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	<title>social media Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
	<lastBuildDate>Fri, 20 Jan 2023 16:55:50 +0000</lastBuildDate>
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	<title>social media Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Salvare i partiti per salvare la democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Passigli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jan 2023 14:30:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[partiti]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È oramai uso comune lamentare la crisi che da tempo affligge i partiti. Ben pochi però analizzano le cause di un fenomeno che ha colpito, sia pur in diversa misura, quasi tutti i sistemi democratici. Vale dunque tentare di farlo. Una prima causa del fenomeno risiede nel progressivo trasferimento di funzioni dallo Stato nazionale a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È oramai uso comune lamentare la crisi che da tempo affligge i partiti. Ben pochi però analizzano le cause di un fenomeno che ha colpito, sia pur in diversa misura, quasi tutti i sistemi democratici. Vale dunque tentare di farlo.</p>
<p>Una prima causa del fenomeno risiede nel progressivo trasferimento di funzioni dallo Stato nazionale a istituzioni sovranazionali, processo che ha in parallelo provocato un rafforzamento dei governi nei confronti dei Parlamenti: la rappresentanza degli interessi nazionali nelle sedi internazionali è infatti affidata agli esecutivi e non alle assemblee, sede tradizionale dell&#8217;attività dei partiti. A ciò si aggiunga che i grandi gruppi economici dialogano sempre più con le istituzioni sovranazionali, o con i governi e le pubbliche amministrazioni, anziché con i partiti.</p>
<p>Una seconda causa dell&#8217;indebolito ruolo dei partiti discende dal radicale mutamento della comunicazione politica introdotto dapprima dalla tv e ora dai social channels. Alla comunicazione affidata ai media tradizionali e al rapporto face to face nei circoli dei partiti si è infatti sostituita una comunicazione impersonale affidata a slogan e influencer che ha contribuito non poco a trasformare i partiti dalle organizzazioni strutturate del Novecento agli attuali partiti leaderistici.</p>
<p>Un&#8217;ulteriore causa discende proprio dal maggiore successo delle nostre liberal-democrazie, e cioè dalla crescente integrazione che ha caratterizzato le nostre società con il venir meno della lotta di classe e di quei conflitti (etnici, religiosi, linguistici) che avevano dato ai partiti la loro diversa identità, aprendo così un ancor maggiore spazio per leadership personali fondate su carismi deboli e transitori. I fattori su ricordati rappresentano mutamenti strutturali delle liberal-democrazie, che le leadership dei partiti tradizionali non potevano modificare.</p>
<p>I nostri partiti di massa sono nati e si sono strutturati in parallelo con l&#8217;allargamento del suffragio, che ha portato nei Parlamenti a sostituire le instabili alleanze di singoli eletti, caratterizzate da un elevato tasso di trasformismo, con gruppi parlamentari rigidamente controllati dai rispettivi partiti e caratterizzati da una forte disciplina. Il recente riapparire nel Parlamento italiano di un elevato livello di trasformismo è una inevitabile conseguenza della crisi dei nostri partiti strutturati.</p>
<p>Il venir meno dei partiti tradizionali porta però una seria minaccia alla nostra democrazia rappresentativa. I partiti strutturati costituivano infatti un ideale strumento di intermediazione degli interessi, rappresentando spesso interessi particolari ma integrandoli con gli altri interessi presenti nel processo politico. Frammentata e affidata non alla dialettica di un forte sistema dei partiti, ma direttamente a un accesso alla pubblica amministrazione e ai singoli parlamentari, l&#8217;articolazione degli interessi trova oggi sempre più difficilmente un momento di aggregazione, con il risultato che gli interessi forti tendono a prevalere sugli interessi deboli molto più che in passato.</p>
<p>Questi fenomeni sono stati presenti in tutti i sistemi democratici. Perché allora in Italia la crisi dei partiti è apparsa più profonda? La risposta sta in una serie di improvvide decisioni istituzionali prese proprio dai leader dei nostri partiti. L&#8217;avere, ad esempio, resi stabili ed eletti direttamente i presidenti di Regione, trasformandoli in inamovibili «governatori» a termine, ha inevitabilmente indebolito il ruolo delle rispettive assemblee regionali, e l&#8217;influenza dei partiti nazionali. L&#8217;aver esteso ai presidenti di Regione quanto era stato positivamente deciso per i sindaci, senza tener conto della diversità di funzioni, si è rivelata una delle principali cause della crisi dei nostri partiti nazionali che sarà aggravata da un&#8217;eventuale attribuzione alle Regioni di un&#8217;ampia autonomia differenziata. Si aggiunga l&#8217;effetto perverso di leggi elettorali con liste bloccate: se si impedisce ai rappresentati di scegliere i propri rappresentanti il crollo della partecipazione è inevitabile e induce quella perdita di «senso di efficacia» che caratterizza buona parte dei nostri cittadini. In una democrazia, quando gli elettori ritengono di non «contare», le decisioni politiche vengono però viste come assunte non in loro nome ma anzi senza il loro consenso. È così che si erode la legittimità di un sistema democratico.</p>
<p>Infine, anziché varare una legge sui partiti, i nostri leader abolendo il finanziamento pubblico hanno indicato ai cittadini che i partiti non sono strumenti essenziali per una democrazia. Una concessione demagogica all&#8217;antipolitica, mentre si tollerano fenomeni lesivi della res publica come l&#8217;enorme evasione fiscale che si traduce in minori servizi essenziali. Abbiamo passato il limite del non ritorno? No. Purché si inizi a correggere gli errori e non si prosegua nello svilire il Parlamento, ricorrendo a governi a termine prendendo a prestito il modello presidenziale che nel nostro sistema indebolirebbe le istituzioni di garanzia. Ai fenomeni storici su ricordati non ci si può opporre; ma agli errori di politica istituzionale occorre rispondere con un deciso no. Almeno da parte di quanti ritengono i partiti ancora indispensabili alla nostra vita democratica.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/23_gennaio_17/perche-come-salvare-partiti-786d1254-9683-11ed-b76d-57716861e5ff.shtml"><strong><em>Il Corriere della Sera</em></strong></a></p>
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		<title>Copyright, la grande bugia che ha vinto a Strasburgo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/copyright-la-grande-bugia-che-ha-vinto-a-strasburgo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Giannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Jul 2018 10:41:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Parlamento europeo boccia la normativa sul copyright: la riflessione di Oscar Giannino La proposta di direttiva sul mercato unico digitale dei diritti d’autore è stata affossata ieri dal Parlamento europeo con 378 no, 278 sì e 31 astenuti. Con ogni probabilità, pur riprendendo da capo l’iter degli emendamenti dal prossimo settembre, non vedrà la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il Parlamento europeo boccia la normativa sul copyright: la riflessione di Oscar Giannino</em></p>
<p><strong>La proposta di direttiva sul mercato unico digitale dei diritti d’autor</strong>e è stata affossata ieri dal Parlamento europeo con 378 no, 278 sì e 31 astenuti. Con ogni probabilità, pur riprendendo da capo l’iter degli emendamenti dal prossimo settembre, non vedrà la luce in questa legislatura europea, visto che nella prossima primavera il parlamentoUe verrà rinnovato.</p>
<p><strong>La bagarre che è stata scatenata</strong> da moltissimi accademici, associazioni per la libertà della rete, e politici come il Movimento 5 Stelle in Italia, ha dunque avuto la meglio. Ha prevalso l’idea che la direttiva fosse un attentato alla libertà degli utenti della rete e al confronto senza filtri tra pari, tanto nel pubblicare quanto nel leggerli, rilanciarli, sostenerli o criticarli.</p>
<p><strong>Peccato che la libertà</strong> dei singoli o della rete non fosse minimamente toccata dalla direttiva. Anche se naturalmente chi si è opposto dice il contrario.</p>
<p><strong>Le due norme-bandiera</strong> contro le quali si è scatenato il putiferio intervengono infatti nei rapporti tra piattaforme online ed editori per quanto riguarda notizie pubblicate traendole da imprese editoriali, da una parte. E tra le stesse piattaforme e i soggetti legalmente titolari di diritti d’autore, siano essi letterari, musicali e artistici in senso lato.</p>
<p>In altre parole <strong>l&#8217;intento era quello di dettare i principi almeno minimali</strong> di una tutela del diritto d’autore, in capo a imprese o soggetti individuali, che oggettivamente nel mondo contemporaneo incontrano asperrime difficoltà a vederselo riconosciuto nel mondo digitale di internet. La libertà degli utenti e il libero confronto in rete non c’entrano nulla. E nella polemica è stato anzi fatto ampio ricorso a formule volontariamente svianti, al fine di far credere a qualunque internauta che si trattava di chiedergli soldi, o di oscurare ai suoi occhi contenuti sgraditi.</p>
<p><strong>Un ottimo esempio di artificio improprio</strong> è aver chiamato col nomedi link tax quando disposto dall’articolo 11, facendo deliberatamente intendere che la direttiva volesse istituire una tassa per chi sfoglia pagine in rete. Ma non è affatto così, non si prevedeva in alcun modo alcuna tassa sui collegamenti intertestuali, e tanto meno che a pagarla fosse l’utente. La direttiva proponeva invece a quell’articolo il diritto degli editori di vedersi riconosciuta una giusta e proporzionata remunerazione per l’uso digitale delle loro pubblicazioni da parte dei provider d’informazione digitale.</p>
<p><strong>In che cosa si lede la libertà e di chi</strong>, se Yahoo, Google e consim ili giganti sono chiamati a corrispondere alle imprese editoriali qualcosa di analogo a quanto esse son o già sem pre più costrette a chiedere ai propri lettori online di pagare, per potervi direttamente accedere<strong>? Che cosa c’entra la libertà in pericolo</strong>, quando quelle notizie e quelle analisi vengono elaborate da dipendenti e collaboratori di imprese che a questo fine investono, e che vedono sempre più erosi i propri margini di raccolta pubblicitaria inevitabilmente proprio dalla rete? E che per di più sulle proprie attività, sul proprio reddito, sui propri asset e immobilizzi pagano imposte nazionali assai più elevate di quanto non sia consentito alle grandi piattaforme digitali dal libero arbitraggio internazionale, alla ricerca di ordinamenti dalle più moderate richieste fiscali?</p>
<p><strong>Chi qui scrive è sempre stato contrario a tassazioni nazionali</strong> su base forfettaria rispetto a un fatturato nazionale stimato, da applicare ai giganti digitali. Perché ha sempre considerato che i Paesi che si risolvano a queste vie nazionali espongono semplicemente i propri cittadini a veder ridurre le attività di quelle piattaform e nei loro confini, preferendo altri Paesi. Sia la questione fiscale &#8211; la definizione di standard comuni e condivisi sulla tassazione della proprietà digitale, sia quella della compartecipazione ai costi delle infrastrutture digitali &#8211; le reti a banda larga e ultralarga di qui quelle piattaforme si avvantaggiano senza avervi messo un penny &#8211; sono questioni che possono trovare equa soluzione solo se condivise tra ordinamenti continentali, nell’ambito di un grande negoziato globale, come globale è la rete.</p>
<p><strong>Ma il pregio di questa direttiva a tutela del diritto d’autore</strong> era ed è appunto un approccio comune europeo, volto a evitare che tutele diverse in ogni singolo Paese membro venissero eluse dai giganti over the top. Analoga strumentalizzazione è stata quella animata contro l’articolo 13 della direttiva, che prevede accordi di licenza tra le piattaforme digitali e i titolari singoli di diritti d’autore, o le loro associazioni volte alla raccolta dei diritti medesimi. Con la tutela aggiuntiva che, in caso di mancato accordo, le piattaforme dovessero elaborare filtri appositi in grado di escludere quelle opere i cui diritti non fossero coperti da licenza.</p>
<p><strong>È stata presentata come una norma che blocca Wikipedia</strong>, o la musica e i brani cinematografici che si scaricano liberamente su Youtube. Al contrario, è anch’essa una norma che serve semplicemente a evitare che i diritti d’autore artistici vengano aggirati ed elusi. Per evitare filtri “orwelliani”, le piattaforme erano vincolate a obblighi di piena trasparenza sugli algoritmi, proprio al fine di evitare che quei filtri si proponessero improprie strategie commerciali.<br />
La libertà della rete è ormai una parte costitutiva delle libertà essenziali, in ogni angolo del mondo che voglia definirsi libero. Su questo non si discute.</p>
<p><strong>Ma la direttiva europea era un primo passo per evitar</strong>e che la rete possa anche essere un improprio esercizio di free riding, come si dice in gergo per definire il comportanento di chi beneficia di beni o servizi prodotti a proprie spese da altri, senza riconoscere in alcun modo un corrispettivo a chi li ha resi possibili con il proprio ingegno e le proprie catene organizzative.</p>
<p><strong>Ieri dunque ha vinto la demagogia, non la libertà</strong>. Nessuno penserebbe che debba esistere la libertà per un’impresa di non pagare un proprio lavoratore. Ed è del tutto analogo che non è libertà non pagare per le notizie che produce l’impresa editoriale che le elabora, o l’autore o la produzione cinematografica o musicale senza cui non esisterebbero libri, film e brani musicali.</p>
<p>Oscar Giannino, Il Messaggero 6 luglio 2018</p>
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		<title>Analogici o digitali, cretini restano</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/analogici-o-digitali-cretini-restano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Jul 2018 08:48:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli esaltati sono sempre esistiti. Come anche le balle. Non sentivamo il bisogno di chiamarle fake news, anche perché è più breve la definizione italiana. Più estesa la definizione del codice penale, che punisce la “diffusione di notizie false esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico”. Il digitale ha portato una [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gli esaltati sono sempre esistiti</strong>. Come anche le balle. Non sentivamo il bisogno di chiamarle <strong><em>fake news</em></strong>, anche perché è più breve la definizione italiana. Più estesa la definizione del codice penale, che punisce la “diffusione di notizie false esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico”.</p>
<p><strong>Il digitale ha portato una novità,</strong> assieme alla velocità e alla straordinaria possibilità di comunicare e accedere ai più diversi contenuti: le balle che sconvolgono le menti e di cui si resta prigionieri. I culturalmente attrezzati e i curiosi cercavano e cercano notizie per aggiornarsi, pagine da studiare, idee diverse con cui confrontarsi. Gregari e culturalmente mosci subiscono uno degli effetti del digitale, in particolare dei <em>social media</em>: l’aggregazione fra simili.</p>
<p><strong>Ad esempio</strong>: entro nel sito di un Tizio che sostiene il cancro si possa curare con il profumo dei fiori, che non cura un bel niente, ma manco nuoce, e lascio un mio commento; dopo un poco ricevo un messaggio che mi dice potrebbe interessarmi la pagina di Caio, che sostiene i vaccini provochino delle stragi; da qui mi invitano a visitare un gruppo di buontemponi secondo cui la storia dell’allunaggio è un raggiro hollywoodiano. In breve mi troverò circondato da pazzi che si confortano a vicenda, mettendosi reciprocamente in guardia dalle lusinghe degli agenti del male, corruttori dell’anima popolare, secondo i quali, da non crederci, si muore meno di cancro perché le cure migliorano, i vaccini salvano centinaia di milioni di vite e c’è un robot che si aggira su Marte. Gentaccia pagata dalle lobbies che vogliono raggirarci.</p>
<p><strong>Quel che era l’incontro con uno scemo diventa</strong> una gabbia di cemento armato digitale, dentro la quale la mente debole resta prigioniera e comincia a credere d’essere diventata forte. E, del resto, come si può non credere a chi ha milioni di seguaci che lo seguono e osannano? Folla falsa, ma che fa compagnia.</p>
<p><strong>Il passo successivo consiste nel comunicare</strong> a chi ha abboccato che l’introduzione della moneta si deve ad un astuto disegno per vendere i pantaloni con le tasche. A quel punto li si indirizza verso la mail, la pagina sociale o l’account di una banca e di una sartoria, invitandoli non solo a insultare a piacimento, come è giusto che sia, visto che ci hanno riempito di tasche e poi ce le hanno svuotate, ma fornendo loro una marea di grafici e citazioni da copiare e incollare. Lascia fare che, a confronto, i baci Perugina sono enciclopedici ed esaustivi, lascia stare che ripeto quello che non capisco, non conta, perché la gabbia digitale ha fatto il miracolo: <strong>l’ignorante divenne erudito e saccente</strong>. Aggressivo, inoltre, perché il mondo è stato ingiusto con lui. Il che, a essere onesti, è anche vero. Basta sbirciare quello che ripete.</p>
<p><strong>Ultimo passaggio</strong>: a questo punto stampa e televisione si accorgono della massa digitale, che conta niente sia virtuale e forse totalmente tarocca (ci sono agenzie che vendono <em>like</em>, come il professore di De Andrè che andava a mondane per sentirsi dire “micio bello e bamboccione”), ma sembra tanta e dice cose talmente bislacche da risultare spettacolari.</p>
<p><strong>Ergo</strong>: è nato il popolo dei rincretiniti digitali. Chi osa riconoscerli come tali è presto smascherato come agente del nemico ed esponente di quell’odiosa élite che … ha studiato. Lì per lì ti viene un pensiero: dovessero ammalarsi sarà bene incontrino un medico all’altezza della loro ficcante intelligenza e vasta conoscenza.</p>
<p><strong>Ma la faccenda è ben più complessa</strong>, perché questa roba sta distorcendo la nostra vita collettiva. Solo che la responsabilità non credo sia della tecnologia digitale, ma della viltà intellettuale di chi non ha ancora trovato il coraggio di dirlo: <strong>cretini</strong>. Che siano analogici o digitali, cretini restano. Non si può dire? Spiacente, l’ho già detto.</p>
<p>DG, 1 luglio 2018</p>
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		<item>
		<title>Social media: numeri positivi per la Fondazione Einaudi nel 2016</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/social-media-numeri-positivi-per-la-fondazione-einaudi-nel-2016/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Oct 2016 14:12:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dicono di Noi]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Il report di settembre evidenzia la forte crescita della FLE sulla rete nell'ultimo anno[:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Questi dati sono un stimolo per continuare e migliorare le nostre attività.</p></blockquote>
<p>Non solo convegni, presentazioni di libri e ricerche. L’ultimo anno, ha visto la Fondazione sempre più protagonista nella rete, come testimonia il report di settembre curato da <strong>Marco Di Eugenio</strong>, social media manager, content curator e digital strategist della FLE.</p>
<p>Facebool, Twitter, Youtube e sito registrano numeri entusiasmanti, a dimostrazione dell’attenzione della rete (soprattutto nella fascia tra i 25 e i 45 anni) per le attività e i temi della Fondazione Einaudi.</p>
<p>Il <strong>social di Zuckerberg</strong> è quello con i dati maggiormente positivi: da marzo a settembre i like della pagina sono aumentati del 121,4%.</p>
<p>Ma anche <strong>Twitter</strong> (a settembre i nuovi follower sono aumentati del 168 % rispetto ad agosto e del 318% rispetto a luglio) e <strong>Youtube</strong>, che a partire da ottobre ospiterà le dirette streaming degli eventi che si terranno nella sede di Largo dei Fiorentini, rilevano ottimi dati.</p>
<p>Infine il <strong>sito</strong>. Rinnovato ad agosto nella grafica e nei contenuti, ha completato l’ecosistema digitale della Fondazione ospitando iniziative molto apprezzate, come il test Che liberale sei e il sondaggio sul prossimo referendum costituzionale.</p>
<p>“Con viva soddisfazione pubblichiamo i il rapporto elaborato da Marco Di Eugenio”, dice il Presidente <strong>Giuseppe Benedetto</strong>. “I dati relativi a quest’ultimo anno e, in particolare al mese di settembre, testimoniano l’ottimo lavoro di squadra svolto e l’attenzione della Fondazione alle nuove piattaforme e modalità della comunicazione digitale. Questi dati sono un stimolo per continuare e migliorare le nostre attività.”</p>
<div class="su-button-center"><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/10/FLE-report-settembre-2016.pdf" class="su-button su-button-style-flat su-button-wide" style="color:#ffffff;background-color:#003c71;border-color:#00305b;border-radius:5px" target="_self"><span style="color:#ffffff;padding:9px 30px;font-size:22px;line-height:33px;border-color:#4d779c;border-radius:5px;text-shadow:0px 0px 0px #ffffff"><i class="sui sui-newspaper-o" style="font-size:22px;color:#ffffff"></i> VISUALIZZA REPORT</span></a></div>
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