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	<title>riforme Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>riforme Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Separazione delle carriere, ci mancava solo l&#8217;accusa di piduismo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/separazione-dele-carriere-ci-mancava-solo-laccusa-di-piduismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Mar 2025 13:54:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono passate le settimane e dopo le settimane sono passati i mesi. Eppure,  nulla. Nessuno ci aveva ancora pensato, nessuno aveva ancora lanciato la ferale accusa. La madre di tutte le accuse, in effetti. Cominciavamo, dunque, a preoccuparci. Possibile che a 74 giorni dall’approvazione, alla Camera, della legge sulla separazione delle carriere tra magistrati requirenti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono passate le settimane e dopo le settimane sono passati i mesi. Eppure,  nulla. Nessuno ci aveva ancora pensato, nessuno aveva ancora lanciato la ferale accusa. La madre di tutte le accuse, in effetti. Cominciavamo, dunque, a preoccuparci. Possibile che a 74 giorni dall’approvazione, alla Camera, della legge sulla separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti nessuno abbia ancora pensato ad evocare il famigerato Piano di rinascita democratica della P2 di Licio Gelli? Cominciavamo a disperare. Cominciavamo a pensare che, caso più unico che raro nella storia riformista della seconda Repubblica, per una volta gli oppositori di una riforma cara al governo in carica intendessero criticarla nel merito piuttosto che delegittimarne gli autori con l’accusa di piduismo di ritorno.</p>
<p>Era successo con la riforma costituzionale del centrodestra nel 2006, con la riforma Renzi-Boschi del 2016, con la presentazione in Parlamento del premierato meloniano nel 2024. Ma sulla separazione delle carriere ancora nulla. Vuoi vedere che… E invece no. Ecco, infatti, comparire oggi sulla Stampa di Torino un accorato commento firmato dal magistrato Gian Carlo Caselli e dall’avvocato Vittorio Barosio in cui si evoca esplicitamente il “Piano di rinascita democratica P2” che, al comma V dei “Provvedimenti istituzionali” previsti nel “medio e lungo termine” per l’Ordinamento giudiziario, propone, appunto, di “separare le carriere requirente e giudicante”. È la prova regina. La pistola fumante. La dimostrazione inconfutabile dell’intento sovversivo della riforma.</p>
<p>Che poi, a prendersi la briga di leggere tutte le otto paginette del Piano, si scopre che molte delle riforme proposte dalla loggia di Licio Gelli sono state in effetti attuate. Ad esempio. Al comma V della parte relativa all’Ordinamento del Governo si prevede la “soppressione delle province” che fu disposta nel 2014 dal ministro del Pd Graziano Delrio. Mentre al comma I della parte relativa all’Ordinamento del Parlamento si prevede “la riduzione del  numero dei deputati… e dei senatori” imposta nel 2020 al sistema dei partiti dal Movimento 5stelle di Luigi Di Maio e Giuseppe Conte. Significa che la spada, anzi, il gladio della P2 è stata ritualmente poggiata sulla spalla dei grandi capi del Partito democratico del Movimento grillino? No, semplicemente non significa nulla.</p>
<p><em><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2025/03/31/news/che_noia_infinita_laccusa_di_piduismo_a_chi_fa_le_riforme-18811679/"><strong>Huffington Post</strong></a></em></p>
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		<title>Le regole della politica: riforme e trappole (ignorate)</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-regole-della-politica-riforme-e-trappole-ignorate/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Goffredo Buccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Dec 2023 14:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Assemblea costituente]]></category>
		<category><![CDATA[premierato]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le tessere del mosaico non combaciano. La mai sedata zuffa sulla giustizia, riaccesa qua e là anche da esternazioni ministeriali, le perplessità sul premierato, espresse persino da padri nobili del centrodestra, e le trasversali diffidenze sull’autonomia differenziata svelano, tuttavia, un senso più ampio delle polemiche contingenti. E segnalano nel loro insieme una difficoltà oggettiva a [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le tessere del mosaico non combaciano. La mai sedata zuffa sulla giustizia, riaccesa qua e là anche da esternazioni ministeriali, le perplessità sul premierato, espresse persino da padri nobili del centrodestra, e le trasversali diffidenze sull’autonomia differenziata svelano, tuttavia, un senso più ampio delle polemiche contingenti. E segnalano nel loro insieme una difficoltà oggettiva a fare del 2024, anno cruciale delle elezioni europee, pure l’anno delle grandi riforme italiane. Non che di riforme non s’avverta il bisogno. La complessa macchina che regola la nostra convivenza mostra da tempo l’esigenza di una messa a punto, al di là della retorica sulla «Costituzione più bella del mondo» rispolverata ogni volta dai conservatori d’ogni colore e dalle loro corporazioni di complemento perché nulla si muova nella mappa incartapecorita dei poteri (sul palcoscenico e dietro le quinte, per dirla con Sabino Cassese). Provare a cambiare, peraltro, non porta molta fortuna.</p>
<p>Il primo a scorgere la necessità d’una «grande riforma» fu già negli anni Ottanta del secolo scorso Bettino Craxi e questa sua intuizione gli costò uno stigma da novello Mussolini con annessi stivaloni nelle vignette nonché, probabilmente, parte di quell’avversione a sinistra che si tradusse anche nello scontro (per lui esiziale) con la magistratura. Silvio Berlusconi lamentava da premier di avere una macchina “senza volante” e tentò nel 2006 una riforma che rafforzasse l’esecutivo, ricevendo una bocciatura popolare che confermò l’inizio del suo declino. Di certo la sconfitta referendaria del 2016 ha segnato l’eclissi dell’astro di Matteo Renzi, anche lui tentato dal miraggio eretico di modernizzare il Paese. Ora la questione si ripropone, ma frammentata su tre tavoli. Così, al di là della difficoltà di smuovere conservatorismi consolidati e trasversali, un ostacolo supplementare sembra trovarsi negli interessi di fazione, certo legittimi ma acuiti dai richiami identitari del voto europeo. Ciascuna delle principali forze della maggioranza detiene il segmento d’un progetto di cambiamento e pare sopportare, più che supportare, i progetti degli alleati.</p>
<p>Il partito di Giorgia Meloni ha innalzato il vessillo del premierato: un passo indietro rispetto alla vocazione presidenzialista di sempre, anche dettato, forse, dalla prudente volontà di non entrare in immediato conflitto con l’attuale inquilino del Quirinale. Il risultato è però un tableau non privo di ambiguità, poiché comunque il capo dello Stato sembra a molti ridimensionato nella diarchia con un premier eletto dal popolo ma, per attenuare questo effetto, gli si dà la facoltà di nominare in caso di crisi un premier «di riserva» che, sia pure espresso dalla medesima maggioranza, finisce per depotenziare a sua volta il premier eletto. La riforma, non avendo chance di passare coi due terzi del voto parlamentare, finirà sotto le forche caudine del referendum confermativo (quello che ha abbattuto Renzi e Berlusconi). Ha dunque la possibilità di essere bocciata ma, intanto, produrrà un primo contraccolpo politico: rimandare sine die la riforma della giustizia, quella vera, anch’essa di rango costituzionale, che dovrebbe separare le carriere dei magistrati con un doppio Csm e sciogliere l’equivoco dell’obbligatorietà dell’azione penale. Non essendo immaginabile che una maggioranza affronti due referendum costituzionali così rischiosi nella medesima legislatura, e avendo Meloni messo tutto il proprio peso sul premierato, il rinvio del dossier giustizia è nelle cose (oltre che nella scarsa propensione di Fratelli d’Italia a inimicarsi la magistratura): ad esso devono finire per acconciarsi tanto Carlo Nordio, che su questi temi s’è speso da intellettuale prima ancora che da guardasigilli, quanto la componente più garantista del centrodestra stretta attorno a ciò che resta delle bandiere berlusconiane. Non con iter costituzionale (poiché già prevista nella riforma del Titolo V del 2001) ma certamente molto impattante sugli assetti istituzionali si profila infine all’orizzonte l’autonomia differenziata, la riforma ultrafederalista da sempre voluta dalla Lega. Al netto del meticoloso lavoro del Comitato sui livelli essenziali delle prestazioni, il disegno di legge del ministro Calderoli ha contro uno schieramento trasversale articolato (al quale è difficile immaginare estranei persino spezzoni del partito di maggioranza relativa, che ha nell’unità della nazione la propria ragione sociale). Ove vedesse la luce, il regionalismo leghista andrebbe incontro probabilmente a un referendum (in questo caso abrogativo) dalle discrete probabilità di successo.</p>
<p>Si aggiunga, a fronte di tale puzzle, la quasi totale afasia delle opposizioni, per buona parte delle quali parlare di riforme equivale a voler distrarre la gente dai problemi veri dell’economia: come se i risultati economici non discendessero anche dalla razionalità dell’architettura istituzionale. Mancando persino il pungolo della controparte, non è allora difficile capire come si rischi di tornare sempre al punto di partenza, in un gioco dell’oca che fa male al Paese. Dunque? Le commissioni in generale, e quelle per la riforma della Costituzione in particolare, non hanno mai prodotto risultati decisivi. E parlare addirittura di una nuova Assemblea costituente (idea rilanciata di recente dalla Fondazione Einaudi) può sembrare un voler buttare la palla in tribuna, quasi un vecchio trucco da parrucconi moderati, a una destra che, legittimata dalle elezioni dell’anno scorso, ritiene suo dovere cambiare il Paese anche da sola. Ma, ammesso sia fattibile, modificare la Carta a spezzatino, senza un disegno d’insieme, può funzionare? La stabilità degli esecutivi, di cui già parlava Calamandrei, e la credibilità della giustizia sono senz’altro obiettivi condivisibili dai più, in una cornice equilibrata. Passata la gara identitaria delle europee, potrebbe non essere così inutile un pit stop per ragionare sulle prossime regole del gioco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/23_dicembre_15/riforme-trappole-ignorate-b886de04-9b57-11ee-83aa-b9fe93a908f7.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La paura di governare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-paura-di-governare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Panebianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 May 2023 16:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Competenze]]></category>
		<category><![CDATA[governo meloni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un vero bilancio sarà possibile solo quando si sarà conclusa la sua parabola. Ma forse l’esperienza del governo Meloni ci consentirà già prima di allora di comprendere quali siano i vincoli, i limiti e le possibilità di azione di un governo dell’Italia democratica nelle condizioni di oggi. Sulla carta, questo esecutivo gode di vantaggi superiori [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un vero bilancio sarà possibile solo quando si sarà conclusa la sua parabola. Ma forse l’esperienza del governo Meloni ci consentirà già prima di allora di comprendere quali siano i vincoli, i limiti e le possibilità di azione di un governo dell’Italia democratica nelle condizioni di oggi. Sulla carta, questo esecutivo gode di vantaggi superiori a quelli di molti che lo hanno preceduto: una forte maggioranza parlamentare, una opposizione debole, radicalizzata e divisa, l’aspettativa di una lunga durata.</p>
<p>È un insieme di condizioni che rende possibile tentare di rispondere a una domanda: ha ragione o torto chi pensa che i partiti (non importa il colore politico) se vincono le elezioni, siano sempre dotati di una personalità scissa? È vero o no che tali partiti siano, da un lato, spesso, ottime macchine elettorali, efficienti strumenti per la raccolta del consenso e, dall’altro, se si guarda alle loro performance come forze di governo, semplici gestori dello status quo (salvo qualche correzione al margine)? Intendiamoci su ciò che significa in questo caso status quo: significa che chi va al governo ne fa una occasione per sostituire personale nei posti-chiave di nomina governativa e che, per il resto identifica il «governare» nel modo in cui lo si è sempre inteso in Italia: spendere risorse per acquisire consenso.</p>
<p>Gli interventi a margine sono quelli ad alto contenuto simbolico (es. abolizione del reddito di cittadinanza, o interventi normativi in tema di immigrazione). Gestione dello status quo significa che le strozzature, gli ostacoli, le disfunzioni, i lacci che da sempre opprimono il Paese non vengono presi di petto: una cosa che si potrebbe fare solo con un vasto piano di riforme le quali, identificate con la massima precisione possibile le cause delle strozzature, siano finalizzate a rimuoverle. Con effetti positivi che, inevitabilmente, si manifesterebbero non nel breve ma nel medio-lungo termine. L’assenza di quelle riforme è nascosta da un diluvio di annunci di provvedimenti che i ministri fanno e che, anche quando vengono attuati (la maggior parte degli annunci però si perde normalmente per strada) non intaccano, o intaccano solo in minima parte, le suddette strozzature e disfunzioni.</p>
<p>Traggo due esempi da altrettanti editoriali apparsi sul Corriere nell’ultima settimana. Sabino Cassese (Corriere del 27 maggio) ha documentato come il recente decreto ufficialmente volto a rafforzare la capacità amministrativa dello Stato abbia la sola funzione di assumere nuovi dipendenti e di stabilizzare quelli assunti a tempo indeterminato. Osserva che il decreto non affronta alcuno dei problemi che determinano l’inefficienza dell’amministrazione. «Non è un aumento del numero di dipendenti pubblici — conclude Cassese — l’obiettivo a cui puntare ma piuttosto il miglioramento del servizio alla collettività e un miglior trattamento stipendiale per quelle categorie pubbliche che non hanno prospettive di carriera o per quelle qualifiche che trovano sul mercato condizioni migliori…». In sintesi: assunzioni al posto di interventi sulle disfunzioni dell’amministrazione. Come si è sempre fatto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ferruccio de Bortoli ( Corriere del 28 maggio) osserva che uno dei più gravi problemi dell’Italia riguarda il capitale umano: mancano le competenze di cui tanto le aziende quanto l’amministrazione hanno bisogno. Di sicuro, nessun governo, in pochi mesi, può risolvere un problema di questa portata né rimuovere le sue cause. Però gli esecutivi che si sono succeduti se ne sono sempre disinteressati. Se ne disinteresserà anche l’attuale? Le ragioni per le quali lo status quo, anno dopo anno, e quali che siano i partiti al governo, viene preservato, sono piuttosto chiare. Spendere per assumere personale è facile, affrontare le strozzature non lo è. Per tre ragioni. La prima è che riformare significa coinvolgere una rete di persone, gruppi e istituzioni toccati dal provvedimento e con cui è inevitabile negoziare. La seconda è che seri interventi riformatori (in qualunque ambito) suscitano opposizione, mobilitano una grande quantità di interessi, grandi e piccoli, che si sentono minacciati. Riformare significa colpire rendite diposizione. E suscitare conflitto. Mentre le ricadute in termini di consensi di provvedimenti di assunzione sono sempre positive, le ricadute di seri interventi riformatori possono essere invece negative. Chi ha voglia, ad esempio, di scontrarsi con i sindacati del pubblico impiego o con l’alta dirigenza? La terza ragione è che intervenire su disfunzioni e strozzature non porta al politico alcun beneficio nel breve termine. I vantaggi per la collettività, se ci saranno, si manifesteranno in tempi differiti. In ogni caso, troppo lunghi perché chi governa possa ricavarne maggiori consensi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tuttavia, come si è detto, il governo Meloni gode di condizioni eccezionalmente favorevoli. Ha, almeno sulla carta, la possibilità di giocarsela bene. Ha la possibilità di dimostrare che la tesi sopra citata sulla personalità scissa dei partiti è sbagliata. Prendiamo il problema più grave che c’è (da sempre) in Italia, e che, come osserva Cassese, riguarda la «storica incapacità» dell’amministrazione. Una storica incapacità, detto per inciso, che pesa e peserà moltissimo, e negativamente, sulla gestione dei fondi Pnrr. Il governo potrebbe, e dovrebbe, presentare al pubblico un piano articolato per affrontare almeno alcune fra le principali cause della inefficienza amministrativa. Dovrebbe, in modo trasparente, indicare problemi e soluzioni scelte. Una seria riforma dell’amministrazione non avrebbe la valenza identitaria e forse nemmeno la forza simbolica di un cambiamento della forma di governo (presidenzialismo o altro). Ma un esecutivo che sul serio vi si impegnasse lascerebbe davvero il segno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/23_maggio_30/governo-identita-riforme-fare-8839ea1c-ff11-11ed-8a6d-60b8b4b1a1ff.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>Fuori i magistrati dal ministero</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/fuori-i-magistrati-dal-ministero/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentina Stella e Davide Vari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 May 2023 16:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[cassese]]></category>
		<category><![CDATA[magistrati]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista a Sabino Cassese «Fuori i magistrati dal Ministero, solo così si salva l’indipendenza» Ieri mattina abbiamo aperto la nostra terza esperienza al Salone internazionale del Libro di Torino con una intervista al costituzionalista Sabino Cassese. Con lui abbiamo parlato di riforme costituzionali e di giustizia e come le prime possono influenzare la seconda. Al [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Intervista a Sabino Cassese</h3>
<h3 style="text-align: center;">«Fuori i magistrati dal Ministero, solo così si salva l’indipendenza»</h3>
<p>Ieri mattina abbiamo aperto la nostra terza esperienza al Salone internazionale del Libro di Torino con una intervista al costituzionalista Sabino Cassese. Con lui abbiamo parlato di riforme costituzionali e di giustizia e come le prime possono influenzare la seconda. Al termine dell’intervista, che potete rivedere sulla nostra pagina Facebook, abbiamo invitato il professor Cassese a visitare la cella di isolamento che abbiamo allestito nel nostro stand. Dopo averla vista ha dichiarato: «A guardarla, bisogna invece ispirarsi a quella in cui è recluso Anders Behring Breivik», l’autore della strage sull&#8217;isola di Utøya il 22 luglio 2011.</p>
<p><strong>Lei in una intervista a Repubblica ha ricordato che il nostro Paese ha avuto 68 governi in 75 anni. Abbiamo un problema. È l’ora di riforme costituzionali?</strong><br />
In realtà esistono tre questioni da affrontare e risolvere: durata, coesione e poteri del Governo. Rispetto a quest’ultimo in questo momento il Governo ha sufficienti poteri soprattutto ora per la concentrazione di potere del presidente del Consiglio nei rapporti internazionali. Inoltre il Governo è diventato il vero legislatore nel nostro Paese: un decreto legge a settimana. E poi si raddoppiano durante il passaggio parlamentare alla conversione. I problemi riguardano invece la durata e la coesione. Per la prima basta stabilire una durata, salvo una sfiducia costruttiva. Per quanto concerne la coesione dando la possibilità al presidente del Consiglio di mettere in riga i ministri recalcitranti, cioè mandarli a casa.</p>
<p><strong>C’è a suo parere un atteggiamento conservativo e in parte anche impaurito da parte del centro-sinistra verso le riforme costituzionali?</strong><br />
Darei una diagnosi di questo tipo: lo Stato è una macchina che non funziona. Tutti quelli che vanno alla sua guida cercano di modificarla per migliorarne il funzionamento. Ma tutti quelli che non hanno il volante in mano si interessano un po’ meno del funzionamento della macchina e qualche volta sono anche contenti che non funzioni se al comando della macchina c’è qualcuno che a loro non garba.</p>
<p><strong>“L&#8217;attrazione del Presidente della Repubblica nell&#8217;agone politico e il radicale mutamento della sua fisionomia istituzionale avrebbero immediate ricadute sui poteri che attualmente la Carta costituzionale gli attribuisce nell&#8217;area del giudiziario: la presidenza del Csm, la nomina di cinque membri della Corte costituzionale, il potere di grazia”. Lo ha evidenziato un articolo pubblicato su Questione Giustizia, la rivista di Magistratura democratica, a firma del direttore Nello Rossi. Lei condivide?</strong><br />
Senza ombra di dubbio ogni riforma costituzionale ha delle implicazioni su altri rami della Costituzione. La Costituzione ha affidato alla presidenza del Consiglio superiore della magistratura al Presidente della Repubblica perché considerato organo di persuasione. È chiaro che se il Capo dello Stato, nella forma massima del presidenzialismo, diventa la persona che determina l’indirizzo politico non può presiedere il Csm. Debbo aggiungere però un piccolo dettaglio.</p>
<p><strong>Prego professore.</strong><br />
Tutti i nostri presidenti della Repubblica hanno presieduto molto poco il Csm, con una eccezione che lascio a lei indovinare.</p>
<p><strong>In un colloquio con il Foglio il ministro Nordio ha detto: “È ovvio che il Nordio editorialista non potrà mai essere uguale al Nordio ministro. Ma fidatevi: non vi deluderemo”. Secondo lei in questi ultimi mesi chi ha prevalso?</strong><br />
Nordio, proprio in un convegno nel quale eravamo entrambi ospiti poco dopo la sua nomina, ha detto chiaramente che le sue posizioni personali vanno poi ponderate con le opinioni dell’organo collegiale di cui fa parte. E mi sembra giusto. Avrei però qualche riserva su tutto quello che ha fatto fino ad ora.</p>
<p><strong>Come mai?</strong><br />
Mi è sembrato, come dire, un Nordio a rallentatore, mi è sembrato paradossale, per una persona che ha parlato per tanto tempo di depenalizzazioni, che si sono aggiunti nuovi reati e perché continua l’occupazione del ministero della Giustizia. Diciamo la verità.</p>
<p><strong>Assolutamente.</strong><br />
Il nostro ordine giudiziario non sarà veramente indipendente fino a che nel ministero della Giustizia ci saranno dei magistrati. Non possono esserci dei magistrati al vertice del potere esecutivo. E lo stesso vale per gli altri ministeri. Quindi da questo punto di vista c’è stata anche una regressione. Sono stati nominati altri magistrati a via Arenula anche in posti prima occupati da funzionari amministrativi. Ribadiamolo questo punto: in un ordinamento nel quale c’è a) la separazione dei poteri b) il principio costituzionale dell’indipendenza della magistratura che ogni giorno i magistrati mangiano a colazione, pranzo e cena riempendoci la testa con l’indipendenza della magistratura, una magistratura indipendente vuol dire una magistratura che non dipende dal potere esecutivo.</p>
<p><strong>Il tema dei fuori-ruolo è un cavallo di battaglia dell’Unione delle Camere Penali e del deputato di Azione Enrico Costa. Un altro è quello della separazione delle carriere: secondo lei si riuscirà a raggiungere questo obiettivo?</strong><br />
La classe politica italiana sostanzialmente vive nel terrore del potere giudiziario. All’interno di esso poche persone dal momento in cui sono mutate le norme costituzionali, cioè da 30 anni, tengono sotto scacco la classe politica italiana. E quindi c’è molta timidezza nell’affrontare questo problema che deriva implicitamente dalla riforma Vassalli. Io non sono molto fiducioso.</p>
<p><strong>Vorrei farle una domanda sulla Corte Costituzionale. Qualche mese fa Quaderni Costituzionali, diretti da Marta Cartabia e Andrea Pugiotto, hanno organizzato un dibattito sulle nuove forme di consultazione della Consulta. Si è discusso anche di dissenting opinion. Lei sarebbe favorevole?</strong><br />
Non solo sono favorevole ma ne ho anche scritto nelle appendici del mio libro “Dentro la Corte”. Ho organizzato anche dei seminari alla Corte quando ero giudice costituzionale. Ho fatto venire dei giudici americani della Corte Suprema a parlare alla Corte Costituzionale su questo tema. E durante il mio mandato in Corte, la Consulta ha discusso per la terza volta di questo argomento. La prima volta i favorevoli erano due, la terza volta tre, quando c’ero io eravamo in quattro. Quindi, lentamente, può darsi che ci arriveremo. Non so quando.</p>
<p><a href="https://www.ildubbio.news/interviste/fuori-i-magistrati-dal-ministero-solo-cosi-si-salva-lindipendenza-ievf0ejg"><em><strong>Il Dubbio</strong></em></a></p>
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			</item>
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		<title>RiFormare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/riformare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 May 2023 16:04:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una maggioranza s’insedia, un nuovo capo politico traccia per sé e la propria parte un tragitto di lungo futuro, proponendo di modificare la Costituzione. Non è la prima volta che capita. Non si può dire che porti fortuna. A parte gli aggiustamenti e le integrazioni, due sono state le riforme costituzionali che sono giunte in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una maggioranza s’insedia, un nuovo capo politico traccia per sé e la propria parte un tragitto di lungo futuro, proponendo di modificare la Costituzione. Non è la prima volta che capita. Non si può dire che porti fortuna.</p>
<p>A parte gli aggiustamenti e le integrazioni, due sono state le riforme costituzionali che sono giunte in porto: quella del 2001, che ha rivisto il Titolo V, e quella del 2019, che ha tagliato il numero dei parlamentari. La prima voluta con prepotenza dalla sinistra, la seconda avviata da Cinque Stelle e Lega, poi votata da quasi tutti. Due porcherie. Due premesse per le sconfitte elettorali. Al di là della malasorte, dietro i tentativi di riforma – compreso quello odierno – si cela un equivoco.</p>
<p>Dopo l’avventura distruttiva delle dittature, Germania (divisa) e Italia ricostruirono le loro democrazie con un ordito costituzionale che vedeva governi politicamente forti e istituzionalmente deboli. Comprensibile, visto il disastro e il disonore portato da uomini e regimi che si volevano istituzionalmente fortissimi. L’equivoco italiano consiste nella credenza superstiziosa che alla progressiva debolezza politica dei governi, resa enorme dall’avere voluto un sistema elettorale che premia le false coalizioni – di destra o di sinistra, non cambia – si possa rimediare dando loro forza istituzionale. Non funziona e non funzionerà mai.</p>
<p>Il tema non è quello del presidenzialismo, che alla Costituente fu sostenuto da forze della sinistra democratica (come il Partito d’Azione) e da chi antivide i rischi di quella che Maranini chiamò «partitocrazia». È un sistema più che legittimo, ma non consegna forza ai deboli. Non ha nulla a che vedere con i dispotismi, ma è il contrario dei personalismi. Può funzionare se si accompagna a un sistema elettorale maggioritario (il solo esempio europeo efficace è quello semipresidenziale francese, che utilizza il ballottaggio a doppio turno), che non serve a rendere forti le maggioranze ma a far governare la più forte delle minoranze. Se una parte politica è maggioranza assoluta può ben legiferare e governare con qualsiasi sistema. Il maggioritario serve quando non lo è. Il che comporta, però, il riconoscimento reciproco delle forze politiche, talché la vittoria di una non sia vissuta come la fine del sistema democratico. Guardatevi in giro e dite se è questa la condizione che ci circonda. Non da oggi, da decenni.</p>
<p>Nelle democrazie governare non è mai sinonimo di comandare. La democrazia è faticosa, comporta la continua costruzione del consenso nel mentre conserva come prezioso e indispensabile il dissenso. Nello stesso esempio francese, del resto, il presidente eletto a suffragio universale (dalla più forte minoranza, non dalla maggioranza) può essere da quello stesso suffragio battuto. A Macron è successo poche settimane dopo la rielezione.</p>
<p>Cambiare la Costituzione è possibile, è previsto, lo si è fatto. Nulla di scandaloso. Farlo dialogando con tutte le forze politiche, come Meloni intende fare, è saggio. Parlare fin da ora del referendum è stolto. Ma se il governo italiano è politicamente debole, perché frutto di minoranze disomogenee che diventano maggioranze parlamentari in modo artificiale e artefatto, non c’è verso alcuno di renderlo più solido. Semmai più rigido, propiziando il successivo spezzarsi. L’Italia funziona male non perché la democrazia sia faticosa e il parlamentarismo preveda l’arte del compromesso, ma perché le forze politiche preferiscono il compromesso al ribasso, la demagogia e il trasformismo in quanto evitano le sfide. Puoi pure eleggere un monarca (dopo Carlo III la voglia passa anche ai monarchici), ma il Paese resta fermo perché impastoiato nelle mancate riforme: dalla burocrazia alla concorrenza, dalla scuola alla giustizia.</p>
<p>Questo è l’equivoco. Al punto che si ha l’impressione, oggi come ieri, che parlare di riforme istituzionali serva, più che altro, a non parlare del resto. Riformare la Costituzione senza ri-formare la politica è un’illusione.</p>
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		<title>sConcerto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sconcerto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Apr 2023 13:41:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[cuneofiscale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La fregola dell’annuncio ha giocato un brutto scherzo ma, a parte l’inciampo maldestro e la segnalazione del sotterraneo sobbollire nelle file della maggioranza parlamentare, è il merito che induce a dubitare. In vista del primo maggio, per far concorrenza al concerto (divertimento &#38; retorica), il governo ha seminato lo sconcerto nel correre ad assicurare un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La fregola dell’annuncio ha giocato un brutto scherzo ma, a parte l’inciampo maldestro e la segnalazione del sotterraneo sobbollire nelle file della maggioranza parlamentare, è il merito che induce a dubitare. In vista del primo maggio, per far concorrenza al concerto (divertimento &amp; retorica), il governo ha seminato lo sconcerto nel correre ad assicurare un taglio del cuneo fiscale. Se per farlo è necessario uno scostamento di bilancio – quindi un maggiore deficit, quindi un maggiore debito (a tassi più alti) – l’annuncio sarà un mezzo raggiro.</p>
<p>Il cuneo fiscale è la differenza fra il costo del lavoratore per il datore di lavoro e la cifra netta che il lavoratore stesso effettivamente incassa. Tale differenza è alta in tutti i grandi Paesi europei e l’Italia non è in testa a questa classifica del prelievo (guida la Francia). È alta perché sono i Paesi con sistemi sociali e previdenziali più ampi e costosi, a cominciare dalla spesa per le pensioni (non a caso in Francia la necessaria riforma e restrizione ha creato scompiglio).</p>
<p>In teoria quei prelievi sono una forma di assicurazione forzosa: sei obbligato a versare oggi quel che potrai avere domani. In realtà non funziona così, perché i sistemi a ripartizione (come il nostro) utilizzano i versamenti odierni non per accantonarli e conservarli per il futuro, ma per pagare i pensionati di oggi. Quelli di domani saranno pagati dai lavoratori di domani, che è poi la ragione per cui se diminuiscono i lavoratori e aumentano i pensionati il sistema non regge.</p>
<p>In queste condizioni il prelievo previdenziale è molto simile a un prelievo fiscale, talché paghi non per quel che avrai ma per quel che si spende ora. Se faccio diminuire il cuneo non diminuendo le spese ma aumentando deficit e debito, sto promettendo maggiore pressione fiscale futura. Chi la pagherà? I lavoratori dipendenti, come i dati Irpef confermano anno dopo anno. Ovvero gli stessi che oggi dovrebbero essere grati per il beneficio. Se ne fossero consapevoli la gratitudine scemerebbe.</p>
<p>Stabilire chi e quanto tassare – quindi poi chi e quanto beneficiare – è una scelta eminentemente politica. Destra e sinistra è giusto ed è bene che siano diverse. Se solo ne parlassero e se solo alle parole seguissero atti coerenti. Quando la coperta è corta si deve scegliere chi coprire e chi lasciare all’agghiaccio. Ma quando la sindrome della coperta corta si produce su un unico corpo di lavoratori (talché la scelta è fra gli alluci e il naso) somiglia a un raggiro. Non è più una scelta politica, ma un politicismo che spera di non essere sgamato.</p>
<p>La magra parlamentare sarà presto dimenticata, come il trambusto vistosi ieri, ma l’ingrassare del debito non diretto a investimenti e non creatore di ricchezza – figlio dell’incapacità di ridurre la spesa corrente e contrastare decentemente l’evasione fiscale – peserà negli anni a venire e sarà indimenticabile. Come già lo è.</p>
<p>Il che innesca un circolo vizioso. Perché se il governo evita le scelte e sposta incassi e spese, al sindacato non resta che chiedere “di più”, mentre l’opposizione si guarda bene dal richiamare la realtà dei conti, sperando di raccogliere voti promettendo altri sconti. È così che una grande società industriale nega la realtà a sé stessa e usa il bilancio pubblico non per recuperare gli scompensi, ma per produrli e rimandarli. Una politica che rinuncia alla visione del futuro e un sindacato che rinuncia a ricordarsi che lavoratori e contribuenti sono le medesime persone.</p>
<p>L’alternativa c’è, consistendo nel far vedere in cosa la spesa per investimenti e le riforme che aggiornino e spianino il letto del fiume su cui scorre l’acqua del lavoro e dell’impresa possono costare oggi e giovare subito dopo. Ma non viene praticata in un Paese in cui nessuno crede che altri siano in grado di assicurare nulla già soltanto per domani mattina. Quindi ci si tiene lo sconcerto e si va al concerto. Così si festeggia il lavoro e gli si fa la festa in un colpo solo.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/sabato-29-aprile-2023/"><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
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		<title>ConCatenati</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/concatenati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Apr 2023 16:53:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[debitopubblico]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[PNRR]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Attenzione a come sono concatenati fatti e scadenze, mettendo in relazione il debito pubblico (con tensioni annunciate), il Pnrr e le riforme in corso (o ferme). Presa visione del progetto di riforma del Patto di stabilità predisposto dalla Commissione europea, udita la relazione del ministro Fitto sulle difficoltà legate all’utilizzo dei fondi europei e osservato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Attenzione a come sono concatenati fatti e scadenze, mettendo in relazione il debito pubblico (con tensioni annunciate), il Pnrr e le riforme in corso (o ferme). Presa visione del progetto di riforma del Patto di stabilità predisposto dalla Commissione europea, udita la relazione del ministro Fitto sulle difficoltà legate all’utilizzo dei fondi europei e osservato quel che si muove nei mercati e quel che non si muove in Parlamento, le preoccupazioni sono fondate. Qui non si gioca con le parole e 2+2 non fa “qualche cosa di prossimo al doppio”. Qui ci si gioca l’osso del collo italiano, non il decollo di qualche sondaggio o la (trascurabile) sorte di qualche (presunto) leader.</p>
<p>Sicurezza e coerenza dei conti necessitano che il peso percentuale del debito pubblico scenda. Fin qui dicono tutti di concordare e il governo si attiene. Per farlo si può tagliare la spesa (lallero), far crescere la ricchezza prodotta o combinare sapientemente le due cose. Il governo dice di puntare alla combinazione. Ci torniamo, intanto la Commissione Ue propone maggiore «elasticità» nel percorso di rientro, mentre la Germania obietta che qualche automaticità è sempre bene prevederla. L’elasticità suona bene alle orecchie degli spendaroli, ma quel che non hanno capito – anche perché nel dibattito politico neanche se ne parla (e già questa è una enormità) – è che comporta una contrattazione fra la Commissione e il singolo governo del Paese al di fuori dei parametri. Che forza contrattuale ha l’Italia ovvero il Paese con il debito più alto, la crescita più bassa, la conclamata incapacità a tagliare e ora il più beneficiato dai fondi Ngeu? Talmente bassa che vien voglia di guardare con meno pregiudizio alla proposta tedesca, tanto più che lascia maggiore autonomia ai governi nazionali. L’elasticità ci conviene, ma se contiamo di crescere. E qui arriva il Pnrr.</p>
<p>Se ogni mattina si annuncia al mondo che non si riuscirà a spendere tutti i fondi, che ci sono ritardi e che si vogliono modifiche che però manco si propongono, salvo poi, prima di sera, avere chiesto altri prestiti ai mercati, la deduzione è semplice: l’Italia non sa investire soldi regalati o prestati a un tasso di favore, ma ne chiede di più a un tasso più alto per pagare spese che non sa comprimere. Quindi la crescita diventa una chimera e la diminuzione del peso percentuale del debito la sua gemella. Ergo chi investe andrà corto sul debito italiano e chiederà tassi più alti. Non è una cattiveria, è una banalità.</p>
<p>Se hai un problema di natalità e hai a disposizione i fondi per fare molti, ma molti più asili e non riesci a usarli, se la Corte dei conti europea ti fa osservare che sei indietro con la digitalizzazione delle scuole, altra cosa che invoglierebbe a mandarci più pargoli, ma fai sapere che premierai con sgravi fiscali, rendendo ancora più dannato il tuo sistema, chi si deciderà a figliare, i prestatori hanno chiaro che non sai crescere, non sai riformare e sai solo fare spesa corrente. Sicché di prestiti te ne fanno meno e più cari. Inutile frignare, pestare i piedi, maledire Goldman Sachs o Moody’s, come l’incultura fasciocomunista ha insegnato a fare a generazioni di orecchianti, tanto non cambia nulla. Il pericolo non sono i cattivi speculatori, ma gli incapaci a investire.</p>
<p>Senza parlare delle riforme, con quella sulla concorrenza ferma a discettare di ambulanti e balneari (ma si può essere più ridicoli?). Posto che la concorrenza serve a far salire la qualità e a far scendere i prezzi, in una stagione in cui l’inflazione è tornata a essere un problema.</p>
<p>In gioco non c’è la sorte del governo di destra, che partito con il piglio della Nazione arriverebbe a consegnarci inerti nelle mani dei “burocrati di Bruxelles”, indispettendo tutti con capricci insensati, come sulla riforma del Mes. In gioco c’è l’osso del collo collettivo. C’è modo e (poco) tempo per uscirne bene. Ma serve una consapevolezza che al momento non si vede neanche all’opposizione. I politici sono tanti, l’Italia è una sola.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/giovedi-27-aprile-2023/"><em><strong>LA RAGIONE</strong></em></a></p>
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		<title>Il lavoro c’è, a mancare sono i lavoratori</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudio Tucci e Giorgio Pogliotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Apr 2023 15:58:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[PNRR]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’ultimo biennio gli occupati in Italia sono cresciuti di quasi un milione e 800mila unità, di cui i tre quarti nel terziario di mercato. In questo settore, però, c’è una vera e propria emergenza: la carenza di personale, considerando che solo nella filiera turistica e nel commercio quest’anno (rispetto al 2022) servono circa 560mila lavoratori [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’ultimo biennio gli occupati in Italia sono cresciuti di quasi un milione e 800mila unità, di cui i tre quarti nel terziario di mercato. In questo settore, però, c’è una vera e propria emergenza: la carenza di personale, considerando che solo nella filiera turistica e nel commercio quest’anno (rispetto al 2022) servono circa 560mila lavoratori in più, considerando anche l’indotto ma il 40%potrebbero essere di difficile reperimento. Parliamo di 230mila profili che non si trovano sul mercato soprattutto per mancanza delle competenze richieste dalle imprese.</p>
<p>Obiettivo più crescita Sono questi i principali numeri contenuti nell’Osservatorio Terziario e Lavoro dell’Ufficio Studi di Confcommercio, presentato ieri a Roma all’apertura del Forum: «Per creare nuova occupazione – sostiene il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli – servono, prima di tutto, più crescita e più produttività. E, naturalmente anche la costruzione di un compiuto sistema di politiche attive, utile per favorire l’incontro tra domanda e offerta». In 27 anni, cioè dal 1995 a oggi, gli occupati sono aumentati di 1,2 milioni di unità: tutti i grandi aggregati produttivi hanno perso, salvo il terziario di mercato che ha generato oltre 2,7 milioni di posti di lavoro. Durante la pandemia i servizi hanno patito di più; poi c’è stato un forte recupero soprattutto del turismo(sottovalutato anche dagli «esperti»), ma l’operazione non è ancora completata come si evince anche dai consumi delle famiglie del 2022 ancora sotto di 20 miliardi rispetto al 2019, di cui 13 persi da alberghi, bar e ristoranti.</p>
<p>La spinta dei contratti stabili Lo scorso anno, escludendo lavoratori domestici, agricoltura e Pa, il terziario di mercato ha contato il 64,5% dell’occupazione totale e il 79,5% di quella indipendente (il settore, quindi, è una “palestra” di autoimprenditorialità). Senza dimenticare che i servizi occupano il 61,7% del totale lavoro dipendente. E ancora: degli 1,77 milioni di nuovi occupati nella fase di recupero post-pandemico, 1,36 milioni appartengono ai servizi, cioè il 76,6%. Il lavoro indipendente non ha completamente recuperato e il deficit si concentra nelle professioni e nei trasporti (la crisi non è stata uguale per tutti). Il divario nella struttura delle tipologie di contratto per grandi aggregati è 70,2% contro 86,3% tra terziario non stagionale (che comunque comprende una quota di attività stagionali, come gli stabilimenti balneari) e industria e attività finanziarie e creditizie. I contratti stagionali si riferiscono ad alloggio e ristorazione (il 30,6% delle forme contrattuali del macro settore). Il 55,2% di tutti i contratti a tempo indeterminato sono siglati nel terziario di mercato.</p>
<p>Tra giugno 2020 e giugno 2022 l’incremento totale del tempo indeterminato è stato di 685mila unità, pari al 39% dell’incremento occupazionale con qualsiasi contratto; di questi 685mila, 468mila appartengono al terziario di mercato (cioè il 69%). Anche per i servizi, quindi, la reazione alla pandemia è stata di puntare sul tempo indeterminato. Economia incerta, fare le riforme Passando allo scenario economico, Confcommercio evidenzia come la questione energetica abbia messo a dura prova il Paese, creando danni a famiglie e imprese. A questo proposito, i pur confortanti segnali di riduzione del costo delle forniture di energia, osservati di recente, non devono far dimenticare che la spesa energetica complessiva delle imprese del terziario di mercato si attesterà, nel 2023, a circa 38 miliardi, ancora molto al di sopra dei 13miliardi del 2021.</p>
<p>Il peggio sembra passato, ma resta una sostanziale incertezza dello scenario internazionale, come resta confermato il rallentamento dell’economia mondiale. E questo vale anche per l’Italia, che, secondo le stime di Confcommercio, avrebbe chiuso il primo trimestre con un Pil sostanzialmente stabile e che presenta una prospettiva di crescita per il 2023 poco sotto l’1%, un risultato che verrebbe leggermente migliorato il prossimo anno. Il Pnrr fa fatica a decollare, i consumi restano deboli (nella media del 2022, sono ancora sotto di quasi venti miliardi di euro rispetto al 2019), e il credito è più caro, con il rialzo dei tassi di interesse. A prezzi costanti, prosegue Confcommercio, neppure alla fine del 2024 avremo recuperato i livelli aggregati di Pil e consumi (dei residenti) del 2007; sulle stime dei valori reali pro capite «aiuta» la crisi demografica: nonostante questo (aspetto disastroso) mancherebbero ancora 145 euro di Pil a testa e 480 euro di consumi. Tuttavia, un segnale positivo è che l’economia italiana arriva a questo rallentamento in ottima salute, avendo mostrato, nel biennio 2021-2022, una capacità di reazione eccezionale e inattesa, con una crescita superiore anche a quella dei nostri principali partner internazionali.</p>
<p>«Dobbiamo lavorare per costruire una nuova e più forte fase di sviluppo, proprio per evitare di ripiombare nell’incubo degli zero virgola – ha chiosato Sangalli –. All’appello manca poi il grande tema delle riforme, a cominciare da quella fiscale. Bisogna poi puntare su politiche attive e formazione. Il Pnrr infine. Inflazione, prezzi ed emergenze energetiche rendono necessario l’adeguamento strutturale del Piano. Bisogna fare presto e bene perché l’occasione non va sprecata».</p>
<p><a href="https://ntpluslavoro.ilsole24ore.com/art/terziario-allarme-manodopera-necessari-560mila-lavoratori-piu-AEXk1pID"><em><strong>Il Sole 24 Ore</strong></em></a></p>
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		<title>Riformare l&#8217;Italia, l&#8217;occasione che Draghi non colse</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/riformare-loccasione-draghi-non-colse/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Apr 2023 16:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[PNRR]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è, per dirla con Giuseppe Prezzolini, l’Italia dei furbi: abbiamo fatto man bassa dei fondi disponibili più di ogni altro Paese europeo, incuranti del fatto che buona parte di essi erano prestiti e non regalie. E c’è, per dirla con Leo Longanesi, l’Italia ingovernabile e ingovernata: abbiamo redatto 180mila progetti, ne abbiamo completato l’1%, abbiamo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è, per dirla con Giuseppe Prezzolini, l’Italia dei furbi: abbiamo fatto man bassa dei fondi disponibili più di ogni altro Paese europeo, incuranti del fatto che buona parte di essi erano prestiti e non regalie. E c’è, per dirla con Leo Longanesi, l’Italia ingovernabile e ingovernata: abbiamo redatto 180mila progetti, ne abbiamo completato l’1%, abbiamo speso il 6% dei finanziamenti ottenuti. Ci sono, dunque, nella vicenda Pnrr, tutta le nostre fragilità e tutti i nostri peggiori vizi nazionali.</p>
<p>Siamo l’unico Stato occidentale che per affrontare le crisi globali che la Storia ci ha ingratamente imposto ha dovuto commissariate il governo dei partiti con personalità esterne alla politica (da Ciampi, a Monti, a Draghi). Siamo l’unico Paese occidentale che, non avendo una pubblica amministrazione funzionante e un sistema politico efficiente, dai terremoti alle pandemie si è regolarmente affidato ai poteri eccezionali di commissari straordinari. “È ora di un generale Figluolo per il Pnrr”, invoca, non a torto, il direttore del Foglio, Claudio Cerasa.</p>
<p>Questa è la nostra maledizione, questa la nostra condanna. C’erano, forse, le condizioni per redimerci e correggerci. Ma non le abbiamo colte. È probabile che gli storici racconteranno la parentesi di Mario Draghi come la grande occasione persa dall’Italia. Forse l’ultima. Un governo da stato di eccezione, un raro senso di responsabilità nazionale: c’erano le condizioni, con Mario Draghi plenipotenziario a palazzo Chigi, per incoraggiare il parlamento a varare, rilegittimandosi, quelle riforme istituzionali di cui parliamo da quarant’anni. Ma non è stato fatto. C’erano le condizioni per rivoluzionare la pubblica amministrazione all’insegna dell’efficacia, dell’efficienza, del merito e della responsabilità individuale. Ma, evidentemente, neanche questo è stato fatto.</p>
<p>Non siamo cambiati, dunque. E perciò continueremo a dimenarci penosamente alle prese con problemi oggettivamente complessi, ma che i nostri partner/competitor padroneggiano meglio di noi.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2023/04/riforme-pnrr-governo-europa/"><strong><em>Formiche</em></strong></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il catastrofismo di media e intellettuali che deprime l’Italia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-catastrofismo-di-media-e-intellettuali-che-deprime-litalia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Mar 2023 17:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[catastrofismo]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>
		<category><![CDATA[Sabino Cassese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Gli intellettuali italiani hanno sempre scelto un atteggiamento sdegnoso vero la realtà (rifiutandola) optando per la critica distruttiva, la mera critica di ingiustizie, la minaccia di catastrofi, l’atteggiamento piagnone»: lo ha scritto Sabino Cassese (“Intellettuali”, il Mulino, 2021) ed è vero. È vero per gli intellettuali ma è ancor più vero per i giornalisti, per [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-catastrofismo-di-media-e-intellettuali-che-deprime-litalia/">Il catastrofismo di media e intellettuali che deprime l’Italia</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>«Gli intellettuali italiani hanno sempre scelto un atteggiamento sdegnoso vero la realtà (rifiutandola) optando per la critica distruttiva, la mera critica di ingiustizie, la minaccia di catastrofi, l’atteggiamento piagnone»: lo ha scritto Sabino Cassese (“Intellettuali”, il Mulino, 2021) ed è vero. È vero per gli intellettuali ma è ancor più vero per i giornalisti, per i politici di opposizione, per gli influencer. Il catastrofismo come costante del discorso pubblico italiano, la drammatizzazione come cifra narrativa dell’intero sistema mediatico.</p>
<p>Nessuno è senza peccato. Per i retroscenisti dei giornali, ad esempio, si tratta di un riflesso condizionato. In mancanza di notizie certe sul faccia a faccia tra Tizio e Caio riuniti a porte chiuse per dirimere una controversia politica, il vocabolario utilizzato è sempre, per non sbagliare, quello bellico: “conflitto”, “scontro”, “rissa”, “guerra”&#8230; Ogni soluzione politica, cioè ogni soluzione di compromesso, è raccontata come la vittoria schiacciante di uno e la sconfitta cogente dell’altro. Tertium non datur.</p>
<p>Abbiamo passato la scorsa estate chiusi nella nostra Fortezza Bastiani in attesa dell’arrivo di un’ordalia “fascista”. Che non c’è stata. Così come non sono state abolite la proprietà privata e le libertà personali quando “i comunisti” guidati da quel bolscevico di Romano Prodi sono andati al potere. Gli economisti avevano annunciato, pressoché all’unisono, la recessione dell’economia italiana ed europea sin dallo scorso autunno. Sbagliarono. I politologi avevano previsto la fine del Movimento 5stelle sin dalle elezioni di settembre. Sbagliarono. Osservatori e sinistre previdero che il governo Meloni avrebbe fatto saltare i conti pubblici. Sbagliarono anche loro. Così come sbagliò chi (Lucio Caracciolo) sostenne che Putin non avrebbe mai invaso l’Ucraina e chi (Alessandro Orsini) disse che se la sarebbe mangiata all’istante in sol boccone.</p>
<p>Ogni riforma viene raccontata come l’anticamera dell’inferno da chi non ne condivide i fini. È successo con le pensioni da Berlusconi alla Fornero, con il regionalismo spinto ieri e con l’autonomia differenziata oggi, con il Jobs Act di Renzi, con la riforma costituzionale della Boschi, con il nucleare, con gli inceneritori, con le trivelle, con i migranti, con il Mes… La fine del mondo è stata più volte annunciata, il mondo non è mai finito. Abbiamo visto atteggiamenti più o meno commendevoli, abbiamo assistito ad innovazioni più o meno efficaci: tutto è stato discutibile, nulla si è rivelato fatale.</p>
<p>Viene, però, da chiedersi come sarebbe l’Italia se chi ha la responsabilità di formare (e informare) l’opinione pubblica adattasse il proprio canone narrativo al realismo anziché al catastrofismo. C’è da credere che saremmo un Paese migliore. Il confronto sul merito delle questioni sortirebbe soluzioni più coerenti con la complessità dei problemi. L’attenuazione di un pessimismo cosmico da anno Mille consentirebbe di guardare con maggiore fiducia al futuro, incoraggiando di conseguenza i consumi e gli investimenti, e magari scoraggiando l’abuso di ansiolitici e psicofarmaci. Il venir meno della demonizzazione reciproca rafforzerebbe il nostro precario sentimento di unità nazionale, consentendoci di affrontare al meglio delle nostre possibilità le difficili prove insite in un mondo globalizzato. L’attenuazione dei No categorici pronunciati dai banchi dell’opposizione attenuerebbe il senso di delusione, e dunque di sfiducia nella politica, degli elettori quando, conquistati gli scranni del governo, i No si trasformano inevitabilmente in Sì.</p>
<p>E poi, forse, chissà, risulterebbe un po’ meno vero l’ancor oggi verissimo aforisma di Ennio Flaiano secondo il quale «il maggiore difetto degli italiani è quello di parlare sempre dei propri difetti»</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2023/03/19/news/che_cosa_sarebbe_litalia_senza_catastrofismo-11615304/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-catastrofismo-di-media-e-intellettuali-che-deprime-litalia/">Il catastrofismo di media e intellettuali che deprime l’Italia</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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