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	<title>Ttip Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Ttip Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Giacalone vs Rossi de Vermandois, vince la voglia di confrontarsi e di approfondire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jun 2017 12:58:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attività 2017]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[libero scambio]]></category>
		<category><![CDATA[protezionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Ttip]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rafforzare le convinzioni o confondere le idee sui temi del libero mercato, protezionismo, immigrazione, euro e Brexit. Erano due degli obiettivi dell’evento “Libero scambio o protezionismo? CETA, TTIP e non solo” svoltosi presso la Fondazione Einaudi il 14 giugno 2017. E dall’entusiasmo dei protagonisti e dei presenti, pare essere stati raggiunti a pieni voti. Merito [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giacalone-vs-rossi-de-vermandois-vince-la-voglia-di-confrontarsi-e-di-approfondire/">Giacalone vs Rossi de Vermandois, vince la voglia di confrontarsi e di approfondire</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Rafforzare le convinzioni o confondere le idee sui temi del libero mercato, protezionismo, immigrazione, euro e Brexit. <strong>Erano due degli obiettivi</strong> dell’evento “Libero scambio o protezionismo? CETA, TTIP e non solo” svoltosi presso la Fondazione Einaudi il 14 giugno 2017.</p>
<p>E dall’entusiasmo dei protagonisti e dei presenti, pare essere stati raggiunti a pieni voti.</p>
<p>Merito degli &#8220;sfidanti&#8221; <strong>Davide Giacalone</strong> e <strong>Guido Rossi de Vermandois</strong>, merito del moderatore <strong>Luca Bellardini </strong>(Radioluiss), che ha condotto il confronto con ritmo e cognizione.</p>
<p><strong>Merito del format dinamico</strong> (2 visioni “relativamente” diverse a confronto, 10 domande, 3 minuti a risposta) e soprattutto merito del pubblico accorso numeroso e partecipe.</p>
<p><strong>Chi ha vinto, chi ha perso?</strong> Per noi hanno vinto tutti e due perché hanno esposto le loro tesi in maniera chiara, breve (il countdown dei 3 minuti serviva proprio a questo) e circostanziato.</p>
<p>Rivivi l’evento attraverso le foto e video</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=G6-J8dJqKkU">https://www.youtube.com/watch?v=G6-J8dJqKkU</a></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=DVHq4phblSs">https://www.youtube.com/watch?v=DVHq4phblSs</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giacalone-vs-rossi-de-vermandois-vince-la-voglia-di-confrontarsi-e-di-approfondire/">Giacalone vs Rossi de Vermandois, vince la voglia di confrontarsi e di approfondire</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Dopo il no della Vallonia un manifesto a difesa del libero scambio</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dopo-il-no-della-vallonia-un-manifesto-a-difesa-del-libero-scambio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2016 08:41:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dicono di Noi]]></category>
		<category><![CDATA[comitato libero commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Ttip]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Il resoconto del Sole 24 Ore sull'evento "Liberiamo il commercio" tenutosi presso la Fondazione Einaudi il 25 ottobre 2016[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dopo-il-no-della-vallonia-un-manifesto-a-difesa-del-libero-scambio/">Dopo il no della Vallonia un manifesto a difesa del libero scambio</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Ceta è moribondo, il Ttip pure. L’agonia degli accordi di libero scambio che faticosamente la Ue sta cercando di portare al traguardo &#8211; il primo con il Canada, il secondo con gli Stati Uniti &#8211; non scoraggia gli adepti di Adam Smith e David Ricardo che hanno presentato a Roma, nella sede della <strong>Fondazione Einaudi</strong>, un manifesto a sostegno del libero commercio. La sinergia tra la Fondazione e The Adam Smith Society ha portato a un Comitato che ha tra i sostenitori Alessandro De Nicola, Benedetto Della Vedova, Giuseppe Benedetto, Riccardo Gallo, Marco Marazzi, Salvatore Rebecchini.</p>
<p><strong>Dopo il clamoroso veto del Parlamento vallone</strong><br />
Le idee raccolte nel manifesto, e discusse in un incontro al quale ha partecipato anche il ministro dello Sviluppo economico <strong>Carlo Calenda</strong>, partono dai recenti sviluppi di cronaca che hanno visto il Parlamento vallone opporsi alla ratifica del Ceta compromettendo tutto il percorso di approvazione del Trattato. Ma non manca ovviamente il riferimento all’impasse in cui è finito il <strong>Ttip</strong>, la cui firma con gli Usa entro la fine del mandato Obama appare ormai impossibile. «Rallentamenti &#8211; si legge nel manifesto &#8211; che hanno riguardato non solo il Ttip ma anche per esempio l’accordo di libero scambio tra Ue e il Mercosur; rallentamenti dovuti soprattutto all’estrema politicizzazione dei negoziati e ad un’opinione pubblica sospettosa delle “lobby” che possono influenzare il contenuto degli accordi e che mette sempre più in dubbio i frutti della globalizzazione».</p>
<p><strong>L’importanza di abbattere le barriere non tariffarie</strong><br />
Gli accordi di “nuova generazione” hanno l’ambizione di andare oltre l’abolizione o la diminuzione dei dazi doganali, mettendo per certi versi in posizione ancora più centrale l’abbattimento delle cosiddette barriere non tariffarie e concentrandosi ad esempio sul tema di standard normativi che possano essere reciprocamente riconosciuti se non condivisi. «Noi riteniamo &#8211; prosegue il manifesto &#8211; che, sebbene esistano delle criticità che vanno risolte, sia gli accordi di “nuova generazione” con gli Usa e il Canada che l’accordo con il Mercosur costituiscano importanti e rare occasioni di crescita per l’economia italiana e per l’economia della Ue nel suo complesso». Il Comitato istituito da Fondazione Einaudi e The Adam Smith Society preannuncia un ruolo attivo nei prossimi mesi per illustrare «un quadro più oggettivo e completo della posta in gioco» e dei «meccanismi di controllo e autorizzazione esercitati sia dal Parlamento europeo che dai singoli governi sui negoziatori».</p>
<p><strong>Carmine Fotina</strong></p>
<p><a href="http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/notizie/2016-10-25/dopo-no-vallonia-manifesto-difesa-libero-scambio--152059.shtml?uuid=ADZpP5iB">Articolo pubblicato sul <em>Sole 24 Ore</em></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dopo-il-no-della-vallonia-un-manifesto-a-difesa-del-libero-scambio/">Dopo il no della Vallonia un manifesto a difesa del libero scambio</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>L’Italia non può imitare l’Estonia come consiglia l’obamiano Ross. Parola di Calenda</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/litalia-non-puo-imitare-lestonia-come-consiglia-lobamiano-ross-parola-di-calenda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2016 08:02:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dicono di Noi]]></category>
		<category><![CDATA[liberiamo il commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Ttip]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Formiche.net scrive dell'evento "Liberiamo il commercio" tenutosi presso la Fondazione Einaudi il 25 ottobre 2016[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/litalia-non-puo-imitare-lestonia-come-consiglia-lobamiano-ross-parola-di-calenda/">L’Italia non può imitare l’Estonia come consiglia l’obamiano Ross. Parola di Calenda</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Ttip? “<em>La mia impressione è che non si chiuderà</em>“. L’accordo di libero scambio con il Canada? “<em>Ormai si avvia ad essere bocciato</em>“. L’atteggiamento di Bruxelles? “<em>Da suicidio</em>“. Il ministro dello Sviluppo economico <strong>Carlo Calenda</strong> è tra i principali sostenitori in Europa di una politica commerciale fondata sulla strategia degli accordi bilaterali, per rilanciare il libero scambio internazionale e correggere le distorsioni della globalizzazione. Non a caso ha pure firmato l’appello contro il nuovo protezionismo promosso da economisti, giuristi e intellettuali di area liberale tra cui il presidente dell’Istituto Bruno Leoni <strong>Franco Debenedetti</strong>, il giuslavorista – e senatore Pd – <strong>Pietro Ichino</strong> e il presidente del consiglio di sorveglianza della Banca Popolare di Milano <strong>Nicola Rossi</strong>.</p>
<p>Da quell’iniziativa è nato il Comitato per il Libero Commercio che si è riunito oggi nella sede della <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/organi/" target="_blank">Fondazione Einaudi</a>presieduta da <strong>Giuseppe Benedetto</strong> alla presenza, tra gli altri, del numero uno della Adam Smith Society <strong>Alessandro De Nicola</strong>, del presidente di Simest <strong>Salvatore Rebecchini</strong>, del sottosegretario agli Affari esteri <strong>Benedetto Della Vedova </strong>e dell’economista <strong>Riccardo Gallo</strong>.</p>
<p>Con loro c’era anche Calenda che ha approfittato dell’occasione per fare il punto su quanto sta accadendo a livello internazionale dopo i ritardi accumulati nella ratifica del Ttip tra Unione Europea e Stati Uniti e il no del Parlamento della Vallonia al Ceta con il Canada. “<em>Fin dall’inizio sono rimasti fuori dalle trattative gli argomenti più controversi e meno condivisi, come gli OGM, i servizi pubblici e il tema dei diritti</em>“, ha sottolineato Calenda. Eppure il Ttip rischia seriamente di fallire: “<em>La mia impressione è che non si chiuderà</em>“. Lo stesso pessimismo il ministro lo ha manifestato a proposito dell’accordo commerciale con il Canada: “<em>Si sta avviando ad essere bocciato</em>“.</p>
<p>Ma perché si è arrivati a questo punto? “<em>Sta diventando impossibile portare le discussioni su un piano razionale</em>. <em>Queste bocciature derivano dalla critica feroce che si sta affermando in Occidente nei confronti della globalizzazione”</em>. Dubbi che – a parere del ministro – trovano una giustificazione nel modo in cui la stessa globalizzazione è stata raccontata a partire dagli anni ’90, in particolare dai fautori della cosiddetta terza via, i cui principali rappresentanti possono essere considerati <strong>Bill Clinton</strong> e <strong>Tony Blair</strong>: “<em>E’ stata descritta come la panacea di tutti i mali, come fenomeno ad una faccia che avrebbe fatto trionfare la democrazia e la ricchezza in tutto il mondo</em>“. Convinzioni sostenute da politologi e saggisti come <strong>Francis Fukuyama</strong> autore de <em>La fine della storia</em> e <strong>Thomas Friedman</strong> che ha scritto, invece, <em>Mondo piatto</em>. I loro testi descrivono le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione, contro le quali hanno preso, però, la parola altri studiosi, tra cui <strong>Samuel Huntington</strong> con il suo <em>Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale</em>. Calenda ha sottolineato di aderire al secondo e non al primo filone di pensiero: “<em>Che la globalizzazione sia stato un fenomeno che a un certo punto si è squilibrato è innegabile</em>“.</p>
<p>Necessario, dunque, trovare un nuovo equilibrio perché – ha osservato il ministro – “<em>la globalizzazione e il libero scambio sono buoni solo se governati e gestiti. Nessuno vuole vivere nella giungla. Per questa ragione il riformismo è andato in crisi ovunque nel mondo</em>“. Occorrono “<em>un approccio non ideologico</em>” e l’ammissione che questi fenomeni “<em>non si governano da soli</em>“. In questo senso Calenda si è detto convinto che “<em>gli accordi bilaterali con Canada e Stati Uniti siano fondamentali per riprendere in mano il timone</em>“. Ma il rischio – lo ha riconosciuto chiaramente – è che sia troppo tardi: “<em>Sul CETA la Commissione europea si è suicidata. Se tu ti fermi per il no della Vallonia, nessuno vorrà più negoziare con te</em>“.</p>
<p>Lo stesso discorso – ha rilevato – deve essere fatto a proposito dell’innovazione tecnologica che, al pari del libero scambio, è importantissima per creare ricchezza e abbattere la povertà e le disuguaglianze, a patto però “<em>di essere gestita</em>“. Quello che i governi non dovrebbero fare – ha di fatto dichiarato Calenda – è avere in materia l’approccio del guru obamiano <strong>Alec Ross</strong> (autore del bestseller internazionale <em>Il nostro futuro</em>, presentato a Roma prima dell’estate insieme con <strong>Matteo Renzi</strong>) con cui si è confrontato qualche settimana fa: “<em>Ha detto che l’Italia dovrebbe fare come l’Estonia: puntare tutto sull’innovazione tecnologica e lasciar perdere i lavori manuali che sono destinati a non avere futuro</em>“. Una scelta dolorosa per il nostro sistema manifatturiero, ma secondo Ross – ha rivelato Calenda – “<em>andrebbe bene così, perché ci sarebbe chi vince e chi perde</em>“. “<em>Si tratta dello stesso errore compiuto negli anni ’90 con la globalizzazione: è anche da questo modo di fare e di pensare che emergono i</em> <strong>Trump </strong><em>e i populismi vari</em>“, ha ribadito prima di aggiungere ancora: “<em>Lo ripeto con forza: questi temi vanno affrontati in modo non ideologico</em>“.</p>
<p>Infine, il ministro ha fatto un cenno anche alle ricette economiche da mettere in campo per mettersi alle spalle la crisi politica ed economica che attraversa l’Unione Europea: “<em>Il pareggio di bilancio è l’ultima cosa di cui l’occidente ha bisogno in questa fase. E lo dice chi è stato montiano. Oggi occorrono investimenti per ricostruire la fiducia delle imprese e dei cittadini</em>“.</p>
<p>Un obiettivo, quest’ultimo, da raggiungere anche grazie al Ttip, che – ha chiarito il presidente di Simest Rebecchini – “<em>è molto importante per il nostro Paese</em>“. Salutare per l’economia italiana sarebbe, in particolar modo, la parte del trattato che elimina le barriere non tariffarie e che dispone la cosiddetta convergenza normativa tra Usa ed Europa. Il motivo? Rendere più semplici le esportazioni, soprattutto dal punto di vista delle aziende: “<em>Oltre il 65% delle imprese che esportano ha meno di 9 dipendenti, mentre soltanto il 5% ne ha più di 250. Ciò indica chiaramente che la nostra struttura esportativa necessita di siglare accordi bilaterali</em>“. Opinione, ovviamente, condivisa da De Nicola, che ha sottolineato come il libero scambio serva “<em>a garantire il movimento delle persone, a migliorare la concorrenza e ad aumentare l’apertura verso l’esterno. Pure gli economisti – che di solito non sono d’accordo quasi su niente – condividono l’idea che il free trade sia benefico</em>“.</p>
<p>Il professor Gallo ha, invece, ricordato l’impegno profuso dal leader repubblicano <strong>Ugo La Malfa</strong> per la causa del libero commercio: nel 1951 – durante il settimo governo a guida <strong>De Gasperi</strong>– La Malfa, da ministro del Commercio estero, si batté affinché fossero smantellati dazi doganali e tariffe sulle importazioni nei rapporti con gli altri paesi europei. Una decisione – ha raccontato Gallo – la cui importanza fondamentale sarà riconossiuta quarant’anni dopo da <strong>Guido Carli</strong>, convinto che anche grazie alla liberalizzazione decisa da La Malfa l’Italia si sia avviata negli anni ’50 alla stagione indimenticabile del boom economico.</p>
<p>Andrea Picardi</p>
<p><a href="http://formiche.net/2016/10/25/italia-estonia-ross-parla-calenda/#.WA_B9HIqtmQ.facebook">L&#8217;articolo pubblicato su formiche.net</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>“Liberiamo il commercio”: nuove sfide per i liberali</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/liberiamo-il-commercio-nuove-sfide-per-i-liberali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Oct 2016 11:50:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attività 2016]]></category>
		<category><![CDATA[Rassegna video]]></category>
		<category><![CDATA[liberiamo il commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Ttip]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]L'evento del 25 ottobre ha riunito diverse anime liberali sul tema del Ttip. Per Benedetto è necessario essere uniti per realizzare riforme liberali[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/liberiamo-il-commercio-nuove-sfide-per-i-liberali/">“Liberiamo il commercio”: nuove sfide per i liberali</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Promuovere il dibattito sul TTIP e, più in generale, sulla liberalizzazione del commercio e degli investimenti a livello globale. È stato questo uno dei temi emersi dalla conferenza stampa <strong>“Liberiamo il commercio”</strong>, tenutasi il 25 ottobre presso la sede della Fondazione Eiinaudi.</p>
<p>Un obiettivo tutt’altro che scontato, come ha sottolineato il Ministro dello Sviluppo Economico <strong>Carlo Calenda</strong> nel suo intervento: «Non è facile parlare oggi del libero scambio perché nel mondo occidentale c’è la sensazione che la globalizzazione sia stato un fenomeno sostanzialmente negativo, causa di molte ineguaglianze che si sono andate affermando».</p>
<p>Il motivo? L’approccio al tema. «La questione non dev’essere trattata in modo ideologico. Il libero commercio ha mostrato pregi e difetti: da una parte ha tirato fuori dalla povertà molte persone del mondo sottosviluppato, dall’altra ha polarizzato nella nostra società i perdenti e i vincenti, spazzando via molte delle imprese italiane».</p>
<p>All’evento, frutto della sinergia tra Fondazione e <strong>The Adam Smith Society</strong>, hanno partecipato autorevoli relatori, tutti firmatari del <a href="http://www.ilfoglio.it/economia/2016/09/03/globalizzazione-libero-mercato-contro-protezionismo___1-v-146835-rubriche_c174.htm">Manifesto del Libero Commercio</a>: il già citato Carlo Calenda, Benedetto Della Vedova, Giuseppe Benedetto, Riccardo Gallo, Marco Marazzi, Salvatore Rebecchini. e Alessandro De Nicola, quest’ultimo nella tripla veste di moderatore, promotore e relatore.</p>
<p>Tra gli spunti della giornata, non è passato inosservato l’auspicio del <strong>Presidente Benedetto</strong>. «Spero che in futuro i liberali possano avere un ruolo sempre più decisivo nella vita del Paese», ha detto l’avvocato siciliano durante l’apertura dei lavori. «In futuro serve unità d’intenti per promuovere e realizzare riforme liberali.” Parole che speriamo possano essere raccolte.[spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/xerFthnFJso" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/liberiamo-il-commercio-nuove-sfide-per-i-liberali/">“Liberiamo il commercio”: nuove sfide per i liberali</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Quanto vale il libero scambio</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quanto-vale-il-libero-scambio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Oct 2016 18:36:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[libero scambio]]></category>
		<category><![CDATA[Ttip]]></category>
		<category><![CDATA[ue]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;ennesima sessione di negoziati tra Unione europea e Stati Uniti relativa al Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti, meglio conosciuto come Ttip, si è conclusa con lenti progressi ma non sufficienti a imprimere una svolta a una trattativa che ormai va avanti da anni tra frenate ed accelerazioni. Tuttavia, l&#8217;attenzione dell&#8217;opinione pubblica europea [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quanto-vale-il-libero-scambio/">Quanto vale il libero scambio</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ennesima sessione di negoziati tra Unione europea e Stati Uniti relativa al Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti, meglio conosciuto come <strong>Ttip</strong>, si è conclusa con lenti progressi ma non sufficienti a imprimere una svolta a una trattativa che ormai va avanti da anni tra frenate ed accelerazioni. Tuttavia, l&#8217;attenzione dell&#8217;opinione pubblica europea si è solo recentemente concentrata sulle vicende di questo partenariato, sull&#8217;onda del sentimento populistico e <strong>no-global</strong> che la pervade.</p>
<p>Alcuni temi che vengono negoziati tra Usa ed Europa e dove ci sono legittime divergenze, normali e presenti anche quando si contratta il prezzo di un appartamento, vengono presentati come complotti di &#8220;informi&#8221; multinazionali a scapito delle piccole imprese e dei cittadini. Si agita lo spettro di danni alla salute dei consumatori, di cessione di sovranità a tribunali arbitrali privati e così via.</p>
<p>Ma come funziona in realtà e a cosa serve la politica commerciale europea? Prima di tutto è bene sapere che l&#8217;Unione europea ha competenza esclusiva sul <strong>commercio internazionale</strong>. In altre parole non c&#8217;è la possibilità per l&#8217;Italia di fare un accordo separato con gli Usa, il Canada o chicchessia. Ciò rappresenta sicuramente un vantaggio, perché fa sì che economie tutto sommato simili e con un corpus di norme comuni possano negoziare con altre nazioni in una posizione più forte.</p>
<p>Inoltre, nel corso degli anni si è formato un gruppo di funzionari specializzati e sofisticati che sono in grado di capire i vari dossier con maggiore maestria dei singoli paesi: uno dei problemi posti da Brexit al Regno Unito è proprio quello di dover partire da zero nel ricostruire un dipartimento in grado di prendere in mano i complessi argomenti del commercio internazionale. Lo svantaggio è che, siccome non si possono completamente ignorare i governi, alcune posizioni protezionistiche di nazioni importanti (la Francia, ad esempio) diventano di tutti.</p>
<p>Con le sempre maggiori difficoltà incontrate dal <strong>Wto</strong>, l&#8217;Organizzazione Mondiale del Commercio, a concludere accordi globali che abbassino le tariffe e soprattutto le barriere non tariffarie, la Ue è progressivamente più impegnata in negoziati bilaterali con singoli Stati o associazioni di Paesi (come l&#8217;Asean, l&#8217;area di libero scambio del sud-est asiatico). Si tratta di una tendenza mondiale: non solo la Russia negozia free trade agreement con la Cina e l&#8217;India e queste tra di loro, ma sorgono come funghi trattati multilaterali, unioni doganali (in Africa e nel Pacifico si nota un particolare dinamismo), persino monete uniche o codici di commercio transnazionali (ancora una volta la giovane Africa va veloce).</p>
<blockquote><p>Non abbiamo idea di cosa vorrà dire tra qualche anno sedersi al tavolo con diplomatici cinesi rappresentanti un Pil doppio del nostro.</p></blockquote>
<p>Il trattato più importante recentemente firmato è il Tpp, tra gli Usa e un nutrito numero di Paesi che si affacciano sull&#8217;Oceano Pacifico, dal Giappone all&#8217;Australia, passando per Nuova Zelanda, Messico, Malesia, Singapore, Cile e così via. Gli Stati Uniti però devono ancora ratificarlo e, con le politiche neo-protezioniste proclamate da<strong> Trump</strong> e da<strong> Hillary Clinton</strong>, la sua entrata in vigore non è così certa.</p>
<p>L&#8217;Unione europea non sta con le mani in mano: nel 2011 ha concluso un patto di libero scambio con la<strong> Corea del Sud</strong> (il primo con un Paese asiatico) che ha avuto effetti spettacolari. Infatti le esportazioni di merci europee sono aumentate in meno di 5 anni del 55% (con percentuali più alte per quelle liberalizzate anche solo parzialmente) da 30 a 47 miliardi di euro, e anche la Corea ha aumentato il suo export, benché quello che prima era un deficit commerciale per il Vecchio continente si sia trasformato in un surplus di 6 miliardi di euro. Simili exploit si sono registrati nella prestazione transfrontaliera di servizi.</p>
<p>Bruxelles ha poi firmato il Ceta, vale a dire il trattato con il <strong>Canada</strong>, che ora, con curiosa procedura, dovrà passare non solo per il Parlamento europeo ma per tutti i parlamenti nazionali, dando così potere di ricatto a chiunque e come minimo allungando i tempi di entrata in vigore. Infine, l&#8217;Unione sta negoziando altri importanti accordi con il Giappone ( Japan Free Trade Agreement) , la Cina ( China Investment Agreement) e sta rivedendo trattati già in vigore o è seduta a nuovi tavoli con l&#8217;America Latina (Mercosur), l&#8217;Africa soprattutto Occidentale e l&#8217;Asia meridionale.</p>
<p>Perché sarebbe importante fare presto e concludere le negoziazioni in corso? Prima di tutto perché più si aspetta più si ritardano i benefici che ad esempio il libero scambio con la Corea ha reso evidenti. Inoltre, in un mondo in cui nel futuro prevedibile (agli scenari a 30 anni non ho mai creduto, ed empiricamente direi che è uno scetticismo ragionevole) il peso di Cina, India e Africa è destinato a crescere di più di quello dell&#8217;Europa, è bene che le regole del gioco del commercio mondiale siano impostate ora con quei Paesi con cui condividiamo valori e strutture politiche.</p>
<p>Se oggi come europei facciamo storie sulla presunta inflessibilità americana al tavolo delle trattative (che peraltro verte su punti non essenziali del Ttip), forse non abbiamo idea di cosa vorrà dire tra qualche anno sedersi al tavolo con diplomatici cinesi rappresentanti un Pil doppio del nostro.</p>
<p><strong>Alessandro De Nicola</strong>, <em>La Repubblica</em> 17 ottobre 2016</p>
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		<title>Merkel, Renzi, Hollande da suonatori a suonati</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/merkel-renzi-hollande-da-suonatori-a-suonati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Sep 2016 12:22:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[merkel]]></category>
		<category><![CDATA[renzi]]></category>
		<category><![CDATA[spesa improduttiva]]></category>
		<category><![CDATA[Ttip]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]I tre leader crollano tra profughi e austerità. Il premier Renzi continua a dar retta alla Cancelliera bocciata pure dai suoi elettori. L'analisi di Davide Giacalone[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il semiasse non regge. <strong>Merkel</strong> e <strong>Renzi</strong> si sono ben guardati dall&#8217;evocare l&#8217;immagine dell&#8217;asse, che porta ampiamente sfortuna, ma con ripetuti incontri, conditi con le solite parole di circostanza (quando mai s&#8217;è visto un governante che, di un collega democraticamente eletto, dica: sta facendo riforme di schifo?!), hanno provato a mettere in scena una semi-intesa. Dal Mecklemburgo-Pomerania alla Cina, però, si vede che non regge.</p>
<p>Laddove servono scelte nette, quel semiasse può produrre solo non scelte. Merkel può far finta di restare estasiata innanzi al <strong>Jobs Act</strong>, ma ricorda che le riforme Hartz furono quattro e le fece Schröder, che proprio lei batté alle elezioni. Renzi può mostrarsi commosso per la solidarietà tedesca innanzi al terremoto, ma la sola cosa arrivata è la promessa di costruzione di una scuola, manco fossimo un Paese in via di sviluppo. Il semiasse pretende di tenere assieme la supplica italiana di non dovere veramente ridurre il deficit e il debito e la pretesa tedesca che i patti sottoscritti siano rispettati. Laddove servirebbe l&#8217;opposto: seri <strong>tagli alla spesa corrente improduttiva</strong> e abbattimenti del debito, contemporaneamente creandone di federale per spingere gli investimenti. Scelte serie metterebbero in grave imbarazzo sia il governo tedesco che quello italiano, sicché si rimanda, lasciando che la sola politica economica esistente la faccia la Banca centrale europea.</p>
<p>Al G20 l&#8217;Unione europea sarebbe la zona più ricca e sviluppata, ma si presenta frammentata e rappresentata da nani ininfluenti. Chiede aiuto sull&#8217;immigrazione. I ricchi e forti chiedono aiuto. Ma a chi? Agli <strong>Usa</strong>, la cui storia depone all&#8217;opposto dell&#8217;Europa e la cui politica di frontiera è assai più dura della nostra? Alla <strong>Cina</strong>, che ha annesso aree esterne e solo di recente ha consentito che i propri cittadini si spostino liberamente all&#8217;interno del Paese? A chi? Scegliere significa avere una sola politica di frontiera, redistribuendo i profughi e facendo entrare solo gli immigrati di cui c&#8217;è bisogno. Ma il semiasse non può dirlo, perché la Germania ha improvvidamente provato a usare i profughi siriani come immigrati economici e l&#8217;Italia non sa distinguere gli uni dagli altri, buttando fuori i clandestini.</p>
<p>Intanto Usa e Cina chiudono accordi che vanno sotto il titolo del clima, ma hanno contenuti economici, mentre in Europa c&#8217;è chi ghigna per la tafazzata di avere proclamato morto il Trattato di libero scambio Atlantico (<strong>Ttip</strong>). Il tutto in un&#8217;inerzia che, per paura delle crescenti forze eurocritiche, finisce con il fornire loro buoni argomenti. Splende come il sole l&#8217;evidenza che i muri, commerciali e frontalieri, non risolveranno uno solo dei nostri problemi, creandone di altri e più gravi, ma le nuvole della paura e le tenebre del rinvio oscurano anche la luce stellare.</p>
<p>Il semiasse prova a guadagnare il tempo che porta ai referendum e alle elezioni politiche, in realtà spreca quello comprato dalla <strong>Bce</strong>. Taluno crede, o addirittura spera, che ciò conduca alla fine dell&#8217;Ue, in modo da tornare a un passato che non è mai esistito e che, per quel che è esistito, fa orrore. Credo, invece, che si dovranno fare le cose oggi rinviate quando sarà più difficile e costoso. E questa, sia chiaro, è la versione ottimistica.</p>
<p><strong>Davide Giacalone</strong>, <em>Il Giornale</em> del 6 settembre 2016</p>
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		<title>TTIP: la FLE nell&#8217;appello contro il nuovo protezionismo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ttip-anche-la-fle-nellappello-contro-il-nuovo-protezionismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Sep 2016 17:22:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attività 2016]]></category>
		<category><![CDATA[Ttip]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Contro il nuovo protezionismo  nasce un manifesto trasversale: ne fa parte anche la FLE[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Contro i teorici della chiusura. Contro i sabotatori dei trattati di libero scambio. Contro i nemici del mercato. Nasce un manifesto trasversale per la difesa della società aperta e del libero commercio. Tra le prime firme raccolte dalla Adam Smith Society, c&#8217;è la FLE.</p>
<p><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/09/Comitato-per-il-libero-commercio.pdf">Comitato per il libero commercio</a></p>
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		<title>Le virtù del libero scambio e i rischi del neo-protezionismo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-virtu-del-libero-scambio-e-i-rischi-del-neo-protezionismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Sep 2016 09:24:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[panebianco]]></category>
		<category><![CDATA[scambi]]></category>
		<category><![CDATA[Ttip]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, scrive del trattato tra Stati Uniti ed Europa (Ttip) che probabilmente non verrà  ratificato.[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph"><em>Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, scrive del trattato tra Stati Uniti ed Europa (Ttip) che probabilmente non verrà  ratificato a causa delle troppe resistenze al di là e al di qua dell’Atlantico</em></p>
<p class="chapter-paragraph">Proprio mentre l’accordo sul clima ufficializza la volontà di Cina e Stati Uniti, nonostante le rivalità crescenti, di co-gestire alcuni problemi complicati (anche se gli effetti pratici dell’accordo restano incerti e dubbi), il mondo occidentale si indebolisce vistosamente. Si allarga la distanza fra il Nuovo e il Vecchio Continente. È ormai quasi certo che il trattato di libero scambio Stati Uniti/Europa (<strong>Ttip</strong>) non verrà mai ratificato: troppe resistenze al di là e al di qua dell’Atlantico.</p>
</div>
<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph">La lunga crisi economica ha favorito la diffusione di atteggiamenti protezionistici che uno stuolo di demagoghi di destra e di sinistra (come Trump e Sanders negli Stati Uniti, come Le Pen, Grillo, Farage ma anche Hollande o i socialdemocratici tedeschi in Europa) stanno cavalcando. Gli economisti mettono giustamente in guardia contro le pesanti conseguenze economiche negative che porterà con sé il <strong>neo-protezionismo</strong>. Ma vanno anche valutate le conseguenze politiche e geopolitiche.</p>
</div>
<div id="oas_Bottom1">Lasciamo fuori gli Stati Uniti dove nelle presidenziali di novembre gli americani sceglieranno fra la continuità e l’avventura. Consideriamo solo l’Europa. Qui sono avvenute profonde mutazioni culturali: esse stanno provocando la fine del processo di integrazione, la dissoluzione dell’Europa. Ciò che sta venendo meno, che sta franando, è il «centro», quella maggioranza ultrastabile che un tempo era favorevole sia all’integrazione europea che al mantenimento di stretti legami con gli Stati Uniti</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Con l’erosione del centro, la sinistra e la destra non hanno più freni inibitori, sono libere di seguire le loro più profonde inclinazioni. Elettorati disorientati e confusi in parte le precedono trascinandosele dietro e in parte le seguono. Nel breve termine, ciò può essere elettoralmente pagante per questo o quel partito. Nel medio termine sarà una catastrofe per (quasi) tutti: meno sviluppo economico, più povertà, più disoccupazione ma anche, sul piano politico, il successo di movimenti neo-autoritari, la diffusione di orientamenti illiberali.</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Il nodo è rappresentato da ciò che con una espressione imprecisa viene detto «globalizzazione». <strong>Destra illiberale</strong> (nelle sue varie sfumature) e <strong>sinistra detta socialista</strong> (nelle sue varie sfumature), in Europa, sono divise dal fatto di essere la prima contraria e la seconda favorevole alla cosiddetta globalizzazione «culturale» indotta dall’immigrazione (la prima difende radici e «integrità identitarie», la seconda ha come ideale il «meticciato»). Ma questa divisione non impedisce che tale destra e tale sinistra siano accomunate da un’identica ostilità verso la globalizzazione economica. Indebolire il sistema di libero scambio, erigere barriere protezioniste, sono misure che attraggono molti sia a destra che a sinistra.</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">La conseguenza di questa diffusione di orientamenti protezionistici è che vengono messi in discussione sia il mercato unico europeo (e dunque l’Unione) sia il legame con gli Stati Uniti, imputati (giustamente) di essere il più potente traino dei processi di globalizzazione. Molti improvvisati pifferai di Hamelin si trascinano dietro segmenti importanti dell’opinione pubblica europea. Inseguono un miraggio: il ripristino della sovranità economica nazionale, perduta a causa di ciò che essi chiamano globalizzazione (il sistema di libero scambio). Non sanno che se quel ripristino, anche solo in minima parte, si realizzasse, il futuro dell’Europa diventerebbe un incubo: povertà, autoritarismo, guerre.</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Non abbiamo ancora fatto i conti in Europa con le conseguenze di <strong>Brexit</strong>. L’uscita della Gran Bretagna, dell’unico Paese europeo con autentiche, e autoctone, tradizioni di liberalismo economico, sposta (forse ha già spostato) ancor di più l’asse dell’Europa in senso dirigista e protezionista. Non è sicuro che, senza la Brexit, le autorità europee avrebbero preso la durissima posizione che hanno preso nella controversia <strong>Unione/Apple/Irlanda</strong>. A proposito: forza Irlanda (in materia di tasse, è l’Europa che deve andare a lezione dall’Irlanda e non il contrario).</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Né abbiamo ancora fatto i conti con la connessione stretta che c’è fra alleanze economiche e sicurezza. L’Europa non si difenderà mai militarmente da sola (non ci sarà mai una vera «difesa europea»). Ciò significa che all’Europa è servito, serve, e servirà, un Lord protettore, che si occupi della sua sicurezza. Se la distanza fra Europa e Stati Uniti continua a crescere, se i legami economici si allentano, se i sondaggi continuano ad indicare che l’antiamericanismo europeo aumenta, se, infine, un Trump alla Casa Bianca sceglierà di indebolire la Nato nel quadro di una più generale svolta isolazionista, a quale nuovo Lord protettore ci rivolgeremo? È sufficiente guardare la carta geografica. L’unica possibile alternativa è la Russia. Nei cui confronti sono già molto forti le correnti di simpatia in Europa (alimentate dall’antiamericanismo e dall’attrazione che esercita sulle opinioni pubbliche Vladimir Putin, l’uomo forte). Ci sono europei che tifano per Trump nelle presidenziali americane perché sanno che se Trump vincesse la posizione di Putin in Europa si rafforzerebbe. Ci sono altri che la pensano allo stesso modo ma non lo dicono perché, dal loro punto di vista, non sarebbe politicamente corretto dirlo.</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Se davvero in Occidente vincerà il neo-protezionismo (il destino del Ttip sarà un test cruciale), non ci saranno solo conseguenze economiche negative, in termini di mancata crescita. Ci saranno anche conseguenze politiche (rafforzamento di movimenti illiberali, neo-nazionalismo, dissoluzione dell’Unione). E cambiamenti geopolitici. Un’Europa economicamente debilitata e divisa sarà più facile da condizionare da parte del vicino più potente, la Russia. Allora tutti comprenderanno quale differenza comporti il fatto che il Lord protettore sia una potenza liberale oppure autoritaria.</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Il primato britannico nell’Ottocento favorì la democratizzazione dell’Europa.L’egemonia americana dopo il 1945 fu la causa della stabilizzazione di democrazie liberali nella sua parte occidentale. Se ci sarà una staffetta, se una potenza autoritaria diventerà il Lord protettore, la musica cambierà di molto.</p>
<p class="chapter-paragraph"><strong>Angelo Panebianco</strong>, <em>Il Corriere della Sera</em> del 5 settembre 2016</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-virtu-del-libero-scambio-e-i-rischi-del-neo-protezionismo/">Le virtù del libero scambio e i rischi del neo-protezionismo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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