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	<title>statalismo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>statalismo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Gli italiani? Vogliono il posto fisso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jul 2018 08:18:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
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		<category><![CDATA[posto fisso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli italiani vogliono il posto pubblico. È quanto emerge da un sondaggio Swg. A un campione di italiani maggiorenni è stato chiesto «quale dei seguenti lavori vorrebbe fare maggiormente partendo da quelle che sono le sue reali competenze». Era possibile dare tre risposte: il sondaggio ha visto trionfare con il 28% l’impiegato pubblico, seguito con [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Gli italiani vogliono il posto pubblico. È quanto emerge da un sondaggio Swg. A un campione di italiani maggiorenni è stato chiesto «quale dei seguenti lavori vorrebbe fare maggiormente partendo da quelle che sono le sue reali competenze». Era possibile dare tre risposte: il sondaggio ha visto trionfare con il 28% l’impiegato pubblico, seguito con il 12% dall’insegnante. Abbiamo chiesto a <strong>Davide Giacalone</strong>, un commento in merito.</em></p>
<p><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/07/posto-fisso-tw.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-13167 size-full" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/07/posto-fisso-tw.jpg" alt="" width="1024" height="512" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/07/posto-fisso-tw.jpg 1024w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/07/posto-fisso-tw-250x125.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/07/posto-fisso-tw-400x200.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/07/posto-fisso-tw-768x384.jpg 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/07/posto-fisso-tw-650x325.jpg 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/07/posto-fisso-tw-150x75.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/07/posto-fisso-tw-800x400.jpg 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/07/posto-fisso-tw-300x150.jpg 300w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/07/posto-fisso-tw-24x12.jpg 24w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/07/posto-fisso-tw-36x18.jpg 36w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/07/posto-fisso-tw-48x24.jpg 48w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p>Il risultato del sondaggio è coerente con la proiezione politica dell’Italia. Fin troppo. Scarsissima, per non dire assente, fiducia che il merito sia premiato, sicché diminuiscono i già pochi che avrebbero voluto fare gli imprenditori o i commercianti. Impennata di quelli che aspirano al posto pubblico. Magari si ride quando ne parla Checco Zalone (grande film realista), ma poi si torna seri e lo si sogna.</p>
<p><strong>Perché?</strong></p>
<p>Perché è una protezione, un modo per assicurarsi un reddito senza affrontare il mercato.</p>
<p><strong>Dunue, nel 2018, siamo ancora un po&#8217; statalisti e allergici al mercato?</strong></p>
<p>Questo è il punto: il vento soffia nelle vele di chi promette protezioni, contro il mercato. Solo che quelle promesse di protezioni sono certezze di sconfitta e impoverimento.</p>
<p><strong>Ma è così difficile da capire?</strong></p>
<p>Lo capiscono tutti, giacché aumentando i costi pubblici e mettendo tutti a riparo dello Stato, con più sussidi e più pensioni, non si aumenta la ricchezza prodotta e cresce solo l’arretramento redistribuito. Lo capiscono tutti, ma non ha importanza, quel che conta è sistemare sé stessi. Che esista un interesse collettivo è considerata favola per allocchi. Triste sorte, però, tocca a chi crede siano allocchi quelli che puntano su meriti e qualità. Triste Paese quello in cui la paura di fallire supera la voglia di riuscire. [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
[embedyt] https://www.youtube.com/watch?v=S7z_X7fqIDw[/embedyt]
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lo Stato? Uno strumento. Il problema semmai è lo statalismo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lo-stato-uno-strumento-il-problema-semmai-e-lo-statalismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Oct 2017 11:53:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[statalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Già nel Manifesto di Ventotene, stilato nell’ambiente dell’antifascismo nel 1942, si individuava nei cosiddetti nazionalismi il motivo principale della crisi della civiltà europea che aveva fatto conoscere al nostro continente i totalitarismi prima e una sanguinosa e tragica guerra mondiale, ancora in corso, poi. I nazionalismi, in questa prospettiva, da una parte erano connaturati allo Stato nazione, dall’altra imponevano una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Già nel</strong> <strong>Manifesto di Ventotene</strong>, stilato nell’ambiente dell’antifascismo nel 1942, si individuava nei cosiddetti nazionalismi il motivo principale della <strong>crisi della civiltà europea </strong>che aveva fatto conoscere al nostro continente i totalitarismi prima e una sanguinosa e tragica guerra mondiale, ancora in corso, poi.</p>
<p><strong>I nazionalismi, in questa prospettiva</strong>, da una parte erano connaturati allo Stato nazione, dall’altra imponevano una federazione di Stati, cioè la creazione di un Super Stato europeo che centralizzasse il potere e superasse in un’ottica dirigistica e socialistica la vecchia forma del potere.</p>
<p>Una considerazione di come avrebbe dovuto essere questo futuro Stato europeo secondo gli estensori del testo, cioè appunto <strong>socialista e fortemente centralizzato e burocratizzato</strong>, ci fa capire tutti i vistosi limiti dell’analisi che ne era alla base.</p>
<p>E che, nel crearsi il feticcio di un nazionalismo aggressivo, non voleva fare i conti con la vera novità intervenuta nel Novecento: la messa in scena di una “politica delle idee” o ideologica che, avviata a sinistra, era stata fatta propria anche a destra dai fascismi e dal nazismo, che, come aveva intuito <strong>Friedrich von Hayek</strong> (e prima di lui <strong>Benedetto Croce</strong>), era sì un nazionalismo ma con inediti e forti tratti socialisti. I federalisti non volevano che continuare a socializzare.</p>
<p><strong>Quanto agli Stati nazione</strong>, gli estensori non consideravano una questione fondamentale, cioè che essi avevano dato buona prova di sé <strong>nell’Ottocento</strong>, che non a caso è considerato ancora oggi il secolo <strong>del liberalismo e del costituzionalismo</strong> <em>par excellence</em>, quello in cui le libertà, pur in un contesto elitario, si sono istituzionalizzate e diventate lo “spirito comune” dell’Occidente: quello che ne ha fatto la sua forza e ha contribuito a “esportare” la civiltà in tutte le lande del mondo (lo stesso <strong>colonialismo</strong>, in quest’ottica che è oggi propria della più accorta storiografia, anche se è osteggiata dalle centrali mondiali del <strong>politicamente corretto</strong>, ha avuto più aspetti positivi che negativi).</p>
<p><strong>Il fatto è che lo Stato nazionale è nato ed è stato teorizzato</strong>, in prima età moderna, proprio come un meccanismo che, mercé il monopolio legittimo della forza, potesse garantire la sicurezza e la vita (<strong>Hobbes</strong>), ma anche la libertà e la proprietà (<strong>Locke</strong>), dell’individuo. Il quale è anch’esso in certo modo, pur avendo le basi nella “persona” cristiana, una “invenzione della modernità”.</p>
<p><strong>Stato e Individuo sono, da questo punto di vista, i termini di una diade</strong>: si sorreggono a vicenda. Non si può abbattere l’uno senza abbattere l’altro. Certo, proprio la “finzione” concettuale che è alla base dello Stato moderno, ne denota il proprio senso strumentale.</p>
<p><strong>Lo Stato è stato un ottimo strumento</strong> per garantire pace, libertà, sicurezza, sviluppo: tutte le conquiste della <strong>modernità</strong>.</p>
<p><strong>Ma esso, proprio in quanto strumento</strong>, “mezzo per”, cioè per la libertà dell’individuo, non può assurgere a feticcio<strong> </strong>nemmeno nel senso positivo del termine: gli strumenti vanno sempre commisurati ai tempi, alle concrete situazioni storiche.</p>
<p><strong>Né un feticcio in positivo, né in negativo</strong>: non esiste nessuna struttura interna al dispositivo che lo faccia essere di per sé foriero di illibertà.</p>
<p><strong>Il vero nemico da combattere è non lo Stato ma lo</strong> <strong>statalismo</strong>, che è poi null’altro che il voler affidare allo Stato, semplice garante delle libertà umane, compiti di redistribuzione e di trasformazione socialista.</p>
<p><strong>Quanto alla</strong> <strong>Nazione</strong>, essa è stata lo strumento, anch’esso transeunte, con cui il liberalismo ha contrastato le pretese illuministiche di una Ragione pianificante che non voleva tenere nel debito conto la <strong>storia</strong>, cioè gli usi, abitudini, costumi, della gente semplice e dei popoli.</p>
<p><strong>Nulla è definitivo su questa terra</strong>, ma, se il nostro fine è il <strong>liberalismo</strong>, ovvero la libertà dei singoli, dobbiamo valutare sempre tutte le conseguenze delle nostre azioni. Evitando di perdere la libertà con avventati “salti nel buio”. [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p>Corrado Ocone, L&#8217;Intraprendente 12 ottobre 2017</p>
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		<title>Lo statalismo fa male Ovunque, persino nel paese dei Simpson</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lo-statalismo-fa-male-ovunque-persino-nel-paese-dei-simpson/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Sep 2016 11:26:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[hayek]]></category>
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		<category><![CDATA[simpsons]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]﻿L'eccesso di regole ha sempre un effetto negativo A Springfield come in tutto il resto del mondo. Ne scrive Carlo Lottieri[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L&#8217;eccesso di regole ha sempre un effetto negativo A Springfield come in tutto il resto del mondo. Ne scrive Carlo Lottieri</em></p>
<p>Denso e al tempo stesso di facile lettura, ma anche perfetto per quanti devono insegnare economia a classi di adolescenti, questo <em>Homer Economicus. I Simpson e l&#8217;economia</em> curato da Joshua Hall e ora disponibile in italiano grazie a IBL Libri è un testo che invita a riflettere sulla teoria economica e sulle sue applicazioni a partire dalle vicende di una delle serie televisive più fortunate degli ultimi decenni.</p>
<p>Nati nel 1987 per iniziativa del fumettista Matt Groening, da quasi trent&#8217;anni <strong>The Simpsons</strong> offrono una rappresentazione ironica della società statunitense. Tutto o quasi ha luogo nella cittadina di Springfield e al centro della scena vi sono <strong>Homer</strong> e <strong>Marge</strong>, insieme ai figli Bart, Lisa e Maggie. Attorno a loro gravitano comunque altre figure, che delineano uno spaccato della società americana di provincia non solo ricco di umorismo, ma che offre anche innumerevoli spunti di riflessione. Non è quindi un caso se nel 2001 William Irvin, con la collaborazione di Mark T. Conard e Aeon J. Skoble, curò un volume su <em>I Simpson e la filosofia</em> e se, più di recente, gli autori coinvolti da Hall hanno esaminato gli episodi della serie usando le lenti dell&#8217;economia e, in particolare, di quella particolare scuola detta «austriaca», la quale conduce da <strong>Carl Menger</strong> a <strong>Ludwig von Mises</strong>, da <strong>Friedrich von Hayek</strong> a <strong>Murray Rothbard</strong>.</p>
<p>Molte grandi questioni dell&#8217;economia sono affrontate nel libro: dal profitto al valore, dalla moneta alla globalizzazione, dal ruolo degli incentivi alla funzione della proprietà. Gli autori hanno cercato di dare un&#8217;illustrazione delle proprie tesi utilizzando esempi tratti non già dalla realtà storica, ma dal mondo immaginario (sotto vari aspetti peraltro assai verisimile) in cui si svolgono le vicende. E se i primi saggi riguardano questioni di carattere molto teorico, di seguito si cerca di operare una serie di analisi applicate.</p>
<p>Così, ad esempio, Justin M. Ross prende in esame le «esternalità positive» (le conseguenze su altri, e da loro apprezzate, delle nostre attività) ricordando l&#8217;episodio in cui Homer scopre che la varicella di Maggie potrebbe essere utile ad altri bambini, se questi ultimi potessero ammalarsi e in tal modo diventare immuni al morbo. Da qui l&#8217;idea, in Homer, di organizzare un «varicella party» a pagamento, con la presenza appunto della figlia Maggie. Nel saggio di Seth e Robert J. Gitter, invece, si riflette sull&#8217;immigrazione: e naturalmente qui si parla a più riprese di Apu, originario di Calcutta (il nome completo è Apu Nahasapeemapetilon) e titolare di un piccolo supermarket con il quale riesce a mantenere la moglie e gli otto figli.</p>
<p>Si spazia insomma dalle riflessioni più astratte (sarà vero che Homer e gli altri sono mossi solo dal desiderio di denaro? Oppure: le preferenze umane sono quanto vi è di più soggettivo e imprevedibile?) a questioni più pratiche, cercando di capire cosa funziona e cosa no a Springfield. L&#8217;impostazione degli autori, che si riconoscono di massima nel pensiero liberale, fa sì che il libro sia pure una maniera divertente per accostare alcuni dei maggiori temi dell&#8217;economia di mercato e un utile strumento per comprendere l&#8217;origine spontanea delle istituzioni, il ruolo informativo dei prezzi, l&#8217;importanza della creatività imprenditoriale.</p>
<p>Il volume non mira a fare dei Simpson dei liberali e, tanto meno, degli economisti. Semmai i varim saggi sembrano tutti condividere l&#8217;idea che se osserviamo la realtà avvalendoci di solidi strumenti interpretativi, siamo in grado di comprendere il modo in cui si combinano le diverse strategie adottate da quanti agiscono in società. La spesso sconclusionata compagnia degli abitanti di Springfield è allora apprezzata soprattutto per la sua umanità. Nonostante possano apparire ridicoli e stravaganti, a ben guardare i protagonisti delle vicende tendono a muoversi grosso modo come fanno le persone in carne ed ossa: cercano di avere successo, provano ad aiutare gli amici, si sforzano di evitare disastri, e via dicendo. Alcune volte si comportano onestamente e altre volte no, ma il loro agire non è mai la conseguenza di schemi fissi. Il sale delle storie raccontate sta spesso nell&#8217;offrire esiti imprevedibili e soluzioni inaspettate.</p>
<p>Per giunta, Homer, Marge, Bart e gli altri sono interpreti di una <strong>microeconomia</strong> senza macroeconomia, poiché nel loro ricercare una qualche felicità (e alcune volte questo obiettivo può coincidere perfino con una gran quantità di frittelle!) non obbediscono a regole generali, né essi sono mai inglobabili entro aggregati. Pur con le loro bizzarrie e anche grazie a questo, i Simpson sono davvero individui, che agiscono liberamente e devono fare i conti con le conseguenze delle loro scelte. L&#8217;economia dei Simpson raccontata da Hall e dagli altri non è allora l&#8217;economia dei numeri e dei grafici (davvero scarsi nel libro), poiché al cuore delle storie vi sono sempre le specifiche attitudini dei protagonisti.</p>
<p>I Simpson sognano e decidono, senza mai essere governati da qualche (presunta) legge di natura o da qualche stabile correlazione. Molti passi, poi, richiamano l&#8217;attenzione sulla regolazione e sui suoi effetti spesso negativi, sebbene non voluti. A più riprese, infatti, le autorità introducono leggi volte a conseguire ben precisi risultati (ad esempio, sconfiggere l&#8217;alcolismo) e non si avvedono che quella norma produrrà conseguenze inattese e alla fine disastrose. Nel suo capitolo Mark Thornton evidenzia così come quando i Simpson si trovano ad affrontare il tema della lotta al vizio, essi rivivono le ben note vicende che tra la prima e la seconda guerra mondiale hanno portato gli Stati Uniti a rilegalizzare il consumo delle bevande alcoliche, riconoscendo il fallimento di ogni repressione legale.</p>
<p>Nel mondo reale come a Springfield, insomma, è solo dal rispetto di taluni principi fondamentali e dall&#8217;accettazione della complessità delle interazioni sociali che può emergere una società libera e una convivenza ordinata, senza troppe tensioni ed ingiustizie.</p>
<p><strong>Carlo Lottieri</strong>, <em>Il Giornale</em> del 12 settembre 2016</p>
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		<title>In Italia la scuola libera è solo libera di morire</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/%e2%80%8bin-italia-scuola-libera-morire%e2%80%8b/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jul 2016 14:38:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[dario antiseri]]></category>
		<category><![CDATA[scuola privata]]></category>
		<category><![CDATA[scuola pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[statalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Dario Antiseri sul Giornale del 20 luglio scrive di scuola pubblica e privata[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È del <strong>14 marzo 1984</strong> la Risoluzione “sulla libertà di insegnamento nella Comunità europea”. Con essa il Parlamento europeo ha inteso rendere chiaro che “il diritto alla libertà di insegnamento implica per sua natura l’obbligo per gli Stati membri di rendere possibile l’esercizio di tale diritto anche sotto il profilo finanziario e di accordare alle scuole le sovvenzioni pubbliche necessarie allo svolgimento dei loro compiti e all’adeguamento dei loro obblighi, in condizioni uguali a quelle di cui beneficiano gli istituti pubblici corrispondenti senza discriminazione nei confronti degli organizzatori, dei genitori, degli alunni e del personale”. Successivamente, il <strong>4 ottobre 2012</strong>, una ulteriore Risoluzione del Parlamento europeo stabilisce: “1. L’Assemblea parlamentare richiama che il godimento effettivo del diritto all’educazione è una condizione preliminare necessaria affinché ogni persona possa realizzare ed assumere il suo ruolo all’interno della società.</p>
<p>Per garantire il diritto fondamentale all’educazione, l’intero sistema educativo deve assicurare l’eguaglianza delle opportunità ed offrire un’educazione di qualità a tutti gli allievi, con la dovuta attenzione non solo di trasmettere il sapere necessario all’inserimento professionale e nella società, ma anche i valori che favoriscono la difesa e la promozione dei diritti fondamentali, la cittadinanza democratica e la coesione sociale. A questo riguardo le autorità pubbliche (lo Stato, le Regioni, e gli Enti locali) hanno un ruolo fondamentale e insostituibile che garantiscono in modo particolare attraverso le reti scolastiche che gestiscono; 2. È a partire dal diritto all’educazione così inteso che bisogna comprendere il diritto alla libertà di scelta educativa”.</p>
<p>Ebbene, nei<strong> Paesi post-comunisti</strong> entrati nell’Unione Europea come nel caso di Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceka, Polonia la parità tra scuole statali e scuole non statali è stata introdotta in modo pieno. Ecco, per scuola non statale, la situazione nei Paesi europei: in <strong>Belgio</strong> gli stipendi di tutto il personale sono a carico dello Stato; in Spagna sono a carico dello Stato tutte le spese; in Portogallo è erogato dallo Stato l’equivalente del costo medio di un alunno di scuola statale; in <strong>Lussemburgo</strong>sono a carico dello Stato tutte le spese; in <strong>Inghilterra</strong> nelle maintained schools sono a carico dello Stato tutti gli stipendi e le spese di funzionamento, oltre all’85% delle spese di costruzione; in <strong>Irlanda</strong>le spese di costruzione degli immobili sono a carico dello Stato, in misura completa per le scuole dell’obbligo e dell’88% per le scuole superiori; in <strong>Germania</strong> sono a carico dello Stato e delle Regioni (Länder) lo stipendio dei docenti (85%), gli oneri previdenziali (90%), le spese di funzionamento (10%) e la manutenzione degli immobili (100%); in <strong>Francia</strong> sono possibili quattro alternative: a) integrazione amministrativa, con tutte le spese a carico dello Stato; b) contratto di assunzione, con spese di funzionamento e per i docenti a carico dello Stato, a condizione che i docenti abbiano gli stessi titoli dei colleghi statali; c) contratto semplice, con spese per il solo personale docente a carico dello Stato; d) contratto di massima libertà che non prevede alcun contributo.</p>
<p>Dove il diritto alla parità tra scuola statale e scuola non statale è stato e viene tradito è in <strong>Grecia</strong> e in<strong>Italia</strong>. Qualche dato sulla situazione italiana. Nel 2012-13 il totale degli studenti iscritti era di 8.943.701, di cui 7.763.964 iscritti alla scuola statale e 1.036.403 iscritti alla scuola paritaria. Nell’anno 2013-14 gli studenti frequentanti la scuola in Italia a</p>
<p>mmontavano a 8.882.905, con 7.746.270 iscritti alla Scuola statale e con 993.544 iscritti alla scuola paritaria (di questi iscritti alla scuola paritaria 667.487 sono alunni delle scuole cattoliche).<br />
Nei due anni scolastici 2012-13 e 2013-14 la spesa per ogni allievo della scuola statale è stata rispettivamente di <strong>6.411,16</strong> e <strong>6.414,57</strong> euro; mentre il contributo medio dello Stato per ogni alunno della scuola paritaria è stato rispettivamente di<strong> 481,47 </strong>e di <strong>497,21 eur</strong>o: una autentica elemosina. E nel frattempo, in questi anni di crisi economica, molte famiglie, non potendo permettersi di pagare la retta, sono state costrette a ritirare il proprio figlio dalla scuola paritaria e iscriverlo alla scuola statale, con la conseguente chiusura di scuole non statali, anche di grande prestigio. Tra il 2012-13 e il 2014-15 si sono perse 349 scuole e 75.146 alunni delle scuole paritarie e 423 scuole e 48.066 alunni delle scuole cattoliche.</p>
<p>In Italia la scuola libera è solo libera di morire. E mentre non ci sono manifestazioni sindacali, occupazioni di scuole o convegni sulla scuola in cui non si lanciano slogan contro la scuola paritaria che succhierebbe risorse a scapito delle scuole statali, non ci si rende conto che le rette pagate dalle famiglie che iscrivono i loro figli alla scuola paritaria fanno risparmiare allo Stato <strong>circa sei miliardi di euro ogni anno</strong>. E, dunque, è la scuola paritaria a danneggiare la scuola statale, oppure è una politica cieca e irresponsabile di destra e di sinistra intossicata di statalismo – a danneggiare sia la Scuola statale che quella non statale?</p>
<p><em>Dario Antiseri Il Giornale</em> del 20 luglio 2016</p>
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