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	<title>scuola Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>scuola Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Scuola e feste</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/scuola-e-feste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Parrinello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Mar 2024 13:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/scuola-e-feste/">Scuola e feste</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Il merito (nella scuola) e i suoi nemici</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-merito-nella-scuola-e-i-suoi-nemici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Panebianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Sep 2023 16:01:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[invalsi]]></category>
		<category><![CDATA[Merito]]></category>
		<category><![CDATA[ricolfi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Impietosamente, anno dopo anno, i test Invalsi mostrano l’incapacità di una parte assai consistente delle scuole italiane di dare una preparazione adeguata agli alunni. La scuola ha smesso di funzionare come ascensore sociale. Disinteresse per il merito e promozioni facili, se non garantite, sono la conseguenza di una malintesa lotta contro le disuguaglianze sociali che ha l’effetto di accrescerle, anziché diminuirle. È bastato che il governo della destra decidesse di aggiungere la parola «merito» al titolo del ministero competente perché in tanti saltassero su a spiegarci che chi vuole il ripristino del merito è un reazionario, nostalgico della scuola classista del tempo che fu. Luca Ricolfi, un sociologo che in tanti suoi lavori ha mostrato di possedere grande maestria e una capacità davvero non comune di leggere la società italiana, affronta il tema in un libro appena uscito: La rivoluzione del merito (Rizzoli).</p>
<p>Due i punti di partenza di Ricolfi. Il primo è il (sempre disatteso) articolo 34 della Costituzione ove si afferma che «i capaci e meritevoli», anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. Ricolfi riprende le tesi di Piero Calamandrei che nel citare quell’articolo sostiene l’importanza di favorire i meritevoli, qualche che sia la loro origine sociale, per consentire il ricambio delle classi dirigenti e assicurare che ai vertici della società giungano i più preparati. Favorendo così il benessere collettivo e la democrazia. Il secondo punto di partenza è dato dalla constatazione di un capovolgimento culturale che ha investito la sinistra italiana nel corso degli anni: dalla grande importanza che il Pci dell’epoca togliattiana attribuiva all’istruzione seria e rigorosa come mezzo di elevazione dei giovani delle classi popolari, alle posizioni del periodo successivo al ’68. I nemici attuali del merito sono il prodotto di quel clima, i figli della stagione del 6 e del 18 garantiti. La scuola si è così ridotta al luogo in cui «il dovere di studiare e di impegnarsi è stato sostituito dal “diritto al successo formativo”».</p>
<p>Ricolfi pensa che la difesa del merito debba guardarsi da due nemici. Da un lato, la confusione fra merito e meritocrazia. Quello meritocratico è un ideale (il governo dei meritevoli) che ha pesanti implicazioni anti-egualitarie. È l’ideale di chi vuole ricostruire rigide barriere di classe, ma questa volta basate su un sistema di test presentati come obiettivi: di qua i meritevoli, di là tutti gli altri. Una cosa assai diversa da chi vuole che il talento individuale venga valorizzato e premiato senza prefigurare utopie sociali irrealizzabili o che, se realizzate, darebbero vita al contrario di una società libera e aperta. C’è però chi, contrastando la meritocrazia, ha gettato via anche il bambino (il merito) insieme all’acqua sporca. Il secondo nemico è rappresentato da un clima filosofico e culturale che, nel corso dei decenni, ha scavato nelle coscienze di tanti spingendoli a svalorizzare il merito scambiando ciò per una battaglia a favore dell’uguaglianza. Ricolfi passa in rassegna, mostrandone le debolezze, le idee di una lunga fila di pensatori che hanno contribuito al risultato negando diritto di cittadinanza al merito in una società democratica.</p>
<p>Perché, si chiede Ricolfi, le idee dei filosofi e dei sociologi nemici del merito fanno a pugni con il senso comune? I sondaggi, quali che ne siano i limiti, mostrano che una forte maggioranza degli intervistati è di altro parere. Il sentire comune, che non disprezza il merito, è molto più in sintonia con la realtà di tanti intellettuali che pretendono di conoscere la cura contro le disuguaglianze sociali. Non è vero che gli studenti più bravi provengano solo dalle famiglie ricche, talché valorizzare il merito significherebbe rafforzare le disuguaglianze. È noto e documentato, ad esempio, che, mediamente, le studentesse, quale che ne sia la provenienza sociale, hanno un migliore rendimento scolastico degli studenti. È l’impegno personale che soprattutto conta. I dati italiani, inoltre, mostrano che non è affatto vero che i bravi a scuola siano concentrati nelle classi alte. Il diverso capitale culturale delle famiglie d’origine dà un leggero vantaggio allo studente di condizione sociale medio-alta (e sarebbe strano se così non fosse), ma solo questo. Il 40 per cento dei figli di famiglie agiate va male a scuola, una percentuale quasi identica di figli di famiglie povere ha un alto rendimento scolastico.</p>
<p>Il paradosso di una battaglia per l’uguaglianza, che pretende di pareggiare a scuola meritevoli e non, è che essa rimanda a un momento successivo il riprodursi delle disuguaglianze. Non distinguere fra chi merita e chi non merita è un danno per la società, ma è anche un’arma spuntata contro la disuguaglianza. Una volta usciti dalla «scuola egualitaria», agli studenti accadono due cose: la prima riguarda i più capaci e preparati, la seconda quelli con una preparazione insufficiente. Nel gruppo dei meritevoli saranno favoriti, nel continuare gli studi, i figli delle famiglie agiate. I meritevoli più poveri (a causa della mancata attuazione dell’articolo 34) avranno difficoltà e, spesso, dovranno rinunciarvi. Così l’ascensore sociale si blocca a danno di chi ha capacità, ma non i mezzi per continuare gli studi. Anche nel gruppo degli impreparati la disuguaglianza colpisce: i non meritevoli delle classi agiate se la caveranno perché potranno contare sul supporto della famiglia e relative conoscenze, gli impreparati poveri no. Come sostiene Ricolfi, le posizioni anti- merito sono oscurantiste. Dequalificando la scuola, negano ai poveri dotati di capacità un futuro migliore.</p>
<p>Il libro si conclude con una proposta di attuazione dell’articolo 34: favorire i meritevoli senza sufficienti mezzi con consistenti borse di studio. Un progetto attuabile per i cui dettagli si rinvia al testo. Però — osservo — bisogna anche agire sul lato dell’offerta. Servono insegnanti motivati che sappiano valorizzare meriti e talenti. Fortunatamente ce ne sono. Vanno liberati dalle mille pastoie che ne mortificano la professionalità. Altri invece dovrebbero essere, per così dire, «riprogrammati»: sottratti all’influenza di cattivi maestri che predicando male li hanno spinti a razzolare anche peggio.</p>
<p><strong><a href="https://www.corriere.it/cultura/23_settembre_06/merito-suoi-nemici-scuola-dequalificata-danneggia-famiglie-meno-agiate-ebc218f8-4c0e-11ee-8f58-ffd638c75fa2.shtml#:~:text=Impietosamente%2C%20anno%20dopo%20anno%2C%20i,di%20funzionare%20come%20ascensore%20sociale."><em>Corriere della Sera</em></a></strong></p>
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		<title>Ignoranza titolata</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ignoranza-titolata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Aug 2023 10:59:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche qui si è fatto un sogno, visto che c’è la ricorrenza. Abbiamo sognato che un giovane diplomato, oramai maggiorenne, abbia deciso di portare in tribunale la scuola italiana. Abbiamo sognato le sue parole: signor giudice, mi hanno sempre promosso, mi hanno anche detto che ero bravino, ho passato la maturità con un ottimo voto, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Anche qui si è fatto un sogno, visto che c’è la ricorrenza. Abbiamo sognato che un giovane diplomato, oramai maggiorenne, abbia deciso di portare in tribunale la scuola italiana. Abbiamo sognato le sue parole: signor giudice, mi hanno sempre promosso, mi hanno anche detto che ero bravino, ho passato la maturità con un ottimo voto, poi ho fatto i test Pisa ed è risultato che sono un analfabeta, incapace nel far di conto; quindi, signor giudice, sono stato truffato e chiedo giustizia.</p>
<p>I risvegli sono talora traumatici: sono i genitori a portare la scuola in tribunale, avverso le pochissime bocciature esistenti. Si lascia così agli atti quel che si chiede di avere: l’ignoranza titolata, detta anche: ignoranza di cittadinanza.</p>
<p>In questo modo gli svantaggiati restano tali e i protetti anche. Nessuna indignazione scalfisce l’indifferenza e la scuola resta un assumificio senza costrutto, ove si proclama il merito senza entrare nel merito. Poi non ci si chieda da dove arrivi la classe digerente.</p>
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		<title>La faziosità che impedisce di affrontare i problemi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-faziosita-che-impedisce-di-affrontare-i-problemi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Panebianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jul 2023 15:40:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[faziosità]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla lezione di un grande studioso della democrazia, Giovanni Sartori, si ricava che quando la polarizzazione politica è elevata l’opposizione tende ad essere «irresponsabile»: si contrappone frontalmente al governo su tutto. Senza ombra di realismo. Ciò spiega la drastica e repentina mutazione che subiscono i partiti quando passano dall’opposizione al governo e viceversa. Giorgia Meloni, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Dalla lezione di un grande studioso della democrazia, Giovanni Sartori, si ricava che quando la polarizzazione politica è elevata l’opposizione tende ad essere «irresponsabile»: si contrappone frontalmente al governo su tutto. Senza ombra di realismo. Ciò spiega la drastica e repentina mutazione che subiscono i partiti quando passano dall’opposizione al governo e viceversa. Giorgia Meloni, prima di vincere le elezioni, aveva (tranne che sull’Ucraina) la tipica postura dell’oppositore irresponsabile nel senso di Sartori. Meloni al governo è un’altra cosa. Il Pd ha fatto il tragitto contrario: era una cosa quando faceva parte della maggioranza di governo guidata da Mario Draghi, è un’altra cosa fuori dall’area di governo. Quando sono all’opposizione il partito di destra o il partito di sinistra si fanno guidare, rispettivamente, dal principio pas d’ennemis à droite (niente nemici a destra) e pas d’ennemis à gauche (niente nemici a sinistra). Ciò alimenta la costante delegittimazione reciproca fra governi e partiti di opposizione. Riflette le divisioni che esistono nel Paese. Ma tende anche a perpetuarle e a esasperarle.</p>
<p>Viviamo in una fase storica nella quale la polarizzazione politica è aumentata in tante democrazie (si pensi agli Stati Uniti) ma l’Italia fa storia a sé. La nostra era una democrazia polarizzata (quando molte altre non lo erano) ai tempi della Guerra fredda. Ed è rimasta tale. Con l’aggravante che mentre un tempo l’esistenza di forti partiti riusciva a contenere, almeno in parte, le pressioni divaricanti, oggi che quei forti partiti non ci sono più l’opera di contenimento è assai più faticosa e spesso impossibile.</p>
<p>Le conseguenze sono pesanti. Quando predomina lo spirito di fazione affrontare i problemi del Paese diventa impossibile. Sia perché chi governa — ovviamente costretto ora a fare i conti con la realtà — non può mai liberarsi completamente delle scorie accumulate nella fase dell’opposizione irresponsabile. Sia perché non è pungolato da una opposizione che sappia confrontarsi con i problemi anziché innalzare muri ideologici. I problemi del Paese sono noti: insufficiente crescita economica, declino demografico, mali antichi dell’amministrazione, malfunzionamento dell’amministrazione della giustizia, deterioramento del sistema scolastico, prestazioni di welfare mal distribuite e con ampie sacche di inefficienza, necessità di governare i flussi migratori, obbligo di conciliare le misure per fronteggiare il cambiamento climatico con la salvaguardia della forza industriale del Paese. Grandi e difficilissimi problemi che richiederebbero una convergenza di intenti, chiamare il Paese a riconoscersi in alcune idee-forza. Una cosa è dividersi, come è normale in democrazia, su proposte diverse ma volte a uno stesso scopo. Altro è dare libero sfogo allo spirito di fazione e a uno scontro ideologico che inghiotte tutto e che nasconde anziché rendere visibili i termini del problema che si dovrebbe affrontare.</p>
<p>Prendiamo, ad esempio, il caso della scuola. Basta leggere i risultati dei test Invalsi per capire che stiamo segando il ramo su cui siamo seduti. Stiamo dilapidando, prima ancora di averlo formato, un grande capitale umano. Ma senza capitale umano non si va da nessuna parte. I successi economici «asiatici» (della Cina e non solo), da tanti ammirati, sono, prima di tutto, il prodotto di sistemi educativi di prim’ordine. Qualunque professore con una lunga esperienza sorride quando sente dire che ci sono tanti giovani bravi e preparati. Certo che ci sono, come ci sono sempre stati. Ma il problema di un sistema educativo è, prima di tutto, quello di preparare decentemente la fascia media (i bravi, quelli che hanno vocazione per lo studio, se la cavano comunque). Il cedimento strutturale della scuola ha riguardato la fascia media. È in questa fascia che l’impreparazione dilaga. Con gravi danni, in prospettiva, per l’economia e le professioni. E anche per la democrazia. Interessi corporativi e faziosità ideologica impediscono di ammetterlo. E di cercare i rimedi.</p>
<p>Oppure si prenda il tema dell’immigrazione. In un Paese in crisi di natalità c’è un grande bisogno di immigrati. Ma c’è anche bisogno di assorbirli senza provocare forti «sbreghi» nel tessuto sociale e culturale. Qualcuno può affermare che il tema, da quando si è imposto all’opinione pubblica, sia stato affrontato, da destra e da sinistra, in modo non ideologico? C’è ora qualche segnale di un atteggiamento più pragmatico ma è ancora troppo presto per giudicare. È comunque un altro argomento su cui il riconoscimento di un interesse comune dovrebbe spingere a cercare convergenze anziché contrapposizioni frontali.</p>
<p>Se la polarizzazione politica impedisce di riconoscere la natura delle sfide e di cercare convergenze, dobbiamo allora sperare nell’emergere di forze capaci di affrontare con pragmatismo i problemi che incombono e che riescano a mettere nell’angolo gli ideologizzati delle varie fazioni? Dobbiamo cioè aspettare che si formi, al centro dello schieramento, una opposizione responsabile? Si sente spesso dire che esisterebbero vaste praterie che aspettano solo di ricevere una offerta politica credibile. Qualche tempo addietro lo pensava anche chi scrive. Ma forse era un’illusione. In un sistema polarizzato, chi rifiuta lo spirito di fazione fatica a fare passare messaggi che prendano di petto i problemi. La faziosità occupa la scena. Non solo una offerta politica credibile del tipo indicato, al momento, non si vede. Ma se ci fosse non è detto che avrebbe successo, che riuscirebbe a intercettare tanti elettori.</p>
<p>In teoria la democrazia appartiene al novero dei regimi moderati. In un regime moderato la demagogia è tenuta a freno, relegata ai margini dello spazio pubblico. Per questa ragione, forse, la forte polarizzazione registrata negli ultimi anni in tante democrazie occidentali potrà essere prima o poi riassorbita. Però il nostro Paese non ha mai conosciuto la suddetta moderazione. Fino ad oggi, tuttavia, la democrazia italiana è riuscita a sopravvivere. Forse è l’eccezione che conferma la regola. Forse è solo il frutto di fortunate circostanze. Caso e fortuna hanno comunque giocato a nostro favore. Si spera che continuino a farlo.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/23_luglio_27/quando-partiti-esasperano-divisioni-esistenti-paese-7e3a6e0c-2ca1-11ee-af49-98c477f348ce.shtml?refresh_ce"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>Non Invalsi più</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/non-invalsi-piu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jul 2023 12:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[invalsi]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="Non Invalsi più" width="1778" height="1000" src="https://www.youtube.com/embed/fmvjy4xbEKs?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Elementare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/elementare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 May 2023 18:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[elementare]]></category>
		<category><![CDATA[Merito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tornare alla scuola elementare sarà utile a capire molto del Paese in cui viviamo. Perché la nostra scuola elementare funziona bene e consegna risultati ragguardevoli. La pandemia ha arrecato danni notevoli, costringendo a tenere i bambini a casa in un’età in cui per apprendere non basta certo un collegamento audio e video, ma quando la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tornare alla scuola elementare sarà utile a capire molto del Paese in cui viviamo. Perché la nostra scuola elementare funziona bene e consegna risultati ragguardevoli. La pandemia ha arrecato danni notevoli, costringendo a tenere i bambini a casa in un’età in cui per apprendere non basta certo un collegamento audio e video, ma quando la scuola elementare può funzionare funziona bene, visto che il 97% dei bambini di quarta elementare sa leggere e – cosa ancora più importante – leggendo apprende. I test fatti nel 2021 da Iea Pirls (Progress in International Reading Literacy Study, test a cura della International Association for the Evaluation of Educational Achievement), collocano l’Italia sopra la media dei Paesi presi in esame, al 14esimo posto su 43. Singapore fa meglio di tutti, totalizzando 587 punti di valutazione dei loro giovani studenti, ma noi ne prendiamo 537. Per dire: la Francia arriva a 514 e si colloca al 23esimo posto, tanto che il titolo di testa di “Le Monde” gridava con dolore questo risultato.</p>
<p>Si può sempre fare meglio, ma evviva le maestre e i maestri. Ma c’è già da considerare una prima nota orribile: la distanza fra il Nord e il Sud dell’Italia non solo si produce già alle scuole elementari, ma in 15 anni è triplicata. Vuol dire che i bambini del Nord se la potrebbero giocare con quelli di Singapore, ma quelli del Sud sarebbero sotto la media. Intollerabile. Per capire il perché dobbiamo guardare a cosa succede dopo.</p>
<p>Quegli stessi bambini, dieci anni dopo, saranno pronti per l’esame di maturità, dove arriveranno sotto la media Ocse (in questo caso il misuratore sono i test Pisa, Programme for International Student Assessment), totalizzando in matematica 487 punti rispetto alla media di 489, in lettura 476 rispetto a 487 (gli estoni sono sopra 500) e in scienze lo sprofondo, con 468 rispetto a 489. Alle elementari andavano meglio dei coetanei francesi o tedeschi, mentre alla fine della secondaria superiore vanno peggio degli uni e degli altri. Si sono rincretiniti? Loro no, sono gli adulti che li circondano ad avere trasformato la scuola in uno stipendificio senza valutazione del merito, degli insegnanti prima e degli studenti dopo. Metterlo, il merito, nel nome del Ministero serve a nulla: va messo nel contratto.</p>
<p>Anche nei buoni risultati delle elementari – aiutati dalla naturale tendenza dei bimbi a crescere, imparare e misurarsi, cosa che splendidamente fanno pure giocando – più si scende verso Sud, considerandolo un ‘posto’ anziché una vocazione, e più i risultati si fanno deludenti. E spesso al Nord gli insegnanti sono del Sud. Non è una questione genetica, ma una degenerazione disoccupazionale.</p>
<p>Siamo noi che ci siamo costruiti questa roba. Ma la cosa più grave non è tanto che la scuola abbia preso la deriva sindacal-assistenziale, ma che attorno a quella si sia costruita una (in)cultura del compatimento, talché tutti i ragazzi sono a rischio trauma se solo qualcuno gli fa osservare che sono capoccioni e che dovrebbero studiare. La cosa grave non è che tanti cerchino di sistemarsi e avere il posto fisso, ma che alle famiglie stia bene così. Guardiamo quei numeri, torniamo alle elementari e tocchiamo con mano come si faccia a rovinare l’avvenire dei ragazzi e quello collettivo.</p>
<p>A questo punto arriva quello che crede di avere un pensiero ficcante e dice: non è vero, sono i più bravi, hanno successo all’estero e se ne vanno perché li pagano di più. Vero, ma non sono la media dei ragazzi che vengono culturalmente impoveriti da questa scuola: sono i privilegiati dalla natura perché più svegli o intraprendenti, dall’avere frequentato una scuola migliore della media offerta in Italia o da una famiglia che li ha mandati all’estero a farsi lingua e ossa. È così che abbiamo realizzato l’inferno classista inseguendo l’illusione egualitaria.</p>
<p>Si può cambiare, anche se temo sia più facile spiegarlo a un bambino di 9 anni che al politicante che prova a prendere il voto dei suoi genitori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/venerdi-19-maggio-2023/"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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		<title>Demerito</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/demerito/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Dec 2022 16:49:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[Merito]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[voti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il merito: non ha senso pensare di poterlo praticare solo tra i banchi di scuola o dell’Università ma in primis nel mercato. Il merito funziona solo se si riconosce il demerito. &#160; Ci si deve difendere dai luoghi comuni, come anche dall’ipocrisia. Fantastica la valorizzazione del merito, ma funziona solo se si riconosce il demerito. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Il merito: non ha senso pensare di poterlo praticare solo tra i banchi di scuola o dell’Università ma in primis nel mercato. Il merito funziona solo se si riconosce il demerito.</h3>
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<p>Ci si deve difendere dai luoghi comuni, come anche dall’ipocrisia. Fantastica la valorizzazione del merito, ma funziona solo se si riconosce il demerito. In una gara di velocità c’è chi arriva primo perché c’è chi arriva secondo, altrimenti si sarebbe trattato di uno che stava correndo da solo. E c’è uno che arriva secondo perché non manca il terzo ed esiste l’ultimo. Nel mondo dei moralisti da strapazzo non si può dire “ultimo”, ma lo era. Nulla di male, correva meno velocemente.</p>
<p>Ho visto anch’io il sondaggio cui si riferisce il professor Ricolfi, relativo al fatto che tantissimi italiani apprezzano il merito e desiderano sia valorizzato. Prima di festeggiare, però, m’è venuto in mente che siamo generalmente contrari all’evasione fiscale, salvo praticarla. Perché evasori sono sempre gli altri. È vero che ho pagato in bigliettoni il falegname per una riparazione senza fattura, ma volete forse paragonare questo a quelli che arrubbano i miliardi?! In effetti sì, trattasi di evasione. Qualche cosa di simile si produce anche nel campo del merito.</p>
<p>Il cattivo voto a scuola era una faccenda seria e sgradevole non in sé, che tanto tutti gli studenti hanno sempre saputo che non si producono tragedie, fra i banchi, per la normale attività didattica. Era sgradevole perché a casa avrebbero rincarato la dose: non esci, non vai a giocare, non ricevi amici e così via punendo il somaro. Da tempo a questa parte va già bene se da casa non partono per pestare il docente, suggerendogli d’essere severo con i potenti e non con i ragazzini e ricordandogli che è tutto un magna magna, sicché la pianti di fare il rompiscatole. Il lato civile di questa reazione si concretizza in un ricorso al Tribunale amministrativo regionale. Per non dire di famiglie che hanno anche il timore di domandare all’interessato come vadano gli studi, dovesse traumatizzarsi il pargolo. La pretesa di cancellare la sfida e il dolore ha prodotto una dolorosa resa all’insipienza.</p>
<p>Il merito, poi, mica lo puoi promuovere sui banchi tralasciando d’averlo messo in cattedra. Sicché, al retorico consenso al merito, fatemi anche vedere l’indignata reazione alla millesima “regolarizzazione” dei presunti “precari”. Che poi non ha nulla di regolare, è fuori dai binari costituzionali e si pretende sia precario chi non sia stato debitamente sistemato.</p>
<p>Il merito sfiorisce se quotidianamente non s’esercita nella concorrenza, il che comporta non solo la costante misurazione dei risultati – con le classifiche che non siano solo il prodotto di iniziative volontaristiche – ma un metodo stabile per conoscere la realtà e, una volta conosciutala, per indirizzare i soldi dove producono più istruzione. Né ha un senso pensare che il merito possa essere praticato solo dentro i confini della scuola o, il cielo non voglia, dell’università, giacché ha un senso perseguirlo se, una volta usciti, si trova una società competitiva e meritocratica. Altrimenti è stato puro onanismo agonistico. Le cose perfette (per nostra somma fortuna) non esistono, ma di competitivo e meritocratico c’è il mercato. Quel luogo dove la signora sceglie il colore che le piace e il signore il profumo che lo rinvigorisce, con la conseguenza che vince chi è stato bravo a indovinarlo o anche solo a farglielo credere.</p>
<p>Ma nell’avere in uggia tutto questo mi pare che la destra e la sinistra facciano a gara. Non si sono divise le parti, si contendono la medesima. E lo hanno fatto perché nei sondaggi si chiede il merito senza accettare il demerito. La destra, magari, con una qualche maggiore enfasi sulla protezione dell’italianità, la sinistra con un poetico accenno alla socialità. Ma condividono l’avversità alla competizione che genera il perdente per dar vita al vincente. Il sei politico di sessantottarda memoria e il dazio protettivo di quel che altrimenti manco i nazionali comprerebbero non sono poi così diversi. Alla destra piace mostrarsi severa, senza severità. Alla sinistra mostrarsi solidale, senza solidarietà. Poi, a seconda di dove si trovano, in maggioranza o all’opposizione, cavalcano il medesimo cavallo, con o senza sella.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://laragione.eu/litalia-de-la-ragione/politica/demerito/"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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		<title>Scuola e merito: lo studio è un mestiere faticoso</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/scuola-merito-studio-mestiere-faticoso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giancristiano Desiderio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2022 11:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[Merito]]></category>
		<category><![CDATA[meritocrazia]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo ricordava anche Antonio Gramsci: studiare «è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza». L’unica cosa che nella vita si può ottenere senza fatica è la vincita al superenalotto. Tuttavia, a parte che si tratta di un evento più unico che raro, anche in questo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Lo ricordava anche Antonio Gramsci: studiare «è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza».</h3>
<p>L’unica cosa che nella vita si può ottenere senza fatica è la vincita al superenalotto. Tuttavia, a parte che si tratta di un evento più unico che raro, anche in questo caso un piccolo sforzo va fatto: per vincere è necessario giocare. Dunque, se la fortuna aiuta gli audaci, non si capisce perché si sia immaginato di poter combinare qualcosa di buono senza mettere in conto di lavorare e di meritare il progresso individuale, familiare, sociale.</p>
<p>Forse, in tanti, in troppi hanno sognato di poter vincere al superenalotto ottenendo il massimo con il minimo. Ecco perché ha fatto benissimo Angelo Panebianco a sottolineare che in troppi in Italia non hanno voluto scuole di qualità cioè scuole che «premino lo studio» ossia «la fatica di imparare» perché «senza fatica non si impara mai nulla» (Corriere della Sera, 31 ottobre).</p>
<p>Così è accaduto che quando, con il nuovo governo in carica, si è associata la scuola al merito – per ora solo nominalmente – si è addirittura gridato allo scandalo sostenendo che il merito crea diseguaglianza. Dimenticando due cose fondamentali: 1) l’articolo 34 della Costituzione che dice che «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi»; 2) che a pagare le conseguenze di una svalutazione del lavoro meritevole sono i più deboli che per migliorare hanno una sola via: la serietà degli studi.</p>
<p>Insomma, studiare è un lavoro e, anzi, il primo lavoro che i giovani devono imparare a fare per affrontare vita e società. Non a caso Antonio Gramsci insisteva in un suo scritto, da poco ripubblicato (Anche lo studio è un mestiere, Edizioni di Comunità), che «occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza». Altrimenti non resta che il superenalotto.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/22_novembre_08/scuola-merito-studio-mestiere-faticoso-6f87c8c8-5f7e-11ed-8bc9-4c51e1976893.shtml"><em><strong>Il Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>&#8216;A livella</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/a-livella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Nov 2022 16:34:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Merito]]></category>
		<category><![CDATA[meritocrazia]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uguali da morti L’uguaglianza può non essere una bella cosa. &#60;&#60;Ccà dinto, ‘o vvuo capi, ca simmo eguale? &#8230;/Muorto si’ tu e muorto so’ pur’io&#62;&#62;. Il 2 novembre non si può non dedicare un pensiero ad Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Commeno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, in arte: Totò (in realtà nacque [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Uguali da morti</h3>
<p>L’uguaglianza può non essere una bella cosa. &lt;&lt;Ccà dinto, ‘o vvuo capi, ca simmo eguale? &#8230;/Muorto si’ tu e muorto so’ pur’io&gt;&gt;. Il 2 novembre non si può non dedicare un pensiero ad Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Commeno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, in arte: Totò (in realtà nacque Antonio Vincenzo Stefano Clemente, poi adottato dal marchese). Una sua poesia, forse la più bella e intensa, s’intitola “’A livella”. Incaricò un netturbino, &lt;&lt;’o scupatore&gt;&gt;, di spiegare al marchese che &lt;&lt;staje malato ancora e’ fantasia&gt;&gt;, che è inutile si senta un gran signore e lo disprezzi perché fa lo spazzino: la morte rende uguali.</p>
<p>Prima della morte, però, siamo diseguali. Il gusto per la vita, quindi, è un ulteriore motivo per amare la diseguaglianza. S’usa dire il contrario, per posa e falsa bontà, ma non è vero. E neanche bello. Anzi, sarebbe bruttissimo. Siamo uguali davanti alla legge, lo siamo nei diritti e nei doveri di cittadinanza (si faccia la cortesia di non dimenticare i doveri, perché senza quelli i diritti sono una diceria per gonzi). Per il resto siamo diversissimi l’uno dall’altro. Evviva. Pensa che noia parlare o giocare con uno uguale a me. Un incubo se fossero anche numerosi.</p>
<p>Il punto è: quindi solo morendo il marchese e lo spazzino diventano uguali? Brutto mondo, sarebbe. A parte che Totò, nato povero ai quartieri spagnoli e morto con quella sfilza di nomi, sarebbe la dimostrazione del contrario, ci sarà pure un modo per cambiare le cose senza passare per la burletta del blasone. C’è: la meritocrazia. Solo una sinistra deficiente può pensare che si debbano difendere gli ultimi dalla meritocrazia, perché quello è un modo per lasciarli ultimi fino al trapasso, sperando in un’uguaglianza cimiteriale peraltro negata da chi sostiene ci si divida anche colà.</p>
<p>Non solo lo spazzino deve potere soppiantare il marchese, ma il figlio dello spazzino deve potere far mangiare la polvere a quello del marchese, cosa che potrà avvenire solo se il vantaggio di partenza del ricco titolato avrà un peso inferiore alla selezione che si opera a scuola e, quindi, nel mercato che si apre dopo. Esattamente: selezione.</p>
<p>Se si cede alla trappola sociofilosofica che nessuno strumento di valutazione è sì buono da stabilire chi sia bravo e chi no, o in quella socioepigenetica che i privilegiati generano privilegiati, o in quella sociolassista che dischiude il campo al sociaccattonaggio del mantenimento degli ultimi per evitare che venga loro voglia di soppiantare gli avvantaggiati, uno solo sarà il risultato: ’o scupatore resterà scupatore e metterà al mondo uno scupatore.</p>
<p>Ma siamo a posto, ora c’è la destra al governo, quella che ha sul gozzo il ’68, quindi avanzerà il merito. Lo hanno messo anche nel nome del ministero. Magari, ma non è così. La destra in quel ministero c’è già stata ed ha fatto accordi con i sindacati. Il merito non è uno slogan, ma una pratica. Che non si può verificare se non si comincia dalle cattedre. Fate il conto di tutti quelli (sessantottini immaginari e multicolori) che chiesero a gran voce la stabilizzazione dei “precari” e toglieteli da quanti sono credibili quando parlano di merito. Non ci rimane quasi nessuno.</p>
<p>Per praticare il merito fra i banchi bisogna farlo valere anche nella carriera e retribuzione dei docenti. Per conoscerlo si devono misurare i risultati, seguendo il “prodotto”, ovvero gli studenti. Una scuola che promuove tutti e quelli in difficoltà se li perde per strada non è né lassista né classista: è inutile.</p>
<p>Vedo che si moltiplicano le geremiadi sul costo degli studi. Altra sciocchezza: sono quelli per gli alloggi e trasporti, non per gli studi. L’Italia è piena di borghi fenomenali che potrebbero diventare campus meravigliosi e attrarre studenti da rutto il mondo. Ma in cattedra ci metti quelli bravi e con un contratto annuale, non il cugino del preside con un contratto a vita.</p>
<p>La diseguaglianza è vita, se basata sulle capacità. Negarla è da necrofori del pensiero. Buon 2 novembre.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/pdfviewer/2-novembre-2022/"><em><strong>La Ragione </strong></em></a></p>
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		<item>
		<title>Quel lungo silenzio</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quel-lungo-silenzio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Panebianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Oct 2022 15:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Merito]]></category>
		<category><![CDATA[meritocrazia]]></category>
		<category><![CDATA[riforma scuola]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nulla di più normale che sentire professori universitari meravigliarsi per il fatto di avere tanti studenti usciti dai licei poco preparati. La loro meraviglia dipende dal fatto che si sono sempre disinteressati di quanto è accaduto e accade nella scuola italiana. Come nei gialli: chi è il colpevole? Come è stato possibile arrivare a un [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quel-lungo-silenzio/">Quel lungo silenzio</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3>Nulla di più normale che sentire professori universitari meravigliarsi per il fatto di avere tanti studenti usciti dai licei poco preparati. La loro meraviglia dipende dal fatto che si sono sempre disinteressati di quanto è accaduto e accade nella scuola italiana.</h3>
<p>Come nei gialli: chi è il colpevole? Come è stato possibile arrivare a un punto di tale degradazione delle idee circolanti sulle nostre istituzioni educative che persino l’ovvia, banalissima tesi secondo cui la scuola deve basarsi sul merito, scatena proteste e contestazioni? È troppo facile cavarsela dicendo: la colpa è dei politici. In democrazia i politici rispondono alle pressioni e alle domande dei cittadini e dei gruppi organizzati. Chi non ha fatto le pressioni che avrebbe dovuto fare per garantire al Paese, nel corso degli ultimi decenni, scuole di qualità, ossia scuole che premino lo studio, la fatica di imparare (senza fatica non si impara mai nulla) e, per l’appunto, il merito?</p>
<p>I colpevoli si annidano in una particolare categoria sociale, composta da coloro che fanno un lavoro intellettuale, che si considerano o vengono considerati intellettuali. I più colpevoli di tutti sono gli appartenenti alla élite culturale, quelli che occupano le posizioni di vertice nella suddetta categoria. Le eccezioni sono davvero poche. Vi è mai capitato, ad esempio, di sentire il vincitore di un premio letterario lamentare le condizioni della scuola? Scienziati e scienziate hanno sempre stigmatizzato il disinteresse generale per la scienza ma di scuola non hanno quasi mai parlato. Idem per quanto riguarda quasi tutti gli altri protagonisti della vita culturale.</p>
<p>Nulla di più normale che sentire professori universitari meravigliarsi, come se fossero appena arrivati da un altro pianeta, per il fatto di avere tanti studenti usciti dai licei assai poco preparati. La loro meraviglia dipende dal fatto che si sono sempre disinteressati di quanto è accaduto e accade nella scuola italiana. Quasi nessuno dei veri o presunti intellettuali di questo Paese ha mai mosso un sopracciglio, qualunque cosa facessero in materia scolastica sia i governi di sinistra che quelli di destra. Nessuno di loro protestò, ad esempio, quando, sotto dettatura sindacale, venne introdotto il modulo dei tre maestri nella scuola elementare: non per migliorare la didattica ma per ragioni occupazionali.</p>
<p>E nessuno di loro fiatò quando un governo di destra (ma col voto favorevole dell’opposizione) eliminò gli esami di riparazione colpendo e affondando uno degli ultimi baluardi sopravvissuti a difesa del merito. Mai nessuno scandalo nella suddetta élite, mai un manifesto di protesta, ad esempio, di fronte a certi disastrosi risultati dei test Invalsi. O a causa degli ormai tradizionali finti cento (a pioggia) negli esami di maturità. A loro volta, conseguenza del fatto che il diritto costituzionalmente sancito all’istruzione è stato creativamente reinterpretato come diritto alla promozione. Quelli che avrebbero dovuto esercitare pressioni sulla politica in difesa della qualità della scuola non lo hanno mai fatto.</p>
<p>I sociologi della domenica, sui quali, evidentemente, la parola «merito» ha lo stesso effetto di un drappo rosso per un toro, sostengono che, in nome del principio di uguaglianza, le «condizioni socio-economiche» imporrebbero di non tenere conto, in tante circostanze, del rendimento scolastico in tema di promozioni e bocciature. Ci sarebbe «ben altro» da considerare. Argomentazioni inconsistenti. Come ha benissimo scritto Ernesto Galli della Loggia (Corriere del 27 ottobre). Coloro che fingono di preoccuparsi degli alunni economicamente e socialmente svantaggiati sono in realtà i loro peggiori nemici.</p>
<p>Un giovane di famiglia benestante se la caverà comunque anche se non ha frequentato una scuola di qualità. Un giovane che proviene da ambienti disagiati può migliorare la sua sorte solo se frequenta una scuola che lo obblighi a coltivare gli studi con la fatica, la disciplina e l’impegno necessari. In un posto dove il merito è secondario, nessuno è incentivato a studiare duramente. E le possibilità di ascesa sociale si bloccano. I vecchi comunisti questa cosa la capivano benissimo. Pare che non sia il caso di ampia parte della sinistra ufficiale di oggi.</p>
<p>I sociologi della domenica sono solo l’avanguardia. Hanno dietro di loro armate forti e coese: i sindacati della scuola quasi al completo. Perché il disinteresse dell’élite culturale ha fatto sì che i politici scegliessero la via più comoda, quella di minor resistenza, finendo per «appaltare» il governo della scuola ai sindacati (o, più precisamente, a una alleanza fra burocrazia ministeriale e sindacati).<br />
Da decenni la scuola è principalmente una macchina che serve per assorbire occupazione, non per dare una buona istruzione agli alunni. La politica, incoraggiata dal disinteresse della élite culturale, si è sempre preoccupata solo di riempire le caselle, di piazzare personale insegnante (quale che fosse la preparazione dei reclutati) dentro le scuole. Non si è mai occupata — i sindacati non lo avrebbero mai permesso — della qualità degli insegnanti e dell’insegnamento. E questo è il risultato.</p>
<p>Intendiamoci: ci sono, nella scuola italiana, a dispetto dei santi, molti docenti bravissimi che fanno con passione il loro lavoro. La loro esistenza però è un fatto straordinario, un vero e proprio enigma, si può dire. Quei docenti esistono nonostante le consolidate cattive politiche scolastiche. Quei bravi docenti solo raramente hanno la fortuna di lavorare in un istituto complessivamente buono. Più spesso, vivono fianco a fianco (e a parità di stipendio) con colleghi mediocri, talvolta pessimi, e comunque demotivati.</p>
<p>Le alzate di scudo preventive contro il merito, sono spiegabilissime. Perché chi volesse davvero affrontare questo problema dovrebbe occuparsi anche della qualità dell’insegnamento. Ossia, degli insegnanti. Per esempio, dovrebbe creare carriere su basi meritocratiche. Un tentativo in questa direzione lo fece tanti anni fa il ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer. Venne subito fermato dalla dura reazione della Cgil-scuola. Auguri al ministro competente se vorrà mettere le mani dentro quella tagliola.</p>
<p>Resta un mistero. Da dove deriva il disinteresse di gran parte dell’élite culturale per lo stato dei processi educativi in Italia? Snobismo? L’idea che l’intellettuale non possa perdere tempo con simili quisquiglie dovendo egli occuparsi di cose ben più elevate ed importanti? Non è chiaro. Ma lo è il fatto che se l’élite culturale di un Paese si disinteressa della qualità dell’istruzione, sono autorizzati a disinteressarsene anche gli altri. In tutto ciò, possiamo dire, non c’è molto «merito».</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/22_ottobre_30/quel-silenzio-0b29b5ee-588a-11ed-9e79-0ca6cc80307a.shtml"><em><strong>Il Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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