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	<title>Ursula von der Leyen Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Ursula von der Leyen Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>L’ipocrisia (e l’inconcludenza) di chi vorrebbe ribattezzare il piano di “riarmo” europeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Mar 2025 14:33:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Ursula von der Leyen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non solo Matteo Salvini. A criticare il nome scelto da Ursula von der Leyen (o da chi per lei) per il piano di armamenti europei sono stati anche molti tra coloro che ne sostengono l’opportunità. Il piano, come è noto, si chiama “ReArm Europe”, Riarmare l’Europa. E nell’era in cui tutto è comunicazione e la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non solo Matteo Salvini. A criticare il nome scelto da Ursula von der Leyen (o da chi per lei) per il piano di armamenti europei sono stati anche molti tra coloro che ne sostengono l’opportunità. Il piano, come è noto, si chiama “ReArm Europe”, Riarmare l’Europa. E nell’era in cui tutto è comunicazione e la comunicazione è tutto, associare la parola “armi” al concetto di Europa è sembrato un errore strategico. In molti hanno osservato che la presidente della Commissione europea avrebbe fatto meglio ad usare il più rassicurante sostantivo “sicurezza”: un “Piano per la sicurezza europea”, o qualcosa del genere, avrebbe creato meno apprensioni nei cittadini e avrebbe tolto argomenti a chi, come Matteo Salvini, appunto, o Giuseppe Conte, o la coppia Bonelli-Fratoianni, o una parte non marginale del Partito democratico su quel “riarmare l’Europa” ha imbastito la propria campagna demagogica ammantata di pacifismo.</p>
<p>La tesi appare debole. Due volte debole.</p>
<p>Appare debole perché viene naturale pensare che se anche Ursula von der Leyen (o chi per lei) avesse battezzato il piano di riarmo europeo utilizzando concetti non terreni ma celestiali fino ad offrire alle pubbliche opinioni un “Piano per la pace in terra e l’armonia tra i popoli” nulla sarebbe cambiato. La reazione delle forze politiche che intendono sfruttare la paura degli elettori per la Terza guerra mondiale e più in generale l’indifferenza delle folle per valori antichi come la libertà e la democrazia sarebbe stata la stessa: un’opposizione netta, pergiunta rafforzata dell’accusa di voler con tutta evidenza ingannare i cittadini. Dal punto di vista delle dinamiche politiche e della tenuta delle opinioni pubbliche, nulla sarebbe cambiato. Solo che al danno si sarebbe doverosamente aggiunta la beffa.</p>
<p>La seconda ragione per cui cambiare il nome alla cosa avrebbe reso la cosa più accettabile appare tesi decisamente scivolosa è che abbiamo maturato ormai un’esperienza sufficiente per sapere che l’ipocrisia non paga. Di più, l’ipocrisia crea mostri che poi sfuggono al controllo della politica.</p>
<p>Sono, infatti, decenni, per non dire lustri, che si è bellamente pensato di cambiar nome alla guerra. Sia le Nazioni Unite, sia i governi degli Stati democratici hanno ritenuto che, così come non erano  più in grado di supportare il peso dei militari morti in azione, le opinioni pubbliche non fossero più in grado di sopportare il concetto stesso di guerra. Una grande, clamorosa ipocrisia, secondo il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. Il quale, in un libro-intervista del 2010 (“Fotti il potere, gli arcana della politica dell’umana natura”) la mise così: “La parola chiave, oggi, è pace. Vietato fare guerre, si fanno solo operazioni di pace. Lo ha scritto anche l’Onu, no? Perché passi per il peace keeping, ma quando si dà il via ad operazione di peace enforcing, di cos’altro si tratta se non di operazioni militari di guerra?”.</p>
<p>Ma, tant’è. Quando Massimo D’Alema, che naturalmente oggi guida il fronte “pacifista”, fu piazzato a Palazzo Chigi dal Regno Unito e dagli Stati Uniti con il compito esplicito di fare la guerra contro la Serbia di Milosevic, le operazioni militari che portarono al bombardamento di Belgrado, con relative vittime civili, furono chiamate non “operazioni di guerra”, ma operazioni di “difesa integrata”. Così, giusto per dire fino a che punto in questo campo si è spinta l’ipocrisia del potere. È la stessa ipocrisia che induce i vertici civili e militari dello Stato a ridurre, anno dopo anno, la componente militare della parata del 2 giugno, infarcendola sempre più di crocerossine, organizzazioni civili, gonfaloni civici e tutto quello che possa far dimenticare che la sicurezza della Repubblica, di cui quel giorno si celebra la Festa, è garantita da, orribile a dirsi, le Forze Armate.</p>
<p>Proscritto anche il solo concetto di guerra, si è così disabituata l’opinione pubblica al fatto che la politica estera di uno Stato si regga sulla politica di deterrenza e che la politica di deterrenza coincida con la capacità militare di quello Stato. Per capirci, se Macron e Starmer sembrano oggi fare la parte del leone fin qua dall’Atlantico è perché Francia e Regno Unito dispongono dell’arma nucleare. Arma e nucleare, parole oggi più che mai spaventose. Dunque scarsamente utilizzabili.</p>
<p>È stato così che, a furia di mascheramenti e di ipocrisie, ci risvegliammo di colpo senza Difesa e pure senza energia.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2025/03/10/news/chiamiamo_riarmo_il_riarmo_lipocrisia_in_politica_non_paga-18634810/"><strong><em>Huffintgon Post</em></strong></a></p>
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		<title>Altro che “coerenza”, il niet di Meloni ad Ursula è figlio della paura</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/altro-che-coerenza-il-niet-di-meloni-ad-ursula-e-figlio-della-paura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jul 2024 12:49:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[salvini]]></category>
		<category><![CDATA[Ursula von der Leyen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È stata definita “la virtù degli imbecilli” (Giuseppe Prezzolini), “l&#8217;ultimo rifugio delle persone prive d&#8217;immaginazione” (Oscar Wilde), una condizione innaturale “tipica solo dei morti” (Aldous Huxley). La coerenza, dote con cui la pubblicistica ha spiegato il successo di Fratelli d’Italia nel 2022 e che Giorgia Meloni invoca oggi per giustificare il voto contrario ad Ursula von der [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È stata definita “la virtù degli imbecilli” (Giuseppe Prezzolini), “l&#8217;ultimo rifugio delle persone prive d&#8217;immaginazione” (Oscar Wilde), una condizione innaturale “tipica solo dei morti” (Aldous Huxley). La coerenza, dote con cui la pubblicistica ha spiegato il successo di Fratelli d’Italia nel 2022 e che Giorgia Meloni invoca oggi per giustificare il voto contrario ad Ursula von der Leyen come presidente della Commissione europea, è variamente giudicabile. Emil Cioran, filosofo rumeno il cui nichilismo ha affascinato anche la destra, ne fece un fattore involutivo. “Beati quelli che ignorano che maturare è assistere all’aggravarsi delle proprie incoerenze e che questo è il solo progresso di cui dovrebbe essere permesso vantarsi”, scrisse. E non c’è dubbio che, col passaggio dall’opposizione al governo, Giorgia Meloni abbia inanellato “progressi” a non finire e motivi di vanto in abbondanza.</p>
<p>Si comincia con il contrasto all’immigrazione extracomunitaria, da sempre cavallo di battaglia della sua parte politica. Dopo anni trascorsi ad invocare il “blocco navale” e dopo aver ripetutamente chiesto la testa del ministro dell’Interno del governo Draghi, Luciana Lamorgese, Giorgia Meloni ha lasciato in porto le fregate militari, ha messo nero su bianco la necessità di manodopera extracomunitaria, ha aumentato sensibilmente le quote degli ingressi legali. Quanto a quelli illegali, lo scorso anno ne sono arrivati via mare in Italia il doppio rispetto al 2022; nel primo semestre del 2024 ne sono giunti 25.676: cifra analoga a quella dell’era Draghi. Non sarà un “progresso”, ma di certo è uno iato considerevole tra la teoria dell’opposizione e la pratica del governo.</p>
<p>Non lo sono meno le scelte strategiche in materia di politica economica. Nazionalizzazioni? Macché. Semmai, privatizzazioni. E dunque: la rete di Tim venduta a Kkr, Ita venduta a Lufthansa, l’annuncio della vendita di Ferrovie e di una quota significativa di Poste… Giorgia Meloni aveva invocato il taglio delle accise sui carburanti, ma il suo governo le ha confermate. Aveva detto che il reddito di cittadinanza era “una misura importante per ridurre la povertà”, ma l’ha abolito. Aveva cavalcato, “contro gli interessi delle grandi lobby” e “in difesa del nostro ambiente e del nostro mare”, il referendum del 2016 contro le trivellazioni marine, ma col decreto aiuti quarter ha disposto nuove estrazioni offshore nell’Alto Adriatico. Aveva teorizzato l’uscita dell’Italia dall’Euro, ma non ne ha più parlato.</p>
<p>Nessun vanto, per queste e per le moltre altre sue incoerenze. Solo un silente, radicale e provvidenziale cambio di strategia. La “coerenza” viene riesumata e con forza esibita unicamente nel caso von der Leyen. Il che autorizza il sospetto che a far la differenza, stavolta, sia solo il fatto che Matteo Salvini non le avrebbe lasciato passare una scelta diversa. Più che di coerenza, sembra, dunque, trattarsi di paura.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/07/21/news/la_coerenza_e_sopravvalutata-16511316/"><em><strong>Huffington Post </strong></em></a></p>
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		<title>Errore istituzionale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/errore-istituzionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jul 2024 12:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[Ursula von der Leyen]]></category>
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		<title>La scossa di Draghi all’Ue</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-scossa-di-draghi-allue/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Bresolin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Feb 2024 17:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Ursula von der Leyen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Educazione, ricerca, formazione, energia, dazi, Cina, mercato unico, investimenti, transizione ecologica, intelligenza artificiale, Stato sociale e debito pubblico. Ruota attorno a queste parole l’intervento che Mario Draghi ha fatto ieri al Parlamento di Strasburgo davanti alla conferenza dei presidenti di commissione. Il terzo confronto con i rappresentanti delle principali istituzioni Ue, dopo quelli avuti con [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Educazione, ricerca, formazione, energia, dazi, Cina, mercato unico, investimenti, transizione ecologica, intelligenza artificiale, Stato sociale e debito pubblico. Ruota attorno a queste parole l’intervento che Mario Draghi ha fatto ieri al Parlamento di Strasburgo davanti alla conferenza dei presidenti di commissione. Il terzo confronto con i rappresentanti delle principali istituzioni Ue, dopo quelli avuti con il collegio dei commissari e con l’Ecofin. Ed è proprio agli eurodeputati che l’ex premier ha rivelato di aver lanciato una stoccata ai ministri delle Finanze, dunque ai governi, nell’incontro di sabato allo stadio di Gand: «Mi hanno chiesto qual è l’ordine in cui queste riforme andrebbero fatte – ha raccontato Draghi –. Io non ho idea di quale sia l’ordine, ma posso dire solo una cosa: per favore fate qualcosa. Scegliete voi cosa, ma fatelo. Non potete passare altro tempo dicendo di no a tutto».</p>
<p>Chi lo ha ascoltato ha colto un messaggio indirizzato in particolar modo al governo tedesco, anche se l’ex numero uno della Bce non ha citato per nome nessuno dei ministri. Al di là di questo dettaglio, il suo ragionamento ha fatto trasparire una visione dell’Europa dai tratti federalista, soprattutto quando – in risposta a chi gli ricordava che spesso negoziare con i governi è difficile – ha invitato gli eurodeputati a non abbassare la testa. «Il Parlamento europeo è molto più ambizioso dei vari Consigli e se posso permettermi un consiglio, dovreste mantenere questa ambizione. Spero che gli altri vi seguiranno». Nel futuro immediato bisognerà prendere «decisioni cruciali» che comporteranno «discussioni difficili» e che richiederanno «alle nostre istituzioni e ai governi nazionali di fare scelte difficili». Ma si tratta di decisioni fondamentali perché «determineranno la capacità dell’Europa di tenere il passo con i suoi concorrenti globali negli anni a venire».</p>
<p>Draghi, su mandato di Ursula von der Leyen, sta lavorando a un rapporto sulla competitività che sarà presentato dopo le elezioni e che servirà da base di lavoro alla prossima Commissione. Ma, a giudicare dai suoi interventi, «il livello di ambizione» del suo lavoro sembra destinato ad andare al di là della questione competitività. Dalle sue parole emerge una chiara visione dell’Unione europea che a suo modo di vedere è chiamata a fare passi decisi e decisivi in avanti per non rimanere indietro. Ma lui stesso ha avvertito chi coltiva aspettative eccessive: «Io non ho la bacchetta magica”. Piuttosto bisogna definire «il minimo comune denominatore» per «ritrovare la capacità di agire insieme nell’interesse collettivo». Il problema è che la ricerca del minimo comune denominatore, soprattutto tra i governi, spesso si trasforma in un gioco al ribasso.</p>
<p>Anche in un altro passaggio del suo intervento Draghi è sembrato lanciare un messaggio alla Germania e agli altri Paesi che hanno puntato i piedi sulla riforma del Patto di Stabilità. Sul compromesso uscito dal negoziato traspare un giudizio piuttosto critico perché le nuove regole non sembrano favorire la competitività, che richiede una mole enorme di investimenti privati e pubblici. «Qual è il livello di debito pubblico tollerabile? Quello degli Stati Uniti (circa il 123% del Pil, ndr) oppure il 60% previsto dal vecchio e dal nuovo Patto di Stabilità?». Una domanda alla quale Draghi ha indubbiamente una sua risposta. C’è poi la questione del debito comune a livello europeo e qui ha rivelato nuovamente di aver avuto un acceso confronto con un ministro: «All’Ecofin ho menzionato un fondo dedicato – ha raccontato agli eurodeputati – e uno subito mi ha detto che allora serve una vera unione fiscale. A me non importa: scegliete qualsiasi cosa risulti la migliore, anche un mix, ma fate qualcosa».</p>
<p>Oltre al confronto con gli Stati Uniti, ha fatto poi un riferimento all’altro attore globale con il quale l’Europa dovrebbe cercare di competere meglio: la Cina. «Come può l’Ue continuare con i dazi sull’import di auto dalla Cina al 10%, quando gli Usa hanno il 27% e Donald Trump ha già detto che, se eletto, li porterà al 67%?». Pechino «negli ultimi 15 anni ha largamente sovrainvestito in molte cose, una delle quali sono le auto elettriche, ma anche le tecnologie legate alle batterie, sussidiando tutto. Ora hanno un’immensa sovracapacità produttiva che scaricano su di noi».</p>
<p>Sul piano interno ha poi insistito sulla mancanza di formazione che provoca una carenza di forza lavoro, sulla scarsità dei finanziamenti privati alla ricerca, sull’importanza dell’educazione per garantire l’innovazione e sulla necessità di rivedere il funzionamento del mercato elettrico «perché il prezzo resta alto nonostante il gas sia sceso». Insomma, secondo Draghi le riforme non sono più rinviabili. Ma vanno fatte «con il consenso dei cittadini».</p>
<p><a href="https://www.lastampa.it/politica/2024/02/28/news/draghi_strasburgo_europarlamento_riforme-14105089/"><em><strong>La Stampa</strong></em></a></p>
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		<title>Ambidestri</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ambidestri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 May 2023 18:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Emilia-Romagna]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[Ursula von der Leyen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dunque la a lungo bistrattata Unione europea è una cosa buona ed è necessario averne di più, che abbia più competenze, che estenda le proprie funzioni. Mica una cosa da poco. E accipicchia se sono significative le parole del ministro della Difesa Guido Crosetto, cui plaudo: «Nessun Paese europeo può difendersi da solo (…). I [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dunque la a lungo bistrattata Unione europea è una cosa buona ed è necessario averne di più, che abbia più competenze, che estenda le proprie funzioni. Mica una cosa da poco. E accipicchia se sono significative le parole del ministro della Difesa Guido Crosetto, cui plaudo: «Nessun Paese europeo può difendersi da solo (…). I tempi ci stanno obbligando a mettere insieme le forze armate dei 27 Paesi dell’Unione sul modello Nato». Bravo, ma bravo anche a contestare la tesi di chi gli fa osservare che l’Italia va a rimorchio e conta poco o nulla: «Contiamo moltissimo, assolutamente». Molto bene. È il contrario di quanto gli antieuropeisti hanno salmodiato per anni, esponenti della destra ora al governo compresi; è il contrario dell’Ue in cui non si conta nulla e dalla cui moneta unica si deve uscire. Ma va benissimo così.</p>
<p>Nel mentre Crosetto parlava a Trento, Giorgia Meloni era in Romagna con Ursula von der Leyen, annunciando che accederemo al fondo di garanzia. Giusto. Non che sia una bella cosa, perché si tratta di fondi per far fronte alle disgrazie, ma l’Italia è quella che ha usato il fondo più di ogni altro e ora torna a farlo. L’esistenza di quel fondo è la non nuova dimostrazione della natura solidale dell’Ue. L’opposto di quel che dissero. Del resto, uno dei più grandi meriti di Meloni (e uso il suo nome, anziché quello del suo partito, perché sono sicuro che molti dei suoi – così come i suoi alleati – la pensavano diversamente) è stato quello di assicurare in campagna elettorale che non ci sarebbe stato sfondamento di bilancio, che non avremmo fatto più deficit. Nei successivi atti del governo s’è confermato il percorso di rientro dal debito, già delineato dal governo precedente. E questo è il riconoscimento della validità e utilità dei vincoli di bilancio europei, senza i quali il singolo Paese si troverebbe esposto alla speculazione e soccomberebbe. Come Crosetto ben vede sul fronte militare. Anche in questo caso è il contrario di quel che sostennero, ma va benissimo così. Lo hanno capito tutti e lo hanno capito i mercati. Difatti regna la quiete.</p>
<p>Anche sull’immigrazione s’è capito che non ha senso puntare sulla redistribuzione – perché non funziona e perché già è illegittimamente praticata – ma sui confini comuni, quindi su più Europa. Alla faccia dei paventati e impossibili blocchi navali. E anche qui: bene.</p>
<p>La destra di governo somiglia soltanto nelle pose alla destra di opposizione. Che poi lottizzino la Rai lo trovo disdicevole tanto quanto lo era quando a lottizzarla erano altri. Che il loro elenco di intellettuali di destra sia divertente quanto quello di sinistra (che un intellettuale non si fa intruppare e se si fa intruppare è un corista) era ed è scontato. Si ersero a difensori dell’italianità della mitica “compagnia di bandiera” e ora ne cedono il 90% ai tedeschi di Lufthansa. Va benissimo così. Gianni Agnelli sostenne che la sinistra fa le cose che la destra non può fare. Non che faccia cose di sinistra, ma cose ovvie che agli altri non riescono perché la sinistra s’oppone. Il giochino vale anche al contrario: la destra fa le cose che la sinistra non può fare. Si stanno impiccando alla ratifica della riforma del Mes non perché non sappiano come sciogliere il nodo, ma perché provano a usare furbescamente quel che sanno di dovere fare sommessamente. Meglio non tirare e mollare, tanto più che il cappio non è il Mes – come avventatamente dissero – ma la sceneggiata che stanno facendo.</p>
<p>Dove casca l’asino? In quello che la politica, di destra e di sinistra, non sa fare. La classe dirigente è da troppo tempo selezionata nell’arte parolaia, ma quell’arte serve a nulla quando si ha in mano il Pnrr. Servono competenze, che ci sono ma non fanno politica. E l’occasione è buona per rinsanguare un mondo divenuto anemico. Sperando che, nel frattempo, la sinistra non si metta a fare la destra quand’era all’opposizione, rinunciando a spingere perché i fatti seguano alle parole e sperando di rifarsi gonfiando parole senza sostanza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/sabato-27-maggio-2023/"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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		<title>Alla politica industriale servono gli Eurobond</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/alla-politica-industriale-servono-gli-eurobond/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Orioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Jan 2023 17:08:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[eurobond]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[fondo europeo]]></category>
		<category><![CDATA[Ursula von der Leyen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Avviare la creazione di un Fondo sovrano europeo può essere, se non la soluzione definitiva, una tappa di avvicinamento verso un’Europa che ha finalmente come obiettivo quello di mettere in campo tutto il suo effettivo potenziale Nessun Paese, nessuna nazione, riuscirà da sola a gestire le sfide di politica industriale che attendono l&#8217;Europa, stretta tra [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Avviare la creazione di un Fondo sovrano europeo può essere, se non la soluzione definitiva, una tappa di avvicinamento verso un’Europa che ha finalmente come obiettivo quello di mettere in campo tutto il suo effettivo potenziale</h3>
<p>Nessun Paese, nessuna nazione, riuscirà da sola a gestire le sfide di politica industriale che attendono l&#8217;Europa, stretta tra lo sforzo di Joe Biden di trasformare gli Usa in una grande superpotenza della sostenibilità e di Xi Jinping impegnato a non recedere dal piano di egemonia commerciale e di primazia nelle tecnologie. Il contraltare dello sforzo di oltre 400 miliardi di dollari degli Stati Uniti non può essere limitato a una deroga sull&#8217;uso degli aiuti di Stato. La capienza fiscale necessaria resterebbe appannaggio dei soliti noti (Germania e Francia) e finirebbe con l&#8217;esasperare le diseguaglianze competitive a tutto danno, alla fine, della competitività stessa dell&#8217;Europa, le cui catene del valore manifatturiero sono interconnesse più che mai.</p>
<p>Le sfide sono colossali come è quella di creare le gigafactory &#8211; in tempi brevi &#8211; per garantire la produzione di batterie al litio per le future auto elettriche o quella di realizzare gli insediamenti necessari a superare la dipendenza dalla Cina nella fabbricazione dei microchip. Per l&#8217;Europa sarà decisivo anche l&#8217;assetto finale delle reti, siano esse gasdotti (ma fino a quando si dovrà far conto sul gas e non sulle rinnovabili?) o infrastrutture per le tlc, a cominciare dal 5G su cui l&#8217;Unione Europea si sta disimpegnando rispetto alla Cina senza cadere nella dipendenza con gli Stati Uniti.</p>
<p>Non è dirigismo, ma l&#8217;Europa è chiamata ad avere una visione sulle scelte strategiche e sulle concrete implicazioni verso i 27 Partner, su quali debbano essere, ad esempio, gli eventuali hub da cui far partire il nuovo sistema nervoso infrastrutturale del Continente. Affidare queste scommesse al solo uso in deroga degli aiuti di Stato &#8211; come sembra aver fatto intendere Ursula von der Leyen &#8211; è di per sé miope e comunque insufficiente nelle capienze finanziarie in grado di dispiegare. Solo una forma di finanziamento condiviso, di emissione comune di debito potrà ovviare alle inevitabili angustie finanziarie in cui l&#8217;Europa sarebbe costretta a dimenarsi.</p>
<p>La partita del 2023 sulle nuove regole fiscali è intrecciata con gli orizzonti concreti della politica industriale: la riforma del Patto di stabilità e crescita finalizzato a premiare la capacità di investimento dei singoli Paesi, la ratifica finale del Mes riformato che ha ormai preso le sembianze di un fondo salva banche, ma anche la messa a punto di eventuali nuovi strumenti di finanziamento sulla falsariga dell&#8217;esperienza del Pnrr, del programma Sure sugli ammortizzatori sociali, del programma di aiuti destinati all&#8217;Ucraina.</p>
<p>La parola eurobond è sempre meno tabù in questa Europa che ha compreso il suo potenziale di soggetto unico (ad esempio durante la risposta alla pandemia) ma fatica ad abbandonare le dialettiche tra gli interessi nazionali. Avviare la creazione di un Fondo sovrano europeo &#8211; anch&#8217; esso annunciato più volte da Ursula von der Leyen &#8211; può essere, se non la soluzione definitiva, una tappa di avvicinamento verso un&#8217;Europa che ha finalmente come obiettivo quello di mettere in campo tutto il suo effettivo potenziale.</p>
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<p><a href="https://24plus.ilsole24ore.com/art/l-europa-che-serve-la-politica-industriale-AEvu8zXC"><em><strong>Il Sole 24 Ore</strong></em></a></p>
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		<title>Mario Monti: Quelle verità nascoste</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/mario-monti-quelle-verita-nascoste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2020 06:28:08 +0000</pubDate>
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