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	<title>trump Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>trump Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Trump e il debito fuori controllo: è sul deficit che si gioca la partita elettorale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 May 2025 10:33:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Non mi preoccupo per il debito: è abbastanza grande da badare a se stesso”. Una memorabile battuta del Presidente Reagan, che oggi si rivela una profetica intuizione. Il debito pubblico degli Stati Uniti, infatti, si attesta ormai al 127% del Pil, con deficit pari a un quarto dell’intero Pil mondiale. Sono i valori monstre di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/trump-e-il-debito-fuori-controllo-e-sul-deficit-che-si-gioca-la-partita-elettorale/">Trump e il debito fuori controllo: è sul deficit che si gioca la partita elettorale</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Non mi preoccupo per il debito: è abbastanza grande da badare a se stesso”. Una memorabile battuta del Presidente Reagan, che oggi si rivela una profetica intuizione.</p>
<p>Il debito pubblico degli Stati Uniti, infatti, si attesta ormai al <a href="https://www.reuters.com/world/us/republicans-advance-trumps-tax-cut-plan-after-all-night-debate-2025-05-14/?utm_source=chatgpt.com">127% del Pil</a>, con <a href="https://www.corriere.it/economia/aziende/25_maggio_10/la-globalizzazione-e-morta-e-il-deficit-usa-e-mostruoso-e-trump-vuole-salvarsi-con-una-criptovaluta-7a311f56-affd-4a8d-9ee9-999294facxlk.shtml?refresh_ce">deficit pari a un quarto dell’intero Pil mondiale</a>. Sono i valori <em>monstre</em> di un apparato “insostenibile”, per citare alla lettera il <a href="https://www.nber.org/papers/w33751">nuovo studio del National Bureau of Economic Research</a>. Il prestigioso think tank lancia un monito sulla gravità di un dissesto divenuto strutturale e ingestibile, con prospettive future a dir poco allarmanti, che vedono il debito impennare ben oltre il 150% del Pil nei prossimi trent’anni.</p>
<p>Il bilancio federale è fuori controllo e le casse languono. Lo certifica anche <a href="https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/mondo/2025/05/10/gli-usa-raggiungeranno-il-tetto-del-debito-ad-agosto_5db8e7cd-95d0-4aa8-aa39-ca733c9d5f92.html">il Dipartimento del Tesoro</a>, che prevede di rimanere a secco di liquidità per saldare i conti del Paese entro agosto, chiamando il Congresso ad agire in tempo per scongiurare il default. Il debito di Washington, in sostanza, ha raggiunto il punto di criticità, oltre il quale si autoalimenta, rende pressoché inarrestabile la propria crescita e vanifica i tentativi di spending review che si susseguono. A dispetto dei piani di contenimento del pubblico impiego attuati dal Doge di Elon Musk, infatti, le voci di spesa che maggiormente contribuiscono allo squilibrio sono di natura non discrezionale e, per tale ragione, difficili da abbattere: la previdenza sociale, i sussidi ai disoccupati e ai tanti veterani di guerra e i programmi di assistenza sanitaria, che <a href="https://esgnews.it/focus/opinioni/la-situazione-fiscale-negli-usa-e-davvero-cosi-preoccupante/">contribuiscono allo stock di spesa per il 66%</a>. Non da ultimi, come accennato, gli interessi sul debito stesso, che impattano per il <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/debito-pubblico-usa-chi-ferma-il-treno-199391">13% del totale</a> e lo dotano di gambe proprie su cui correre. Una quota, quest’ultima, seconda solo alla previdenza sociale (21%) e al piano di assistenza sanitaria Medicare (13,3), ma che supera di mezzo punto percentuale persino la spesa in difesa (12,5%).</p>
<p>Alle implicazioni economiche si sommano le conseguenze geopolitiche. Gli Stati Uniti, infatti, sono il Paese del G20 con il maggiore livello di indebitamento netto nei confronti dell’estero, pari all’<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/investitori-fuga-debito-usa-ecco-perche-non-e-ancora-allarme-AHbdcBO?refresh_ce">80% circa del Pil</a>. Nel caso del debito pubblico, la quota detenuta da soggetti stranieri, pubblici e privati, si attesta a <a href="https://www.exportusa.us/detentori-debito-pubblico-americano.php">un imponente 30,2%</a>, di cui il 13% è detenuto dal Giappone e il 9% dalla Cina, seguiti dall’Unione Europea. Un’esposizione, questa, che assume valenza ben più critica nell’attuale contesto di tensioni commerciali imposte da Trump al mondo intero e che vede negli attori citati i più colpiti.</p>
<p>È così, dall’urgenza di fare cassa, che ha preso corpo la convinzione di poter ricorrere ai dazi anche come strumento di gettito per percepire &#8220;migliaia e migliaia di miliardi di dollari per ridurre le nostre tasse e ripagare il nostro debito nazionale”, <a href="https://www.bbc.com/news/articles/c209x48ndjpo">come sostenuto dallo stesso Trump</a> durante il discorso del “Liberation Day” dello scorso 2 aprile. Non sono dello stesso avviso gli analisti, concordi nello stimare che gli effetti negativi su consumi e crescita superino abbondantemente le entrate fiscali record registrate lo scorso mese, grazie agli introiti delle tariffe doganali. Nonostante i <a href="https://www.wsj.com/livecoverage/stock-market-today-tariffs-trade-war-05-12-2025/card/u-s-collected-a-record-16-3-billion-in-customs-duties-in-april-xgzJO1QrMJMzGev81FAH?utm_source=chatgpt.com">16 miliardi di dollari raccolti</a> nel solo mese di aprile, infatti, il deficit ha registrato un <a href="https://www.investopedia.com/tariff-revenue-is-surging-but-not-enough-to-plug-federal-deficit-11733812?utm_source=chatgpt.com">significativo incremento del 23%</a> su base annua. Un gettito, quello ricavato dai dazi, destinato comunque a crollare già nel mese di maggio, a fronte di riduzioni, pause e accordi commerciali indetti dalla Casa Bianca, a testimonianza dell’insostenibilità del modello.</p>
<p>Il Presidente Reagan sapeva bene che “non si riduce il deficit aumentando le imposte”. Le tariffe doganali, dopo tutto, non sono altro che tasse e, tra i loro effetti più deprimenti, vi è anche l’applicazione della più odiosa tra le tasse occulte su imprese e cittadini: l’inflazione. Per Trump, a corto di alternative, mettere mano al leviatanico bilancio federale, con manovre di spending review lacrime e sangue, sarebbe sicura causa di alienazione delle simpatie di milioni di cittadini americani. Con un orizzonte elettorale di cortissimo respiro, marcato dalle midterm distanti solo un anno e mezzo, lo scenario più plausibile vede il debito di Washington saltare la cura dimagrante e proseguire, inesorabile, la propria disastrosa marcia.</p>
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		<title>Dazi temporanei, danni permanenti: la scure di Trump sul PIL globale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dazi-temporanei-danni-permanenti-la-scure-di-trump-sul-pil-globale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Apr 2025 11:44:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[dazi]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Poco più di cento giorni, segnati da minacce, ritorsioni e tentativi di sabotaggio delle relazioni internazionali. Tanto è bastato all&#8217;amministrazione Trump per sconvolgere il già precario equilibrio dei commerci globali. Poco importa che le paventate politiche tariffarie, a fronte della levata di scudi dei mercati, siano già sottoposte a revisioni e ripensamenti, in un diètro [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Poco più di cento giorni, segnati da minacce, ritorsioni e tentativi di sabotaggio delle relazioni internazionali. Tanto è bastato all&#8217;amministrazione Trump per sconvolgere il già precario equilibrio dei commerci globali. Poco importa che le paventate politiche tariffarie, a fronte della levata di scudi dei mercati, siano già sottoposte a revisioni e ripensamenti, in un <em>diètro frónt</em> presidenziale che ha del tragicomico. Dazi temporanei, danni permanenti. È questo <a href="https://stream24.ilsole24ore.com/video/mondo/il-fmi-taglia-previsioni-crescita-globale-il-2025-28percento/AHKPDcQ">il rilievo del Fondo Monetario Internazionale</a>, che nel suo periodico aggiornamento sulla congiuntura macroeconomica lancia un chiaro segnale d’allarme: in uno scenario di profonda incertezza, la crescita globale rallenta, e lo fa più del previsto. Il nuovo dato per il 2025 è del +2,8%, in netto calo rispetto al +3,3% stimato appena tre mesi fa, all’insediamento di Trump. Ritoccate a ribasso anche le stime per il 2026, con la crescita ora prevista al 3%, anziché al 3,3%. Senza mezzi termini, infatti, la causa della brusca frenata viene imputata al rigurgito di protezionismo di Washington. L’organizzazione internazionale, in sostanza, certifica che la politica dei “dazi intelligenti” e dai paventati nobili intenti è una mera illusione, destinata inevitabilmente a prolungare e aggravare l’attuale fase di stagnazione.</p>
<p>Il rapporto, aggiornato al 4 aprile, tiene conto dei dazi annunciati dal tycoon a inizio mese, ma non della <a href="https://www.ilsole24ore.com/radiocor/nRC_09.04.2025_19.34_67910679">pausa di 90 giorni</a> decretata il 9 aprile. Tuttavia, il FMI si dice certo che la tregua nella guerra commerciale con il resto del mondo non abbia intaccato le previsioni, per via della contestuale escalation nel conflitto tra Washington e Pechino. Tanto è bastato, infatti, a rivedere a ribasso complessivamente dello 0,8% le stime della crescita globale rispetto ai rilievi dello scorso gennaio. Un dato limpido, nella sua severità, che dimostra in modo incontrovertibile quanto rapidamente le frizioni commerciali possano erodere fiducia e investimenti.</p>
<p>Pensati con l’utopico scopo di proteggere la decantata “sovranità industriale” americana e riportare la manifattura delocalizzata sul suolo statunitense, l’unico effetto realmente sortito dai dazi è una compressione dell’economia che colpisce anzitutto gli Stati Uniti stessi. La stima del FMI per la crescita del PIL americano nel 2025 è infatti scesa al +1,8%, gravemente al di sotto del +2,7% previsto in precedenza e di oltre un punto in meno rispetto al 2024. Aleggia anche lo spettro della recessione, con l’impennata dal 25% al 40% delle probabilità che gli USA vi entrino.</p>
<p>Inevitabilmente, anche la Cina rallenta: la nuova previsione si attesta al +4% per il 2025 e il 2026, mezzo punto in meno rispetto alle precedenti attese. Un dato che testimonia come il conflitto abbia già sortito effetti sistemici e trasversali. La rigidità delle catene globali del valore e l’incertezza regolatoria, infatti, generano un effetto domino che penalizza non solo gli scambi internazionali, ma anche la produttività complessiva. Parimenti, le stime risultano a ribasso anche per l’Unione Europea, sebbene l’imposizione di dazi più “gentili”, per citare l’inquilino della Casa Bianca, sortisca un effetto più contenuto sul rallentamento della nostra economia, che si prevede crescerà di un asfittico 0,8% quest’anno e di un flebile 1,2% nel 2026, contro le precedenti stime che vedevano il PIL aumentare dello 0,2% in più. Una tendenza, tuttavia, che certifica la condizione ormai cronica di stagnazione del continente, <a href="https://tradingeconomics.com/euro-area/full-year-gdp-growth">incapace di crescere oltre l’1.8% addirittura dal 2017</a>, se si esclude il rimbalzo post-pandemia delle annate 2021 e 2022.</p>
<p>Il 25 aprile, anniversario della Liberazione d’Italia dal nazifascismo, segna anche la ricorrenza di un seminale <a href="https://www.lastampa.it/esteri/2025/04/05/news/reagan_dazi_discorso-15090514/">discorso radiofonico del Presidente Reagan</a>, che già nel 1987 lanciava un monito contro chi si illude di poter “innalzare la bandiera americana in difesa dei nostri mercati”. Ieri come oggi, il rallentamento sincronizzato delle maggiori economie mondiali mette a nudo la miopia delle politiche protezionistiche: pratiche a somma negativa, in cui a perdere sono tutti gli attori in campo. Nessuno escluso.</p>
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		<title>A parlare è Putin, ma potrebbe essere Trump</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/a-parlare-e-putin-ma-potrebbe-essere-trump/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Apr 2025 12:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’intervista al Presidente è durata 90 minuti, a seguire ne riportiamo cinque passaggi emblematici estrapolati in ordine cronologico. Il primo: “I migranti possono uccidere, saccheggiare e stuprare impunemente perché i loro diritti devono essere tutelati…”. Il secondo, che è poi quello centrale: “L’ideale liberale é divenuto obsoleto. É entrato in conflitto con gli interessi della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’intervista al Presidente è durata 90 minuti, a seguire ne riportiamo cinque passaggi emblematici estrapolati in ordine cronologico. Il primo: “I migranti possono uccidere, saccheggiare e stuprare impunemente perché i loro diritti devono essere tutelati…”. Il secondo, che è poi quello centrale: “L’ideale liberale é divenuto obsoleto. É entrato in conflitto con gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione…”. Il terzo: “Il tradimento è il crimine più grave possibile e coloro i quali si macchiano di tale reato devono essere puniti in maniera esemplare”. Il quarto: “Non sto cercando di insultare nessuno, perché siamo stati condannati per la nostra presunta omofobia, ma non abbiamo nessun problema con le persone LGBT”. E, infine, il quinto frammento: “Non ci saremo per caso dimenticati di vivere in un mondo basato su valori biblici?”.</p>
<p>Donald Trump? No, Vladimir Putin. Si tratta della nota intervista rilasciata dall’autocrate del Cremlino al Financial Times la notte precedente il summit del G20 di Osaka. Siamo nel luglio del 2019, a parlare è Putin, ma chi scrive ritiene che tra i lettori nessuno si sarebbe stupito nel leggere gli stessi, identici concetti attribuiti all’attuale presidente degli Stati Uniti.</p>
<p>È solo un piccolo test, un modo per rendere comprensibili le affinità tra i due presidenti. L’intervista è stata realizzata dal direttore del Financial Times al Cremlino, in una sala costellata dalle statue russe di epoca imperiale e sotto lo sguardo vigile dell’immagine di Pietro I il Grande, lo zar che dopo decenni di conflitti nel XVIII secolo diede forma ad un impero che andava dalla Finlandia, agli Stati baltici del Nord fino al Mar Morto al Sud. Nell’intervista, Vladimir Putin chiama confidenzialmente Trump per nome, “Donald“, e di lui dice: “Non è un politico di carriera… Penso che sia una persona di talento. Sa molto bene che cosa i suoi lettori si aspettano da lui”.</p>
<p>Sappiamo, dunque, che Putin stima Trump e sappiamo, perché ce lo ha confermato il consigliere per la sicurezza del suo primo governo, che Trump a Putin invidia il potere assoluto di cui dispone. Sappiamo anche, perché ne abbiamo avuto dimostrazione concreta nelle ultime settimane, che Donald Trump, tra forzature interne all’assetto costituzionale statunitense e barriere protezionistiche all’esterno, ha posto in essere una politica oggettivamente illiberale. È, dunque, lecito domandarsi se con Donald Trump gli Stati Uniti abbiano definitivamente rigettato i principi liberaldemocratici che negli ultimi ottant’anni hanno rappresentato la bussola che ha guidato i passi dei diversi presidenti in carica.</p>
<p>L’attacco ai principi liberali, e cioè allo Stato di diritto, al pluralismo, alla tutela inderogabile dei diritti umani e senz’altro coerente con la storia della Federazione russa. Una storia integralmente vissuta al di fuori di questi principi, eccezion fatta per la rivoluzione borghese del 1905 e per i primi anni del governo Eltsin successivo al disfacimento dell’Urss. Evidentemente, la tradizione politica e culturale degli Stati Uniti è radicalmente diversa. Il punto, dunque, oggi è capire se Donald Trump sia il frutto di una palingenesi culturale e politica dell’America o se sia semplicemente un errore della Storia. Nel primo caso, dovremmo celebrare il funerale dei modelli liberaldemocratici occidentali e rassegnarci ad un ordine globale affidato alle aree di influenza dei grandi imperi secondo la logica di Carl Schmitt. Nel secondo caso, dovremmo solo attendere l’inesorabile caduta di Trump.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2025/04/11/news/limpossibilita_di_distinguere_putin_e_trump-18894035/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
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		<title>Dazi e conseguenze</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dazi-e-conseguenze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Apr 2025 17:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[dazi]]></category>
		<category><![CDATA[protezionismo]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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		<title>Trump dà i numeri: la tabella dei “dazi reciproci” è una truffa conclamata</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/trump-da-i-numeri-la-tabella-dei-dazi-reciproci-e-una-truffa-conclamata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Apr 2025 15:31:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[dazi]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una truffa conclamata. È questo e nulla più, la tabella dei presunti dazi che il mondo intero imporrebbe agli Stati Uniti, mostrata ieri da Trump durante la pantomimica cerimonia di inaugurazione della stagione dei “dazi reciproci” su scala globale, in quello che il tycoon ha definito “giorno della liberazione”. Cina 67%, Unione Europea 39%, Giappone [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/trump-da-i-numeri-la-tabella-dei-dazi-reciproci-e-una-truffa-conclamata/">Trump dà i numeri: la tabella dei “dazi reciproci” è una truffa conclamata</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una truffa conclamata. È questo e nulla più, la tabella dei presunti dazi che il mondo intero imporrebbe agli Stati Uniti, mostrata ieri da Trump durante la pantomimica cerimonia di inaugurazione della stagione dei “dazi reciproci” su scala globale, in quello che il tycoon ha definito “giorno della liberazione”.</p>
<p>Cina 67%, Unione Europea 39%, Giappone 46%. Questi i dazi a cui, nell’intricata bufala promossa dal Presidente, sarebbero sottoposte le merci statunitensi all’ingresso nei rispettivi Paesi o blocchi regionali: numeri che non trovano alcun riscontro fattuale. Il tutto, chiaramente, nel tentativo maldestro di legittimare le nuove tariffe doganali annunciate in pompa magna dal tycoon: gabelle, come parso evidente da subito, tutt’altro che reciproche.</p>
<p>L’affannarsi di ipotesi e verifiche sull’origine delle fantomatiche cifre sparate dalla Casa Bianca ha condotto in poche ore alla scoperta di una verità amara e surreale. È stato James Surowiecki, giornalista economico del New Yorker, a svelare prontamente l’arcano della formula elaborata dall’amministrazione Trump per pervenire a quei numeri da capogiro. Nel computo, a differenza di quanto dichiarato da Trump, non rientrano affatto le cosiddette “tariffe non monetarie”, quali l’Iva e le barriere regolamentari su beni e servizi. La formula dell’imbroglio, in realtà, è ben più rudimentale: lo staff del Presidente ha semplicemente preso il livello di <strong>deficit commerciale</strong> che gli USA registrano con ciascun Paese e lo ha diviso per il totale del<strong> valore delle merci esportate</strong>.</p>
<p>I calcoli di Surowiecki sono inappuntabili e presto verificati, calcolatrice alla mano, da schiere di analisti economici. Il re è nudo: sotto un’enorme pressione mediatica, ritrovatosi con le spalle al muro, il viceportavoce dell’Amministrazione, Kush Desai, si è visto costretto a confermare la validità del ragionamento in un <a href="https://x.com/KushDesai47/status/1907618136444067901"><em>tweet </em></a>in cui divulga persino lo schema di calcolo elaborato dal Dipartimento del Commercio statunitense.</p>
<p>La prova del nove è estremamente semplice: nel caso specifico dell’Unione Europea, il deficit commerciale degli USA ammonta a 235.6 miliardi di dollari. Dividendo questa cifra per i beni europei esportati negli USA, pari a 605.8 miliardi, si ottiene circa 0,39. Moltiplicando questo valore per cento, ecco che appare quell’assurdo 39% riportato nella tabella brandita dal tycoon. Come evidente, per approdare a quel 20% che corrisponde alla tariffa doganale sulle merci europee che dovrebbe entrare in vigore il 9 aprile, è sufficiente dividere 39 per 2, arrotondando per eccesso. A coronare l’arbitrarietà della misura, tutti quei Paesi con cui gli Stati Uniti non hanno un deficit commerciale verrà imposta, invece, quella che il Presidente ha definito una “flat tax” doganale al 10%.</p>
<p>È questo lo stratagemma che consente a Trump di dirsi persino “gentile” nell’imposizione di tariffe totalmente asimmetriche e che, come già ampiamente stimato, condurranno l’economia globale (compresa quella americana) a una profonda recessione, con una recrudescenza di protezionismo che non raggiungeva tale portata dagli anni Venti dello scorso secolo.</p>
<p>“Dobbiamo stare attenti ai demagoghi che sono disposti a dichiarare una guerra commerciale contro i nostri amici, indebolendo la nostra economia, la nostra sicurezza nazionale e tutto il mondo libero, mentre sventolano cinicamente la bandiera americana.” Questo era il monito, profetico, di Ronald Reagan, in un’America e in un Partito Repubblicano distanti anni luce dall’impoverimento culturale e valoriale odierno. Presidente dalla fede incrollabile nel libero mercato, Reagan era ben conscio che le insidie peggiori giungono da lupi travestiti da agnelli.</p>
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		<title>Più che alla storia, Trump sembra voler passare alla cassa: un elenco dei suoi interessi in conflitto con la carica che ricopre</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/piu-che-alla-storia-trump-sembra-voler-passare-alla-cassa-un-elenco-dei-suoi-interessi-in-conflitto-con-la-carica-che-ricopre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Mar 2025 14:53:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto]]></category>
		<category><![CDATA[elon musk]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Passare alla storia o passare alla cassa? Tradizionalmente, quando giungono al loro secondo ed ultimo mandato, i presidenti americani fanno il possibile per passare alla storia: l’impressione è che Donald Trump intenda invece passare alla cassa. Che intenda, cioè, monetizzare il potere che gli deriva dalla funzione che ricopre e che intenda farlo per fini [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Passare alla storia o passare alla cassa? Tradizionalmente, quando giungono al loro secondo ed ultimo mandato, i presidenti americani fanno il possibile per passare alla storia: l’impressione è che Donald Trump intenda invece passare alla cassa. Che intenda, cioè, monetizzare il potere che gli deriva dalla funzione che ricopre e che intenda farlo per fini meramente personali.</p>
<p>Una tendenza manifestata già durante il suo primo mandato, ben dettagliata nel report di 98 pagine diffuso nel 2017 dall’Ufficio etico federale americano. Una tendenza che, come ha detto al Wall Street Journal l’avvocato d’affari Ty Cobb, che collaborò con lui alla Casa Bianca, si manifesta oggi senza più alcun freno inibitorio né alcun timore rispetto alle accuse di conflitto di interessi.</p>
<p>Come ha scritto Internazionale, fino ad oggi la famiglia Trump ha ricevuto almeno 80 milioni di dollari sotto forma di donazioni ad un “fondo per la biblioteca del presidente” da parte di colossi dell’informazione stellestrisce come Abc News, Meta e Cbs in cambio del rinuncia ad azioni legali più o meno pretestuose nei loro confronti. Ciascuno paga i Trump come può. Amazon, ad esempio, ha deciso di pagare 40 milioni di dollari per realizzare un documentario sulla vita di Melania Trump. Si tratta della cifra più alta mai spesa dall’azienda di Jeff Bezos per un’operazione commerciale del genere. Del resto, che la first-lady non fosse insensibile al fascino del denaro si è capito quando ha chiesto 250mila dollari alla CNN per farsi intervistare.</p>
<p>Scrive il Wall Street Journal che Donald Jr., figlio prediletto di Trump, “è entrato nell’organigramma di diverse aziende che potrebbero trarre vantaggio dalle politiche federali, dalla spesa del Pentagono alla normative sulle scommesse online fino ai dazi contro le importazioni cinesi”. Una tra le tante, è la Unusual Machines, che produce doni, le cui azioni sono cresciute del 249% dopo che il figlio del presidente è stato nominato consulente.</p>
<p>Con i figli Eric e Donald junior, Trump ha costituito la World Liberty Financial, società di criptovalute che ha raccolto più di 300 milioni di dollari vendendo il suo token digitale $WLFI. Ed è senz’altro quella delle criptovalute, monete virtuali in potenziale conflitto con il dollaro americano, l’attività più redditizia dei Trump.</p>
<p>Come è noto, a ridosso della cerimonia di insediamento, Donald Trump ha lanciato sui mercati finanziari una propria meme coin, $TRUMP, che secondo gli analisti avrebbe portato nelle casse della Trump Organizzation, di proprietà del presidente, 350 milioni di dollari. Dollari sostanzialmente pagati dagli 813.294 investitori che hanno fatto l’errore di credere nella tenuta della moneta presidenziale, in pochi giorni passata da un valore di 75 dollari ad un valore di 16.</p>
<p>I capofila del mondo crypto sono stati tra i principali finanziatori della campagna elettorale di Trump, e nei giorni scorsi il presidente ha inserito le criptovalute nella riserva finanziaria degli Stati Uniti, istituzionalizzandole. Non solo. Il neopresidente americano ha anche smantellato il Consumer Financial Protection Boureau, l’istituzione federale costituita con il Dodd-Frank Act dopo la crisi del 2008 per proteggere i cittadini comuni delle frodi finanziarie. Il sistema finanziario americano è così tornato alla legge della giungla, giungla in cui Donald Trump recita la parte del leone.</p>
<p>Appare perciò superfluo indugiare sull’inclinazione per gli affari del suo alter ego, Elon Musk. È tutto ufficiale, è tutto pubblico. Meno noto il fatto che, come ha scritto il Financial Times, le aziende di Musk beneficino anche dei soldi di importanti soggetti istituzionali cinesi attraverso gli “special-purpose veicols” (Svp), grazie a cui è possibile nascondere l’identità degli investitori. Tra questi spicca Justin Sun, fondatore della cryptovaluta Tron, che, tra le altre cose, lo scorso anno ha investito 75 milioni di dollari in una delle crypto della famiglia Trump, la World Liberty. Niente di strano, se consideriamo che il rappresentante di Musk in Italia, Andrea Stroppa, è appena entrato a far parte della media company digitale basata in Italia Unaluna, cui partecipano Barbara Berlusconi, John Elken e Leonardo Del Vecchio.</p>
<p>Insomma, in un contesto dove tutti approfittano del proprio status politico e istituzionale per fare soldi, come dar torto al fratello minore di Elon Musk, Kimbal, che in un sol giorno è stato ricevuto da Giorgia Meloni, dai ministri Giuli e Salvini, dal presidente della Fifa Infantino e dal sindaco di Roma Gualtieri ai quali ha cercato di vendere i servizi della Nova Sky Stories, un’azienda specializzata in coreografie aeree realizzate utilizzando 9000 doni? Kimbal non avrà, forse, il genio del padre, ma di sicuro è intenzionato a sfruttarne la fama e il potere.</p>
<p>Pare, dunque, di capire che l’ambizione di passare alla storia per Donald Trump, per la sua famiglia e per i suoi accoliti sia poca cosa rispetto all’intenzione di passare alla cassa. E siamo solo all’inizio.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/esteri/2025/03/16/news/soldi_soldi_soldi_piu_che_alla_storia_trump_vuole_passare_alla_cassa-18688825/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
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		<title>Grillo e Trump come figli legittimi dell’epoca, plasmata dai social, della post verità</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/grillo-e-trump-come-figli-legittimi-dellepoca-plasmata-dai-social-della-post-verita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Mar 2025 11:57:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[grillo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel disperato tentativo di superare lo shock e di trovare un ordine nel caos politico e morale trasmesso dalla diretta dello Studio Ovale, un ordine capace di rassicurarci sulla nostra capacità, se non di controllare, almeno di collocare gli eventi, i commentatori si sono affannati alla ricerca di precedenti storici. Sul Corriere della Sera, Ernesto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel disperato tentativo di superare lo shock e di trovare un ordine nel caos politico e morale trasmesso dalla diretta dello Studio Ovale, un ordine capace di rassicurarci sulla nostra capacità, se non di controllare, almeno di collocare gli eventi, i commentatori si sono affannati alla ricerca di precedenti storici. Sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia ci ha così riportati al brutale summit tra Adolf Hitler e il cancelliere austriaco Kurt von Schuschnigg, piuttosto che al liquidatorio incontro moscovita tra il presidente del Soviet Supremo dell’Unione Sovietica Leonida Brežnev e il leader cecoslovacco Alexander Dubcek.</p>
<p>A me è tornato alla mente il confronto in diretta streaming tra Beppe Grillo e Pierluigi Bersani. Una messa in scena orchestrata dal leader grillino a beneficio esclusivo della propria base elettorale, oltre che la conferma del fatto che la trasparenza è naturalmente nemica della politica e della verità. C’è molto grillismo nel trumpismo, così come c’era molto trumpismo nel grillismo. Fenomeni contemporanei figli dell’epoca che viviamo: l’epoca dei reality show e dei social network.</p>
<p>L’epoca in cui la politica ha smarrito la propria lingua e la propria complessità, condannandosi ad una polarizzazione estrema fatta di esibizioni muscolari e di personalismi. “You are fired”, ha perciò voluto dire Donald Trump a Volodymyr Zelensky, trasformando la Casa Bianca nello studio televisivo di The Apprentice, il popolare reality stellestrisce che condusse per 14 edizione filate. L’epoca della “post verità” e del deperimento di ogni memoria, sia storica, sia individuale. Sì che il presidente degli Stati Uniti può serenamente citare dati farlocchi (i 350 miliardi versati dal popolo americano alla causa ucraina) e ribaltare la realtà storica facendo di Putin non l’aggressore ma l’aggredito.</p>
<p>Uno da comprendere e quasi da compatire, perché “ha dovuto affrontare tante difficoltà, è andato incontro a una caccia alle streghe… e non aveva colpa di nulla”. L’epoca che ha cancellato la dimensione stessa del tempo, condannandoci a vivere in un eterno presente percepito come effettivamente svincolato dai fatti e dalle dichiarazioni del recente passato. Fatti e dichiarazioni di cui presumibilmente si è perso il ricordo, sicuramente il valore. Sì che Donald Trump può serenamente dire un giorno che Valodymyr Zelensky è “un dittatore” e “un comico fallito”, una settimana dopo può inopinatamente negare di averlo mai detto, sostenendo invece di nutrire “molto rispetto“ per il presidente ucraino e due giorni dopo metterlo alla porta della Casa Bianca in quanto arrogante e impostore. Così, senza soluzione di continuità.</p>
<p>L’epoca in cui i numeri e i dati hanno preso il posto per secoli occupato dai principi e dai pensieri. Sì che, dovendo spiegare al “popolo” americano le ragioni per cui l’America si interessa della lontana Ucraina, Donald Trump non evoca il valore della libertà e della democrazia e tantomeno le radici culturali dell’Occidente. Ne fa, semplicemente, una questione di costi economici e di affari possibili: la fine degli stanziamenti militari; l’acquisizione, con metodi da rapina, del controllo sui giacimenti ucraini di terre rare.</p>
<p>Questa è l’epoca, un’epoca plasmata dai reality prima e dai social poi. Un’epoca in cui si afferma darwinianamente chi meglio corrisponde allo spirito dei tempi. In Italia accadde con Beppe Grillo, negli Stati Uniti è accaduto con Donald Trump. C’è solo da sperare che, non avendo l’epoca alterato le regole profonde della politica, l’esito finale del trumpismo sia in tutto e per tutto analogo all’esito finale del grillismo.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2025/03/02/news/reality_trump_magnifiche_consonanze_fra_il_presidente_americano_e_beppe_grillo-18560422/"><strong><em>Huffington Post</em></strong></a></p>
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		<title>Opposti nemici della libertà</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/opposti-nemici-della-liberta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jan 2025 13:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[destra sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[politicamente corretto]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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		<title>Giustizia e responsabilità</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giustizia-e-responsabilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Nov 2024 13:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[elon musk]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[social]]></category>
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		<title>Altro che Trump, sono anni che il Washington Post si è piagato alla logica commerciale dei social</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/altro-che-trump-sono-anni-che-il-washington-post-si-e-piagato-alla-logica-commerciale-dei-social/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Nov 2024 14:30:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[social]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Più che le sorti della democrazia americana, l’attuale crisi del Washington Post può, forse, essere utile per meglio inquadrare la parabola dell’editoria tradizionale. Di quella americana come di quella europea, e dunque anche di quella Italiana. La questione è nota. L’editore del prestigioso quotidiano statunitense, il fondatore di Amazon Jeff Bezos, ha disposto che il [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Più che le sorti della democrazia americana, l’attuale crisi del Washington Post può, forse, essere utile per meglio inquadrare la parabola dell’editoria tradizionale. Di quella americana come di quella europea, e dunque anche di quella Italiana.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">La questione è nota. L’editore del prestigioso quotidiano statunitense, il fondatore di Amazon Jeff Bezos, ha disposto che il giornale non si schierasse tra Donald Trump e Kamala Harris e poiché la linea editoriale del Washington Post è chiaramente a favore dei democratici, la sua decisione ha provocato l’esodo di diverse firme prestigiose e la disdetta di migliaia di abbonamenti. A sinistra si è levato un coro: Bezos pensa solo agli affari e si è posizionato in vista della vittoria di Trump. Tutto vero, come è vero che da molti anni a questa parte il Washington Post (come del resto buona parte dei giornali occidentali) si è completamente ripiegato sulle logiche commerciali del Web di cui Bezos è uno dei campioni indiscussi. Una logica basata sui numeri piuttosto che sui principi. Quando ancora il Post era saldamente nelle mani della famiglia Graham, la nipote del proprietario, da questi collocata al vertice dell’azienda editoriale, annunciò alle redazioni il nuovo corso: “Dobbiamo concentrarci su quello che vogliono i consumatori e dare minor enfasi a ciò che noi consideriamo importante”. E quello che vogliono i consumatori corrisponde a quello che funziona sui social.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Fu così che la direzione del Washington Post, così come quasi tutte le altre, iniziò a valutare l’importanza delle notizie sulla base dei report quotidianamente stilati dalla società Chartbeat, specializzata nell’analisi del traffico Internet. Quel che funzionava sulla Rete finiva di conseguenza sulle pagine del giornale. “I clic dei lettori esercitavano una maggiore influenza sulla collocazione delle notizie che non il contrario. Era un’inversione di tendenza radicale”, ha commentato Jill Abramson nel bel saggio “Mercanti di verità, la grande guerra dell’informazione“. Da quel momento in poi è stata una deriva: si è imposta, nel vecchio giornale, la logica oppositiva e scandalistica tipica dei nuovi media; a decidere della qualità di un articolo, e dunque nell’opportunità di darne un seguito, non sono più stati l’autorevolezza dell’autore né la sensibilità del direttore, ma semplicemente il numero di clic ottenuti sulla home page.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">La logica commerciale apparteneva, dunque, al Washington Post ancor prima che Jeff Bezos ne rilevasse la proprietà. Quanto al fondatore di Amazon, quando Don Graham gli offrì di acquistarlo rispose così: “Perché mai dovrei comprare il Post? Non so niente dell’industria giornalistica”. Poi si convinse. Ma la sua logica rimase quella onestamente dichiarata agli albori di Amazon: “Faremo con i piccoli editori di libri quello che fanno nella savana i leoni con la gazzella ferita”.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">È questa è la logica dei Giganti del Web, e stupisce che tale logica appaia chiara solo oggi alle blasonate firme del già autorevole Washington Post.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><a href="https://www.huffingtonpost.it/esteri/2024/11/05/news/washington_shop_come_un_grande_giornale_e_diventato_un_centro_commerciale-17635715/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"></div>
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