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	<title>Carlo Stagnaro Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Carlo Stagnaro Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Caro Colao, alla banda ultra larga serve un patto tra stato e privati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 May 2021 19:16:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Piano nazionale di ripresa e resilienza dedica importanti risorse alla banda ultralarga nelle aree grigie. Il ministro della Transizione digitale, Vittorio Colao, ne ha tratteggiato i profili in audizione alla Camera. Il primo passaggio è la mappatura. Si tratta di una preventiva “survey” sugli impegni degli investitori da qui a tre anni, che dovrebbe [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="">Il Piano nazionale di ripresa e resilienza dedica importanti risorse alla banda ultralarga nelle aree grigie. Il ministro della Transizione digitale, Vittorio Colao, ne ha tratteggiato i profili in audizione alla Camera.</p>
<p class="">Il primo passaggio è la mappatura. Si tratta di una preventiva “survey” sugli impegni degli investitori da qui a tre anni, che dovrebbe essere svolta da Infratel per identificare le aree oggetto di intervento pubblico. Colao vorrebbe che le dichiarazioni degli operatori fossero in qualche modo “impegnative” e che si ponessero le basi per un unico sistema di mappatura: per fibra, FWA e 5G. L’intervento sarebbe quindi basato su aree piccole, per le quali i bandi sarebbero redatti prima dell’inizio del 2022. Inoltre le procedure dovrebbero essere flessibili per tenere conto della neutralità tecnologica, con rilevanti differenze di costo dell’investimento.</p>
<p class="">Le procedure devono ancora essere chiarite: è importante, allora, evitare di finanziare col denaro pubblico investimenti che verrebbero comunque realizzati dai privati. Inoltre, prevedere forti penalità per la mancata realizzazione degli impegni nei tempi dichiarati (che potrebbe tra l’altro non dipendere dalla volontà dell’operatore) potrebbe spingere gli operatori a comportarsi in modo strategico, non rispondere alla survey attendendo i bandi per prevenire il contenzioso. Di fatto, si rischia di creare un incentivo a non investire nelle aree grigie senza il soccorso pubblico.</p>
<p class="">Al contrario, l’investimento pubblico dovrebbe sostenere e non sostituirsi agli investimenti privati. Per questo, abbiamo lanciato l’idea di forme di cofinanziamento basate su crediti di imposta (Il Foglio, 2 aprile 2021). Tale sostegno dovrebbe riguardare gli investimenti mappati che consentono la realizzazione di reti gigabit, purché prendano forma entro una determinata scadenza. In questo modo si otterrebbero due effetti: quello di supportare le imprese che vogliono davvero investire, salvaguardando il principio della neutralità tecnologica; e quello di velocizzare la realizzazione delle opere, posto che soltanto in questo modo gli operatori avrebbero accesso al sostegno pubblico. Di fatto a differenza dell’intervento sulle aree bianche, dove con le risorse pubbliche lo stato ha “comprato fibra” (attualmente in concessione), sulle aree grigie lo stato “comprerebbe tempo”. Ovviamente la misura dovrebbe essere compensabile con qualunque debito fiscale o contributivo, in modo da essere concretamente fruibile anche dalle imprese più piccole o che negli ultimi esercizi hanno avuto pochi utili.</p>
<p class="">L’occasione sarebbe anche utile a fare un tagliando dei voucher, prima dell’avvio della fase successiva previsa per contribuenti con Isee inferiore a 50.000 euro. Si tratta di una fascia di popolazione molto estesa e non disagiata. Sarebbe assai meglio concentrare gli aiuti sulle famiglie più povere, utilizzando le risorse risparmiate a favore delle PMI, proprio in un’ottica di rafforzamento delle imprese, per connessioni gigabit. In tal modo, si può sia estendere ulteriormente l’infrastruttura di rete, sia contribuire alla modernizzazione delle nostre imprese, rendendole, proprio in coerenza col Pnrr, pronte a offrire e richiedere nuovi servizi digitali legati alle loro esigenze commerciali e produttive. Anche in previsione di un ecosistema di servizi 5G. Infatti, il 5G non è un mero sostituto della fibra, semmai dovrebbe essere al centro di una politica volta a modificare il volto industriale e delle infrastrutture di alcuni servizi nel paese. L’architettura di una rete 5G dovrebbe essere basata sulla diffusione di microantenne collegate direttamente alla rete in fibra: nella situazione in cui ci troviamo, il modo, la rapidità, l’efficacia e la governance che daremo alla banda ultralarga avranno conseguenze profonde e di lungo termine. Proprio per questo, è essenziale usare nel migliore dei modi la finestra di opportunità del Pnrr e investire saggiamente le risorse pubbliche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sergio Boccadutri e Carlo Stagnaro</p>
<p><a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2021/04/30/news/caro-colao-alla-banda-ultra-larga-serve-un-patto-tra-stato-e-privati-2304640/">Il Foglio del 30 aprile 2021</a></p>
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		<title>La svolta sulla banda larga è un credito di imposta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Apr 2021 17:27:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[banda larga]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Stagnaro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si risparmierebbe tempo e si eviterebbero gli eventuali ricorsi. Un’idea per una vera rivoluzione &#8220;E&#8217; necessario giungere, nel più breve tempo possibile, a una soluzione idonea a consentire una rapida e completa copertura di rete”, ha detto il ministro per la transizione digitale, Vittorio Colao. &#8220;L’obiettivo di fondo degli interventi previsti è quello di garantire [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="abstract"><strong>Si risparmierebbe tempo e si eviterebbero gli eventuali ricorsi. Un’idea per una vera rivoluzione</strong></div>
<div></div>
<div class="testo">&#8220;E&#8217; necessario giungere, nel più breve tempo possibile, a una soluzione idonea a consentire una rapida e completa copertura di rete”, ha detto il ministro per la transizione digitale, Vittorio Colao. &#8220;L’obiettivo di fondo degli interventi previsti è quello di garantire la massima efficienza degli investimenti nello sviluppo di tutte le infrastrutture di rete beneficiarie, nel rispetto delle regole del mercato e della promozione della concorrenza”. Un contributo importante è arrivato dall’Antitrust, che nella segnalazione sulla legge per la concorrenza ha sia bocciato l’idea della rete unica sia indicato che anche le cosiddette aree grigie dovrebbero beneficiare di un aiuto pubblico.</p>
<p>Ma qual è lo “stato dell’arte” del piano BUL per le aree bianche? A oggi è raggiunto circa il 19 per cento delle unità immobiliari previste. Il piano procede dunque a rilento, sebbene negli ultimi due anni le cose siano nettamente migliorate. Inoltre, la domanda di connettività rimane bassa: rispondendo alla deputata Enza Bruno Bossio, Infratel ha comunicato che al 15 marzo 2021 i clienti attivi erano 21.503, meno del 2 per cento dei potenziali clienti Ftth. Ciò aiuta a cogliere i limiti del modello finora perseguito.</p>
<p>Ci sono altri due dati su cui Colao e Giancarlo Giorgetti dovrebbero riflettere: mentre il numero di case da connettere è sceso da 9,5 a 8 milioni grazie agli investimenti “a mercato” degli altri operatori, Open Fiber – che avrebbe dovuto focalizzarsi proprio sulle aree bianche – ha invece raggiunto 7 milioni di abitazioni nelle aree nere. Le attivazioni sono state circa 1,1 milioni, pari al 15 per cento. Connettere capillarmente il Paese serve anche per distribuire punti di accesso per l’erogazione di servizi 5G: occorre chiedersi come migliorare l’azione pubblica disegnando meglio gli strumenti di policy, non giocando con le architetture societarie delle imprese.</p>
<p>Una prima domanda riguarda l’apparente disinteresse delle famiglie nelle aree bianche, nonostante i voucher che avrebbero dovuto abbattere ogni residua barriera. E’ un fenomeno da tenere sotto osservazione: infatti gli obiettivi europei non sono solo di copertura, ma anche relativi al livello di adesione a servizi di connettività a banda ultralarga. Analogamente, andrebbe verificato quante tra le unità immobiliari connesse siano quelle per le quali la fibra arriva in prossimità, spesso anche a 20/30 metri dall’abitazione. In questo caso a carico di chi è il costo dell’effettivo allacciamento?</p>
<p>Tale opera sembra esclusa dalle gare del Piano BUL, pertanto il costo ricade sull’operatore a cui l’utente richiede l’abbonamento. Da qui il potenziale uso distorto del voucher: come prevede anche il decreto Mise, il voucher dovrebbe garantire uno sconto sul canone di connessione a internet in banda ultralarga per almeno 12 mesi e non la copertura di altri costi. Inoltre, il collegamento fisico rappresenta una condizione abilitante dal lato dell’offerta e pertanto non dovrebbe essere “coperto” dal voucher. Questo “baco” produce il paradosso di un costo di attivazione maggiore nelle aree bianche rispetto a quelle nere o grigie: si parla di 150 euro contro 40 euro, cosa che potrebbe appunto penalizzare la sottoscrizione di abbonamenti.</p>
<p>Poi c’è la burocrazia. Il tracciato per l’allacciamento fisico, spesso, va realizzato su aree pubbliche (per esempio una strada), ma per poche decine di metri e per un intervento di qualche ora (si tratta in genere di piccolissimi scavi di 12 cm di profondità) è necessario attendere un’autorizzazione per diversi mesi. Su questo la segnalazione dell’Antitrust avrebbe potuto essere più incisiva. Il Pnrr dovrebbe individuare due misure e un metodo, lasciando perdere il volo pindarico della rete unica e il ruolo di Tim. Insieme alla copertura delle aree grigie, andrebbe inclusa la realizzazione dei “verticali” nei condomini, come suggerito da Antonio Nicita.</p>
<p>Inoltre, il metodo da adottare è quello del credito di imposta. Nel caso delle aree grigie, lo si potrebbe destinare a progetti di coinvestimento redatti ai sensi del Codice europeo delle comunicazioni e quindi approvati dall’Agcom, in modo da garantire comunque la concorrenza tra operatori e tecnologie e la non discriminazione nell’accesso alla rete. Si risparmierebbe tempo, si eviterebbero le gare e gli eventuali ricorsi, mantenendosi nel solco delle regole europee, e probabilmente raggiungendo gli obiettivi di diffusione della rete anche prima del 2026, come chiesto da Colao. Allo stesso modo un credito di imposta, che consenta di recuperare tutto il costo, potrebbe essere riconosciuto al primo operatore che interviene su un condominio su richiesta di un utente, posto che l’infrastruttura rimarrebbe di proprietà dei condomini e chiunque altro potrebbe utilizzarla per offrire i propri servizi.</p></div>
<div></div>
<div class="testo"><strong>Sergio Boccadutri e Carlo Stagnaro</strong></div>
<div class="testo">
<strong>Il Foglio, 02/04/2021 </strong></div>
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		<title>Sergio Boccadutri e Carlo Stagnaro: No ai bluff sulla rete unica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sergio-boccadutri-e-carlo-stagnaro-no-ai-bluff-sulla-rete-unica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2020 06:57:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#BuonaPagina]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Stagnaro]]></category>
		<category><![CDATA[il foglio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il futuro della fibra è il romanzo dell&#8217;estate ma in questo romanzo si nascondono diverse trappole legate al futuro della concorrenza. Paletti giusti per evitare un effetto boomerang. La rete unica e pubblica di telecomunicazioni è il tormentone dell&#8217;estate 2020. Ha aperto le danze Beppe Grillo, lanciando nel giro di poche settimane due messaggi opposti: [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sergio-boccadutri-e-carlo-stagnaro-no-ai-bluff-sulla-rete-unica/">Sergio Boccadutri e Carlo Stagnaro: No ai bluff sulla rete unica</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;"><em>Il futuro della fibra è il romanzo dell&#8217;estate ma in questo romanzo si nascondono diverse trappole legate al futuro della concorrenza. Paletti giusti per evitare un effetto boomerang.</em></span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">La rete unica e pubblica di telecomunicazioni è il tormentone dell&#8217;estate 2020. Ha aperto le danze Beppe Grillo, lanciando nel giro di poche settimane due messaggi opposti: il primo suggeriva la rete unica in capo a Tim e verticalmente integrata, chiedendo apertamente la testa dell&#8217;amministratore delegato di Open Fiber, società a controllo congiunto Cdp ed Enel; nel secondo suggeriva Cdp come primo azionista di una rete separata. Le reazioni sono state numerose e rumorose, da Franco Bassanini (presidente di Open Fiber e &#8220;ideologo&#8221; della rete unica, pubblica e separata) a diversi esponenti della politica e del governo (quali Graziano Delrio, Stefano Buffagni e Giorgia Meloni), grossomodo sulla medesima linea.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Dietro questo rinnovato interesse ci sono due ragioni, in parte connesse: (1) </span><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">da un lato, la diffusa consapevolezza dell&#8217;impatto potenzialmente negativo della &#8220;nuova&#8221; concorrenza infrastrutturale su investimenti in banda ultra larga che siano omogeneamente distribuiti sul territorio nazionale, in tempi brevi; (2) </span><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">dall&#8217;altro, l&#8217;opportunità di ridefinire il ruolo di Cdp, e se si vuole della presenza pubblica, in Tim nell&#8217;ambito dell&#8217;operazione FiberCop la cui discussione è stata avviata presso il cda dell&#8217;azienda, con il fondo Kkr come partner. </span><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Eppure continuano a mancare le domande giuste.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">La prima: perché, proprio oggi, si riparla di rete unica? La seconda: una rete unica, nell&#8217;attuale quadro regolatorio, deve essere per forza verticalmente separata e con quale grado di separazione? La terza: una rete unica deve essere per forza pubblica? Rispondere a queste domande impone, a sua volta, chiedersi quali siano gli obiettivi attesi e perché, eventualmente, tali obiettivi non possano esser conseguiti da soluzioni alternative.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;"><strong>La concorrenza infrastrutturale </strong></span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">La concorrenza infrastrutturale nelle tlc c&#8217;è sempre stata dai tempi delle liberalizzazioni. Anzi la regolamentazione pro-concorrenziale europea, ispirata al principio del cosiddetto &#8220;<em>ladder of investments</em>&#8220;, la &#8220;scala degli investimenti&#8221; proposta da Martin Cave si è basata proprio sul principio di concorrenza infrastrutturale, ma si è riferita, tipicamente, al caso di operatori, almeno potenzialmente, verticalmente integrati. Secondo questo principio, la rete nazionale costituisce una risorsa non duplicabile, nella quale l&#8217;incumbent detiene il monopolio. L&#8217;accesso a questa rete è quindi necessario da parte dei competitor per offrire servizi in concorrenza. In particolare, nel nostro paese, la regolazione ha riconosciuto e garantito il diritto dei concorrenti ad accedere in modo disaggregato (<em>unbundling</em>) alla rete di Tim scegliendo, di converso e in via progressiva, il proprio grado di infrastrutturazione. L&#8217;idea di fondo di questo modello è stata quella di garantire la concorrenza sia quando proveniente da fornitori puri di servizi (cioè la cosiddetta concorrenza <em>service-based</em>) sia quando proveniente da operatori verticalmente integrati (cioè la cosiddetta concorrenza <em>infrastructure-based</em>).</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Il problema è che l&#8217;innovazione tecnologica dell&#8217;incumbent (l&#8217;azienda ex monopolista che continua a occupare una posizione dominante nel mercato liberalizzato) e la progressiva infrastrutturazione dei concorrenti dipendono dalla dinamica della domanda. Tutti gli operatori verticalmente integrati, infatti, possono contare sulla propria domanda <em>captive</em> &#8211; cioè quei clienti che, per varie ragioni, sono meno dinamici e tendono a non cambiare operatore &#8211; nonché su quella potenziale. Di conseguenza, puntano ad adeguare la qualità infrastrutturale alle esigenze della domanda. A oggi questo è il modello prevalente.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">In Italia, recentemente, si è aggiunta con l&#8217;ingresso di Open Fiber, operatore attivo solo a livello <em>wholesale</em> (cioè che non serve direttamente i clienti finali, ma realizza e gestisce la rete attraverso cui imprese terze vendono i propri servizi). Open Fiber persegue un progetto di infrastrutturazione nazionale in fibra ottica, una nuova forma di concorrenza infrastrutturale. Questo modello di business se da un lato ha agito positivamente da stimolo come spinta alla fibra ottica di Tim (che può scalare da rame a Fttc e da Fttc a Ftth), dall&#8217;altro finisce, proprio per questo, per generare, nei territori in cui avanza, il rischio di duplicazione di infrastrutture a banda ultra larga. Inoltre, non avendo clienti propri, Open Fiber soddisfa la domanda di operatori che non intendano rivolgersi a Tim (e in alcuni casi a Fastweb), il che può comportare una sottoutilizzazione della rete. Da qui il rischio di investimenti non omogenei sul territorio: se dunque si ragiona di &#8220;rete unica&#8221; è per rispondere a questo problema, che ha natura sociale e politica più che economica.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">In sintesi, non viene imputato all&#8217;attuale modello di concorrenza infrastrutturale di essere inadeguato, ma di essere incapace di raggiungere obiettivi che la politica ha arbitrariamente definito. In questo senso, la scelta terminologica sottostante è fuorviante: le aree prive di banda larga, nelle quali la domanda è insufficiente a ripagare gli investimenti, non sono &#8220;a fallimento di mercato&#8221;, ma &#8220;a funzionamento di mercato&#8221;. Che poi la politica decida che vi sono ragioni sociali per cui tutti debbano avere la possibilità di un collegamento, è perfettamente legittimo. Ma questo obiettivo, come ha osservato Franco Debenedetti, può essere raggiunto con una molteplicità di strumenti (alcuni dei quali, cioè i bandi pubblici, già messi in campo), senza bisogno di rivoluzioni. Non solo: se il problema delle aree bianche è l&#8217;assenza di domanda, allora la soluzione dovrebbe contemplare un più intenso sostegno alla domanda stessa (sia per quanto riguarda le famiglie sia per le imprese). In tal modo, si potrebbero rafforzare gli incentivi a investire senza alterare il gioco competitivo.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;"><strong>La rete &#8220;unica&#8221; </strong></span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Una rete unica risolverebbe il fallimento di una concorrenza infrastrutturale nella quale si confrontano, a livello nazionale, un operatore verticalmente integrato (Tim) e uno che si limita a gestire l&#8217;infrastruttura (Open Fiber). Vale la pena di ribadire che il rischio di sovrainvestimento non dipende di per sé dalla concorrenza infrastrutturale (che anzi veniva prima accusata di determinare un sottoinvestimento!), ma dalla &#8211; legittima &#8211; forzatura effettuata col piano per la Banda ultra larga e la creazione di Open Fiber.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Il punto più rilevante riguarda allora la capacità di una rete unica non solo di prevenire il sovrainvestimento territoriale ma di garantire, in tempi rapidi, una infrastrutturazione in banda ultra larga in tutto il territorio nazionale. Quest&#8217;ultimo obiettivo non deriva in sé dall&#8217;unicità della rete, ma dalla strategia di investimento e, se possibile, da un presidio sanzionatorio di controllo. Un presidio può essere assicurato da impegni assunti dal titolare della rete in sede Agcom ai sensi del Codice europeo delle comunicazioni elettroniche. Impegni che il regolatore può integrare e rendere vincolanti.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;"><strong>La proprietà della rete </strong></span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">La capacità e la volontà di realizzare investimenti è a sua volta del tutto indipendente dalla proprietà della rete. Lo conferma il fatto che i 45 paesi censiti dall&#8217;Ocse nell&#8217;indagine &#8220;Product Market Regulation&#8221; si dividono esattamente a metà: 23 mantengono una partecipazione pubblica nel principale operatore telefonico, 22 no, e non vi è alcun indicatore che i primi siano in grado di promuovere investimenti di quantità o qualità migliore. La natura del controllo, insomma, conta molto meno degli incentivi legati alla regolazione e all&#8217;evoluzione della domanda, come ha osservato anche Alfonso Fuggetta, peraltro sostenitore della separazione (ma non della pubblicizzazione) della rete.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">La scelta della proprietà pubblica di una rete unica è dunque il risultato di una valutazione politica che nulla ha in sé di tecnico o di necessitato. D&#8217;altra parte un eventuale contratto vincolante con il regolatore sulla natura e la tempistica degli investimenti in reti ad altissima capacità non avrebbe nulla a che fare con la natura proprietaria, pubblica o privata. E&#8217; anzi probabile che la proprietà pubblica finisca per generare maggiori conflitti di interessi, essendo per definizione meno esposta alle sanzioni del mercato e passibile di un maggior rischio di cattura del regolatore. Peraltro questo tema è del tutto indipendente dalla questione relativa al grado di integrazione o separazione verticale del titolare della rete unica.</span></p>
<p><strong><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Il grado di separazione verticale</span></strong></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Una rete unica che sia &#8220;verticalmente integrata&#8221; è potenzialmente più incline a porre problemi concorrenziali. Ma bisogna considerare il contesto (e il settore) cui ci si riferisce. La chiave di volta è la regolazione: anche in presenza di integrazione verticale, buone regole e buoni regolatori sottraggono alla discrezionalità del gestore tutti gli ambiti che possono generare discriminazione verso i competitor o pregiudizio anticoncorrenziale. In astratto la separazione proprietaria può costituire una soluzione ottimale dal punto di vista del disegno di mercato, ma i benefici vanno confrontati coi costi di coordinamento della filiera e con le ovvie perdite di efficienza: nei settori energetici non v&#8217;è dubbio che la separazione proprietaria sia tecnicamente ed economicamente efficace, nelle telecomunicazioni molto meno. Secondo un recente studio di Cullen International su 10 paesi (Italia, Repubblica Ceca, Danimarca, Irlanda, Islanda, Regno Unito, Polonia, Svezia, Australia e Nuova Zelanda) la separazione proprietaria è un modello utilizzato solo in Australia e Nuova Zelanda, dove non ha prodotto risultati apprezzabili (anzi), mentre l&#8217;Europa è piuttosto orientata verso la separazione funzionale o una separazione legale.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Quest&#8217;ultima soluzione può garantire (e ha garantito) un corretto svolgimento del gioco concorrenziale. Ciò per tre ragioni. La prima è che la nostra autorità di regolazione (l&#8217;Agcom) già esercita un controllo tra i più avanzati in Europa. In particolare, impone che l&#8217;accesso e l&#8217;uso della rete sia garantito ai concorrenti alle stesse condizioni e costi e addirittura attraverso gli stessi sistemi e processi a cui deve sottostare la stessa Tim. Tra l&#8217;altro, il monitoraggio sul rispetto della terzietà della rete è affidato a un organismo interno ma indipendente che coadiuva l&#8217;Agcom, chiamato Organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete Tim. L&#8217;Autorità nomina tre dei cinque componenti e ne indica il presidente. Si tratta di un modello adottato in altri tre paesi oltre il nostro: Islanda, Irlanda e Regno Unito.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">La seconda motivazione è che la novità di possibili effetti anti-concorrenziali riguarderebbe proprio il tema strategico dei nuovi investimenti, una questione che non c&#8217;entra nulla con la proprietà della rete e poco con il suo grado di integrazione verticale, ma dipende soprattutto dagli indirizzi regolatori. Paradossalmente, se si ritiene che gli investimenti siano insufficienti, bisognerebbe rilassare i principi sull&#8217;orientamento al costo e consentire all&#8217;operatore di rete di estrarre una rendita maggiore (cosa che, ovviamente, è un assurdo). La terza ragione riguarda la circostanza che è possibile coniugare nella rete unica la proprietà privata da un lato e un controllo congiunto dall&#8217;altro attraverso una governance simile a quella introdotta nel Regno Unito e in altri paesi.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">D&#8217;altra parte, nel caso di Tim, una separazione verticale può essere imposta solo a seguito di una scalata pubblica, circostanza che a sua volta corrisponderebbe a una pubblicizzazione di un debito privato di diverse decine di miliardi. A ciò si aggiunga che una Tim separata e attiva soltanto nei servizi sarebbe l&#8217;unica grande impresa italiana di telecomunicazioni a non avere asset infrastrutturali e un destino abbastanza incerto sul mercato (probabilmente esposta ad altre concentrazioni).</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Se, invece, si resta su un ambito volontario, di mercato, l&#8217;attuale progetto annunciato da Tim permetterebbe di trovare un punto di equilibrio tra il superamento dei pretesi limiti dell&#8217;attuale modello di concorrenza infrastrutturale e gli incentivi a nuovi investimenti. Infine, occorre ricordare che il Codice europeo fornisce molti strumenti, ma non indica alcuna via preferenziale, piuttosto attrezza le Autorità di controllo con poteri adeguati a scelte innovative. Lo stesso Codice europeo prevede esplicitamente il modello in uso nel nostro paese. L&#8217;unico ritorno al passato, e senza via di uscita, è invece quello di un monopolista pubblico, estraneo a logiche di mercato, sopraffatto da debiti a quel punto &#8220;di tutti&#8221; e capace solo di promesse. L&#8217;Italia, con il suo governo, è pronta a fare di tutto per non correre questo rischio?</span></p>
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<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;"><strong>Sergio Boccadutri e Carlo Stagnaro</strong></span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;"><strong>Il Foglio, 27/08/20</strong></span></p>
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		<title>Carlo Stagnaro: Contro l&#8217;Italia degli Zombie Liberate l&#8217;economia pietrificata</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/carlo-stagnaro-contro-litalia-degli-zombie-liberate-leconomia-pietrificata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2020 05:46:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#BuonaPagina]]></category>
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		<category><![CDATA[cassa integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Covid]]></category>
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