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	<title>spending review Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>spending review Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Sbancati</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sbancati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Sep 2022 14:23:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[campagna elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni politiche 2022]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[spending review]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vi ricordate della spending review? Nella collezione elettorale autunno inverno non si porta più. L’abito rimasto intonso nell’armadio, a suo tempo da tutti desiderato e proposto, in realtà mai indossato è ora trapassato nel dimenticatoio. Invece vai con le richieste di maggiore spesa pubblica, che c’è sempre una buona ragione, un promettente investimento, un nobile [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sbancati/">Sbancati</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Vi ricordate della <em>spending review</em>? Nella collezione elettorale autunno inverno non si porta più. L’abito rimasto intonso nell’armadio, a suo tempo da tutti desiderato e proposto, in realtà mai indossato è ora trapassato nel dimenticatoio.</p>
<p>Invece vai con le richieste di maggiore spesa pubblica, che c’è sempre una buona ragione, un promettente investimento, un nobile sentimento e un elettorale rendimento al farsi alfieri di più soldi qua e più soldi là. E lascia fare che tanti soldi come adesso non ce ne sono mai stati da impiegare, al punto da dubitare che si sia capaci di farlo, perché quel che conta non è realizzare, ma far sognare facendo segnare i vantaggi che se ne possono trarre.</p>
<p>La cosa, però, non è liquidabile come mera perversione elettoralistica. Non basta osservare che, rivisto oggi, il Cetto di Albanese è un fantasioso moderato, largamente surclassato da emuli non cinematografici. Bisogna andare oltre la superficie dei superficiali e capire la sostanza della questione: aumentare la spesa è facile, salvo poi lasciare buchi, ma a riqualificarla ci vuole conoscenza, tempo e perseveranza.</p>
<p>C’è un nesso inscindibile fra lo spendere meglio e riformare quel che non funziona. Ma riformare, ovvero cambiare, significa sempre scontentare qualcuno, magari anche solo perché mentalmente spaventato dalle novità, mentre spendere di più per rabberciare quel che è disfunzionale si può farlo illudendo che nessuno ci rimetta. Mentre invece è il modo più efficace per danneggiare tutti.</p>
<p>a spesa pubblica che cresce senza migliorare è il marmoreo monumento al fallimento della politica, che prova a spacciarlo come equestre segno d’altruismo. Dimenticando di ricordare che il contribuente onesto sarebbe il cavallo, non il pavoneggiante cavaliere.</p>
<p>Ed eccone la dimostrazione. Anche in questa campagna elettorale, senza che si sia sentita un’idea una sui contenuti della scuola, si sono rincorsi a dire la stessa cosa: ci si devono mettere più soldi e gli insegnanti (gli studenti non votano) sono poco pagati.</p>
<p>Falsa impostazione, che porta a inesistente soluzione. i dati, meritoriamente raccolti dalla Fondazione Agnelli, dicono che:</p>
<ol style="list-style-type: lower-alpha;">
<li>la spesa pubblica italiana è in linea con quella media europea (in realtà credo sia più alta, perché nel conto non si mette il salasso privato per gli inutili libri di testo, in tante parti del continente spariti da anni);</li>
<li>la spesa per la formazione di uno studente, fra i 6 e i 15 anni, è da noi più alta della media europea: 75mila euro contro 72mila 500 (conta la denatalità);</li>
<li>la retribuzione degli insegnanti, per ora lavorata, non è più bassa della media, perché lavorano meno ore (26 ore contro 33 di media e 40 in Germania), mentre progredisce meno nel tempo perché non c’è meritocrazia;</li>
<li>è il comparto pubblico dove i “clienti” sono diminuiti di più e il personale è aumentato di più (+20% in 10 anni). Aggiungerei un dettaglio: abbiamo i peggiori risultati medi d’Europa, il che significa che spendiamo non male, ma malissimo.</li>
</ol>
<p>Non serve più spesa. Anzi, nuocerebbe. Ci serve un capo del personale degno di questo nome, sicché le sperequazioni nelle ore lavorate non siano esagerate. Ci serve assumere per concorso e non pagare per rattoppo. Ci serve premiare gli insegnanti bravi, che sono tanti, che si misurano sui risultati degli studenti, e non continuare con la solfa che lavorano tutti la notte a casa, perché è falso. Ci serve didattica digitale seria, mandando a stendere la lobby degli stampatori. Ci serve diversificare l’offerta e la concorrenza fra istituti, con la cancellazione del buffonesco valore legale del titolo di studio, che è il pezzo di carta inutile senza formazione e selezione. Le rotelle si devono far girare in testa, non sotto i banchi.</p>
<p>Questo sarebbe riqualificare la spesa. Ma si deve saperlo fare. Mentre ad aumentarla accudendo l’ignoranza son tutti capaci. Ed è questa la ragione per cui l’abito della <em>spending review</em> non ha avuto successo: è un abito da lavoro. E il cielo non voglia.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/giovedi-22-settembre-2022-2/"><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
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		<title>Federico Fubini: L&#8217;aiuto tedesco non è per sempre</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/federico-fubini-laiuto-tedesco-non-e-per-sempre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2020 06:17:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#BuonaPagina]]></category>
		<category><![CDATA[bce]]></category>
		<category><![CDATA[conte]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[Dombrovskis]]></category>
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		<category><![CDATA[Ripartenza]]></category>
		<category><![CDATA[spending review]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se c&#8217;è un&#8217;immagine che aiuta a capire Angela Merkel è quella del suo sguardo durante un incontro con una scolaresca, il 15 luglio 2015. Una rifugiata adolescente arrivata dai campi palestinesi in Libano le chiede se davvero, come sembra, dovrà tornare indietro. La cancelliera le risponde che la Germania non può accogliere tutti, «das kann [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Se c&#8217;è un&#8217;immagine che aiuta a capire Angela Merkel è quella del suo sguardo durante un incontro con una scolaresca, il 15 luglio 2015. Una rifugiata adolescente arrivata dai campi palestinesi in Libano le chiede se davvero, come sembra, dovrà tornare indietro. La cancelliera le risponde che la Germania non può accogliere tutti, «das kann man nicht schaffen», non ci si riesce. Il momento rivelatore arriva subito dopo, quando Merkel – mentre parla &#8211; si rende conto che la ragazza sta piangendo: la maschera della leader cade e per un istante gli occhi lasciano presagire quel che avrebbe deciso qualche settimana più tardi. All&#8217;inizio di settembre la cancelliera apre la Germania a più di un milione di rifugiati. «Wir schaffen das» , disse , noi ci riu sciamo. La frase uguale e contraria. Il Recovery Fund finanziato da eurobond non è dunque la prima volta che la cancelliera sfida i tabù dei suoi elettori. Giuseppe Conte, che al vertice del 27 marzo disse alla collega tedesca «Guardi alla realtà di oggi con gli occhiali di dieci anni fa», non è un adolescente che chiede asilo. Ma la risposta della cancelliera quel giorno («Non dovremmo promettere alle persone cose che non possiamo dar loro») è l&#8217;equivalente finanziario di quel «non ci si riesce» alla giovane rifugiata. Anche qui, in meno di due mesi Merkel ha invertito la rotta e la domanda ora è se i parallelismi finiscono qui. Perché all&#8217;epoca la folla alla stazione di Monaco applaudì i primi rifugiati siriani all&#8217;arrivo ma poi, nel giro di pochi mesi, l&#8217;umore cambiò.</p>
<p>Per anni la cancelliera è stata circondata e paralizzata dal rancore verso quella sua scelta, in Germania e nel suo stesso partito. Sarebbe dunque ingenuo escludere che a un certo punto il consenso &#8211; o il silenzio &#8211; dei tedeschi sulle concessioni offerte all&#8217;Italia non si muti in risentimento e poi in rivolta aperta. Del resto la cancelliera ha ancora quattordici mesi di potere &#8211; almeno lei assicura così &#8211; poi lascerà a un successore.</p>
<p>È dunque il caso di guardare dove siamo per vedere quali siano le strade davanti a noi. La polvere non si è ancora depositata dopo la tragica primavera 2020, ma è possibile che la peggiore recessione in tempo di pace sia anche una delle più brevi ( ovviamente, a meno di una seconda ondata del virus). In Spagna il ricorso a Erte, la cassa integrazione, è già dimezza to. In giugno il livello di fiducia dei manager dell&#8217;industria nell&#8217;area euro (e un po&#8217; di più anche in Italia) è risalito da livelli comatosi a quelli tipici di una contrazione lieve. A maggio rispetto ad aprile gli acquisti delle famiglie sono risaliti del 17% in Germania e del 24% in Italia. Dal 18 maggio, quando Merkel ha annunciato il suo sì al Recovery Fund, l&#8217;indice più ampio delle borse europee (Eurostoxx 600) è salito al passo con lo S&amp;P500 di Wall Street. E i mobility report di Apple &#8211; una fotografia dei movimenti degli smartphone – mostra che in Italia, Germania, Francia o Spagna gli spostamenti in auto hanno già superato di netto i livelli di gennaio. In ritardo sembrano semmai gli Stati Uniti e soprattutto la Gran Bretagna.</p>
<p>Niente di tutto questo significa che l&#8217;Europa stia guarendo. Ne siamo lontani.</p>
<p>Il crollo dei redditi e il timore di un ritorno della pandemia continueranno a frenare gli investimenti, le assunzioni e i viaggi. Per ora assistiamo solo ai primi segni di un rimbalzo meccanico, dopo che l&#8217;economia ha toccato il fondo durante il lockdown.</p>
<p>Salito il primissimo scalino, la ripresa potrebbe rivelarsi faticosa e diseguale: all&#8217;interno stesso dell&#8217;Italia i dati di Apple segnalano che Napoli, Padova o Genova si stanno rimettendo in moto più facilmente di Roma, Firenze o della stessa Milano.</p>
<p>Le conseguenze politiche dei primi accenni di (relativa) stabilità però potrebbero non essere lontani. Al Corriere Valdis Dombrovskis ha detto che bisognerebbe tornare ad applicare le regole europee sui conti «una volta finita la recessione»; sarà discutibile chiedere una stretta di bilancio quando il reddito è del 10% più basso di prima, ma il vicepresidente della Commissione riflette idee diffuse anche in Germania. Merkel, giorni fa, ha chiesto a Conte cosa intende fare sulle pensioni. E Isabel Schnabel, la tedesca nell&#8217;esecutivo della Banca centrale europea, ha già osservato che forse non ci sarà bisogno di eseguire tutti gli acquisti di titoli decisi dalla Bee in giugno (con un a scelta di tempo che ha profondamente diviso il consiglio direttivo).</p>
<p>Insomma, come sui migranti nel 2015, anche oggi un a reazione tedesca a Merkel è solo questione di tempo. E l&#8217;Italia deve farsi trovare pronta. Se non vuole che arrivi troppo presto la richiesta di un giro di vite sui conti, il Paese deve dimostrare che non si affida solo all&#8217;aiuto degli altri. Sa aiutarsi</p>
<p>da sé, con atti concreti. Evitando promesse irrealistiche di tagli di tasse coperte con spending review, per esempio.</p>
<p>O evitando una «semplificazione» per decreto che dà alla Corte dei conti un potenziale controllo «concomitante» al lavoro degli amministratori.</p>
<p>Ma quanto a questo, la strada sembra lunga davvero.</p>
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		<title>Spending review, la resa della spesa</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/spending-review-la-resa-della-spesa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jun 2017 13:16:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[spending review]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Davide Giacalone interviene sulla spending review annunciata dal commissario alla revisione della spesa Yoram Gutgeld Che il commissario al taglio della spesa pubblica proponga di non ridurre il deficit, avendo noi un debito che ci strangola, è già curioso. Che si spinga a chiedere la revisione del Fiscal compact, di fatto già sospeso, significa che non [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/spending-review-la-resa-della-spesa/">Spending review, la resa della spesa</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Davide Giacalone interviene sulla spending review annunciata dal commissario alla revisione della spesa Yoram Gutgeld</em></p>
<p><strong>Che il commissario al taglio della spesa pubblica proponga di non ridurre il deficit</strong>, avendo noi un debito che ci strangola, è già curioso. Che si spinga a chiedere la revisione del Fiscal compact, di fatto già sospeso, significa che non ha chiara la sua funzione, ma neanche la situazione in cui ci troviamo.</p>
<p><strong>I numeri che ha diffuso, talché i giornali hanno potuto titolare</strong>: “Tagliati 30 miliardi in tre anni”, dovrebbero indurre alla preoccupazione, piuttosto che alla immotivata soddisfazione.</p>
<p><strong>Se si leggono i conti pubblicati dal governo</strong>, per il quale il commissario alla spending review lavora, si apprende che la spesa pubblica corrente non solo è costantemente aumentata, sia in cifra assoluta che in rapporto al prodotto interno lordo, ma è cresciuta al netto degli interessi sul debito pubblico, quindi senza che la responsabilità possa essere scaricata su quello e sul passato.</p>
<p><strong>Anzi, sono proprio gli interessi la posta di spesa su cui si è più risparmiato</strong>, grazie, però, non alle scelte del governo italiano, ma a quelle della Banca centrale europea.  E se si studia la natura e la dimensione dei tagli effettuati, si scopre che ammontano a 16 miliardi nel bilancio 2015; 10 nel 2016 e 3 nel 2017.</p>
<p><strong>Sicché, riassumendo:</strong></p>
<p><strong>a.</strong> i tagli effettuati non hanno ridotto la spesa corrente, il che significa che quanto tagliato da una parte veniva poi maggiormente speso da un’altra;</p>
<p><strong>b.</strong> i tagli sono decrescenti nel tempo, così dimostrandosi che si sono cancellati sprechi abnormi senza incidere con riforme strutturali;</p>
<p><strong>c.</strong> in realtà si sono tagliati, più che altro, gli investimenti, salvo continuare a dire che si dovrebbero fare per riprendere a crescere in modo accettabile;</p>
<p><strong>d.</strong> il debito continua a crescere e ci si è rassegnati a questo, anzi si chiede di tenere alto il deficit così gonfiandolo, ove non lo si diminuisca mediante vendite, che, però, il governo esclude; e. la spesa pubblica, nel 2016, al netto degli interessi, resta allo stratosferico 42.2% del pil, così dimostrandosi che il costo dello Stato, una volta contabilizzati anche gli interessi sul suo debito, assorbe ben più della metà della ricchezza prodotta.</p>
<p><strong>In queste condizioni affermare che va rivisto il fiscal compact</strong> significa avvertire tutti gli altri che noi più di questo, ovvero più di niente, non riusciamo a fare. In condizioni normali il governo sarebbe dovuto intervenire per censurare tale tesi suicida, per negare la resa senza resistenza.</p>
<p><strong>Ma siamo, da troppo tempo, in condizioni terminali</strong>, sicché si lascia che tutto viva nello spazio di una conferenza stampa, fidando che la memora svanisca velocemente. Ma fuori da qui, invece, durerà.</p>
<p><strong>In quanto al fiscal compact</strong>, quando fu approvato sostenemmo che non era realistico e non si sarebbe potuto rispettarlo. Così è stato. Tanto che è praticamente abbandonato.</p>
<p>Perché andare a insolentire i mercati, ricordando che approvammo l’impossibile?</p>
<p><strong>Inoltre</strong>: nella Costituzione era già previsto un sostanziale pareggio di bilancio, imponendo la copertura delle leggi che s’andavano approvando, ma si votò, con vasta convergenza, senza discussione e senza referendum, da nessuno chiesto, la riforma che impone il pareggio di bilancio.</p>
<p><strong>È irrilevante che noi allora avvertimmo dell’errore</strong>, ma è rilevante che al governo pensino di chiedere la revisione degli accordi europei dimenticando di dovere comunque obbedire alla Costituzione italiana. O stanno comunicando in via ufficiale quel che ci era già evidente in via di fatto, ovvero che quelle sono solo parole? Singolare, visto l’oggetto e vista la fonte.</p>
<p><strong>La cosa drammatica è che il solo rigore vissuto dall’Italia s’è visto sul lato fiscale</strong>, a spese dei cittadini, mentre le politiche di spesa sono state costantemente espansive. Salvo non innescare alcuna espansione, quindi possono definirsi: spendaccione senza costrutto.</p>
<p><strong>Non contenti di questa colpa</strong> (la considero una colpa) si fa credere di avere vissuto una lunga stagione di rigore, annunciando che a quella occorre porre fine.</p>
<p><strong>Come dire che un gruppo di alcolizzati</strong>, già ubriachi, invitano a una allegra bicchierata, in modo da far finire l’orrida astinenza. Che non hanno mai praticato.</p>
<p>Davide Giacalone, 21 giugno 2017</p>
<p><a href="http://www.davidegiacalone.it/">www.davidegiacalone.it</a></p>
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