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	<title>socialismo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>socialismo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Ludwig von Mises e il Socialismo: il ritorno di un classico. Intervista al Prof. Lorenzo Infantino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Sep 2020 12:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo infantino]]></category>
		<category><![CDATA[socialismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per i tipi dell’Editore Rubbettino, è giunto in questi giorni in libreria Socialismo, l’opera a cui è maggiormente legato il nome di Ludwig von Mises e che costituisce il prodotto politicamente più rilevante della Scuola Austriaca di Economia; il libro si vale della presentazione di Friedrich A. von Hayek. Lorenzo Infantino, professore di Filosofia delle Scienze Sociali alla Luiss Guido Carli, lo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ludwig-von-mises-e-il-socialismo-il-ritorno-di-un-classico-intervista-al-prof-lorenzo-infantino/">Ludwig von Mises e il Socialismo: il ritorno di un classico. Intervista al Prof. Lorenzo Infantino</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<hr />
<p>Per i tipi dell’Editore Rubbettino, è giunto in questi giorni in libreria Socialismo, l’opera a cui è maggiormente legato il nome di Ludwig von Mises e che costituisce il prodotto politicamente più rilevante della Scuola Austriaca di Economia; il libro si vale della presentazione di Friedrich A. von Hayek. Lorenzo Infantino, professore di Filosofia delle Scienze Sociali alla Luiss Guido Carli, lo ha tradotto dall’inglese e lo ha corredato di una sua articolata introduzione. Gli abbiamo posto alcune domande.</p>
<p><em>Professore, Socialismo ha una lunga storia. È apparso originariamente in tedesco nel 1922 e ha aperto un lungo dibattito, a cui hanno partecipato studiosi di ogni orientamento culturale. Crede che sia utile leggere oggi tale opera?</em></p>
<p>Per mostrarne la perdurante validità, potrei richiamare il numero di ristampe che, nella sua versione inglese, l’opera ha avuto. Ma la questione è diversa. Come Friedrich A. von Hayek ha scritto nella sua presentazione del 1978, Socialismo è un “classico”, una di quelle opere che molto spesso la nostra superficialità ci porta a dare per scontate, ma che ci insegnano a porre i problemi e a misurarci con essi. Ciò significa che di un libro come Socialismo non possiamo fare a meno. Anche se viviamo in tempi diversi da quelli in cui è apparso per la prima volta, esso continua a essere un mezzo di orientamento: ci fa comprendere quel che eravamo ieri e quel che siamo oggi.</p>
<p><em>L’opera è nata da una questione che a prima vista sembra esclusivamente tecnica, ma che in realtà porta al problema della libertà individuale di scelta. È così?</em></p>
<p>Esattamente. Mises aveva già scritto nel 1920 un saggio per spiegare l’impossibilità del calcolo economico in una società sottoposta a pianificazione centralizzata, in cui cioè sia abolita la proprietà privata e vengano in tal modo meno il mercato e il sistema dei prezzi. Con integrazioni e aggiunte, tale saggio costituisce uno dei principali capitoli dell’opera. È quello su cui è si è aperto il dibattito in campo economico. E qui la prevalenza degli argomenti di Mises è stata netta. La più chiara capitolazione dei suoi critici è data dalla posizione assunta dall’economista polacco Oskar Lange, il quale ha dovuto riconoscere a Mises il “merito” di avere posto i socialisti davanti all’esistenza del problema. E ha suggerito di “ripiegare” su un sistema (mai realizzato), capace di conseguire gli obiettivi che “gli economisti enumerano fra i successi della concorrenza”. Se solo pensiamo che Marx ed Engels vedevano nella competizione di mercato un sistema basato sulla “reciproca diffidenza”, per conseguire con “mezzi immorali” un “fine immorale”, non si può non rimanere stupefatti.</p>
<p><em>Una capitolazione totale?</em></p>
<p>Certo. La posizione di Lange contiene anche contraddizioni evidenti: perché, per un verso, egli ha proposto di mantenere la proprietà pubblica dei mezzi di produzione (il che rende impossibile la creazione di un sistema competitivo); e, per altro verso, ha affermato che non c’è necessità di abolire l’impresa privata e la proprietà privata in quei settori in cui ancora prevalga la libertà di competere. Occorre tuttavia aggiungere che la fondatezza degli argomenti sostenuti di Mises è data non solo dalla loro prevalenza in ambito teorico, ma anche dal successivo crollo delle economie basate sulla pianificazione centralizzata, che sostituisce l’allocazione competitiva con l’allocazione politica delle risorse. Quel crollo era stato previsto da Mises. Ma la sua pur lunga vita non gli ha consentito di esserne spettatore.</p>
<p><em>La questione più rilevante è tuttavia quella della libertà individuale di scelta?</em></p>
<p>Esattamente. Il lungo dibattito teorico sulla pianificazione non può nascondere che il problema prioritario sia quello della libertà individuale. Senza proprietà privata, non c’è mercato e non ci sono prezzi. Ma è più rilevante che, senza proprietà privata, non è possibile alcuna autonomia di scelta. Se le risorse sono monopolizzate dallo stesso gruppo che detiene il potere politico, nessuno può liberamente decidere e realizzare i propri obiettivi. Dopo la sconfitta, anche Leon Trotskij lo ha riconosciuto. Ha infatti scritto: “In un Paese dove l’unico datore di lavoro è lo Stato, opposizione significa morte lenta per fame. Il vecchio principio: chi non lavora non mangia, è stato rimpiazzato da uno nuovo: chi non obbedisce non mangia”. Per ammettere ciò, Trotskij ha dovuto attendere di essere un esule perseguitato. La letteratura lo reiterava e lo reitera da secoli. Basti pensare che, già nella seconda metà del Seicento, François Bernier aveva affermato che “abolire la proprietà privata significherebbe, per inevitabile conseguenza, introdurre la tirannia, la schiavitù, l’ingiustizia e la miseria”. C’è qui un’anticipazione di quel che poi, in forma tremenda e parossistica, è stato il “socialismo realizzato”.</p>
<p><em>La severa critica di Mises colpisce anche tutte le forme di interventismo politico nell’economia. Può dirci qualcosa in merito?</em></p>
<p>Quella di Mises è un’opera di ampio respiro, che sottopone a indagine ogni forma di interferenza politica nell’economia. La sua lettura ci consente di comprendere che fra mercato e pianificazione non c’è un “terzo sistema”. Quando la mano pubblica interviene all’interno di un’economia basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, si possono verificare due ipotesi. La prima è che l’intervento rispetti le regole del mercato; e in tal caso non siamo ovviamente di fronte a un “terzo sistema” e non ci sono ragioni per cui lo Stato debba interferire. La seconda ipotesi è che le autorità pubbliche non rispettino le regole del mercato. È allora necessario ricorrere all’imposizione fiscale per ripianare le perdite. Neanche in tale circostanza siamo in presenza di un “terzo sistema”. Ci sono due settori, uno privato e l’altro pubblico; e quest’ultimo vive a carico del primo. Alla “distribuzione” operata dal mercato, si sovrappone una “distribuzione” operata autoritativamente. Il che incide in modo negativo sulla produttività complessiva del sistema.</p>
<p><em>E ciò determina anche delle conseguenze di carattere politico?</em></p>
<p>Non c’è dubbio. Oltre a voltare le spalle al problema della produttività, i “redistributori” (così li ha chiamati Mises) scardinano le regole della democrazia liberale, che è un sistema che limita il potere pubblico e assegna allo Stato un ruolo residuale rispetto alla cooperazione sociale volontaria. L’interventismo si manifesta anzitutto attraverso una iperproduzione legislativa. E questa, poiché è finalizzata ad avvantaggiare gruppi organizzati, determina una commistione fra politica e “favori”. Nasce così il “parlamento corporativo”, una sorta di “stanza di compensazione” in cui ha luogo uno scambio sistematico di “protezioni”. È il trionfo della “democrazia illimitata”, che interferisce con tutto; e che necessariamente è una “democrazia in deficit”. Ciò significa che, diversamente da quel che spesso si dice, non sono le istituzioni parlamentari a essere affette da una propria patologia. La patologia sta nell’interventismo, che poi la trasmette al resto delle istituzioni e della società.</p>
<p><em>Mises ha analizzato le ragioni profonde che, malgrado tutto, hanno reso e rendono ancora attraente l’idea socialista. Vuole soffermarsi su ciò?</em></p>
<p>Sebbene abbia dichiarato di volersi dedicare soprattutto all’analisi dei tentativi di “giustificare razionalmente” i programmi socialisti, Mises non ha tralasciato di esaminare la componente profetica di quei programmi, cioè a dire la promessa di edificare una società a-economica e, alla fine, anche a-politica. Il punto è che non possiamo cancellare la scarsità. Questa coincide con la condizione umana; la proprietà privata è nata come strumento di regolazione del conflitto derivante proprio dalla limitatezza dei mezzi di cui disponiamo. E non possiamo nemmeno cancellare la dimensione politica della vita, perché il potere dell’uomo sull’uomo non si esercita solamente tramite la proprietà privata; è presente in ogni forma di interazione sociale. La società a-economica e a-politica, il Bene totale, rimane perciò irrealizzata e irrealizzabile. Il suo miraggio è nei fatti servito a ingannare le dedizioni generose di tantissimi uomini e donne. Ha dato “copertura” a un potere onnipervasivo, finalizzato a rendere impossibile anche la più minuta manifestazione della libertà individuale di scelta.</p>
<p><em>Le pongo una domanda conclusiva. Non bisogna allora sottovalutare nemmeno le politiche di redistribuzione proposte da autori come Thomas Piketty?</em></p>
<p>È un errore in cui non bisogna cadere. Mises avrebbe sicuramente incluso Piketty nella schiera dei “redistributori”. E qui c’è da comprendere che le politiche redistributive vengono molto spesso abbracciate dai loro sostenitori come sostituto funzionale della fallita pianificazione centralizzata. L’idea è che la redistribuzione possa cancellare il problema strettamente economico e possa porre fine al conflitto politico. È ancora il miraggio del Bene totale. Anche a non considerare i danni che le politiche redistributive infliggono alla vita parlamentare e all’attività economica, c’è da tenere presente che esse, per usare delle espressioni care ad Alexis de Tocqueville, aprono la strada alla creazione di un potere “immenso”, che diviene il “solo arbitro” della nostra vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Intervista di Andrea Mancia </strong></p>
<p><a href="http://www.opinione.it/editoriali/2020/09/24/andrea-mancia_intervista-lorenzo-infantino-socialismo-ludwig-von-mises-rubbettino/"><strong>Clicca qui &#8212;&gt; L&#8217;opinione delle libertà</strong> </a></p>
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		<title>Maledetto Ottobre rosso!</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/maledetto-ottobre-rosso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Nov 2017 14:11:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[destra sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[socialismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il comunismo ha in comune con il fascismo e il nazismo molto più di quanto le storiografie compiacenti abbiano voluto far credere. Avvalorando la tesi che il comunismo sarebbe un “bene” realizzato male, mentre il nazismo e il fascismo un male assoluto. No, entrambi sono una reazione al mondo borghese e capitalistico. Comunismo e nazismo, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il comunismo ha in comune con il fascismo e il nazismo</strong> molto più di quanto le storiografie compiacenti abbiano voluto far credere. Avvalorando la tesi che il comunismo sarebbe un “bene” realizzato male, mentre il nazismo e il fascismo un male assoluto.</p>
<p><strong>No, entrambi sono una reazione al mondo borghese e capitalistico</strong>. Comunismo e nazismo, due totalitarismi Non dite che sono diversi!</p>
<p><strong><em>I dieci giorni che sconvolsero il mondo</em></strong>, come li ebbe a definire il giornalista americano John Reed, autore di un racconto “in presa diretta” degli avvenimenti che portarono i bolscevichi di Lenin a conquistare il potere il 7 novembre di un secolo fa (25 ottobre secondo il vecchio calendario gregoriano russo), furono veramente sconvolgenti.</p>
<p>Anche e soprattutto perché, da quel preciso momento, <strong>la storia del Novecento non fu più la stessa</strong>. Non solo in Russia, ma anche in Occidente.</p>
<p><strong>“Breve”, come voleva Eric Hobsbawm</strong>, o “non breve” che sia, il Ventesimo secolo ha comunque una cifra ben definita: è il secolo delle idee al potere, dell’ideologia che si fa ideocrazia, dei politici che sono intellettuali, della <strong>crisi delle società e delle istituzioni liberali</strong> e dell’avvento delle masse sulla scena del potere, del potere totalitario, della tragedia delle guerre e degli stermini di massa ( delle tante “uova rotte”, per usare una metafora di Lenin ripresa da Isaiah Berlin, senza riuscire a fare una “frittata” che a ben vedere sarebbe stata, se realizzata, indigeribile).</p>
<p><strong>Tutto questa storia inizia lì, in Russia, in quei giorni</strong>. Anche gli autoritarismi di destra, i nazionalismi, i fascismi, il nazionalsocialismo tedesco, generano da quel momento e da quell’episodio. E con l’operato dei comunisti sovietici, di Lenin prima e di Stalin poi, hanno molti più elementi in comune di quanto le storiografie compiacenti abbiano voluto far credere.</p>
<p><strong>Avvalorando addirittura la tesi</strong> che il comunismo sarebbe un “bene” realizzato male, mentre il nazismo e il fascismo un male assoluto.</p>
<p><strong>No, in verità, entrambi sono momenti di una comune reazione</strong> al mondo borghese e capitalistico. Né il fascismo può essere affatto considerato, giusta l’interpretazione della stessa storiografia, come una reazione di cui i capitalisti si son serviti per combattere il comunismo quando le armi della democrazia formale o borghese sono risultate spuntate.</p>
<p><strong>L’alleanza con le forze padronali, o meglio conservatrici, dei fascismi</strong> ci fu ma fu contingente. E, in ogni caso, essi hanno invece sempre avuto un’impronta socialista che derivava loro dal modello originale (si legga, per farsene un’idea, il capitolo intitolato <em>Le radici socialiste del nazismo</em> ne <em>La via della schiavitù</em> di Friedrich von Hayek).</p>
<p><strong> Già nel 1921, quando il movimento fascista di Mussolini</strong> muoveva i primi passi in Italia, Guido de Ruggiero, che avrebbe poi pubblicato una <em>Storia del liberalismo europeo</em> (1925) di vasto successo internazionale, scriveva: «In verità, io, tra il rosso e il nero, non so riconoscere se non una distinzione ottica: tutto il resto è indiscernibile».</p>
<p><strong>Fu in ambito italiano</strong>, prima (in senso negativo) con Giovanni Amendola e poi (in senso positivo) con <strong>Giovanni Gentile</strong> che fu d’altronde usato per la prima volta, proprio in quegli anni, il termine “totalitarismo”, che dopo il secondo conflitto mondiale i cosiddetti “liberali della guerra fredda”, in primis <strong>Hannah Arendt</strong>, avrebbero reso popolare e introdotto nel comune linguaggio scientifico. [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/1.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-11043 size-full" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/1.png" alt="" width="1200" height="300" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/1.png 1200w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/1-250x63.png 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/1-400x100.png 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/1-768x192.png 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/1-650x163.png 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/1-150x38.png 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/1-800x200.png 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/1-300x75.png 300w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/1-24x6.png 24w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/1-36x9.png 36w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/1-48x12.png 48w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />[spacer height=&#8221;20px&#8221;]</a></p>
<p><strong>Nel 1927, dal canto suo, Benedetto Croce aveva affermato</strong>, in un’intervista all’<em>Observer</em>, che giudicava i «nazionalismi e autoritarismi, che si oppongono al socialismo e comunismo, come un’imitazione a rovescio».</p>
<p><strong>Aggiungendo però, da quello studioso profondo che era stato di Marx</strong>, di cui aveva apprezzato la proposta di un canone di interpretazione storica, da usare accanto ad altri e non in modo unilaterale, e il realismo politico (lo aveva definito il “Machiavelli del proletariato”), che, fra i due totalitarismi, «la forma seria e coerente e fondamentale rimane sempre quella marxistica».</p>
<p><strong>Ancora nel 1950, nel pieno della “guerra fredda”, il filosofo napoletano</strong> scriverà che «l’abito della dittatura e della rinunzia alla libertà hanno trovato una nuova forma in un partito che fu avversario del fascismo ma di cui il dittatore italiano, già comunista rivoluzionario, si era nutrito, in modo che la sua era stata un’imitazione del comunismo, dalla quale era agevole risalire all’originale.</p>
<p><strong>Solo gli accidenti e le avventure portarono il Mussolini a diventare nemico del comunismo</strong>, al quale sarebbe volentieri tornato se avesse potuto e se ne avesse avuto il tempo».</p>
<p><strong>Ovviamente, chi più di tutti, nell’ambito della storiografia</strong>, si è impegnato a sottolineare le affinità e la dipendenza genetica fra i due totalitarismi è stato, nel secondo dopoguerra, <strong>lo storico tedesco Ernst Nolte</strong>, che non a caso, dopo aver definito “guerra civile europea” quella scatenata nel 1917 dalla Rivoluzione d’ottobre e durata fino al 1945, ha parlato del secondo dopoguerra, fino alla definitiva caduta nel 1989 del comunismo, come di un periodo di “guerra civile mondiale” ( seppur “fredda”).</p>
<p><strong>Resta così confermato che il “socialismo reale”</strong>, il comunismo realizzato, ha segnato l’intero secolo, con la sua presenza oppressiva e sempre più ampia (interessando molti altri Paesi al di fuori dell’Unione Sovietica).</p>
<p><strong>Esso non solo ha soffocato la libertà individuale</strong> dei cittadini delle nazioni che l’hanno conosciuto, ma non ha nemmeno realizzato nessuna delle promesse di giustizia che aveva fatto.</p>
<p><strong>Non è un caso</strong>: il comunismo, lungi dall’essere «un umanismo di giustizia sociale» (sic!), come ha recentemente scritto una sprovveduta firma del <em>Corriere della sera</em> (Donatella Di Cesare, 17 luglio), è un progetto, nella sua essenza, antivitale e antiumano. E che, pertanto, è corrotto nell’essenza, <em>ab origine</em> (l’autrice, per corroborare le sue tesi, osserva ovviamente che «la corruzione di un progetto non è il progetto stesso»).</p>
<p><strong>Ora, a parte il fatto che Marx non ha inteso mai essere un “puro filosofo”</strong>, e anzi ha instaurato un rapporto di stretto legame dialettico fra teoria e prassi, continuato un po’ da tutti i suoi epigoni, a cominciare da Lenin, non si può certo dire che il comunismo che egli aveva in testa fosse altra cosa rispetto a quello effettivamente messo in pratica dai bolscevichi e in genere nel Novecento. Il quale tutto è da considerare fuorché una perversa deviazione dalla via maestra o da un presunto “comunismo vero” e, casomai, come dicono alcuni, ancora tutto da realizzare.</p>
<p><strong>Certo, instaurando un rapporto necessitante fra pensiero e azione</strong>, è pur vero che Lenin (sulla scia di pensatori come Giovanni Gentile) sviluppa il marxismo in una determinata direzione, che potremmo definire attivistica e rivoluzionaria. [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/2.png"><img decoding="async" class="alignnone wp-image-11044 size-full" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/2.png" alt="" width="1200" height="300" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/2.png 1200w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/2-250x63.png 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/2-400x100.png 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/2-768x192.png 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/2-650x163.png 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/2-150x38.png 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/2-800x200.png 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/2-300x75.png 300w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/2-24x6.png 24w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/2-36x9.png 36w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/11/2-48x12.png 48w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />[spacer height=&#8221;20px&#8221;]</a></p>
<p><strong>Quella direzione era però già presente in Marx</strong> come una delle possibili e legittime. Il fatto che il marxismo si sia dimostrato errato, e foriero di fallimenti tragici “in pratica”, chiama in causa la “teoria” e non significa affatto che essa errata non fosse e che in qualche modo possa essere “salvata”.</p>
<p>«Il male nel caso del marxismo &#8211; scrivevo in conclusione del mio <em>Karl Marx </em>pubblicato per Luiss nel 2007 &#8211; non è tanto nella mente e nelle azioni degli epigoni ma è già tutto nel pensiero e nell’azione del suo padre fondatore».</p>
<p><strong>Il “peccato originale” del marxismo</strong> è, da una parte, di ordine logico, dall’altra, di natura antropo- ontologica, diciamo così. Dal primo punto di vista, l’esperienza sovietica ci ha mostrato nella “prassi” ciò che è vero in “teoria”: cioè che ogni “costruttivismo” politico o “economia di piano”, come ci hanno insegnato, fra gli altri e meglio degli altri, i pensatori della “scuola austriaca” dell’economia (da Carl Menger a Ludwig von Mises e Hayek), è tanto impossibile quanto irrazionale.</p>
<p>Oltre a presupporre di necessità l’introduzione di quella forma di coercizione che Marx aveva previsto, definendo <strong>“dittatura del proletariato”</strong>, e che nei paesi del comunismo realizzato è diventata prassi politica comune. Marx e i comunisti, d’altra parte, non hanno però fatto i conti fino in fondo nemmeno con la “natura” dell’essere umano, tanto che, io credo, soprattutto da questo punto di vista,<strong> l’Ottobre deve, a cento anni di distanza, fungere per tutti noi da ammonimento</strong>.</p>
<p>Essi hanno infatti elaborato un sistema di pensiero e di azione “che indica come obiettivo da realizzare una società senza più conflittualità. Un obiettivo non solo irrealistico, ma alla fine nemmeno auspicabile. Una realtà conciliata con sé stessa sarebbe una realtà senza più spirito vitale”, cioè in cui è venuta meno quella molla che fa andare costantemente avanti, ed essere e vivere, l’umanità”.</p>
<p><strong>Spostando poi il discorso, altre domande sorgono naturali</strong>. L’Ottobre ha almeno favorito il progresso delle condizioni materiali e morali delle masse nel mondo intero? Ha contribuito alla diminuzione della povertà assoluta e delle ingiustizie relative a cui pure, fra tante tragedie, abbiamo assistito nel corso del secolo scorso?</p>
<p><strong>In molti, in questi giorni, affermeranno questa tesi</strong>. Ed è indubbio che, tenendosi nella realtà tutto, anche la “rivoluzione comunista”, infiammando e spingendo all’azione, o semplicemente per reazione da parte di chi aveva il potere, ha finito per contribuire ai progressi del secolo.</p>
<p><strong>Ha funzionato come mito e come elemento utopico</strong>, senza dubbio. Quei progressi si sono però tutti o quasi tutti realizzati nella cornice della “società aperta” e delle istituzioni liberal- democratiche.</p>
<p><strong>Non poteva essere altrimenti</strong>. Ed è comunque un fatto, “duro e solido” come era sempre per Marx la realtà. Un fatto che non può continuare ad essere rilevante per tutti gli uomini pensanti e responsabili. [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><strong>Corrado Ocone</strong>, <em>Il Dubbio</em> 7 novembre 2017</p>
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		<title>Il socialismo è al tramonto. Ecco perchè</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-socialismo-e-al-tramonto-ecco-perche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Sep 2017 13:31:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[socialismo]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Appena fu formalizzata la candidatura di Martin Schulz</strong>, qualche mese fa, i consensi al Partito socialdemocratico nei sondaggi si impennarono. Sembrò quasi che la quarta vittoria consecutiva di Angela Merkel ad una elezione federale, fino a quel momento data per scontata, fosse seriamente insediata.</p>
<p><strong>Poi col passare dei mesi, complice qualche gaffe</strong> e contraddizione di troppo, il consenso per Schulz è clamorosamente crollato.</p>
<p><strong>Il problema però non è di leader</strong>, verosimilmente, quanto piuttosto epocale: il socialismo europeo, almeno nella forma classica riformista e socialdemocratica, sembra avere imboccato una strada di non ritorno, la strada del forse definitivo tramonto.</p>
<p><strong>Non si tratta di un normale ciclo storico</strong>, di una fase della normale dialettica e alternanza fra forze di destra e sinistra così come (eccezion fatta per l’Italia) i paesi europeo-occidentali hanno conosciuta nel secondo dopoguerra.</p>
<p>Questa volta, <strong>il socialismo</strong> sembra avere imboccato per sempre la strada dell’irrilevanza.</p>
<p><strong>Certo, ove più (Francia) e ove meno (Germania) marcata</strong>, ma sempre di irrilevanza si tratta. Oggi l’alternativa ai partiti di centrodestra sembra essere, un po’ in tutta Europa, non più la sinistra democratica, ma la vasta e varia galassia dei movimenti antisistema oppure dei partiti nuovi e trasversali alla Macron.</p>
<p>Paradossalmente, nel nuovo campo di gioco che si delinea, <strong>hanno più chance i partiti della sinistra radicale</strong>, che mixano con sicurezza elementi della sinistra tradizionale marxista con elementi movimentisti e postsessantottini (diritti umani e civili), che non quelli che si richiamano alla nobile tradizione del riformismo europeo.</p>
<p><strong>Basti considerare, a tal proposito, i rapporti di forza</strong> che si sono delineati in Francia fra il Partito socialista e la sinistra di Melénchon. O, per altri versi, la metamorfosi del partito laburista inglese sotto la leadership di Corbyn. Certo, la clamorosa débacle della socialdemocrazia tedesca ha un di più di valore simbolico rispetto alle altre e consimili situazioni createsi negli altri Paesi europei.</p>
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<p><strong>Il riformismo socialista nacque infatti, come “revisionismo” del marxismo</strong>, proprio in Germania alla fine dell’Ottocento. E fu nella Germania federale che esso abbandonò del tutto, con il congresso di Bad Godesberg del 1959, il marxismo e ogni pregiudiziale anticapitalistica.</p>
<p><strong>Fu in terra tedesca, d’altronde, che, con la solidità dell’economia</strong>, il “compromesso socialdemocratico”, fatto di Welfare State e benessere diffuso, raggiunse i suoi più vasti successi. E, in verità, la fine del socialismo che sembra delinearsi è proprio nella fine di quel compromesso che trova le sue ragioni ultime.</p>
<p><strong>In una società sempre più individualizzata</strong> e competitiva su scala globale, le garanzie di sicurezza non sono più a buon mercato. Né lo Stato, per quanto ancora florido come in Germania, ha più le risorse economiche di un tempo e la possibilità di tutelare ogni cittadino “dalla culla alla bara”.</p>
<p><strong>Le esigenze securitarie, nel frattempo, non sono più solamente di tipo economico</strong> ma concernono persino la sicurezza personale e in ultima istanza la vita delle persone. Cioè il bisogno ultimo a cui ha risposto, con il monopolio legittimo della forza, lo Stato moderno al suo nascere.</p>
<p><strong>Convertitasi al buonismo dei diritti e al “politicamente corretto”</strong>, la sinistra riformista non sa più essere realista, non sa parlare alla pancia sempre più affamata di sicurezza dei cittadini. Ci si era illusi che, con la fine del comunismo sovietico, l’esigenza socialista potesse esprimersi finalmente nella lingua del riformismo.</p>
<p>Ma ci si era dimenticati che ove muore l’imperatore, muore anche il re.</p>
<p>Nell’una e nell’altra versione, riformista o comunista, <strong>il socialismo parlava un linguaggio “classista”</strong>, mentre oggi alle classi si sono sostituiti gli individui.</p>
<p>Ma, a ben vedere, non gli individui a cui faceva riferimento il liberalismo classico, che comunque operavano in un contesto comunitario e sociale, cioè in quella “società civile” che per <strong>Adam Smith</strong> era basata sul libero incontrarsi delle volontà e sulla fiducia reciproca.</p>
<p><strong>Oggi l’individuo è invece sempre più un atomo fluttuante nel vuoto</strong>, indifferente e spesso ostile al prossimo e non in pace nemmeno con se stesso. Ad esso non solo il socialismo, ma lo stesso liberalismo fatica a dare orizzonti di senso.</p>
<p>Certo, che il socialismo economicistico e del benessere sia morto, non può essere considerato da un liberale un male. Anzi!</p>
<p><strong>Che possa però rivivere quel socialismo naturale</strong> che alberga negli umani come semplice esigenza morale, che risale forse addirittura alla predicazione di Gesù Cristo, e che possa farsi persino ispiratore di un movimento politico, questo può essere un buon affare per tutti.</p>
<p>E quindi anche per i liberali. [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><strong>Corrado Ocone</strong>, <em>Il Mattino</em> 25 settembre 2017</p>
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