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	<title>referendum Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>referendum Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Se Meloni vuole il premierato, serve un accordo con le opposizioni</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/76369/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Panebianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Nov 2023 18:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[premierato]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se non ti chiami Charles de Gaulle, se non vuoi suicidarti politicamente e se vuoi sul serio cambiare la forma di governo, devi ottenere il consenso di una parte significativa dell’opposizione. La riforma potrebbe nascere solo grazie a un «patto costituzionale» fra la maggioranza e, quanto meno, una frazione quantitativamente rilevante degli oppositori parlamentari. Quindi, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/76369/">Se Meloni vuole il premierato, serve un accordo con le opposizioni</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se non ti chiami Charles de Gaulle, se non vuoi suicidarti politicamente e se vuoi sul serio cambiare la forma di governo, devi ottenere il consenso di una parte significativa dell’opposizione. La riforma potrebbe nascere solo grazie a un «patto costituzionale» fra la maggioranza e, quanto meno, una frazione quantitativamente rilevante degli oppositori parlamentari.</p>
<p>Quindi, se Giorgia Meloni avesse voluto davvero puntare (o se fosse stata nelle condizioni di poterlo fare) sulla riforma della nostra forma di governo, avrebbe dovuto lasciare perdere l’elezione diretta e proporre una soluzione diversa (come ha osservato Antonio Polito, sul Corriere del 5 novembre), ossia una qualche forma di Cancellierato: la fiducia al capo del governo (e non al governo nel suo insieme) da parte di una sola Camera e il suo diritto di licenziare i singoli ministri. Soprattutto, avrebbe dovuto mettere nelle mani del capo del governo il vero potere deterrente, l’arma decisiva per garantire la stabilità dell’esecutivo: la facoltà di ottenere, se le circostanze lo richiedono, lo scioglimento delle Camere (proprio come prevede la Costituzione tedesca). Il tutto accompagnato da una riforma elettorale adeguata: un qualche tipo di maggioritario, per esempio a doppio turno. Se questa fosse stata la proposta, Meloni avrebbe ottenuto un immediato successo politico: avrebbe spaccato in due il fronte dell’opposizione.</p>
<p>Una parte di essa, quella più ideologica, avrebbe fatto il solito fuoco di sbarramento. E siccome il Cancellierato sposta effettivamente alcuni poteri (come quello di scioglimento) dal presidente della Repubblica al capo di governo, apriti Cielo, gli ideologici avrebbero subito gridato al «golpe», alla svolta autoritaria. Come, del resto, fanno sempre e comunque. Avrebbero seguito, cantando Bella ciao, i soliti pifferai di Hamelin, quelli che «Non si tocca la Costituzione nata dalla Resistenza». Però, questa volta, un’altra parte dell’opposizione, composta dai pragmatici, non avrebbe potuto evitare di aderire al progetto. Una riforma del genere, infatti, se fosse passata, non avrebbe solo accresciuto le chance di creare e stabilizzare un grande partito conservatore sulla destra. Avrebbe anche offerto ai pragmatici di sinistra la possibilità di operare in un habitat istituzionale più favorevole a loro che alla parte più estremista dell’opposizione. Insomma, si sarebbe determinata una convergenza di interessi fra Meloni e gli oppositori pragmatici. E questa volta, forse, gli ideologici sarebbero usciti dallo scontro con le ossa rotte.</p>
<p>Meloni ha fatto invece una proposta che compatta contro di lei l’opposizione. Non solo: è un progetto che, per come è concepito, divide anche il fronte dei fautori di una riforma della Costituzione, quelli che, per intenderci, hanno perseguito proprio quel disegno — venendo alla fine sconfitti — fin dai tempi dei referendum Segni.</p>
<p>E allora perché Meloni, alla quale nessuno può negare accortezza e capacità politiche, ha scelto la strada più impervia, quella che porta più facilmente all’insuccesso che al successo? Forse ciò è avvenuto perché non aveva alternative. È probabile che il progetto tirato fuori dal governo sia una sorta di punto di equilibrio, il solo su cui le forze di maggioranza siano state in grado di convergere, di trovare un accordo.</p>
<p>Il testo presentato sembra più un ballon d’essai che una proposta compiuta. Destinato ad essere rimaneggiato in mille modi durante l’iter parlamentare. Ma se restiamo a ciò che ci è stato dato in pasto fin qui, si può forse dire quanto segue. Il principale aspetto negativo non consiste nel fatto che l’elezione diretta del premier non c’è da nessuna parte. Questa non può essere una obiezione decisiva. Nemmeno il semi-presidenzialismo esisteva prima che De Gaulle lo imponesse in Francia e ha funzionato a lungo e piuttosto bene nonostante che, quando nacque, fossero in tanti a prevederne il fallimento. L’aspetto negativo è un altro. Ossia il fatto che, stando a questa prima versione della riforma, il premier eletto sarebbe in realtà debole nonostante l’investitura popolare. Anche se gli ideologici, privi di fantasia, parlano già di «svolta autoritaria», il rischio, al contrario, è quello di un premier in balia dei ricatti di questa o quella frazione della maggioranza. Senza la possibilità di tenerle in riga minacciando lo scioglimento delle Camere. L’esito più probabile non è l’autoritarismo ma il caos, un blocco di sistema «alla messicana» (Francesco Clementi, Corriere del 4 novembre).</p>
<p>L’elezione diretta del premier potrebbe funzionare solo in un contesto bipartitico (governa un solo partito). Ma dove ci sono governi di coalizione, dove l’instabilità dipende dalla competizione fra i partiti entro l’alleanza di governo, l’elezione diretta del premier non stabilizza alcunché. Non basta cercare di irrigidire il sistema per impedire alla dinamica coalizionale (la competizione entro la maggioranza ) di paralizzare l’azione di governo. Tenuto conto della cosiddetta norma anti-ribaltone prevista (se cade il premier può essere sostituito, una volta sola, da un esponente della stessa maggioranza), la stabilità potrebbe essere forse assicurata da un patto segreto, tenuto nascosto agli elettori, stipulato fra i leader della coalizione prima delle elezioni, ossia un accordo che preveda una staffetta: ti presenti tu come candidato premier agli elettori perché hai più probabilità di vincere. A metà legislatura, ti dimetti e io ti sostituisco. Ma è concepibile che si possa stipulare, alle spalle degli elettori, un patto simile?</p>
<p>In ogni caso, comunque venga rimaneggiato in seguito il progetto, non potrebbe ottenere la maggioranza dei due terzi che serve per scongiurare un referendum. Da ormai molto tempo i referendum, non solo in Italia, si risolvono in sonore sconfitte dei governi. Votano soprattutto quelli che vogliono prenderli a legnate. Quando vieni sconfitto, il tuo carisma svanisce, la tua popolarità crolla. Ai sostenitori di Meloni conviene che la proposta si areni in Parlamento. Si scommette su tutto. Ma forse solo pochi temerari scommetteranno sul fatto che al prossimo giro eleggeremo direttamente un premier.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/23_novembre_05/riforme-stabilita-poteri-reali-premier-1e18bcb8-7c06-11ee-8eea-fc9ff09b1145.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/76369/">Se Meloni vuole il premierato, serve un accordo con le opposizioni</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Conviene davvero alla premier scommettere tutto sul referendum?</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/conviene-davvero-alla-premier-scommettere-tutto-sul-referendum/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Benedetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Nov 2023 08:56:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/conviene-davvero-alla-premier-scommettere-tutto-sul-referendum/">Conviene davvero alla premier scommettere tutto sul referendum?</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/conviene-davvero-alla-premier-scommettere-tutto-sul-referendum/">Conviene davvero alla premier scommettere tutto sul referendum?</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>&#8220;Errore il referendum in una sola giornata. Un fronte garantista per una nuova giustizia&#8221;</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/errore-referendum-sola-giornata-fronte-garantista-per-nuova-giustizia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Nordio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Apr 2022 08:11:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[garantismo]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[magistratura]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;ex toga: «Il risparmio dell&#8217;election day è relativo, la lentezza dei processi costa il 2% del Pil e le intercettazioni bruciano milioni» Carlo Nordio indossa la toga anche ora che formalmente l&#8217;ha tolta, dopo 40 anni in magistratura. E la giustizia vuole riformarla, anche a colpi di referendum. L&#8217;election day è fissato il 12 giugno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/errore-referendum-sola-giornata-fronte-garantista-per-nuova-giustizia/">&#8220;Errore il referendum in una sola giornata. Un fronte garantista per una nuova giustizia&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>L&#8217;ex toga: «Il risparmio dell&#8217;election day è relativo, la lentezza dei processi costa il 2% del Pil e le intercettazioni bruciano milioni»</h3>
<p>Carlo Nordio indossa la toga anche ora che formalmente l&#8217;ha tolta, dopo 40 anni in magistratura. E la giustizia vuole riformarla, anche a colpi di referendum.</p>
<h4>L&#8217;election day è fissato il 12 giugno perle amministrative e i referendum sulla giustizia, ma ci sono molte polemiche sulla scelta di far votare un giorno solo, soprattutto per il rischio che sui quesiti referendari non si raggiunga il quorum. Lei come la pensa?</h4>
<p>«Credo che l&#8217;importanza della consultazione sia tale per cui si debba dare ai cittadini la massima facilitazione per andare alle urne. È vero che la limitazione alla domenica costituirebbe un risparmio. È ancor più vero che un cambiamento radicale della giustizia, sostenuto da una vittoria del referendum, farebbe risparmiare allo Stato cifre cento volte maggiori. Basti pensare che la lentezza dei processi incide sul 2 per cento del Pil, e che il solo costo delle intercettazioni, gran parte delle quali inutili e dannose, costano decine di milioni di euro».</p>
<h4>Silvio Berlusconi, con Lega e Radicali che hanno promosso i referendum, chiedono a Draghi un decreto appunto per mantenere le urne aperte il lunedì, sostenendo che altrimenti si ostacola la piena partecipazione alla consultazione popolare. È d&#8217;accordo?</h4>
<p>«Certo. E spero che l&#8217;iniziativa venga assecondata anche da altri partiti».</p>
<h4><strong>Lei appoggia i referendum sulla giustizia, perché?</strong></h4>
<p>«Li appoggio, e sono stato uno dei primi firmatari, per una ragione essenzialmente strategica. Indipendentemente dai singoli quesiti, su alcuni dei quali si possono anche nutrire perplessità, conta il messaggio che può derivare da una vittoria referendaria: la volontà di un cambiamento radicale del nostro sistema penale, contrassegnato dalla lentezza dei processi, dall&#8217;abuso della custodia cautelare, dal protagonismo di alcuni magistrati, dalla baratteria di cariche correntizie del Csm emersa dallo scandalo Palamara, dall&#8217;estromissione di politici e amministratoI quesiti del referendum sulla giustizia, dalla separazione delle carriere alla valutazione dei pm ri per via giudiziaria, e potremmo continuare. All&#8217;opposto, se la maggioranza dei cittadini non andasse a votare, significherebbe che le cose stanno bene così».</p>
<h4><strong>I referendum sono sempre apparsi soprattutto come stimolo al Parlamento, che da anni non riesce a «produrre» la necessaria riforma della giustizia, ma ora il governo rischia di farne un boomerang: la ministra Cartabia sostiene che non è opportuno intervenire ad esempio sulla legge che disciplina i passaggi di funzioni tra giudici e pm perché altrimenti decadrebbe il quesito referendario che riguarda il problema. E così si potrebbe lasciare tutto immutato, se il referendum non avesse successo.</strong></h4>
<p>«Tecnicamente la ministra ha ragione. Se cambi anche di poco la normativa, è possibile che su quel punto il quesito referendario sia superato, e la consultazione si riduca a un paio di questioni, contenendo ancor di più la probabilità di afflusso alle urne. Aggiungo che Cartabia è secondo me un ottimo ministro ma le riforme non le fa lei, ma il Parlamento. E Cartabia sa benissimo che con questo Parlamento le possibilità di riforma sono estremamente limitate».</p>
<h4><strong>L&#8217;altro punto nevralgico è il sistema elettorale del Csm, con la ministra che vuole un maggioritario con quota proporzionale e il centrodestra che insiste sul sorteggio temperato. L&#8217;ultima proposta di mediazione della Guardasigilli, su input della Lega, è il sorteggio dei collegi invece dei candidati. Le sembra una soluzione per limitare il peso delle correnti?</strong></h4>
<p>«Questo è l&#8217;aspetto più delicato. Vi sono effettivamente vincoli di ordine costituzionale. Io sostengo il sistema del sorteggio del Csm da 25 anni, ma questo postula una revisione della Carta, che sul punto è assai chiara. E in effetti, se vogliamo che il processo penale diventi realmente garantista, occorre una rivoluzione copernicana della giustizia, incompatibile con i tempi e i limiti di questa legislatura. Ma se il messaggio dell&#8217;elettorato fosse chiaro, il prossimo parlamento sarebbe vincolato politicamente e moralmente a rivedere tutto il sistema».</p>
<h4><strong>In conclusione?</strong></h4>
<p>«In conclusione è necessario che tutte le forze garantiste, indipendentemente dalle simpatie per quello o quell&#8217;altro partito, uniscano le energie per questa battaglia di civiltà giuridica. Con la consapevolezza che se il referendum fallisse sarebbe inutile ogni ulteriore lamentela sull&#8217;inefficienza e l&#8217;iniquità del nostro sistema penale».</p>
<p><a href="https://www.ilgiornale.it/news/politica/errore-referendum-sola-giornata-fronte-garantista-nuova-2023344.html"><strong>Intervista di Anna Mari Greco su <em>Il Giornale.it</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/errore-referendum-sola-giornata-fronte-garantista-per-nuova-giustizia/">&#8220;Errore il referendum in una sola giornata. Un fronte garantista per una nuova giustizia&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>#ilcafFLEespresso – Giovanni Guzzetta</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ilcaffleespresso-giovanni-guzzetta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Feb 2022 13:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#ilcafFLEespresso]]></category>
		<category><![CDATA[diritto costituzionale]]></category>
		<category><![CDATA[diritto pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[legge elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<category><![CDATA[riforma costituzionale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Referendum, legge elettorale e riforme strutturali della Costituzione. E&#8217; intervenuto: Giovanni Guzzetta, Professore ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico presso l&#8217;Università degli Studi di Roma &#8220;Tor Vergata&#8221; Hanno condotto: Emanuele Raco, Capo Ufficio Stampa della Fondazione Luigi Einaudi e Andrea Davola, ricercatore della Fondazione Luigi Einaudi</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ilcaffleespresso-giovanni-guzzetta/">#ilcafFLEespresso – Giovanni Guzzetta</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Referendum, legge elettorale e riforme strutturali della Costituzione.</p>
<p>E&#8217; intervenuto: <strong>Giovanni Guzzetta</strong>, Professore ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico presso l&#8217;Università degli Studi di Roma &#8220;Tor Vergata&#8221;</p>
<p>Hanno condotto: <strong>Emanuele Raco</strong>, Capo Ufficio Stampa della Fondazione Luigi Einaudi e <strong>Andrea Davola</strong>, ricercatore della Fondazione Luigi Einaudi</p>
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		<item>
		<title>Giustizia ma anche libertà</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giustizia-anche-liberta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Panebianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Feb 2022 08:53:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giudici]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[magistrati]]></category>
		<category><![CDATA[pm]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<category><![CDATA[separazione delle carriere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel campagna per il voto sulla separazione delle funzioni fra pm e giudici si confronteranno due visioni antitetiche del ruolo dello Stato Le due seguenti citazioni, tratte da Montesquieu, potrebbero ispirare le scelte di una parte dei cittadini italiani nella prossima campagna referendaria. Scrive Montesquieu: «È però un’esperienza eterna che ogni uomo il quale ha [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Nel campagna per il voto sulla separazione delle funzioni fra pm e giudici si confronteranno due visioni antitetiche del ruolo dello Stato</h2>
<p>Le due seguenti citazioni, tratte da Montesquieu, potrebbero ispirare le scelte di una parte dei cittadini italiani nella prossima campagna referendaria. Scrive Montesquieu: «È però un’esperienza eterna che ogni uomo il quale ha in mano il potere, è portato ad abusarne, procedendo fino a quando non trova dei limiti». Ne consegue che «bisogna che, per la disposizione delle cose, il potere freni il potere».</p>
<p>Frasi che risalgono al Settecento ma che oggi possono aiutarci a capire perché il referendum sulla giustizia simbolicamente più importante — anche se gli effetti pratici si manifesterebbero solo nel lungo periodo — sia quello sulla separazione delle funzioni fra giudici e pubblici ministeri.</p>
<p><strong>Separazione delle funzioni, non (ancora) delle carriere. Ma sarebbe comunque un primo, significativo passo in quella direzione.</strong></p>
<p>Proviamo a sollevarci al di sopra delle polemiche contingenti. In trent’anni di conflitti fra magistratura e politica gli argomenti usati da una parte e dall’altra sono sempre gli stessi. Molti di noi li conoscono tutti a memoria. Consideriamo piuttosto le «filosofie» che si scontreranno sulla separazione delle funzioni, proviamo a rendere esplicito ciò che altrimenti resterebbe implicito, inespresso.</p>
<p><strong>In quella campagna referendaria si confronteranno due visioni antitetiche del ruolo dello Stato in una democrazia. Possiamo chiamarle la concezione paternalista e la concezione liberale.</strong></p>
<p>Sgombriamo il campo da un falso problema. Ci saranno, come è inevitabile, molte esagerazioni polemiche da una parte e dall’altra. C’è chi dirà che se passasse la separazione, per la giustizia italiana sarebbe una catastrofe e c’è chi dirà che finalmente avremo, di colpo, un ottimo sistema di giustizia rispettoso delle libertà dei singoli. Niente di tutto questo.</p>
<p><strong>All’inizio, e probabilmente per un lungo periodo, non cambierebbe nulla. Né nei comportamenti dei pm né in quelli dei giudici.</strong> Proprio perché separare le funzioni non è ancora separare le carriere. Pm e giudici continuerebbero ad essere governati dallo stesso Consiglio superiore della magistratura, a fare parte delle stesse correnti, ad essere rappresentati dallo stesso sindacato, eccetera.</p>
<p>Nel lungo periodo, però, qualche cambiamento ci sarebbe. Anche se lentamente, molto lentamente, muterebbero le mentalità. Si modificherebbero, per cominciare, gli atteggiamenti del pubblico, finirebbe la pessima abitudine di chiamare «giudici» i procuratori (con il terribile effetto pratico di scambiare gli atti delle procure per sentenze e tanti saluti, nella consapevolezza generale, alla presunzione di non colpevolezza).</p>
<p>Alla fine costume e prassi giudiziarie si adeguerebbero. E forse l’effetto finale sarebbe una vera e propria separazione delle carriere. Ma, appunto, ciò non si realizzerebbe dalla sera alla mattina. Ci vorrebbe tempo, molto tempo.</p>
<p>Tuttavia, intorno a questo referendum più che agli altri si giocherà una partita decisiva per il futuro della democrazia italiana. Con questa prova referendaria decideremo se tutelare la libertà del cittadino sia altrettanto importante che assicurare alla giustizia i colpevoli di reati, <strong>decideremo in sostanza se ci interessa vivere in una autentica democrazia liberale oppure se, per perseguire altri nobili scopi (colpire la corruzione o la criminalità organizzata o altro) siamo disposti a sacrificare certe garanzie di libertà.</strong> Non c’è soltanto la strada scelta dall’Ungheria di Orbán. Ci sono molti e diversi modi per rendere illiberale una democrazia.</p>
<p>Gli argomenti usati da coloro che difendono l’unità delle funzioni (e quindi anche delle carriere) sono chiari. Essi dicono che, proprio allo scopo di tutelare meglio il cittadino, occorre che il pubblico ministero partecipi di quella che essi chiamano la «cultura della giurisdizione», ossia che egli non sia distante, professionalmente e culturalmente, dal giudice. <strong>In controluce si scorge una concezione paternalistica dell’amministrazione della giustizia </strong>(e quindi anche della democrazia).</p>
<p>È il pm che operando senza essere limitato da forti contrappesi, contempera, grazie alla sua cultura e alla sua professionalità, il perseguimento dei reati e la tutela delle libertà costituzionalmente garantite.</p>
<p>La concentrazione del potere che si è realizzata a causa dell’unità delle carriere, per i sostenitori di questa tesi, non è affatto un pericolo. La salvaguardia per tutti è data, in sostanza, dalla professionalità del pubblico ministero.</p>
<p>La tesi opposta è di chi, d’accordo con Montesquieu, pensa che la libertà sia tutelata quando, e solo quando, a un potere se ne contrappone un altro, quando le prerogative dell’uno sono bilanciate dalle prerogative di un altro, quando «il potere frena il potere».</p>
<p>Se il pubblico ministero è solo l’avvocato dell’accusa con pari peso e dignità rispetto all’avvocato difensore e il giudice è davvero «terzo» non per buona volontà o per gentile concessione ma perché glielo impone l’assetto proprio dell’organizzazione giudiziaria, allora, e solo allora, è sperabile che l’amministrazione della giustizia si avvicini almeno un po’ a un antico ideale, che diventi possibile perseguire i reati senza passare come rulli compressori sulle libertà costituzionalmente garantite.</p>
<p><strong>Non è dalla «benevolenza» del pubblico ministero che dobbiamo aspettarci il rispetto di quelle libertà, è da un sistema di «pesi e contrappesi» ben funzionante.</strong> Ciò che l’unità delle carriere, come si è potuto constatare in tutti questi anni, non è stata in grado di assicurare. Ci sarà pure una ragione per la quale, con le sole eccezioni di Italia e Francia, la divisione delle carriere sia la regola in tutte le democrazie liberali. Separando le funzioni cominceremmo a incamminarci su quella strada.</p>
<p>Magari il Parlamento che, diciamolo, negli ultimi tempi non ha sempre dato brillanti prove di sé, ci sorprenderà. Magari il referendum sulla separazione decadrà perché il Parlamento riuscirà a fare una buona legge ispirata al principio liberale sopra evocato.</p>
<p>Forse arriverà un giorno in cui avremo un giudice compiutamente «terzo», al di sopra dell’accusa e della difesa, grazie alla scomparsa dei legami organizzativi fra giudici e pubblici ministeri. E i pubblici ministeri, a loro volta, dovranno fare i conti con un forte potere controbilanciante. Secondo le regole, sempre faticose e difficili, da cui dipende la tutela delle libertà.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/22_febbraio_19/10-cultura-documentofcorriere-web-sezioni-11ca774c-91ae-11ec-b793-2265998432ac.shtml"><em><strong>Il Corriere della Sera</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giustizia-anche-liberta/">Giustizia ma anche libertà</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Vuotare stanca</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/vuotare-stanca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Feb 2022 08:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[corte costituzionale]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<category><![CDATA[referendum eutanasia]]></category>
		<category><![CDATA[referendum fine vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un grosso equivoco, che riguarda i referendum. Un fraintendimento che li svuota. Una falsificazione generante l’impressione che votare sia vuoto e inutile. E, alla lunga, vuotare stanca. Si fa credere che ai referendum si voti “per” qualche cosa, ma è falso: si vota “contro”. L’equivoco inquina la memoria. In Italia non c’è mai stato [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un grosso equivoco, che riguarda i referendum. Un fraintendimento che li svuota. Una falsificazione generante l’impressione che votare sia vuoto e inutile. E, alla lunga, vuotare stanca.</p>
<p>Si fa credere che ai referendum si voti “per” qualche cosa, ma è falso: si vota “contro”. L’equivoco inquina la memoria. In Italia non c’è mai stato un referendum “per” il divorzio, ce ne fu uno, il primo, “contro” il divorzio, istituito dalla legge Baslini (liberale) Fortuna (socialista). Chi convocò il referendum voleva cancellare il divorzio, non introdurlo. Difatti, e fu trionfo epocale, vinsero i No. Non vogliamo cancellarlo, No. Stessa cosa per i successivi. L’articolo 75 della Costituzione prevede solo referendum abrogativi, che cancellano. I referendum costituzionali sono tutt’altra faccenda, che nulla ha a che vedere con quelli di cui ora discutiamo.</p>
<p>L’equivoco, il fraintendimento, in parte il raggiro, poi creano disaffezione. Se faccio credere che un referendum istituirà la responsabilità civile dei magistrati e poi non c’è, perché si sono sì abrogate delle tutele, ma poi s’è regolata in modo opposto la faccenda (legge Vassalli), se cancello il ministero dell’agricoltura e mi ritrovo con il ministero delle risorse agricole e così via, poi a votare non ci va più nessuno, perché c’è un limite all’essere presi per scemi.</p>
<p>Si può discutere sull’opportunità dei referendum così detti “manipolativi”, ovvero che cancellando una parola qui e una lì, ottengono il risultato di una legge diversa. Operazione che, inoltre, come è il caso di tutti gli attuali, costringe a quesiti referendari illeggibili e incomprensibili. Se ne può discutere, ma la responsabilità non è mica dei comitati referendari, bensì del Parlamento che o non legifera o non lo fa in modo organico (la legge sul divorzio lo era, quindi si poteva, in blocco, essere favorevoli o contrari). Un cortocircuito che porta all’assurdo.</p>
<p>Prendete il referendum sul fine vita, o eutanasia che nominar si voglia: è assurdo dire che la Corte costituzionale avversa quella possibilità, sol perché ha considerato inammissibile il quesito, laddove è la medesima Corte che da tre anni sollecita il Parlamento ad approvare una legge e da due ha aperto la via al trapasso assistito. È assurdo, ma è stato fatto. Il punto è che il referendum non istituisce, ma cancella e nel cancellare a spizzichi e bocconi poi manca della roba: la Corte aveva indicato l’invivibilità dolorosa e la non rimediabilità quali condizioni, il Parlamento resta sovrano, ma immobile, mentre se cancello solo le punizioni non saprò mai a quali casi applicare la legge che ne risulta. Certo che si tratta di un tema complicato, certo che coinvolge aspetti etici e, per chi ci crede, anche di fede, ma la legge non è mica la certificazione dell’ovvio, tanto più ce n’è bisogno ove i confini sono mobili e ombrosi. Non sta scritto da nessuna parte che il Parlamento sia obbligato a legiferare in un senso o in un altro, ma quel che avviene è che non legifera affatto. Inerte.</p>
<p>In qualche caso convocare un referendum può servire a pungolare il legislatore, ma se la politica è inerte non per questo si può procedere a colpi abrogativi, perché si passerà dall’avere una cattiva norma ad averne una cattiva e scassata. Ripeto: non è responsabilità dei referendari, ma del legislatore.</p>
<p>Nessuno dei referendum ammessi sul tema della giustizia risolverà alcunché, ma voterò a favore delle abrogazioni, voterò Sì, perché il senso che ne rimane è una bocciatura popolare della mancata riforma della giustizia. In qualche caso, come sul Csm, il Parlamento dovrebbe arrivare prima, sebbene in ritardo. Nel qual caso l’appuntamento referendario sarà cancellato.</p>
<p>Nessuno farà la sola cosa che sarebbe giusta: rispondere ai quesiti. Perché non si capiscono e se si capissero non interesserebbero. E, anche questo, va sul conto del legislatore in letargo.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>Il Referendum di ieri e quello di domani (sul vincolo di mandato)</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-referendum-di-ieri-e-quello-di-domani-sul-vincolo-di-mandato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enzo Palumbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2020 15:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 articolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ora che le luci della ribalta si sono spente sull’esito del referendum, che è risultato meno plebiscitario dell’iniziale previsione, e mentre attendiamo che seguano le complementari riforme proclamate come indispensabili, possiamo anche fare, sine ira ac studio, qualche ulteriore riflessione su quanto il nuovo assetto numerico delle Camere si riveli in linea coi principi fondamentali [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ora che le luci della ribalta si sono spente sull’esito del referendum, che è risultato meno plebiscitario dell’iniziale previsione, e mentre attendiamo che seguano le complementari riforme proclamate come indispensabili, possiamo anche fare, sine ira ac studio, qualche ulteriore riflessione su quanto il nuovo assetto numerico delle Camere si riveli in linea coi principi fondamentali che informano la nostra Costituzione in tema di rappresentanza democratica del popolo, cui appartiene il diritto di esercitare la sovranità nazionale nelle forme e nei limiti della Costituzione.</p>
<p>Se si fa eccezione per qualche estemporanea uscita del comico di turno, di livello più o meno elevato, credo che sia patrimonio comune di tutti gli operatori della politica, oltre che dell’intera Accademia, che la nostra Repubblica si basa sulla democrazia rappresentativa, e che essa cesserebbe anche di essere “tout court” una vera democrazia ove fosse messa in dubbio la rappresentatività effettiva, non solo formale, del suo Parlamento, cioè dell’istituzione nella quale la rappresentanza cessa di essere un concetto astratto e s’invera nelle persone fisiche di volta in volta delegate a esercitare la sovranità popolare, dettando le regole della convivenza sociale, investendo fiduciariamente chi ha il compito di governare e poi controllandone l’attività.</p>
<p>E dunque, ogni volta che andiamo a votare, affidiamo a qualcuno al di fuori di noi la nostra piccola particella di sovranità, come usava dire Temistocle Martines, il Maestro di tutti i costituzionalisti di ieri e di oggi, e, se mi è consentito, un po’ anche il mio, che proprio con lui mi sono laureato, ormai tanto tempo fa.</p>
<p>Ed è proprio per questo che c’è oggi chi si sta chiedendo se questo taglio lineare del numero dei parlamentari, non finisca per incidere anche su questa nostra piccola particella di sovranità e su quella del territorio in cui c’è toccato di vivere, limitando o condizionando la nostra libera scelta di affidarla a qualcuno che rappresenti la Nazione e, indirettamente, anche noi stessi..</p>
<p>E quindi, in definitiva, se non risulti violato qualcuno dei principi fondamentali che informano la nostra Costituzione, rendendo di fatto più difficile l’effettivo esercizio della sovranità popolare, anche al di là della volontà di chi ha preso l’iniziativa della riforma, di chi l’ha quasi unanimemente approvata in Parlamento, e degli elettori che l’hanno infine confermata con una maggioranza significativa ma tutt’altro che plebiscitaria, oltretutto così dimostrando l’esistenza di un qualche scollamento tra il Paese legale e quello reale, che più non si rispecchia nel primo.</p>
<p>Insomma, c’è da chiedersi se questo taglio di poltrone, com’è stato chiamato anche sceneggiandolo in termini alquanto volgari, possa avere interrotto quel filo che lega la nostra piccola quota di sovranità all’effettiva possibilità di esercitarla, attraverso la delega che di volta in volta affidiamo al Parlamento perché, insieme alle altre Istituzioni del Paese, possa contribuire a tutelare i nostri inviolabili diritti costituzionali.</p>
<p>Tanto per esemplificare, pensiamo che spetti al Parlamento di garantire e giammai violare o consentire che siano violati: i nostri diritti individuali e sociali (art. 2 Cost.), la nostra dignità sociale ed eguaglianza legale (art. 3), il nostro effettivo diritto al lavoro o a una qualche attività (art. 4, 35 e segg.), la nostra autonomia territoriale (art. 5), la nostra minoranza linguistica (art. 6), la nostra cultura e il nostro ambiente paesistico, storico e artistico (art. 9), la nostra libertà personale (art. 13), il nostro domicilio (art. 14), la nostra corrispondenza (art. 15), la facoltà di circolare liberamente all’interno e verso l’estero (art. 16), di riunirci pacificamente (art. 17) e di associarci liberamente (art. 18) anche in sindacati (art. 39) e in partiti (art. 49), di scioperare (art. 40) e d’intraprendere (art. 41) e di possedere i frutti della nostra attività (art. 42), di esercitare il nostro culto religioso, quando l’avessimo (art.19 e 20), di manifestare il nostro pensiero in ogni modo (art. 21), di esercitare i nostri diritti di cittadinanza (art. 22), di proteggere i nostri diritti personali e patrimoniali (art. 23 e 24), di avere un giudice naturale precostituito (art, 25) e di non essere considerati colpevoli sino a sentenza definitiva (art. 27), di risparmiare (art. 47); di accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza (art. 50), e, last but not least, di esercitare liberamente l’eventuale mandato parlamentare (art. 67).</p>
<p>Un elenco imponente di diritti (e certo ne dimentico qualcuno), taluni considerati valori supremi, tali altri comunque fondamentali, che rende più che lecita la curiosità di chi si è chiesto se la riduzione del numero dei parlamentari ci abbia reso meno liberi di prima, e se per caso, dovendo condividere con tante più persone la nostra delega rappresentativa, non si sia in qualche modo diluita, e si sia quindi ridotta, anche la nostra piccola quota di sovranità nazionale.</p>
<p>E poi, se la domanda venisse posta alla Corte Costituzionale, nei modi e termini consentiti dall’Ordinamento, quale potrebbe esserne la risposta?</p>
<p>In verità, la Corte, al di là dell’espressa disposizione che rende immodificabile la forma repubblicana (art. 139 Cost.), si è più volte posta il problema dell’implicita immodificabilità dei principi supremi o dei valori fondanti, e ha più volte ritenuto che la loro tutela non si arresta neppure di fronte a una legge costituzionale che in qualche modo ne limiti la portata o li violi, e ciò sulla considerazione che la rappresentanza democratica, che pure nel voto trova la sua massima possibilità di espressione, tuttavia non si esaurisce in quello specifico momento, ma si estende anche a una serie di attività in cui ogni volta si manifesta concretamente la possibilità offerta dalla Costituzione di concorrere alla determinazione del nostro individuale vissuto, oltre che di quello della società cui apparteniamo e anche dell’Umanità cui siamo accomunati.</p>
<p>In fondo, lo sosteneva anche J. J. Rousseau, tanto evocato ai giorni nostri, quando affermava che s’inganna il popolo che ritiene d’esser libero per il solo fatto che può votare.</p>
<p>In questa direzione vanno proprio le pronunzie della Corte che s’iscrivono in un lungo percorso: iniziato, quasi timidamente, con le sentenze n. 30 e 31 del 1971, allorché è stato affermato in via di principio che la tutela dei valori costituzionali supremi non si arresta di fronte all’implicita copertura costituzionale delle leggi di attuazione dei Patti Lateranensi richiamati dall’art. 7 Cost.; è proseguito poi attraverso le successive sentenze su taluni Statuti delle autonomie regionali speciali e sullo stesso trattato istitutivo della CEE; e si è infine concluso con la sentenza 1146 del 15 dicembre 1988, in cui la Corte ha lapidariamente affermato che “La Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali. Tali sono tanto i principi che la stessa Costituzione esplicitamente prevede come limiti assoluti al potere di revisione costituzionale, quale la forma repubblicana (art, 139 Cost.), quanto i principi che, pur non essendo espressamente menzionati fra quelli non assoggettabili al procedimento di revisione costituzionale, appartengono all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana”.</p>
<p>Certo, resta aperto il problema di come individuare in concreto, tra i tanti diritti esplicitamente affermati dalla Costituzione, quali possano essere implicitamente considerati come rispondenti ai valori supremi che li rendano irrevisionabili, e penso che la risposta più coerente con l’intera metodica liberaldemocratica della Costituzione sia quella di considerare come tali quelli che mirino a garantire i diritti universali degli esseri umani e la sovranità popolare, ma anche il pluralismo politico, la rappresentanza parlamentare, il suffragio universale, la separazione e il reciproco controllo tra i poteri, oltre che, ovviamente, i diritti esplicitamente affermati come inviolabili dalla stessa Costituzione.</p>
<p>A questo punto, a chi ha chiesto se la riduzione del numero dei parlamentari non si sia anche tradotta in un qualche vulnus a taluni dei principi supremi della democrazia rappresentativa, in termini che siano costituzionalmente giustiziabili, la mia risposta d’incorreggibile liberale mi porterebbe a dire che avverto questa riforma come se mi fosse stata sottratta una piccola porzione della mia quota di sovranità popolare, con una qualche violazione anche dei valori supremi della nostra Costituzione.</p>
<p>E tuttavia – salvo forse il caso della mancata tutela di alcune minoranze linguistiche particolarmente penalizzate (com’è il caso del Friuli V. G.), rispetto ad altre eccessivamente tutelate (com’è il caso del Trentino A. A.) – devo riconoscere che, di per sé, questa riduzione – avendo riguardato solo un terzo dei parlamentari, in termini che giudico sbagliati e scoordinati rispetto all’Ordinamento, ma che sono tuttavia opinabili – non sembra confliggere coi principi supremi dell’ordinamento costituzionale.</p>
<p>Certo, se domani qualche riformatore di turno pensare di attentare al supremo valore del libero mandato parlamentare, solennemente affermato nell’art. 67 della nostra Costituzione, come si è provato a fare nella scorsa Legislatura, esplicitamente (col ddl Cost. n. 2759-AS) o implicitamente (col ddl Cost. n. 196-AS), la mia conclusione sarebbe ben diversa, e penso che in tal caso la Corte Costituzionale potrebbe essere chiamata a dire la sua, come ha già fatto in passato con la sentenza 14 del 1964, nella quale ha affermato che “nessuna norma potrebbe legittimamente disporre che derivino conseguenze a carico del parlamentare per il fatto che egli abbia votato contro le direttive del partito”.</p>
<p>Chi oggi propone di introdurre il vincolo di mandato non si rende conto che esso rispondeva a una concezione meramente individuale-privatistica-corporativa della rappresentanza, tipica dell&#8217;ancien régime, ma addirittura risalente a epoche ancora più lontane, e fu travolto dalla Rivoluzione Francese a partire dalle Costituzioni del 1791 e del 1793, per essere poi introdotto nuovamente nel breve e sanguinoso periodo della Comune di Parigi (1871).</p>
<p>Non per niente, il vincolo fu ovviamente affermato anche nelle Costituzioni dell&#8217;URSS (art. 107 della Cost. 1936 e art. 142 Cost. 1947), per le quali il deputato aveva “l’obbligo di rendere conto del suo lavoro e del lavoro del Soviet agli elettori ed anche ai collettivi ed alle organizzazioni sociali che lo hanno presentato come candidato a deputato”, introducendo a tal fine un meccanismo di revoca affidato al voto palese delle strutture di base del PCUS (sindacati, Komsomol, organizzazioni sociali, collettivi di lavoro, etc.); e qualcosa del genere fu prevista anche negli altri Stati del socialismo reale: artt. 1, 5 e 87 Cost. Polonia 1952; artt. 56 e 57 Cost. D.D.R. 1974.</p>
<p>Sarebbe un brutto salto all’indietro, nel peggio di un passato assolutamente incompatibile con i valori supremi della nostra Costituzione, che il riformatore costituzionale di oggi dovrebbe accuratamente evitare di violare.</p>
<p>Così, tanto per risparmiarci un altro referendum, che, la prossima volta, potrebbe avere un esito ben diverso.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Basta un Sì per scippare il Sud</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/basta-un-si-per-scippare-il-sud/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2020 09:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dicono di Noi]]></category>
		<category><![CDATA[left]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Natale Cuccurese Left</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Natale Cuccurese</strong></p>
<p><a href="https://left.it/"><strong>Left</strong></a></p>
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		<title>Le ragioni del NO con Giuseppe Benedetto e Marco Plutino</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-ragioni-del-no-con-giuseppe-benedetto-e-marco-plutino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2020 16:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attività 2020]]></category>
		<category><![CDATA[Rassegna video]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe benedetto]]></category>
		<category><![CDATA[iovotono]]></category>
		<category><![CDATA[le ragioni del no]]></category>
		<category><![CDATA[marco plutino]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per spiegare le ragioni del NO, il Presidente della Fondazione Luigi Einaudi Giuseppe Benedetto e Marco Plutino saranno ospiti a Stroncature.  L&#8217;appuntamento è per mercoledì 2 settembre alle ore 18:00. </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Per spiegare le ragioni del NO, il Presidente della Fondazione Luigi Einaudi Giuseppe Benedetto e Marco Plutino saranno ospiti a <a href="https://stroncature.substack.com/"><em>Stroncature</em></a>. </span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">L&#8217;appuntamento è per <strong>mercoledì 2 settembre alle ore 18:00</strong>. </span></p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/uuNk4GFbGPA" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Marco Bentivogli: Le responsabilità delle élite</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/marco-bentivogli-le-responsabilita-delle-elite/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2020 06:11:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#BuonaPagina]]></category>
		<category><![CDATA[La repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[marco bentivogli]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<category><![CDATA[taglio parlamentari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È vero che la battaglia per il No al taglio dei parlamentari sembra di retroguardia e che il fronte del No sembra incarnare la rivolta delle élite. Che da anni tutto ciò che è politica o rappresentanza è stato sporcato dall&#8217;antipolitica. Le persone non capiranno le motivazioni del No al taglio dei parlamentari e vincerà [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">È vero che la battaglia per il No al taglio dei parlamentari sembra di retroguardia e che il fronte del No sembra incarnare la rivolta delle élite. Che da anni tutto ciò che è politica o rappresentanza è stato sporcato dall&#8217;antipolitica. Le persone non capiranno le motivazioni del No al taglio dei parlamentari e vincerà ampiamente il Sì.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Non tutti capiranno che quelli dell&#8217;anticasta si sono, oggi, eretti loro stessi a casta: stanno ben saldi nei posti di potere e gestiscono nomine e prebende alle corporazioni come nessuna coalizione consociativa è mai arrivata a fare dal Dopoguerra.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">E gli altri? Quelli che avevano promesso di &#8220;civilizzare i barbari&#8221;? Un giorno, la battaglia sulla prescrizione non è un motivo per puntare i piedi, forse neanche i decreti sicurezza, poi la gestione dell&#8217;Anpal dal Mississippi, poi l&#8217;indebolimento dell&#8217;Alternanza scuola lavoro, ma forse neanche le assunzioni senza concorso e la totale incertezza sulla riapertura delle scuole, ma in fondo anche le nomine di amici e compagni di classe nei cda. E perché no, con tutti questi secchioni che studiano e lavorano su scienza e cultura, cosa ha di meno uno che ha avuto la fortuna di avere il compagno di banco giusto?</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Insomma ha ragione il ministro degli Esteri, se da uno yacht in Sardegna attacca le élite e la gente lo prende sul serio. Come fa bene il presidente del Consiglio (che sta a Palazzo Chigi da due anni) a lamentare i ritardi della ricostruzione presso i terremotati, come un qualsiasi cittadino, se chi è stato colpito dal sisma lo accetta. Il tema è proprio questo. Cosa avranno fatto o soprattutto non avranno fatto le élite per essere meno credibili?</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">E allora la battaglia referendaria per il No non avrà nulla di eroico e di definitivo, ma è utile.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">È utile perché i primi conti con se stesso deve farli il gruppo dirigente illuminato e diffuso del Paese. Troppo pigro e furbo dentro una bolla in cui confonde il popolo con la chat di riferimento o i commensali delle proprie cene.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">I cittadini italiani non hanno imparato da soli che essere onesti è inutile, che studiare è una perdita di tempo, che pagare le tasse è da stupidi, che lavorare onestamente è una fatica non necessaria, che merito e impegno sono da valorizzare ma dalle prossime generazioni, familiari esclusi.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Tutto questo non va bene. Se una parte dei concittadini si è convinta di queste idee, è perché qualcuno l&#8217;ha persuasa e nessuno si è sforzato di mostrarne le incoerenze e le assurdità.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Per questo è necessario un progetto rigeneratore del gruppo dirigente diffuso del Paese. Non c&#8217;è scorciatoia: non ce la si può cavare con passi furbetti, come un sostegno &#8220;di maniera&#8221; al referendum per lisciare il pelo alla retorica dell&#8217;anticasta. Sono arrivati a dire &#8220;basta questa ostilità al sentimento popolare, perché lasciare il monopolio del taglio ai populisti?&#8221;. Come dire, perché lasciare il monopolio del razzismo all&#8217;estrema destra. Siamo dove siamo proprio perché le nostre élite troppo spesso hanno mancato di coraggio, oltre che di lucidità.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Stiamo rischiando grosso. Troppa ipocrisia e furbizia ma soprattutto irresponsabilità. In passato le élite capivano di avere avuto un privilegio che portava a servire il popolo e non ad accontentarne gli istinti peggiori ma a restituire spirito di servizio, oggi si autocelebrano nei <em>think-tank.</em></span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">La democrazia è più a rischio con un gruppo dirigente diffuso mediocre che per il Sì al referendum. Mettiamo insieme chi ha il coraggio di battersi per un progetto che modernizzi il Paese che non continui a rinviare le sfide. Che si occupi seriamente di povertà e marginalità sociali ed educative che sono crescenti, altro che abolite. Astenersi praticoni e furbi, per loro una &#8220;quota 100&#8221; per farli ritirare dalla gestione sarebbe &#8220;debito buono&#8221;.</span></p>
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<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;"><strong>Marco Bentivogli</strong></span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;"><strong>La Repubblica, 28/08/2020</strong></span></p>
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