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	<title>woke Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>woke Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Duole dirlo, ma sulle università americane Trump ha ragione: illiberale era il sistema woke</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 May 2025 13:34:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Harvard]]></category>
		<category><![CDATA[politicamente corretto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come in guerra i nemici, così in politica gli avversari tendono spesso ad assomigliarsi. Capita, e capita soprattutto nelle democrazie dell’alternanza, che le caratteristiche peggiori della parte dominante siano fatte istintivamente proprie dalla parte incombente. E quando capita, capita anche che i rappresentanti della parte un tempo dominante menino scandalo per le caratteristiche peggiori della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Come in guerra i nemici, così in politica gli avversari tendono spesso ad assomigliarsi. Capita, e capita soprattutto nelle democrazie dell’alternanza, che le caratteristiche peggiori della parte dominante siano fatte istintivamente proprie dalla parte incombente. E quando capita, capita anche che i rappresentanti della parte un tempo dominante menino scandalo per le caratteristiche peggiori della parte un tempo incombente quando questa giunge al potere. Esempio lampante, il coro di indignazione che ha accolto l’atteggiamento dell’amministrazione Trump nei confronti di Harvard e delle altre università americane.</p>
<p>Donald Trump fa strame del primo emendamento e seppellisce il free speach su cui si fondano le democrazie liberali: è stata l’accusa levata dall’intelligentia liberal statunitense ed europea. Nei giorni scorsi, su Repubblica, Ezio Mauro ha così iniziato il suo allarmato editoriale: “La guerra culturale scatenata da Trump contro Harvard non è un conflitto di potere tra l’amministrazione e l’università più antica d’America, ma il tentativo di imporre un sapere di Stato selezionando le idee e gerarchizzandole, fissando limiti e binari alla conoscenza, imponendo conformità al pensiero dominante e instaurando i canoni governativi di una nuova legittimità culturale”. Una descrizione che si attaglia perfettamente all’era pre Trump.</p>
<p>Dal 2013, anno in cui si è convenzionalmente affermata oltreoceano l’ideologia Woke,  Harvard in particolare e le università statunitensi in generale hanno progressivamente messo al bando le opinioni in contrasto con la Verità dominante, licenziando i docenti disallineati e togliendo la parola agli studenti disomogenei. Soprattutto, ma non solo, quando erano ebrei o manifestavano opinioni filo israeliane.</p>
<p>Secondo la Fondation for Individual Rights of Expression, i casi di palese violazione del diritto di parola nelle università americane sono quadruplicati dal 2010. Nel 2024 ne sono stati censiti 193. Il dibattito tra idee diverse, principio imprescindibile in ogni sistema liberale, è stato sempre più considerato un disvalore persino dagli studenti. Lo scorso anno, ad Harvard, il 74% degli iscritti affermava che si sarebbe sentito “a disagio nell’esprimere pubblicamente il proprio disaccordo con un professore su un argomento politico controverso”. Il 41% ha detto che riteneva “accettabile che gli studenti zittiscano un oratore per impedirgli di parlare nel campus”.</p>
<p>Due anni fa, sul Boston Globe, il grande linguista di Harvard Steven Pinker l’ha messa così: “Le università stanno reprimendo le divergenze di opinione, come le inquisizioni e le purghe dei secoli passati”.</p>
<p>Le accuse di razzismo, sessismo o transfobia erano la clava con cui il dissenso veniva proscritto. Donald Trump ha sospeso i finanziamenti a chi adotta i programmi Dei, Diversità, Equità ed Inclusione. Il loro funzionamento è stato così spiegato sul Times dall’ex docente di Harvard Niall Ferguson: “Noi che lavoriamo nell’istruzione superiore sappiamo cosa fanno gli ufficiali Dei: lungi dal promuovere la diversità, si sforzano di raggiungere l’uniformità di pensiero. Lungi dal cercare l’equità, spesso procedono senza quasi alcun riguardo per il giusto processo. Per quanto riguarda l’inclusione, un obiettivo primario è escludere gli accademici di centrodestra”.</p>
<p>Come ha correttamente osservato Luca Ricolfi, raro caso di osservatore imparziale della grande stampa italiana, sul Messaggero, l’amministrazione Trump ha condizionato l’erogazione di 9 miliardi di dollari all’università di Harvard all’abbandono di politiche discriminatorie. Dovrebbe essere la regola, ma evidentemente nelle università americane non lo era. L’amministrazione Trump ha anche chiesto di non ammettere gli studenti “ostili ai valori e alle istituzioni americane”. Richiesta a dir poco discutibile, ma perfettamente speculare all’andazzo dell’era liberal precedente.</p>
<p><strong><em>La Ragione</em></strong></p>
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		<title>Il nuovo Sessantotto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-nuovo-sessantotto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Rampini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 13:47:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[stati uniti]]></category>
		<category><![CDATA[woke]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’America sente nell’aria un nuovo Sessantotto. A temerlo è soprattutto il partito democratico, visti i precedenti. Nel Sessantotto «originale» c’era la guerra del Vietnam; oggi c’è Gaza. Alla Columbia University di New York per la prima volta le autorità accademiche hanno chiamato la polizia nel campus, in occasione di proteste filo-palestinesi, e ci sono stati [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’America sente nell’aria un nuovo Sessantotto. A temerlo è soprattutto il partito democratico, visti i precedenti. Nel Sessantotto «originale» c’era la guerra del Vietnam; oggi c’è Gaza. Alla Columbia University di New York per la prima volta le autorità accademiche hanno chiamato la polizia nel campus, in occasione di proteste filo-palestinesi, e ci sono stati cento arresti. L’università continua a essere perturbata e deve spostare in remoto una parte dei corsi. Pure Yale e Harvard, atenei di élite, sono in situazioni simili. In altre parti del Paese non è raro che i cortei blocchino il traffico, esasperando i pendolari. La protesta si radicalizza, si rinnovano gli atti di antisemitismo e le aggressioni contro studenti ebrei. La solidarietà con il popolo palestinese, l’indignazione per la tragedia umanitaria in atto nella Striscia, spesso si accompagna ad un aperto sostegno alla violenza di Hamas. Quando il 13 aprile l’Iran lanciò 350 missili e droni alla volta d’Israele, in un raduno giovanile americano la notizia provocò subito un boato di entusiasmo (s’ignorava in quel momento che il bombardamento non avrebbe quasi fatto vittime). Le manifestazioni politiche penetrano perfino nei luoghi di lavoro, ne ha fatto le spese un’azienda-simbolo come Google: 28 licenziati per aver organizzato un sit-in di protesta in ufficio.</p>
<p>Il paragone con il Sessantotto si focalizza su quel che potrebbe accadere in agosto a Chicago. La città di Barack Obama sarà la sede della convention democratica che proietterà Joe Biden verso la volata finale della campagna elettorale. Le organizzazioni pro-Hamas si organizzano fin d’ora per stringere d’assedio la convention: accusano Biden di appoggiare un genocidio fornendo aiuti militari a Israele.</p>
<p>Cinquantasei anni fa si tenne un’altra convention democratica a Chicago. Anno terribile: erano stati assassinati Martin Luther King e Robert Kennedy; il regime comunista del Vietnam del Nord aveva lanciato «l’offensiva del Tet»; diverse città americane erano in preda a disordini razziali. La convention democratica attirò un mare di manifestanti contro la guerra — per lo più studenti universitari che non l’avrebbero combattuta (avevano il diritto di rinviare la chiamata alle armi per laurearsi; in Vietnam morivano i figli degli operai). La polizia reagì con estrema durezza. Furono giornate di caos, gli americani vedevano nei notiziari serali scene da guerra civile. Impaurita, l’opinione pubblica moderata si spostò a destra. A novembre di quell’anno vinse la corsa alla Casa Bianca il repubblicano Richard Nixon, sconfiggendo il democratico Hubert Humphrey. Il presidente uscente Lyndon Johnson, anche lui democratico, aveva preferito non ricandidarsi, vista la débâcle del Vietnam e la crescente ostilità alla guerra nel suo partito.</p>
<p>Un’altra analogia con il Sessantotto chiama in causa Pierpaolo Pasolini. Lui compose una celebre poesia, in occasione degli scontri di Valle Giulia a Roma: si schierò con i poliziotti, figli di proletari, contro gli studenti figli di borghesi che li attaccavano. In America oggi «rivive Pasolini». L’epicentro della contestazione si trova in atenei da settantamila dollari di retta annua. Fra gli studenti fermati dalla polizia, e subito rilasciati, si distinguono figli di celebrity, rampolli di politici e di banchieri. Le star di Hollywood portano solidarietà agli studenti. Chi indossa la divisa invece non ha studiato a Harvard, e probabilmente voterà per Trump anche se è black o figlio di immigrati latinos.<br />
C’è ancora un’altra somiglianza con gli eventi di cinquantasei anni fa. Gli studi sociologici su quella grande rivolta giovanile evidenziarono che la generazione dei «sessantottini» era la prima cresciuta nel benessere. L’esplosione della contestazione era figlia del boom economico che aveva anche creato nuovi bisogni, potere d’acquisto, consumismo e libertà giovanili senza eguali nella storia. Oggi la Generazione Z, come si definiscono i nati fra il 1997 e il 2012, è beneficiata anch’essa da un benessere senza precedenti. Negli Stati Uniti la metà di questa generazione ha già un lavoro; la disoccupazione giovanile è ai minimi. La Generazione Z americana che è già attiva ha incassato aumenti di stipendi pari al 13% annuo, più di quanto hanno conquistato le altre fasce di età. È anche — a differenza che nel Sessantotto — ben rappresentata nei luoghi del potere Usa: un’inchiesta del settimanale The Economist ha censito ben seimila chief executive aziendali ventenni e mille politici loro coetanei.</p>
<p>Al tempo stesso la Generazione Z è afflitta da un’epidemia di ansietà, depressione, suicidi, disturbi psichici di varia natura. Alcuni esperti mettono sotto accusa i danni dei social media. Altri puntano il dito su una cultura apocalittica: il catastrofismo sul cambiamento climatico, l’idea che l’umanità intera soffre per colpa di noi occidentali, non favoriscono una visione serena del futuro. Il paradosso è che la Generazione Z già maggioritaria nei Paesi emergenti, dall’India all’Africa, è molto più ottimista della nostra. Quali riflessi avrà tutto ciò sull’elezione americana di novembre? Chicago sarà un remake del caos che regalò all’America la presidenza Nixon? Il 5 novembre i giovani pro-Hamas voteranno per qualche candidato indipendente e radicale (Robert Kennedy Junior, Cornel West) privando Biden di consensi decisivi? Nella misura in cui andrà a votare, anche questa generazione potrà avere un impatto smisurato sulla storia.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/24_aprile_23/dietro-l-america-in-piazza-819c4828-9b02-4750-a21f-450f0b243xlk.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>Barbera: nuovi fondamentalismi minacciano la laicità dell’Occidente</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/barbera-nuovi-fondamentalismi-minacciano-la-laicita-delloccidente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Dec 2023 18:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[barbera]]></category>
		<category><![CDATA[corte costituzionale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Diceva Nicola Matteucci, faro della politologia e del pensiero giuridico liberale, che «il liberalismo è un metodo». Dice Augusto Barbera, neopresidente della Corte Costituzionale, che «la laicità è un metodo». Liberalismo e laicità sono, in effetti, facce della stessa medaglia e il metodo che gli appartiene è il medesimo: porre al centro della scena pubblica [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/barbera-nuovi-fondamentalismi-minacciano-la-laicita-delloccidente/">Barbera: nuovi fondamentalismi minacciano la laicità dell’Occidente</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Diceva Nicola Matteucci, faro della politologia e del pensiero giuridico liberale, che «il liberalismo è un metodo». Dice Augusto Barbera, neopresidente della Corte Costituzionale, che «la laicità è un metodo». Liberalismo e laicità sono, in effetti, facce della stessa medaglia e il metodo che gli appartiene è il medesimo: porre al centro della scena pubblica e del sistema costituzionale non lo Stato, non un Dio, non la Verità, ma la persona con le sue inviolabili libertà e, riconoscendo nel pluralismo una ricchezza dovuta alla «convivenza di piu valori» piuttosto che una rinuncia o un’indebita concessione al relativismo, contribuire alla crescita della persona attraverso il sistematico confronto tra tesi diverse spinti da una naturale tendenza alla sintesi.</p>
<p>Non è un caso che il sottotitolo che Augusto Barbera ha voluto dare al suo saggio dedicato alla “Laicità” (ed. il Mulino) sia “Alle radici dell’Occidente”. Non è un caso perché Barbera ritiene, a ragione, che la laicità riassuma il complesso dei valori che caratterizzano il costituzionalismo liberaldemocratico occidentale. La storia delle dottrine politiche e il percorso di affermazione storica dei valori liberaldemocratici confermano l’intuizione di Barbera: la strada comune inizia nel Seicento con John Locke, prosegue con il pensiero illuminista e attraverso la rivoluzione inglese, quella francese e quella americana si conclude con la totale identificazione tra i due concetti, liberalismo e laicità, e con la conseguente secolarizzazione del potere politico.</p>
<p>Comunismo e nazionalsocialismo hanno di sovvertito l’ordine costituzionale liberaldemocratico ripristinando il potere della Verità sulla pratica del Dubbio. Ma, pur avendo marchiato a fuoco il Novecento, la loro esperienza storica si è conclusa con un fallimento.</p>
<p>Non per questo possiamo dormire sonni tranquilli. Non per questo possiamo ritenere che le conquiste della civiltà siano definitivamente al sicuro.</p>
<p>Augusto Barbera, infatti, ci mette in guardia. «La nostra epoca è segnata dal ritorno delle religioni dello spazio pubblico», scrive. E lo scrive dilatando il concetto di religione e applicandolo a tre dinamiche a dir poco attuali. La prima è il frutto della crisi di identità dell’Occidente minacciato dal fondamentalismo islamico, ovvero dalla spinta politica e militare di una religione, l’Islam, “per cui i diritti del cittadino sono tutelati esclusivamente in quanto credente”. Una religione in cui la legge dello Stato discende esclusivamente dalla parola di Dio e dei sui interpreti terreni. La minaccia rappresentata dall’Islam fondamentalista ha indotto e induce le società occidentali a rispondere non sul piano dei diritti individuali e della laicità della sfera pubblica, ma sul piano di un’identità religiosa contrapposta: il cristianesimo (sia chiaro, Barbera considera la radice giudaico cristiana alla base dell’identità europea e non condivide le resistenze “culturali” a tale riconoscimento nella travagliata storia del costituzionalismo europeo).</p>
<p>Diceva un grande storico delle religioni, Mircea Eliade, che l’alternativa alla religione non è il trionfo della dea ragione, ma la superstizione. Ed è a questa voce che Augusto Barbera sembra iscrivere alcuni fenomeni ideologici contemporanei che, oltre alla reazione all’Islam incombente, caratterizzano le società occidentali. Scrive Barbera: «La politicizzazione della “religione dei diritti umani” tende a riempire il vuoto della “teologia politica” quasi trasformando i diritti civili in ultimi “resti di trascendenza”… La massima espressione dei diritti civili sembra ormai una nuova verità di fede, un dogma indiscutibile». Un meccanismo perverso in virtù del quale «l’Occidente va sempre più sostituendo il fattore religioso, come tessuto aggregante e quindi “legittimante”, una nuova religione civile costruita sui diritti individuali, “inviolabili” e quindi “sacri”». Una evidente esasperazione della realtà che mette in discussione il principio di maggioranza sacralizzando, spesso, i diritti delle minoranze. L’ideologia gender, il fenomeno woke, la schwa e la cancel culture  rapprendano, dunque, una nuova forma di fondamentalismo “religioso” che, non senza sorpresa, sta dilagando dalla “giovane” società americana alla vecchia Europa. Europa e Stati Uniti che, in reazione ai nuovi crismi del politicamente corretto, corrono il rischio di consegnarsi a vecchie forme di mitologia nazionale i cui effetti non sono poi diversi da certi fondamentalismi religiosi.</p>
<p>Terzo ed ultimo fenomeno che si contrappone al metodo liberale e a quello laico, lo scientismo. Ovvero la tendenza a sacralizzate i diritti e i desideri scaturiti dal progresso della scienza e della tecnica, mondi naturalmente ed unicamente tesi ad incrementare al massimo la propria potenza. La rivoluzione digitale pone problemi etici colossali, per governarla non occorre uno spirito fideistico ma quel sano scetticismo che per tre secoli ha animato il pensiero liberale al pari di quello laico. Perché, ed è questo il monito imperituro del bel saggio di Augusto Barbera, «vi può essere un metodo e un atteggiamento laico in chi è credente e vi può essere, viceversa, un atteggiamento non laico o da parte di chi, pur professandosi laico, pretende di imporre come assolute le proprie verità». È, appunto, un questione di metodo: «Seguire un metodo laico significa mantenere il pungolo del dubbio e non adagiarsi sulle chiusure dogmatiche che sono proprie non solo delle religioni vissute acriticamente, ma anche di talune ideologie».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Huffington Post</strong></em></p>
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