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	<title>Lorenzo Castellani, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Lorenzo Castellani, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>A Roma i grillini hanno scelto il &#8220;tecnopopulismo&#8221;. Rischi e lezioni</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/a-roma-i-grillini-hanno-scelto-il-tecnopoulismo-rischi-e-lezioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Castellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Sep 2016 10:51:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[costi politica]]></category>
		<category><![CDATA[grillo]]></category>
		<category><![CDATA[movimento cinque stelle]]></category>
		<category><![CDATA[populismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lorenzo Castellani scrive di una nuova categoria della politica che si sta dispiegando in tutto il mondo occidentale: il tecnopopulismo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/a-roma-i-grillini-hanno-scelto-il-tecnopoulismo-rischi-e-lezioni/">A Roma i grillini hanno scelto il &#8220;tecnopopulismo&#8221;. Rischi e lezioni</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il governo a 5 stelle di Roma è un caso interessante che mostra la pericolosità dei due grandi pilastri intorno a cui si organizza il potere del nostro tempo: il populismo e la tecnocrazia. Da un lato, il <strong>Movimento 5 Stelle</strong> vince le elezioni con una candidata costruita in laboratorio dalla Casaleggio &amp; Associati e sfruttando il voto di protesta contro le elitè partitiche corrotte che hanno governato la Capitale. Nella retorica elettorale grillina si sviluppa una ricetta populista composta di giustizialismo, giacobinismo dell’onestà, periferie abbandonate, antipolitica e sovranismo. Dall’altro lato, una volta sbarcati al Campidoglio i grillini si accorgono di non disporre di una classe politica in grado di affrontare l’intrinseca complessità del governo.</p>
<p>L’unica soluzione possibile resta la costruzione di una giunta tecnocratica. Infatti, se si guarda agli assessori del <strong>sindaco Raggi</strong> non c’è traccia di politica, non c’è un assessore eletto, i profili scelti sono quelli di alti burocrati, magistrati, accademici e professionisti mai avvistati in nessun meet-up o volantinaggio grillino. Nonostante i 5 stelle abbiano sfiorato il 70% dei consensi al ballottaggio di giugno non c’è segno alcuno della “politica classica”, fatta di consenso e pragmatismo amministrativo. Virginia Raggi è un sindaco solo circondato da tecnocrati.</p>
<p>Si annida qui, nelle categorie politiche, tutta la contraddizione del messaggio grillino: sobillare la rivolta del popolo contro i vecchi partiti, i tecnici, i poteri forti e poi comporre proprio una giunta di tecnocrati perché il vero risultato della filosofia a 5 stelle, la sua conseguenza non intenzionale, è la distruzione di quella classe politica professionalizzata teorizzata da <strong>Max Weber</strong> un secolo fa. Cioè di personale politico che nelle democrazie mature è capace di gestire la macchina amministrativa, guidare i processi decisionali, mediare interessi e stabilire collaborazioni. Nella campale lotta pentastellata alla <em>mal-administration</em> capitolina la rabbia è tutta canalizzata verso la politica tradizionale e non v’è strategia d’attacco <strong>al problema più complesso e grande di Roma</strong>: una macchina burocratica traboccante di privilegi, inefficienze e disfunzioni. E non è un caso se proprio nelle nomine di sottogoverno, negli incarichi di dirigenti e dipendenti pubblici che inizia l’odissea dell’inesperta Raggi.</p>
<p>Se alziamo lo sguardo dalle vicende di cronaca il caso Roma spiega l’emergere di una nuova categoria della politica che si sta dispiegando in tutto il mondo occidentale: il <strong>tecnopopulismo</strong>. Nella crisi infinita dei partiti tradizionale cresce un messaggio di profonda contestazione alle classi politiche, amministrative ed economiche in nome della protezione e del riscatto del popolo mentre, al tempo stesso, il capitalismo globale non può fare a meno dei tecnici per gestire le sue complessità. I segni e gli effetti su larga scala della tensione tecnopopulista sono evidenti: le contrattazioni del TTIP, l’accordo commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti d’America, si sono bloccate definitivamente per le proteste dei movimenti populisti e le indecisioni dei committees tecnocratici; il problema dell’immigrazione partorisce molte risposte amministrative e costituisce un capitale politico per molti dei nuovi partiti europei, ma non delinea risposte decise da parte dei governi, cioè della politica tradizionale; la Brexit è stata la risposta rancorosa del popolo alle regole della burocrazia europea, ma anche la rivolta contro un gruppo di professionisti della politica, guidato da David Cameron e George Osborne, da sostituire con un’altra squadra più fresca e aggressiva.</p>
<p>In questo scenario, chi paga il prezzo della dialettica tecnopopulista sono proprio le classi politiche e le arti che queste rappresentano: mediazione, moderazione, prudenza, ricerca del compromesso. Tuttavia, il tecnopopulismo non è una soluzione possibile, ma un pericolo. Il<strong> populismo</strong> non può governare perché è troppo alto il rischio si di perdere consensi nella complessità dell’amministrazione, proprio come insegna il caso Raggi, sia perché il rischio di politiche fallimentari scelte sull’onda emotiva e popolare è troppo elevato per il sistema globale. Allo stesso tempo, la<strong> tecnocrazia</strong> può essere un accessorio importante, nelle funzioni d’implementazione e di controllo, ma non il cuore del governo perché come scriveva <strong>Wilfredo Pareto</strong>: “si può peccare per ignoranza, ma si può peccare anche per interesse. La competenze tecnica può evitare il primo male, ma non può nulla contro il secondo.”</p>
<p>In sintesi, sacrificare la politica classica sull’altare dell’intransigenza morale e del nuovismo è il primo passo verso la distruzione della democrazia governante e la sua sostituzione con un regime ibrido costituito da promesse politiche mai realizzabili e tecnocrati privi di ethos politico. È innegabile che nell’emergenza gli esecutivi possano essere “depoliticizzati” con una fase di commissariamento che sblocchi l’impasse delle riforme, ma non può essere la regola. Anzi, questo fenomeno di “depoliticizzazione” diventa ancora più pericoloso quando originato da vittorie elettorali che esprimono una volontà di distruzione della classe politica tradizionale perché si finisce come il sindaco Raggi: con le urne piene e il governo vuoto.</p>
<p>Per concludere, non esiste democrazia liberale senza una classe politica governante né senza tecnici competenti che aiutino ad affrontare le complessità del governo e controllino il rispetto delle regole. La politica può e deve essere sottoposta ad un ricambio dinamico quando i cittadini ritengono insufficiente il suo operato, ma non può essere sostituita soltanto né dalla tabula rasa in nome del popolo né dai buoni curriculum al potere. Servono, piuttosto, delle arene in cui forgiare una classe politica in grado di frenare tanto le pulsioni populiste quanto le spinte tecnocratiche, e di addomesticarle entrambe. Per questo la politica professionalizzata va difesa dal <strong>giacobinismo populista</strong>, dalla burocratizzazione e dal giustizialismo. Perché è nella gestione prudente e nel disinnesco dell’attrito tecno-populista che si gioca il futuro della democrazia. Vale per Roma, per l’Europa e per l’Occidente tutto.</p>
<p><strong>Lorenzo Castellani</strong>, <em>Il Foglio</em> del 20 settembre 2016</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/a-roma-i-grillini-hanno-scelto-il-tecnopoulismo-rischi-e-lezioni/">A Roma i grillini hanno scelto il &#8220;tecnopopulismo&#8221;. Rischi e lezioni</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Come governare l&#8217;era del #webete</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/governare-lera-del-webete/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Castellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Aug 2016 08:03:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Lorenzo Castellani riflette sulla società nell'era del web attraverso i classici della filosofia e della politologia [:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/governare-lera-del-webete/">Come governare l&#8217;era del #webete</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella società iper-mediatizzata la <strong>verità</strong> è diventato un concetto sempre più sfuggente. La disgrazia del terremoto nel centro Italia testimonia tra bufale, proposte politiche bislacche, invocazione di cause sovrannaturali, teorie della cospirazione e ricerca compulsiva di un colpevole quanto i nuovi media e l&#8217;informazione condizionino la rappresentazione della realtà degli individui con effetti grotteschi. Questi avvenimenti rappresentano, insieme a migliaia di altri occultamenti della verità, quindi mai scientificamente verificati, che imperversano sui media italiani come la pericolosità dei vaccini, dell&#8217;olio di palma e il caso della Xylella in Puglia, una tendenza di fondo della nostra società: lo spostamento verso un dibattito pubblico sempre più dominato dall&#8217;irrazionalità, dalle fobie, dagli umori superficiali.</p>
<p>Così l&#8217;era del &#8220;<strong>webete</strong>&#8220;, copyright Chicco Mentana, prolifera e si diffonde.Tuttavia, non siamo di fronte ad un caso della storia del tutto nuovo. In un pamphlet del 1935 intitolato &#8220;La Crisi della Civiltà&#8221; lo storico liberale Huizinga sottolineava come, con la diffusione crescente dei giornali e soprattutto della radio come mezzo di comunicazione di massa, la razionalità del dibattito pubblico fosse crollata nel giro di pochi anni. L&#8217;accelerazione del progresso tecnologico e la propagazione dei nuovi media, secondo lo storico olandese, avevano determinato una <strong>schizofrenia delle masse</strong> che non poteva essere compensata ne dalle maggiori informazioni disponibili ne dalla crescente alfabetizzazione della società. I riflessi, ovviamente, si riverberavano sulla politica con la trasformazione del messaggio elettorale che si faceva più semplicistico, rabbioso e populista. Un&#8217;evoluzione che, seppur in un contesto storico molto differente, aveva trascinato quelle società verso il baratro dei totalitarismi.</p>
<p>Un altro storico, Joseph Tainter, si è spinto ancora oltre sostenendo nel saggio &#8220;The Collapse of Complex Societies&#8221; che le civiltà non collassano a causa del sovraconsumo di beni prodotti dal mercato, una teoria molto in voga nell&#8217;intelligenzia liberal, ma crollano perché incapaci di produrre strategie per gestire la complessità originata dai cambiamenti economici e tecnologici. Il futurologo indiano Parag Khanna, già super consulente di vari Presidenti americani, ha indicato come principale pericolo per il futuro delle nostre società liberal-democratiche proprio l&#8217;impatto del profluvio di informazioni dei new media sul tessuto socio-politico.</p>
<p>Sempre Khanna ha evidenziato i problemi di fronte cui sono poste le democrazie liberale a causa dell&#8217;irrazionalità del dibattito pubblico. Quella di oggi è la società più alfabetizzata, automatizzata e informata di sempre, eppure un gigantesco numero di persone crede a tutto e solamente a ciò che si muove nei circuiti mediatici. Come sottolinea il politologo britannico John Keane in &#8220;Democracy and Media Decadence&#8221; qualsiasi forma di ricerca della verità sia di fronte a catastrofi naturali, avvenimenti storici o dibattiti politici decade sempre di più all&#8217;interno di questa società contemporanea annegata dai media.</p>
<p>Nella democrazia mediatizzata oltre al sovraccarico di informazioni si somma un sovraccarico di decisioni sulla politica dato dalla quasi totale impossibilità dei governanti di &#8220;affrontare&#8221; i governati con riforme di lungo periodo, quindi spesso impopolari, pena la &#8220;rivolta&#8221; mediatica ed elettorale a suon di informazioni false diffuse su ampia scala, messaggi ultra semplificati e promesse irrealizzabili degli avversari. Così, di fronte alla complessità si origina la paralisi, primo passo verso il collasso del sistema.</p>
<p>Le variabili in gioco che originano il problema della progressiva irrazionalizzazione del dibattito pubblico sono troppo ampie e diffuse per poter essere controllate e si può solo cercare di governare e controllare tale pericoloso processo. A partire dalle istituzioni, perché la democrazia dipende dalla partecipazione delle masse, ma oggi meno che mai ne garantisce la saggezza. Non si può avere paura di costruire sistemi politici più stabili e decidenti né di ricorrere quando occorre alla tecnocrazia di fronte ad un dibattito pubblico che si fa sempre più umorale, superficiale, infestato dalla menzogna a buon mercato e capace di diffondersi pervasivamente nella società.</p>
<p>Lorenzo Castellani, <em>Il Foglio</em> del 29 agosto 2016[:en]Nella società iper-mediatizzata la verità è diventato un concetto sempre più sfuggente. La disgrazia del terremoto nel centro Italia testimonia tra bufale, proposte politiche bislacche, invocazione di cause sovrannaturali, teorie della cospirazione e ricerca compulsiva di un colpevole quanto i nuovi media e l&#8217;informazione condizionino la rappresentazione della realtà degli individui con effetti grotteschi. Questi avvenimenti rappresentano, insieme a migliaia di altri occultamenti della verità, quindi mai scientificamente verificati, che imperversano sui media italiani come la pericolosità dei vaccini, dell&#8217;olio di palma e il caso della Xylella in Puglia, una tendenza di fondo della nostra società: lo spostamento verso un dibattito pubblico sempre più dominato dall&#8217;irrazionalità, dalle fobie, dagli umori superficiali. Così l&#8217;era del &#8220;webete&#8221;, copyright Chicco Mentana, prolifera e si diffonde.Tuttavia, non siamo di fronte ad un caso della storia del tutto nuovo. In un pamphlet del 1935 intitolato &#8220;La Crisi della Civiltà&#8221; lo storico liberale Huizinga sottolineava come, con la diffusione crescente dei giornali e soprattutto della radio come mezzo di comunicazione di massa, la razionalità del dibattito pubblico fosse crollata nel giro di pochi anni. L&#8217;accelerazione del progresso tecnologico e la propagazione dei nuovi media, secondo lo storico olandese, avevano determinato una schizofrenia delle masse che non poteva essere compensata ne dalle maggiori informazioni disponibili ne dalla crescente alfabetizzazione della società. I riflessi, ovviamente, si riverberavano sulla politica con la trasformazione del messaggio elettorale che si faceva più semplicistico, rabbioso e populista. Un&#8217;evoluzione che, seppur in un contesto storico molto differente, aveva trascinato quelle società verso il baratro dei totalitarismi. Un altro storico, Joseph Tainter, si è spinto ancora oltre sostenendo nel saggio &#8220;The Collapse of Complex Societies&#8221; che le civiltà non collassano a causa del sovraconsumo di beni prodotti dal mercato, una teoria molto in voga nell&#8217;intelligenzia liberal, ma crollano perché incapaci di produrre strategie per gestire la complessità originata dai cambiamenti economici e tecnologici. Il futurologo indiano Parag Khanna, già super consulente di vari Presidenti americani, ha indicato come principale pericolo per il futuro delle nostre società liberal-democratiche proprio l&#8217;impatto del profluvio di informazioni dei new media sul tessuto socio-politico. Sempre Khanna ha evidenziato i problemi di fronte cui sono poste le democrazie liberale a causa dell&#8217;irrazionalità del dibattito pubblico. Quella di oggi è la società più alfabetizzata, automatizzata e informata di sempre, eppure un gigantesco numero di persone crede a tutto e solamente a ciò che si muove nei circuiti mediatici. Come sottolinea il politologo britannico John Keane in &#8220;Democracy and Media Decadence&#8221; qualsiasi forma di ricerca della verità sia di fronte a catastrofi naturali, avvenimenti storici o dibattiti politici decade sempre di più all&#8217;interno di questa società contemporanea annegata dai media. Nella democrazia mediatizzata oltre al sovraccarico di informazioni si somma un sovraccarico di decisioni sulla politica dato dalla quasi totale impossibilità dei governanti di &#8220;affrontare&#8221; i governati con riforme di lungo periodo, quindi spesso impopolari, pena la &#8220;rivolta&#8221; mediatica ed elettorale a suon di informazioni false diffuse su ampia scala, messaggi ultra semplificati e promesse irrealizzabili degli avversari. Così, di fronte alla complessità si origina la paralisi, primo passo verso il collasso del sistema. Le variabili in gioco che originano il problema della progressiva irrazionalizzazione del dibattito pubblico  sono troppo ampie e diffuse per poter essere controllate e si può solo cercare di governare e controllare tale pericoloso processo. A partire dalle istituzioni, perché la democrazia dipende dalla partecipazione delle masse, ma oggi meno che mai ne garantisce la saggezza. Non si può avere paura di costruire sistemi politici più stabili e decidenti nè di ricorrere quando occorre alla tecnocrazia di fronte ad un dibattito pubblico  che si fa sempre più umorale, superficiale, infestato dalla menzogna a buon mercato e capace di diffondersi pervasivamente nella società.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/governare-lera-del-webete/">Come governare l&#8217;era del #webete</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Numeri utili all’Occidente affinché smetta un po’ di piangersi addosso</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/numeri-utili-alloccidente-affinche-smetta-un-po-di-piangersi-addosso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Castellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Jul 2016 20:01:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[civiltà]]></category>
		<category><![CDATA[lieralismo]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Grandissima parte dell’umanità oggi è alfabetizzata, detiene una accresciuta capacità di spostamento e vanta crescenti possibilità di accedere al patrimonio globale della conoscenza. Costruire un presidio culturale, politico e militare[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/numeri-utili-alloccidente-affinche-smetta-un-po-di-piangersi-addosso/">Numeri utili all’Occidente affinché smetta un po’ di piangersi addosso</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Guai, problemi e crisi dell’occidente sono noti agli analisti politici di tutto il mondo e passano dal disordine del medio oriente, dalla stagnazione economica e dell’avanzata dei paesi a capitalismo autoritario, dalle centinaia di migliaia di rifugiati morti nel Mediterraneo e dai milioni in arrivo sulle nostre coste, dalle fragilità istituzionali dell’Unione europea e delle istituzioni internazionali, dagli attentati di matrice fondamentalista in tutto il mondo, dalla rabbia e il pessimismo che alimentano le controdemocrazie, i populismi, delle democrazie liberali. C’è in corso lo scontro di civiltà teorizzato da <strong>Samuel Huntington</strong> e il potere vuoto dell’Occidente nello sviluppare performance democratiche soddisfacenti per il proprio elettorato. Nonostante tutto questo, esiste una tesi storica controcorrente da sostenere con fondamenta solide e cioè che gli ultimi trent’anni siano stati i migliori della storia contemporanea perché sempre più esseri umani, in molteplici luoghi del globo, possono vantare uno spettacolare miglioramento delle proprie condizioni di vita.</p>
<p>Per descrivere questo fenomeno ci si può avvalere dell’elaborazione concettuale dello storico <strong>Kishore Mahbubani</strong>, docente della Lee Kuan Yew School di Singapore, per cui parallelamente alla linea di faglia tra Occidente e Islam si è sviluppata una grande convergenza tra le civiltà del mondo. Da un lato lo scontro, dall’altro la fusione delle civiltà. Questo perché gli spazi di comunione e comunicazione tra identità prima separate sono progressivamente aumentate grazie all’influenza culturale della civiltà occidentale. Difatti, oggi i cittadini di tutto il mondo coltivano le stesse aspirazioni della <strong>classe media occidentale</strong>: una buona istruzione, un lavoro da cercare sul mercato, l’obiettivo di una vita prospera e felice perché produttiva e svolta all’interno di comunità stabili e pacifiche. L’Occidente dovrebbe combattere la propria depressione, e quella dei propri mondi intellettuali, considerando il fenomenale successo nell’innestare questi valori, filosofici e di vita reale, nelle altre grandi civiltà mondiali.</p>
<p>Il Rinascimento, l’Illuminismo e la Rivoluzione Industriale hanno sancito il primato della ragione occidentale diffondendo su scala globale la pragmatica cultura della risoluzione dei problemi attraverso la razionalità ed un sistema legale-istituzionale basato sulla supremazia delle regole. L’ultimo risultato di questo processo, a tratti doloroso e sconvolgente certo per altre culture e civiltà, è l’esplosione della scienza e delle tecnologie a livello planetario. Inoltre, nelle ultime tre decadi l’Occidente ha spezzato lo scontro tra le grandi ideologie economiche. Fino a mezzo secolo fa, <strong>Nikita Khrushchev</strong> teorizzava come leader dell’Unione Sovietica la supremazia dello Stato nell’allocazione delle risorse rispetto al libero mercato. Una tesi che oggi fa sorridere anche gli economisti d’ispirazione socialista. Non solo la Russia, ma anche Cina e India oggi hanno accettato che i lavoratori necessitano d’incentivi per essere produttivi ed incrementare la propria dignità e autorealizzazione attraverso il mercato.</p>
<p>I numeri sono dalla parte dell’Occidente: grandissima parte dell’umanità oggi è alfabetizzata, detiene una accresciuta capacità di spostamento e vanta crescenti possibilità di accedere al patrimonio globale della conoscenza. Il combinato disposto tra crescita economica, scienza e tecnologia ha inoltre migliorato la qualità e la dignità della vita umana. Oggi l’aspettativa di vita è virtualmente cresciuta in ogni parte della terra, la <strong>mortalità infantile</strong> è passata da 63 morti per ogni mille nati nel 1990 <strong>a soli 32 nel 2015</strong>, grazie soprattutto alla crescente diffusione degli standard sanitari e alla costruzione di moderne strutture ospedaliere. Secondo la Bill e Melinda Gates Foundation nel 1988 la poliomielite era largamente diffusa in 125 paesi, oggi quel numero è sceso a soltanto due. Ciò perché tranne alcune piccole sacche di popolazione, i benefici dei vaccini sono accettati su scala mondiale e sono parte di una generale accettazione delle virtù della scienza e della tecnologia occidentale. Le possibilità di comunicare sono divenute illimitate poiché circa metà degli adulti del pianeta possiede uno smartphone e i dispositivi mobili connessi superano il numero della popolazione globale.</p>
<p>La ragione occidentale ha rimpiazzato la superstizione in tutti i settori. Oggi i popoli di tutto il mondo eseguono analisi costi-benefici quando cercano soluzioni ai problemi di ogni tipo, hanno assorbito il metodo dell’apprendimento graduale sulla base dei risultati precedentemente ottenuti e lo estendono dall’agricoltura, all’organizzazione sociale fino a quella politica e amministrativa. Ciò spiega anche la drastica riduzione nel lungo periodo degli episodi di conflitto e violenza nelle società come illustrato dal sociologo di Harvard, <strong>Steven Pinker</strong>. Grazie al programma Millenium Develpoment Goals delle Nazioni Unite dal 2000 al 2015 è stata dimezzata la povertà estrema a livello globale. La classe media globale passerà dagli 1.8 miliardi di persone nel 2009 ai 3.2 miliardi nel 2020 fino ai 4.9 miliardi nel 2030.</p>
<p>Con questi risultati, gli opinion-makers occidentali dovrebbero <strong>smettere di piangersi addosso</strong> propiziando profezie auto avveranti di declino, pessimismo, fustigazione e crisi d’identità. In questi anni, milioni di persone sono uscite dalla povertà e i conflitti militari sono drasticamente diminuiti. La convergenza di aspirazioni verso il medesimo stile di vita e l’intreccio d’interessi globali tende più all’evoluzione riformista delle strutture istituzionali piuttosto che alla rivoluzione distruttiva, più alla cooperazione contrattata verso soluzioni comuni che al sovvertimento irrazionale delle relazioni internazionali. La presenza di una sempre più ampia, ben istruita classe media globale può svolgere il ruolo di strumento di pressione al mantenimento dei governi sulla retta via della preservazione della razionalità e del pragmatismo occidentale. In questo scenario il ruolo delle università e di un ecosistema di ricerca occidentalizzato risulterà fondamentale e costituirà il driver per la sempre più ampia diffusione delle tecniche manageriali e della libertà di scelta nella sanità, nell’amministrazione pubblica, nell’economia e nelle politiche pubbliche. In termini generali, la fusione delle civilizzazioni a matrice Occidentale non è altro che l’innesto genetico dei valori liberali e della razionalità nelle altre civiltà.</p>
<p>Per concludere, è indubbio che i cambiamenti socio-economici associati alla globalizzazione possono spaventare i cittadini, sclerotizzare il dibattito pubblico, creare opportunità per i demagoghi di sfruttare le paure della classe media anche nelle urne delle democrazie a capitalismo avanzato. La risposta può essere solo la costruzione di istituzioni decidenti, amministrazioni efficienti e società aperte che possono scongiurare il pericolo della de-occidentalizzazione e dell’irrazionalità. Il ventunesimo secolo dovrà essere governato più dell’autorità delle idee che dall’idea di autorità, assunto di cui <strong>il mondo occidentale</strong> è progenitore e campione. E la diffusione di questa consapevolezza resta l’unico presidio per la difesa, culturale, politica e militare, dell’Occidente.</p>
<p>Lorenzo Castellani, <em>Il Foglio</em> del 31 luglio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/numeri-utili-alloccidente-affinche-smetta-un-po-di-piangersi-addosso/">Numeri utili all’Occidente affinché smetta un po’ di piangersi addosso</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
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		<title></title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-ritorno-dellautoritarismo-geografia-e-strumenti-dei-nuovi-poteri-globali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Castellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Apr 2016 09:32:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tratto da Il Foglio del 27 Aprile 2016 &#8211; Per circa vent’anni la democrazia liberale è stata un dogma universale, scalfita tanto nei popoli, nelle élite, nell’organizzazione dei poteri sovranazionali quanto nelle azioni sullo scacchiere geopolitico. Negli ultimi dieci anni, invece, per molteplici fattori il rapporto tra democrazia e autoritarismo sembra aver subito una netta [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-ritorno-dellautoritarismo-geografia-e-strumenti-dei-nuovi-poteri-globali/"></a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/04/lorenzo.jpg" rel="attachment wp-att-1393"><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1393" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/04/lorenzo-150x150.jpg" alt="lorenzo" width="150" height="150" data-id="1393" /></a>Tratto da Il Foglio del 27 Aprile 2016 &#8211; Per circa vent’anni la democrazia liberale è stata un dogma universale, scalfita tanto nei popoli, nelle élite, nell’organizzazione dei poteri sovranazionali quanto nelle azioni sullo scacchiere geopolitico. Negli ultimi dieci anni, invece, per molteplici fattori il rapporto tra democrazia e autoritarismo sembra aver subito una netta inversione di tendenza a danno della prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Storicamente la scelta dell’Occidente è stata, fin dalla Guerra fredda, quella d’integrare i regimi non democratici nell’ordine liberale internazionale perché, per i leader democratici, il dialogo paziente con gli autoritarismi avrebbe comportato vantaggi reciproci. Tuttavia, pur essendo insediate nell’ordine capitalistico globale e nelle sue strutture istituzionali, le potenze autoritarie come Cina, Russia, Iran e Arabia Saudita non hanno prodotto svolte democratiche, ma al contrario hanno sviluppato politiche e pratiche per contrastare l’avanzata democratica tanto internamente quanto nelle proprie sfere d’influenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi le autocrazie stanno proiettando operazioni di potere fuori dai propri confini impegnandosi nella confutazione politica dell’universalismo democratico, puntando efficacemente su strumenti di soft power, come i media, l’istruzione e l’economia, capaci d’influenzare l’opinione pubblica occidentale. Tuttavia, il palcoscenico in cui i poteri autoritari sono maggiormente protagonisti è quello geopolitico. La Cina, ad esempio, sta estendendo la propria influenza militare nel mar cinese meridionale, mentre la Russia sembra aver avviato una vera e propria politica di potenza: negli ultimi diciotto mesi ha annesso la Crimea invadendo l’Ucraina, e intrapreso azioni militari significative sul fronte medio-orientale. I bombardamenti russi in Siria del 2015 hanno colto l’Occidente in contropiede, come è stato nel 2014 con il blitz ucraino. L’Iran, nel frattempo, ha moltiplicato i propri interventi militari in Afghanistan, Iraq e Libano. Inoltre, per aumentare la propria presenza in Siria ha inviato truppe nel paese di Assad nell’Ottobre del 2015 mettendosi in asse con l’intervento russo. L’Arabia Saudita, da parte sua, ha intrapreso una campagna di bombardamenti in Yemen nello sforzo di sfidare il rivale Iran in un’area che sconta un vuoto di potere.</p>
<p style="text-align: justify;">La determinazione nell’uso del potere militare da parte di questi regimi illiberali è certamente il segno di un cambiamento nell’equilibro di poteri sulla scena internazionale, tuttavia è l’utilizzo degli strumenti di soft power contro le democrazie occidentali a costituire l’aspetto più significativo e raffinato del nuovo autoritarismo. Per soft power, come sottolinea lo studioso Joseph Nye, s’intende la capacità di uno Stato di attrarre politicamente altri Stati attraverso la diffusione di politiche e valori stabiliti da quel Paese. Il soft power è lo strumento attraverso cui i nuovi autoritarismi guidano l’assalto, in termini generali, alla democrazia e ai suoi principi. Come sottolinea il docente americano Larry Diamond in <em>Authoritarianism goes global?</em> c’è un toolkit, una cassetta degli attrezzi delle potenze non democratiche, fatto di investimenti e aiuti, di media nuovi e tradizionali e di organizzazioni non governative attraverso cui questo processo si forma e determina.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno strumento particolarmente efficace sembra essere quello di organizzazioni non governative filo-regimi autoritari che contrastano la versione delle ONG occidentali nel monitoraggio elettorale e del rispetto dei diritti umani attraverso operazioni di contro-propaganda. Quella degli aiuti alle nazioni amiche e degli investimenti è, invece, una strategia particolarmente affinata dai cinesi che molto hanno investito su think-tank, università, rapporti con istituzioni occidentali e internazionali per trasmettere l’immagine di un regime pulito, capace di incrementare gli standards della trasparenza e dell’accountability.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, gli autoritarismi hanno imparato a parlare la lingua globale dei media nuovi e tradizionali. Da un lato c’è l’allargamento dei social network a fasce sempre più estese della popolazione accompagnato da una censura costante di profili, blog e giornali mescolate con propaganda governativa attraverso quegli stessi strumenti, dall’altro c’è il rafforzamento delle televisioni su scala globale. La tv cinese CCTV e quella russa RT hanno moltiplicato le proprie basi occidentali e ampliato le lingue in cui i propri canali televisivi vengono trasmessi. Al contrario di quanto si possa credere su queste frequenze non va in onda alcuna mitizzazione dei regimi illiberali che mai sarebbe accettabile dal pubblico occidentale, quanto approfondimenti sulla corruzione di tutti i regimi politici, e in particolare delle democrazie liberali, e l’esaltazione dei valori nazionali tradizionali come elemento di stabilità politica. Non potendo parlare bene di sé stessi all’estero per le pressioni del mondo occidentale, i nuovi regimi contrattaccano via parabola l’ordine politico occidentale. Di fianco alle iniziative culturali e mediatiche c’è l’indebolimento delle istituzioni dell’ordine liberale internazionale perché i nuovi autoritarismi lavorano trasversalmente insieme nelle stanze dell’ONU, dell’OSCE e altri organismi internazionali, con il fine di neutralizzare la cultura dei diritti umani e l’avanzamento del verbo liberal-democratico. Al tempo stesso, i regimi non democratici stanno organizzando le proprie organizzazioni che promuovono delle “authoritarian-friendly norms” come la Shangai Cooperation Organization e la Eurasian Economic Union.</p>
<p style="text-align: justify;">In un tempo relativamente breve i nuovi autoritarismi hanno forgiato una formidabile infrastruttura per sfidare le democrazie e i loro valori e hanno avviato una reale concorrenza di potere “normativo” rispetto ai Paesi occidentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Come osserva Alexander Cooley i regimi non democratici stanno spostando il focus dai diritti umani, consunto slogan del liberalismo internazionale degli ultimi anni, a temi loro più congeniali come quelli di sovranità statale, pluralismo delle civiltà e difesa dei valori tradizionali in contrapposizione ai principi delle democrazie liberali.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo, ma i nuovi autoritarismi stanno anche imparando l’uno dalla storia dell’altro. Si pensi alla Cina che non ha ripetuto gli errori dell’Unione Sovietica aprendosi al capitalismo e al mercato e agli studi che la Russia di Putin ha condotto sull’organizzazione amministrativa cinese e sulle tecniche mandarine di repressione del dissenso.</p>
<p style="text-align: justify;">Da ultimo, Cina, Russia e Iran sono diventati maggiormente internazionalisti non solo sul piano militare, ma soprattutto sul piano istituzionale e mediatico. L’utilizzo degli strumenti di soft-power resta oggi l’aspetto più interessante, e allo stesso tempo più preoccupante, del nuovo rapporto tra autoritarismi, capitalismo e democrazie liberale. La sfida al pluralismo e alle libertà individuali è diventata più efficace e subdola, complice anche la debolezza strutturale delle democrazie occidentali nell’organizzare il proprio consenso domestico e le proprie strategie militari esterne. Alla competizione del capitalismo autoritario le democrazie occidentali dovranno rispondere attraverso soluzioni economiche e politiche capace di ordinare una nuova governance mondiale, ma anche flettendo i propri muscoli laddove ve ne è bisogno perché, prendendo a prestito un’espressione di Samuel Huntington, le democrazie occidentali tendono a dimenticarsi della propria superiorità militare, mentre i non occidentali, e le grandi autocrazie in particolare, non lo fanno mai. E così continuano a costruire la propria strategia di attacco a ciò che resta del potere dell’Occidente.</p>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Castellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Apr 2016 08:36:39 +0000</pubDate>
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<p><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/castellani/" title="La riscossione del canone RAI: burocrazia e intrusione nella vita dei cittadini" class="imagegrid_item lightboxhover"><img decoding="async" width="80" height="50" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/04/castellani1-2-80x50.jpg" class="attachment-widget-thumb size-widget-thumb wp-post-image" alt="castellani1 (2)"></a><br />
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Castellani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Apr 2016 11:49:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La riscossione del Canone Rai 2016 è un grande pasticcio giuridico e burocratico, la testimonianza di uno Stato pervasivo, teso ad ostacolare la vita dei cittadini. Infatti, le modalità di pagamento disciplinate dalla nuova norma continuano a destare perplessità&#160;e preoccupazioni nella gran parte dei consumatori italiani. La prima problematica è quella inerente i termini previsti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-1393 " src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/04/lorenzo-296x300.jpg" alt="lorenzo" width="175" height="177" data-id="1393">La riscossione del Canone Rai 2016 è un grande pasticcio giuridico e burocratico, la testimonianza di uno Stato pervasivo, teso ad ostacolare la vita dei cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti, le modalità di pagamento disciplinate dalla nuova norma continuano a destare perplessità&nbsp;e preoccupazioni nella gran parte dei consumatori italiani. La prima problematica è quella inerente i termini previsti per presentare l&#8217;autocertificazione nei casi in cui non si debba pagare questa imposta. Infatti, i tempi sono assai ristretti: entro il 30 aprile occorre inviare l&#8217;autocertificazione tramite raccomandata&nbsp;all&#8217;Agenzia delle Entrate, al fine di evitare di vedersi recapitare la prima rata del canone con la bolletta della luce di luglio. Invece, se si sceglie la procedura telematica, il termine ultimo è il 10 maggio. Le ultime voci prevedono uno spostamento di questi termini di 15-20 giorni in avanti nel tempo, ma poco cambia perché l’incertezza resta.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;autocertificazione per il Canone Rai 2016 va inviata anche nei casi in cui chi, all&#8217;interno del nucleo familiare, finora ha pagato la tassa, sia persona diversa da quella a cui è intestata la bolletta della luce. Se ci si trova di fronte a questa situazione, l&#8217;autocertificazione funge da deterrente per evitare errori che potrebbero portare ad una duplice richiesta di pagamento. Va ricordato tra l’altro che l&#8217;autocertificazione è l&#8217;unica modalità prevista dalla legge per dichiarare di non possedere alcun apparecchio televisivo in casa. Dunque, la normativa non ammette altri tipi di ricorso.&nbsp;Ancora burocrazia, complicazioni e oneri sulle spalle del contribuente.</p>
<p style="text-align: justify;">Come se non bastasse&nbsp;l&#8217;autocertificazione, a differenza di quanto accadeva in passato, ha un valore temporale limitato all&#8217;anno corrente. Questo vuol dire che il prossimo anno chi non è tenuto a pagare dovrà nuovamente inviare la medesima dichiarazione all&#8217;Agenzia delle Entrate. Insomma, il Canone Rai 2016, a distanza di diversi mesi dalla legge che ne ha modificato le modalità di riscossione, continua a far discutere e a destare perplessità non solo tra i singoli utenti, ma anche tra le principali associazioni di consumatori e anche tra le aziende elettriche che diverranno i materiali esecutori della riscossione di quest’imposta. Queste ultime, tra l’altro, riceveranno 28 milioni di euro per coprire i costi di riscossione nei prossimi due anni che saranno a carico della fiscalità generale. Cioè, ancora una volta, sulle spalle del cittadino tartassato.</p>
<h3 class="widget-title">gli ultimi Articoli di Lorenzo Castellani</h3>
<p><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/castellani/" title="La riscossione del canone RAI: burocrazia e intrusione nella vita dei cittadini" class="imagegrid_item lightboxhover"><img loading="lazy" decoding="async" width="80" height="50" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/04/castellani1-2-80x50.jpg" class="attachment-widget-thumb size-widget-thumb wp-post-image" alt="castellani1 (2)"></a>[:en]
<p class="pre-dettaglio" style="text-align: justify;">Per opportunità o necessità a seconda dei casi, il nostro paese ha sempre preferito non occuparsi della riforma universitaria. Ora però serve una riforma ‘disruptive’ che managerializzi l’università pubblica italiana</p>
<p class="articolo-dettagli" style="text-align: justify;">di Lorenzo Castellani</p>
<p class="articolo-dettagli" style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-880 size-medium" src="http://www.lasfingejeans.it/fondazione/wp-content/uploads/2016/04/R600x__universita-nu-300x160.jpg" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" srcset="http://www.lasfingejeans.it/fondazione/wp-content/uploads/2016/04/R600x__universita-nu-300x160.jpg 300w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/04/R600x__universita-nu.jpg 600w" alt="R600x__universita-nu" width="300" height="160" data-id="880" />Sui ricercatori universitari siamo di fronte al solito piagnisteo ben articolato. Da un lato, la goffa glorificazione della “ricerca italiana” come metro di misura dell’orgoglio nazionale da parte del ministro Giannini. Dall&#8217;altro, gli alfieri della persino peggiore retorica sulla fuga dei cervelli all’estero quale sintomo della catastrofe nazionale. Questi si dividono a loro volta in due categorie. Quelli che “servono risorse dello stato” e si deve tutelare il sempreverde “diritto allo studio”. Sono costoro il sintomo dell’intimo rifiuto del mercato globale universitario, che è già una realtà diffusa da almeno vent&#8217;anni, e vorrebbero che lo stato costruisse un recinto intorno ai più brillanti studiosi italiani. E poi ci sono quelli che “chi va all&#8217;estero e non torna tradisce la patria”, perché se il tuo merito viene premiato altrove, magari con più soldi e prestigio, allora si consuma un vilipendio alla cultura italica, senza riflettere su come, invece, dovremmo imparare dagli altri paesi ad attrarre ricercatori e docenti stranieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulle cause delle fughe, dei successi e dei mancati ritorni c’è poco da girarci intorno: la riforma profonda e la modernizzazione del sistema universitario, l’internazionalizzazione, la liberalizzazione delle rette universitarie, i rapporti con il mondo dell’impresa, i finanziamenti dei privati e un sistema di borsa di studio e prestiti non sono mai stati una priorità di nessun governo. E nemmeno del governo Renzi, che ha preferito concentrarsi sulla stabilizzazione dei precari nella scuola primaria e secondaria, ritoccare la governance scolastica e trascurare quasi interamente l’ambito universitario e della Ricerca. Eppure, su quest’ultimo fronte ci sarebbe molto da fare: i nostri atenei, salvo pochi istituti privati, non rientrano mai nelle prime posizioni nelle classifiche sulla qualità dell’istruzione accademica, il tasso d’internazionalizzazione dei docenti universitari è ridicolo, gli investimenti in percentuale al pil sono tra i più bassi d’Europa. Aumentare di qualche miliardo la spesa per l’istruzione universitaria e la ricerca avrebbe senso se questa fosse scambiata con una riforma complessiva che introduca maggior concorrenza tra atenei, apra le porte alle partnership con i privati, incentivi gli istituti di credito a finanziare i prestiti d’onore, chiuda sedi, corsi e atenei con performance di scarso livello e sovrapposizione geografica, introduca standard e valutazioni della ricerca accademica e del servizio d’istruzione fornito dai docenti. Certo, si può sempre obiettare che non esistono criteri universali per valutare ricerche e atenei sia dal punto di vista qualitativo sia da quello quantitativo, ed è qui che s’inserisce la decisione politica: va scelto un metodo di valutazione e a questo l’accademia deve adeguarsi come in ogni altro paese sviluppato. I criteri si possono discutere, sentire tutti gli utenti, ma poi vanno fissati standards sulla base delle migliori università del paese al quale gli altri atenei siano costretti ad adeguarsi, pena la riduzione dei fondi e l’accorpamento con altre realtà.</p>
<p class="articolo-dettagli" style="text-align: justify;">Senza una riforma ‘disruptive’ che managerializzi l’università pubblica italiana non solo la fuga dei ricercatori sarà inevitabile, ma anche il semplice master all’estero restano un’ordinaria necessità e opportunità. Questo perché le ricerche non hanno patria e senza tanti drammi  – e senza tradire nessuno – chi può cerca di realizzare al meglio la propria professione all’estero perché il mondo è veloce e globale. Dal 1968, e ancor più dopo la fine della spesa pubblica incontrollata, la politica italiana, spalleggiata da gran parte del mondo accademico e culturale, ha fatto una scelta politica precisa: fregarsene della ricerca scientifica di qualsiasi tipo essa sia. Lo ha fatto, per giunta, senza rompere la posizione dominante del ‘pubblico’ nell’offerta universitaria. L’Italia, per opportunità o necessità a seconda dei casi, ha preferito non occuparsi della riforma universitaria oppure indirizzare la propria politica economica per pagare le baby pensioni, assumere precari della Pubblica amministrazione, promettere il ponte sullo Stretto di Messina, distribuire buoni da 500 euro a docenti e neo-diciottenni. Questi sono i fatti a cui la popolazione dei ricercatori si adegua. Tutto il resto è retorica falsa e rivendicazione ipocrita di risultati italiani.</p>
<h3 class="widget-title">gli ultimi Articoli di Lorenzo Castellani</h3>
<p><a class="imagegrid_item lightboxhover" title="Lorenzo Castellani 2" href="http://www.lasfingejeans.it/fondazione/lorenzo-castellani-2/"><img loading="lazy" decoding="async" class="attachment-widget-thumb size-widget-thumb wp-post-image" src="http://www.lasfingejeans.it/fondazione/wp-content/uploads/2016/04/castellani-1-1-80x50.jpg" alt="castellani-1" width="80" height="50" /></a> <a class="imagegrid_item lightboxhover" title="Per la Ricerca italiana serve un po’ di “distruzione creatrice”, non la retorica piagnona" href="http://www.lasfingejeans.it/fondazione/castellani/"><img loading="lazy" decoding="async" class="attachment-widget-thumb size-widget-thumb wp-post-image" src="http://www.lasfingejeans.it/fondazione/wp-content/uploads/2016/04/castellani-1-1-80x50.jpg" alt="castellani-1" width="80" height="50" /></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/riscossione-canone-rai-burocrazia-intrusioni-nella-vita-dei-cittadini/"></a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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