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	<title>unione europea Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>unione europea Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Il Report 2024 sulla competitività a cura di Mario Draghi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-report-2024-sulla-competitivita-a-cura-di-mario-draghi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Draghi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Sep 2024 16:32:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[mario draghi]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/09/Report-The-future-of-European-competitiveness-clean.pdf"><strong>Scarica il Report 2024 sulla competitività a cura di Mario Draghi</strong></a></p>
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		<title>Per Meloni è giunta “l’ora delle decisioni irrevocabili”</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/per-meloni-e-giunta-lora-delle-decisioni-irrevocabili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Parrinello]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jun 2024 15:02:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni europee]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fratelli d’Italia ha stravinto a Roma, ma a Bruxelles ha stravinto il Partito popolare europeo: per Giorgia Meloni si avvicina “l’ora delle decisioni irrevocabili”. In termini percentuali, il risultato incassato dal partito del presidente del Consiglio italiano rappresenta un indiscutibile successo: 28,8% contro il 26% delle scorse elezioni politiche. A contare i voti assoluti, però, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Fratelli d’Italia ha stravinto a Roma, ma a Bruxelles ha stravinto il Partito popolare europeo: per Giorgia Meloni si avvicina “l’ora delle decisioni irrevocabili”.</p>
<p>In termini percentuali, il risultato incassato dal partito del presidente del Consiglio italiano rappresenta un indiscutibile successo: 28,8% contro il 26% delle scorse elezioni politiche. A contare i voti assoluti, però, Fratelli d’Italia registra un calo. Alle elezioni politiche di due anni fa, nel proporzionale prese 7 milioni e 300mila voti; alle elezioni europee di ieri si è fermato a poco più di 6 milioni e mezzo di consensi. La bassa affluenza ha dunque aiutato Giorgia Meloni, come decisiva è stata la scelta di candidarsi in prima persona per mobilitare il proprio elettorato.</p>
<p>Il presidente del Consiglio italiano si presenta di conseguenza come il capo di Stato e di governo più forte dell’Unione Europea, in uno scenario di rovine caratterizzato dal flop del presidente francese Macron e del cancelliere tedesco Scholz. Va, dunque, in frantumi l’asse franco-tedesco e si rafforza la possibilità di una vittoria del Rasemblement National alle legislative francesi di fine giugno, propedeutica a un possibile trionfo di Marine Le Pen alle prossime presidenziali. Giorgia Meloni si trova, dunque, a un bivio. Com’era prevedibile, non c’è nessuna possibilità che all’Europarlamento prenda corpo una maggioranza di centrodestra alternativa alla sinistra. Non è possibile per ragioni aritmetiche così come per ragioni politiche. Si va, pertanto, inesorabilmente verso la riedizione di una maggioranza trasversale analoga a quella che cinque anni fa votò Ursula von der Leyen presidente della Commissione europea. Voto allora descritto da Fratelli d’Italia come un orribile inciucio. Ma allora FdI era all’opposizione, oggi è il maggior partito di governo. Se Giorgia Meloni vorrà dare un senso politico ai consensi ottenuti, non potrà far alto che concorrere all’elezione del nuovo presidente della Commissione assieme al Ppe, vero baricentro dell’alleanza, al Partito socialista europeo, ai liberali e a chi vorrà starci. Poi, se vorrà salvare le apparenze potrà sempre evitare di aderire formalmente alla maggioranza, trincerandosi dietro un voto di benevola astensione.</p>
<p>“L’ora delle decisioni irrevocabili” è dunque giunta, Giorgia Meloni dovrà sporcarsi le mani. E nel farlo dovrà decidere che atteggiamento assumere nei confronti di Marine Le Pen. In Europa si apre una fase nuova, ma come nella vecchia fase i partiti estremisti sono destinati a non toccare palla.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2024/06/giorgia-meloni-europee-decisioni-irrevocabili-cangini/"><em><strong>Formiche.net</strong></em></a></p>
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		<title>In Fondazione Einaudi il dibattito &#8220;L&#8217;ora della difesa comune&#8221;</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/in-fondazione-einaudi-il-dibattito-lora-della-difesa-comune/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Cruciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 May 2024 17:19:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[esercito comune]]></category>
		<category><![CDATA[stati uniti d'europa]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si discute da decenni della necessità di istituire una Difesa europea, un passo probabilmente non più rimandabile per mettere l’Ue nelle condizioni di giocare un ruolo globale rispetto alle sfide geopolitiche che gravitano attorno al Vecchio Continente. Da un lato l’invasione russa dell’Ucraina e il rischio della resa di quest’ultima per la capacità insufficiente dell’Occidente [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si discute da decenni della necessità di istituire una Difesa europea, un passo probabilmente non più rimandabile per mettere l’Ue nelle condizioni di giocare un ruolo globale rispetto alle sfide geopolitiche che gravitano attorno al Vecchio Continente. Da un lato l’invasione russa dell’Ucraina e il rischio della resa di quest’ultima per la capacità insufficiente dell’Occidente di sostenerne, in questa fase, lo sforzo bellico. Dall’altro il conflitto in Medio Oriente che genera continua instabilità nell’area.</p>
<p>Si è tenuto questo pomeriggio nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi l’incontro dal titolo “L’ora della difesa comune europea”, al quale hanno preso parte il generale Carlo Jean, il generale Paolo Pappalardo, la professoressa Emanuela Pistoia, ordinaria di diritto dell’Unione Europea all’Università di Teramo, e Renata Gravina, ricercatrice della Fondazione Luigi Einaudi. Ha moderato il segretario generale della Fondazione Einaudi, Andrea Cangini.</p>
<p>“Per realizzare l&#8217;obiettivo di un&#8217;Europa federale è necessario compiere quel passaggio alla Difesa comune prefigurato nell’art. 42 del Trattato sull’Unione europea. Ma Difesa comune non può significare mero coordinamento degli equipaggiamenti militari e dell’addestramento, né disponibilità immediata di contingenti che restano nazionali ancorché posti sotto un comando comune, all’occorrenza di una specifica missione”, ha detto la professoressa Pistoia, che, insieme a un gruppo di esperti, ha contribuito alla redazione di un Manifesto per la Difesa comune europea. “Difesa comune – ha aggiunto &#8211; deve significare creazione di forze armate comuni sotto un comando comune e finalizzate alla realizzazione di una politica estera unitaria. Processo lungo, e richiedendo l’unanimità degli Stati membri, dall’esito a dir poco incerto”. Per questo la professoressa Pistoia suggerisce di procedere con la logica della cooperazione rafforzata al di fuori dei trattati europei con chi è disponibile”.</p>
<p>“Sono favorevole alla creazione di un sistema di Difesa unico, ma questo non deve porsi in contrapposizione con la Nato”, ha detto il generale Pappalardo. “La Guerra fredda con la Cina speriamo resti fredda anche perché la Cina non ha nessun interesse a farla scoppiare, e probabilmente neanche le capacità. Per affrontare le criticità attuali abbiamo bisogno del sostegno americano così come loro avranno bisogno del nostro per mantenere il ruolo di potenza mondiale che incarnano oggi. Con Stati Uniti, figli della nostra cultura, condividiamo con loro valori comuni.</p>
<p>“Rispetto alle considerazioni fatte fin qui, molto puntuali”, ha osservato il generale Jean, “aggiungo che l’Europa è oggi un’entità vegetariana in mezzo a entità carnivore che si nutrono in maniera sempre più famelica e cattiva”. Il sistema di sicurezza, ha spiegato, “è basato sostanzialmente sulla deterrenza che, a sua volta, è basato sulle armi nucleari. Quella in Ucraina rimane una guerra limitata, è un conflitto che l’Ucraina può ancora vincere, nel senso di contenere l’avanzata russa, unicamente perché ci sono le armi nucleari. Armi di dissuasioni di massa. L’Europa senza di esse ha ben poco da fare”.</p>
<p>Per formare un esercito moderno, ha sottolineato, non bastano investimenti in industria e tecnologia, “ma serve una trasformazione di carattere culturale, con culture strategiche differenti da quelle europee. Quindi quando si parla di difesa europea, a parer mio, bisogna tenere i piedi per terra. Questa può avere senso solo se associata agli Stati Uniti, in caso contrario la differenza di principi e di valori finirebbe per avere la meglio”. Il Regno Unito, ha concluso, “in questo ha un vantaggio, ed è che non ha paura di usare la forza, a differenza degli Stati europei. Non ha perduto la cultura strategica”.</p>
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		<title>La guerra di Macron: non temerla per evitarla</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-guerra-di-macron-non-temerla-per-evitarla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2024 16:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[macron]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se, tra la fine della Seconda guerra mondiale nel 1945 e la dissoluzione dell’Unione sovietica nel 1991, la guerra tra le liberaldemocrazie occidentali riunite nell’Alleanza atlantica e il blocco comunista egemonizzato dalla Russia da “fredda” quale fu qualificata da George Orwell non divenne mai “calda” fu grazie al principio della dissuasione. Principio reso efficace dal [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se, tra la fine della Seconda guerra mondiale nel 1945 e la dissoluzione dell’Unione sovietica nel 1991, la guerra tra le liberaldemocrazie occidentali riunite nell’Alleanza atlantica e il blocco comunista egemonizzato dalla Russia da “fredda” quale fu qualificata da George Orwell non divenne mai “calda” fu grazie al principio della dissuasione. Principio reso efficace dal fatto che entrambi i belligeranti disponevano di arsenali atomici. Nel fondamentale “Pace e guerra tra le nazioni”, Raymond Aron la spiegò così: “La dissuasione dipende tanto dai mezzi materiali di cui dispone lo stato che vuol fermarne un altro, quanto dalla risolutezza che lo stato oggetto di dissuasione attribuisce allo stato che lo minaccia di una sanzione”. La risolutezza, dunque, fu l’elemento chiave.</p>
<p>Per Stalin e per i suoi successori alla guida dell’impero sovietico fu chiaro che ogni loro azione offensiva avrebbe determinato una reazione uguale e contraria. Se attacchi un alleato subirai un attacco da parte dell’Alleanza, se schieri i missili SS20 contro l’Europa noi schiereremo gli euromissili, se usi l’atomica useremo l’atomica anche noi. Funzionò. E funzionò perché l’Occidente non mostrò di aver paura della guerra. Persino di una guerra nucleare.</p>
<p>Altro che alzare “bandiera bianca”… A garantire la pace, allora, fu l’evocazione della guerra.</p>
<p>Difficile non ricordare questa lezione della storia osservando le reazioni odierne del contesto occidentale alle prese con l’analogo espansionismo imperiale russo in Ucraina. Espansionismo incoraggiato dalle manifestazioni di debolezza dell’Occidente. Vladimir Putin occupò la Crimea dopo che le forze occidentali si erano mostrate così deboli da chiedere il suo aiuto in Siria. E attaccò l’Ucraina dopo la precipitosa ritirata degli Stati Uniti dall’Afghanistan. La geopolitica dipende dalla forza, ogni manifestazione di debolezza apre un vuoto che l’avversario sarà fisiologicamente incoraggiato ad occupare.</p>
<p>È per questo che la risposta giusta alla minaccia nucleare agitata da Putin sarebbe stata un’analoga minaccia nucleare. È per questo che la possibilità avanzata dal presidente francese Emmanuel Macron di schierare truppe di terra come estrema ratio per difendere l’Ucraina avrebbe dovuto diventare coro nell’ambito dei paesi Nato. Invece sì sono sfilati tutti, Italia compresa. E sfilandoci abbiamo dimostrato che siamo in effetti “stanchi” di questo conflitto, abbiamo ammesso che i nostri governi sono limitati dall’indifferenza delle rispettive opinioni pubbliche, abbiamo reso palese il fatto che siamo pronti a tutto, tranne che a combattere. Un inaspettato conforto alle ambizioni imperialiste dell’autocrate russo, secondo il quale la più grande tragedia del Novecento non fu l’Olocausto o le due guerre mondiali, ma il dissolvimento di quell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche con cui Santa Madre Russia ammantava il proprio eterno sogno di grandezza.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/03/17/news/la_guerra_di_macron_non_averne_paura_per_evitarla-15406781/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
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		<title>Si chiama Difesa la priorità dell’Europa</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/si-chiama-difesa-la-priorita-delleuropa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Adriana Cerretelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Feb 2024 17:17:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[esercito comune]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
		<category><![CDATA[Von Der Leyen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli oltre 70 anni del suo lungo dopoguerra, tra burro e cannoni l’Europa comunitaria non ha mai avuto un attimo di esitazione: meglio il burro, cioè pace, benessere e welfare-state. Naturalmente al riparo dello scudo Nato. Quella stagione beata è finita all’alba del 24 febbraio di due anni fa, con l’aggressione russa all’Ucraina e, sullo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Negli oltre 70 anni del suo lungo dopoguerra, tra burro e cannoni l’Europa comunitaria non ha mai avuto un attimo di esitazione: meglio il burro, cioè pace, benessere e welfare-state. Naturalmente al riparo dello scudo Nato. Quella stagione beata è finita all’alba del 24 febbraio di due anni fa, con l’aggressione russa all’Ucraina e, sullo sfondo, il principio dell’apparentemente inesorabile scomposizione degli equilibri internazionali con l’Occidente in bilico. Da allora non c’è più scelta per il pacifismo europeo, se non una e obbligata: quella dei cannoni. A dirlo è la forza delle cose, il discrimine tra democrazie e autocrazie calato sul club libertario dei 27 paesi membri dell’Unione. E ancora di più, la pressione congiunta di due guastatori acclarati dell’ordine continentale: quella certa della Russia di Vladimir Putin che, spezzando l’Ucraina, spera di rinverdire passate glorie, una restaurazione di potenza ormai immaginaria.</p>
<p>Quella non meno insidiosa dell’America di Donald Trump II (da vedere se otterrà una nuova incarnazione alle urne) che minaccia sfracelli alla tirchia Europa e quindi alla Nato. Decisa a restare alla guida della Commissione Ue la sua presidente, Ursula von der Leyen, ha fiutato il vento, declassato il green deal, il blasone impallidito del suo primo mandato, e messo la costruzione dell’eurodifesa in cima alle priorità del suo prossimo quinquennio a Bruxelles. Con tanto di commissario alla Difesa. «Spendere di più, meglio ed europeo», lo slogan della grande svolta, da realizzare con una politica industrial-militare che punti a rafforzare le<br />
capacità di produzione e dei sistemi di difesa più avanzati, maggiore autonomia dagli americani, oggi coprono quasi l’80% degli acquisti Ue di armamenti, appalti pubblici integrati, il tutto con più fondi e nel segno della preferenza Ue e del coordinamento con la Nato su pianificazione e standardizzazione delle armi. A prima vista la ricetta giusta al momento giusto: in sintonia con i nuovi orientamenti della maggioranza dei Governi Ue e perfino con il neo-trumpismo che ne pretende più spesa. Il 16 scorso il cancelliere tedesco, poi seguito dalla Francia di Macron, ha firmato con l’Ucraina un patto di sicurezza bilaterale di 10 anni rinnovabili, con garanzia di assistenza finanziaria e militare in caso di una nuova aggressione russa. E aggiunto altri aiuti a Kiev per 1,1 miliardi. «Noi europei dobbiamo prenderci cura della nostra sicurezza. Noi tedeschi abbiamo stanziato il 2% del Pil in spese militari nel 2023 e così continueremo da qui al 2030, abbiamo raddoppiato a 7 miliardi gli aiuti a Kiev, 6negli anni a venire» ha detto Olaf Scholz.</p>
<p>«Vorrei decisioni simili da tutte le capitali Ue. È vero, mancano soldi ma, senza sicurezza, tutto il resto è niente». Nel weekend la Danimarca ha deciso di inviare all’Ucraina tutto lo stock della sua artiglieria, in attesa delle munizioni europee promesse ma consegnate a metà. L’olandese Mark Rutte, probabile futuro segretario generale della Nato, avverte: «Invece di preoccuparsi di chi sarà il prossimo presidenteUsa, l’Europa dovrebbe concentrarsi su aumento delle sue capacità militari e sostegno a Kiev perché sono nel nostro interesse». Così anche i Baltici e i Paesi dell’Est. Nonostante i passi avanti, la percezione del pericolo condivisa da quasi tutti non è bastata finora a produrre una solida dottrina comune della difesa. La divergenza di vedute e di interessi tra atlantisti e autonomisti resta intatta e di fatto rallenta ogni progresso. I primi, con l’adesione di ferro di Germania, Italia e tutto il fronte Nord-Est, sono maggioranza ma l’autonomismo della Francia, sia pure un’ po’ temperato, l’ansia di francesizzare l’industria della difesa Ue bastano e avanzano per metterle i bastoni tra le ruote.</p>
<p>Von der Leyen prova a mediare, perché ha bisogno del consenso di quasi tutti i Governi per restare insella, ma ne scapita la coerenza dei suoi progetti. Senza contare i possibili trabocchetti nell’europarlamento: l’uscente la promosse nel 2019 per 9 voti soltanto. Salvo sorprese, quello che scaturirà dalle elezioni di giugno avrà maggioranze più liquide, meno prevedibili. Le scommesse sono aperte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://24plus.ilsole24ore.com/art/e-finita-stagione-beata-dell-europa-ora-priorita-e-difesa-AFzX8LmC"><strong><em>Il Sole 24 ore</em></strong></a></p>
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		<item>
		<title>Salvare l’Ucraina per salvare l’Europa</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-sopravvivenza-delleuropa-passa-per-kiev/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Fubini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Dec 2023 17:20:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[orban]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Più che mai negli ultimi cinque anni, governare l’Unione europea è diventato l’arte di pensare l’impensabile. Se all’inizio del suo mandato qualcuno avesse detto a Ursula von der Leyen quali decisioni aspettavano la sua Commissione a Bruxelles, probabilmente neanche lei ci avrebbe creduto. Non avrebbe mai creduto che lei stessa avrebbe messo sul tavolo dei [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Più che mai negli ultimi cinque anni, governare l’Unione europea è diventato l’arte di pensare l’impensabile. Se all’inizio del suo mandato qualcuno avesse detto a Ursula von der Leyen quali decisioni aspettavano la sua Commissione a Bruxelles, probabilmente neanche lei ci avrebbe creduto. Non avrebbe mai creduto che lei stessa avrebbe messo sul tavolo dei leader di 27 Paesi — quindi fatto approvare in tempi brevi — un eurobond da 800 miliardi di euro, di cui l’Italia ha una fetta di un quarto con il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Non avrebbe creduto che l’Unione europea, le sue istituzioni e i suoi governi, avrebbero fornito aiuti per oltre cento miliardi in un anno e mezzo all’Ucraina aggredita dalla Russia. Né avrebbe creduto che avrebbe aperto i negoziati per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione, come il Consiglio europeo ha deciso ieri.</p>
<p>Probabilmente Von der Leyen e Christine Lagarde, la presidente della Banca centrale europea, non immaginavano neanche che avrebbero rivisto un’inflazione a doppia cifra nei nostri Paesi, quindi l’aumento dei tassi d’interesse più rapido della storia recente, eppure nessuna crisi finanziaria.</p>
<p>Non è troppo dire che la sopravvivenza dell’Unione europea ora sarebbe in dubbio, se i suoi leader di questi anni non avessero saputo pensare l’impensabile. E poi non avessero saputo realizzarlo, di fronte a una successione di minacce. Ma proprio per questo il rischio più grande adesso è pensare di aver fatto il più. Perché malgrado le enormi innovazioni politiche e istituzionali recenti, malgrado l’aver smentito i profeti di sventura e gli euroscettici, il difficile inizia adesso. E non inizia necessariamente sotto i migliori auspici.<br />
I leader dell’Unione europea, a Bruxelles e nelle capitali, devono ancora iniziare a fare i conti con alcune delle contraddizioni del sistema. Quelle che riguardano l’Ucraina sono le più evidenti. Abbiamo annunciato al mondo che stiamo parlando con il governo di Kiev dell’ingresso nell’Unione in un futuro imprecisabile, ma nell’immediato non ne abbiamo tratto le conseguenze. In concreto, in marzo scorso ci eravamo impegnati a fornire all’Ucraina un milione di pezzi d’artiglieria entro un anno. Invece, a soli quattro mesi dalla scadenza, i Paesi europei hanno inviato meno della metà dei quantitativi promessi e gli ultimi ordini di munizioni collocati dai governi attraverso l’Agenzia europea della difesa — secondo Reuters — sono di appena 60 mila pezzi da 155 millimetri: abbastanza per resistere nelle trincee dell’Ucraina per una settimana, non di più. Non abbiamo accresciuto la nostra capacità di produzione di artiglieria, così importante in questa guerra. Ma senza un numero sufficiente di proiettili per respingere l’esercito russo, nessun negoziato di adesione di Kiev sarà mai credibile.<br />
È forse tempo che i leader europei spieghino alle opinioni pubbliche che occorre difendere l’Ucraina non solo in nome dei valori, ma soprattutto dei nostri interessi. Se quella guerra fosse persa — qualunque forma dovesse prendere una sconfitta, e ce ne sono diverse possibili — allora un’ombra si stenderebbe direttamente sul futuro dell’Unione europea. Vladimir Putin non ha mai fatto mistero di volerla disgregare in nome della sua idea zarista di impero. E se l’aggressività del Cremlino non viene respinta, la sicurezza europea sarà sempre un’illusione.</p>
<p>Per questo si fatica a comprendere perché i governi dell’Unione sembrino riluttanti a prepararsi alle sfide che pure sono ben visibili all’orizzonte. Durante l’attuale vertice a Bruxelles o tra qualche settimana, troveranno senz’altro il modo di sbloccare i 50 miliardi di euro già impegnati per il governo di Kiev. Già, ma dopo? Non è troppo tardi per prepararsi a uno scenario nel quale Donald Trump torna alla Casa Bianca, ritira il sostegno all’Ucraina o addirittura ritira gli Stati Uniti dalla Nato. Allo stesso modo, non è tardi per prepararsi a vedere l’antieuropeo Geert Wilders come premier di un Paese fondatore quale l’Olanda e poi ad assistere a un successo dei sovranisti alle europee di giugno prossimo. In base agli attuali sondaggi di Politico Europe, il gruppo di destra euroscettica «Identità e democrazia» (per intendersi, quello di Marine Le Pen, Alternative für Deutschland e Matteo Salvini) sarebbe terzo nell’emiciclo di Strasburgo dopo popolari e socialisti.</p>
<p>L’avverarsi di questi scenari non è sicuro, per fortuna. Ma è plausibile e l’Europa non può correre il rischio di lasciarsi sorprendere dagli eventi ancora una volta. Chi crede nell’Unione quale nostro spazio politico del presente e del futuro, deve abbandonare tutte le ambiguità e iniziare a prepararsi adesso. Serve un salto in avanti nella difesa e nella sicurezza. Serve una strategia molto più efficace per isolare e disinnescare le quinte colonne e i sabotatori interni dell’Europa, siano essi l’ungherese Viktor Orbán oggi o l’olandese Wilders domani. Serve che i governi dei principali Paesi smettano di sprecare energie per controllarsi a vicenda, per estrarre piccoli vantaggi gli uni dagli altri logorandosi su piccole regole interne, per minime ripicche e inutili rivalità. Il tempo di lavorare alle prossime svolte è ora. Domani potrebbe mancarci.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/23_dicembre_14/salto-avanti-ue-455e722a-9ac1-11ee-a760-1b940a8522c8.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-sopravvivenza-delleuropa-passa-per-kiev/">Salvare l’Ucraina per salvare l’Europa</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Serve un Fondo per la Sovranità Digitale dell’Ue</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/serve-un-fondo-per-la-sovranita-digitale-dellue/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Bria]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 17:48:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[stati uniti]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Unione Europea è attualmente impegnata in negoziati decisivi riguardanti la legge sull’intelligenza artificiale, un processo che determinerà se questa normativa emergerà come un modello globale per un approccio progressivo e rigoroso alla regolamentazione dell’IA. Ciò include l’implementazione di norme stringenti per le applicazioni IA di alto rischio, la trasparenza obbligatoria e la protezione dei diritti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Unione Europea è attualmente impegnata in negoziati decisivi riguardanti la legge sull’intelligenza artificiale, un processo che determinerà se questa normativa emergerà come un modello globale per un approccio progressivo e rigoroso alla regolamentazione dell’IA. Ciò include l’implementazione di norme stringenti per le applicazioni IA di alto rischio, la trasparenza obbligatoria e la protezione dei diritti fondamentali. Tuttavia, persiste il timore che questa legislazione possa subire l’influenza delle grandi corporazioni nel settore dell’intelligenza artificiale, degradandola a un semplice codice di condotta volontario. Questo scenario potrebbe aggravare le già presenti disparità di potere e gli impatti negativi dell’intelligenza artificiale sulla società. Gli eventi recenti di OpenAI, inclusi il controverso licenziamento e la successiva reintegrazione delCEO Sam Altman, e le potenziali dimissioni collettive dei dipendenti, riflettono la natura imprevedibile, volubile e ancora immatura del governo del settore.</p>
<p>Aggiungendo a ciò, le questioni legali di OpenAI legate all’uso non autorizzato di contenuti protetti da diritto d’autore nella formazione dei suoi modelli di intelligenza artificiale, insieme a una supervisione normativa e misure di sicurezza inadeguate, enfatizzano la necessità impellente di una legislazione chiara e globale sull’IA. Queste dinamiche critiche non dovrebbero essere lasciate alla sola autoregolamentazione delle entità commerciali operanti in ambito privato. Oltre all’AI Act, l’Ue ha introdotto regolamenti come il Digital Market Act e il Digital Services Act per limitare il predominio dei colossi tecnologici, promuovendo una concorrenza equa e la tutela dei consumatori. Nonostante ciò, la semplice regolamentazione del potere delle Big Tech non basta. La crescente dipendenza dell’Europa dall’importazione di tecnologie solleva preoccupazioni significative per la sua autonomia digitale e la competitività economica e industriale. Di fronte a questa sfida, l’Europa deve concentrarsi sull’investimento nel proprio settore tecnologico e sostenere soluzioni aperte, sovrane e indipendenti che riflettano i valori e le esigenze europee. È<br />
fondamentale che l’UE intensifichi gli investimenti nella ricerca, nell’innovazione e nelle infrastrutture pubbliche digitali. Promuovendo standard etici, indirizzando strategicamente sussidi e appalti pubblici, l’Europa può affermarsi come un leader tecnologico, dove l’innovazione serve il bene comune e enfatizza la necessità di un nuovo patto sociale nel tecno-capitalismo che affronti non solo le sfide immediate ma anche le implicazioni a lungo termine per l’occupazione,<br />
i diritti dei lavoratori, la creatività, l’istruzione e le norme sociali.</p>
<p>Immaginiamo un futuro dove gli agenti di intelligenza artificiale diventano mediatori essenziali in tutte le nostre interazioni digitali, custodi della conoscenza umana. In questa nuova era di Internet, è cruciale che tali piattaforme rimangano aperte e universalmente accessibili, e non cadano sotto il controllo dei giganti tecnologici della Silicon Valley. Il controllo centralizzato di queste piattaforme potrebbe manipolare l’opinione pubblica, influenzare la cultura e amplificare pregiudizi legati a razza, genere, salute e classe sociale. Pertanto, è vitale che questi sistemi di intelligenza artificiale siano gestiti come beni comuni digitali, con un impegno costante verso la trasparenza, la responsabilità democratica e la supervisione pubblica. L’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk ha scatenato un acceso dibattito in Europa sull’urgenza di sviluppare piattaforme sociali native, regolate secondo principi democratici. Il modello di business attuale delle piattaforme<br />
sociali e l’ingombrante influenza dei tycoon tecnologici nell’ambito pubblico intensificano le preoccupazioni relative alla diffusione di fake news, discorsi d’odio e ideologie estremiste. È imprescindibile che queste nuove piattaforme sociali europee siano costruite basandosi su principi come l’open source, l’interoperabilità e la privacy. Questo impegno mira a creare uno spazio pubblico digitale europeo che promuova valori di pluralismo, privacy e libertà di espressione, resistente alle manipolazioni dei movimenti populisti e agli interessi particolari.</p>
<p>In vista delle prossime elezioni europee, è fondamentale definire una strategia complessiva e destinare investimenti significativi. Un Fondo per la Sovranità Digitale dell’UE da dieci miliardi di euro potrebbe essere il trampolino di lancio per armonizzare e potenziare le iniziative nazionali ed europee ancora frammentate. Questo fondo sosterrebbe lo sviluppo di modelli e applicazioni di intelligenza artificiale aperti e sovrani, infrastrutture di dati, piattaforme europee per la diffusione di conoscenza e contenuti digitali, identità digitali che tutelano la privacy e sistemi di pagamento digitale. Tali strumenti sono cruciali per forgiare un’alternativa pubblica ai servizi e alle applicazioni digitali paneuropee, stimolando mercati open source e interoperabili in settori chiave come la mobilità intelligente, lo sviluppo urbano, l’assistenza sanitaria, la partecipazione civica, l’istruzione e la cultura, integrando le normative europee su fisco, diritti del lavoro e licenze.<br />
Il progresso nelle infrastrutture digitali pubbliche nelle città europee sta raggiungendo traguardi significativi. Focalizzandosi su concetti come la cittadinanza digitale, la sovranità dei dati, le tecnologie che tutelano la privacy e l’autodeterminazione algoritmica di lavoratori e cittadini, l’Europa può emergere come un leader nella società digitale, ponendo le persone e l’interesse pubblico al centro delle sue politiche. L’Europa deve prendere l’iniziativa, tracciando un proprio percorso nell’era digitale e offrendo un’alternativa convincente al predominio tecnologico degli Stati Uniti e della Cina.</p>
<p>Questo modello, allineato agli obiettivi delle Nazioni Unite di promuovere e governare efficacemente i beni pubblici digitali, enfatizza il ruolo della tecnologia in armonia con i valori democratici, inserendosi in un contesto sociale più ampio che mira a promuovere la giustizia sociale e ambientale e a ridurre le disuguaglianze.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Il Sole 24 Ore</strong></em></p>
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		<title>L’impatto delle forzature di bilancio tedesche sulle nuove regole Ue</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/impatto-bilancio-ue/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Bastasin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Dec 2023 18:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[bilancio]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il governo tedesco sembrava aver assecondato il noto motto di Henry Kissinger: &#8220;Le cose illegali le facciamo subito, per quelle incostituzionali ci mettiamo un po&#8217; di più”. Tuttavia, dopo che proprio la Corte di Karisruhe ha smontato l&#8217;utilizzo abusivo dei &#8220;fondi speciali&#8221; extra bilancio, Berlino deve cercare di quadrare i bilanci 2023 e 2024 entro [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il governo tedesco sembrava aver assecondato il noto motto di Henry Kissinger: &#8220;Le cose illegali le facciamo subito, per quelle incostituzionali ci mettiamo un po&#8217; di più”. Tuttavia, dopo che proprio la Corte di Karisruhe ha smontato l&#8217;utilizzo abusivo dei &#8220;fondi speciali&#8221; extra bilancio, Berlino deve cercare di quadrare i bilanci 2023 e 2024 entro poche settimane, con soluzioni che inevitabilmente avranno conseguenze anche sul contemporaneo negoziato sulle nuove regole fiscali europee.</p>
<p>La sentenza della Corte ha reso inutilizzabili 60 miliardi di fondi per spese già programmate, un ammontare che pone Berlino di fronte a un problema politico più che finanziario. Nel 2023, infatti, le spese verranno coperte in gran parte con l&#8217;aumento del fabbisogno federale. In tal modo però il disavanzo 2023 supererà i limiti del &#8220;freno al debito&#8221;, la norma costituzionale del 2009 con cui la Germania si è autoimposta un tetto dell&#8217;indebitamento federale pari allo 0,35% del Pil (più un fattore ciclico). Per poterlo fare, il cancelliere Scholz ha deciso di invocare “la clausola di emergenza&#8221; che sospenderebbe il &#8220;freno&#8221; anche quest&#8217;anno.</p>
<p>La Cdu, il maggior partito di opposizione, ha assicurato che non contesterà la legittimità di questa iniziativa. Diverso il caso in cui Scholz evocasse la clausola di emergenza per il 2024, una tentazione cullata alla cancelleria a fronte di un buco ancora più ampio, legato a un altro &#8220;fondo speciale&#8221;, e che è quasi impossibile calcolare. Il governo stima un buco di 17 miliardi ma c&#8217;è chi calcola sia almeno doppio. La Cdu però si opporrebbe di fronte alla Corte perché ritiene possibile tagliare spese federali per 125 miliardi senza conseguenze recessive se &#8220;solo&#8221; si riducesse la burocrazia che frena la spesa per investimenti già a bilancio. Una tentazione del governo è allora di ricorrere ai prestiti del programma Next Gen Eu che Berlino non ha richiesto finora, limitandosi ai trasferimenti &#8220;gratuiti&#8221;. Si tratterebbe di una mossa di rilevante significato per l&#8217;Europa, perché accentuerebbe l&#8217;importanza di fondi finanziati da debito comune anche per un Paese che può finanziarsi sul mercato a tassi inferiori a quelli dell&#8217;Ue.</p>
<p>Più complessa è la questione se la Germania riconoscerà l&#8217;evidenza dei problemi causati da una regola rigida, economicamente e giuridicamente, quale il &#8220;freno al debito&#8221;. Il governo ritiene che una revisione della norma sia augurabile, ma per attuarla è necessario il voto favorevole di due terzi del Parlamento e deve quindi ottenere il consenso dell&#8217;opposizione. L&#8217;opzione del governo è di escludere dal calcolo del disavanzo le spese per investimenti in settori come la transizione ambientale e quella digitale. Oppure di classificare tali settori come rilevanti ai fini costituzionali, consentendo la creazione di &#8220;fondi speciali&#8221; extra bilancio (come è già successo per la Difesa). Anche questa opzione avrebbe conseguenze nel confronto europeo perché legittimerebbe deroghe simili in altri Paesi, o addirittura potrebbe essere trasposta in fondi speciali comuni a carico del bilancio comunitario con vaste implicazioni politiche perché la responsabilità delle scelte farebbe poi capo alla Commissione Ue. Decisiva è la posizione della Cdu che si oppone ala revisione del &#8220;freno” a livello federale, sostenendo che esso sia già flessibile grazie al fattore ciclico che quest&#8217;anno, per esempio, autorizzerebbe un disavanzo ulteriore di circa 20 miliardi.</p>
<p>La Cdu è invece possibilista nel caso di una riforma del &#8220;freno&#8221;, ancora più rigido, applicato ai Länder, ai quali è richiesto un pareggio di bilancio senza attenuazioni cicliche. Fonti della Cdu si dicono infine contrarie a eccezioni per le spese per clima ed energia. Un compromesso nel corso del 2024, tuttavia, non è da escludere. La Cdu, infatti, riconosce ora il problema dei Länder perché è al governo in alcuni di essi. Potrebbe avvertire il problema anche a livello federale qualora, come previsione generale, vincesse le elezioni del 2025. In quel caso, inoltre, dovrebbe formare una coalizione di governo con un altro partito dell&#8217;attuale coalizione e negoziare un accordo offrirebbe il pretesto per “concedere&#8221; la riforma del &#8220;freno&#8221;.</p>
<p>L&#8217;opposizione è invece contraria alla creazione di nuovi &#8220;fondi speciali&#8221; a livello europeo. La questione si porrà a breve con il finanziamento dei fondi per l&#8217;Ucraina, di cui anche la Cdu riconosce l&#8217;irrinunciabilità. Secondo la Cdu, istituire un veicolo ad hoc (appunto un fondo speciale europeo) incorrerebbe in problemi di compatibilità giuridica di fronte alla</p>
<p>Corte tedesca. I fondi, quindi, dovrebbero provenire dal bilancio degli Stati, ma qui sorge un altro problema: informalmente Berlino sta trattando non solo per evitare un aumento, ma addirittura per ottenere la riduzione di un terzo del contributo tedesco alle casse comunitarie. Intanto il negoziato sulle regole europee si sta avvicinando a una conclusione. Tutti i governi sono convinti che il Consiglio Ue debba trovare l&#8217;accordo entro fine anno. Proprio la ristrettezza dei tempi renderà ancora più confuso un negoziato in cui si combinano interessi molto diversi: a fronte della richiesta tedesca di inserire nella proposta di riforma della Commissione due clausole di salvaguardia (la riduzione del rapporto debito-Pil di un punto percentuale ogni anno e un calo del disavanzo strutturale di mezzo punto, valide per tutti), si negozierà un approccio più flessibile nella valutazione delle condizioni eccezionali che giustifichino le deroghe, nonché una maggiore flessibilità nell&#8217;utilizzo dei fondi di Next Generation-Eu o di altre risorse.</p>
<p><strong><em>La Repubblica</em></strong></p>
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		<title>Le contraddizioni dell’UE: è un gigante regolatorio ma un nano finanziario</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-contraddizioni-dellue-e-un-gigante-regolatorio-ma-un-nano-finanziario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sabino Cassese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Oct 2023 17:29:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Sabino Cassese]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si discute e si discuterà sui vincoli europei al bilancio nazionale (il Patto di stabilità e crescita da rivedere), ma c’è un altro aspetto della finanza europea che è rilevante, quello del bilancio dell’Unione. Quest’ultimo è oggi alimentato dalle contribuzioni degli Stati membri in relazione alla loro ricchezza, da dazi doganali sulle importazioni dall’esterno dell’Unione, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si discute e si discuterà sui vincoli europei al bilancio nazionale (il Patto di stabilità e crescita da rivedere), ma c’è un altro aspetto della finanza europea che è rilevante, quello del bilancio dell’Unione. Quest’ultimo è oggi alimentato dalle contribuzioni degli Stati membri in relazione alla loro ricchezza, da dazi doganali sulle importazioni dall’esterno dell’Unione, da una quota dell’Iva riscossa dagli Stati e da altre minori entrate. Esso riguarda 27 nazioni, ma è inferiore alla somma dei bilanci delle regioni italiane. Per rendersi conto delle proporzioni del problema, ricordo che l’Italia ha solo il 13 per cento della popolazione europea, ma ha un bilancio di dimensioni circa sei volte superiore a quello dell’Unione.</p>
<p>Queste non sono le uniche contraddizioni. L’Unione è un gigante regolatorio, ma un nano finanziario: disciplina quasi ogni aspetto della vita delle nazioni europee, fino alla qualità delle acque di balneazione, ma non ha una propria politica redistributiva. I mercati dei Paesi europei sono uniti; vi sono un’unione bancaria e un’unione monetaria; ma il bilancio europeo è di dimensioni molto modeste, rispetto allo sviluppo raggiunto dall’Europa in termini di territorio, popolazione e poteri.</p>
<p>L’euro è una moneta senza Stato, ma c’è da chiedersi se un potere pubblico sovranazionale, che tiene sotto controllo 27 Stati, possa sopravvivere senza un bilancio di dimensioni adeguate ai suoi obiettivi e ai suoi compiti crescenti. Il bilancio, governando entrate e spese, è l’unico strumento che consente una funzione redistributiva sia tra i cittadini, sia tra le regioni, sia tra le nazioni europee, come già fa, in parte, con le politiche di coesione che favoriscono le zone meno sviluppate, qual è il Sud dell’Italia. Per rendersi conto dell’importanza del bilancio per ogni potere pubblico, sia substatale (ad esempio, una regione), sia statale, sia sovrastatale, e per capire quanto sia rilevante l’allocazione delle risorse per ogni gestione pubblica, basta considerare il dibattito che accompagna l’analogo strumento in Italia.</p>
<p>Negli ultimi anni, qualche progresso è stato compiuto. In risposta alla pandemia, l’Unione si è dotata di strumenti finanziari, in particolare tramite l’indebitamento, per realizzare gli interventi per l’occupazione (Sure), per quelli diretti alle nuove generazioni (Next generation EU, un piano di investimenti erogati agli Stati membri), per l’acquisto dei vaccini, per gli aiuti militari all’Ucraina, per l’agenda verde e per quella digitale, tutti interventi che richiedono risorse, impongono una centralizzazione delle responsabilità di bilancio e una capacità finanziaria centrale.</p>
<p>Una Unione sempre più stretta non può quindi limitarsi a disporre vincoli ai bilanci statali, ma deve avere un proprio bilancio degno delle dimensioni dell’Unione Europea per offrire quei «beni pubblici europei» che gli Stati non possono produrre individualmente. Questo bilancio, al quale dovrebbero contribuire i cittadini europei, potrebbe rappresentare in futuro un ottimo scudo anche per i bilanci degli Stati, come quello italiano, che — a causa dell’alto debito pubblico — non sono sottoposti soltanto ai vincoli dell’Unione, ma debbono anche rispettare i vincoli che derivano dai mercati: più spese a livello europeo darebbero luogo a meno spese a livello nazionale, alleviando quindi la pressione sui bilanci degli Stati.</p>
<p>Gli articoli 313-324 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea regolano già oggi il bilancio, e ne disciplinano la procedura (che passa attraverso decisioni del Parlamento europeo e del Consiglio per l’approvazione), nonché la responsabilità della Commissione per l’esecuzione.</p>
<p>Per finanziare un bilancio di maggiori dimensioni, c’è bisogno di più entrate stabili. La recente proposta della Commissione di una base imponibile armonizzata per la tassazione delle imprese — denominata Befit — può essere l’occasione per dotare l’Unione europea di adeguate «risorse proprie» per finanziare le maggiori spese a livello centrale o come garanzia per l’emissione di debito comune (in quest’ultimo caso, tuttavia, una revisione del Trattato sembra inevitabile).</p>
<p>Il raccordo necessario tra bilancio europeo e vincoli europei ai bilanci nazionali dipenderà dalla prossima revisione del Patto di stabilità e di crescita e dalla sua applicazione perché sane regole finanziarie sono la condizione per devolvere più compiti e risorse all’Unione europea.</p>
<p>Dunque, vi sono tutte le premesse perché l’Unione possa trarre vigore da un bilancio proprio, di dimensioni corrispondenti al prodotto interno lordo dell’intera area europea, aumentando le proprie entrate, sia fiscali sia derivanti dall’indebitamento, e rafforzando così il proprio ruolo di grande intermediario finanziario, capace di svolgere una funzione di supporto della doppia transizione verde e digitale, investire nella difesa e nella sicurezza e condurre una politica redistributiva tra cittadini, regioni e Stati europei.</p>
<p>In attesa di decisioni più radicali della Commissione, del Consiglio e del Parlamento dopo le elezioni del prossimo giugno, la rapida approvazione della revisione a metà percorso del bilancio pluriennale dell’Unione, proposta dalla Commissione, sarebbe un primo passo nella buona direzione.</p>
<p>In un lucido saggio su «Un nuovo mutamento di struttura della sfera pubblica politica», appena pubblicato in traduzione italiana, a cura di Marina Calloni, dall’editore Raffaello Cortina, il grande filosofo tedesco Jürgen Habermas ha scritto che «le paure del declino sociale e il timore di non essere in grado di far fronte alla inesorabile complessità dei cambiamenti sociali accelerati», «consigliano agli Stati nazionali riuniti nell’Unione Europea la prospettiva di una maggiore integrazione, nel tentativo di recuperare quelle competenze perse a livello nazionale nel corso di questo sviluppo, creando nuove capacità di azione politica a livello transnazionale».</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/23_ottobre_19/regole-bilanci-l-ambizione-che-ora-manca-all-europa-84597c24-6eaa-11ee-945f-3f883a74fca3.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-contraddizioni-dellue-e-un-gigante-regolatorio-ma-un-nano-finanziario/">Le contraddizioni dell’UE: è un gigante regolatorio ma un nano finanziario</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<item>
		<title>Idee draghiane di competitivà</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/idee-draghiane-di-competitiva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Draghi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Sep 2023 16:56:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[concorrenza]]></category>
		<category><![CDATA[mario draghi]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ieri, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel corso della relazione sullo stato dell’Unione del 2023, ha comunicato di aver chiesto all’ex presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, un report sulla competitività. “Tre sfide – lavoro, inflazione e ambiente commerciale – arrivano in un momento in cui chiediamo anche all’industria di guidare [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/idee-draghiane-di-competitiva/">Idee draghiane di competitivà</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel corso della relazione sullo stato dell’Unione del 2023, ha comunicato di aver chiesto all’ex presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, un report sulla competitività. “Tre sfide – lavoro, inflazione e ambiente commerciale – arrivano in un momento in cui chiediamo anche all’industria di guidare la transizione pulita. Dobbiamo quindi guardare avanti e stabilire come rimanere competitivi mentre lo facciamo. Per questo motivo – ha detto Ursula – ho chiesto a Mario Draghi, una delle grandi menti economiche europee, di preparare un rapporto sul futuro della competitività europea”. Qui di seguito alcune chicche del pensiero draghiano sulla competitività. E su cosa significhi, per la politica, lavorare per avere un mondo dominato da più innovazione, più integrazione europea e più concorrenza.</p>
<p>L’area dell’euro si è basata fortemente sull’idea che il processo di integrazione stesso avrebbe creato gli incentivi per perseguire politiche solide. In presenza di una maggiore concorrenza attraverso il mercato unico e dell’impossibilità di svalutazioni, i governi sarebbero stati costretti ad affrontare i problemi strutturali di lungo periodo e ad assicurare la sostenibilità del bilancio. Se questo non è avvenuto è in parte perché il processo di realizzazione del mercato unico si è arrestato. Ma anche perché mancavano istituzioni fondamentali a livello di area dell’euro. Non avevamo un sistema comune di vigilanza bancaria per monitorare i flussi finanziari, situazione che in alcuni paesi ha consentito di celare le sempre maggiori perdite di competitività con una crescita non sostenibile trainata dal settore finanziario. E per le politiche economiche e di bilancio avevamo solo un processo decisionale comune debole. Sono stati compiuti molti passi importanti per porre rimedio a queste difficoltà, in particolare la realizzazione dell’unione bancaria”.</p>
<p>“Il mercato unico è visto non di rado come una semplice trasposizione del processo di globalizzazione a cui nel tempo è stata tolta persino la flessibilità dei cambi. Non è così. La globalizzazione ha complessivamente accresciuto il benessere in tutte le economie, soprattutto di quelle emergenti, ma è oggi chiaro che le regole che ne hanno accompagnato la diffusione non sono state sufficienti a impedirne profonde distorsioni”.</p>
<p>“L’apertura dei mercati, senza regole, ha accresciuto la percezione di insicurezza delle persone particolarmente esposte alla più forte concorrenza, ha accentuato in esse il senso di essere state lasciate indietro in un mondo in cui le grandi ricchezze prodotte si concentravano in poche mani. Il mercato interno, invece, sin dall’inizio è stato concepito come un progetto in cui l’obiettivo di cogliere i frutti dell’apertura delle economie era strettamente legato a quello di attutirne i costi per i più deboli, di promuovere la crescita, ma proteggendo i cittadini europei dalle ingiustizie del libero mercato. Questa era senza dubbio anche la visione di Delors, l’architetto del mercato interno”.</p>
<p>“Gli ostacoli agli investimenti in Italia risiedono anche nella complessità e nella lentezza della Giustizia. Quest’ultimo aspetto mina la competitività delle imprese e la propensione a investire nel paese: il suo superamento impone azioni decise per aumentare la trasparenza e la prevedibilità della durata dei procedimenti civili e penali. La lentezza dei processi, seppur ridottasi, è ancora eccessiva e deve essere maggiormente contenuta con interventi di riforma processuale e ordinamentale. A questi fini è necessario anche potenziare le risorse umane e le dotazioni strumentali e tecnologiche dell’intero sistema giudiziario”.</p>
<p>“Basso numero di ricercatori e perdita di talenti. Una barriera importante allo sviluppo e alla competitività del sistema economico è rappresentata dalla limitata disponibilità di competenze, con un numero di ricercatori pubblici e privati più basso rispetto alla media degli altri paesi avanzati (il numero di ricercatori per persone attive occupate dalle imprese è pari solo alla metà della media Ue: 2,3 per cento contro 4,3 per cento nel 2017). Diventa, pertanto, necessario frenare la perdita, consistente e duratura, di talento scientifico tecnico, soprattutto giovani, recuperando il ritardo rispetto alle performance di altri paesi”.</p>
<p>“Un fattore essenziale per la crescita economica e l’equità è la promozione e la tutela della concorrenza. La concorrenza non risponde solo alla logica del mercato, ma può anche contribuire ad una maggiore giustizia sociale. La Commissione europea e l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, nella loro indipendenza istituzionale, svolgono un ruolo efficace nell’accertare e nel sanzionare cartelli tra imprese, abusi di posizione dominante e fusioni o acquisizioni di controllo che ostacolano sensibilmente il gioco competitivo. Il governo s’impegna a presentare in Parlamento il disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza e ad approvare norme che possano agevolare l’attività d’impresa in settori strategici, come le reti digitali, l’energia e i porti. Il governo si impegna inoltre a mitigare gli effetti negativi prodotti da queste misure e a rafforzare i meccanismi di regolamentazione. Quanto più si incoraggia la concorrenza, tanto più occorre rafforzare la protezione sociale”.</p>
<p>“La tutela e la promozione della concorrenza – principi-cardine dell’ordinamento dell’Unione europea – sono fattori essenziali per favorire l’efficienza e la crescita economica e per garantire la ripresa dopo la pandemia. Possono anche contribuire a una maggiore giustizia sociale. La concorrenza è idonea ad abbassare i prezzi e ad aumentare la qualità dei beni e dei servizi: quando interviene in mercati come quelli dei farmaci o dei trasporti pubblici, i suoi effetti sono idonei a favorire una più consistente eguaglianza sostanziale e una più solida coesione sociale”.</p>
<p>“Protagonisti della tutela e della promozione della concorrenza sono la Commissione europea e l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Ma la concorrenza si tutela e si promuove anche con la revisione di norme di legge o di regolamento che ostacolano il gioco competitivo. Sotto quest’ultimo profilo, si rende necessaria una continuativa e sistematica opera di abrogazione e/o modifica di norme anticoncorrenziali. Questo è il fine della legge annuale per il mercato e la concorrenza”.</p>
<p>“Le misure che accrescono il grado di concorrenza nei mercati favoriscono maggiori investimenti e maggiore competitività tra le imprese. Attrarre investimenti e rendere i mercati più concorrenziali significa innanzitutto mettere le imprese in condizione di competere in termini di qualità dei prodotti, ma anche in termini di costi, spesso motivo rilevante di delocalizzazione. Un secondo effetto è incentivare la creazione di nuove imprese grazie ad un ambiente economico più attrattivo. Il grado di concorrenza può essere sinteticamente misurato dell’Indice di regolamentazione del mercato dei prodotti (Pmr) sviluppato dall’Ocse47. Sulla base di questo indicatore, l’Italia ha una qualità della regolamentazione in linea con la media dei Paesi Ocse, ma risulta meno competitiva se confrontata con Spagna e Germania, due dei principali concorrenti del paese sui mercati. Miglioramenti del Pmr, quindi maggiori livelli di concorrenza, sono correlati ad una più efficiente allocazione delle risorse, minori margini di profitto (quindi prezzi più bassi per i prodotti consumati dalle famiglie) e maggiori investimenti”.</p>
<p>“In Italia, la riforma della concorrenza serve a promuovere la crescita, ridurre le rendite, favorire investimenti e occupazione. Con questo spirito abbiamo approvato norme per rimuovere gli ostacoli all’apertura dei mercati, alla tutela dei consumatori. La riforma tocca i servizi pubblici locali, inclusi i taxi, e le concessioni di beni e servizi, comprese le concessioni balneari. Il disegno di legge deve essere approvato prima della pausa estiva, per consentire entro la fine dell’anno l’ulteriore approvazione dei decreti delegati, come previsto dal Pnrr. Ora c’è bisogno di un sostegno convinto all’azione dell’esecutivo – non di un sostegno a proteste non autorizzate, e talvolta violente, contro la maggioranza di governo”.</p>
<p>“Il progresso dell’efficienza è ostacolato da una struttura sbilanciata nella dimensione d’impresa, poco compatibile con i nuovi paradigmi tecnologici e competitivi. Vi si associa una specializzazione settoriale ancora eccessivamente orientata alle produzioni più tradizionali. Rimuovere gli ostacoli alla crescita delle imprese è condizione necessaria per cogliere le occasioni offerte dalla globalizzazione dei mercati e per stimolare una diffusione ampia e sistematica di innovazioni nell’organizzazione aziendale, nei processi produttivi, nella gamma dei prodotti. E’ questa la via per recuperare competitività internazionale e rilanciare lo sviluppo”.</p>
<p>“La difesa della competitività, in Europa, attraverso la svalutazione del cambio, che peraltro alleviava solo temporaneamente gli effetti di un differenziale di produttività, è divenuta impossibile. Non vi è alternativa se non tra l’incremento del prodotto per ora lavorata e il contenimento dei redditi nominali. Alla lunga solo il progresso della produttività genera benessere economico”.</p>
<p>“Dalla metà dello scorso decennio la produttività del lavoro aumenta in Italia di un punto percentuale l’anno meno che nella media dei paesi dell’Ocse. Questo fenomeno è alla radice della crisi di crescita e di competitività che il paese vive. Il rapido aumento dell’occupazione degli ultimi anni, favorito dalla moderazione salariale, dalla legalizzazione di parte dell’immigrazione, dalle riforme del mercato del lavoro, ha portato a un fisiologico e atteso rallentamento nella dinamica della produttività”.</p>
<p>“L’intensificazione della concorrenza, l’ampliamento dello spazio per l’esplicarsi dei meccanismi di mercato sono necessari al rilancio produttivo e complementari a scelte di equità. La concorrenza costituisce il miglior agente di giustizia sociale in un’economia, in una società, come quella italiana, nella cui storia è ricorrente il privilegio di pochi fondato sulla protezione dello stato”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2023/09/14/news/a-strasburgo-von-der-leyen-comunica-la-richiesta-a-mario-draghi-di-un-report-sulla-competitivita--5673418/"><em><strong>Il Foglio</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/idee-draghiane-di-competitiva/">Idee draghiane di competitivà</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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