinnescare la clausole di salvaguardia (introdotte dal governo per finanziare spese già effettuate negli anni precedenti). Quindi non per ridurre la pressione fiscale, ma per evitare un aumento. Dal lato delle spese, il taglio netto è stato di 360 milioni di cui 319 in conto capitale, proprio il comparto più produttivo</p>
<p><strong>Il maggior rimprovero che Matteo Renzi muove all’Europa riguarda il modello di austerity, che a suo dire sarebbe una causa della crisi e non la sua soluzione. Ma l’Italia ha realmente attraversato (subendolo) un periodo di politiche di austerity?</strong></p>
<p>In realtà, in Italia in questi anni di governo Renzi di austerità non c’è stata molta traccia. E i numeri lo dimostrano. Un modo semplice per calcolare il grado di austerità è quello di misurare la variazione &#8211; rispetto all’anno precedente &#8211; del saldo primario strutturale, ossia al netto degli interessi sul debito e corretto per gli effetti ciclici. Dai dati si evince che nel triennio 2013-2016, la politica fiscale in Italia è stata espansiva: il surplus primario strutturale è sceso, infatti, dal 3,5 al 2,6 per cento del Pil.</p>
<p>Pertanto, non si può dire che ci sia stata austerità. E, infatti, la spesa pubblica ha continuato a crescere. Le spese totali sono aumentate di 865 milioni. E aumentano anche al netto degli interessi per circa 340 milioni. Diminuiscono invece di 6 miliardi le spese per interessi ma questo è dovuto alla politica monetaria espansiva messa in campo dalla Banca Centrale Europea.</p>
<p><strong>Alla Germania, Renzi rimprovera di non aver rispettato le regole sul surplus commerciale.È una critica pertinente?</strong></p>
<p>Chi dice che la Germania non rispetta le regole o non ha letto i trattati oppure non li ha capiti. Il surplus commerciale è infatti uno dei 14 indicatori che definiscono la valutazione che la Commissione europea fa ogni anno sugli squilibri macroeconomici dei vari paesi. Tra questi indicatori c’è anche il tasso di occupazione, la disoccupazione giovanile, quella di lunga durata, la competitività, il tasso di cambio, ecc. La Germania non ne rispetta 2 su 14, l’Italia 5 su 14. Eppure nessuno dei due paesi è sotto procedura per squilibri macroeconomici.È come dire che uno studente ha due insufficienze nel caso della Germania, ma non per questo viene bocciato. Certo il problema resta.</p>
<p>La Germania deve fare uno sforzo per cercare di aumentare la domanda interna e investire l’eccesso di risparmio. Ma come ha sostenuto più volte Mario Draghi “non si tratta di una economia pianificata, e quindi non si può spingere un bottone e cambiare le cose”. Ci vuole del tempo. Il Ministro delle Finanze Schäuble ha annunciato una riduzione delle tasse e un piano di investimenti di circa 10 miliardi per i prossimi anni. Molto ancora potrebbe essere fatto. Ma è sbagliato pensare che la soluzione dei problemi dell’Italia arriverà da una maggiore domanda tedesca. Primo perché solo un terzo del surplus commerciale tedesco proviene dai paesi dell’unione (tra l’altro, la gran parte è con il Regno Unito). E poi, perché per attirare investimenti dall’estero, l’Italia deve implementare le riforme strutturali. Altrimenti, il risparmio tedesco si indirizzerà in paesi dove la giustizia e la pubblica amministrazione funzionano meglio. Fino ad ora, si è fatto poco.</p>
<p><strong>Sappiamo già, da quel che è stato pubblicato, che l’Irpef non verrà ridotta e nemmeno il cuneo fiscale. Eppure Renzi dichiara che con questo governo le tasse degli italiani saranno abbassate. L’anno prossimo potremo pagare realmente meno allo Stato?</strong></p>
<p>Per ridare slancio alla crescita e quindi all’occupazione, la Commissione europea ci chiede oramai da anni di spostare il carico fiscale dai fattori produttivi agli immobili. I dati a questo proposito parlano chiaro. Il cuneo fiscale in Italia è tra i più alti al mondo è in aumento: negli ultimi 15 anni è passato per un lavoratore single dal 47,1% al 49% (mella media dei paesi OCSE non solo il livello è ben più ridotto ma la tendenza è stata verso una diminuzione: dal 36,6% del 2000 al 35,9% del 2015). Mentre, la tassazione sugli immobili è in linea con la media dei paesi europei. Eppure si è deciso di intervenire proprio sull’Imu.</p>
<p>Intervista di Stefano Magni, tratta dal sito <a href="http://www.lanuovabq.it/it/articoli-la-lotta-di-renzi-contro-lausterity-che-non-ce-17533.htm">www.lanuovabq.it</a></p>
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		<title>Inutile chiedere flessibilità alla Merkel. Tocca all&#8217;Italia riformarsi.</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/inutile-chiedere-flessibilita-alla-merkel-tocca-allitalia-riformarsi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Veronica De Romanis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Sep 2016 12:08:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[flessibilità]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
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		<category><![CDATA[riforme]]></category>
		<category><![CDATA[Veronica de romanis]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Flessibilità, vertice di Atene e Germania: ecco alcuni dei temi caldi affrontati da Veronica De Romanis in un'intervista rilasciata  a La Nazione, domenica 11 settembre. [:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/inutile-chiedere-flessibilita-alla-merkel-tocca-allitalia-riformarsi/">Inutile chiedere flessibilità alla Merkel. Tocca all&#8217;Italia riformarsi.</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Flessibilità, vertice di Atene e Germania: ecco alcuni dei temi caldi affrontati da Veronica De Romanis in un&#8217;intervista pubblicata domenica 11 settembre da La Nazione. Ma anche curiosità: sapevate, per esempio, che la Grecia dall&#8217;entrata nell&#8217;euro ha aumentato la propria spesa pubblica? </em></p>
<p style="text-align: center;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Non possiamo sperare che sia Angela Merkel a salvarci, ma dovremo pensarci da soli. Sarà ben difficile che cambino le regole europee e ci venga concessa più flessibilità. Così come sarà difficile che lo scenario cambi dopoil vertice di Atene tra i Paesi del mediterraneo. L’avanzata delle forze populista in Germania ha reso più stretti i margini della Merkel. Ne è convinta l’economista <strong>Veronica De Romanis</strong>, grande conoscitrice della Germania</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sorpresa della dura risposta del ministro </strong><em><strong>Schäeuble ai leader socialisti?</strong></em></p>
<p><em>Schäeuble non è nuovo ai modi bruschi anche nel commentare le vicende interne, ma è sbagliato considerarlo un anti europeista. Ha semplicemente detto nella sostanza quello che pensa gran parte dei tedeschi.</em></p>
<p><em><strong>Cioè?</strong></em></p>
<p><em>Che l’austerità non è un’imposizione, ma una conseguenza e la crisi lo ha dimostrato.</em></p>
<p><em><strong>In che modo?</strong></em></p>
<p><em>La Grecia, che ha ospitato il summit dell’altro giorno, entrata nell’euro ha aumentato la spesa pubblica del 2005 al 2008 dal 45 al 55% del Pil. Quando i mercati le hanno chiuso le porte dei finanziamenti ha chiesto aiuto ai Paesi europei, ottenendo tre pacchetti di salvataggio per oltre 300 miliardi. Tutti soldi dei contribuenti europei, compresi italiani e tedeschi. Che, in cambio della solidarietà chiedono la responsabilità di mettere i conti in ordine.</em></p>
<p><em><strong>Quindi la Merkel non sarò disposta a concedere più flessibilità?</strong></em></p>
<p><em>Non è la Merkel a concedere la flessibilità, ma la Commissione europea. Certamente con il successo elettorale di Alternativa per la Germania – una forza politica che chiede di mandare via gli immigrati, è contraria all’euro e vuole più austerità sostenendo che i tedeschi devono smettere di sacrificarsi per salvare gli altri Paesi europei – è aumentata anche nel partito della Merkel la fronda di coloro che pensano che troppa solidarietà europea significhi perdere i voti. Finora la Cancelliera è riuscita fare passare tutti i piani di salvataggio per la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda, la Spagna e Cipro. Oggi chiedere un ennesimo aiuto europeo ai tedeschi non sarebbe più così facile e farebbe crescere il nervosismo anche nella sua maggioranza.</em></p>
<p><em><strong>Non potrebbe trovare una sponda nei socialisti?</strong></em></p>
<p><em>La Spd governa insieme con la Merkel Fino a oggi i socialisti hanno condiviso la linea della Merkel sul rigore dei conti perché non vogliono diventare il partito della spesa e di chi chiede più soldi ai contribuenti per altri salvataggi europei. Le divergenze sono sul tema dell’immigrazione dove i socialisti hanno assunto una posizione di maggiore durezza rispetto a quella della Cancelliera.</em></p>
<p><strong>Molti leader socialisti, da Hollande a Renzi erano presenti al vertice di Atene&#8230;</strong></p>
<p>Sì, ma è facile chiedere flessibilità per il proprio Paese. Più difficile accordarla agli altri. Come reagirebbero francesi e italiani se Hollande e Renzi chiedessero nuovi sacrifici ai propri cittadini per salvare un altro Paese europeo che ha mantenuto finanze allegre?</p>
<p><strong>La flessibilità favorisce la crescita?</strong></p>
<p>Fa parte delle regole e infatti è stata applicata all’Italia. La flessibilità non può essere permanete ma un’eccezione. Concedere oggi margini sui conti pubblici deve servire per avere domani più crescita e quindi meno debito. L’Italia ha il secondo debito più dell’Europa, e in un aumento, dopo quello greco. In questi ultimi due anni non c’è stata austerità in Italia, e neanche in Francia. La flessibilità è stata utilizzata per aumentare la spesa corrente e non quella in conto capitale. La svolta quindi non può venire dalla Merkel, ma siamo noi che dobbiamo attuare il consolidamento fiscale e le riforme, a cominciare da una vera riforma della Pubblica amministrazione.</p>
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