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	<title>Pierluigi Battista, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Pierluigi Battista, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Censura senza coerenza: perché silenziare Trump e dare voce ai dittatori?</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/censura-senza-coerenza-perche-silenziare-trump-e-dare-voce-ai-dittatori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Jan 2021 18:32:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dicono che Twitter e gli altri social sono agenzie private e che dunque se silenziano (tardivamente, molto tardivamente) Donald Trump non si può parlare di censura. Dicono anche che il direttore di questo giornale ha tutto il diritto di cestinare il mio articolo, se lo ritenesse legittimamente impubblicabile, e che in questo caso sarebbe del tutto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dicono che Twitter e gli altri social sono agenzie private e che dunque se silenziano (tardivamente, molto tardivamente) Donald Trump non si può parlare di censura. Dicono anche che il direttore di questo giornale ha tutto il diritto di cestinare il mio articolo, se lo ritenesse legittimamente impubblicabile, e che in questo caso sarebbe del tutto improprio parlare di censura.<br />
Vero, verissimo. Solo che una piattaforma che governa la rete in modo quasi monopolistico non è un giornale e inoltre un giornale è uno dei tanti, mentre le piattaforme sono poche. Le analogie dovrebbero essere altre. Se una casa editrice non vuole pubblicare un libro, non è censura, ma se tutte le librerie d’Italia decidono di non venderlo dopo che è stato pubblicato da un’altra casa editrice, altroché se non è censura. Se un giornale non vuole pubblicare un articolo non è censura, ma se tutte le edicole decidessero di non vendere quel giornale, è inevitabilmente censura. Se in autostrada vado a 200 all’ora non considero un abuso una sanzione molto severa, ma se l’azienda autostradale (privata ancorché concessionaria) mi impedisce sine die di percorrere la sua rete, allora il sopruso appare evidente.</p>
<p>Trump scrive e cinguetta cose nefande? A mio giudizio sì, ma a mio giudizio e il mio giudizio, come quello di chiunque altro, non può essere Legge insindacabile e autorizzazione all’imbavagliamento. E poi ci sarà pure una minima distanza tra il gridare (sia pur potenzialmente eversivo) ai brogli elettorali e l’assalto putschista al cuore della democrazia americana, che invece va trattato, non con la censura, ma con i mezzi molto più convincenti della Guardia Nazionale. Ma, si dice citando con disinvoltura l’unica frase infelice di un grande filosofo liberale come Karl Raimund Popper (il cui La società aperta e i suoi nemici ha dovuto aspettare 27 anni prima di essere tradotto in Italia: a volte l’autocensura conformista è peggio della censura), che non si può essere tolleranti con gli intolleranti. Si dimentica però, per dire, che tra gli intolleranti nemici della società aperta e dei totalitarismi Popper annoverava non solo i nazisti e i fascisti, ma anche i comunisti: segno di come i confini dell’intolleranza all’intolleranza siano estremamente mutevoli e storicamente precari. La ruota gira, e chi oggi sostiene il massimo rigore censorio nei confronti di parole considerate spregevoli dovrebbe ricordare che in un’altra epoca si invocò la mannaia della censura sui cosiddetti «cattivi maestri» che, predicando l’abbattimento rivoluzionario delle istituzioni «borghesi», venivano accusati di alimentare con i loro scritti la deriva terroristica. Attenzione: i cattivi su cui puntare le armi delle censura cambiano colore e aspetto, anche se non cambia la smania censoria.<br />
La censura, peraltro, dovrebbe conservare almeno un minimo di coerenza. Se si mette la sordina al presidente americano ancora in carica per il suo incitamento all’eversione (ma a stabilire se è un reato deve essere la giustizia americana, non Twitter o ciascuno di noi) non si capisce perché si permetta all’ayatollah iraniano Khamenei, nel cui Paese continuano le impiccagioni di dissidenti e le persecuzioni contro le donne, di scrivere che «Israele è un cancro maligno in Medio Oriente che va rimosso e sradicato», e non ci vuole molta fantasia per immaginare come dovrebbe realizzarsi questo «sradicamento».</p>
<p>Oppure perché dittatori, caudillos o leader a forte vocazione autoritaria come i leader cinesi e russi, il presidente Erdogan e Maduro in Venezuela debbano usufruire dello spazio pubblico dei social, con post che sono molto più violenti di quelli del pur violentissimo Trump. Non c’è niente di peggio di un censore che si dice difensore intransigente di principi irrinunciabili e che pure sembra transigere con grande disinvoltura. Inevitabilmente scatta il sospetto che si tratti di principi onorati con eccessiva elasticità, da applicare rigidamente con chi è nel cono d’ombra e molto blandamente con chi invece gode di un grande e non incrinato potere. E soprattutto che si tratti di silenziamenti condizionati da ragioni contingenti di opportunità.<br />
Ovviamente, nella brutale semplificazione che sta inquinando sempre più diffusamente il dibattito pubblico, il rischio è di passare per trumpiani se si eccepisce sulla decisione (legale ma errata) di Twitter di oscurare il profilo di Trump. Ma Tzvetan Todorov ci aveva già ammonito che è facile esser tolleranti con chi la pensa come noi. Il difficile è esercitare le virtù della tolleranza e della libertà con le forme più sgradevoli e persino ripugnanti delle altrui opinioni. Il difficile è ingaggiare una dura battaglia politica e culturale con quelle posizioni senza dover far ricorso all’aiutino della censura e della messa al bando. La superiorità della democrazia liberale non dovrebbe essere misurata su questo, anche?</p>
<p><strong><a href="https://www.corriere.it/esteri/21_gennaio_10/censura-senza-coerenza-perche-silenziare-trump-dare-voce-dittatori-f32b4bc2-537e-11eb-b612-933264f5acaf.shtml">Corriere della Sera</a></strong></p>
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		<title>E ora quale sarà la prossima censura?</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/e-ora-quale-sara-la-prossima-censura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2020 13:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigi battista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oramai siamo come rassegnati, abbiamo smesso di reagire, siamo entrati in un tunnel di sconfortante stupidità universale e passa la voglia pure di combattere. Prima dell&#8217;epidemia di stupidità, se ci avessero detto che per vincere gli Oscar occorresse obbedire a grottesche norme sovietiche decretando così il trionfo dell&#8217;oscurantismo del politicamente corretto, avremmo detto: ma no, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Oramai siamo come rassegnati, abbiamo smesso di reagire, siamo entrati in un tunnel di sconfortante stupidità universale e passa la voglia pure di combattere. Prima dell&#8217;epidemia di stupidità, se ci avessero detto che per vincere gli Oscar occorresse obbedire a grottesche norme sovietiche decretando così il trionfo dell&#8217;oscurantismo del politicamente corretto, avremmo detto: ma no, figurati, mica siamo così scemi, e invece è successo, e poveri registi che si affanneranno per inserire nei copioni qualche concessione a un meccanismo tanto stupido, arrogantemente stupido.</p>
<p>Bisogna rassegnarci, la spirale della stupidità non e ancora arrivata fino alla fine, ci sorprenderemo e alzeremo le spalle, sconfitti e depressi. Se avessero pronosticato: guardate che nelle università americane censureranno Shakespeare e i tragici greci, che accenderanno un falò per Via col vento, che a furor di popolo demoliranno le statue di Cristoforo Colombo e quelle dell&#8217;eroe dell&#8217;antinazismo Winston Churchill, ancora non rassegnati avremmo risposto: ma dai, figurati, non fare il paranoico. E invece. E se avessero previsto: la messa al bando dei nudi di Egon Schiele a Londra, la manipolazione a Firenze, in un&#8217;istituzione che dovrebbe essere seria e prestigiosa come il Maggio fiorentino, della Carmen di Bizet per non lasciar veicolare un messaggio “femminicida”, il linciaggio di Balthus le cui opere inciterebbero alla pedopornografia, la messa sotto accusa di Mark Twain, le scritte contro Abraham Lincoln che pure abolì la schiavitù, il coro censorio contro J.K. Rowling accusata nientemeno che di «transfobia», ancora non rassegnati avremmo replicato: ma siamo matti, ci manca solo la richiesta di mettere al rogo i film di Woody Allen, eventualità davvero impossibile.</p>
<p>E oramai tutto è possibile e le reazioni sono sfibrate, demotivate, come se fosse impossibile arginare questa ondata oscurantista che un tempo avremmo definito ridicola e che invece ci sta portando nel peggio. Peccato, la cerimonia di consegna degli Oscar del cinema era bella e ci costringeva a stare svegli tutta la notte. Ora resterà sveglio, forse, Zdanov e il suo «realismo socialista». Fioccano invece le scommesse su quale sarà la prossima censura, il prossimo rogo, la prossima messa al bando, il prossimo linciaggio. Prendiamola così.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="https://www.corriere.it/">Corriere della Sera</a>, 14/09/2020</strong></p>
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		<title>Le bandiere israeliane e il silenzio dei loquaci</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-bandiere-israeliane-e-il-silenzio-dei-loquaci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Aug 2019 14:01:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non un comunicato, non un articolo, non un tweet, non un hashtag sulla vicenda dei tifosi israeliani in trasferta a Strasburgo per seguire la squadra di calcio del Maccabi Haifa ai quali è stato fatto divieto, poi rientrato grazie alle proteste del governo israeliano, di sventolare le bandiere di Israele per incoraggiare i lori beniamini [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-bandiere-israeliane-e-il-silenzio-dei-loquaci/">Le bandiere israeliane e il silenzio dei loquaci</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Non un comunicato, non un articolo, non un tweet, non un hashtag sulla vicenda dei tifosi israeliani in trasferta a Strasburgo per seguire la squadra di calcio del Maccabi Haifa ai quali è stato fatto divieto, poi rientrato grazie alle proteste del governo israeliano, di sventolare le bandiere di Israele per incoraggiare i lori beniamini in campo</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La cosa impressionante è che in Europa non ci sia stato neanche un po’ di sconcerto, di indignazione, di disgusto, di allarme quando ai tifosi israeliani in trasferta a Strasburgo per seguire la squadra di calcio del Maccabi Haifa è stato fatto divieto, poi rientrato grazie alle proteste del governo israeliano, di sventolare le bandiere di Israele per incoraggiare i lori beniamini in campo. Neanche una parola in chi trascorre il tempo a esortare a «non dimenticare» le nequizie dell’antisemitismo (passato), a denunciare terribili ritorni storici, a indicare negli ebrei le vittime dell’odio razziale, a fare gli indignati permanenti, a commuoversi per Primo Levi, eccetera eccetera. Niente di niente. Non un comunicato, non un articolo, non un tweet, non una bandiera, non un hashtag che non si nega a nessuno, non una raccolta di firme. Non un sit-in silenzioso, non una lettera aperta, non un lenzuolo. Niente, niente, niente.</p>
<p>Come mai? Come è stato possibile questo silenzio in persone in genere tanto loquaci? Che spiegazione vi date? Perché quando vengono uccisi, minacciati, insultati gli ebrei di Israele, quando le tv arabe propongono serie televisive ispirate ai «Protocolli dei Savi Anziani di Sion», quando in Germania vengono aggrediti nei pressi delle sinagoghe ragazzi con la kippah considerati complici «degli assassini dello Stato di Israele» , state tutti zitti, la lingua vi si secca, i tasti della tuittata furba si inceppano, la vostra battaglia contro l’antisemitismo risorgente si prende un meritato congedo? Io una risposta ce l’avrei, ed è la risposta che darebbe qualunque persona di buon senso e non offuscata dai fumi del fanatismo ideologico. Provate a indovinare quale. E vergognatevi un po’ per la vostra indignazione a singhiozzo, i vostri buoni sentimenti a zig zag, la vostra desolante «emiplegia morale» come la definiva Jorge Semprun. E sempre viva le bandiere di Israele. Sempre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da <a href="https://www.corriere.it/opinioni/19_agosto_04/bandiere-israeliane-silenzio-loquaci-913cf616-b6c9-11e9-96ad-4f99fb8da187.shtml?refresh_ce-cp">Corriere.it</a></p>
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		<title>Il sadismo mediatico dei nostri forcaioli</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-sadismo-mediatico-dei-nostri-forcaioli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jul 2019 08:47:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Egregi forcaioli, poco gentili paladini del giustizialismo, feticisti delle manette facili, ma voi conoscete il numero di vittime delle vostre ossessioni come Calogero Mannino, riconosciuto innocente dopo ventisette anni di gogna e ingiustizia? Immagino di no, ma si tratta di decine, forse di centinaia di persone innocenti che avete massacrato proditoriamente. Governatori di Regioni e [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Egregi forcaioli, poco gentili paladini del giustizialismo, feticisti delle manette facili, ma voi conoscete il numero di vittime delle vostre ossessioni come Calogero Mannino, riconosciuto innocente dopo ventisette anni di gogna e ingiustizia? Immagino di no, ma si tratta di decine, forse di centinaia di persone innocenti che avete massacrato proditoriamente. Governatori di Regioni e Province, sindaci, assessori, parlamentari, politici della Prima, Seconda e Terza Repubblica con tutto il codazzo di clan, cricche, loggette creato appositamente per tracciare grandi disegni criminosi sui media senza mai arrivare a uno straccio di prova, tutti gettati nelle fauci della pubblica riprovazione quando montava l’ondata accusatoria, poi abbandonati a se stessi quando è stata riconosciuta loro l’estraneità ai fatti.</p>
<p>Sapete quanti assolti, quanti prosciolti, quanti intercettati poi nemmeno rinviati a giudizio hanno costellato la vita giudiziaria di uno Stato che ha smesso da tempo di essere uno Stato di diritto? Avete anche devastato il linguaggio: avete lasciato intendere che indagato voglia dire imputato, e che imputato significhi condannato, e che la prescrizione sia un privilegio, e non un esito quasi sempre dovuto alla lentezza pachidermica della magistratura. Avete fatto a pezzi il sacrosanto principio costituzionale della presunzione di innocenza, caposaldo di uno Stato di diritto. Poi certo, esistono i tanti casi di innocenti non famosi perseguitati dall’ingiustizia: ma almeno su quelli non avete esercitato il vostro sadismo mediatico. Perché questo siete: un po’ sadici. Che degli anni di galera da innocente di Mannino non vi importa nulla, ancora ad inseguire i fantasmi dei vostri teoremi politici celebrati nei tribunali, che sarebbero ridicoli se non fossero tragici. E bisognerebbe fare un elenco aggiornato degli innocenti che avete distrutto. Ma ci vorrebbe Amnesty International.</p>
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		<title>Cgil, quando i dittatori diventano eroi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/cgil-quando-i-dittatori-diventano-eroi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jan 2019 10:22:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Cgil che difende i lavoratori dovrebbe pur difendere i lavoratori venezuelani ridotti alla fame dal collasso economico voluto con la loro politica folle ed estremista prima da Chavez o poi da Maduro. E invece no, perché la Cgil in una mozione ambigua e poi quasi ritrattata non difende i lavoratori venezuelani ma è molto [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La Cgil che difende i lavoratori dovrebbe pur difendere i lavoratori venezuelani</strong> ridotti alla fame dal collasso economico voluto con la loro politica folle ed estremista prima da <strong>Chavez</strong> o poi da <strong>Maduro</strong>. E invece no, perché la Cgil in una mozione ambigua e poi quasi ritrattata non difende i lavoratori venezuelani ma è molto tiepida con il caudillo venezuelano Maduro.</p>
<p>E niente, passano gli anni, i lustri e i decenni ma siamo sempre lì, ma resta, sia pur indebolita, questa inestirpabile abitudine a considerare dittatori e aspiranti dittatori latinoamericani alla stregua di eroi romantici della battaglia contro l’imperialismo yankee, che da <strong>Fidel Castro</strong> passando per <strong>Chávez</strong> hanno la pulsione dei discorsi fiume che il popolo festante è costretto ad acclamare nelle adunate oceaniche. Del resto <strong>Alessandro Di Battista</strong>, per dare una lustratina al suo personaggio di rivoluzionario audace e combattivo, proprio in Sudamerica deve mettere in scena il suo tour, con carrozzina guevarista del figlio a seguito.</p>
<p>E le squadracce del regime che terrorizzano gli oppositori? E l’economia a pezzi, e i poveri venezuelani che scappano verso il Perù per sfuggire alla miseria, e le carovane piene di venezuelani (e guatemaltechi, e colombiani, e honduregni) che marciano logori e sfiniti verso la frontiera degli Stati Uniti, sfidando la morte, in cerca di un avvenire meno umiliante, e i giornali chiusi, e le intimidazioni, e i brogli, e insomma questa caricatura di democrazia che mortifica ogni spazio libero e civile?</p>
<p>Poco o niente, condanne molto misurate del dispotismo di Maduro da parte della Cgil. E non una parola nemmeno dai parlamentari dei Cinque Stelle che sono andati al funerale di Chávez in pellegrinaggio. O dell’<strong>estrema sinistra</strong> abbacinata dalla mitologia rivoluzionaria oltre ogni elementare principio di realtà.</p>
<p>Per dire, il Manifesto, il giornale «comunista», una volta almeno ha sostenuto il sindaco romano Gianni Alemanno, «fascista». Ed è stato quando, nel lontano 2012, la giunta di destra organizzò una mostra fotografica al Pigneto dedicata al «risveglio rivoluzionario» del Venezuela di Chávez. La giunta fu attaccata dal Pd, ma i chavisti italiani fecero quadrato, dalla sinistra alla destra. Era un periodo in cui il filosofo Gianni Vattimo parlava estatico del chavismo come di un fenomeno di ammirevole «trasformazione emancipatrice», la fame non aveva ancora raggiunto i livelli di oggi e i saccheggi ai negozi erano ancora episodi isolati. E liquidava la repressione del regime, tale e quale a quella di Maduro, come un’invenzione dei nemici del socialismo. Del resto Nichi Vendola, allora leader di Sel, ammirava Chávez che «riesce dove Fidel ha fallito» e Gennaro Migliore, prima di convertirsi al verbo renziano, plaudiva alla «straordinaria rivoluzione» che aveva messo in moto «grandi passioni civili».</p>
<p>Ovviamente seguiva il corteo di incantati come Gianni Minà e Dario Fo, ma è con l’emergere dei Cinque Stelle che <strong>l’astro chavista</strong> prima, e maduriano poi, ha cominciato a splendere con dichiarazioni improntate al più sfrenato culto della personalità. Mentre in Europa il mito del Venezuela rivoluzionario ha attecchito nei pressi di Podemos in Spagna e nel partito di Tsipras in Grecia. La repressione, l’abolizione dei giornali, l’impossibilità per le opposizioni di svolgere una pur minima attività democratica, e poi una politica economica dottrinaria e distruttiva che ha portato il Venezuela al disastro, tutto questo viene tenuto fuori dal mito. E dalle mozioni della Cgil. Con i lavoratori venezuelani che scappano, o protestano, o organizzano una sommossa per liberarsi di un dittatore che li porta alla catastrofe.</p>
<p>Pierluigi Battista, Corriere della Sera 25 gennaio 2019</p>
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		<title>Jan Palach, quel gesto ignorato dalla &#8220;meglio gioventù&#8221;</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/jan-palach-quel-gesto-ignorato-dalla-meglio-gioventu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jan 2019 11:37:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[jan palach]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La «meglio gioventù»: così ama definirsi la generosa, idealistica generazione che fece il 68. Ma con Jan Palach, lo studente cecoslovacco che 50 anni fa, il 19 gennaio del 1969, si diede fuoco nella Piazza San Venceslao di Praga per protestare contro l’invasione dei carri armati sovietici, la meglio gioventù diede il peggio di sé, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/jan-palach-quel-gesto-ignorato-dalla-meglio-gioventu/">Jan Palach, quel gesto ignorato dalla &#8220;meglio gioventù&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La «meglio gioventù»: così ama definirsi la generosa, idealistica generazione che fece il 68. Ma con <strong>Jan Palach</strong>, lo studente cecoslovacco che 50 anni fa, il 19 gennaio del 1969, si diede fuoco nella Piazza San Venceslao di Praga per protestare contro l’invasione dei carri armati sovietici, la meglio gioventù diede il peggio di sé, fu cinica, indifferente, ottusa e, ciò che è più grave, non si è mai davvero vergognata per non aver saputo onorare il gesto di un coetaneo schiacciato da un’oppressione enormemente più feroce di quella patita nel libero Occidente. Non fu versata una lacrima per Jan Palach, se si eccettua una canzone meravigliosa di <strong>Francesco Guccini</strong>, come ha ricordato Federico Argentieri sulla Lettura. Una generazione che si dice combattesse contro l’autoritarismo non sapeva dire nulla contro un sistema in cui l’autoritarismo raggiungeva vertici inauditi di pervasività asfissiante.</p>
<p>Gridava contro la guerra in Vietnam ma non fu minimamente scossa dalla vista dei carri armati del socialismo reale. Agitare il nome di Jan Palach era da «fascisti», questo ho sentito in quei giorni nella mia scuola romana, il Mamiani, cuore della contestazione studentesca. <strong>Un ragazzo che si bruciava in piazza</strong> non meritava solidarietà. La meglio gioventù dimostrava sin da allora il suo volto ideologizzato, mosso da un’indignazione selettiva che chiudeva un occhio sulla repressione che angariava i Paesi finiti sotto il tallone sovietico. A sinistra si diceva che l’alternativa al comunismo moscovita fosse il radicalismo forsennato di Mao, o l’esotismo rivoluzionario di Fidel Castro, giammai Alexander Dubcek, rappresentante di un «revisionismo» che si accontentava di ripristinare le condizioni di una democrazia «borghese», dunque «di destra».</p>
<p><strong>Non proprio tutti, nell’estrema sinistra, furono così cinici</strong>. La rivista Il Manifesto, alla vigilia della radiazione dei suoi esponenti dal Pci, uscì con questo titolo: «Praga è sola». Il Manifesto fu solo, Praga restò sola, il ricordo di Jan Palach si spense, nessun poster, nessuno striscione, nessun cartello ne fece un’icona di libertà, di coraggio, di protesta. Chissà se, a 50 anni di distanza, qualche resipiscenza si farà sentire. Ma forse no, la meglio gioventù non può permettersi di intaccare il monumento che ha voluto fare di sé stessa, lasciando sola la tomba di Jan Palach.</p>
<p>Pierluigi Battista, Il Corriere della Sera 13 gennaio 2019</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/jan-palach-quel-gesto-ignorato-dalla-meglio-gioventu/">Jan Palach, quel gesto ignorato dalla &#8220;meglio gioventù&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>La normalizzazione dell&#8217;odio antisemita dentro e fuori gli stadi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-normalizzazione-dellodio-antisemita-dentro-e-fuori-gli-stadi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Jan 2019 13:32:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ormai sta diventando normale. Tragicamente normale. Ordinaria amministrazione. Odio antisemita quotidiano. Insulti razzisti in razione giornaliera. Dentro gli stadi, fuori degli stadi. Persino durante le feste. Sui muri delle città. Come è capitato ieri a Roma, dove energumeni della curva (presumibilmente, ma che conta? È uguale per tutti) giallorossa hanno voluto oltraggiare le tifoserie nemiche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ormai sta diventando normale. Tragicamente normale. Ordinaria amministrazione. <strong>Odio antisemita quotidiano</strong>. Insulti razzisti in razione giornaliera. Dentro gli stadi, fuori degli stadi. Persino durante le feste. Sui muri delle città. Come è capitato ieri a Roma, dove energumeni della curva (presumibilmente, ma che conta? È uguale per tutti) giallorossa hanno voluto oltraggiare le tifoserie nemiche con un volantino con su scritto: «Lazio, Napoli, Israele, stessi colori, stesse bandiere: merde». Dove l’inserimento bianco e azzurro, del tutto fuori contesto calcistico, della bandiera di Israele nell’insulto collettivo sembra rafforzare l’offesa ai napoletani e ai laziali; siete come gli ebrei.</p>
<p>La stessa logica, chiamiamola così, che ispirò il gesto dei tifosi laziali quando lasciarono con intenti di derisione immagini di <strong>Anna Frank</strong> nella curva giallorossa. Come offendiamo i romanisti? Paragonandoli agli ebrei, come se il riferimento a una ragazza inghiottita nell’inferno della Shoah fosse il massimo dell’insulto. Come offendiamo laziali e napoletani? Paragonandolo agli ebrei, il massimo dell’insulto secondo loro, il colmo dell’abiezione, sempre secondo loro. Idiozia quotidiana. Demenza ordinaria. Antisemitismo e odio antiebraico di tutti i giorni. Antisemitismo normalizzato.<strong> La normalizzazione del razzismo</strong> è la cosa peggiore, contro la normalizzazione del razzismo c’è da combattere l’unica battaglia che va combattuta.</p>
<p>Non è questione di ordine pubblico. Se in un’allegra festa per l’anniversario della nascita della Lazio un gruppo di teppisti si allontana dalla compagnia festosa per aggredire i poliziotti e ferirne dieci, c’è qualcosa di malato in questa follia quotidiana. Se ad ogni trasferta del Napoli si intonano inni al Vesuvio per «lavare con il fuoco» i napoletani, c’è qualcosa di troppo normalizzato in questa perversione. Se il giocatore di colore della squadra avversaria viene aggredito con i «buuu» e addirittura fatto bersaglio di lancio di banane, allora la questione travalica i confini dell’ordine pubblico, dei Daspo, della sicurezza degli stadi.</p>
<p><strong>La stragrande maggioranza delle urla becere antisemite avviene fuori degli stadi</strong>. I «nemici» vengono assassinati fuori degli stadi, come a Milano. I poliziotti vengono aggrediti fuori degli stadi, come è avvenuto a Roma, e sempre più spesso con la collaborazione degli ultras delle fazioni opposte, unite dall’odio per le forze dell’ordine, odiate guardiane del «sistema». Nessun provvedimento per il mantenimento dell’ordine pubblico, ovviamente doveroso e necessario in sé, può però contrastare da solo questa orribile banalizzazione dell’antisemitismo, questo odio per l’ebreo ridotto a una «merda» da oltraggiare insieme agli odiati avversari calcistici. Come se fosse normale, scontato, accettabile. Come se fosse una ragazzata un po’ spinta. No, la mascalzonata antisemita non è banale, l’insulto razzista non è normale. A questa deriva va posto un argine. Perché anche la barbarie non diventi banalità quotidiana.</p>
<p>Pierluigi Battista, Corriere della Sera 10 gennaio 2019</p>
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		<title>Supercoppa, servirebbe un gesto forte contro la discriminazione</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/supercoppa-servirebbe-un-gesto-forte-contro-la-discriminazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jan 2019 15:20:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ormai è tardi: ma davvero se Juve e Milan minacciassero di non disputare la partita a Gedda, non sarebbe un bel segnale contro la discriminazione? Oramai è tardi ed è quasi impossibile che questo soprassalto di fermezza possa trovare realizzazione: ma davvero, se Juventus e Milan, d’accordo con la Lega Serie A, minacciassero di non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ormai è tardi: ma davvero se <strong>Juve e Milan</strong> minacciassero di non disputare la partita a Gedda, non sarebbe un bel segnale contro la discriminazione? Oramai è tardi ed è quasi impossibile che questo soprassalto di fermezza possa trovare realizzazione: ma davvero, se Juventus e Milan, d’accordo con la Lega Serie A, minacciassero di non disputare <strong>la finale di Supercoppa a Gedda</strong> se non sarà consentito alle donne di accedere liberamente nello stadio, se avvenisse l&#8217;insperato, sarebbe una bella pagina di rifiuto di ogni discriminazione. È dura, ci sono corposi interessi economici che militano a sfavore di una linea di difesa di valori fondamentali, gli stessi interessi commerciali che hanno suggerito, scelta già abbastanza sconcertante, di giocare una partita italiana in un campo dell’Arabia Saudita.</p>
<p><strong>Ma ci sono dei limiti di decenza che non possono essere superati</strong>. Vige a Gedda un regime di apartheid sugli spalti. Solo i maschi possono assistere al match in assoluta libertà, comprando un regolare biglietto d&#8217;ingresso nei posti liberamente scelti. Alle donne sono riservate solo delle gabbie, dei recinti protetti in cui possono entrare, ma lontano dai settori dello stadio riservato solo ai maschi: maschi onnipotenti, maschi padroni che possono decidere se, come, e dove le donne hanno l&#8217;inaudita possibilità di godersi lo spettacolo di una partita di calcio.</p>
<p>Il presidente della Lega Serie A <strong>Gaetano Micciché</strong> precisa che non è vero che le donne possono entrare nello stadio solo se accompagnate da maschi e che comunque è un grande passo in avanti che le donne in Arabia Saudita possono assistere a una partita. Un passettino, ma non è questo il passo da compiere: il passo decisivo, l’unico che veramente conta, è che alle donne sia data la possibilità di uscire dal recinto in cui sono confinate. Il passo decisivo è la fine della discriminazione, e questo passo non è stato compiuto.</p>
<p><strong>Dicono che è troppo tardi per non disputare la partita</strong>: ma almeno i giocatori potrebbero scendere in campo con il segno rosso sulla guancia, come hanno fatto qualche settimana fa in segno di protesta contro la violenza sulle donne. E questa che si consuma in Arabia Saudita non sarebbe una violenza sulle donne? La finale non è una scampagnata esotica in Paesi che onorano riti strani e costumi bizzarri. È un pezzo d’Italia che si gioca all’estero, e allora non possiamo tollerare che ci siano spettatori e spettatrici considerate inferiori, da segregare in appositi spazi dove l’inferiorità viene sancita, santificata, resa imprescindibile.</p>
<p><strong>Non possiamo tollerare che Cr7 o Higuain, Dybala o Suso</strong> possano esultare e disperarsi facendo finta di niente, chiudendo gli occhi sulle tribune occupate da maschi prepotenti che impediscono alle donne di sedere dove desiderano, come accade e dovrebbe accadere in tutte le Nazioni civili. Sarebbe un gesto forte, anche per le cittadine e i cittadini dell’Arabia Saudita che possono capire di vivere in un posto osservato dal resto del mondo. Sarebbe un gesto forte, che indicherebbe a tutte le Nazioni che, nella prospettiva dei Mondiali che si terranno in Qatar nel 2022, ogni discriminazione delle donne non sarà considerata «normale». Sospendere una partita per difendere un diritto fondamentale sarebbe un gesto coraggioso (e doloroso per noi tifosi della Juve o del Milan, e oneroso per le casse delle due società ) ma avrebbe un valore enorme di esempio destinato a rimbalzare in tutto il mondo.</p>
<p>Le donne hanno il diritto di stare dove credono, in tribuna, in curva, ovunque. L’apartheid di genere è odioso come quello di razza. È così difficile da accettare?</p>
<p>Pierluigi Battista, Corriere della Sera 4 gennaio 2019</p>
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		<title>I politici temono di essere confusi con l&#8217;oligarchia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/i-politici-temono-di-essere-confusi-con-loligarchia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jan 2019 16:38:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>E dunque Elizabeth Warren annuncia la sua candidatura alle primarie democratiche per la Casa Bianca nel cortile di casa. Sull’erba, dove di solito troneggia il barbecue celebrato dall&#8217;everyman americano visto in tanti film. Con il marito accanto, per dare alla scena un tocco di familiarità confidenziale, e il cane accanto, che intenerisce la figura: anche se [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>E dunque <strong>Elizabeth Warren</strong> annuncia la sua candidatura alle primarie democratiche per la Casa Bianca nel cortile di casa. Sull’erba, dove di solito troneggia il barbecue celebrato dall&#8217;everyman americano visto in tanti film. Con il marito accanto, per dare alla scena un tocco di familiarità confidenziale, e <strong>il cane accanto</strong>, che intenerisce la figura: anche se in campagna elettorale, un cane non funzionò benissimo con Mario Monti che voleva smentire la sua fama di algido tecnocrate e diventare un po’ più popolare. <strong>Populista, proprio no, ma popolare certo che sì</strong>. Perché nell&#8217;era del discredito massimo delle élite, nell&#8217;epoca in cui chiunque faccia parte dell&#8217;establishment deve dimostrare di essere molto lontano dall’establishment, nell’era della rivolta degli esclusi, la solennità va bandita. Bisogna che i politici mostrino un volto informale, colloquiale, normale, comune. Bisogna che da ogni loro gesto emani questa massima: siamo come voi, siamo quelli dei pianerottolo, siamo quelli che andiamo in autobus alla cerimonia in cui, come Roberto Fico, diventeremo presidenti della Camera dei deputati. Uno di voi, con il controllore che si assicura che il biglietto sia stato debitamente obliterato.</p>
<p>E poi c’è <strong>la coppia Di Maio-Di Battista</strong> che fa proclami alla Nazione con cappuccio e scarponi da sciatori della domenica: più skilift per tutti. Siamo come voi, torniamo dal Guatemala, e questo non è da tutti, ma appena messo piede sulle nevi italiche affittiamo snowboard come voi. Siamo come voi, rientriamo dal balcone di Palazzo Grigi e ci mettiamo in seggiovia come voi, anche se le piste hanno poca neve, come capita a tutti voi (e sui social i detrattori si scatenano: «sci-muniti»). E poi c&#8217;è il vicepremier <strong>Matteo Salvini</strong> che ha imparato le tecniche degli influencer di Instagram e si fa immortalare mentre addenta pane e Nutella come voi (magri), annuncia spaghettate con il sugo di salsiccia, ingurgita fette di torta, si mostra a torso nudo sulle spiagge, fa il gesto dell&#8217;ombrello durante le partite: è uno di voi. O Renzi che sulle nevi si faceva fotografare, come uno di voi, ma in bermuda al freddo, non proprio come voi ma così si notava di più.</p>
<p><strong>Il politico azzera la distanza</strong> che lo separa dal resto delle persone comuni, strappa ogni velo di solennità istituzionale dai suoi gesti, parla come voi, mangia come voi, dice le parolacce come voi. Durante le consultazioni al Quirinale, le delegazioni arrivavano a piedi, così almeno si evitavano i fischi della folla. Il presidente francese <strong>Macron</strong> voleva dismettere i suoi abiti di uomo delle élite urlando frasi con uno sconosciuto da un marciapiede a un altro, ma poi sono arrivati quelli con il giubbotto giallo a rovinargli l&#8217;effimera festa del «politico dei popolo». Visto che il conto in banca non consente a <strong>Donald Trump</strong> di essere uno di voi (ma twitta compulsivo, proprio come uno di noi), c’è almeno la first lady Melania che si fa vedere mentre viaggia con gli scarponcini Timberland ai piedi: indosso quello che indossate voi. Theresa May ha cercato di conquistare il Partito conservatore ancheggiando sul palco al ritmo di una musica ballabile: ballo come fate voi. E poi anche <strong>Giorgia Meloni</strong>, per non essere a meno, si fa fotografare mentre si riposa sotto le coperte a Capodanno con la sua bambina, per essere come tutti voi.</p>
<p>Scesi dal piedistallo,<strong> i politici temono di essere confusi con l&#8217;oligarchia</strong> di chi vive in un mondo separato. Si dice che frequentino di meno le tribune vip degli stadi, che implorino la scorta di tenersi a distanza di qualche metro. Negli Stati Uniti la candidata democratica si tiene lontana da Wall Street, a differenza di Hillary Clinton che ne ha pagato infatti le conseguenze, per tenersi vicina alla sua cucina di casa: il focolare domestico come simboli di quotidianità nonnaie. Tutti in bici, in monopattino addirittura, nelle spiagge affollate e non sugli yacht, in famiglia. Renzi fu immortalato con il carrello del supermercato stracarico di buste peraltro già passate alla cassa. E fanno il karaoke, si fanno fotografare mentre assistono alla recita natalizia dei figli, mentre bevono mestamente un boccale di birra, come Bersani qualche anno fa.</p>
<p>Siamo come voi, non siamo dell’odiosa élite, non ci rinchiudiamo nel recinto dorato dei circoli oligarchici È il messaggio di quest&#8217;era politica, in tutte le democrazie occidentali. Il cortile di casa come nuova istituzione.</p>
<p>Pierluigi Battista, Corriere della Sera 3 gennaio 2019</p>
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		<item>
		<title>La religione innominabile</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-religione-innominabile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Dec 2018 21:06:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo persino abolito nella nostra lingua, e forse persino nella nostra mente, il nome di quella religione che ha armato il terrorista responsabile della strage al mercatino di Natale di Strasburgo. Non c’è più, abrogata dal linguaggio, dai servizi dei media, dal discorso pubblico. Chi fa quel nome viene deplorato come un irresponsabile fomentatore di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph"><strong>Abbiamo persino abolito nella nostra lingua</strong>, e forse persino nella nostra mente, il nome di quella religione che ha armato il <strong>terrorista</strong> responsabile della strage al mercatino di Natale di Strasburgo. Non c’è più, abrogata dal linguaggio, dai servizi dei media, dal discorso pubblico. Chi fa quel nome viene deplorato come un irresponsabile fomentatore di una guerra di religione. Ed è obbligatorio non voler credere alle invocazioni rituali gridate da chi sta per spargere la morte in nome della sua religione. Si dice: non tutti quelli che professano quella religione sono terroristi, ci mancherebbe. Però devono spiegare perché questo tipo di terrorismo viene sempre motivato da chi ne è seguace con parole, dogmi, passaggi ideologici, rivendicazioni che in quell’universo religioso traggono alimento e coerenza. Non bisogna pensare che hanno compiuto il massacro di Charlie Hebdo perché in quel giornale satirico alcune vignette colpivano il profeta di cui neanche io, per paura e opportunismo, farò il nome.</p>
</div>
<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph">Non bisogna pensare che siano convinti che i loro atti servano a sterminare <strong>gli infedeli, i blasfemi, gli apostati</strong>. Non bisogna dar retta a chi, come Gilles Kepel su Le Figaro, sostiene che per quella religione, che io mi guarderò bene dal nominare, la festa di Natale ha qualcosa di intollerabilmente «empio»: dobbiamo piuttosto inventarci <strong>un inverosimile attentato «anti-europeo»</strong> pur di non nominare l’innominabile. È la prima guerra, costellata di decine e centinaia di attentati terroristici contro aeroporti, stazioni, metropolitane, stadi, corse podistiche, musei, spiagge, treni, chiese, monumenti, ponti, strade con molti pedoni da asfaltare, pub, ristoranti, teatri, di cui non vogliamo vedere il nemico. Non possiamo nemmeno definirli «nemici», per fare in modo che non si offendano. Ci balocchiamo con la categoria psichiatrica e non religiosa dei «lupi solitari», anche se poi scopriamo che solitari quei lupi non lo sono mai del tutto, anzi, è vero il contrario. Non dobbiamo credere alle rivendicazioni di un’entità terroristica che aveva messo quel nome nella sigla di uno Stato. Non dobbiamo sentire quello che i «nemici» dicono, perché lo dicono, cosa hanno in testa. Dobbiamo negare, chiudere gli occhi, voltarci dall’altra parte. E non pronunciare più quel nome, che qui mi guardo bene dall’indicare apertamente. Mica per paura, beninteso.</p>
<p>Pierluigi Battista, Corriere della Sera 17 dicembre 2018</p>
</div>
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