<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Giovanni Orsina, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
	<atom:link href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/author/giovanni-orsina/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/author/giovanni-orsina/</link>
	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
	<lastBuildDate>Fri, 09 Oct 2020 16:31:45 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>

<image>
	<url>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2019/06/cropped-logo-tondo-cerchio-bianco-32x32.png</url>
	<title>Giovanni Orsina, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
	<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/author/giovanni-orsina/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Il realismo più forte dei principi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-realismo-piu-forte-dei-principi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Orsina]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Sep 2016 12:39:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giunta raggi]]></category>
		<category><![CDATA[movimento 5 stelle]]></category>
		<category><![CDATA[paola muraro]]></category>
		<category><![CDATA[raggi]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://35.159.32.14/?p=6170</guid>

					<description><![CDATA[<p>[:it]Giovanni Orsina spiega i motivi del successo e delle difficoltà amministrative delle giunte pentastellate, Raggi in primis[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-realismo-piu-forte-dei-principi/">Il realismo più forte dei principi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il successo del <strong>Movimento 5 stelle</strong> è figlio soprattutto di un’urgenza psicologica: l’urgenza degli elettori di manifestare la propria esasperazione a un establishment politico che ritengono incapace, autoreferenziale, corrotto. È giustificata, quest’urgenza? Se non del tutto giustificata, di certo ha radici profonde. Lo dimostra il fatto che non è soltanto italiana, ma la troviamo in pressoché tutte le democrazie. Giustificata o non giustificata che sia, a ogni modo, cedere al suo richiamo ha la funzione di placare la frustrazione, far sfogare la rabbia. Non quella di trovare soluzioni ai problemi del Paese.</p>
<p>E perché dovremmo meravigliarci, allora, se nel momento in cui deve affrontare le drammatiche condizioni della Capitale, <strong>la giunta Raggi</strong>, invece che essere aiutata dalle parole d’ordine del Movimento, ci sbatte contro come fossero un muro? Le cose stanno andando esattamente come dovevano andare: princìpi nati per soddisfare l’indignazione la soddisfano, ma non giovano a governare.</p>
<p>Ma di quali princìpi stiamo parlando? Di quattro assiomi, mi pare. <strong>Il primo</strong>: chi si organizza per far politica costruisce un’oligarchia di parassiti (un’idea mica tanto nuova: Michels l’ha scritto più di cent’anni fa), quindi la politica dev’esser fatta da gente comune, rimpiazzata di continuo, e in contatto permanente con la «base». <strong>Il secondo</strong> (conseguente dal primo): le competenze non servono, anzi sono pericolose – molto meglio un portavoce dell’«intelligenza collettiva». <strong>Il terzo</strong> (conseguente dai primi due): chi amministra la cosa pubblica, poiché non ha competenze, è solo un portavoce, e deve farlo per civismo, va pagato poco. <strong>Il quarto</strong> e ultimo: l’incompetente portavoce dell’intelligenza collettiva ha da esser onesto al di là d’ogni ragionevole dubbio. Il che nell’Italia del 2016 vuol dire: si deve dimettere al primo refolo di vento giudiziario.</p>
<p>In brevissimo tempo, le vicende (surreali a dir poco – ma, di nuovo, quale meraviglia?) della giunta Raggi stanno mostrando che, al calor bianco della realtà, questi princìpi si sciolgono come la neve. I cronisti politici ci dicono di scontri sempre più aspri fra le <strong>correnti interne</strong> del movimento, dei quali l’amministrazione romana sarebbe vittima. Fosse vero anche solo un terzo di quello che raccontano, una cosa sarebbe comunque chiara: il movimento un’oligarchia politica l’ha generata eccome. Più nuova delle altre, certo. Ma ancora più oscura e meno regolamentata, poiché nasce da un movimento che per principio rifiuta le oligarchie.</p>
<p>Proseguiamo. Alzi la mano chi s’illude che un garbuglio incancrenito come quello romano possa essere sbrogliato senza avere competenze legali, amministrative, contabili. E infatti, la sindaca Raggi si è rivolta a chi quelle competenze le ha. Appena meno illuso, chi pensa che quelle competenze le si possa avere senza pagare. Il senso di servizio alla comunità, via, è roba da libro Cuore. E infatti, la sindaca Raggi ha allargato i cordoni della borsa. S’illude ancora di più, invece, chi crede che persone esperte delle pubbliche amministrazioni, in un Paese avvolto da una fitta ragnatela di norme mal scritte e contraddittorie come il nostro, possano sfuggire a lungo alla magistratura. E infatti, la sindaca Raggi ha nominato in un assessorato-chiave una persona indagata, <strong>Paola Muraro</strong>, sapendo che lo era. La sindaca insomma, per quanto in maniera assai ondivaga e maldestra, ha fatto esattamente quello che deve fare chiunque voglia risolvere i problemi di Roma: s’è rivolta a persone competenti, le ha pagate, e ha tollerato che fossero indagate. Con buona pace dei princìpi non negoziabili del Movimento.</p>
<p>La morale della favola? Cari elettori italiani, volete dare soddisfazione alle vostre urgenze psicologiche? È legittimo, fate pure. Basta che poi non chiediate anche di essere ben amministrati. «Ma pure gli altri hanno amministrato male», mi risponderanno soprattutto i romani. «E in più – aggiungeranno – votandoli non abbiamo nemmeno placato la frustrazione». Questo, ahinoi, è verissimo. E tuttavia, fra l’amministrare male, anzi malissimo, e l’amministrare peggio, passa ancora una differenza. Speriamo davvero per la <strong>povera Roma</strong> che, dal peggio mostrato finora, la giunta Raggi risalga almeno un po’.</p>
<p>Giovanni Orsina, <em>La Stampa</em> del 6 settembre 2016</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-realismo-piu-forte-dei-principi/">Il realismo più forte dei principi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title></title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-girotondo-delle-democrazie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Orsina]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Jul 2016 13:59:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://35.159.32.14/?p=2251</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dalla vittoria di Trump nelle primarie repubblicane al Brexit, il «cigno nero», l’evento traumatico che nessuno credeva davvero possibile, si sta trasformando nella nostra quotidiana normalità democratica. Chi ha cercato di spiegare perché ciò stia accadendo si è concentrato per lo più sul bisogno insoddisfatto di protezione: di sicurezza economica per classi medie in declino; [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-girotondo-delle-democrazie/"></a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Dalla vittoria di Trump nelle primarie repubblicane al Brexit, il «cigno nero», l’evento traumatico che nessuno credeva davvero possibile, si sta trasformando nella nostra quotidiana normalità democratica. Chi ha cercato di spiegare perché ciò stia accadendo si è concentrato per lo più sul bisogno insoddisfatto di protezione: di sicurezza economica per classi medie in declino; di incolumità fisica per cittadini atterriti da terroristi e migranti. È una spiegazione fondata, ma a mio avviso insufficiente. Migrazioni, terrorismo e difficoltà economiche sono le sfide esterne che le democrazie paiono incapaci di affrontare. Le ragioni di questa loro incapacità, però, devono essere cercate al loro interno. Ossia, per chiamare le cose col loro nome, in una crisi sempre più evidente della civiltà liberaldemocratica. Una crisi che non nasce oggi, e che negli ultimi decenni hanno denunciato in tanti. Ma che oggi sembra aver raggiunto il suo culmine.</p>
<p>La natura dissonante e divergente del dibattito pubblico è un primo aspetto di questa crisi. Un secolo e mezzo fa, John Stuart Mill scriveva che «la libertà non è applicabile in alcuna situazione precedente il momento in cui gli uomini sono diventati capaci di migliorare attraverso la discussione libera e tra eguali». Con quel «migliorare» Mill intendeva due cose, mi sembra: che discutendo gli uomini si sarebbero avvicinati sia gli uni agli altri (pur restando differenti) sia alla verità (che pure rimaneva irraggiungibile). Nella formulazione del filosofo inglese, poi, la capacità di migliorare era irreversibile: una volta che fosse stata raggiunta, non la si sarebbe più smarrita.</p>
<p>Ora, siamo davvero sicuri di non averla invece perduta, quella capacità? In relazione sia all’elezione di Trump, sia al Brexit, è stata usata nel mondo anglosassone l’espressione «post-truth politics»: politica post-verità. Un gioco politico in cui le parti, quale più quale meno, mentono tutte; anche i dati più «duri» vengono contestati; gli esperti non sanno più fornire all’opinione pubblica alcuna certezza. E il progresso lineare verso la conoscenza e la convergenza, sognato da Mill, diventa un vano e frustrante girotondo in una babele di sofismi.</p>
<p>Un secondo aspetto della crisi della liberaldemocrazia va cercato nella fragilità dei corpi intermedi: le organizzazioni politiche, economiche, culturali, religiose. Una fragilità che deriva dalle trasformazioni storiche degli ultimi cinquant’anni, ma alla quale hanno pure contribuito attivamente le forze politiche sia di destra sia di sinistra. Le forze di destra – spesso di destra liberale – hanno indebolito i corpi intermedi perché si sono affidate al mercato. Proprio mentre denunciavano le forze di sinistra perché li indebolivano con l’insistere sui diritti individuali. Le forze di sinistra – spesso di sinistra liberale – hanno contribuito a disarticolare i corpi intermedi con l’enfasi sui diritti individuali. E al contempo attaccavano la destra perché li corrodeva attraverso il mercato.</p>
<p>Diritti individuali e mercato sono indispensabili a una democrazia, certo. Ma non le sono sufficienti. Nella tradizione liberale è sempre stata ben presente la consapevolezza che una società non può reggersi soltanto su pilastri economici e giuridici, ma ha bisogno di robuste fondamenta politiche. Ossia di ragioni che la tengano insieme – memorie, identità, senso civico, valori condivisi –, e di articolazioni interne che nutrano quelle ragioni. Si capisce allora perché mai la democrazia liberale più antica e solida del continente abbia votato contro un’Europa che è tanto attiva sul terreno economico e giuridico quanto inconsistente su quello politico.</p>
<p>In una democrazia liberale priva di verità e corpi intermedi, le élite non possono trovare legittimità. Non gliela può dare la competenza tecnica, che si disintegra nella cacofonia del dibattito pubblico. Non gliela può dare la leadership sociale, perché non ci sono più luoghi nei quali esercitarla. Ma se agli occhi del cittadino qualunque le élite non hanno alcuna utilità, i privilegi dei quali esse godono diventano insopportabili – ce lo ha insegnato Tocqueville. Come meravigliarsi, allora, se il voto diventa soprattutto un modo per esprimere quell’esasperazione? Eppure, al contempo, quanto a lungo può sopravvivere una liberaldemocrazia in cui le élite – tutte le élite – sono così delegittimate?</p>
<p>Possiamo naturalmente sperare che questa crisi sia congiunturale, e che prima o poi venga riassorbita. Che si riesca a rimettere un po’ d’ordine nel dibattito pubblico e a ricostruire dei corpi intermedi. O perfino che si trovi un modo per vivere senza classi dirigenti – è l’utopia del Movimento 5 stelle, un altro «cigno nero» fattosi normalità. Perché queste speranze abbiano un qualche fondamento, però, è necessario che sia le élite sia gli elettori riconoscano la crisi per quel che è. Si rendano conto dei pericoli che porta con sé. E prendano a comportarsi in maniera più responsabile di quel che hanno fatto negli ultimi anni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-girotondo-delle-democrazie/"></a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title></title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laboratorio-milano-parisi-ora-prova-a-contenere-le-spinte-dei-populismi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Orsina]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 May 2016 13:45:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://35.159.32.14/?p=2043</guid>

					<description><![CDATA[<p>Tratto da La Stampa, 16 maggio 2016 &#8211; Alle elezioni amministrative d&#8217; inizio giugno la destra italiana si gioca un pezzo di futuro nei due laboratori contrapposti di Roma e Milano. A Roma la competizione fra Marchini e Meloni servirà a regolare i rapporti di forza tra centro destra moderato e destra sovranista nel caso [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laboratorio-milano-parisi-ora-prova-a-contenere-le-spinte-dei-populismi/"></a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tratto da La Stampa, 16 maggio 2016 &#8211; Alle elezioni amministrative d&#8217; inizio giugno la destra italiana si gioca un pezzo di futuro nei due laboratori contrapposti di Roma e Milano.<br />
A Roma la competizione fra Marchini e Meloni servirà a regolare i rapporti di forza tra centro destra moderato e destra sovranista nel caso in cui, alle future elezioni politiche, la frattura fra i due schieramenti dovesse ricomporsi. A Milano invece Stefano Parisi, candidato unitario, indicherà che probabilità di vittoria potrebbe avere quell&#8217; alleanza se si ricomponesse.<br />
La scissione fra destra e centro destra non è un dato contingente né soltanto italiano, ma dipende da fattori demografici, economici e psicologici profondi, ed è visibile in tutto l&#8217; Occidente. Proprio per ciò l&#8217; assenza di quella scissione fa notizia più della sua presenza &#8211; Milano più di Roma. L&#8217; esempio milanese mostra come la frattura possa essere sanata. E se Parisi dovesse andar bene, o magari addirittura vincere, potrebbe anche mostrare che sanarla conviene a entrambe le destre. Il capoluogo lombardo diverrebbe così un modello in Italia, e per certi versi perfino al di là dei confini nazionali.<br />
Milano ha già fatto da laboratorio politico venticinque anni fa: settentrionali le leghe, milanese Mani Pulite, lombardo il berlusconismo. Né il laboratorio si limitò a rimanere tale: in Lombardia è nato l&#8217; asse Berlusconi-Bossi che, con la breve interruzione del 2006-2008, ha guidato l&#8217; Italia per un&#8217; intera decade, dal 2001 al 2011. Quell&#8217; asse, tuttavia, non è riuscito a ottenere i risultati che si proponeva di raggiungere. Non ha riscritto le regole del gioco, perché la sua riforma costituzionale è stata bocciata al referendum del 2006. Non ha adeguato l&#8217; economia italiana alle sfide europee e internazionali. Più in generale, non ha saputo prendere le misure al resto del Paese. E così, invece di guidarlo, ne ha subito i ritardi, le resistenze e le paure.<br />
Il 2011 ha segnato la fine del «progetto nordista». E l&#8217; ultimo lustro ha proiettato l&#8217; Italia in uno scenario politico del tutto diverso da quello del primo decennio del secolo: l&#8217; ascesa del Movimento 5 stelle, la mutazione renziana del Partito democratico, la metamorfosi sovranista della Lega di Salvini. La stagione dell&#8217; asse Berlusconi-Bossi, tuttavia, ha lasciato un&#8217; eredità non da poco: la Lombardia amministrata dal leghista Maroni, il Veneto dal leghista Zaia. Pur mutando pelle, insomma, la Lega ha saputo salvaguardare la propria tradizione di governo. Una tradizione che la rende assai diversa dai partiti sovranisti non italiani, confinati quasi ovunque all&#8217; opposizione anche a livello locale.<br />
L&#8217; esistenza di una Lega di governo accanto a quella di lotta, dunque, è un primo fattore che può spiegare l&#8217;«anomalia» milanese, e che al contempo la rende interessante. Per affrontare il secondo fattore &#8211; che è la stessa città di Milano &#8211; dobbiamo allargare un po&#8217; il campo di osservazione.<br />
I partiti della destra sovranista nascono e prosperano nello spazio sempre maggiore che separa il linguaggio dell&#8217; establishment da quello degli elettori, e nella conseguente incapacità del ceto politico di rispondere alle richieste &#8211; per certi versi, perfino, di considerare legittime le richieste &#8211; che con ansia crescente salgono dall&#8217; elettorato. Allo stesso tempo, le risposte che dà la destra sovranista &#8211; le ruspe di Salvini &#8211; servono a dar sfogo a paura, rabbia e frustrazione ben più che a risolvere davvero i problemi. Il discorso pubblico si polarizza così fra il politicamente corretto e il radicalismo parolaio, fra l&#8217;«accogliamoli tutti» e il «buttiamoli a mare», fra il rifiuto di vedere che l&#8217; immigrazione è davvero un problema per la sicurezza, e la persuasione xenofoba che qualsiasi immigrato rappresenti di per sé una minaccia letale.<br />
Questa polarizzazione, oltre a essere perniciosa in generale, rappresenta l&#8217; ostacolo più serio alla ricostruzione d&#8217; uno schieramento unitario che tenga insieme il centro destra moderato e la destra sovranista. La conciliazione &#8211; o meglio, data la storia italiana degli ultimi venticinque anni, la ri-conciliazione &#8211; fra destra e centro destra può avvenire soltanto sul terreno mediano del senso comune.<br />
Un terreno sul quale non trovano cittadinanza le ruspe, ma neppure il rifiuto di vedere che l&#8217; ansia di difendere la propria sicurezza e il proprio benessere, spesso modesto, non è necessariamente figlia né di fascismo muscolare né di egoismo sociale.<br />
Ora, se c&#8217; è una città in Italia dove quel senso comune ha una tradizione, questa è proprio Milano. Con la sua storia di moderatismo politico ma anche di solidarietà sociale. Col suo empirismo. Con la sua capacità &#8211; che Roma sembra aver perduto per sempre &#8211; di credere ancora che le cose, pazientemente e pragmaticamente, si possano cambiare in meglio. Una città nella quale non per caso Stefano Parisi sta facendo una campagna elettorale dai toni moderati, che si differenzia però da quella del contendente democratico Beppe Sala proprio per l&#8217; enfasi cruciale sulla sicurezza.<br />
Se si ricompattasse intorno al senso comune e all&#8217; esempio milanese, la destra saprebbe rispondere alla concorrenza del Movimento 5 stelle, che prospera anch&#8217; esso nello spazio fra l&#8217; establishment e i cittadini qualunque. E potrebbe reggere il confronto con Renzi, che a suo modo attinge pure lui al senso comune &#8211; quello delle «cose che vanno fatte» -, anche se il suo è un senso comune più spostato sul versante del politicamente corretto e ha toni toscani ben più aspri di quelli lombardi. Nazionalizzare un&#8217; esperienza settentrionale, certo, non sarebbe affatto facile: come abbiamo visto, l&#8217; operazione già è stata tentata una volta, ma non ha avuto successo. Per farla funzionare ci vorrebbe un grande leader politico.<br />
Che non abbia ottant&#8217; anni e non appartenga a un&#8217; altra stagione, come Berlusconi.<br />
Ma non guidi neppure le ruspe, come Salvini.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laboratorio-milano-parisi-ora-prova-a-contenere-le-spinte-dei-populismi/"></a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title></title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/i-sovranisti-che-spaccano-la-destra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Orsina]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Apr 2016 09:28:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://35.159.32.14/?p=1804</guid>

					<description><![CDATA[<p>Da Donald Trump allo Uk Independence Party, da Alternative für Deutschland a Marine Le Pen, per giungere infine alle nostre recenti vicende casalinghe, Berlusconi e Salvini, Marchini e Meloni: tutte le democrazie debbono vedersela con la crescita prepotente della destra che viene detta populista &#8211; ma che andrebbe invece chiamata sovranista, perché il nocciolo del [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/i-sovranisti-che-spaccano-la-destra/"></a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da Donald Trump allo Uk Independence Party, da Alternative für Deutschland a Marine Le Pen, per giungere infine alle nostre recenti vicende casalinghe, Berlusconi e Salvini, Marchini e Meloni: tutte le democrazie debbono vedersela con la crescita prepotente della destra che viene detta populista &#8211; ma che andrebbe invece chiamata sovranista, perché il nocciolo del suo programma è che sia restituita piena sovranità allo Stato nazionale. E dovunque le forze del centrodestra moderato subiscono l’impatto di questi nuovi cugini chiassosi e maleducati (politicamente, s&#8217; intende), e si chiedono quale sia il modo migliore di affrontarne la concorrenza, e se sia il caso di allearsi con loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Per cercare di capire un po&#8217; meglio che cosa stia accadendo, potrebbe forse essere utile azzardare una comparazione, non ovvia, con i partiti comunisti che nacquero in Europa un secolo fa, dopo la rivoluzione russa dell’ottobre 1917. Sia chiaro: non sto affatto sostenendo che i movimenti sovranisti di oggi siano simili a quelli comunisti di cent&#8217; anni or sono, tanto meno che lo siano ideologicamente, e il parallelismo non mi serve per benedire né maledire nessuno. Sto soltanto cercando nella storia qualche indicazione che ci aiuti a orientarci nel nostro presente e, possibilmente, futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto il comunismo quanto il sovranismo, in primo luogo, sono emersi a valle di crisi epocali.<br />
E, più precisamente ancora, del diffondersi della convinzione che l’ordine liberale &#8211; fondato sulla crescente e pacifica integrazione commerciale, produttiva, culturale, demografica del pianeta &#8211; non fosse più in grado di affrontare le sfide della storia. All’inizio del Novecento, naturalmente, la crisi del liberalismo fu ben più profonda, se non altro perché bagnata nel sangue della Grande Guerra. A noi del ventunesimo secolo è toccata «soltanto» una depressione economica devastante. Sarebbe tuttavia un errore imperdonabile sottovalutare la serietà della sfida demografica dei nostri tempi &#8211; l&#8217; abbinata fra l&#8217; invecchiare dell&#8217; Europa e il montare delle pressioni migratorie -, che per certi versi è ancora più grave e difficile da risolvere della crisi politica e sociale dalla quale cent&#8217; anni fa scaturì il comunismo.<br />
Adesso come allora, in secondo luogo, le élite politiche tradizionali hanno durato gran fatica a conformare il proprio linguaggio alla nuova realtà, un po&#8217; perché non l&#8217; hanno compresa, un po&#8217; perché hanno sperato così di esorcizzarla. E nello iato crescente fra le esperienze quotidiane degli uomini qualunque e il linguaggio pubblico «ufficiale» &#8211; della politica, ma anche dei media e degli intellettuali &#8211; è maturato lo stato d&#8217; animo che chiamiamo antipolitico o populista, fatto di frustrazione, indignazione, fughe dalla realtà, utopie più o meno sconclusionate.<br />
Con la differenza non da poco che un secolo fa quello stato d&#8217; animo ha assunto forme attivistiche, creative, militanti, spesso violente; mentre oggi assume in genere il volto nichilista della depressione e dell&#8217; astensione.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle domande da cui è scaturito l’atteggiamento populista ha dato allora risposta il comunismo, e oggi la dà il sovranismo. L’uno e l’altro, in terzo luogo, hanno modificato profondamente i sistemi politici nei quali sono emersi. Ne hanno spostato il baricentro, costringendo le altre forze politiche a rispondere alla loro concorrenza sugli argomenti del giorno. Per indicare fino a che punto i sovranisti abbiano imposto la loro agenda, in Francia si parla di «lepenizzazione degli spiriti»; ma si pensi anche al ruolo che hanno avuto i comunisti nell&#8217; obbligare i propri avversari a confrontarsi coi temi del lavoro e la questione sociale. Hanno poi diviso profondamente e stabilmente l’emisfero politico nel quale si sono collocati: i comunisti hanno spaccato la sinistra per decenni; i sovranisti stanno adesso spaccando la destra. E hanno contribuito a generare fenomeni affini nell&#8217; emisfero opposto: il fascismo negli Anni Venti del secolo scorso; e oggi il «sovranismo di sinistra»: Podemos, Syriza, per certi versi il Movimento 5 stelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il parallelismo che ho disegnato ha un senso, possiamo allora provare a trarne qualche indicazione per il futuro. Con grande cautela, s&#8217; intende, considerate le enormi differenze dalle quali i due fenomeni storici restano comunque separati. Indicazioni su tre sfide, in particolare. La prima è una sfida a tutti noi: i fenomeni politici che affondano le radici in crisi epocali vivono a lungo. Il comunismo è stato con noi per settant&#8217; anni. Non è detto che il sovranismo durerà altrettanto, ma con ogni probabilità s&#8217; illude chi spera di sbarazzarsene in tempi brevi. La seconda è una sfida ai sovranisti: in settant&#8217; anni di vita, fatalmente limitati dal loro isolamento e dalla loro posizione estrema, i partiti comunisti non sono mai riusciti a vincere un’lezione libera in nessun Paese europeo. La terza è una sfida a tutta la metà destra del sistema politico. I comunisti hanno diviso la sinistra e intrattenuto rapporti assai difficili con le altre sinistre. Così facendo &#8211; basti pensare all&#8217; Italia e alla Francia &#8211; hanno finito per regalare decenni di egemonia ai partiti moderati e conservatori. Grazie ai sovranisti, questo destino fortunato potrebbe toccare oggi ai progressisti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/i-sovranisti-che-spaccano-la-destra/"></a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Intellettuali ora più liberi dal potere</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giovanni-orsina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Orsina]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Apr 2016 10:16:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.lasfingejeans.it/fondazione/?p=743</guid>

					<description><![CDATA[<p>“Oggi siamo tutti più liberi”, scrive il professor Giovanni Orsina sulla prima pagina della Stampa, rivolgendosi agli intellettuali italiani. Il precario assetto bipolare che il sistema politico italiano aveva raggiunto dal 1994 intorno alla leadership carismatica di Berlusconi e alla tradizione culturale e organizzativa del Pds-Ds-Pd è saltato fra la fine del 2011 e le elezioni [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giovanni-orsina/">Intellettuali ora più liberi dal potere</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Oggi siamo tutti più liberi”, scrive il professor Giovanni Orsina sulla prima pagina della Stampa, rivolgendosi agli intellettuali italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Il precario assetto bipolare che il sistema politico italiano aveva raggiunto dal 1994 intorno alla leadership carismatica di Berlusconi e alla tradizione culturale e organizzativa del Pds-Ds-Pd è saltato fra la fine del 2011 e le elezioni del 2013. La crisi del berlusconismo, l’ascesa di Renzi alla guida dei democratici prima e del governo poi, l’avvento del grillismo ci hanno proiettato in una nuova fase di transizione. E sono mesi che giornalisti, commentatori e analisti ne scrivono e riscrivono, alimentando le speranze che un profondo rinnovamento istituzionale e politico ci renda infine un «Paese normale» o paventando i rischi di un ennesimo, devastante fallimento. Giornalisti, commentatori e analisti, tuttavia, si sono soffermati assai di meno sulle opportunità e i pericoli che questa mutazione politica contiene per loro stessi – o meglio: per noi stessi. Eppure la questione è tutt’altro che secondaria, se vogliamo che il nostro diventi davvero un «Paese normale».</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso pubblico italiano è malato da sempre di partigianeria. Le ragioni sono numerose, e tutte ben conosciute: i centri del potere mediatico sono tradizionalmente troppo vicini alla politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il settore pubblico è troppo ampio, e il ceto politico dispone perciò di risorse abbondanti per remunerare gli intellettuali amici, o punire i nemici; la lotta politica ha assunto troppo spesso la forma di uno scontro ultimativo fra i «buoni» e i «cattivi»; gli spazi «terzi» messi al riparo dal conflitto politico sono complessivamente deboli – non soltanto nell’ambito mediatico e culturale, ma pure in quello istituzionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche le forme di questa partigianeria sono note. Capita nei casi più gravi che la realtà sia distorta o stravolta.</p>
<p style="text-align: justify;">In altri casi può essere taciuta, occultata, minimizzata. Un avversario che faccia la cosa giusta può esser criticato perché non ha fatto a sufficienza (il cosiddetto «benaltrismo»). I misfatti di un amico possono essere nascosti sotto quelli di un nemico o sotto quelli di tutti (se ci fosse da scherzare potremmo parlare di «travipagliuzzismo» e «cosifantuttismo»). Ha più di mezzo secolo, del resto, la celebre denuncia di Enzo Forcella sul circuito perverso fra giornalismo e politica, «Millecinquecento lettori». Poco più di dieci anni dopo, Ennio Flaiano ebbe a constatare, sconsolato, che in Italia semplicemente non esiste la verità.</p>
<p style="text-align: justify;">Poiché molti di questi difetti potevano esser ricondotti al clima di Guerra Fredda, era lecito sperare che col 1989 il discorso pubblico italiano sarebbe finalmente entrato in un’età più libera. Ahinoi, è accaduto l’esatto contrario. La stagione di Tangentopoli ha generato un garbuglio tale di asimmetrie, commistioni fra piani diversi, capri espiatori, speranze palingenetiche, appartenenze fideistiche e ostilità viscerali, che la «laicizzazione» della sfera pubblica italiana non ne è stata certo agevolata. Un garbuglio che, sia detto per inciso, a vent’anni di distanza aspetta ancora di essere dipanato e storicizzato. Poi è sceso in campo Berlusconi. E fra il berlusconismo trascendentale di un parte e l’antiberlusconismo trascendentale dell’altra siamo caduti dalla padella nella brace.</p>
<h3 class="widget-title">gli ultimi Articoli di Giovanni Orsina</h3>
<p><a class="imagegrid_item lightboxhover" title="Giovanni Orsina" href="http://www.lasfingejeans.it/fondazione/lorenzo-castellani-2/"><img decoding="async" class="attachment-widget-thumb size-widget-thumb wp-post-image" src="http://www.lasfingejeans.it/fondazione/wp-content/uploads/2016/04/giov_orsina-80x50.jpg" alt="giov_orsina" width="80" height="50" /></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giovanni-orsina/">Intellettuali ora più liberi dal potere</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
