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	<title>spesa pubblica Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>spesa pubblica Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>RiTagli</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ritagli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Oct 2023 15:06:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siete fra quanti hanno considerato una follia sanzionare medici e infermieri per avere fatto troppi straordinari e avete poi apprezzato l’intervento del Presidente della Repubblica? Bene, siete fra le persone ragionevoli. Ma non ce la si deve prendere con la “burocrazia”, si deve capire cosa sia successo e perché. Dopo di che si sarà molto, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Siete fra quanti hanno considerato una follia sanzionare medici e infermieri per avere fatto troppi straordinari e avete poi apprezzato l’intervento del Presidente della Repubblica? Bene, siete fra le persone ragionevoli. Ma non ce la si deve prendere con la “burocrazia”, si deve capire cosa sia successo e perché. Dopo di che si sarà molto, ma molto più arrabbiati. Anche perché l’errore a monte della questione, che si trova nella legge, si riprodurrà adesso in quella di bilancio.</p>
<p>Non basta che una spesa abbia una nobile motivazione per essere anche giusta. Si può avere un encomiabile intento e una pessima spesa. Quindi non basta dire “salute” (ma neanche “Covid”) per giustificare spese crescenti. Si deve sempre controllare. Ed è qui che cascano gli asini.</p>
<p>Una spesa relativa a un periodo che va dal giugno 2021 al settembre 2022 non può essere sanzionata alla fine del 2023, quando è già stata effettuata e continuata. Con quei tempi di controllo e intervento andrebbe in fallimento qualsiasi impresa. Ma, appunto, la spesa era stata controllata e approvata dai direttori delle Aziende sanitarie che, però, sono sia gestori che controllori della spesa, facente capo alla Regione d’appartenenza. Tanto è vero che, nel caso di Bari, il direttore generale competente aveva presentato ricorso avverso la sanzione di cui all’intervento del Quirinale. Sanzione che era stata fatta dall’Ispettorato del lavoro, che con la sanità non c’entra nulla ma che è preposto al controllo della spesa per la retribuzione dei dipendenti. E questi sono i due primi ragli.</p>
<p>Poi: per il periodo precedente quello oggetto della sanzione, tutto bene? Strano, perché per i 12 mesi antecedenti – quelli più duri e difficili per la pandemia – ci si sarebbe aspettato un utilizzo massiccio dello straordinario e dei mancati riposi. Eppure nulla. Strano, a meno che quei reparti non si fossero nel frattempo svuotati di medici e infermieri. E se invece i controllori avessero fatto finta di non vedere, sarebbe anche peggio.</p>
<p>Perché l’asineria più inquietante si trova nella norma. La spesa va sempre controllata e può sempre essere migliorata, anche senza farla crescere, anche tagliandola o aumentandola a ragion veduta. Se questo mestiere non lo si sa fare, se (come capita da noi) il controllore è il controllato e la revisione della spesa non funziona né in italiano né nell’inglese della spending review, allora – per evitare che finisca del tutto fuori controllo – si ricorre a meccanismi automatici. E uno di questi è qui scattato innescando la sanzione, che dovrebbe essere automatica quanto il meccanismo. Solo che sono ciechi.</p>
<p>Tale modalità operativa si ritrova pari pari nella legge di bilancio, che per far quadrare i conti sulla carta non soltanto apposta privatizzazioni per un valore solo sperato, ma prevede un taglio delle spese in capo alle amministrazioni pubbliche, nazionali e locali, che ove non sia effettuato darà luogo a un taglio lineare del 5%, ovvero il meccanismo automatico che ora tutti sono pronti a bollare come assurdo e forse anche offensivo. Salvo moltiplicarlo su scala assai più vasta.</p>
<p>A fronte di questo il Colle può imprecare, ma non risolvere. Le semplificazioni giornalistiche non soltanto fuorviano, ma illudono. Devono intervenire il governo e il legislatore (quest’ultimo manco conosce le leggi che sforna, sicché ci sarà un decreto che poi verrà convertito con l’aggiunta di altre astruserie), che però s’erano appena apparecchiati a fare l’esatto opposto, ovvero rimediare per via lineare e meccanica all’incapacità di controllare e riqualificare il dettaglio di ciascuna spesa. Ove prevalesse la seconda cosa nessuno avrebbe mai contestato che si sia rimasti a intubare troppo a lungo, mentre sarebbe bene contestare le corsie dove il lavoro non ferve proprio per niente o le liste d’attesa per diagnosi che si potrebbero fare in fretta, se soltanto qualcuno non spegnesse le macchine.</p>
<p>Insomma, la vicenda è uno dei ritagli della spesa pubblica inefficiente. E non è risolta manco per niente.</p>
<p>La Ragione</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ritagli/">RiTagli</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Spesa e sciupio</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/spesa-e-sciupio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Oct 2023 12:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/fCce3BQ0QdA?si=bpop-3FWiIaSC0nR" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Sulla spesa pubblica serve un segnale forte</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sulla-spesa-pubblica-serve-un-segnale-forte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Marro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2023 15:50:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[def]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è rassicurante sentire, qualche giorno fa, dal ministro dell’Economia che sulla manovra «siamo in alto mare». Ma è comprensibile: la situazione è quanto mai incerta e i numeri della NaDef, la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza che il governo approverà la prossima settimana, ballano. Di certo, come ha osservato ancora Giancarlo Giorgetti, la spesa per interessi sul debito pubblico è cresciuta di 14-15 miliardi per via dell’inflazione e del rialzo dei tassi. Giusto la somma che servirebbe per confermare il taglio del cuneo sulle retribuzioni fino a 35 mila euro lordi e per partire con la riforma dell’Irpef, accorpando primo e secondo scaglione sotto l’aliquota più bassa: quindi il 23% fino a 28 mila euro di imponibile (contro i 15 mila attuali). Eppure, almeno i dieci miliardi necessari per confermare il taglio del cuneo andranno assolutamente trovati, perché non è pensabile che, dal prossimo gennaio, 11 milioni di lavoratori dipendenti subiscano una perdita netta media in busta paga di 98 euro al mese (fonte Inps). E aggiungere al taglio del cuneo l’ulteriore sconto che deriverebbe da una prima rivisitazione dell’Irpef, a ben vedere, non farebbe che dare un doveroso aiuto ai redditi medio-bassi rispetto alla perdita del potere d’acquisto che, proprio ieri, un rapporto di Mediobanca ha quantificato del 22% per i lavoratori dell’industria nel 2022.</p>
<p>Ma l’impoverimento rispetto al costo della vita non riguarda solo i redditi da lavoro, bensì anche le pensioni. E dunque c’è da augurarsi che il governo non cada nella tentazione, come l’anno scorso, di far cassa (ben 10 miliardi in tre anni) tagliando l’indicizzazione degli assegni previdenziali. Sono voci di spesa, quelle per contrastare il carovita, da considerare «obbligate». Se non formalmente, nella sostanza. Sia per assicurare la tenuta sociale sia per contrastare i venti di recessione. Così come vanno considerate incomprimibili le spese per la sanità. Non si può non aver imparato la lezione del Covid, né continuare a non vedere che il diritto costituzionale alla salute non è garantito in modo uniforme sul territorio, che il personale sanitario è in fuga, che le liste di attesa si allungano ai danni dei più poveri. E poi ci sono gli interventi a sostegno della natalità, che la premier Giorgia Meloni ha giustamente indicato tra le priorità della legge di Bilancio. Non solo gli asili nido e i sostegni alle mamme lavoratrici, ma un sistema fiscale che consenta di azzerare, almeno per le famiglie a reddito medio-basso, le spese per il mantenimento dei figli.</p>
<p>Misure molto costose, ma che vanno avviate perché siamo in colpevole ritardo sulle politiche per contrastare il declino demografico. Si parla di una manovra di una trentina di miliardi. In realtà ce ne vorrebbero molti di più, per lasciare un segno. Ma bisogna fare i conti con la pesante eredità di un debito pubblico monstre che da molti anni comprime le ambizioni di qualsiasi governo. Anche questa manovra dovrà essere «prudente»,come dice Giorgetti. Bell’aggettivo. In realtà, un ripiego necessitato, non una scelta. Ciò di cui l’Italia avrebbe bisogno è invece una manovra ambiziosa e di lungo respiro. Non si può chiedere al governo Meloni l’impossibile. Ma qualche segnale sì. La prossima sarà la prima legge di Bilancio al 100% di questo esecutivo, dato che quella di un anno fa era già stata impostata dal governo Draghi. A una premier che si dice sicura di restare a Palazzo Chigi per tutta la legislatura si può, per esempio, chiedere il coraggio di affrontare due sfide politicamente delicate. La prima: una spending review che vada ben oltre quel miliardo e mezzo di riduzione della spesa dei ministeri prevista per il 2024. O il governo vuol far credere che la lotta agli sprechi sia finita con la stretta sul Reddito di cittadinanza?</p>
<p>La seconda: il disboscamento delle tax expenditure, quella giungla di 740 fradetrazioni, deduzioni e altre agevolazioni fiscali che sottrae ogni anno gettito per oltre 80 miliardi di euro (4 punti di Pil). È vero che il grosso riguarda gli sconti sulla prima casa e sulle spese sanitarie, che nessuno vuole toccare. Ma è anche vero che un governo, all’inizio del suo cammino, può osare di più. degli 800 milioni-un miliardo di euro di tagli di cui ha parlato il vice ministro dell’Economia, Maurizio Leo. Basta avere coraggio e lungimiranza.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/23_settembre_21/qualche-segnale-conti-pubblici-6f27f084-58ba-11ee-98ee-0e778b3872af.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>Le risorse e l’immagine del governo passano per il taglio della spesa pubblica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-risorse-e-limmagine-del-governo-passano-per-il-taglio-della-spesa-pubblica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Sep 2023 15:35:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giorgetti]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’economia ristagna, lo spread cresce e, tra assalti alle banche, minacce alle compagnie aeree e corteggiamenti delle destre nazionaliste di Marine Le Pen e di Alice Weider, l’Italia sta assistendo passivamente all’erosione di quella credibilità internazionale che partner europei e mercati internazionali ci avevano inaspettatamente riservato. C’è solo una mossa che consentirebbe al governo guidato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’economia ristagna, lo spread cresce e, tra assalti alle banche, minacce alle compagnie aeree e corteggiamenti delle destre nazionaliste di Marine Le Pen e di Alice Weider, l’Italia sta assistendo passivamente all’erosione di quella credibilità internazionale che partner europei e mercati internazionali ci avevano inaspettatamente riservato. C’è solo una mossa che consentirebbe al governo guidato da Giorgia Meloni di mettere un po’ di fieno nella cascina dei conti pubblici e di guadagnarsi il rispetto del mondo: avviare un serio ed inflessibile piano di tagli alla spesa pubblica.</p>
<p>Portiamo in spalla un fardello ormai prossimo ai 2900 miliardi e non c’è osservatore nazionale o internazionale che non sostenga che l’unica cosa seria da fare sarebbe alleggerirlo. Nessun governo ha mai osato tanto. Se ad osare, col beneplacito dei leader della maggioranza, fosse il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti il governo Meloni si guadagnerebbe il rispetto del mondo, Istituzioni europee comprese, e la fiducia degli investitori internazionali.</p>
<p>Non solo. Come scrive oggi l’Istituto Bruno Leoni, tagliare la spesa pubblica sarebbe anche l’unico modo per reperire le risorse necessarie a quel taglio radicale delle tasse che il centrodestra  promise in campagna elettorale e che con tutta evidenza risulta oggi impossibile. “Le forze dell’attuale maggioranza &#8211; scrive l’Istituto intitolato allo studioso liberale &#8211; hanno puntato molto su una riforma fiscale dirompente. Non si può fare? Si potrebbe, ma al prezzo di tagli significativi e ponderati alla spesa pubblica”. La Fondazione Luigi Einaudi si associa a tale auspicio.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2023/09/appello-governo-taglio-della-spesa-pubblica/">formiche.net</a></p>
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		<title>Liberarsi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/liberarsi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jul 2022 10:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[crisi governo]]></category>
		<category><![CDATA[mario draghi]]></category>
		<category><![CDATA[movimento 5 stelle]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sarebbe bastato poco. Sarebbe bastata una di quelle mediazioni che il politicantismo considera il minore dei problemi. Sarebbe bastato accedere subito ad un ulteriore scostamento di bilancio, mettere in conto qualche altra spesa assistenzialista e improduttiva, millantata quale “aiuto al popolo”, e il governo avrebbe continuato la sua navigazione, nel mentre la ciurma partitante avrebbe [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sarebbe bastato poco. Sarebbe bastata una di quelle mediazioni che il politicantismo considera il minore dei problemi. Sarebbe bastato accedere subito ad un ulteriore scostamento di bilancio, mettere in conto qualche altra spesa assistenzialista e improduttiva, millantata quale “aiuto al popolo”, e il governo avrebbe continuato la sua navigazione, nel mentre la ciurma partitante avrebbe potuto continuare a far pertugi nello scafo.</p>
<p>Ma Draghi ha avvertito quel che qui indicavamo da tempo: se si concede troppo a quell’andazzo si perde la diversità dell’esecutivo e anziché riuscire Draghi a domane i demagoghi sarebbero stati i demagoghi ad imbrigliare Draghi. E non per ragioni di preminenza, reclamata da galletti castrati e ancor crestuti, ma di sostanza. Ragione per cui Draghi ha fatto bene a dire: basta.</p>
<p>Il reclamato scostamento di bilancio, invocato con ragioni di socialità, sarebbe stato asociale. I tassi d’interesse crescono, l’Italia ha un debito pubblico enorme e fatica a riuscire a spendere l’enorme quantità di soldi regalati e prestati a tassi di favore (dalle istituzioni europee), annunciare un ulteriore deficit significa garantirsi un sicuro aumento dello spread, quindi degli interessi da pagare a prestatori che avrebbero la conferma d’avere a che fare con incapaci o imbecilli, con il che ogni euro speso a soccorso avrebbe generato un bisogno di soccorso fiscale o di spesa per interessi superiore al suo stesso valore.</p>
<p>Roba da cretini, appunto. I partitanti sono intellettualmente attivi su un altro fronte: raccolta di voti. La colpa è di chi glieli fornisce.</p>
<p>Serve a nulla dilungarsi sulla suggestiva scena del far fuori l’italiano più autorevole, sulla scena internazionale, nonché il solo in grado di tenere in equilibrio gli istinti spendaroli con le compatibilità di bilancio, quindi i finanziamenti europei.</p>
<p>Tanto che si era creata la condizione positiva, descritta ieri. Si aggiunga che l’inflazione aiuta i conti pubblici, difatti migliorati nel restare drammatici, ma se la si insegue con la spesa pubblica improduttiva se ne ottiene la crescita ulteriore, sommando il salasso dei privati con l’emorragia delle casse pubbliche.</p>
<p>Possiamo votare anche domani. Possiamo rinviare alla frescura. Possiamo allungare la palla all’anno che verrà. Ma cambia nulla se torniamo a presentare schede false agli elettori. Dobbiamo trovare il modo, guardando avanti, di liberarci da questa maledizione.</p>
<p>Nel 1994 la sinistra (da poco ex comunista) si pensò vincente, per distruzione giudiziaria degli avversari. In quel pensiero c’era la sconfitta della sua cultura migliore e il sopravvento dei suoi istinti peggiori. Berlusconi creò non una, ma due false coalizioni, riuscendo ad evitare quella vittoria. Fu un bene, ottenuto con il male. Capita, nella vita. Nel 1996 l’intero mondo politico era berlusconizzato, con due false coalizioni che chiedevano di sconfiggere il falso altrui.</p>
<p>Andiamo avanti così da allora: false politiche che generano governi di cartapesta. Nel 2018 gli elettori hanno premiato la demagogia senza più neanche la vergogna di sé stessa, sconfiggendo entrambe le false coalizioni. Possiamo continuare così all’infinito, ma è in quel disfacimento che si trova la causa di un trentennio di mancata crescita. Se piace l’impoverimento, avanti con goduria.</p>
<p>Sapere chi “vince” è inutile, se si continua in quello schema, tanto poi non governerà e si sfascerà. Lo scopo del governo Draghi era: lasciate che una persona seria si occupi della rianimazione, mentre la politica imposti le riforme istituzionali e le metta in coerenza con il sistema elettorale. E la politica ha fallito, ancora.</p>
<p>A destra fanno finta d’essere prossimi alla vittoria. A sinistra non si capisce come facciano a far finta d’essere ancora dei coalizzati in gara. Senza il coraggio e la lucidità, anche darwiniana, di rompere lo schema. Giocano la rivincita del secolo scorso, mentre l’Italia si declassa nel girone futuro. Liberarsene sarebbe un bene.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/venerdi-15-luglio-2022/"><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
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		<title>Federico Fubini: Il disegno al di là del debito. Siamo il Paese che spende di più</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/federico-fubini-il-disegno-al-di-la-del-debito-siamo-il-paese-che-spende-di-piu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2020 06:57:35 +0000</pubDate>
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		<title>Il grande equivoco. Gli italiani non lo meritano</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-grande-equivoco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elena Vigliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2020 13:47:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Socialisti, statalisti, collettivisti, assistenzialisti, vogliono far passare l&#8217;idea che puoi ottenere beni e servizi, un tetto sopra la testa, senza lavorare duramente, solo perché &#8220;ne hai diritto&#8221;. Una esistenza di buon senso, invece, prevede un periodo di intenso e impegnativo studio e formazione, fornito grazie al sacrificio della famiglia di origine, seguito dall&#8217;attività lavorativa necessaria [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Socialisti, statalisti, collettivisti, assistenzialisti, vogliono far passare l&#8217;idea che puoi ottenere beni e servizi, un tetto sopra la testa, senza lavorare duramente, solo perché &#8220;ne hai diritto&#8221;.<br />
Una esistenza di buon senso, invece, prevede  un periodo di intenso e impegnativo studio e formazione, fornito grazie al sacrificio della famiglia di origine,  seguito dall&#8217;attività lavorativa  necessaria per il proprio  sostentamento e dei propri familiari e l&#8217;accantonamento di una quota di risparmio per far fronte alla vecchiaia e ai momenti di carestia e di malattia.<br />
Una piccola quota del reddito dovrebbe essere destinata alla propria comunità (chiamatela come preferite, comune, regione, cantone, lander,  città stato, nazione, piccola o grande, unitaria o federale) perché la utilizzi per la Difesa, la Sicurezza e l&#8217;Ordine Pubblico, la Giustizia, e le Grandi Infrastrutture (ferrovie, autostrade,  dighe, ponti, reti, centrali energetiche) e all&#8217;assistenza degli indigenti assoluti incolpevoli, minori abbandonati, disabili, malati gravi senza reddito.<br />
Niente di più banale, sembrerebbe.<br />
Ecco tutto ciò è stato stravolto e reso impossibile da realizzare in nome dello Stato, una certa tipologia di Stato,  subdolamente oppressivo e rapace,  che espropria per distribuire il ricavato nei modi più arbitrari, discutibili ed esecrabili.<br />
Non c&#8217;è libertà politica senza libertà economica.<br />
Nel perseguimento pervicace dell&#8217;idea di Stato Assistenziale che toglie per dare un pò  a tutti in modo inefficiente e dispersivo, e al suo delirio regolatorio utile a giustificare se stesso, gli imprenditori e le imprese sono stati decimati dal prelievo fiscale e dall&#8217;oppressione burocratica, chiudono centinaia di imprese ogni  giorno con conseguente perdita  di posti di lavoro.<br />
Senza lavoro gli individui perdono la loro indipendenza, non più  autonomi  sono costretti a chiedere assistenza allo Stato che così ha motivo per aumentare la pretesa fiscale  sulle aziende e causarne la chiusura con perdita di posti di lavoro e più richieste di assistenza e sussidi e nuovi aumenti di tasse in un avvitamento di spirale negativa senza fine.<br />
Anche molti lavoratori dipendenti sono erroneamente convinti che  l&#8217;impresa sia un ente socio-assistenziale.<br />
La scuola non insegna loro che l&#8217;obiettivo primario di ogni impresa è il profitto: senza il profitto le aziende falliscono ed i lavoratori perdono il posto di lavoro.<br />
Il profitto è un dato tecnico-economico: se paragoniamo l&#8217;azienda ad un motore il profitto è il lubrificante ed il carburante che consente all&#8217;ingranaggio di funzionare e non incepparsi e al mezzo di avanzare.<br />
Volendo attribuire una connotazione etica al profitto si potrebbe definire &#8220;egoistico&#8221;. Ma è un egoismo, o meglio, un interesse individuale, che genera benessere collettivo: l&#8217;interesse egoistico degli operatori economici li spinge a fare le scelte più razionali e vantaggiose per se stessi ma, indirettamente, inconsapevolmente e fruttuosamente, anche per l&#8217;intera collettività. Anche il lavoratore è un egoista economico: aspira al massimo del compenso col minimo della prestazione. I diversi egoismi economici, dell&#8217;impresa, dei lavoratori, dei consumatori, si incontrano e si contemperano nel mercato ai fini della produzione e dello scambio, permettendo l&#8217;allocazione efficiente di risorse scarse, fondata sulla libera scelta del consumatore: la migliore allocazione delle risorse si realizza, dato un sistema di prezzi, quando le imprese massimizzano i loro profitti ed i consumatori rendono massima la soddisfazione dei loro bisogni. Ovviamente ciò implica la libera scelta del consumatore in antitesi alla allocazione impositiva operata dallo Stato.<br />
La ricchezza materiale così prodotta è la precondizione per qualunque decisione sociale e politica che, senza mezzi materiali, creati grazie al libero mercato, non potrebbe essere operativa e realizzata.</p>
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		<title>Annunciazione annunciazione</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/annunciazione-annunciazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jan 2020 21:23:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stupisce che gente comunque avveduta, che ha dimostrato, se non altro, una discreta capacità di barcamenarsi, non si renda conto che annunciare generosità fiscali alla vigilia delle urne, per giunta regionali, svilisca anziché impreziosire l’annuncio stesso. Stupisce anche che non s’impari nulla dall’esperienza, vivendo in un eterno presente dimentico di come bonus e assunzioni propiziarono [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Stupisce che gente comunque avveduta, che ha dimostrato, se non altro, una discreta capacità di barcamenarsi, non si renda conto che annunciare generosità fiscali alla vigilia delle urne, per giunta regionali, svilisca anziché impreziosire l’annuncio stesso. Stupisce anche che non s’impari nulla dall’esperienza, vivendo in un eterno presente dimentico di come bonus e assunzioni propiziarono a Renzi, giusto per citare un precedente vicino, l’avvio alla sconfitta elettorale. Esaurita la capacità di stupirsi, torniamo alla realtà dell’annuncio: giù il prelievo fiscale per 16 milioni di dipendenti. Non è vero.</p>
<p>Dice il presidente del Consiglio che è solo un primo passo, poi si farà di più. I primi passi è ragionevole non portino troppo distante, ma bastano a capire in che direzione ci s’avvia. Quello illustrato non è uno sgravio fiscale, ma una rimodulazione dei bonus renziani. Se fossero uno sgravio comporterebbero meno entrate e non maggiore spesa. Se fossero uno sgravio sarebbero diretti verso fasce di reddito e l’esclusione dei lavoratori autonomi sarebbe ragione di sicura e solare incostituzionalità. Ma non lo sono, restano nella logica di qualche soldo in più ai soli lavoratori dipendenti. Naturalmente non tutti. Oramai è divenuto un vizio: si fissano aliquote specifiche solo per alcuni e si finge sia una flat tax (che sarebbe l’esatto contrario); si aumenta la spesa e la si chiama sgravio fiscale (lasciando crescere il debito, ovvero la promessa di maggiore fiscalità futura, l’esatto contrario); si evita che aumentano i prelievi (fissandone sempre maggiori nel futuro prossimo) e si sostiene di avere diminuito le tasse, che restano quelle di prima. Una gara di fantasia, sempre nel presupposto che ad ascoltare ci siano boccaloni pronti a credere a tutto. Il guaio è che ad ascoltare ci sono tanti altri presunti furbi che anziché mandarli tutti a spigolare incassano la promessa odierna e votano l’avversario che ne fa una ancora più grossa e insostenibile.</p>
<p>A proposito: varando quota 100 dissero che per ogni pensionato anticipato ci sarebbero state tre assunzioni, alcuni fra loro si mostrarono più prudenti: ce ne saranno due. Il bollettino della Banca d’Italia chiarisce il risultato: uno fuori e dentro meno di uno. Tradotto: aumento della spesa e non del lavoro e della crescita, ovvero maggiore pressione fiscale e previdenziale su chi lavora e non evade.</p>
<p>Andare in direzione opposta, smetterla di spostare soldi dal lavoro al non lavoro, premiare il merito e non la stagnazione, sarebbero misure possibili e utili, ma sono tutti convinti che sarebbero anche suicide, non per il Paese, ma per chi voglia farsi votare. La diagnosi, quindi, è di trovarsi in un Paese in cui gli elettori sono abbastanza fessi da non riconoscere neanche il proprio interesse, o abbastanza disillusi da non credere nemmeno esista, sicché meglio prendere quel che l’imbonitore di turno offre. Il timore è che in questo siano realisti.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ciuccio di Stato</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ciuccio-di-stato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Oct 2019 18:54:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni politico che tenga alla famiglia propone un qualche sussidio aggiuntivo. 400 euro al mese fino a tre anni; 248 fino a 18; 80 anche dopo i 18 e fino ai 26 per i figli a carico. A quel punto un ponte con il reddito di cittadinanza e siamo alle soglie della pensione anticipata. La [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="s3"><span class="s2">Ogni politico che tenga alla famiglia propone un qualche sussidio aggiuntivo. 400 euro al mese fino a tre anni; 248 fino a 18; 80 anche dopo i 18 e fino ai 26 per i figli a carico. A quel punto un ponte con il reddito di cittadinanza e siamo alle soglie della pensione anticipata. La bontà a spese d’altri è divenuta epidemica. Ma anche </span><span class="s2">patologica.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">L’Italia è enormemente più ricca di quando si facevano assai più figli, ma ha politiche per la famiglia che sono concepite come se fosse diffusa la denutrizione.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">Quando i bambini sono piccoli il problema dei genitori è la gestione del tempo quotidiano. Quando crescono la gestione del loro tempo futuro. Per la prima cosa non servono i bonus a nulla o il ciuccio di Stato, ma servizi che consentano di conciliare la procreazione con il lavoro. Servirebbero asili nido e scuole con orari non ridotti a mezza mattinata, come strutture per lo sport, il tempo libero, la musica e via dicendo. Se i soldi fossero concentrati in queste cose</span><span class="s2">,</span><span class="s2"> anziché spezzettati in elemosine</span><span class="s2">,</span><span class="s2"> si tornerebbe a pensare ai figli come ricchezza (e gioia), anziché come costi (e vincoli).</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">Al nord ogni 100 disoccupati ci sono 80 posti di lavoro che non vengono coperti, al sud sono 18. Meno, ma comunque tanti. In 5 anni serviranno 160mila laureati in più di quelli che saranno prodotti. La gestione del tempo futuro, vale a dire la ragionevole sicurezza che un ragazzo disposto a impegnarsi non avrà problemi a mantenersi, rendendosi autonomo e padrone della vita, ha molto a che vedere con la formazione. Ma su quel fronte la politica corteggia i precari e i loro presunti dir</span><span class="s2">i</span><span class="s2">tti, </span><span class="s2">vaporizzando</span><span class="s2"> quell</span><span class="s2">o</span><span class="s2">degli studenti ad avere scuole e università la cui misurazione finale non porti ai risultati umilianti e vergognosi che </span><span class="s2">evidenziano i test.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">Ragionare così, però, significa parlare del tempo presente usato per costruire un futuro prossimo coerente con l’essere potenza industriale e parte di una Unione europea che è l’area più ricca del mondo. Ragionare per bonus, assegni e regalie, invece, significa parlare ai presenti per avere il loro voto a ricorrenza semestrale. Fra persone responsabili e assennate già basterebbe per </span><span class="s2">rifiutarlo</span><span class="s2">. Fra </span><span class="s2">quanti </span><span class="s2">suppongono</span><span class="s2"> che si possa avere senza mai pagarla, invece, si tratta solo di valutare l’offerta migliore</span><span class="s2"> e più convincente. Ed è una colpa, lasciarsi così convincere.</span></p>
<p class="s3">
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		<title>&#8220;La ricetta per l&#8217;Italia? Taglio della spesa e meno tasse&#8221;</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-ricetta-per-litalia-taglio-della-spesa-e-meno-tasse/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 May 2018 09:20:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[flat tax]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Governo tecnico, spesa pubblica, tasse, politica monetaria e Ue: ne parla Carlo Cottarelli in questa intervista a Pietro Senaldi per Libero Buongiorno presidente&#8230; Presidente è uno dei pochi titoli che non ho, mi chiami dottore. Anche professore sarebbe esagerato. Insegno in università, ma a contralto, non ho mai vinto un concorso. Ma oggi Mattarella potrebbe [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Governo tecnico, spesa pubblica, tasse, politica monetaria e Ue: ne parla Carlo Cottarelli in questa intervista a Pietro Senaldi per Libero</em></p>
<p><strong>Buongiorno presidente&#8230; </strong></p>
<p>Presidente è uno dei pochi titoli che non ho, mi chiami dottore. Anche professore sarebbe esagerato. Insegno in università, ma a contralto, non ho mai vinto un concorso.</p>
<p><strong>Ma oggi Mattarella potrebbe chiamarla e offrirle la Presidenza del Consiglio, tutta la stampa la dà tra i papabili&#8230; </strong></p>
<p>Da dopo il voto non ho sentito nessuno, prima invece qualcuno si era fatto vivo. Comunque mi stupirei molto di ricevere una chiamata di quel tipo: se ci fosse un governo istituzionale, la prima emergenza da affrontare sarebbe dotare il Paese di una legge elettorale che consenta di avere un vincitore dopo il voto, e allo scopo è più indicato un giurista, io sono un economista.</p>
<p><strong>Mattarella però è molto preoccupato dai conti ed è sensibile alle reprimende che l&#8217;Europa continua a farci in materia&#8230; </strong></p>
<p>Per un italiano servire il governo è un onore e io non sono uno che si tira indietro. Però bisogna vedere per fare cosa uno viene chiamato.</p>
<p><strong>Le interesserebbe un dicastero economico?</strong></p>
<p>Se si parla di un governo a tempo, di pochi mesi, come pare, non credo che potrei incidere più di tanto. Se poi si vuole aumentare il deficit, non sono io la persona giusta.</p>
<p><strong>Ah già: lei non ha avuto fortuna in politica perché è un duro&#8230;</strong></p>
<p>Io non sono un duro. Non sono uno di quei medici che dice &#8220;l&#8217;operazione è riuscita ma il paziente è morto&#8221;. Più semplicemente, sono un interventista e offro delle soluzioni tecniche, che i politici difficilmente adottano perché pensano alle elezioni e molti non sono troppo interessati a una strategia di medio periodo.</p>
<p><strong>E quanto ha imparato dalla sua esperienza di commissario alla spending review, quattro anni fa?</strong></p>
<p>Sì. Peraltro allora il tempo ci sarebbe anche stato. E poi le elezioni sono state perse anche senza i miei tagli. Io non voglio sparare sui politici, sarebbe troppo facile per me che poi non devo rendere conto nell&#8217;urna delle mie azioni, però mi lasci dire che ogni tanto avverto della miopia nel loro modo di pensare.</p>
<p><strong>Che cosa serve al Paese adesso?</strong></p>
<p>Mi auguro un governo politico che duri. Non mi entusiasmano i governi tecnici. Certo che mi rendo conto che, stante la situazione, non è improbabile che ci troveremo davanti a una situazione transitoria: un esecutivo di qualche mese, poco politico, per fare la Legge elettorale e sbrigare le pratiche ordinarie.</p>
<p><strong>Che faccia anche la finanziaria?</strong></p>
<p>Se necessario, per me basterebbe la legge elettorale.</p>
<p><strong>Ma come, si sente dire che senza un governo che sventi l’lva, faccia la manovra e rimetta a posto i conti finiremmo nei guai. E poi l&#8217;Europa ci chiede stabilità&#8230;</strong></p>
<p>Le preoccupazioni dell&#8217;Europa sono legittime ma io non credo che nell&#8217;immediato ci sia da preoccuparsi per l&#8217;assenza di governo o per gli sviluppi politici incerti. Non siamo nel 2011, con lo spread che incombe e non è vero che l’Europa preme per un governo di tecnici, come faceva invece allora. L&#8217;unica spinta a un esecutivo istituzionale è data dal fatto che i partiti non riescono a mettersi d&#8217;accordo per fame uno politico. In realtà, dal punto di vista dei mercati potremmo tranquillamente permetterci di cambiare la legge elettorale e tornare alle urne a ottobre: quanto tempo serve al Parlamento per darci un nuovo sistema di voto?</p>
<p><strong>Rivotare significa mandare a casa mille neoeletti e sconquassare la mappa dei poteri, non solo politici. Ma parliamo d&#8217;economia: perché non c’è emergenza, ci stanno prendendo in giro?</strong></p>
<p>I mercati sono narcotizzati da Draghi, che continua a comprare titoli di Stato. E poi, finché c’è crescita, i mercati sono tranquilli. Io invece sono preoccupato che uno choc esterno possa causare una recessione e far schizzare lo spread, esattamente come avvenne nel 2011.</p>
<p><strong>E il debito pubblico monstre?</strong></p>
<p>Quello conta poco, finché cresce l&#8217;economia. Ma diventerebbe invece molto pericoloso se entrassimo in recessione, perché riprenderebbe a crescere rispetto al Pil. La situazione è fragile: finché uno non tira il sasso, il vetro regge, ma se ci fosse uno choc esterno la pagheremmo cara.</p>
<p><strong>Ma allora la crisi è davvero finita: possiamo tagliare le tasse come vogliono Lega, Forza Italia e Fdi e distribuire redditi di cittadinanza come promette M5S? </strong></p>
<p>Le persone sono preoccupate che i partiti non mantengano le promesse elettorali, io invece temevo che fossero mantenute e il fatto che non lo siano state è l’unico effetto positivo del non governo. Nei programmi elettorali, tutti avevano sforato: il Pd di 38 miliardi, il centrodestra di 52, M5S di 64.</p>
<p>Vis-a-vis, nel suo studio presso l&#8217;Università Cattolica di Milano, dove dirige l&#8217;Osservatorio sui Conti Pubblici, Carlo Coltarelli riesce a semplificare perfino l&#8217;ingarbugliata situazione italiana. Siamo nei guai, ma ce la possiamo fare. I conti tengono, risanare l&#8217;Italia è possibile, si può tornare a votare subito, a patto che si abbia una legge elettorale efficace, l&#8217;Europa è una bisbetica domabile, si può tagliare la spesa pubblica senza perdere consenso e mettere sul lastrico le famiglie, esiste un modo sano per gestire il fenomeno migratorio. Così la vede Mister Forbici.</p>
<p>«Anche se il soprannome che più mi piace è un altro. Me lo appioppò, proprio su Libero, Mario Giordano. Feci una proposta per risparmiare sull&#8217;illuminazione nelle città e mi ribattezzò &#8220;il genio del lampione&#8221;. Simpatico, anche se un po&#8217; impreciso nel raccontare il mio progetto.</p>
<p><strong>Oggi parte l&#8217;ultimo giro di consultazioni, presto potremmo avere il governo: se non disinneschiamo le clausole Ue sull&#8217;aumento dell&#8217;Iva sono dolori? </strong></p>
<p>L&#8217;aumento dell&#8217;Iva rallenterebbe l&#8217;economia, perché incide sui consumi. Certo, nel breve migliora i conti pubblici, ma ci sarebbero modi migliori per rafforzarli. Comunque, per evitarlo servono 12,5 miliardi, esattamente l&#8217;aumento della spesa pubblica previsto per il prossimo anno dal documento di programmazione finanziaria. Basta mantenere la spesa costante e si scongiura il problema.</p>
<p><strong>Alla fine si torna sempre lì, mister Forbici? </strong></p>
<p>Io non sono di quelli che pensano che tagliando la spesa l&#8217;economia parta per una sorta di effetto fiducia. Se si taglia, nel breve c’è un prezzo da pagare. Però devi farlo, e prima che torni la recessione, perché altrimenti torna il film del 2011: le cose vanno fatte per gradi, non in emergenza, perché quando sei pressato non hai possibilità di scelta e ti avviti, come capitato al governo Monti.</p>
<p><strong>Quel governo fu una iattura&#8230; </strong></p>
<p>Data l’emergenza non si poteva fare molto altro. Per questo bisogna muoversi adesso, per evitare che si renda necessario un altro governo stile Monti.</p>
<p><strong>L&#8217;Italia è in tempo per salvarsi? </strong></p>
<p>Sì, a meno che non capiti una recessione improvvisa.</p>
<p><strong>Che è alle porte? </strong></p>
<p>Le recessioni sono imprevedibili ma prima o poi capitano, è matematico. Ora, le previsioni sono buone.</p>
<p><strong>Nel 2019, quando Draghi lascerà la Banca Europea e smetterà di comprare vagonate di debito pubblico, torneranno i guai? </strong></p>
<p>Aumenteranno i tassi, ma non sarà drammatico se nel frattempo avremo migliorato i nostri conti.</p>
<p><strong>Mi spieghi la sua ricetta graduale per salvare il Paese? </strong></p>
<p>L&#8217;obiettivo è raggiungere gradualmente il pareggio di bilancio. Non siamo lontani: basta congelare la spesa per tre-quattro anni, al netto dell&#8217;inflazione, e in una situazione di crescita moderata come oggi raggiungi la scopo senza particolare sforzo.</p>
<p><strong>Congelamento lineare? </strong></p>
<p>No. Iniziamo a togliere dei bonus elettorali, come quello ai diciottenni alle neomamme, non è così che si aiutano giovani e famiglie. Abbiamo ancora un costo dei trasporti sussidiato: io guadagno bene e pago l’abbonamento del tram 300 euro l&#8217;anno, ma in sede di dichiarazione dei redditi ne potrei avere indietro 60: le pare giusto? E poi basta con trasferimenti senza senso alle imprese e con il groviglio di detrazioni e deduzioni. Non sono per la flat tax, ma riconosco che ha il pregio di eliminare un sacco di sconti fiscali dannosi. Certe proposte delle forze cosiddette populiste non sono da buttare.</p>
<p><strong>Non è per la detassazione? </strong></p>
<p>Sì, certo che abbassare le tasse aiuta l’economia, ma in Italia è rischioso se la riduzione non è finanziata dal taglio della spesa.</p>
<p><strong>Il Pil sale ma su 28 Paesi Ue, l’Italia, quanto a crescita, si classifica ventiseiesima. Gli occupati salgono, ma siamo ventottesimi su 28&#8230; </strong></p>
<p>Pero siamo messi un po&#8217; meglio in classifica in termini di reddito pro-capite, grazie al fatto che la popolazione è diminuita. Comunque la crescita non è sufficiente per recuperare il terreno perso negli ultimi vent&#8217;anni, che sono stati per l’economia i peggiori dall&#8217;Unità d&#8217;Italia a oggi.</p>
<p><strong>I guai sono iniziati con l&#8217;entrata in vigore dell&#8217;euro: è un caso? </strong></p>
<p>Prima svalutavamo, ora non è possibile. Per cui se il costo del lavoro aumenta più della produttività, come successo nei primi dieci anni dell&#8217;euro, perdiamo competitività. Come disse l&#8217;allora governatore di Bankitalia, Fazio, nel &#8217;98, quando variano le regole del cambio monetario, se non muti i comportamenti economici ci impieghi poco a perdere competitività e occupazione. Abbiamo adottato una moneta più forte ma abbiamo continuato a comportarci come se potessimo svalutare. L&#8217;inflazione è rimasta più alta che in Germania per una decina d&#8217; anni anche perché abbiamo aumentato la spesa pubblica anziché stringere la politica fiscale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.</p>
<p><strong>Come se ne esce? </strong></p>
<p>Uscire dall&#8217;euro è complicato. In termini di competitività e costo del lavoro stiano recuperando. Bisogna accelerare riducendo altri costi che gravano sulle imprese: l&#8217;eccesso di burocrazia, il peso della tassazione, la giustizia lenta.</p>
<p><strong>Gettiamo la maschera: l&#8217;Unione Europea è sorella o matrigna? </strong></p>
<p>Gli Stati che compongono la Ue sono spesso ancora troppo egoisti e ciechi. Ognuno persegue il proprio interesse e alla fine ci perdono tutti, perché anziché difendere l&#8217;area economica che hanno creato, la danneggiano. Ci facciamo competizione interna anziché competere con il mondo. La viviamo male, tedeschi compresi: da otto anni violano le linee guida Ue con un avanzo nei conti con l&#8217;estero di 300 miliardi di dollari. Ma in realtà significa che lavorano per gli altri, come i cinesi. Non si godono il frutto della loro ricchezza, consumano troppo poco.</p>
<p><strong>Con questa Europa divisa, comprende le istanze dei sovranisti? </strong></p>
<p>Non sono un politico, dò giudizi tecnici. Se per sovranismo si intende l’uscita dall&#8217;euro, non la ritengo conveniente. Se viceversa si intende far valere i nostri interessi a Bruxelles, è quello che dovremmo fare, visto che gli altri Paesi lo fanno. Ma attenti all&#8217;antieuropeismo spinto. In realtà, con le clausole delle forme strutturali, del ciclo economico, della sicurezza e dell&#8217;allarme immigrazione, la Ue ci ha concesso più di una deroga al patto di stabilità. Siamo noi che non le abbiamo ottimizzate. Presto in Europa saranno prese decisioni sulle banche, l’immigrazione, la politica agricola: se ci presenteremo al tavolo senza un governo forte, non riusciremo a far pesare i nostri interessi e a difenderci.[spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><strong>Pietro Senaldi</strong>, Libero 7 maggio 2018</p>
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