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	<title>spread Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>spread Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>ProMossi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/promossi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Nov 2023 18:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A forza di vivere tutto, eduardianamente, come un esame che non finisce mai, a forza di alternare la ripulsa per i giudizi negativi e la prosopopea per quelli positivi, si finisce con il fraintendere il significato delle cose e dei numeri. Dallo spread alle osservazioni della Commissione europea sul bilancio pubblico. Quando lo spread italiano [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/promossi/">ProMossi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A forza di vivere tutto, eduardianamente, come un esame che non finisce mai, a forza di alternare la ripulsa per i giudizi negativi e la prosopopea per quelli positivi, si finisce con il fraintendere il significato delle cose e dei numeri. Dallo spread alle osservazioni della Commissione europea sul bilancio pubblico.</p>
<p>Quando lo spread italiano (la distanza fra il tasso d’interesse più basso per avere soldi in prestito e quello praticato a un determinato Paese) divenne enorme, la causa permanente era l’enorme debito pubblico. Se non ci fosse stato non sarebbe mai successo. Se un soggetto è troppo indebitato i prestatori faranno attenzione a dove mette i soldi e all’eventuale crescita del suo debito, talché aumenterà il rischio che i propri quattrini corrono e, quindi, il tasso d’interesse richiesto per prestarli. Fin qui siamo nell’ovvio, ma quel debito pubblico enorme c’era anche prima che lo spread esplodesse e, purtroppo, c’è ancora adesso che è basso. E allora? Era cambiato il contesto ed era stato commesso un grave errore, ma non dall’Italia: tentennando nell’affrontare il falso in bilancio dei greci, si era lasciato intendere (colpa di Merkel e Sarkozy) che un Paese dell’euro potesse andare in bancarotta. A quel punto gli occhi si girarono verso l’Italia. Che aveva e ha la responsabilità di un debito eccessivo, ma non aveva fatto niente di male.</p>
<p>Soltanto l’ottusa faziosità politica può far credere che il mondo dei soldi e degli interessi spenda la propria solidità per togliersi lo sfizio di ‘bocciare’ questo o quel governo. Quel mondo non fa questioni di parte, perché sta dalla propria parte. Che non si colloca né a destra né a sinistra, ma nel portafoglio. Ed è bene sia così. Ora che lo spread è basso, però, non significa che si ‘promuove’ l’Italia o il governo, ma che non si vedono pericoli imminenti. Quindi quelli che misurano lo spread in ragione dei governi o che ne rifiutano la misura perché i loro beniamini stanno governando, non sanno di che parlano.</p>
<p>Attenzione, però: non ho mai creduto che l’Italia fosse o sia a rischio di bancarotta, di default, ma non significa mica che non ci siano rischi. Anzi, c’è la certezza che ne viviamo uno assai grave, giacché lo spread è basso ma il nostro è più alto di quello greco di 40-50 punti, a seconda dei giorni. Significa che si considera più sicuro un soldo prestato ai greci che agli italiani o, se preferite, che per prestare soldi alla Grecia si chiede un tasso d’interesse inferiore a quello che si chiede all’Italia. E questo non è neanche un rischio, ma una certezza di svenamento. La cui responsabilità non va cercata nelle mani adunche dei mercanti, ma nel debito altissimo e nell’incapacità di farlo scendere (al contrario di quel che accade in Grecia e che è accaduto in Portogallo, che oggi ha un rating A, mentre noi navighiamo ai bordi della spazzatura).</p>
<p>Questa condizione si riflette pari pari nelle raccomandazioni della Commissione europea. Che non sono un giudizio sul governo. Il problema non è essere promossi, ma muoversi. Perché per uscire dallo svenamento del debito si deve non lasciarlo crescere in peso percentuale sul Prodotto interno lordo, il che si ottiene non certo pagando i debiti, ma fermandoli e producendo più ricchezza. Muoversi significa rendere reali le riforme che favoriscano la concorrenza, la formazione che aumenti la produttività del lavoro, il taglio delle spese correnti che favorisca la discesa della pressione fiscale e via andando in un elenco tanto ripetuto quanto trascurato. Se vendi il Monte dei Paschi di Siena (a proposito di “Prima l’Italia”: singolare che il collocamento sia a cura di operatori tutti stranieri) pensando di pagarci le pensioni che non riesci a limitare, stai dismettendo patrimonio per alimentare spesa corrente. E finisce male.</p>
<p>Passi per la propaganda un tanto al chilo, ma poi va dato il giusto peso alle cose, ricordando le crisi passate e che la protezione europea è fondamentale per non ritrovarsi in Argentina. Con o senza motosega.</p>
<p>La Ragione</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/promossi/">ProMossi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Scalciando</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/scalciando/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jul 2022 15:47:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[bce]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[economia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Domani (giovedì) si riunisce il board della Banca centrale europea. Dovrebbe varare il modello di scudo, destinato ad evitare che le speculazioni sui tassi d’interesse, e relativi spread, possano farsi pericolose. L’Italia è il Paese più esposto al pericolo ed arriva a questa scadenza nella condizione peggiore. Tutto Made in Italy. Ce la siamo costruita [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Domani (giovedì) si riunisce il board della Banca centrale europea. Dovrebbe varare il modello di scudo, destinato ad evitare che le speculazioni sui tassi d’interesse, e relativi<em> spread</em>, possano farsi pericolose. L’Italia è il Paese più esposto al pericolo ed arriva a questa scadenza nella condizione peggiore.</p>
<p>Tutto <em>Made in Italy</em>. Ce la siamo costruita con le nostre mani. Anche se, a ben vedere, si tratta solo della continuazione del lavoro avviato con il governo Conte 1, ad opera degli stessi che lo componevano. Per queste forze minare la solidarietà atlantica e demolire le istituzioni europee è una missione che vale più dell’Italia e degli italiani. Nel 2018 pensavano di avere delle utili sponde esterne, oggi è solo disperazione distruttiva.</p>
<p>Sono già attivi diversi strumenti finanziari europei utili ad evitare che la speculazione si faccia nociva. Un Paese sotto attacco è sufficiente che chieda aiuto e quei meccanismi vengono attivati. Ma quella richiesta, con le condizionalità che porta con sé, crea problemi politici e fa dire ai sovranisti che le istituzioni europee erodono la nostra sovranità. A minarla, in realtà, è il debito troppo alto. A fronte del quale l’Italia ha una bilancia commerciale invidiabile e una posizione netta attiva con l’estero. Cose che altri Paesi non hanno.</p>
<p>Ora ha costruito anche un futuro prossimo di anello decisivo per l’approvvigionamento europeo di gas. Che non è cosa da poco. Nel mazzo, insomma, abbiamo anche buone carte. Ma rischiamo di mandare al tavolo non chi voglia vincere nel nostro interesse, ma chi preferisce ribaltarlo per servire quello altrui.</p>
<p>Dalle prime indiscrezioni si apprende che la Bce è orientata a due automatismi: uno relativo al livello di scostamento (spread) fra i tassi d’interesse (ipotesi 350, con il rischio di indicare il punto dove arrivare subito); l’altro relativo all’allineamento e al rispetto del Paese da aiutare degli impegni già presi in sede Ue. In questo modo non ci sarebbero condizionalità specifiche. Il che fa storcere la bocca a chi preferirebbe regole più stringenti, anche per evitare che i soldi della Bce, quindi di tutti gli europei, vengano utilizzati più per coltivare i vizi che per riagguantare le virtù.</p>
<p>Che è poi la ragione per cui sia la presidenza del Consiglio che il ministero dell’Economia si sono opposti alla petulante e generale richiesta di ulteriori scostamenti di bilancio: farlo in queste condizioni significa dare ragione a chi considera troppo morbida la posizione della Bce. Il capolavoro è consistito nel far capire che, pur di ottenere altri soldi da spendere improduttivamente, si è pronti a cacciare presidente del Consiglio e ministro dell’Economia. Grandioso masochismo.</p>
<p>Naturalmente questi sfasciacarrozze non aspettano altro che lo spread salga per mettersi ad ululare che “l’Europa ci abbandona”, ove non sia l’artefice dell’oscura e vile manovra anti italiana. Manco il nome sono riusciti a imparare: Unione europea. Che noi si sia il Paese che ha ricevuto più fondi regalati e più prestiti agevolati è, per loro, solo uno sgradevole inciampo. Se si riuscisse a buttarli, anziché investirli, potrebbero dire: missione compiuta.</p>
<p>Sono queste le ragioni per cui non si dovrebbe mai dargliela vinta. Le ragioni per cui varrebbe la pena che Draghi restasse dove si trova. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia: restarci dovendo negoziare anche i sospiri e perdendo tempo appresso alle bizze, farebbe venire meno la ragione per cui Draghi è Draghi, divenendo inutile. In una democrazia il consenso conta, i voti pesano e non si rimedia agli errori né votando in continuazione né considerando i voti espressi a loro volta un errore.</p>
<p>La palla, ora o fra poco, torna fra i piedi dei cittadini italiani. Sono loro, siamo noi a dovere decidere se calciarla per vincere o scalciarla per ribellismo latrante. E non ci sono scudi che possano modificare il risultato. Se l’orrida sceneggiata servisse a far ragionare tanti, sarebbe già un successo.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/category/tutti-i-numeri/"><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
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		<title>#laFLEalMassimo – Episodio 69: Autorità tecniche e responsabilità politiche</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-episodio-69-autorita-tecniche-e-responsabilita-politiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jun 2022 16:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#laFLEalMassimo]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2022]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nuovo episodio della FLE al Massimo, mentre in Ucraina il conflitto legato all’invasione Russa non riesce a trovare una via di soluzione e costituisce ancora un’emergenza umanitaria, possiamo osservare che le conseguenze economiche del conflitto contribuiscono ad esacerbare un quadro internazionale caratterizzato da numerosi fattori di incertezza e criticità. Le principali banche centrali si trovano [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nuovo episodio della FLE al Massimo, mentre in Ucraina il conflitto legato all’invasione Russa non riesce a trovare una via di soluzione e costituisce ancora un’emergenza umanitaria, possiamo osservare che le conseguenze economiche del conflitto contribuiscono ad esacerbare un quadro internazionale caratterizzato da numerosi fattori di incertezza e criticità.</p>
<p>Le principali banche centrali si trovano infatti di fronte alla necessità di intervenire con misure restrittive per arginare la crescita dell’inflazione, ma le stesse misure potrebbero rallentare la crescita economica fino al punto di portarci in recessione.</p>
<p>Questo dilemma è ulteriormente complicato dalle pressioni sui prezzi delle materie prime e dei prodotti alimentari esercitate dalla guerra e dall’atteggiamento miope della Cina nella gestione delle misure restrittive, che sta mettendo in difficoltà le catene del valore e il commercio internazionale con probabili conseguenze negative per la crescita globale.</p>
<p>In Europa a questo scenario altamente incerte si aggiunge la complicazione avere alcuni paesi (tra cui l’Italia) con un debito pubblico particolarmente elevato, rispetto alle proprie Economie che potrebbe diventare insostenibile di fronte alla combinazione negativa di un minore intervento da parte delle banche centrali e di una crescita dell’economia inferiore alle aspettative.</p>
<p>Per scongiurare il rischio che questo scenario evolva in una nuova crisi dei debiti sovrani, come quella nella quale il nostro Mario Draghi ha pronunciato il celebre <em>&#8220;Whatever it takes&#8221;,</em> la BCE sta già correndo ai ripari dichiarando apertamente che il sostegno ai paesi più deboli non sarà interrotto in modo troppo brusco e che è allo studio uno strumento <em>ad hoc</em> per limitare il rischio di frammentazione, quello scenario nel quale i mercati di si convincono che il debito di alcuni paesi è diventato troppo rischioso o addirittura insostenibile.</p>
<p>Non è tuttavia possibile risolvere con strumenti tecnici problemi che hanno natura e rilevanza politica: la dimensione eccessiva del debito pubblico italiano e la capacità del sistema economico di sostenerne il carico sono il risultato di scelte politiche passate e presenti e nessun superpotere dei banchieri centrali potrà sottrarci dal necessario percorso di riforme senza il quale il nostro paese non ha futuro.</p>
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		<title>Condizionalità</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/condizionalita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jun 2022 14:47:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[economia italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Evviva! c’è lo scudo. Qualche volta viene voglia delle scudisciate, anche perché è lo stesso coro che gioiva per la prolungata sospensione del patto di stabilità, per la possibilità di continuare a far crescere il già spaventoso debito pubblico. Ora si festeggia lo scudo. Prima o dopo arriverà la realtà, che consiste nelle condizionalità. Ci [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Evviva! c’è lo scudo. Qualche volta viene voglia delle scudisciate, anche perché è lo stesso coro che gioiva per la prolungata sospensione del patto di stabilità, per la possibilità di continuare a far crescere il già spaventoso debito pubblico. Ora si festeggia lo scudo. Prima o dopo arriverà la realtà, che consiste nelle condizionalità. Ci saranno condizioni da rispettare. Il che non nuocerà affatto alla nostra sovranità, semmai cercherà di salvarne il salvabile dall’opera dei sovranamente incoscienti. Chi è troppo indebitato non è mai del tutto padrone di sé.</p>
<p>La presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, non è proprio formidabile nella comunicazione. Le capita di dire cose esatte nel modo e nei tempi sbagliati. Non un problema da poco. Che sarebbero saliti i tassi d’interesse era scontato, annunciato e risaputo. Sono piccoli ritocchi. Era facile prevedere che all’annuncio di quei rialzi i differenziali fra i diversi Paesi dell’Eurozona, meglio noti come spread, si sarebbero mossi.</p>
<p>Esistevano anche sotto l’anestesia Draghi, a dimostrazione che il problema era lì e che, prima o dopo, avrebbe ripreso a mandare fitte di dolore. Sapendolo, la Bce ha annunciato di avere allo studio uno scudo, per evitare la “frammentazione”. Non è l’annuncio dei minimi rialzi ad avere scosso i rami della giungla, ma l’idea che qualcuno stesse studiando una cosa che nessuno poteva quindi sapere come avrebbe funzionato.</p>
<p>Ha ragione Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, a ricordare che una così vistosa divaricazione degli spread ha a che vedere con la speculazione. Ma gli speculatori non sono i cattivoni, bensì quelli che vedono anticipatamente una debolezza (o forza) e contano, scommettendo, di farci dei soldi. Debito alto e scudo nebbioso hanno messo in moto gli speculatori. Messina, però, ha aggiunto altre cose, rilevanti.</p>
<p>Fra le altre:</p>
<p>a. abbiamo un patrimonio immobiliare pubblico immenso, che ci costa anziché essere messo a reddito, il che è assurdo, visto che chi ha tanto debito e molto patrimonio non dovrebbe trovarsi in guai troppo grossi;</p>
<p>b. siamo fra i campioni mondiali del risparmio, ma non ci finanziamo granché né il debito pubblico nazionale né le aziende nazionali, ma lo portiamo ad operare in lidi lontani.</p>
<p>Entrambi i punti hanno storia e spiegazioni, ma resta quel che si dovrebbe vedere e, comunque, da fuori si vede: continuiamo a fare debiti senza usare il patrimonio e prendiamo i nostri soldi e li investiamo altrove. Dopo di che pretendiamo che altri comprino e garantiscano i nostri debiti. Curioso.</p>
<p>Nell’ordinamento europeo già esistono diversi meccanismi di soccorso finanziario. Sperimentati. Ma funzionano a richiesta di parte, il bagnino si muove se qualcuno grida: aiuto! Evitare la “frammentazione”, come si propone lo scudo, le cui caratteristiche reali conosceremo a fine luglio, comporta una specie di automatismo: si osserva il mercato, si vede la normalità dei differenziali, poi si vede arrivare un’onda più alta e allora, senza che nessuno lo chieda, lo scudo si attiva.</p>
<p>Bello. Ma non reale. O, meglio, per evitare che si apra la discussione se l’onda alta ha una cresta di due centimetri o venti metri, mentre chi non sa nuotare è bene se ne stia sulla battigia e non reclami salvataggi solo perché vuol far credere d’essere un delfino, ci saranno delle condizioni alla base dell’automatismo. Delle regole.</p>
<p>Tanto per essere chiari: se ti sei indebitato ulteriormente per lanciare dei bonus utili ad acquistare le biciclette sarà il caso che ti metta a pedalare e ti tiri fuori dai guai da solo. E questo non è un attentato alla sovranità, semmai è la grandinata di bonus ad essere un attentato alla decenza.</p>
<p>Sullo sfondo la riforma del Patto di stabilità, ovvero delle regole che vanno comunque rispettate. E i cittadini che pagano le tasse non possono che festeggiare quel rispetto. Infine: solo gli allocchi credono che lo spread cresca se governa un antipatico agli oscuri e adunchi mercati, mentre se ne stia a bada se c’è un amico dei medesimi. Noi lo sapevamo, cerchino di capirlo i mercanti di voti.</p>
<p><a href="http://www.laragione.eu"><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
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		<title>Bonuslandia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/bonuslandia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 May 2022 08:01:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Bonus]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[economia italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Correva l’anno 1972, quando Joel Grey e Liza Minnelli, nel film Cabaret, cantarono “Money”. Il concetto era chiaro: sono i soldi a far girare il mondo. Le scene erano non meno esplicite: il sesso può servire a far soldi e i soldi a far sesso. Quattro anni dopo, 1976, furono gli svedesi Abba a cantare [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Correva l’anno 1972, quando Joel Grey e Liza Minnelli, nel film Cabaret, cantarono <em>“Money”</em>. Il concetto era chiaro: sono i soldi a far girare il mondo. Le scene erano non meno esplicite: il sesso può servire a far soldi e i soldi a far sesso. Quattro anni dopo, 1976, furono gli svedesi Abba a cantare <em>“Money, money, money”</em>. Qui in messaggio è più elaborato: lavoro tutta la notte e tutto il giorno per pagare le bollette, senza che mi resti un centesimo; la cosa è triste, ma ho un piano: trovarmi un uomo ricco. Sprovveduti e dilettanti, non riuscirono ad immaginare che i soldi, <em>money</em>, possono moltiplicarsi per decreto. Qui in Bonuslandia siamo specializzati.</p>
<p>A noi non interessa che un bonus insensato, capace di finanziare il 110% di una spesa, abbia come effetto la lievitazione dei prezzi. Tanto mica li paghiamo. E poi, che razza di problema è? Più salgono i prezzi più ci guadagno con il 10%. Oramai siamo all’economia alticcia. Dopo di che provate a girare per i cantieri aperti e, anche se non siete del mestiere, guardate le etichette e le facce: materiali stranieri e lavoratori stranieri, finanziati dal contribuente italiano, acciocché il connazionale fortunato si rifaccia la facciata e sostituisca gli infissi. Che poi qui siamo “sì global”, mi va benissimo che si comperi in ragione di prezzo e qualità e non di nazionalità, ma se alteri il metro del prezzo, se corrompi il mercato, allora ti faccio osservare che il prodotto interno lordo crescerà nel Paese produttore, mentre qui cresce solo il debito.</p>
<p><em>Money!</em> Siccome è ricomparsa l’inflazione, corriamo a dare soldi agli italiani. Che è come dire: siccome c’è un incendio, porta la legna. Con una enorme differenza, rispetto al passato: un tempo versammo benzina sul fuoco con la scala mobile, che aumentava i salari di chi lavorava; ora non c’è manco bisogno d’andare a lavorare, perché 200 euro di bonus li diamo a tutti, a 28 milioni di italiani, ivi compresi quelli cui già diamo il reddito di cittadinanza. A noi le baronie meridionali che consumavano ricchezza senza produrre un accidente ci fanno un baffo. Dettaglio storico: andarono in bancarotta.</p>
<p>Un tempo viaggiare in aereo era roba da ricchi e voli ce n’erano pochi. Poi è arrivato il mercato, la concorrenza e sono stati spezzati i monopoli, risultato: volano tutti e c’è un aereo appresso all’altro. Troppo facile, <em>money</em> ci piace spenderli, mica farli. Così bonus da 60 euro a chi prende l’autobus, la metropolitana, i treni locali. Fermiamo la legge sulla concorrenza per non toccare i monopoli delle municipalizzate, teniamo basso il prezzo del biglietto finanziandolo con i soldi del contribuente, così rendendo opachi i costi e non inducendo a contenerli e anziché aiutare i meno abbienti dopo avere aperto il mercato finanziamo il viaggiatore per tenerlo chiuso. In altre parole: i soldi vanno alle municipalizzate.</p>
<p>Lascia fare la surreale diatriba sul catasto, partita dicendo che non sarebbe aumentato il prelievo, continuata reclamando la stessa cosa e finita (per ora) strappando l’assicurazione che non aumenterà. Poi leggi l’articolo 6 e ci trovi la destinazione del maggiore gettito. Allora c’è!? Ma è ovvio che ci sia, perché se fai emergere gli immobili non accatastati è solare che dovranno pagare quel che non pagano. Ed è pure giusto. Ma vuoi mettere.</p>
<p>Così gli uni s’intestano che non si debba pagare, gli altri il bonus per tutti i redditieri sotto i 35mila annui e i terzi rilanciano attaccandosi al tram. A parte la voglia di rappresentare quelli che pagano per tutti, resta un mistero: se riuscite a fare ‘sta roba quest’anno, l’anno prossimo, quando si voterà, devo uscire di casa con il panino, così mi ci mettete il salame, o mi fornite il prodotto già completo? Possibilmente non già masticato. Lo spread s’allarga? Aboliamolo, che il popolo lo vuole e quattro piazzisti son pure capaci di prometterlo.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/sabato-7-maggio-2022/"><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
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		<title>Spreaddati</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/spreaddati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Feb 2022 11:01:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non si fermerà a chiacchiere, perché non è il frutto delle chiacchiere. Troppi amano prendersi e prendere in giro, credere e far credere che il costo del debito pubblico e lo spread, quindi quanto ci costa in più rispetto a quello di altri, dipendano dalle parole o dalla volontà di questo o quella, ma è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non si fermerà a chiacchiere, perché non è il frutto delle chiacchiere. Troppi amano prendersi e prendere in giro, credere e far credere che il costo del debito pubblico e lo spread, quindi quanto ci costa in più rispetto a quello di altri, dipendano dalle parole o dalla volontà di questo o quella, ma è una favola. Certo che se qualcuno straparla possono esserci delle conseguenze e certo che, ad esempio, all’inizio della pandemia il presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, commise un errore di comunicazione, ma quella roba passa in fretta. Mentre lo spread è lì, solido e permanente. A renderlo alto non sono le parole, ma il debito pubblico troppo alto. Ci si deve fare i conti, non vivere di pericolose illusioni.</p>
<p>Intanto consoliamoci con il lato gradevole: anche questo è un segno che si sta uscendo dalla pandemia, che si ritorna alla normalità. La cosa meno gradevole è che, nella normalità, a noi chiedono più interessi che ad altri, per prestarceli. Se togliete la parentesi covid e un solo anno (negativo), sono più di venti anni che l’Italia, costantemente in deficit, è in avanzo primario, vale a dire che i conti pubblici sono in attivo prima di dover pagare gli interessi sul debito contratto. Qualcuno crede che sia un merito eroico, ma è una trappola, significa che per onorare il costo del debito ci tocca fare deficit, quindi altri debiti. E siccome non si cavano le gambe fuori dalla trappola, ecco che chi presta il denaro ci chiede di guadagnare più che prestandolo ad altri. Non per cattiveria, ma perché comportiamo un rischio maggiore. Per averne cognizione non guardate sempre al nostro spread, isolato, quindi alla differenza d’affidabilità e rischio fra noi e la Germania, guardate anche gli altri: siamo, da anni, costantemente sopra e quasi al doppio di Spagna e Portogallo, che pure sono indebitati. Ed è stato così anche quando gli spread erano assai bassi, ma noi sempre sopra di loro. Trucco, raggiro, complotto? No, affidabilità che il debito continui ad essere onorato e che il solo mezzo per farlo non sia fare altri debiti.</p>
<p>C’è una corrente sovranista che chiese (chiede ancora? avete notizie?) di tornare alla lira per essere liberi e sovrani. Non si sa se sono pazzi o ci hanno presi per scemi: la sovranità è minacciata dal debito, non da come lo conti, e se pensi di pagare chi presta con i soldi del Monopoli fai la fine dell’Argentina, che dopo essersi indebitata in dollari, perché la moneta nazionale non la voleva nessuno, è piombata in miseria.</p>
<p>Mario Draghi, alla Bce, domò gli spread perché mostro le armi con cui avrebbe combattuto la speculazione. Fu convincente e calarono. Bravo. Ma il nostro rimase superiore a quello degli altri, né sarebbe potuto essere diversamente. Allora, che si fa?</p>
<p>Si evita di piagnucolare, non ci si rintrona appresso ai complottismi, testa bassa e pedalare, perché il debito non si ripaga, quei soldi non vanno restituiti, ma è necessario che la ricchezza prodotta ogni anno cresca più velocemente di quanto cresca e crescerà il costo del debito. A quel punto si ridurrà il suo peso percentuale sul prodotto interno lordo e lo spread non farà paura. Per ottenere la crescita non serve a nulla inventare bonus ed è masochista sovvenzionare il non lavoro, ovvero la non produzione. Quando altri vedono quelle nostre scene si ricordano anche che siamo i più sovvenzionati e protetti dalla Bce, sicché si rivolgono verso Francoforte e chiedono di piantarla. Da qui le parole dette e non dette. Per crescere occorre investire, innovare, formare, selezionare, riformare, tagliare l’inutile e piantarla di frignare. E serve far capire che lo si farà per anni. Non so se è chiaro, ma la sceneggiata politicante, fra trasformismi, frazionismi ed esibizionismi, costa assai. Impoverisce. Oltre a essere insopportabile.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>L&#8217;errore e il rilancio</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lerrore-e-il-rilancio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2020 15:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[bce]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[lagarde]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È stato combinato un guaio. Vedo anche una corsa a ingrandirlo laddove, invece, si dovrebbe usarlo per trarne un vantaggio. Questo è l’interesse nazionale. La Banca centrale europea pratica un tasso dello 0.25%, praticamente negativo. Ridurlo porterebbe fuori dalla politica monetaria e in campo filosofico. Le banche che prendano denaro dalla Bce e che lo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È stato combinato un guaio. Vedo anche una corsa a ingrandirlo laddove, invece, si dovrebbe usarlo per trarne un vantaggio. Questo è l’interesse nazionale.<br />
La Banca centrale europea pratica un tasso dello 0.25%, praticamente negativo.<br />
Ridurlo porterebbe fuori dalla politica monetaria e in campo filosofico. Le banche che prendano denaro dalla Bce e che lo lascino colà in deposito pagano per questo servizio, anziché guadagnarci, il che serve a indurle a farlo circolare tramite i clienti. Queste le due colonne erette da Mario Draghi, cui se ne aggiungono altre, come l’acquisto di titoli, in modo da sostenere direttamente sia il sistema produttivo che i debiti degli Stati membri.<br />
Ieri è stato annunciato un aumento di 120 miliardi per questa attività e per l’anno in corso.<br />
Va bene. È la opportuna continuità (ieri si sono distinte voci critiche verso il nuovo presidente, perché avrebbe tradito il vecchio, salvo che quelle voci criticarono il predecessore per tutto il corso del suo ottimo mandato). Più di questo è difficile fare, con gli strumenti fiscali. Come Draghi ha ripetuto un milione di volte: il resto spetta ai governi nazionali e alle politiche fiscali.<br />
Tutto bene? No, perché a una domanda il nuovo presidente della Bce, Christine Lagarde, ha risposto: “non siamo qui per chiudere gli spread, ci sono altri strumenti e altri attori per gestire quelle questioni”. Sbagliato? No, giusto. È così. Solo che peggio non si poteva dire, perché una cosa è affermare: faremo tutto il possibile, scordatevi di speculare contro l’euro perché vi rompiamo le ossa e, però, tocca ai governi nazionali fare il resto per far scendere i differenziali (spread) e favorire la crescita; altra liquidare la faccenda con parole che sembrano smentire l’essenziale premessa dell’altra modalità espressiva. Da qui il caos di ieri. Intendiamoci, però. Le Borse cono crollate ovunque, sicché la motivazione è multipla. Il necessario fondo salva Stati non è effettivamente competenza della Bce. Come neanche il rispetto o la modifica del patto di stabilità. Il grosso danno fatto da Lagarde è dunque un altro: la parola della Bce era fin qui stata sufficiente, perché quella parola era un fatto, lei è riuscita, al primo colpo, a smontare questa conquista del 2012. Notevole.<br />
Se l’Italia si mette a dire “ha danneggiato noi” è come dire: certo che siamo sull’orlo della bancarotta, ma non si doveva dirlo. Ed è vero che non si deve dirlo, ma non che siamo alla bancarotta. Quindi meglio: non si danneggi l’euro. Anche perché se lo si danneggia e si rompono gli argini costruiti in bancarotta ci andiamo sul serio e, a quel punto, a dirlo saranno tutti.<br />
Ergo non si vede “approfittare” del maldestro scivolone per sfondare qualsiasi deficit, continuando stoltamente a far credere che sia un problema europeo, laddove è solo e soltanto ulteriore debito nostro, ma, semmai, usandolo per riprendere il discorso più serio: quello dei fondi europei raccolti mediante l’emissione di debito europeo. Fin qui, con governi di diverso colore, l’Italia ha fatto di tutto per allontanare quel che avremmo interesse ad avvicinare. Ora si usi la disgrazia dei contagi e la disgraziata risposta per cambiare musica.</p>
<p>Pubblicato da Formiche</p>
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		<title>Manovra: 3 motivi per cui cambiarla e 4 proposte per migliorarla</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/manovra-3-motivi-per-cui-cambiarla-e-4-proposte-per-migliorarla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Ricolfi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Nov 2018 16:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[reddito cittadinanza]]></category>
		<category><![CDATA[spread]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel medio periodo i mercati finanziari valutano i conti pubblici di un Paese in base ai suoi fondamentali, nel breve periodo, invece, nella valutazione dei mercati, quella che determina il famigerato spread, entrano anche molteplici fattori di natura politica, psicologica, congiunturale. In questo momento, nella zona Euro, tutti i paesi sono giudicati dai mercati grosso modo in linea con i [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel medio periodo i mercati finanziari valutano <strong>i conti pubblici di un Paese</strong> in base ai suoi fondamentali, nel breve periodo, invece, nella valutazione dei mercati, quella che determina il famigerato spread, entrano anche molteplici fattori di natura politica, psicologica, congiunturale. In questo momento, nella zona Euro, tutti i paesi sono giudicati dai mercati grosso modo in linea con i loro fondamentali, con una sola eccezione: l’Italia.</p>
<p>In Italia lo <strong>spread è pari a 300 punti base</strong>, ma di questi 300 punti solo la metà circa è attribuibile allo stato dei nostri fondamentali. <strong>In concreto vuol dire</strong>: se i mercati non fossero influenzati da fattori anomali, lo spread sarebbe prossimo a 150 punti, e tutti vivremmo sonni più tranquilli. Come se non bastasse, a questa cattiva disposizione (posso chiamarla così?) dei mercati si addiziona la pessima disposizione delle autorità europee, che minacciano l’avvio di una proceduta di infrazione verso l’Italia, colpevole di aver presentato una manovra di bilancio che viola le regole di Bruxelles. È in questo clima che, molto timidamente e in modo volutamente ambiguo, il governo si appresta a modificare (o rimodulare, come si dice quando si vuole dire e non dire) la manovra economica con cui intende far uscire l’Italia dalle secche della bassa crescita.</p>
<h2>Tre motivi per cui corregere la manovra</h2>
<p>È opportuno mettere mano a una sostanziosa correzione della manovra? Io penso di sì, ma ritengo anche che una tale correzione non dovrebbe preoccuparsi tanto di salvare la faccia alle autorità europee, quanto di riportare i mercati alla ragione, ossia a valutare l’Italia per quel che sono i suoi fondamentali. Provo a dire perché.</p>
<p><strong>1.</strong> Il vero danno all’Italia non verrà dalle sanzioni europee, ma è già venuto dall’aumento dello spread. Se non ce ne siamo ancora accorti granché è solo perché gli effetti negativi generali si vedranno fra un anno circa, ossia quando gli interessi sui prestiti e sui mutui cominceranno a strangolare famiglie e imprese, mentre gli effetti negativi immediati hanno finora colpito solo (si fa per dire) 1 risparmiatore su 4, ossia i possessori di ricchezza finanziaria sensibile (azioni, obbligazioni, titoli di stato). È facile prevedere che se, fra qualche mese, le perdite virtuali dei risparmiatori italiani (circa 200 miliardi di euro dalla data delle elezioni) non dovessero essere recuperate grazie a un calo dello spread e un recupero della Borsa, assisteremo al progressivo consolidarsi del partito del I want my money back, ovvero rivoglio i miei soldi indietro, secondo la famosa rivendicazione di <strong>Margareth Thatcher</strong> (verso l’Europa).</p>
<p><strong>2.</strong> Contrariamente a quanto si potrebbe supporre dai dibattiti in corso, la vera fonte di tensione sui mercati non è il deficit (che da diversi anni oscilla intorno al livello programmato dal governo giallo-verde), ma l’evoluzione del <strong>rapporto debito/Pil</strong>. Quel che preoccupa è la scarsa determinazione del governo nel perseguirne la sua riduzione, e ancor più la convinzione della stragrande maggioranza degli analisti che, sia nel 2019 sia negli anni successivi, il Pil dell’Italia crescerà meno del previsto, rendendo così ancora più improbabile l’avvio di un percorso di riduzione del rapporto debito/Pil.</p>
<p><strong>3.</strong> I timori degli analisti sono più che giustificati, e lo sono per un motivo molto semplice: la manovra non inverte affatto la rotta degli anni scorsi, ma semmai ne amplifica i difetti e, bisogna aggiungere per amore di verità, ne paga gli errori. In che senso? Nel senso che <strong>è stato un errore</strong> puntare troppo su <strong>misure assistenziali</strong> (come gli 80 euro e i vari bonus), giustificate dal mito del rilancio della domanda interna. È stato un errore fare così poco per ridurre la pressione fiscale sui produttori.<strong> È stato un errore</strong> disseminare il futuro (cioè il presente dell’attuale governo) di clausole di salvaguardia da disinnescare, come quelle sull’Iva e le accise. <strong>È stato un errore</strong> chiedere continuamente all’Europa di fare più deficit di quello consentito dalle regole, anziché approfittare della congiuntura favorevole per risanare il bilancio. <strong>È stato un errore</strong> ridurre, anno dopo anno, le risorse destinate agli investimenti pubblici.<strong> È stato un errore</strong> non fare una manovra correttiva allorché l’Europa ci avvertì che i nostri conti pubblici stavano deragliando dal percorso concordato.</p>
<p>Di fronte a questi errori, rinunciare a una sensibile riduzione delle tasse e puntare quasi tutto su due grandi misure di spesa (reddito di cittadinanza e pensionamenti anticipati) non significa cambiare rotta, ma accentuare il principale difetto delle politiche dei governi precedenti, ovvero l’eccesso di misure orientate al consenso anziché alla crescita. Né vale l’obiezione che, così, si rilanciano consumi e domanda interna, o che la manovra è finalmente espansiva: fare il 2,4% di deficit non significa immettere nell’economia più soldi di prima, ma solo immetterne di più di quanti se ne incassa, esattamente come prima e nella stessa misura in cui lo si faceva prima (il deficit è sempre stato prossimo al 2,4% negli ultimi anni).</p>
<h2>Quattro proposte</h2>
<p>Che fare, dunque, per correggere la manovra? Arrivati a questo punto una correzione radicale, una vera inversione di tendenza, è politicamente impossibile, perché ormai su pensioni e reddito di cittadinanza Salvini e Di Maio si sono impegnati con i rispettivi elettorati, e non è certo pensabile che sacrifichino una di queste due promesse per mantenere la terza, ovvero la flat tax. Però, forse, qualche correzione si potrebbe fare lo stesso. Di queste correzioni, non ottimali ma comunque capaci di calmare i mercati, io ne vedo almeno quattro.</p>
<p><strong>a.</strong> La prima è un aumento degli investimenti pubblici, soprattutto legati all’edilizia e alla gestione del territorio (dissesto idrogeologico, messa in sicurezza delle scuole).</p>
<p><strong> b.</strong> La seconda è una lieve riduzione del deficit programmatico, magari anche solo dal 2,4 al 2%, che non è moltissimo in termini di bilancio ma è tanto come segnale ai mercati.</p>
<p><strong>c.</strong> La terza, a copertura delle prime due, è un avvio graduale delle misure di spesa (pensioni e reddito di cittadinanza), non nel senso di un inizio tardivo (impensabile con le elezioni europee alle porte) ma nel senso di un inizio tempestivo (aprile?) che allarga poco per volta la platea dei beneficiari.</p>
<p><strong>d.</strong> La quarta, a mio parere la più importante, è il capovolgimento del reddito di cittadinanza. Anziché mettere i soldi in tasca ai disoccupati, attendendo che gli inefficientissimi centri per l’impiego offrano loro un corso di formazione e un lavoro veri, che li distolga dalla tentazione del lavoro nero, si potrebbe varare un sistema di incentivi che renda convenienti per le imprese l’assunzione e/o la formazione di lavoratori disoccupati e disponibili a lavorare: imparare un lavoro dentro l’impresa che di quel tipo di lavoro ha bisogno è la migliore garanzia che il lavoratore formato venga assunto, e che la formazione serva proprio a lui, e non come oggi troppe volte accade ai formatori che si contendono i disoccupati.</p>
<p>Un aggiustamento di questo tipo non sarebbe il più efficace possibile ai fini della crescita, se non altro perché privo di altri cruciali pilastri (riduzione delle tasse, investimenti in capitale umano, efficientamento della giustizia civile), e tuttavia avrebbe, a mio parere, buone probabilità di <strong>centrare almeno quattro obiettivi</strong>: salvare la sostanza delle promesse elettorali già fatte; rendere meno improbabile il raggiungimento dei tassi di crescita programmati, grazie al reddito di cittadinanza reindirizzato verso le imprese; bloccare la proceduta di infrazione dell’Europa contro l’Italia; raffreddare le tensioni sui mercati finanziari.</p>
<p>Un ritorno dello spread sotto quota 200 riporterebbe un po’ di fiducia, ridarebbe ossigeno ai bilanci delle banche, eviterebbe la contrazione del credito e l’aumento dei tassi sui mutui, permetterebbe ai risparmiatori di recuperare le perdite (virtuali) di questi mesi. Non è moltissimo, ma è comunque meglio che prolungare all’infinito l’incertezza presente.</p>
<p>Luca Ricolfi, Il Messaggero 30 novembre 2018</p>
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		<title>Massimo pericolo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/massimo-pericolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 May 2018 10:09:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[spread]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo arrivati a questo punto per responsabilità dell’intera classe dirigente, capace solo di assecondare la demagogia con la quale si è drogato il dibattito pubblico e ingannati i cittadini. Dalla metà del 2012 vado ripetendo che il tempo comprato dalla Banca centrale europea sarebbe finito e che sprecarlo era un delitto. Siamo rimasti pochi e [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo arrivati a questo punto per responsabilità dell’intera classe dirigente, capace solo di assecondare la<strong> demagogia</strong> con la quale si è drogato il dibattito pubblico e ingannati i cittadini. Dalla metà del 2012 vado ripetendo che il tempo comprato dalla <strong>Banca centrale europea</strong> sarebbe finito e che sprecarlo era un delitto. Siamo rimasti pochi e isolatissimi, ad avvertire.</p>
<p>Qui siamo arrivati perché da destra e da sinistra, da Berlusconi a Renzi, non hanno saputo far altro che reclamare <strong>più spesa pubblica, più deficit e più debito</strong>, per un Paese malato di troppa spesa pubblica, troppo deficit e un debito pazzesco. Pentastellati e leghisti, come avvertivamo, non erano e non sono il cambiamento, ma la continuità. Peccato che faccia a cazzotti con le regole dell’economia e con il buon senso.</p>
<p><strong>Ora dicono ai cittadini che essi devono reclamare la loro sovranità</strong>. Se votano compatti contro la forza di gravità pensano di potere volare o avvertono che lanciandosi dalla finestra ci si schianta? La sovranità si esercita con scelte razionali fra alternative praticabili, il resto è demagogia da politicastri irresponsabili e incapaci.</p>
<p><strong>Dicono</strong>: non abbiamo mai detto che si voleva uscire dall’euro. <strong>Imbroglioni</strong>: se rinneghi anche il niente che è stato fin qui fatto, se traduci l’orrida e miserevole gnagnera dell’elasticità renziana in affermazione perentoria che farai debito ulteriore e ne farai moltissimo, quali credi che siano le conseguenze? Chi se ne frega, rispondono, perché il popolo sovrano decide e può anche rinnegare quel debito, o svalutarlo tornando a battere la moneta dei poveri. Sicuro. Peccato che <strong>120 miliardi e 500 milioni</strong> siano in tasca ai privati italiani. <strong>Il 68% è dentro i confini nazionali</strong>. E anche a voler far finta di non sapere che non pagare i debiti contratti con altri è una dichiarazione di guerra finanziaria, che verrà ripagata con speculazione e fuga di capitali, resta il fatto che con un approccio di tal genere falliscono le banche, dove si trovano i soldi degli italiani che li hanno guadagnati lavorando.</p>
<p><strong>Non solo: i soldi si muovono</strong>. Anche quelli delle famiglie. I poveri saranno fottuti, perché inerti. Chi ha disponibilità e competenze può, del tutto legalmente, esportare capitali e attendere lo sfascio, così divenendo più ricco che 20-30%. In poco tempo del 40. Ciò genera debiti delle banche da cui i soldi scappano verso le altre banche, europee e mondiali, dove approdano. E quei debiti non li svaluti. Per non fa chiudere le banche dovrai nazionalizzarle, mettendo le perdite in conto al contribuente, che sarà più tassato, più povero e più indebitato. Quel che scrivi nel programma è ininfluente e ridicolo, perché basta leggere quel che vuoi fare per dedurne cosa succederà.</p>
<p><strong>La colpa, ripeto, è di una classe dirigente</strong> che ora applaude con calore il governatore Visco, ma non s’è spesa in influenza e non ha speso un euro per sostenere idee diverse e responsabili. La miserrima politica che ci troviamo ad avere è figlia della miserabilità di quella classe dirigente. Come anche della disposizione popolare a credere a cartomanti, imbroglioni, incompetenti, irresponsabili.</p>
<p>Ecco, se volete prendetevela con qualche nemico esterno, tanto è sempre questa <strong>la tattica dei cialtroni.</strong> Ma non servirà a nulla, se non ad animare qualche dibattito fra demagoghi.</p>
<p>La via d’uscita c’è, eccome. Ma comporta, da parte di tutti, dei cittadini per primi, del ritorno alla ragionevolezza e alla responsabilità. Senza cui neanche esiste la libertà.</p>
<p>Davide Giacalone, 30 maggio 2018</p>
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		<item>
		<title>Perché il rating fa più paura dello spread</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/perche-il-rating-fa-piu-paura-dello-spread/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Forte]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 May 2018 09:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[spread]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Purtroppo la peggiore delle mie previsioni si è avverata. Oramai siamo giunti sull&#8217;orlo del baratro, oltre cui non possiamo andare, se vogliamo evitare il commissariamento tipo Grecia della nostra economia e della nostra finanza da parte di Bruxelles. In assenza di indicazioni sul vero programma di governo che interessa ai mercati, quello relativo al Def, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Purtroppo la peggiore delle mie previsioni si è avverat</strong>a. Oramai siamo giunti sull&#8217;orlo del baratro, oltre cui non possiamo andare, se vogliamo evitare il commissariamento tipo Grecia della nostra economia e della nostra finanza da parte di Bruxelles.</p>
<p>In assenza di indicazioni sul vero programma di governo che interessa ai mercati, quello relativo al Def, <strong>il Documento di Economia e Finanza</strong>, in cui si indica per il prossimo triennio l&#8217;entità del deficit e quella del debito pubblico in rapporto al Pil, lo spread ossia il differenziale rispetto a titoli pubblici meglio quotati (i Bund tedeschi, di fatto) ha varcato la soglia dei 200 punti e si sta avvicinando pericolosamente ai quella di 250, oltre cui sui mercati si scatena la parola «sell», ossia «vendere».</p>
<p>In previsione di ciò, e in qualche modo contribuendo al verificarsi di tale previsione, <strong>l&#8217;agenzia di rating Moody&#8217;s si avvia</strong> a declassare il nostro debito a una categoria che rende legalmente impossibile per la Bce, la Banca Centrale Europea, di continuare a comperare sul mercato secondario quote di debito pubblico italiano, sulla base del suo vigente programma di facilitazione quantitativa (Qe: Quantitative Easing).</p>
<p><strong>Uno scenario pauroso</strong>, perché questo ossigeno sino ad ora ha consentito al nostro nuovo debito pubblico, derivante da nuovi debiti o dal rinnovo di titoli vecchi venuti a scadenza, di esse collocato sul mercato primario a <strong>tassi di interesse bassi</strong> per poi transitare nel mercato secondario, quello dei titoli già in precedenza emessi, riempendo lo spazio lasciato libero dai titoli comprati dalla Bce mediante la politica di Qe. Ora questo ossigeno verrebbe meno, proprio mentre lo spread sale.</p>
<p><strong>L&#8217;aumento del tasso</strong> farebbe saltare i conti del bilancio statale, già appesantito dall&#8217;onere del pagamento degli interessi passivi su un debito che arriva al 132% del Pil. Un livello altissimo, a cui è stato portato dai governi che dal novembre del 2011 sono succeduti a quello di Berlusconi, tolto di mezzo da una tempesta finanziaria, con molti aspetti simili a quella che si profila ora, ma che si basava su un debito del governo ritenuto eccessivo perché giunto al 118% sul Pil.</p>
<p><strong>Nonostante i benefici della politica della Bce</strong>, operativi dal 2012, i governi a guida Pd che si sono succeduti dalla fine del 2011 sono riusciti a far lievitare il nostro debito di ben 14 punti in 6 anni.</p>
<p><strong>È evidente che questa volta</strong> la tempesta finanziaria sul debito italiano non porterebbe alla mera nomina di un governo tecnico inventato dal Presidente della Repubblica per sanare la situazione, come quello di Monti che la peggiorò grazie anche alla pesante tassazione patrimoniale immobiliare, che diede luogo a un mix di crisi edilizia e di crisi bancaria.</p>
<p>Questa volta, essendo il debito a quota 132, <strong>la prospettiva è quella dell&#8217;insolvenza</strong> e del commissariamento mediante il Fondo salva stati, come è accaduto alla Grecia, con conseguenze negative gravissime per noi, ma gravi per tutta l&#8217;Eurozona e tutta l&#8217;Europa. Le caselle dei vari ministeri, le liti sui programmi, le discussioni sulla riforma dell&#8217;euro o la fuoriuscita da esso, avvicinano alla esplosione della spirale pericolosa. La ricreazione è finita: urge un Def atto a far rientrare la tempesta.</p>
<p>Francesco Forte, Il Giornale 27 maggio 2018</p>
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