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	<title>finanziamento Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>finanziamento Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>I blitz non servono, il Parlamento abbia il coraggio di dedicare una sessione al finanziamento dei partiti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Nov 2024 15:05:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[antipolitica]]></category>
		<category><![CDATA[finanziamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il fatto è ormai noto, avendo troneggiato sulle prime pagine dei giornali di ieri. Maggioranza e opposizione, o quantomeno il Pd, col favore del governo hanno provato a far passare un emendamento al decreto Fisco che, di fatto, portava da 25 a 40 miliardi il tetto massimo dei contributi che i partiti politici avrebbero potuto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Il fatto è ormai noto, avendo troneggiato sulle prime pagine dei giornali di ieri. Maggioranza e opposizione, o quantomeno il Pd, col favore del governo hanno provato a far passare un emendamento al decreto Fisco che, di fatto, portava da 25 a 40 miliardi il tetto massimo dei contributi che i partiti politici avrebbero potuto incassare attraverso il 2×1000 dei contribuenti. Ma il Quirinale si è opposto argomentando che il finanziamento dei partiti politici è “materia disomogenea“ rispetto ai contenuti del decreto Fisco.</p>
<p>Cominciamo con una considerazione dietrologica e politicamente scorretta. Chi scrive ebbe la ventura di trovarsi, durante la scorsa legislatura, nel ruolo di relatore di una legge di conversione di un decreto del governo Draghi che, pur essendo dedicato ai ristori post Covid, comprendeva anche i nuovi criteri di reclutamento degli insegnanti della Scuola. Nulla di più “disomogeneo”, eppure nessun rilievo quirinalizio fu allora opposto. Casi del genere sono più che frequenti nel processo legislativo repubblicano. Così frequenti da autorizzare il sospetto che se questa volta il Quirinale ha ritenuto di intervenire, il punto non fosse la disomogeneità della materia in quanto tale, ma il finanziamento dei partiti in quanto tale. Argomento in effetti scabroso e notoriamente assai impopolare. Se ne ricava che il Quirinale ha voluto lisciare il pelo per il verso giusto all’opinione pubblica. Ci sta.</p>
<p>Ma non è questo il punto. Il punto è che il tema affrontato di straforo, e in maniera “disomogenea”, dai partiti è un tema serio. Un tema su cui il Parlamento farebbe bene ad avviare una profonda riflessione. Una riflessione pubblica, alla luce del sole.</p>
<p>Sin dall’Ottocento, il processo di democratizzazione della società occidentali è andato di pari passo con il processo di strutturazione dei partiti politici. I partiti sono stati, a lungo, il luogo dove si selezionavano le élite politiche e dove si organizzavano le proposte di governo. Non è un caso che da quando i partiti sono stati affamati per assecondare un’opinione pubblica educata all’antipolitica dai media la qualità del ceto politico è precipitata e l’improvvisazione, quando non la demagogia, è sembrata diventare il principale criterio di governo. Ricostituire, grazie alla reintroduzione del finanziamento pubblico, la struttura organizzativa dei partiti politici significherebbe contribuire al rafforzamento della qualità del nostro sistema democratico. Un sistema oggi egemonizzato da leader fragili, a capo di partiti inconsistenti, e pertanto inclini a circondarsi di yesman piuttosto che di personalità politiche che hanno dovuto sostenere un cursus honorem antico prima di assurgere alla funzione parlamentare, e a maggior ragione a quella ministeriale.</p>
<p>Ma allora, se le cose stanno così, sarebbe auspicabile che il Parlamento avesse il coraggio di avviare una sessione esplicitamente dedicata alla qualità della nostra democrazia. Una sessione parlamentare in cui, oltre all’opportunità di reintrodurre il finanziamento pubblico ai partiti, si ragionasse su un sistema elettorale oggi incline a scollegare la volontà popolare dalla rappresentanza parlamentare. Non solo. Una sessione parlamentare durante la quale trovasse lo spazio che merita una riflessione sull’opportunità di dare concreta attuazione all’articolo 49 della Costituzione. Quello che prevede che i partiti politici concorrano alla vita politica del Paese attraverso un “metodo democratico“. Quel “metodo democratico“ va assolutamente codificato.</p>
<p>Così come sarebbe opportuno, anche se assolutamente impopolare, avviare una riflessione approfondita sull’opportunità di reintrodurre nell’articolo 68 della Costituzione quelle guarentigie che i padri costituenti avevano previsto per i parlamentari. Non si tratta di, come usa dire oggi, privilegi. Non si tratta di garantire la persona, ma la funzione che la persona ricopre. La funzione parlamentare. La logica malsana e falsa dell’uno vale uno è passata di moda anche tra quel che resta del Movimento 5stelle, possibile ne siano ancora afflitti i leader degli altri partiti?</p>
<p>Se le cose avessero un senso, e se la politica avesse ancora il coraggio della propria dignità, questo è quel che accadrebbe. Ma è piuttosto evidente che non accadrà. Si continuerà così, dunque: con blitz notturni, emendamenti “disomogenei”, escamotage occasionali. E viene quasi il sospetto che agli attuali, cosiddetti, leader politici in fondo vada bene così.</p></div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/11/28/news/uno_vale_due_per_mille_piu_soldi_e_non_solo_per_salvare_la_democrazia-17845927/"><strong><em>Huffington Post</em></strong></a></div>
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		<title>Finanziamento dei Partiti</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/finanziamento-dei-partiti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 May 2024 17:10:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[finanziamento]]></category>
		<category><![CDATA[partiti]]></category>
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		<title>La virata illiberale della nostra democrazia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-virata-illiberale-della-nostra-democrazia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enzo Palumbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2020 17:25:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[finanziamento]]></category>
		<category><![CDATA[legge elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[ostacoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho letto con interesse e condivisione la riflessione del Presidente della Fondazione Einaudi, avv. Giuseppe Benedetto, che ha provato a portare l’attenzione su un tema che l’epidemia ancora in corso ha oscurato, ma che sarà presto destinato a monopolizzare l’attenzione, non appena le sirene elettorali torneranno a farsi sentire. Nella prima Repubblica, la selezione naturale [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto con interesse e condivisione la <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/riapre-il-cantiere-della-legge-elettorale-consigli-per-un-dibattito-serio/">riflessione</a> del Presidente della Fondazione Einaudi, avv. Giuseppe Benedetto, che ha provato a portare l’attenzione su un tema che l’epidemia ancora in corso ha oscurato, ma che sarà presto destinato a monopolizzare l’attenzione, non appena le sirene elettorali torneranno a farsi sentire.</p>
<p>Nella prima Repubblica, la selezione naturale portava in Parlamento e al governo persone che avevano in qualche modo dimostrato sul campo, nella loro pregressa attività (politica, amministrativa, sindacale, professionale, imprenditoriale) una qualche “capacità politica”, della quale erano primi giudici i compagni o gli amici di partito che li proponevano ai cittadini, e poi, in definitiva, gli elettori, che potevano accettare quelle proposte ma anche bocciarle.</p>
<p>Nel momento in cui oggi si arriva in Parlamento, e poi anche al governo, per nomina dall’alto, e non per progressiva legittimazione dal basso, ecco che quella capacità genericamente politica, che pure qualcuno continua ad avere, si trasforma naturalmente in mera fedeltà personale al leader che lo ha prima nominato o, nel dubbio sulla rinomina, a quello che potrà rinominarlo in futuro: il trasformismo degli ultimi decenni non è altro che la dimostrazione di questa deteriore pratica politica, che consente a molti di mettere in discussione lo stesso sistema parlamentare, cominciando dalla sua essenziale prerogativa che è la libertà di mandato.</p>
<p>Il fatto è che sistema politico e metodo elettorale s’influenzano a vicenda, nel senso che un sistema politico senza veri partiti basato essenzialmente sui leader determina un metodo elettorale basato sulla cooptazione e sulla nomina e, a sua volta, un metodo elettorale di questo tipo determina un sistema politico leaderistico e, in definitiva, chi più chi meno, di tipo populista se non plebiscitario.</p>
<p>E i leader, li abbiamo visti alla prova, nella migliore delle ipotesi, scelgono personaggi ritenuti o di qualche utilità mediatica, e, nella peggiore, quelli ritenuti più congeniali ai loro personali interessi, mentre la risposta elettorale dei cittadini finisce per essere quella che sistema politico e metodo elettorale consentono che sia, posto che la stessa persona, nelle stesse circostanze di tempo e di luogo, vota diversamente a seconda che vi sia un sistema politico (e un metodo elettorale) ovvero un altro.</p>
<p>Quanto al metodo delle cosiddette primarie aperte (nel migliore dei casi) o dei click sulla tastiera (nel peggiore) non potrà mai sortire gli effetti virtuosi che possono derivare da una lunga selezione di base attraverso anni di attività nella vita civile e nelle istituzioni. Qualche eccezione è possibile in qualche partito più strutturato, in cui la specificità locale o nazionale continua ad avere qualche residuale valenza; quel che è certo è che di fare scegliere agli elettori i loro rappresentanti, come sarebbe giusto, non si parla proprio.</p>
<p>Quando ha pensato a un buon metodo di selezione del personale politico, a Benedetto, liberale, ma anche da Presidente della Fondazione Einaudi, è venuto naturale prendere le mosse dal sistema del doppio voto per candidati in collegi uninominali con ballottaggio in unico turno, che la Fondazione ha illustrato in una sua recente pubblicazione, rievocando quello proposto da Luigi Einaudi nello Scrittoio del Presidente del 1953, e per il quale ciascun elettore esprime due voti (uno principale e uno suppletivo) per due diversi candidati uninominali; un metodo da tempo in uso in alcuni paesi anglosassoni e che viene utilizzato per eleggere il sindaco di Londra.</p>
<p>Se all’esito dello scrutinio, un candidato ottiene la maggioranza assoluta col conteggio dei voti principali (first choise), viene senz’altro proclamato eletto; altrimenti si ricorre a un ballottaggio istantaneo tra i primi due, aggiungendo ai rispettivi primi voti i secondi voti, quelli suppletivi (second choise) e, all’esito del conteggio, viene proclamato eletto quello dei due che abbia totalizzato la maggior somma tra primi e secondi voti, pur senza raggiungere la maggioranza assoluta; insomma, nel primo caso, viene eletto il più gradito alla maggioranza assoluta degli elettori, nel secondo quello meno sgradito; e si evita il ballottaggio in doppio turno, che talvolta può generare accordi non trasparenti, e sempre provoca astensionismo di massa.</p>
<p>Chiaramente, anche questa di Einaudi è rimasta come una delle sue tante “prediche inutili”, per cui, se proprio si vuole continuare a ignorarlo, penso che il sistema migliore (insieme proporzionale e selettivo, ma senza ricorrere alle preferenze) potrebbe essere quello già in uso per il Senato sino al 1992, su cui proprio nei giorni scorsi è tornato il prof. Gaetano Azzariti nell’ultimo “liber amicorum”, riflettendo criticamente sulla proposta di legge elettorale che l’attuale maggioranza parlamentare si appresta a varare. E tuttavia, sia in questa prospettiva, che mi sembra preferibile, sia in quella dell’attuale maggioranza, ci sono dei problemi a monte, che rimarrebbero irrisolti se non affrontati, come pare non ci sia alcuna voglia di fare.</p>
<p>Ne cito solo alcuni:</p>
<p>1) le chiusure corporative dei partiti che sono già in Parlamento (gli insider), che non devono raccogliere firme e quindi possono fare le liste anche all’ultimo momento, quando invece chi ne è fuori (gli outsider) sono costretti a raccoglierne in tempi brevissimi decine di migliaia su liste compilate in partenza e immodificabili, salvo pasticci di cui hanno fatto le spese i 5 Stelle palermitani.</p>
<p>2) la difficoltà di finanziamento, specie dopo la legge 3-2019, che di fatto favorisce chi ha gruppi parlamentari numerosi (ancora una volta gli insider), mentre le nuove formazioni politiche sono costrette a ricorrere a mini contributi attraverso improbabili fund raising.</p>
<p>3) i privilegi mediatici di cui godono sempre gli stessi, cioè quelli che ci sono già, lasciando agli altri irrilevanti spazi di tribuna.</p>
<p>Insomma, il nostro, a prescindere dal metodo elettorale, è un sistema politico bloccato, tendenzialmente autoreferenziale, che, unito al leaderismo di tutti e al populismo di molti, si avvia a diventare sostanzialmente illiberale, senza darlo a vedere.<br />
Se questa discussione servirà a smuovere qualche coscienza anche in questo Parlamento, se ne gioverà la democrazia parlamentare, anche se tutto mi fa pensare che è proprio questa a essere nel mirino di tutti quelli che oggi contano qualcosa.</p>
<p><em>Pubblicato da Formiche.net</em></p>
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		<title>La demagogica abolizione del finanziamento diretto ai partiti</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-demagogica-abolizione-del-finanziamento-diretto-ai-partiti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Dec 2019 13:52:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[finanziamento]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutto iniziò nel 1974 con la “legge Piccoli” (L. 195/1974), quando fu introdotto il finanziamento pubblico ai partiti, affinché si contrastasse la collusione fra i partiti politici e le lobbies economiche, proprio per evitare certi scandali come ad esempio il caso Trabucchi. Due tipi di finanziamento furono legiferati , il primo riguardava il finanziamento ai [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-demagogica-abolizione-del-finanziamento-diretto-ai-partiti/">La demagogica abolizione del finanziamento diretto ai partiti</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tutto iniziò nel 1974 con la “legge Piccoli” (L. 195/1974), quando fu introdotto il finanziamento pubblico ai partiti, affinché si contrastasse la collusione fra i partiti politici e le lobbies economiche, proprio per evitare certi scandali come ad esempio il caso Trabucchi.</p>
<p>Due tipi di finanziamento furono legiferati , il primo riguardava il finanziamento ai gruppi parlamentari (artt. 3 e ss.), che determinò l’obbligo di dare il 95 per cento del finanziamento ricevuto al rispettivo partito di appartenenza, il secondo tipo invece riguardava il finanziamento dell’attività elettorale per le diverse competizioni elettorali (artt. 1-2).</p>
<p>In seguito fu approvata la legge 659 del 1981 che aumentò l’importò dei finanziamenti e li riformò.</p>
<p>A seguito dello scandalo di Tangentopoli e sull’onda emotiva, cavalcata artatamente da una certa classe politica, in modo alquanto demagogico, fu promosso dai Radicali il Referendum nel 1993 sull’abolizione del finanziamento ai partiti.</p>
<p>La vittoria del “Si” determinò l’abolizione del finanziamento ai partiti tramite i gruppi parlamentari , mantenendo però il finanziamento per l’attività elettorale.</p>
<p>Il finanziamento ai partiti tramite i gruppi parlamentari fu di fatto sostituito successivamente con l’aumento dell’importo previsto per i rimborsi elettorali sancito con l’approvazione della legge 515 del 1993 e della legge 157 del 1999.</p>
<p>Fino a quando non arrivò il governo Monti che legiferò una riforma del finanziamento ai partiti in senso radicalmente restrittivo, con la legge 96 del 2012, grazie alla quale venne ridotta in modo significativo l’entità dei rimborsi elettorali e provò a strutturarne una disciplina unitaria.</p>
<p>Infine con il governo Letta ci fu la definitiva abolizione del finanziamento ai partiti con il decreto legge 47 del 2013, convertito in legge dalla l.13 del 2014 ed il pagamento dei rimborsi inerenti alle precedenti elezioni proseguì, con una progressiva riduzione, fino al tutto 2016.</p>
<p>Oggi sono previste e legittime solo forme di finanziamento indiretto ai partiti, purché essi abbiano una rappresentanza in Parlamento.</p>
<p>L’articolo 15, comma 4, dei regolamenti della Camera e l’articolo 16 commi 1-2, del regolamento del Senato prevedono dei contributi per i gruppi parlamentari, affinché essi possano finanziare le loro attività istituzionali.</p>
<p>Tramite i soldi pubblici vengono finanziati i fondi presenti nel bilancio della Camera e del Senato, da cui si attinge per erogare i fondi per finanziare le sopra citate attività istituzionali dei gruppi parlamentari.</p>
<p>Secondo quanto riportano i rispettivi progetti di bilancio della Camera e del Senato, risulta che nel 2019 la Camera darà ai gruppi parlamentari circa 31 milioni di euro, mentre il Senato prevede di dare circa 22 milioni di euro.</p>
<p>Per contribuire al finanziamento dei partiti è stato previsto anche il finanziamento privato, infatti, in base al decreto legge 149 del 2013 del governo Letta è stata introdotta la possibilità da parte del privato di distrarre il 2 per mille o la piccola quota dell’irpef dovuta allo Stato (analogamente all’8 per mille per le confessioni religiose) a favore dei partiti in sede di dichiarazione dei redditi.</p>
<p>Inoltre, sono state introdotte le “erogazioni liberali”, ossia quelle donazioni private in parte detraibili fino a a 30 mila euro, purché esse non siano maggiori di 100 mila euro.</p>
<p>In questa oggettiva situazione, da cui si evince una drastica diminuzione delle risorse pubbliche destinate al finanziamento dei partiti, minando in tal modo la tenuta del sistema democratico e parlamentare che si regge costituzionalmente sulla rappresentanza dei partiti, si è sviluppato in modo significativo il fenomeno delle fondazioni in stretta connessioni con singoli politici o partiti, come canale alternativo funzionale al finanziamento delle attività politiche, a causa delle quali è sorta l’esigenza di garantire un maggior obbligo di trasparenza nella raccolta dei loro fondi, in quanto decisamente inferiore rispetto a l’obbligo di trasparenza stabilito per i partiti.</p>
<p>In funzione di garantire quest’obbligo di trasparenza è stata recentemente approvata la legge soprannominata “spazza-corrotti” , con l’equiparazione dei partiti alle fondazioni, riuscendo solo in parte nel suo scopo di garantire un’adeguata trasparenza.</p>
<p>Da un’attenta analisi e comparazione delle discipline sui finanziamenti ai partiti degli altri stati europei si evincono delle significative differenze con ciò che è previsto a riguardo in Italia.</p>
<p>Come spiega un approfondimento della Camera del 2013, in Germania la questione del finanziamento pubblico ai partiti è stata a lungo una <em>vexata quaestio</em>, con la Corte Costituzionale che a più riprese ha bocciato le leggi che il Parlamento faceva in proposito, fino ad arrivare al sistema attuale che si fonda sui rimborsi elettorali e non sul finanziamento diretto.</p>
<p>La legge del 1994 che disciplina la materia (art. 18, comma 3), modificata poi a fine 2004 in seguito a una della Corte Costituzionale tedesca, che alle formazioni politiche che superano determinate soglie di voti venga annualmente corrisposto un contributo proporzionale ai voti ricevuti e un contributo calcolato sulla quota dei contributi versati da privati, entrambi a carico del bilancio dello Stato. L’esborso massimo per lo Stato è fissato, per il 2019, in 190 milioni di euro.</p>
<p>Sono poi previsti un contributo pubblico ai gruppi parlamentari e la possibilità di finanziamenti privati, deducibili entro determinate soglie.</p>
<p>Mentre in Francia, riporta ancora il della Camera, il finanziamento pubblico dei partiti è a carico del bilancio dello Stato e l’entità massima dell’erogazione è stabilita annualmente dalla legge finanziaria.</p>
<p>L’ammontare degli stanziamenti di pagamento individuato dalla legge finanziaria è ripartito (art. 8 della l. 88-227 del 1988) in due frazioni eguali: la prima è destinata ai partiti politici in base ai voti ottenuti in occasione delle ultime elezioni per il rinnovo dell’Assemblea nazionale, la seconda è destinata ai partiti politici in funzione della loro rappresentanza parlamentare.</p>
<p>Sono poi previsti dei rimborsi, forfettari ma con dei limiti, per le spese elettorali e i privati possono fare donazioni, di nuovo entro certi limiti e con modalità specifiche.</p>
<p>Invece per ciò che concerne il regno Unito, «nel sistema politico britannico il finanziamento pubblico ai partiti politici riveste tradizionalmente un ruolo marginale», si legge ancora nel dossier della Camera.</p>
<p>«Tali caratteristiche del finanziamento pubblico – prosegue il dossier – derivano dalla natura giuridica dei partiti politici, privi di personalità giuridica e considerati al pari di organizzazioni volontarie».</p>
<p>Di fatto sono previsti – a parte gli incentivi finanziari destinati a tutti i partiti (policy development grants) – conferimenti in denaro solo per i partiti di opposizione, con l’idea di compensare i vantaggi che vengono al partito di maggioranza dall’essere al governo; vantaggi economici, ma non solo.</p>
<p>Come risulta dal relativo dossier della <em>House of Commons</em>, questi conferimenti (detti <em>Short money</em>) sono stati introdotti nel 1975, vengono dati ai partiti che hanno eletto almeno due deputati (o un deputato ma più di 150 mila voti) e assumono tre diverse forme: contributo generale per lo svolgimento dell’attività parlamentare; contributo per le spese di viaggio sostenute dai membri dei gruppi parlamentari di opposizione; dotazione riservata all’ufficio del capo dell’opposizione.</p>
<p>Nel 2018/2019, ad esempio, il Partito Laburista ha ricevuto meno di 8 milioni di sterline e tutti gli altri partiti meno di un milione di sterline.</p>
<p>Sono poi possibili donazioni private, in un quadro di regole stringenti che garantiscono la trasparenza e la pubblicità delle operazioni.</p>
<p>Alla luce di quanto esposto e analizzato si può affermare che l’abolizione scriteriata del finanziamento diretto ai partiti non ha generato più trasparenza e né ha implicato che ci fossero minori collusioni con torbidi interessi e commistioni con dinamiche illecite, che rispondessero ad interessi lobbistici, ma ha determinato solamente un deficit di democrazia e di rappresentanza democratica destabilizzando alla radice la funzione costituzionale dei partiti, trasformando la politica italiana in faziosi personalismi che hanno contribuito all’attuale paralisi politica, di cui subiamo le perniciose conseguenze.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-demagogica-abolizione-del-finanziamento-diretto-ai-partiti/">La demagogica abolizione del finanziamento diretto ai partiti</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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