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	<title>ucraina Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>ucraina Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>La contraddizione</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-contraddizione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Dec 2024 08:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="914" height="514" src="https://www.youtube.com/embed/m54A6Vbm1OM" title="" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen="" class=""></iframe></p>
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		<title>La differenza che passa tra pace negoziata e resa incondizionata</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-differenza-che-passa-tra-pace-negoziata-e-resa-incondizionata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Rampini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Jun 2024 15:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al vertice svizzero sull’Ucraina non c’era Xi Jinping: ha declinato l’invito. Da Mosca Vladimir Putin (non invitato) ha dettato le condizioni di un cessate il fuoco. Includono l’annessione di tutto ciò che la Russia ha già occupato con una guerra criminale; più altre zone che Putin non ha neppure conquistato. Il diktat più pesante è che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Al vertice svizzero sull’Ucraina non c’era Xi Jinping: ha declinato l’invito. Da Mosca Vladimir Putin (non invitato) ha dettato le condizioni di un cessate il fuoco. Includono l’annessione di tutto ciò che la Russia ha già occupato con una guerra criminale; più altre zone che Putin non ha neppure conquistato. Il diktat più pesante è che l’Ucraina rinunci ad ogni cooperazione militare con l’Occidente. Una capitolazione. L’Ucraina dovrebbe regalare all’aggressore perfino più territorio di quanto non si sia preso con la violenza. E dovrebbe rinunciare alla propria sicurezza anche futura. Il veto sull’ingresso nella Nato, nonché su patti bilaterali di difesa come quelli offerti dall’America e alcune nazioni europee, è il preludio a nuove aggressioni. L’alto bilancio di vite sacrificate per difendersi dall’invasione russa sarebbe stato inutile.</p>
<p>Chi si autodefinisce pacifista e da due anni invoca una «soluzione diplomatica», dovrebbe aprire gli occhi: questo è Putin. Non da oggi. Sono rivelatrici le carte pubblicate dal New York Times sui negoziati tra febbraio e aprile del 2022, nei primi mesi di guerra. Già allora Putin, oltre alle amputazioni territoriali, esigeva un’Ucraina vassallo della Russia, senza possibilità di accordi di sicurezza con altri Paesi. Chi ha passato questi anni a rimproverare «noi» — Zelensky, Biden, l’Unione europea — di non puntare sulla diplomazia, guardi la realtà in faccia: Putin vuole la resa come premessa per conquiste future; e rispetta solo i rapporti di forze.<br />
Oggi può alzare ancora più in alto le sue pretese perché si sente sicuro di sé. Sul fronte militare l’Occidente ha accumulato ritardi, cautele infinite; ha sottoposto le armi che forniva a Kiev a restrizioni d’uso, tali da regalare vantaggi enormi ai russi.</p>
<p>L’Occidente è pavido anche nell’uso delle sanzioni. La vicenda delle ricchezze russe congelate nelle banche europee è desolante. Due anni e quattro mesi di carneficina sul suolo europeo non sono bastati a espropriare le ricchezze russe, per versarle come risarcimento al popolo ucraino. Il G7 non ha cancellato questa vergogna. Le ricchezze restano congelate ma sempre di proprietà russa. Solo una parte degli interessi che quei fondi fruttano, verrà usata per garantire un prestito all’Ucraina. Un prestito, non un risarcimento. La giustificazione di cotanta viltà? Espropriare il patrimonio estero di Mosca metterebbe in dubbio che gli europei rispettino le regole dello Stato di diritto, cioè la sacralità della proprietà. Gli europei — in questo caso l’America chiedeva una linea dura — hanno scelto la codardia, mettendo il diritto di proprietà di Putin al di sopra del diritto alla vita, alla libertà, e alla sovranità del popolo ucraino.</p>
<p>Il G7 ha fatto qualche passo avanti — a parole — sull’aiuto cinese a Putin. Il comunicato finale denuncia che «il continuo sostegno della Cina all’industria militare russa consente di proseguire la guerra illegale contro l’Ucraina ed ha ampie ripercussioni sulla sicurezza». Non solo la sicurezza ucraina ma di tutta l’Europa, visti gli appetiti imperiali di Putin. Questa frase del G7 è la presa d’atto di una realtà che dura dal febbraio 2022. Xi Jinping ha promesso «amicizia illimitata» a Putin ed è stato di parola. L’armata d’invasione russa non avrebbe mai potuto risollevare le proprie sorti sul terreno, senza il massiccio supporto economico, finanziario, tecnologico da Pechino. La velocità con cui Putin ha riconvertito il proprio Paese ad una economia di guerra, è legata al flusso di forniture dalla Repubblica Popolare. Chi s’illudeva che Xi volesse fare da paciere, non ha capito: il leader comunista ha preso dei rischi scommettendo su Putin, pur di accelerare il declino dell’Occidente.</p>
<p>Il G7 ha cominciato a ridefinire il ruolo della Cina: è citata 28 volte nel comunicato finale, quasi sempre come una potenza pericolosa, protagonista di atti ostili come i continui cyber attacchi contro di noi. Il summit in Puglia ha evocato sanzioni allargate ad aziende cinesi. Non è detto che seguano atti adeguati. La Repubblica Popolare in trent’anni di globalizzazione si è resa indispensabile alle nostre economie. I dazi che Washington e Bruxelles hanno varato di recente contro le sue auto elettriche sono la reazione al fatto che tutta la nostra de-carbonizzazione è in ostaggio al made in China. Perciò Xi è sicuro di farla franca, continuando a tenere i piedi in due mondi: invade i nostri mercati con le sue esportazioni, mentre costruisce una globalizzazione alternativa e sino-centrica, con la Russia, l’Iran, e tanti Paesi emergenti del Grande Sud globale. L’atteggiamento di questi ultimi al vertice in Svizzera non lascia illusioni. Arabia saudita, Brasile e altri si sono astenuti sulle conclusioni. Hanno recriminato sull’assenza della Russia e della Cina come una colpa degli organizzatori. Il loro cuore batte da quella parte, o per una «neutralità» che non hanno abbracciato su Gaza.</p>
<p>Dietro Putin il vero vincitore di questa fase è Xi: prende il meglio da due mondi e per adesso paga prezzi modesti, dazi e rimbrotti occidentali finora sono poco più che punture di spillo (basta guardare il boom delle esportazioni cinesi in atto). Nel medio-lungo periodo la Repubblica Popolare può pagare prezzi più pesanti, solo se l’Occidente persegue con tenacia due strategie parallele: reindustrializzarsi per guadagnare autonomia, e spostare flussi economici verso Paesi non antagonisti come India, Vietnam, Messico. Per adesso queste nuove mappe della globalizzazione sono un obiettivo distante; non scuotono le certezze dell’asse anti-occidentale che oltre a Cina, Russia, Iran, ha troppi simpatizzanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/24_giugno_16/le-rischiose-illusioni-occidentali-a0fb43e9-3d21-486b-912b-ac815182exlk.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>Il “pacifista” Salvini utilizza Vannacci per “coprirsi ad est” contestando la linea della NATO (e del Governo) sull’Ucraina</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-pacifista-salvini-utilizza-vannacci-per-coprirsi-ad-est-contestando-la-linea-della-nato-e-del-governo-sullucraina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 May 2024 13:31:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[matteo salvini]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per conformismo, pigrizia mentale o tic culturali ci si continua ad occupare dell’ormai celebre Roberto Vannacci quasi solo in ragione delle sue uscite machiste e/o, come usa dire oggi, sessuofobe. Vecchi cliché che in fondo poco stonano con la divisa da paracadutista e persino col grado di Generale di Divisione. A stonare con la divisa [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per conformismo, pigrizia mentale o tic culturali ci si continua ad occupare dell’ormai celebre Roberto Vannacci quasi solo in ragione delle sue uscite machiste e/o, come usa dire oggi, sessuofobe. Vecchi cliché che in fondo poco stonano con la divisa da paracadutista e persino col grado di Generale di Divisione. A stonare con la divisa e col grado, e cioè con le uniche ragioni per cui il signor Roberto Vannacci anziché sproloquiare giocando a stecca nel retro di un bar ha assunto la postura, indiscutibilmente riconosciutagli dai media, di maitre a penser della destra e di capopopolo, sono le sue posizioni su Vladimir Putin e sulla Nato. È di questo che si dovrebbe, semmai, parlare.</p>
<p>Perché la notizia è, e non potrebbe non essere, che un alto e pluridecorato ufficiale dell’esercito italiano contesta le decisioni strategiche dell’Alleanza Atlantica, apprezza la leadership putiniana ed è sostanzialmente contrario ai decreti con cui il governo (di cui il suo dante causa, Matteo Salvini, sarebbe pur sempre il numero 2) finanzia l’invio di armi al popolo ucraino. A rendere chiaro che Matteo Salvini abbia voluto farsi scudo del generale Vannacci non solo per “coprirsi a destra” ma soprattutto per, diciamo così, coprirsi ad Est, è la scelta del messaggio che il più o meno leader della Lega ha voluto lanciare il giorno dopo aver dato la notizia della candidatura del generalissimo. Alle 19,39 di ieri Matteo Salvini così la mette su X: “Orgoglioso che, per parlare di Pace, la Lega possa contare in queste elezioni europee su un generale come Roberto Vannacci, che non ha combattuto contro chat o articoli di qualche giornalista di sinistra, ma ha onorato l&#8217;Italia prestando servizio in Iraq, in Afghanistan e in Ruanda. Il tema dei conflitti geopolitici sarà centrale nel prossimo quinquennio in Europa.</p>
<p>Qualche leader europeo parla sciaguratamente di nuove missioni mandando i nostri soldati a combattere fuori dai nostri confini. Come Lega lo ribadisco: MAI nel nostro nome”. Dal che si desume che il vicepremier ignori il fatto che in questo momento più di 10mila soldati italiani sono impegnati in missioni militari oltre i confini nazionali e che la consonanza ideale che lo portò a dar vita ad un governo intriso di populismo e di demagogia con il Movimento 5stelle perduri tutt’ora: in vista delle elezioni europee, Giuseppe Conte ha messo nel simbolo del proprio partito la parola “pace”, Matteo Salvini ha messo in lista quel gran pacifista di Roberto Vannacci, detto il Generale. Ad entrambi, Conte e Salvini, giungono dalla Federazione Russa di Vladimir Putin i più sentiti ringraziamenti.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/dossier/elezioni-europee-2024/2024/05/02/news/urca_un_generale_vannacci_diventa_il_campione_del_pacifismo-15779648/"><strong><em>Huffington Post</em></strong></a></p>
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		<title>Il “pacifismo” di Wojtyla ha poco in comune con quello di Papa Francesco</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-pacifismo-di-wojtyla-ha-poco-in-comune-con-quello-di-papa-francesco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Apr 2024 09:04:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Pacifismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In vista del decimo anniversario della canonizzazione, durante l’udienza generale di mercoledi scorso Papa Francesco si è rivolto a San Giovanni Paolo II chiedendogli di “intercedere” presso Dio affinché “ci porti il dono della pace per la quale egli, come Papa, si è tanto impegnato”. Si è trattato, però, di un impegno piuttosto diverso da [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In vista del decimo anniversario della canonizzazione, durante l’udienza generale di mercoledi scorso Papa Francesco si è rivolto a San Giovanni Paolo II chiedendogli di “intercedere” presso Dio affinché “ci porti il dono della pace per la quale egli, come Papa, si è tanto impegnato”. Si è trattato, però, di un impegno piuttosto diverso da quello dell’attuale pontefice. Papa Wojtyla non fece dell’equidistanza rispetto ai belligeranti una regola ed ebbe un approccio “politico” più che ideologico rispetto ai conflitti. Sono note la sua scelta di campo e la sua febbrile attività filo occidentale ai tempi della Guerra Fredda. Un’attività a tutti gli effetti politica. “Tutto ciò che è successo nell’Europa orientale non sarebbe stato possibile senza Giovanni Paolo II”, disse Mikhail Gorbačëv a Muro crollato e Unione Sovietica dissolta. Un’attività, e ancor prima una postura, che portò il Pontefice a coltivare un intenso rapporto con Herry Kissinger, al quale chiese anche aiuto per introdurre la geopolitica e le relazioni internazionali nei seminari di formazione dei chierici.</p>
<p>La teologia, evidentemente, non bastava. Giovanni Paolo II predicava la pace, naturalmente, ma talvolta dava l’impressione di non aver del tutto rimosso il concetto di “guerra giusta” elaborato da Sant’Agostino e dopo 1500 anni rigettato dal Concilio Vaticano II. Concilio che però, nella Costituzione apostolica Gaudium et spes, ai paragrafi 79 e 80 condanna la guerra, ma ammette che «fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un&#8217;autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa». “Non sono un pacifista”, disse Papa Wojtyla durante la Guerra del Golfo, che pure criticò duramente. E non fu esattamente “pacifista” l’atteggiamento che ebbe rispetto alla guerra nell’ex Jugoslavia. Rimase choccato dal massacro dei civili bosniaci a Srebrenjca, non fu indifferente alla sorte del popolo croato. Nel dicembre del 92 intervenne alla Conferenza internazionale sulla nutrizione della FAO e disse: “La coscienza dell’umanità, ormai sostenuta dalle disposizioni del diritto internazionale umanitario, chiede che sia reso obbligatorio l’intervento umanitario nelle situazioni che compromettono gravemente la sopravvivenza di popoli e di interi gruppi etnici: è un dovere per le nazioni e la comunità internazionale”. Nasce così il diritto all’ingerenza. Concetto formalizzato dal cardinale Segretario di Stato Angelo Sodano il 7 agosto 1992: “Per frenare queste guerre, recare soccorso alle popolazioni e per indagare sulle accuse di atrocità in campi di concentramento, per i quali la Santa Sede ha notizie più che sicure, gli Stati europei e le Nazioni Unite hanno il dovere e il diritto di ingerenza, per disarmare chi vuole uccidere”.</p>
<p>Il 2 novembre 1993 Sua Santità ribadì il concetto, ufficializzandone il principio, in una celebre intervista a Jas Gawronski de La Stampa. La mise così: «Quello che io voglio dire è che in caso di aggressione, bisogna togliere all&#8217;aggressore la possibilità di nuocere. È una differenza forse sottile, ma secondo la dottrina tradizionale della Chiesa la guerra giusta è solamente quella di difesa». La Chiesa di Papa Giovanni Paolo II, dunque, fu capace di una distinzione fondamentale: condannava la guerra dell’aggressore ma legittimava la guerra dell’aggedito. Non esattamente la posizione di Papa Francesco.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/04/27/news/papa_francesco_si_appropria_della_pace_di_wojtyla_impropriamente-15738680/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-pacifismo-di-wojtyla-ha-poco-in-comune-con-quello-di-papa-francesco/">Il “pacifismo” di Wojtyla ha poco in comune con quello di Papa Francesco</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>#LaFLEalMassimo &#8211; Se l’Ucraina perde, perdiamo tutti</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-se-lucraina-perde-perdiamo-tutti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Parrinello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Apr 2024 10:30:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#laFLEalMassimo]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2024]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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		<item>
		<title>Dalla Russia all’Iran, quando le guerre sortiscono risultati contrari a quelli voluti</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dalla-russia-alliran-quando-le-guerre-sortiscono-risultati-contrari-a-quelli-voluti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Apr 2024 16:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Salvo rare, rarissime eccezioni, è dai tempi della guerra britannica all’Argentina per il controllo delle Isole Falkland che i conflitti armati falliscono gli obiettivi che si erano prefissi. Accade più spesso che, in ossequio a quella che i politologi chiamano eterogenesi dei fini e gli antichi greci chiamavano nemesi, le guerre sortiscano effetti radicalmente contrari [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Salvo rare, rarissime eccezioni, è dai tempi della guerra britannica all’Argentina per il controllo delle Isole Falkland che i conflitti armati falliscono gli obiettivi che si erano prefissi. Accade più spesso che, in ossequio a quella che i politologi chiamano eterogenesi dei fini e gli antichi greci chiamavano nemesi, le guerre sortiscano effetti radicalmente contrari a quelli voluti. Emblematico il caso ucraino. Prima del febbraio 2022, la Nato era considerata da più d’uno tra i suoi stessi membri un’alleanza moribonda e sostanzialmente fuori dal tempo, da Obama in poi gli Stati Uniti si stavano programmaticamente ritirando dal mondo, l’Europa non era mai stata così affrancata dall’influenza americana.</p>
<p>Poi, il 24 febbraio, Vladimir Putin ebbe la bella idea di invadere l’Ucraina. Doveva essere una guerra lampo; un conflitto finalizzato ad aggiungere un tassello territoriale al redivivo impero russo su modello sovietico, ad ufficializzare la marginalità dell’Alleanza Atlantica, a proiettare l’ombra dell’orso russo su un’Europa ormai sottratta al protettore americano. Non uno di questi obiettivi si è realizzato. Anzi, di ciascuno si è realizzato l’esatto contrario: dopo due anni, la guerra è ancora in corso; l’Alleanza Atlantica non è mai stata così carica di energie e di futuro, tanto da attrarre paesi storicamente neutrali come la Svezia e la Finlandia; gli Stati Uniti si sono parzialmente riappropriati del proprio ruolo storico di gendarme planetario e la vecchia Europa si è ritrovata nuovamente sotto l’influenza politica americana. Un capolavoro. O, meglio, una perfetta eterogenesi dei fini. Qualcosa del genere sembra, anche se è ancora presto per dirlo, accadere oggi in Medio Oriente. Lo suggeriscono almeno quattro dati di fatto. Le centinaia di missili e di droni lanciati dall’Iran sul territorio israeliano hanno provocato un’unica vittima, restituendo di conseguenza alle strutture tecnologiche e di intelligence dello Stato ebraico il prestigio di cui godevano prima della spaventosa debacle del 7 ottobre. L’attacco diretto ha ricompattato la comunità internazionale attorno ad Israele, eclissando almeno per qualche giorno il dibattito sulla presunta sproporzione della reazione israeliana a Gaza. Se, armando la mano di Hamas, l’obiettivo dell’Iran era quello di far saltare il riconoscimento diplomatico di Israele da parte di paesi arabi come gli Emirati, il Bahrein, il Sudan e il Marocco realizzato nell’agosto 2020 dall’amministrazione Trump con gli Accordi di Abramo, l’offensiva iraniana ne ha invece rivitalizzato il senso, tanto da indurre la Giordania a schierare le proprie batterie antiaeree in difesa di Israele e l’Arabia Saudita a mettere a disposizione dello Stato ebraico i propri sistemi radar, come del resto hanno fatto anche gli Emirati Arabi. Osserviamo, infine, che tradizionali alleati di Teheran come Cina, Quatar e Russia non hanno avallato l’iniziativa bellica, preferendo invece lanciare accorati appelli alla moderazione.</p>
<p>Se, come diceva Agatha Christie, tre indizi fanno una prova, in questo caso di indizi ne abbiamo già quattro. Cinque, volendo prendere per buona la testimonianza del palestinese Sami al-Ajrami, il quale su Repubblica scrive che “a Gaza solo il 10% della popolazione pensa che l’Iran sia un alleato affidabile”. Disponiamo, dunque, di materiale sufficiente per ipotizzare che, come la guerra di Putin all’Ucraina, anche la guerra dell’Iran ad Israele sia soggetta a quell’eterogenesi dei fini che, assecondando il capriccio degli dei, tante volte in passato ha scompaginato i disegni e agitato i sonni di una moltitudine di capi di Stato e di governo, democratici o autoritari che fossero.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/esteri/2024/04/17/news/dallucraina_alliran_la_nemesi_delle_guerre-15661084/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
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		<title>#laFLEalMassimo – Conte e la paura della Guerra</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-conte-e-la-paura-della-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Parrinello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Mar 2024 11:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#laFLEalMassimo]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2024]]></category>
		<category><![CDATA[conte]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe class="" title="" src="https://www.youtube.com/embed/F7cRV2qI_WE" width="928" height="522" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>La guerra di Macron: non temerla per evitarla</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-guerra-di-macron-non-temerla-per-evitarla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2024 16:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[macron]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se, tra la fine della Seconda guerra mondiale nel 1945 e la dissoluzione dell’Unione sovietica nel 1991, la guerra tra le liberaldemocrazie occidentali riunite nell’Alleanza atlantica e il blocco comunista egemonizzato dalla Russia da “fredda” quale fu qualificata da George Orwell non divenne mai “calda” fu grazie al principio della dissuasione. Principio reso efficace dal [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se, tra la fine della Seconda guerra mondiale nel 1945 e la dissoluzione dell’Unione sovietica nel 1991, la guerra tra le liberaldemocrazie occidentali riunite nell’Alleanza atlantica e il blocco comunista egemonizzato dalla Russia da “fredda” quale fu qualificata da George Orwell non divenne mai “calda” fu grazie al principio della dissuasione. Principio reso efficace dal fatto che entrambi i belligeranti disponevano di arsenali atomici. Nel fondamentale “Pace e guerra tra le nazioni”, Raymond Aron la spiegò così: “La dissuasione dipende tanto dai mezzi materiali di cui dispone lo stato che vuol fermarne un altro, quanto dalla risolutezza che lo stato oggetto di dissuasione attribuisce allo stato che lo minaccia di una sanzione”. La risolutezza, dunque, fu l’elemento chiave.</p>
<p>Per Stalin e per i suoi successori alla guida dell’impero sovietico fu chiaro che ogni loro azione offensiva avrebbe determinato una reazione uguale e contraria. Se attacchi un alleato subirai un attacco da parte dell’Alleanza, se schieri i missili SS20 contro l’Europa noi schiereremo gli euromissili, se usi l’atomica useremo l’atomica anche noi. Funzionò. E funzionò perché l’Occidente non mostrò di aver paura della guerra. Persino di una guerra nucleare.</p>
<p>Altro che alzare “bandiera bianca”… A garantire la pace, allora, fu l’evocazione della guerra.</p>
<p>Difficile non ricordare questa lezione della storia osservando le reazioni odierne del contesto occidentale alle prese con l’analogo espansionismo imperiale russo in Ucraina. Espansionismo incoraggiato dalle manifestazioni di debolezza dell’Occidente. Vladimir Putin occupò la Crimea dopo che le forze occidentali si erano mostrate così deboli da chiedere il suo aiuto in Siria. E attaccò l’Ucraina dopo la precipitosa ritirata degli Stati Uniti dall’Afghanistan. La geopolitica dipende dalla forza, ogni manifestazione di debolezza apre un vuoto che l’avversario sarà fisiologicamente incoraggiato ad occupare.</p>
<p>È per questo che la risposta giusta alla minaccia nucleare agitata da Putin sarebbe stata un’analoga minaccia nucleare. È per questo che la possibilità avanzata dal presidente francese Emmanuel Macron di schierare truppe di terra come estrema ratio per difendere l’Ucraina avrebbe dovuto diventare coro nell’ambito dei paesi Nato. Invece sì sono sfilati tutti, Italia compresa. E sfilandoci abbiamo dimostrato che siamo in effetti “stanchi” di questo conflitto, abbiamo ammesso che i nostri governi sono limitati dall’indifferenza delle rispettive opinioni pubbliche, abbiamo reso palese il fatto che siamo pronti a tutto, tranne che a combattere. Un inaspettato conforto alle ambizioni imperialiste dell’autocrate russo, secondo il quale la più grande tragedia del Novecento non fu l’Olocausto o le due guerre mondiali, ma il dissolvimento di quell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche con cui Santa Madre Russia ammantava il proprio eterno sogno di grandezza.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/03/17/news/la_guerra_di_macron_non_averne_paura_per_evitarla-15406781/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
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		<title>Su Kiev trionfa l’Europa dei ragionieri</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/su-kiev-trionfa-leuropa-dei-ragionieri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Parrinello]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Mar 2024 16:50:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[macron]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;unica cosa peggiore del dividersi fra alleati, nel momento più drammatico di una guerra, è il farlo pubblicamente. E l’unica cosa peggiore del dividersi pubblicamente, di fronte a una minaccia che di comune accordo viene definita «esistenziale», è il gestirla come fosse un problema contabile. Eppure, di fronte all’aggressione di Vladimir Putin all’Ucraina e all’ordine [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;unica cosa peggiore del dividersi fra alleati, nel momento più drammatico di una guerra, è il farlo pubblicamente. E l’unica cosa peggiore del dividersi pubblicamente, di fronte a una minaccia che di comune accordo viene definita «esistenziale», è il gestirla come fosse un problema contabile. Eppure, di fronte all’aggressione di Vladimir Putin all’Ucraina e all’ordine internazionale, i governi europei stanno riuscendo a inanellare tutti questi errori con stupefacente naturalezza. Rientra senz’altro in questa categoria l’ultima uscita di Emmanuel Macron. Lunedì il presidente francese si è rifiutato di escludere un impegno dei militari europei in Ucraina contro la Russia, ma lo ha fatto senza prima aver costruito neanche un embrione di consenso su un’idea dirompente come sfidare sul campo di battaglia la seconda superpotenza nucleare del pianeta. Così, in un colpo solo, Macron è riuscito in una serie di evitabili sbandate. Ha esposto le divisioni fra i Paesi europei, ma soprattutto la loro confusione strategica quanto alla risposta da dare a Vladimir Putin. Ed ha esposto se stesso ad accuse di ipocrisia da parte degli altri governi, perché la Francia non sembra affatto primeggiare in Europa per il sostegno all’Ucraina.<br />
Secondo i dati riportati dal Kiel Institute for the World Economy, gli aiuti francesi a Kiev varrebbero in totale 640 milioni di euro: in valore assoluto, circa la metà di quelli della Repubblica Ceca; in percentuale alle dimensioni dell’economia, il totale del sostegno di Parigi all’Ucraina sarebbe inferiore a quello dell’Ungheria filorussa di Viktor Orbán. Va aggiunto qui per onestà che, secondo lo stesso istituto di Kiel, il sostegno militare italiano all’Ucraina sarebbe di appena 30 milioni di euro superiore a quello di Parigi; e che la Germania in due anni ha fornito dieci volte più aiuti di Italia e Francia, in proporzione alle dimensioni delle rispettive economie. A Roma si contestano queste cifre, osservando che esse non terrebbero conto di certi aiuti che il governo italiano preferisce non rendere noti. Ma, anche così, incolpare il Congresso americano perché tiene bloccato il pacchetto da 60 miliardi di dollari per Kiev sarebbe ipocrita: i nodi europei ormai vengono al pettine, impossibili da dissimulare.</p>
<p>Prendiamo quel che è accaduto mercoledì a Bruxelles fra gli ambasciatori dei Ventisette. Si discuteva dello «Ukraine Assistance Fund», un fondo da cinque miliardi l’anno per comprare armi da dare a Kiev. Servono, urgentemente, tre milioni di proiettili da 155 millimetri all’anno. È il razionamento in Ucraina di queste munizioni che spiega le recenti avanzate russe. Il problema è che in Europa — per ragioni che spiegheremo tra un attimo — mancano i proiettili da comprare. Mercoledì Italia e Olanda hanno dunque proposto di usare i fondi europei per comprare al più presto pezzi da 155 millimetri sul mercato mondiale, in modo da mandarli a Kiev prima che sia tardi. La proposta non è passata: la Francia si è opposta. Il motivo? Dovremmo comprare solo munizioni «made in the EU», cioè spesso «in France», perché va costruita l’«autonomia strategica» dell’industria europea della difesa: obiettivo in sé nobile, peccato che nel frattempo l’Ucraina viene distrutta dall’artiglieria russa. Usare una tragica guerra come strumento di politica industriale non sembra un colpo di genio. Ma prendersela con i protagonismi di Macron sarebbe troppo facile, perché gli errori sono di tutti. Italia e Germania incluse.</p>
<p>Berlino, quanto allo «Ukraine Assistance Fund», sembra ossessionata da un astruso problema di contabilità del suo contributo. E l’Italia è fra i governi che hanno insabbiato a Bruxelles l’idea di dare priorità all’invio di munizioni a Kiev, rispetto alle spedizioni già concordate verso Paesi terzi. La Commissione Ue si era persino offerta di pagare lei stessa le penali, in caso di problemi sui contratti per forniture in ritardo a governi lontani (spesso, del Golfo). Invece l’interesse commerciale immediato ha prevalso &#8211; «teniamoci buoni nostri clienti» &#8211; quindi quasi metà delle munizioni europee continua a partire per continenti lontani, mentre l’Ucraina sanguina. Difficile perseguire degli obiettivi strategici, quando prevalgono le frasi grandiose, gli approcci ragionieristici, i calcoli commerciali. Correttamente, i governi europei definiscono «esistenziale» la minaccia di Putin e vogliono contrastarla. È ora di mettere più coerenza fra le parole, le photo opportunity e gli atti. Non è tardi per riuscirci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/24_febbraio_29/europa-sbanda-sull-ucraina-855b60dc-d742-11ee-975a-6160745d9362.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>La Schlein come il Papa invoca la “pace” senza dire come</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-schlein-come-il-papa-invoca-la-pace-senza-dire-come/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Feb 2024 10:49:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Elly Schlein]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Pacifismo]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è sempre da preoccuparsi, o quantomeno da scoraggiarsi, quando un leader politico parla come fosse il Papa. C’è da preoccuparsi, o da scoraggiarsi, perché, quando accade, significa che la politica ha smarrito la bussola e, abbandonata la via del realismo, procede a tentoni lungo i labirinti dell’utopia. I capi religiosi possono, e per certi aspetti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-schlein-come-il-papa-invoca-la-pace-senza-dire-come/">La Schlein come il Papa invoca la “pace” senza dire come</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è sempre da preoccuparsi, o quantomeno da scoraggiarsi, quando un leader politico parla come fosse il Papa. C’è da preoccuparsi, o da scoraggiarsi, perché, quando accade, significa che la politica ha smarrito la bussola e, abbandonata la via del realismo, procede a tentoni lungo i labirinti dell’utopia. I capi religiosi possono, e per certi aspetti debbono, lasciarsi guidare dall’etica dei principi; i capi politici debbono, o meglio dovrebbero, seguire unicamente l’etica della responsabilità. Ovvero, adattare i principi alle loro possibilità concrete di realizzazione e quando enunciano gli uni preoccuparsi sempre di indicare le altre.</p>
<p>Intervistata dal Corriere della Sera, Elly Schlein ha parlato come fosse il Papa. Cosa significa, infatti, appellarsi al governo italiano affinché assuma una “iniziativa di pace” in Medio Oriente? Mistero. Se la segretaria del Pd ritiene che a minacciare la pace sia il presidente israeliano Benjamin Netanyahu, le sue parole lasciano intendere che la capacità di persuasione del ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani sia superiore a quella del segretario di Stato americano Antony Blinken. Il che appare francamente improbabile. Se invece ritiene che a minacciare la pace sia l’indisponibilità di Hamas a rilasciare gli ostaggi sequestrati dopo il pogrom del 7 ottobre, beh, avrebbe fatto meglio a dirlo chiaramente. Ma non l’ha fatto. E non è francamente probabile che fosse questo il senso del suo tanto accorato quanto generico appello. E allora, che senso ha avuto l’uscita “pacifista” di Elly Schlein? Semplice, non ha avuto alcun senso. Alcun senso politico.</p>
<p>Era già capitato a Matteo Salvini rispetto alla guerra in Ucraina. Più volte il leader della Lega ha invocato la “pace” citando il Papa, più volte ha teorizzato una non meglio identificata “soluzione diplomatica” in apparente sintonia con la Santa Sede. Un atteggiamento irresponsabile, che mal si concilia con i ripetuti voti della Lega a favore dell’invio di armi all’Ucraina e che ha avuto come unico scopo quello di strizzare l’occhio all’elettorato del centrodestra più incline ad infischiarsene del destino del popolo ucraino, e con esso della democrazia in Europa. Lo schema utilizzato da Elly Schlein rispetto al conflitto mediorientale è analogo. Si capisce che, come buona parte della propria base elettorale, la segretaria del Pd ritiene che a recitare la parte del cattivo in Medio Oriente sia lo Stato di Israele. Ma non ha il coraggio di dirlo né di indicare sbocchi politici conseguenti. Non le resta, dunque, che invocare la “pace” come il Papa, nella speranza che tanta vacuità non le attiri il risentimento sia dei suoi elettori filoisraeliani sia di quelli filo Hamas.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/02/12/news/cara_schlein_solo_il_papa_puo_invocare_la_pace_senza_spiegare_come-15120520/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-schlein-come-il-papa-invoca-la-pace-senza-dire-come/">La Schlein come il Papa invoca la “pace” senza dire come</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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