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	<title>referendum 2020 articolo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>referendum 2020 articolo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Il Referendum di ieri e quello di domani (sul vincolo di mandato)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Enzo Palumbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2020 15:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 articolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ora che le luci della ribalta si sono spente sull’esito del referendum, che è risultato meno plebiscitario dell’iniziale previsione, e mentre attendiamo che seguano le complementari riforme proclamate come indispensabili, possiamo anche fare, sine ira ac studio, qualche ulteriore riflessione su quanto il nuovo assetto numerico delle Camere si riveli in linea coi principi fondamentali [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ora che le luci della ribalta si sono spente sull’esito del referendum, che è risultato meno plebiscitario dell’iniziale previsione, e mentre attendiamo che seguano le complementari riforme proclamate come indispensabili, possiamo anche fare, sine ira ac studio, qualche ulteriore riflessione su quanto il nuovo assetto numerico delle Camere si riveli in linea coi principi fondamentali che informano la nostra Costituzione in tema di rappresentanza democratica del popolo, cui appartiene il diritto di esercitare la sovranità nazionale nelle forme e nei limiti della Costituzione.</p>
<p>Se si fa eccezione per qualche estemporanea uscita del comico di turno, di livello più o meno elevato, credo che sia patrimonio comune di tutti gli operatori della politica, oltre che dell’intera Accademia, che la nostra Repubblica si basa sulla democrazia rappresentativa, e che essa cesserebbe anche di essere “tout court” una vera democrazia ove fosse messa in dubbio la rappresentatività effettiva, non solo formale, del suo Parlamento, cioè dell’istituzione nella quale la rappresentanza cessa di essere un concetto astratto e s’invera nelle persone fisiche di volta in volta delegate a esercitare la sovranità popolare, dettando le regole della convivenza sociale, investendo fiduciariamente chi ha il compito di governare e poi controllandone l’attività.</p>
<p>E dunque, ogni volta che andiamo a votare, affidiamo a qualcuno al di fuori di noi la nostra piccola particella di sovranità, come usava dire Temistocle Martines, il Maestro di tutti i costituzionalisti di ieri e di oggi, e, se mi è consentito, un po’ anche il mio, che proprio con lui mi sono laureato, ormai tanto tempo fa.</p>
<p>Ed è proprio per questo che c’è oggi chi si sta chiedendo se questo taglio lineare del numero dei parlamentari, non finisca per incidere anche su questa nostra piccola particella di sovranità e su quella del territorio in cui c’è toccato di vivere, limitando o condizionando la nostra libera scelta di affidarla a qualcuno che rappresenti la Nazione e, indirettamente, anche noi stessi..</p>
<p>E quindi, in definitiva, se non risulti violato qualcuno dei principi fondamentali che informano la nostra Costituzione, rendendo di fatto più difficile l’effettivo esercizio della sovranità popolare, anche al di là della volontà di chi ha preso l’iniziativa della riforma, di chi l’ha quasi unanimemente approvata in Parlamento, e degli elettori che l’hanno infine confermata con una maggioranza significativa ma tutt’altro che plebiscitaria, oltretutto così dimostrando l’esistenza di un qualche scollamento tra il Paese legale e quello reale, che più non si rispecchia nel primo.</p>
<p>Insomma, c’è da chiedersi se questo taglio di poltrone, com’è stato chiamato anche sceneggiandolo in termini alquanto volgari, possa avere interrotto quel filo che lega la nostra piccola quota di sovranità all’effettiva possibilità di esercitarla, attraverso la delega che di volta in volta affidiamo al Parlamento perché, insieme alle altre Istituzioni del Paese, possa contribuire a tutelare i nostri inviolabili diritti costituzionali.</p>
<p>Tanto per esemplificare, pensiamo che spetti al Parlamento di garantire e giammai violare o consentire che siano violati: i nostri diritti individuali e sociali (art. 2 Cost.), la nostra dignità sociale ed eguaglianza legale (art. 3), il nostro effettivo diritto al lavoro o a una qualche attività (art. 4, 35 e segg.), la nostra autonomia territoriale (art. 5), la nostra minoranza linguistica (art. 6), la nostra cultura e il nostro ambiente paesistico, storico e artistico (art. 9), la nostra libertà personale (art. 13), il nostro domicilio (art. 14), la nostra corrispondenza (art. 15), la facoltà di circolare liberamente all’interno e verso l’estero (art. 16), di riunirci pacificamente (art. 17) e di associarci liberamente (art. 18) anche in sindacati (art. 39) e in partiti (art. 49), di scioperare (art. 40) e d’intraprendere (art. 41) e di possedere i frutti della nostra attività (art. 42), di esercitare il nostro culto religioso, quando l’avessimo (art.19 e 20), di manifestare il nostro pensiero in ogni modo (art. 21), di esercitare i nostri diritti di cittadinanza (art. 22), di proteggere i nostri diritti personali e patrimoniali (art. 23 e 24), di avere un giudice naturale precostituito (art, 25) e di non essere considerati colpevoli sino a sentenza definitiva (art. 27), di risparmiare (art. 47); di accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza (art. 50), e, last but not least, di esercitare liberamente l’eventuale mandato parlamentare (art. 67).</p>
<p>Un elenco imponente di diritti (e certo ne dimentico qualcuno), taluni considerati valori supremi, tali altri comunque fondamentali, che rende più che lecita la curiosità di chi si è chiesto se la riduzione del numero dei parlamentari ci abbia reso meno liberi di prima, e se per caso, dovendo condividere con tante più persone la nostra delega rappresentativa, non si sia in qualche modo diluita, e si sia quindi ridotta, anche la nostra piccola quota di sovranità nazionale.</p>
<p>E poi, se la domanda venisse posta alla Corte Costituzionale, nei modi e termini consentiti dall’Ordinamento, quale potrebbe esserne la risposta?</p>
<p>In verità, la Corte, al di là dell’espressa disposizione che rende immodificabile la forma repubblicana (art. 139 Cost.), si è più volte posta il problema dell’implicita immodificabilità dei principi supremi o dei valori fondanti, e ha più volte ritenuto che la loro tutela non si arresta neppure di fronte a una legge costituzionale che in qualche modo ne limiti la portata o li violi, e ciò sulla considerazione che la rappresentanza democratica, che pure nel voto trova la sua massima possibilità di espressione, tuttavia non si esaurisce in quello specifico momento, ma si estende anche a una serie di attività in cui ogni volta si manifesta concretamente la possibilità offerta dalla Costituzione di concorrere alla determinazione del nostro individuale vissuto, oltre che di quello della società cui apparteniamo e anche dell’Umanità cui siamo accomunati.</p>
<p>In fondo, lo sosteneva anche J. J. Rousseau, tanto evocato ai giorni nostri, quando affermava che s’inganna il popolo che ritiene d’esser libero per il solo fatto che può votare.</p>
<p>In questa direzione vanno proprio le pronunzie della Corte che s’iscrivono in un lungo percorso: iniziato, quasi timidamente, con le sentenze n. 30 e 31 del 1971, allorché è stato affermato in via di principio che la tutela dei valori costituzionali supremi non si arresta di fronte all’implicita copertura costituzionale delle leggi di attuazione dei Patti Lateranensi richiamati dall’art. 7 Cost.; è proseguito poi attraverso le successive sentenze su taluni Statuti delle autonomie regionali speciali e sullo stesso trattato istitutivo della CEE; e si è infine concluso con la sentenza 1146 del 15 dicembre 1988, in cui la Corte ha lapidariamente affermato che “La Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali. Tali sono tanto i principi che la stessa Costituzione esplicitamente prevede come limiti assoluti al potere di revisione costituzionale, quale la forma repubblicana (art, 139 Cost.), quanto i principi che, pur non essendo espressamente menzionati fra quelli non assoggettabili al procedimento di revisione costituzionale, appartengono all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana”.</p>
<p>Certo, resta aperto il problema di come individuare in concreto, tra i tanti diritti esplicitamente affermati dalla Costituzione, quali possano essere implicitamente considerati come rispondenti ai valori supremi che li rendano irrevisionabili, e penso che la risposta più coerente con l’intera metodica liberaldemocratica della Costituzione sia quella di considerare come tali quelli che mirino a garantire i diritti universali degli esseri umani e la sovranità popolare, ma anche il pluralismo politico, la rappresentanza parlamentare, il suffragio universale, la separazione e il reciproco controllo tra i poteri, oltre che, ovviamente, i diritti esplicitamente affermati come inviolabili dalla stessa Costituzione.</p>
<p>A questo punto, a chi ha chiesto se la riduzione del numero dei parlamentari non si sia anche tradotta in un qualche vulnus a taluni dei principi supremi della democrazia rappresentativa, in termini che siano costituzionalmente giustiziabili, la mia risposta d’incorreggibile liberale mi porterebbe a dire che avverto questa riforma come se mi fosse stata sottratta una piccola porzione della mia quota di sovranità popolare, con una qualche violazione anche dei valori supremi della nostra Costituzione.</p>
<p>E tuttavia – salvo forse il caso della mancata tutela di alcune minoranze linguistiche particolarmente penalizzate (com’è il caso del Friuli V. G.), rispetto ad altre eccessivamente tutelate (com’è il caso del Trentino A. A.) – devo riconoscere che, di per sé, questa riduzione – avendo riguardato solo un terzo dei parlamentari, in termini che giudico sbagliati e scoordinati rispetto all’Ordinamento, ma che sono tuttavia opinabili – non sembra confliggere coi principi supremi dell’ordinamento costituzionale.</p>
<p>Certo, se domani qualche riformatore di turno pensare di attentare al supremo valore del libero mandato parlamentare, solennemente affermato nell’art. 67 della nostra Costituzione, come si è provato a fare nella scorsa Legislatura, esplicitamente (col ddl Cost. n. 2759-AS) o implicitamente (col ddl Cost. n. 196-AS), la mia conclusione sarebbe ben diversa, e penso che in tal caso la Corte Costituzionale potrebbe essere chiamata a dire la sua, come ha già fatto in passato con la sentenza 14 del 1964, nella quale ha affermato che “nessuna norma potrebbe legittimamente disporre che derivino conseguenze a carico del parlamentare per il fatto che egli abbia votato contro le direttive del partito”.</p>
<p>Chi oggi propone di introdurre il vincolo di mandato non si rende conto che esso rispondeva a una concezione meramente individuale-privatistica-corporativa della rappresentanza, tipica dell&#8217;ancien régime, ma addirittura risalente a epoche ancora più lontane, e fu travolto dalla Rivoluzione Francese a partire dalle Costituzioni del 1791 e del 1793, per essere poi introdotto nuovamente nel breve e sanguinoso periodo della Comune di Parigi (1871).</p>
<p>Non per niente, il vincolo fu ovviamente affermato anche nelle Costituzioni dell&#8217;URSS (art. 107 della Cost. 1936 e art. 142 Cost. 1947), per le quali il deputato aveva “l’obbligo di rendere conto del suo lavoro e del lavoro del Soviet agli elettori ed anche ai collettivi ed alle organizzazioni sociali che lo hanno presentato come candidato a deputato”, introducendo a tal fine un meccanismo di revoca affidato al voto palese delle strutture di base del PCUS (sindacati, Komsomol, organizzazioni sociali, collettivi di lavoro, etc.); e qualcosa del genere fu prevista anche negli altri Stati del socialismo reale: artt. 1, 5 e 87 Cost. Polonia 1952; artt. 56 e 57 Cost. D.D.R. 1974.</p>
<p>Sarebbe un brutto salto all’indietro, nel peggio di un passato assolutamente incompatibile con i valori supremi della nostra Costituzione, che il riformatore costituzionale di oggi dovrebbe accuratamente evitare di violare.</p>
<p>Così, tanto per risparmiarci un altro referendum, che, la prossima volta, potrebbe avere un esito ben diverso.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Referendum Costituzionale: mi sono battuto per il &#8220;NO&#8221; e ho vinto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/referendum-costituzionale-mi-sono-battuto-per-il-no-e-ho-vinto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ezechia Paolo Reale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Sep 2020 13:40:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 articolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è vero che ha perso la democrazia. L’esito elettorale, se regolare, è sempre una vittoria della democrazia. Perché la democrazia è maggioranza e opposizione, ricchezza di confronto e diversità di idee per giungere a far prevalere nell’oggi l’una sulle altre senza per questo che l’idea sconfitta dai numeri debba scomparire e non possa, domani [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/referendum-costituzionale-mi-sono-battuto-per-il-no-e-ho-vinto/">Referendum Costituzionale: mi sono battuto per il &#8220;NO&#8221; e ho vinto</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è vero che ha perso la democrazia.</p>
<p>L’esito elettorale, se regolare, è sempre una vittoria della democrazia.</p>
<p>Perché la democrazia è maggioranza e opposizione, ricchezza di confronto e diversità di idee per giungere a far prevalere nell’oggi l’una sulle altre senza per questo che l’idea sconfitta dai numeri debba scomparire e non possa, domani e in condizioni diverse, diventare a sua volta prevalente.</p>
<p>A perdere, piuttosto, e nettamente sono stati tutti i partiti politici e tutti i parlamentari che hanno registrato il 100% di mancato gradimento.</p>
<p>Se è facile leggere nella motivazione del 70% degli elettori, quelli che hanno votato SI, una netta e sonora condanna e la piena delegittimazione degli attuali parlamentari ritenuti per le loro qualità personali del tutto inidonei al ruolo loro assegnato, più complessa e più interessante è la lettura della motivazione dell’altro 30% di elettori, quelli che hanno votato NO.</p>
<p>Personalmente mi sono battuto con impegno e passione per il No a una riforma costituzionale priva di un disegno organico e tecnicamente poco approfondita sul versante della rappresentatività dei vari territori con una significativa penalizzazione per i territori del sud, e in particolare della Sicilia, ma la motivazione “politica” di una scelta che sapevo essere certamente non popolare va al di là di ragioni puramente tecniche e giuridiche.</p>
<p>Della scelta degli elettori che hanno votato SI condivido ovviamente il giudizio negativo su buona parte degli attuali parlamentari, ma, da un lato, lo riservo a loro e non lo estendo all’istituzione che essi temporaneamente oggi rappresentano, e, dall’altro, a mio avviso, sarebbe stato necessario andare oltre questo primo approccio critico, certamente fondato ma forse troppo superficiale.</p>
<p>Il NO, come ho detto quando ho accettato di coordinare il Comitato dei Giuristi Siciliani per il NO, è stata per me una scelta dal significato rivoluzionario, non già la semplice condanna dell’incapacità dei singoli parlamentari o del loro agire immorale, ma la ferma disapprovazione della attuale linea dei partiti politici, inidonea a fronteggiare la complessità del momento storico, prigioniera della ricerca di un consenso a ogni costo che ha fatto perdere dignità e coerenza alle radici ideali di ognuna di queste forze che continuano ad alimentarsi dell’insoddisfazione della gente con la finalità di gestire il potere senza sostanziali differenze di idee e di valori.</p>
<p>Un “NO” contro chi oggi comanda davvero, e cioè i partiti, e quindi rivoluzionario, anziché un SI che, assecondando i desideri e le scelte di quei partiti, tutti ugualmente responsabili dell’attuale situazione negativa del nostro paese, mi è apparso subito come conservazione dell’esistente, idoneo solo a ottenere un “sacrificio umano” di 345 soggetti sull’altare della piazza, a distribuire, in puro “Maria Antonietta Style”, qualche brioches a chi non ha il pane quotidiano.</p>
<p>E non vi è dubbio che nelle urne i partiti a sostegno del “SI”, che in Parlamento rappresentano il 97,5% dell’elettorato, hanno perso il 30% dei consensi dei loro elettori che, in una scelta fondamentale come quella di modificare la Costituzione, non si sono sentiti rappresentati da nessuno.</p>
<p>Presi giustamente a schiaffi i parlamentari, quindi, da chi ha votato “SI”, anche i partiti politici hanno nettamente perso la sfida referendaria, colpiti e affondati da chi ha votato “NO”.</p>
<p>L’esistenza, certificata nelle urne elettorali, di una minoranza robusta e non rappresentata in Parlamento costituisce il primo dato molto positivo del risultato referendario, idoneo a far riflettere i partiti che vorranno farlo sul rischio di inseguire ad ogni costo onde qualunquiste e desideri della piazza, immemori del fatto, da un lato, che le richieste della piazza rumorosa sono spesso irragionevoli e non sempre corrispondono all’interesse collettivo, come ha insegnato definitivamente la scelta della folla tra Barabba e Gesù e, dall’altro, che nella piazza troverai sempre, prima o poi, qualcuno che è capace di urlare più forte di te e contro di te, come imparò a suo spese un transitorio idolo delle folle come Robespierre, mentre sono il ragionare pacato e l’agire competente che consolidano il consenso di chi non urla e non pretende, ma sa ascoltare e valutare.</p>
<p>La folla esulta per la liberazione di Barabba<br />
Questo aspetto merita certamente di essere approfondito con una breve analisi sulla distribuzione territoriale delle scelte di voto e sulla loro provenienza da elettori dei vari partiti presenti nella contemporanea competizione elettorale per la Presidenza di alcune Regioni.</p>
<p>In questo i dati sono molto chiari.</p>
<p>Le ragioni del SI hanno avuto una più netta condivisione nelle regioni del sud (79,89 % in Molise, 77,53% in Calabria, 77,41 % in Campania, tra il 75 e il 76 % i Basilicata, Puglia e Sicilia) piuttosto che in quelle del nord (tutte sotto il 70% – con l’ovvia eccezione del Trentino Alto Adige che la riforma ha gratificato di una straordinaria rappresentanza territoriale – con punte del 62,44 % in Veneto, del 63,78 in Liguria e del 65,96 in Toscana) e del centro (sotto il 70% in Lazio, Umbria, Marche e Sardegna).</p>
<p>Le prime analisi puntuali del voto, come riportate dalla stampa, hanno poi evidenziato una sensibile differenza nella scelta del voto degli elettori delle grandi città rispetto agli elettori dei Comuni più piccoli e, soprattutto, una straordinaria differenza tra la scelta degli elettori residenti nelle periferie rispetto a quelli residenti nelle zone centrali delle città più numerose.</p>
<p>Più si sale verso il nord, più si va nei grandi centri e più ci si allontana dalla periferia e maggiore è la percentuale di elettori che ha votato NO sino a raggiungere una misura anche superiore al 50% ( è il caso delle aree centrali di Roma, Milano e Torino dove il NO ha superato il 55%).</p>
<p>Nelle aree dove l’economia e la cultura danno più respiro agli elettori sembra quindi evidente che sia stato possibile elaborare una risposta al quesito referendario che andasse oltre la protesta contro i “privilegi” dei parlamentari e non si accontentasse di un taglio lineare punitivo per i singoli ma premiante per le politiche dei loro partiti di riferimento.</p>
<p>Nelle aree dove prevale la sofferenza, la disperazione e dove la diffusione della cultura rimane un optional che spesso non ci si può permettere, la scelta degli elettori è stata quella, attraverso il SI, di inviare il messaggio più diretto e immediato possibile a coloro che sono ritenuti responsabili del loro difficilissimo stato esistenziale per manifestare la propria profonda insoddisfazione .</p>
<p>Vi è, quindi, una legittima reazione al disagio, che per comodità e semplicità chiameremo populista, immaginando un’accezione neutra del termine, indirizzata contro i singoli parlamentari quantificabile in un 70% dell’elettorato, principalmente nel sud, nelle periferie e nei piccoli centri, che costituisce, e probabilmente continuerà a costituire, il bacino di pesca dei partiti politici che hanno scelto di cavalcare la protesta prima votando la riforma e poi schierandosi per il SI nella consultazione referendaria. Certamente il M5S, la Lega e Fratelli d’Italia, ma anche il Partito Democratico e Forza Italia che, nonostante tradizioni culturali diverse, hanno virato verso il maggior bacino di voti nel timore di perdere forza elettorale e/o incarichi di governo.</p>
<p>Per converso vi è un’Italia profondamente insoddisfatta non solo dei parlamentari ma soprattutto delle scelte di fondo operate dai partiti politici, oramai chiaramente indirizzate alla mera ricerca del consenso e incapaci di programmare un futuro basato su valori e ideali, della quale il 30% di elettori ha voluto offrire testimonianza attraverso il NO a una riforma che, in base allo schieramento dei partiti, avrebbe dovuto ricevere un consenso unanime.</p>
<p>E sono in gran parte gli italiani del nord e del centro, delle grandi città, delle zone centrali; gli italiani che muovono l’economia e la cultura e che assicurano i diritti di tutti con l’esercizio delle loro professioni, come è reso evidente dall’analisi del voto per fasce di reddito e titoli di studio che evidenzia come il NO è stato votato dal 45,8% degli elettori laureati e dal 41,4% degli elettori appartenenti ai ceti medio-alti mentre il SI ha visto una netta prevalenza nei ceti medi (73,8%) e tra gli operai (79%).</p>
<p>Il 30% di italiani che hanno votato NO, forse anche perché possono permettersi, favoriti dalla sorte o premiati dall’impegno, di guardare a un futuro più lontano senza annaspare nelle esigenze indifferibili del presente, ha chiarito di non essere interessato alle scelte populiste dei partiti politici, di non sentirsi da loro rappresentato, di cercare un livello di analisi delle riforme più complesso e più adeguato alla necessità di trovare una stabile soluzione alle enormi problematiche poste da un mondo in velocissimo cambiamento dal quale l’Italia si sta facendo trascinare senza orientamento e senza bussola, dimenandosi tra improbabili governi di “amici/nemici” e riforme sensazionalistiche negli annunci, esteticamente molto presentabili in termini pubblicitari ma, in concreto, del tutto irrilevanti, quando non dannose.</p>
<p>Ed è estremamente confortante che il NO sia stato preferito dal 49,6 % degli elettori giovani, indipendentemente dalla classe sociale di provenienza, segnale importante che chi non subisce ancora in modo troppo stringente la pressione della quotidianità e ha una prospettiva di benessere che guarda al lungo periodo non è attratto dagli slogan pubblicitari e non è disposto ad abbandonare la prospettiva valoriale per seguire la moda del momento.</p>
<p>Senza dire che il dato percentuale andrebbe anche rivalutato in relazione alle particolari circostanze (tra tutte le misure di contenimento dell’epidemia e la coincidenza di data delle elezioni amministrative solo in alcune parti del territorio) che hanno caratterizzato una consultazione che si annunciava plebiscitaria dopo il voto unanime del Parlamento e che il fronte del NO ha affrontato senza i mezzi economici e gli accessi ai media che sono garantiti ai partiti politici, schierati tutti sul fronte opposto.</p>
<p>La riprova che quel 30% di NO corrisponde, anche, a un preciso avvertimento ai partiti politici lo si ritrova nell’analisi dei risultati elettorali nelle regioni chiamate al voto.</p>
<p>L’emorragia di voti subita dai partiti politici schierati in favore del SI è troppo evidente per non essere significativa:</p>
<p>Il M5S, alfiere della riforma costituzionale, ha perso due terzi dei propri elettori attestandosi rovinosamente sotto la soglia del 10% dei consensi e scomparendo, addirittura, nel Veneto.</p>
<p>La Lega ha subito un’evidentissima battuta d’arresto rispetto alla marcia trionfale che sembrava aver intrapreso. Nonostante i risultati elettorali possano ritenersi premianti rispetto alle elezioni precedenti, certamente essi sono fortemente penalizzanti rispetto al trend esplosivo di crescita degli ultimi due anni e il risultato ottenuto ha, con ogni probabilità, interrotto, probabilmente definitivamente, il tentativo della Lega di “sbarco al sud” che costituiva in prospettiva il suo maggiore fattore di crescita.</p>
<p>Forza Italia è oramai un ricordo e la sua perdita costante di consenso sembra inarrestabile tanto che la soglia del 5% è stata raggiunta con grande difficoltà in quasi tutte le regioni mentre in Veneto un triste 3,6% ne ha certificato la perdita di ogni rappresentanza.</p>
<p>Fratelli d’Italia ha consolidato la propria importante crescita, grazie anche a un elettorato fortemente ideologizzato, ma non ha fatto il salto di qualità che molti al suo interno speravano e, in parte, davano per certo. E ciò principalmente perché non ha saputo rispondere agli sguardi interessati di un mondo che ne condivide molte posizioni, ma non si riconosce nella rigidità ideologica di altre, in particolare in tema di diritti e di garanzie latu sensu liberali.</p>
<p>Solo il PD, pur perdendo voti rispetto alle precedenti elezioni, ha avuto la capacità di interrompere il trend negativo di consensi nel quale liti, scissioni e opinabili scelte di governo lo avevano imprigionato, stabilizzando una propria posizione rilevante nel panorama politico.</p>
<p>Ma anche in questo caso la chiave di lettura del voto non muta.</p>
<p>Il PD, che è forse l’unico partito realmente strutturato e organizzato oggi in Italia, ha un elettorato tradizionale e maturo che, anche nei momenti nei quali non si riconosce nelle scelte del partito, continua a valutarlo, non senza ragione, come argine a scelte ideologiche delle quali ha effettivo e vero timore e tale caratteristica del suo elettorato – già emersa con chiarezza nelle precedenti elezioni regionali in Emilia Romagna – in assenza di offerte politiche diverse e credibili (non sono evidentemente state ritenute tali né quella di Renzi né quella di + Europa o di Azione), ha evitato al PD la temuta emorragia di voti contenendo significativamente le perdite già pronosticate.</p>
<p>Per una larga fetta del suo elettorato moderato che ha continuato a votare il partito pur battendosi per il NO al referendum, la posizione antiparlamentare estranea alle proprie tradizioni culturali assunta dal PD resta però una ferita aperta che potrebbe riprendere a sanguinare in assenza di quello stato di necessità determinato dall’esigenza di impedire il prevalere della destra populista che i vertici del partito invocano costantemente come giustificazione delle loro scelte, certamente stravaganti rispetto alla tradizione culturale dei loro elettori.</p>
<p>L’esistenza di una barriera trasversale, numericamente significativa e socialmente qualificata, a quella che appariva come inarrestabile valanga populista obbligherà, quindi, i partiti che ne hanno la possibilità ad adattare le proprie scelte politiche all’esigenza di rappresentare anche quell’elettorato che da quelle scelte si è smarcato: il bacino di voti populista è oramai troppo affollato di rappresentanti e la pesca di ulteriori consensi inizia a essere difficile, se non impossibile.</p>
<p>E questa prospettiva, che è una bella vittoria del manipolo di “resistenti” del NO, offre concrete speranze a una nuova politica fondata sulla competenza, sulla coerenza e sulle scelte valoriali non negoziabili.</p>
<p>Il secondo risultato positivo che mi sembra giusto riconoscere a chi ha votato NO è che il fronte istituzionale del SI, che conta in Parlamento il 97,5 % (a questo punto solo apparente) dei consensi, troverà certamente, dalla presenza nella società civile di una significativa massa critica nei confronti della riforma, un forte stimolo ad apportare prima possibile i correttivi che gli stessi sostenitori del SI hanno sempre detto essere necessari, a partire da una legge elettorale che restituisca maggiore equilibrio alla distribuzione territoriale della rappresentanza politica e riporti la scelta dei parlamentari dalle segreterie dei partiti all’elettore.</p>
<p>L’esistenza di una forte e qualificata opposizione alla riforma ha, infatti, obbligato i suoi sostenitori a prendere degli impegni ben precisi con il proprio elettorato, a considerare il taglio lineare dei parlamentari come un semplice primo passo di una riforma complessivamente migliore da realizzare in breve tempo con una nuova legge elettorale, con regolamenti parlamentari più efficienti e con un riequilibrio complessivo dei poteri oggi sbilanciati dalla semplice riduzione numerica di deputati e senatori.</p>
<p>Il dato negativo che leggo nelle urne è invece quello che i pericoli evidenziati dai sostenitori del NO, in tema di prospettiva insidiosa per la tenuta della democrazia rappresentativa dell’ideologia che ha spinto la riforma costituzionale, pur non essendo fortunatamente attuali, non possono certo dirsi scongiurati perché il 70% dei consensi è una percentuale molto elevata, all’interno della quale evidentemente forte, ma credo e spero non maggioritaria, è la posizione di chi aspira a un modello di governo diverso, non a caso immediatamente evocato dall’anima del M5S Beppe Grillo, che pone il totem dell’efficienza, della governabilità e della tecnocrazia al di sopra di quei valori e di quei diritti che non appaiono immediatamente monetizzabili, e che, pertanto, nel mondo del consumo veloce e globale, non sono appetibili, ma che sono le fondamenta della nostra libertà senza la quale nessun benessere economico e nessun avanzamento sociale può mai essere auspicabile.</p>
<p>Il risultato elettorale, letto in tale prospettiva, è, infatti, funzionale alla riduzione del potere parlamentare e alla tentazione di spostare le sedi decisionali effettive in territori controllati da tecnologie gestite in modo non trasparente e in mano di comitati tecnici di varia natura privi di qualsiasi legittimazione democratica.</p>
<p>Se questa riforma, voluta dagli italiani, costituirà solo un primo passo verso un miglioramento effettivo della democrazia rappresentativa e non un primo passo verso la sua soppressione una parte di merito andrà certamente a chi ha alzato e difeso la bandiera del NO, che è anche un NO a essere domani disponibili, consenzienti o anche solo silenti rispetto a tentativi di imporre schemi di potere autoritario che promettono efficienza e moralità in cambio di spazi di libertà e di democrazia.</p>
<p>La battaglia delle Termopili è ricordata per l’eroismo dei 300 spartani sconfitti che con la loro resistenza contro gli oltre 100.000 persiani, compreso il contingente di soldati scelti conosciuti sino ad allora come “Immortali”, consentirono ai greci la successiva vittoria finale a Salamina.</p>
<p>Fu una battaglia persa in partenza ma combatterla senza risparmiarsi consentì di vincere la guerra.</p>
<p>Rimane scolpita nella Storia la risposta di Leonida a Serse che gli ingiungeva di consegnare le armi: “Vieni a prenderle !”.</p>
<p>E forse non è un caso che in quella seconda guerra persiana i greci stessero lottando per difendere le loro libertà dalle mire espansioniste di un sovrano assoluto, Serse, il “Grande Re”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/referendum-costituzionale-mi-sono-battuto-per-il-no-e-ho-vinto/">Referendum Costituzionale: mi sono battuto per il &#8220;NO&#8221; e ho vinto</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>La vera storia del referendum raccontata dal nostro Presidente Giuseppe Benedetto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-vera-storia-del-referendum-raccontata-dal-nostro-presidente-giuseppe-benedetto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2020 10:08:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe benedetto]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 articolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cara onorevole Deborah Bergamini, condirettrice di questo giornale, voglio darti una notizia. Nessuno ci ride più dietro. Quanti sorrisi ironici e compassionevoli ho dovuto vedere quando, nell&#8216;ottobre 2019, abbiamo deciso di lanciare la campagna referendaria per fermare lo scempio di una legge costituzionale che ha un solo obiettivo: umiliare il Parlamento e con esso la [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">Cara <span class="s2">onor</span><span class="s3">e</span><span class="s2">vo</span><span class="s4">l</span><span class="s3">e </span>Deborah B<span class="s3">e</span>rgam<span class="s4">i</span>ni, <span class="s5">cond</span><span class="s4">i</span>r<span class="s3">e</span>ttr<span class="s4">i</span><span class="s5">ce </span>d<span class="s4">i </span>q<span class="s4">u</span><span class="s3">e</span>sto g<span class="s4">i</span>o<span class="s4">rn</span>a<span class="s4">l</span><span class="s5">e</span><span class="s4">, </span>vog<span class="s4">li</span>o d<span class="s2">art</span>i un<span class="s2">a </span>n<span class="s2">ot</span>i<span class="s2">z</span>i<span class="s2">a</span>. N<span class="s5">ess</span>uno <span class="s2">c</span>i rid<span class="s2">e </span>più di<span class="s2">e</span>tro. Qu<span class="s2">a</span>n<span class="s2">t</span>i sorrisi ironici e compassionevoli ho dovuto vedere quando, nell<span class="s2">&#8216;</span>ottobre 2019, abbiamo deciso di lanciare la campagna referendaria per fermare lo scempio di una legge costituzionale che ha un solo obiettivo: umiliare il Parlamento e con esso la democrazia liberale. Mi dicevano in tanti, praticamente tutti: comprendiamo il tuo ragionamento, ma come puoi pensare che in epoca di populismo dilagante l&#8217;el<span class="s2">e</span>ttorato possa bocciare una siffatta legge. Taglia i parlamentari, l&#8217;odiata casta, dunque &#8230; Dunque un corno. La <strong>Fondazione Luigi Einaudi</strong> non ha bisogno di consenso, e non è pertanto alla ricerca di voti. Le sue iniziative sono di taglio culturale, anche delle provocazioni culturali, quando queste sono necessarie. Avevano votato NO in 14 su 630, alla Camera dei Deputati, contro questo abominio. Tutti i gruppi parlamentari, nessuno escluso da destra a sinistra, si erano espressi a favore della legge. Noi avevamo bisogno di 126 deputati o di 64 senatori per &#8220;convocare<span class="s2">&#8221; </span>i comizi elettorali. Effettivamente eravamo un po&#8217; folli. Nitido nella mia memoria è il ricordo di quel giorno, 8 Ottobre 2019. Eravamo tu<span class="s2">, </span>io e alcuni amici della Fondazione in quell<span class="s2">&#8216;</span>orribile corridoi<span class="s2">o </span><span class="s4">d</span>e<span class="s4">ll</span>a Ca<span class="s4">m</span>e<span class="s4">r</span>a <span class="s4">p</span>o<span class="s4">m</span>p<span class="s4">o</span>sa<span class="s4">m</span>e<span class="s4">n</span>te c<span class="s4">hi</span>amato Co<span class="s4">r</span><span class="s5">ea. </span>Stavamo organ<span class="s4">i</span><span class="s5">zza</span><span class="s4">n</span>do <span class="s4">l</span><span class="s3">e </span><span class="s4">ulti</span>m<span class="s3">e </span>batt<span class="s4">u</span>t<span class="s3">e </span>p<span class="s3">e</span>r sc<span class="s3">e</span>nd<span class="s3">e</span>r<span class="s3">e </span>n<span class="s3">e</span><span class="s4">ll</span><span class="s5">a </span>sa<span class="s4">l</span><span class="s3">e</span>tta <span class="s2">d</span><span class="s3">e</span><span class="s4">ll</span><span class="s3">e </span>conferenze <span class="s2">stampa dov</span><span class="s3">e </span>avremmo <span class="s2">pr</span><span class="s3">ese</span><span class="s4">n</span>tato <span class="s2">una </span><span class="s4">i</span><span class="s2">n</span><span class="s4">i</span><span class="s3">z</span><span class="s4">i</span>ativa <span class="s5">c</span>h<span class="s3">e </span><span class="s2">da </span>lì <span class="s5">a </span><span class="s2">poc</span>hi <span class="s5">g</span>i<span class="s5">orn</span>i<span class="s3">, </span>il <span class="s2">12 </span><span class="s5">Otto</span><span class="s2">br</span><span class="s3">e, </span>s<span class="s4">i </span>sarebbe <span class="s2">t</span><span class="s3">e</span><span class="s2">nuta </span>a <span class="s2">M</span><span class="s4">il</span>a<span class="s4">n</span>o. <span class="s2">Tu </span>sei stata ch<span class="s4">i</span><span class="s2">amata d</span><span class="s3">a</span><span class="s4">ll</span><span class="s2">a </span>capogrup<span class="s4">po </span>del tuo partito per andare a votare, dopo pochi minuti, la legge de qua. A quel punto ho osservato che per quanto mi riguardava non avrei potuto esimermi da <span class="s6">lì </span>a poco da scagliarmi contro quel voto, creandoti inevitabile imbarazzo. Dopo un momento, per la verità breve di impasse, tu hai detto: «Ok. Vado e voto per disciplina di partito, ma penso che questa legge, così come è scritta, sia sbagliata: non renderà il Parlamento più efficiente e non farà eleggere parlamentari più capaci e preparati. E gli italiani devono saperlo. Quindi subito dopo il voto vengo con te in conferenza stampa e quando tu dirai che la <span class="s5">Fo</span><span class="s4">n</span>daz<span class="s4">i</span>o<span class="s4">n</span><span class="s5">e </span>L<span class="s4">ui</span>g<span class="s4">i </span><span class="s5">E</span><span class="s4">in</span>a<span class="s4">u</span>d<span class="s4">i </span>prom<span class="s4">u</span>ov<span class="s3">e</span>rà <span class="s4">il </span>R<span class="s3">e</span>f<span class="s3">e</span>r<span class="s3">e</span>nd<span class="s4">u</span>m, <span class="s3">e </span><span class="s5">c</span><span class="s4">h</span><span class="s3">e </span>da q<span class="s4">u</span><span class="s3">e</span><span class="s4">l </span>mom<span class="s3">e</span>nto <span class="s3">è </span><span class="s4">i</span>mp<span class="s3">e</span>gnata <span class="s5">a </span>raccog<span class="s4">li</span><span class="s3">e</span><span class="s4">re </span>le firme dei parlamentari per far esprimere i cittadini sulla legge, io dirò che la mia sarà le prima firma». E così è stato.</p>
<p class="p1">Oggi <span class="s7">il </span>dibattito politico in Italia verte su quel tema che pochi visionari nello scorso mese di ottobre hanno posto al centro della loro azione, facendo ridere gli addetti ai lavori, <span class="s1">e </span>non solo. Quando ogni mattina, aprendo le prime pagine di tutti i giornali, leggo editoriali di importanti direttori, disquisizioni <span class="s2">di </span>illustri costituzionalisti, endorsement di alcuni politici illuminati, tutti a favore del No, allora a sorridere sono io, <span class="s1">e </span>potrei <span class="s1">e </span>vorrei dire &#8220;noi abbiamo concluso la nostra battaglia&#8221;, ora tocca ad altri. <span class="s2">Ma non </span><span class="s3">lo </span>faccio, <span class="s2">non </span><span class="s3">lo </span>facciamo, Deborah, <span class="s4">e </span>sai <span class="s2">p</span><span class="s5">e</span><span class="s2">rch</span><span class="s5">é? </span>Perché ora <span class="s2">la </span>vittoria appare a portata di mano. Basta poco. Un <span class="s2">im</span>pegno, <span class="s2">in </span>questi <span class="s2">pochi </span>giorni <span class="s5">c</span><span class="s2">h</span><span class="s5">e </span>mancano al <span class="s2">voto</span><span class="s5">, </span><span class="s2">di </span>quanti <span class="s2">hanno </span>a cuore <span class="s2">la </span>democrazia <span class="s2">lib</span><span class="s5">erale </span><span class="s5">e, </span>quella che partiva <span class="s6">il </span>giorno <span class="s7">8 </span>ottobre come <span class="s2">una </span>follia, sarà <span class="s2">il </span>salto di qualità di un<span class="s5">&#8216;</span>Italia <span class="s8">che </span>dice no <span class="s8">al </span>populismo, archiviando una triste <span class="s1">e </span>sterile stagione politica. Un&#8217;altra Italia c&#8217;è. Pochi giorni fa <span class="s3">un </span>tweet <span class="s3">della </span>Fondazione Luigi Einaudi ha avuto dei numeri di visua<span class="s3">li</span><span class="s8">zzazioni </span><span class="s9">e </span>di like per noi straordinari. Ci siamo <span class="s2">limit</span><span class="s5">at</span><span class="s2">i </span>con <span class="s2">un </span>semplice calcolo nume<span class="s3">rico </span>a rappresentare uno dei dati più significativi del dopo Referendum qualora vincessero i Sì. Nella malaugurata ipotesi, basterebbero <span class="s10">247 </span><span class="s2">deputati </span><span class="s1">e </span><span class="s11">134 </span><span class="s3">Senatori </span>per modificare, <span class="s3">prati</span>camente ad <span class="s3">libitum, la </span>Costituzione, senza possibilità <span class="s2">alcuna </span>per i cittadini di potersi esprimere con un Referendum. Scenario da brividi, per noi. E pare non solo per noi! Ormai è chiaro che la questione non è il risparmio (risibile) per le casse dello Stato, non è il miglior funzionamento delle nostre istituzioni e, pensa un po&#8217;, non è neanche <span class="s7">il </span>taglio dei parlamentari che dà <span class="s7">il </span>nome alla legge. In gioco c&#8217;è altro. A differenza dei tanti imbonitori della domenica, questa volta devo dare atto a Beppe Grillo di essere l&#8217;unico che dice <span class="s2">l</span><span class="s5">e </span>cose <span class="s5">co</span><span class="s2">m</span><span class="s5">e </span>stanno. <span class="s5">«</span><span class="s2">Ho un&#8217;id</span><span class="s5">ea</span><span class="s2">.  </span>Sorteggiamo <span class="s2">i </span>parlamentari. <span class="s2">li </span>primo passo? <span class="s2">Un </span>Senato dei cittadini. <span class="s2">I </span>politici <span class="s2">non </span>servono» <span class="s2">(Grillo</span><span class="s5">, Il</span><span class="s12"> </span><span class="s7">Fatto </span><span class="s13">&#8211; </span>28 Giugno 2018). <span class="s5">E a</span><span class="s2">rgom</span><span class="s5">e</span><span class="s2">nt</span><span class="s5">a </span><span class="s7">il </span><span class="s8">suo </span>r<span class="s5">ag</span>ion<span class="s5">ame</span>nto <span class="s5">a</span>nch<span class="s5">e co</span>n <span class="s8">dote </span>citazioni. <span class="s2">Insomm</span><span class="s5">a, </span><span class="s2">non </span><span class="s3">l</span><span class="s5">&#8216;</span><span class="s2">h</span><span class="s5">a </span>buttata <span class="s2">lì. </span>Ci <span class="s2">h</span><span class="s5">a </span><span class="s2">rifl</span><span class="s5">ett</span><span class="s2">uto. </span>Ecco perché gli altri sono omuncoli <span class="s4">e </span><span class="s3">lui </span><span class="s5">è </span><span class="s2">il l</span><span class="s5">eader </span><span class="s2">d</span><span class="s5">e</span><span class="s2">i </span>populisti. Perché <span class="s5">è </span><span class="s2">l&#8217;unico </span><span class="s8">che </span>ha <span class="s14">il </span><span class="s5">co</span>raggio <span class="s8">delle </span>propri<span class="s5">e </span>id<span class="s5">ee</span>. <span class="s5">Co</span><span class="s2">n </span>questa posizione <span class="s2">noi </span><span class="s5">c</span><span class="s2">i dobbi</span><span class="s5">amo </span>misurare, <span class="s4">e </span><span class="s2">lo </span><span class="s5">abb</span><span class="s2">i</span><span class="s5">amo </span>ben chiaro. Abbiamo l&#8217;impressione che anche gli italiani lo stiano comprendendo. Vince la Politica (quella con la &#8220;P&#8221; maiuscola, quella di Croce, Einaudi, De Gasperi, Togliatti, Terracini, Nenni, Saragat, La Malfa) o vince Grillo? Agli elettori la parola. Proprio quello che ha chiesto <span class="s1">e </span>voluto la Fondazione Luigi Einaudi promuovendo <span class="s7">il </span>Referendum del 20/21 Settembre 2020.</p>
<p class="p4">
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		<title>Il Referendum è accantonato, adesso occorre mettere le ali</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-referendum-e-accantonato-adesso-occorre-mettere-le-ali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pruiti Ciarello]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2020 17:01:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 articolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A poche ore dall’inizio dello spoglio, il NO si attesta poco sopra il 30% ed il Si poco sotto il 70%. Una vittoria scontata quella del SI, scontata sin dall’inizio, scontata per una votazione bulgara del Parlamento che l’ha approvata con il 97,5% dei voti, nella sua ultima votazione alla Camera dei Deputati. Eppure, nonostante [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A poche ore dall’inizio dello spoglio, il NO si attesta poco sopra il 30% ed il Si poco sotto il 70%. Una vittoria scontata quella del SI, scontata sin dall’inizio, scontata per una votazione bulgara del Parlamento che l’ha approvata con il 97,5% dei voti, nella sua ultima votazione alla Camera dei Deputati. Eppure, nonostante questi dati, il fronte del NO è stato molto vitale e alla fine ha portato a casa un risultato davvero considerevole, inimmaginabile quando all’indomani dell’approvazione della Legge Costituzionale che ha modificato gli artt. 56, 57 e 59 della Costituzione, con la Fondazione Luigi Einaudi lanciammo l’idea di chiedere l’indizione del referendum costituzionale, affinché il popolo italiano si potesse pronunciare su una modifica che avrebbe inciso sulla quantità della loro rappresentanza politica.<br />
Il dato importante, sotto un profilo politico è che a fronte del 97,5% del SI in Parlamento, nel Paese quel SI è molto meno presente, cioè c’è un 30% del corpo elettorale che non è rappresentato in Parlamento, che ha votato NO, nonostante l’indicazione di tutti i principali partiti politici<br />
L’analisi partitica del voto referendario disvela che il polo che più di tutti ha spinto in avanti il fronte del SI è stato quello del centrodestra e che il movimento 5 stelle non ha avuto il plebiscito che auspicava, che sarebbe servito a legittimare quella retorica demagogica e populista che ha fatto la sua fortuna elettorale, ma che oggi rappresenta anche il suo più evidente limite.<br />
In che senso?<br />
Il popolo italiano per una percentuale superiore al 30% ha voluto affermare in maniera inequivocabile, che il problema della nostra classe dirigente politica non è l’esosità dei costi, seppure rilevante anch’essa, bensì la loro palese incompetenza. Quasi un terzo degli italiani vogliono che si ritorni ad una politica fatta di e da persone competenti, che sappia rappresentare al meglio e con sufficiente credibilità internazionale le istanze di rappresentanza politica ma anche cogliere le opportunità che il futuro ci riserva.<br />
Questa fetta di elettorato non è rappresentata! Questo popolo oggi chiede a gran voce di rientrare nel gioco.<br />
Sta alla politica dei partiti sapere cogliere il guanto di sfida e cercare di cambiare pelle, ma non come un serpente che cambiapelle rimanendo se stesso, piuttosto come una crisalide che mutando pelle, muta ontologicamente il suo essere, diventando farfalla.<br />
Ecco, oggi l’Italia ha bisogno di diventare farfalla, mettere le ali e volare alto, più alto di questi ultimi anni, più alto della retorica demagogica e populista, decisamente più alto! Per tornare ad essere autorevoli e credibili in Europa e nel mondo. Auguri a tutti noi!</p>
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		<title>L’Italia del No è senza rappresentanza. La posizione della FLE sul Referendum</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/litalia-del-no-e-senza-rappresentanza-la-posizione-della-fle-sul-referendum/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2020 15:52:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[davide giacalone]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 articolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia del referendum e la rappresentanza parlamentare non coincidono. Neanche si somigliano. Questo è il punto: l’Italia del No è senza rappresentanza. Alla quarta votazione, alla Camera dei deputati, il No ha raccolto il 2.5%. Il fronte del Sì quotava il 97.5%. Alla campagna referendaria quel fronte s’è presentato impaurito, ma non modificato. Per il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/litalia-del-no-e-senza-rappresentanza-la-posizione-della-fle-sul-referendum/">L’Italia del No è senza rappresentanza. La posizione della FLE sul Referendum</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia del referendum e la rappresentanza parlamentare non coincidono. Neanche si somigliano. Questo è il punto: l’Italia del No è senza rappresentanza.</p>
<p>Alla quarta votazione, alla Camera dei deputati, il No ha raccolto il 2.5%. Il fronte del Sì quotava il 97.5%. Alla campagna referendaria quel fronte s’è presentato impaurito, ma non modificato. Per il Sì erano, coerentemente, i 5 stelle; incoerentemente il Pd; inconsistentemente la Lega e Fratelli d’Italia; mentre Forza Italia ha provato la via della libertà agli elettori, ovvero quella della fuga dalla competizione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una partecipazione non alta, ma neanche asfittica, un No che raccoglie elettori in fuga da quelli che dovrebbero rappresentarli. Non è questione di libertà (e ci mancherebbe non ci fosse o si dovesse attendere che qualcuno la riconosca!), ma di una secca e innegabile differenza fra l’Italia referendaria e l’Italia parlamentare.</p>
<p>Vince il Sì, naturalmente. Questo non porterà, come qualcuno ha incoscientemente sostenuto, ad una delegittimazione del Parlamento in carica, ma ad un consolidamento delle maggioranze variabili e sovrapposte che lo popolano. La Costituzione è modificata, ma senza che vi sia accordo alcuno sulla legge elettorale e senza che vi sarà altra riforma costituzionale in questa legislatura. Quindi anche i cantori del “primo passo” compariranno per quel che sono: venditori di prodotti che non hanno.</p>
<p>Vedremo anche i definitivi delle regionali (al momento non disponibili), ma, nel complesso, mi pare che le cose stiano così: la maggioranza di governo sopravvive senza vitalità, mentre chi pensava di prenderla a spallate può solo far da spalla.</p>
<p>Resta il punto: l’Italia del No, affermatasi a dispetto dei partiti esistenti, è priva di rappresentanza. E non è la sola.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/litalia-del-no-e-senza-rappresentanza-la-posizione-della-fle-sul-referendum/">L’Italia del No è senza rappresentanza. La posizione della FLE sul Referendum</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Intervista all’avv. Vincenzo Palumbo sul Referendum</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/intervista-allavv-vincenzo-palumbo-sul-referendum/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enzo Palumbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Sep 2020 13:46:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 articolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la bufala dei risparmi e dopo l’eclatante bugia che il Parlamento italiano sarebbe quello con il miglior rapporto di rappresentatività rispetto alla popolazione, esiste una terza motivazione cara ai sostenitori del SI’ al referendum di domenica 20 e lunedì 21 settembre. Quella per cui, con meno parlamentari alla Camera (- 230) ed al Senato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo la bufala dei risparmi e dopo l’eclatante bugia che il Parlamento italiano sarebbe quello con il miglior rapporto di rappresentatività rispetto alla popolazione, esiste una terza motivazione cara ai sostenitori del SI’ al referendum di domenica 20 e lunedì 21 settembre. Quella per cui, con meno parlamentari alla Camera (- 230) ed al Senato (- 115) il lavoro di deputati e senatori sarebbe più efficiente e di qualità. Anche questa volta ci chiediamo: “Ma è proprio così?”. Cosa dice la Storia? E’ la stessa domanda che si posto l’avvocato Enzo Palumbo che ha scritto un lungo intervento di ricostruzione storica sul tema, pubblicato sul sito della Fondazione Luigi Einaudi di cui è membro. L’avvocato Palumbo (Messina, 1939), assurto recentemente alle cronache nazionali per il caso della richiesta agli Atti del CTS (Comitato Tecnico Scientifico) negatigli inizialmente dal presidente Conte, è diventato in questo periodo un volto noto in TV per i suoi interventi a sostegno del NO al referendum. Esperto costituzionalista, l’avvocato Palumbo è stato Senatore della Repubblica dal 1983 al 1987 per il Partito Liberale Italiano, Segretario del Consiglio di Presidenza del Senato e membro delle Assemblee Parlamentari del Consiglio d’Europa e dell’Unione europea occidentale in rappresentanza del Parlamento italiano. Inoltre, dal 1988 al 1990 è stato membro del Consiglio Superiore della Magistratura. In questa intervista, l’avvocato Palumbo ripercorre la storia costituzionale e legislativa italiana che portò il Parlamento, nel 1962, a sostenere la necessità di aumentare a 315 il numero dei senatori fissato dall’Assemblea Costituente: “per consentire alla Camera alta di funzionare agevolmente”.</p>
<p><strong>D. Come siamo arrivati a fissare 630 deputati alla Camera e 315 al Senato? Solo al fine di “moltiplicare poltrone e clientes ben oltre la proporzione decisa dai Costituenti in base alla popolazione” come ha scritto Barbara Spinelli su Il Fatto del 13 settembre?</strong><br />
Palumbo. La Costituente aveva stabilito 1 deputato ogni 80.000 cittadini, 1 senatore ogni 200.000, poi, con la legge costituzionale n. 2 del 1963, in vista delle elezioni di quell’anno, stabilì in 630 il numero fisso per i deputati e in 315 quello per i senatori. Nella prima Legislatura eletta nel 1948, la Camera risultò composta da 573 deputati, in quella del 1949 il numerò lievitò a 580 e in quella del 1958 a 596. Alla vigilia delle elezioni del 1963, sulla base del censimento del 1961 che aveva censito una popolazione di 50.623.569 cittadini, si sapeva che, applicando i parametri stabiliti dalla Costituente, i deputati sarebbero comunque diventati 634 per cui la riforma del 1963 non fece altro che prenderne atto, anzi riducendo un po’ quel numero. Oggi, con una popolazione italiana di 60.483.973, alla scadenza naturale di questa Legislatura nel 2023, dopo il censimento del prossimo anno, se fosse ancora vigente quel parametro originario (1 deputato ogni 80.000) la Camera ne avrebbe almeno 756.</p>
<p><strong>D. Ed il Senato?</strong><br />
Palumbo. La riforma riguardò essenzialmente il Senato che vide la sua durata ridotta da sei a cinque anni, come per la Camera. Per quanto riguarda la sua composizione, il parametro fissato dai Costituenti aveva portato il Senato della prima Legislatura (1948-1953) a essere composto da appena 237 componenti elettivi e da circa 113 membri di diritto, nominati in forza della III disposizione transitoria della Costituzione. E fu solo con l’apporto dei senatori di diritto che in quella Legislatura si poté assicurare  la funzionalità della seconda Camera.</p>
<p><strong>D. La questione della funzionalità del Senato si pose, quindi, fin dall’inizio?</strong><br />
Palumbo. A partire dalla seconda Legislatura (1953-1958), la questione cominciò a complicarsi. Venuta a cessare quella integrazione transitoria, il Senato si trovò a operare con soli 243 membri elettivi (oltre 8 a vita), e si pose subito il problema della difficoltà di operare con numeri così ristretti, che rendevano problematica la partecipazione dei senatori ai lavori delle 11 commissioni permanenti di allora. Fu da qui che nacque l’esigenza di implementare adeguatamente il numero dei componenti elettivi: una discussione politica che si trascinò per tutta la seconda e la terza legislatura, sino all’approvazione della legge costituzionale n. 2-1963, il cui testo unificato era stato frutto dell’iniziativa legislativa del Governo e del sen. Luigi Sturzo che, per la verità, avrebbe voluto una riforma ancora più ampia.</p>
<p><strong>D. Ci fu un particolare gruppo politico che spinse per aumentare il numero degli eletti in Parlamento?</strong><br />
Palumbo. Assolutamente no. Di questa esigenza si fecero portatori tutti i gruppi parlamentari, dai comunisti sino agli ex fascisti, consapevoli che con quei numeri il Senato non avrebbe potuto assolvere compiutamente ai compiti di seconda Camera Legislativa della Repubblica, con poteri e compiti assolutamente eguali a quelli dell’altra Camera.</p>
<p><strong>D. Dove è documentato quanto lei afferma?</strong><br />
Palumbo. Nella discussione che si svolse nell’Aula del Senato il 16 gennaio 1962, quando venne approvato in prima deliberazione il testo unificato esitato dalla Commissione Speciale incaricata della questione (presieduta da due senatori a vita, prima Enrico De Nicola e poi Giuseppe Paratore)  che proponeva la riforma degli articoli 57, 59 e 60 della Costituzione, proprio quelli che sono stati ora modificati in minus dalle Camere di questa Legislatura e che gli italiani saranno chiamati a bocciare o confermare il 20 e 21 settembre. L’esigenza dell’aumento, condivisa da tutti i gruppi, venne allora evidenziata nell’unico intervento fatto in discussione generale dal socialista sen. Barbareschi, il quale ebbe a dichiarare che “il lavoro nostro si svolge specialmente nelle Commissioni, ed è indubbio che con 230 senatori (in effetti, all’inizio della III Legislatura i senatori eletti erano 243 + 8 a vita n. d. a.), la formazione di 11 commissioni comporta una tale riduzione del numero dei componenti di ciascuna di esse, che ben pochi colleghi possono essere presenti alle varie deliberazioni man mano adottate dalle commissioni stesse, mentre in generale il lavoro che vi si svolge diviene faticoso e spesso faticosissimo… Dunque il compito degli attuali componenti delle Commissioni si rivela difficile e quasi”E il ministro di Grazia e Giustizia Gonnella, intervenuto dopo il relatore, ebbe a manifestare la sua condivisione circa “l’opportunità di aumentare il numero dei senatori per le ragioni funzionali che sono state ampiamente illustrate e che sono a conoscenza degli onorevoli senatori”.</p>
<p><strong>D. Ma come si arrivò a definire il numero preciso di 315 senatori?</strong><br />
Palumbo. La proposta inizialmente esitata era stata quella di calibrare il rapporto parlamentari/popolazione in modo che i deputati, uno ogni 80.000 (o frazione superiore a 40.000), non fossero comunque più di 600, e i senatori, nel nuovo rapporto di uno ogni 180.000 (o frazione superiore a 90.000), non fossero comunque più di 300. La Camera non condivise tale impostazione e, tenuto conto che i deputati eletti nelle successive elezioni sarebbero stati comunque più di 630, optò per la scelta di questo numero fisso per la Camera e di 315 per il Senato, in termini poi confermati nelle seconde deliberazioni di entrambe le Camere. È interessante in proposito, anche ai fini del dibattito di oggi, quanto dichiarò nella seduta del 21 settembre 1962 – proprio il giorno conclusivo del prossimo referendum – il Ministro di Grazia e Giustizia di allora, Giacinto Bosco, dicendosi “sempre convinto che un’Assemblea legislativa dell’importanza della nostra, da un momento all’altro, cioè dal passaggio dalla 1a alla 2a Legislatura, fosse privata di 107 – in effetti erano stati all’inizio 113 – suoi componenti, mentre restavano immutate le alte funzioni dell’Assemblea stessa”, e infine tributando un doveroso omaggio alla “tenace, appassionata opera ….. del Presidente De Nicola, che fin dal 1951 istituì una Commissione di studio per l’integrazione del Senato, del Presidente Merzagora, che in questa come nella precedente Legislatura si è adoperato efficacemente per la risoluzione del problema, del Presidente Paratore, che ci ha sempre autorevolmente sorretto con i suoi saggi consigli, e che è riuscito a superare tutti i contrasti politici …  facendo anzi confluire sull’attuale testo i consensi unanimi dei Gruppi parlamentari”. E quando la riforma giunse all’esame della Camera per la seconda deliberazione, tutti gli oratori intervenuti ebbero cura di rammentare qual era stato e qual era lo scopo principale della riforma, quello cioè di assicurare la funzionalità del Senato, che l’esperienza – tanto per intenderci, il metodo sperimentale tanto caro a qualche sostenitore della riforma di oggi – aveva dimostrato essere messa a rischio proprio dalla sua ridotta composizione.</p>
<p><strong>D. A chi volesse approfondire l’argomento cosa consiglierebbe?</strong><br />
Palumbo. Chi volesse approfondire la questione, ne potrebbe trovare traccia negli interventi in Aula dell’on.  Tozzi Condivi, quando, nella sua relazione del 4 agosto 1962, affermò che “L’aumento doveva essere portato a un limite tale da rendere l’Assemblea di Palazzo Madama in condizioni di poter svolgere il pesante lavoro”, e nel successivo intervento del 7 agosto affermò che “Ci siamo trovati dinanzi a una necessità, la cui considerazione aveva animato tanto il disegno di legge quanto la proposta Sturzo, quella che il Senato potesse funzionare”, insistendo sul fatto che la riforma “aumenta il numero dei senatori a 315 per consentire alla Camera alta di funzionare agevolmente”.Toccò poi al Ministro Bosco, di concludere la discussione di quella seduta, affermando tra l’altro che “tutte le norme regolamentari che fatalmente devono riferirsi al numero dei componenti, partono dal presupposto di un numero di senatori superiore a 300… e il disegno di legge soddisfa anzitutto l’esigenza dell’integrazione del Senato, elevando il numero dei senatori elettivi da 247 a 315, cioè un numero fisso pari alla metà di quello dei deputati … poiché i risultati del censimento della popolazione dell’ottobre 1961 hanno già elevato a 630 il numero dei deputati per la prossima Legislatura ”.</p>
<p><strong>D. In conclusione, la decisione di aumentare a 315 i senatori non fu dettata da interessi personali.</strong><br />
Palumbo. Penso di avere sufficientemente dimostrato che i numeri attuali di deputati e senatori non sono nati dalla fantasia dei legislatori di allora o dalla loro volontà di aumentare le opportunità elettorali della politica, ma da reali esigenze di funzionalità. Penso, inoltre, che questa potrebbe essere l’occasione di paragonare la statura istituzionale e la credibilità politica dei riformatori di allora e di quelli di oggi. Per fidarsi, magari, più di “quelli di prima”, tanto per parafrasare un’espressione oggi in voga, indirizzando un garbato, ma fermo, “NO, grazie”, agli attuali supponenti riformatori che ci propinano le loro false motivazioni come nuove leggende metropolitane.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Beatrice Bardelli</strong></p>
<p><a href="https://www.toscanatoday.it/intervista-allavv-vincenzo-palumbo-sul-referendum-di-beatrice-bardelli/"><strong>Toscana Today</strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/intervista-allavv-vincenzo-palumbo-sul-referendum/">Intervista all’avv. Vincenzo Palumbo sul Referendum</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Perchè NO al Referendum</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/perche-no-al-referendum/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Bozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2020 14:48:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 articolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo alle battute finali della campagna sul referendum costituzionale che la Fondazione Einaudi ha coraggiosamente promosso per la difesa della democrazia rappresentativa prevista dalla Costituzione. L’improvvida revisione della Costituzione che si sottopone al giudizio dei cittadini è, in ordine di tempo, l’ultima manifestazione di una deriva illiberale e populista che pone sotto attacco la democrazia [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo alle battute finali della campagna sul referendum costituzionale che la Fondazione Einaudi ha coraggiosamente promosso per la difesa della democrazia rappresentativa prevista dalla Costituzione.</p>
<p>L’improvvida revisione della Costituzione che si sottopone al giudizio dei cittadini è, in ordine di tempo, l’ultima manifestazione di una deriva illiberale e populista che pone sotto attacco la democrazia rappresentativa, umiliando il Parlamento e con esso la sovranità popolare e la stessa democraticità della Repubblica.</p>
<p>La maggioranza, sprovvista di visione e di pensiero articolato e di ampio respiro, ma soltanto in base all’impeto emozionale del momento, di un’infima concezione della politica come un costo e non un’opportunità, in base a delle opportunistiche alchimie interne ai partiti, che hanno abbassato il livello costituzionale al livello della politica ordinaria, ha inferto una sforbiciata lineare e casuale al numero dei parlamentari senza un quadro di riferimento organico, senza una revisione complessiva degli equilibri costituzionali e senza le garanzie che diano un senso coerente alla revisione costituzionale.</p>
<p>Senonché ogni sistema costituzionale rappresenta un tutto armonico e articolato in una pluralità di congegni e di istituti che non possono essere disarticolati casualmente.</p>
<p>La grande dimensione territoriale dei collegi elettorali a seguito della revisione determinerà un fossato fra elettori ed eletti, fra cittadini e le istituzioni fra parlamentari e territori, la diminuita rappresentanza degli Italiani sarà tanto casualmente quanto disorganicamente distribuita a macchia di leopardo con territori soprarappresentati altri sottorappresentati ed altri addirittura privi di rappresentanza.</p>
<p>La revisione costituzionale proposta è figlia della concezione della rappresentanza come un impaccio alla politica in nome di una futuribile democrazia digitale, ossia di un’agorà virtuale, priva di controllo e di trasparenza, che sostituisce la voce reale degli elettori e dei cedimenti a questa concezione da parte di altre forze politiche di maggioranza per meri fini di conservazione del potere.</p>
<p>Restringendo la sovranità del popolo, si comprime il pluralismo sociale, culturale, economico, etnico che è proprio di una società sviluppata a struttura articolata e complessa, com’è quella italiana, e quindi l’esercizio articolato della sovranità secondo il modello del costituzionalismo liberale. Il pluralismo è garanzia per la democrazia.</p>
<p>Senza un radicale cambiamento dell’attuale sistema adottato dai partiti di selezione dei candidati alle assemblee legislative nel quale la fedeltà ai leaders fa premio sulla qualità, la semplice riduzione del numero non è certo garanzia di maggiore professionalità e competenza.</p>
<p>Anzi lo snellimento delle Camere accrescerà fatalmente il potere di controllo e di condizionamento sui parlamentari delle oligarchie partitiche (la vera casta) e determinerà una verticalizzazione del potere, la mobilitazione dall’alto del consenso, con pregiudizio della centralità del Parlamento, della sua funzione di controllo dell’esecutivo, della ricettività in una sintesi dialettica delle domande che provengono dal basso e di componimento in unità di diversi e contrapposti interessi emergenti dalla società e dalle forze minoritarie di opposizione.</p>
<p>Nel giudizio che i cittadini dovranno esprimere non dovranno valere le sirene di una fantomatica e sconosciuta futura legge elettorale, un vero mistero all’interno di un enigma, propagandata quale miracolosa panacea dei guasti determinati dalla riforma, né dovranno valere i timori della caduta del governo poiché la Costituzione si pone al di sopra delle contingenze politiche.</p>
<p>Il tema sul quale i cittadini sono chiamati ad esprimersi il 20 e il 21 settembre 2020 è soltanto quello se sia conforme alla Costituzione la sottrazione della rappresentanza ai cittadini, ricordando che la democrazia è tale soltanto se il potere emana dal popolo e per il popolo e se tramite esso i cittadini possano scegliere liberamente i propri rappresentanti e farne valere la responsabilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il taglio dei parlamentari è davvero una riforma puntuale? Scrive Enzo Palumbo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-taglio-dei-parlamentari-e-davvero-una-riforma-puntuale-scrive-enzo-palumbo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enzo Palumbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2020 14:11:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 articolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se prevarranno i Sì, come non mi auguro, nulla garantisce che le modifiche necessariamente collegate al taglio dei parlamentari si facciano realmente. Per precauzione meglio bocciare il referendum, con un sonoro No, come suggerito dalla Fondazione Einaudi. Il commento dell&#8217;avvocato Enzo Palumbo Insomma, sta per finire! E, a oggi, non sappiamo come finirà questa vicenda [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Se prevarranno i Sì, come non mi auguro, nulla garantisce che le modifiche necessariamente collegate al taglio dei parlamentari si facciano realmente. Per precauzione meglio bocciare il referendum, con un sonoro No, come suggerito dalla Fondazione Einaudi. Il commento dell&#8217;avvocato Enzo Palumbo</em></p>
<p>Insomma, sta per finire! E, a oggi, non sappiamo come finirà questa vicenda del referendum sulla modifica costituzionale che, con qualche punta di volgarità, è stata definita “taglio dei parlamentari”, quando invece si tratta di un vera e propria ferita inferta alla rappresentanza democratica.</p>
<p>E ci siamo arrivati grazie all’iniziativa della Fondazione Einaudi e in particolare del suo presidente Giuseppe Benedetto, che, sfidando l’impopolarità e vincendo l’iniziale indifferenza di commentatori e politici, ha promosso la costituzione del Comitato NoiNO, affidandone la presidenza all’avv. Andrea Pruiti Ciarello, e ha convinto ben 71 senatori, molti dei quali avevano votato la riforma, che era opportuno coinvolgere i cittadini in una scelta che sembrava scontata e che poi gli approfondimenti scientifici di quasi tutta l’Accademia e di buona parte della Politica hanno dimostrato essere uno snodo fondamentale per la vita democratica del Paese.</p>
<p>In questi mesi non sono mancati i commenti, le interviste, gli interventi, e in gran parte per il No, perché in fondo la difesa del Sì è stata lasciata, addirittura con qualche importante defezione, ai dirigenti del M5S che l’avevano sin dall’inizio fortemente voluta come un tassello importante del loro dichiarato disegno politico, teso a scardinare la democrazia rappresentativa, coessenziale alla democrazia liberale, per sostituirla con la democrazia eterodiretta da qualche algoritmo, se non addirittura affidata al sorteggio.</p>
<p>E, siccome in questi mesi ho preso l’abitudine di valutare e all’occorrenza contestare le ragioni dei pochi studiosi, che si sono pronunziati per il Sì – taluni con un entusiasmo direttamente proporzionale alla loro appartenenza partitica, altri quasi con sofferenza e per ragioni che sfuggono – mi sembra ora il caso di pensare a questi ultimi e a quella che sembra essere l’unica motivazione che li ha infine convinti.</p>
<p>È il caso del mio concittadino Michele Ainis, che, dopo un’iniziale perplessità, da ultimo, scrivendo su Repubblica del 9 settembre, sembra essersi persuaso per il Sì avendo riflettuto sul fatto che questa volta, a differenza degli altri referendum del 2006 e del 2016, avrebbe il pregio di essere una riforma puntuale, cioè su una sola questione, mentre nelle precedenti occasioni si trattava di modificare una congerie di norme, che, per la loro diversità, potevano ingenerare contrastanti valutazioni.</p>
<p>Tanto per dirne una, quanto alla riforma del 2016, che pure ho fortemente osteggiato, se appena fosse stato possibile avrei volentieri votato per l’abrogazione del Cnel, che un’esperienza pluridecennale ha dimostrato essere assolutamente inutile.</p>
<p>E veniamo all’oggi.</p>
<p>Ainis sostiene che questa voluta dai grillini e subìta dagli altri partiti riguarda soltanto il numero dei parlamentari e quindi consente di dare un giudizio di merito su una singola questione, senza coinvolgerne altre sulle quali si potrebbe invece dissentire.</p>
<p>Messa in punto di metodo, come fa Ainis, si potrebbe anche convenire sull’unico pregio di questa riforma, se non fosse che le cose non stanno così, trattandosi invece di una riforma che è, sì, specifica, ma tutt’altro che puntuale, perché non tiene conto del fatto che la riduzione del numero dei parlamentari trascina con sé un’altra serie di norme strettamente collegate, e che tuttavia resteranno allo stato immutate, come se la riduzione dei parlamentari non ci fosse stata.</p>
<p>Insomma, è una riforma disorganica e incompleta, e proprio per questo rischia di fare collassare il sistema politico complessivo che si regge proprio sull’attuale composizione numerica delle Camere.</p>
<p>Gli esempi sono a portata di mano, se appena si ha la pazienza di indagare un po’ sul complesso di norme costituzionali, elettorali e regolamentari che vi sono strettamente collegate.</p>
<p>Seguendo la gerarchia delle fonti, basterebbe osservare che al plenum delle Camere per l’elezione del Presidente della Repubblica (art. 83 Cost.) concorrono attualmente 58 delegati regionali (3 per ciascuna delle 19 Regioni e 1 per la Val d’Aosta), per cui, passando da un rapporto di 58 contro 945 (= 6,14%) a un rapporto di 58 contro 600 (= 9,67%), il peso dei parlamentari eletti direttamente dai cittadini calerà di oltre un terzo; e la stessa cosa accadrà rispetto al peso degli attuali 5 senatori a vita e di diritto (l’ex presidente Napolitano), che passerà dal 6,31% al 9,90%; e né l’uno né l’altro risultato vanno certo nel segno di una maggiore partecipazione dei cittadini rispetto a una scelta così importante, che oltretutto, via via che passano i mesi, diventa sempre più vicina.</p>
<p>Non potendo escludere dal plenum i senatori a vita e di diritto, e invece allo scopo di ridurre il peso percentuale dei delegati regionali, l’attuale maggioranza parlamentare ha in animo di fare approvare, con le consuete due deliberazioni conformi, la proposta di legge n. 2238-AC che si propone di modificare l’art. 83 Cost., portando a due i delegati eleggibili in ciascuna regione e pur sempre continuando a garantire “la rappresentanza delle minoranze”; un risultato, questo, facilmente assicurabile se i delegati sono tre, ma chiaramente impossibile riducendoli a due, a meno di non attribuirli in parti eguali alle maggioranze e alle minoranze consiliari, e così finendo ingiustamente per penalizzare le prime e premiare le seconde, e comunque violando un principio elementare di democrazia liberale, e cioè la corretta rappresentatività delle delegazioni regionali che andranno a partecipare all’elezione del Presidente della Repubblica.</p>
<p>Dove si vede che, anche al diavoletto costituzionale talvolta capita di fare la pentola, ma non il coperchio.</p>
<p>La stessa proposta tende poi a modificare anche l’art. 57 Cost., sostituendo l’attuale base regionale per l’elezione dei senatori con un’imprecisata base circoscrizionale, che dovrebbe mitigare le soglie di accesso naturali per conquistare un seggio pieno, già oggi molto alte (da un minimo del 3,23 % per la Lombardia a un massimo del 20% per Friuli, Liguria, Umbria, Marche, Abruzzo, Sardegna), e che diverrebbero proibitive con un minore numero di senatori eleggibili, per cui in alcune regioni finiranno per essere rappresentati solo i primi due partiti.</p>
<p>E ciò senza pensare che, mentre la base regionale è territorialmente individuata e, nell’interpretazione corrente, non suscettibile di arbitrarie interpretazioni, il nuovo testo proposto si presterebbe alle infinite manipolazioni del legislatore ordinario, tese a favorire un territorio (come è già accaduto per il Trentino Alto Adige) e a penalizzarne un altro.</p>
<p>Quando invece la soluzione corretta sarebbe stata a portata di mano, stabilendo anche per il Senato, come già per la Camera, un’unica circoscrizione nazionale nella quale individuare il numero di senatori spettanti a ciascuna lista, salvo poi ripartirli sulla base del migliore risultato percentuale nelle singole regioni, come per altro avevano ipotizzato taluni autorevoli Costituenti (le dichiarazioni di allora di Bozzi e Nitti, ma anche alcuni autorevoli scritti di oggi: cfr., Fusaro e Rubechi, in Commentario alla Costituzione, sub art. 57, n.1.3, pag. 1146: Chiaramonte, Osservatorio sulle Fonti, anno X, fasc. 1/2017, pag. 6-7), e come per altro, più di recente, era stato previsto nel ddl 2352-AC della scorsa Legislatura (il c. d. tedeschellum), poi abbandonato per il più comodo “rosatellum”.</p>
<p>Se poi passiamo a riflettere non solo sull’attuale legge elettorale, ma anche su quella che si prospetta, anche i sostenitori del “taglio” sostengono che quella attuale, col voto vincolato tra candidature uninominali e circoscrizionali, provocherebbe forti distorsioni maggioritarie, consentendo alla più forte delle minoranze uscita dalle urne di conquistare ben più della maggioranza assoluta nelle Camere, e, in quelle ridotte, forse anche la maggioranza qualificata dei due terzi (137 senatori, 267 deputati), così consentendo ulteriori riforme costituzionali senza neppure passare per la via referendaria.</p>
<p>E tuttavia, anche su questa ulteriore necessaria riforma perequativa, strettamente collegata alla riduzione dei parlamentari, si sa soltanto che è stato da ultimo approvato un testo unificato (il c. d. “brescellum”) sul quale non c’è alcun effettivo accordo politico, e che quindi resta allo stato di una semplice aspettativa.</p>
<p>E, così procedendo, si finisce per fare dipendere il presunto buon esito di una riforma costituzionale dall’esito futuro e incerto di una legge ordinaria come quella elettorale, con un’inversione di ruolo che fa dubitare della saggezza e della previdenza degli attuali legislatori.</p>
<p>Se poi passiamo a riflettere sulle conseguenze che il “taglio” avrà sui regolamenti parlamentari, c’è da mettersi le mani alla testa per non perderla del tutto.</p>
<p>Basti pensare ai numeri fissi stabiliti per la composizione dei gruppi parlamentari (20 alla Camera, 10 al Senato), che ovviamente diventeranno proibitivi per i partiti minoritari, e poi alla composizione delle 14 Commissioni permanenti di Camera e Senato, che dovrebbero rispecchiare la proporzionalità delle rispettive assemblee (art. 72, c. 3, Cost.) in termini che diverranno praticamente impossibili già oggi alla Camera, dove ogni deputato può essere designato per Regolamento (art. 19, c. 3) in una sola Commissione, ma anche al Senato, i cui membri, eventualmente designati in più Commissioni, sarebbero costretti a saltare quotidianamente da una all’altra, perdendo il filo delle discussioni e, se capita, anche il momento delle deliberazioni.</p>
<p>C’è poi la questione dei quorum percentuali fissati per l’elezione degli istituti di garanzia (Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, Csm), che, seppure automaticamente riproporzionati, saranno anche più facilmente raggiungibili dalla maggioranza parlamentare anche senza il concorso della minoranza; come resta allo stato irrisolta la questione dei numeri fissi per il concreto svolgimento dell’attività parlamentare, che appaiono oggi ragionevoli in relazione all’attuale composizione numerica delle Camere, ma che domani saranno proibitivi per i gruppi minori.</p>
<p>Facendo un veloce controllo sul Regolamento del Senato, si può constatare che oggi occorrono:</p>
<p>– 8 senatori per la richiesta in Commissione di discutere in assemblea i criteri informatori cui deve attenersi una Commissione cui sia stato assegnato un ddl in sede redigente (art. 36, c. 2);</p>
<p>– rispettivamente 3 o 5 senatori per la richiesta di votazioni nominali o segrete nelle Commissioni in sede deliberante o redigente (art. 41. c. 1 e 42, c. 1);</p>
<p>– 8 senatori per la richiesta in Commissione d’inserimento nel calendario dei lavori di nuovi argomenti (art. 55, c. 7):</p>
<p>– e altrettanti per proporre l’inversione degli argomenti iscritti all’ordine del giorno (art. 56, c. 3);</p>
<p>– come anche per chiedere di discutere o votare in Assemblea su argomenti non iscritti all’o. d. g. (art. 56, c. 4);</p>
<p>– 20 senatori per la dichiarazione d’urgenza per i ddl già approvati in prima lettura nella precedente Legislatura (art. 81, c. 1);</p>
<p>– 8 senatori per la richiesta di riapertura della discussione su ulteriori dichiarazioni del Governo (art. 99, c. 2);</p>
<p>– e altrettanti per la richiesta di chiusura anticipata della discussione generale (art. 99, c. 3);</p>
<p>– come anche per la presentazione, durante la seduta, di emendamenti correlati ad altri emendamenti (art. 100, c. 5);</p>
<p>– e per la richiesta di apertura di un dibattito sulle comunicazioni del Governo (art. 105, c. 1);</p>
<p>– 15 senatori per la richiesta di votazione nominale o a scrutinio segreto (art. 113, c. 2);</p>
<p>– e altrettanti per la richiesta di votazione nominale con appello (art. 116, c. 1);</p>
<p>– 8 senatori per la ripresentazione in Assemblea degli oo. dd. gg. respinti in Commissione sulla Legge di Bilancio (art.127, c. 2);</p>
<p>– addirittura 20 senatori per la presentazione in Assemblea di oo. dd. gg. in difformità dalle proposte della Giunta delle elezioni e delle immunità sulle domande di autorizzazione a procedere per i reati ministeriali;</p>
<p>– 8 senatori per la richiesta di discussione nella 14a Commissione di affari e relazioni concernenti l’Ue.;</p>
<p>– altrettanti per la presentazione di mozioni intese a promuovere una deliberazione (art. 157, c. 1);</p>
<p>– addirittura 20 senatori per la richiesta di seduta segreta in sede di discussione del bilancio del Senato (art. 157, c. 2);</p>
<p>– 8 senatori per chiedere di stralciare e votare separatamente le modifiche al regolamento del Senato (art. 167, c. 6).</p>
<p>Un lungo elenco, in cui ho rischiato di dimenticare qualcosa, che rende evidente come in un nuovo Senato di appena 200 membri elettivi sarà particolarmente difficile per qualsiasi formazione politica minoritaria la possibilità di fare valere le prerogative che spettano ai parlamentari nell’esercizio della loro fondamentale funzione legislativa e di controllo sugli atti del governo; mentre, a loro volta, i partiti di maggioranza non avranno alcun interesse a comporre la maggioranza assoluta necessaria per modificare il Regolamento (art. 167, c. 5) per rendere meno arduo il compito delle minoranze.</p>
<p>Ho fermato la mia attenzione sul regolamento del Senato, ma chi vorrà allargare l’indagine anche a quello della Camera potrà agevolmente consultare le tavole di raffronto tra gli articoli dei due Regolamenti, che i diligenti Uffici del Senato hanno avuto cura di inserire in calce al testo.</p>
<p>A questo punto sarà più agevole comprendere come questa riforma costituzionale, pur investendo solo i numeri dei componenti delle Camere, è tutt’altro che puntuale, ma è invece foriera di problemi che è lecito dubitare possano essere risolti dagli attuali frettolosi legislatori.</p>
<p>Se i proponenti avessero voluto fare una vera riforma organica, pur nella sua specificità, oltre ad approvare una nuova e più democratica legge elettorale, avrebbero dovuto contemporaneamente revisionare in coerenza le norme costituzionali strettamente collegate coi numeri dei parlamentari, e avrebbero anche dovuto modificare in prevenzione alcune norme regolamentari destinate a entrare in vigore se e quando la riforma costituzionale fosse divenuta efficace.</p>
<p>In fondo, quanto alla legge elettorale, è proprio ciò che è stato fatto in passato quando è stata approvata la legge elettorale 52-2015 (italicum), destinata a entrare in vigore all’esito positivo del referendum del 2016; ed è ciò che hanno parzialmente fatto addirittura gli stessi autori di quest’ultima riforma, allorché hanno fatto approvare in prevenzione la legge 51-2019, per assicurare l’applicabilità dell’attuale legge elettorale indipendentemente dal numero dei parlamentari.</p>
<p>Ed è anche ciò che ancora oggi si sta tentando di fare con la proposta n. 2238-C di modifica degli art. li 57 e 83 Cost, la cui efficacia resta differita al momento dell’eventuale vittoria del Sì al referendum di domenica e lunedì prossimi.</p>
<p>Se prevarranno i Sì, come non mi auguro, nulla garantisce che le modifiche necessariamente collegate al taglio dei parlamentari si facciano realmente e in termini coerenti col nuovo assetto delle Camere, per cui, un elementare principio di precauzione dovrebbe portare gli italiani a bocciare, con un sonoro No, una riforma nata con l’unico obiettivo di ferire il Parlamento, quale simbolo della Democrazia Liberale, che invece la Fondazione Einaudi, con la sua iniziativa, ha provato a difendere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://formiche.net/2020/09/taglio-parlamentari-riforma-2/">Qui il link all&#8217;articolo di <strong>Formiche</strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-taglio-dei-parlamentari-e-davvero-una-riforma-puntuale-scrive-enzo-palumbo/">Il taglio dei parlamentari è davvero una riforma puntuale? Scrive Enzo Palumbo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Referendum 2020, Benedetto: “Questo non è un taglio di parlamentari, è un taglio di democrazia”</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Sep 2020 09:45:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Questa è una riforma del ‘riformeremo&#8217;&#8221;. &#8220;Questo non è un taglio di parlamentari, è un taglio di democrazia&#8221;. Non usa mezzi termini Giuseppe Benedetto &#8211; Presidente della Fondazione Luigi Einaudi e promotore della raccolta firme per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari &#8211; per bollare il quesito referendario. Per Benedetto “si tratta di due [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/referendum-2020-benedetto-questo-non-e-un-taglio-di-parlamentari-e-un-taglio-di-democrazia/">Referendum 2020, Benedetto: “Questo non è un taglio di parlamentari, è un taglio di democrazia”</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;Questa è una riforma del ‘riformeremo&#8217;&#8221;</em>. &#8220;<em>Questo non è un taglio di parlamentari, è un taglio di democrazia&#8221;</em>. Non usa mezzi termini Giuseppe Benedetto &#8211; Presidente della Fondazione Luigi Einaudi e promotore della raccolta firme per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari &#8211; per bollare il quesito referendario. Per Benedetto “<em>si tratta di due visioni contrapposte della realtà: l’uno vale uno contro l’uno vale tutto</em>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Presidente Benedetto, il Comitato del No è contrario in generale alla riduzione del numero dei parlamentari o solo al taglio riconducibile a questa Riforma? E perché con questa Riforma ritenete non vi siano benefici dal punto di vista di un miglioramento del procedimento legislativo?</p>
<p>Con il taglio dei parlamentari è stata commessa una violenza nei confronti degli italiani: questo è stato il motivo che ha spinto la Fondazione Einaudi a promuovere la raccolta delle firme per indire il referendum. Una battaglia vinta. Adesso ci attende l’ultima, per fermare una modifica che è fine a se stessa o, meglio, al populismo: un taglio non inserito in nessun contesto di riforma costituzionale, al solo scopo di umiliare la politica, come Beppe Grillo e Davide Casaleggio affermano. Un’onestà che va loro riconosciuta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Questione costi: perché pensate che questa Riforma non porti un risparmio significativo alle casse dello Stato?</strong></p>
<p>Non è un tema, è un pretesto, semmai. Come ha dettagliatamente e approfonditamente illustrato Carlo Cottarelli, il risparmio sarebbe di 57 milioni di euro all’anno: praticamente un caffè a testa per ogni italiano. Gli stessi grillini, nell’opporsi al referendum Renzi parlavano, ridicolizzandolo, del risparmio di un caffè all’anno per italiano. Poi, aggiungo, che se l’esigenza è risparmiare sui costi della politica, meglio risparmiare sull’indennità dei parlamentari che sulla qualità della democrazia: non ho sentito questo tema al centro del dibattito. Nella malaugurata ipotesi della vittoria del Sì basterebbero 247 deputati e 134 Senatori per modificare, praticamente ad libitum, la Costituzione, senza possibilità alcuna per i cittadini di potersi esprimere con un Referendum. E tutto, ripeto, al costo di un caffè.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come cambia il rapporto eletto-elettore anche in relazione agli altri Paesi europei? È vero che determinati territori rischieranno di trovare meno rappresentanza in Parlamento?</strong></p>
<p>Questo non è un taglio di parlamentari, è un taglio di democrazia. Così effettuato, in maniera lineare e non inserito in alcuna riforma organica, evidenzia lo squilibrio che si va a creare in un sistema articolato come quello della Costituzione italiana. Diventeremo il 27° Paese dell’Unione Europea nel rapporto tra elettori ed eletti, gli ultimi. E non è neanche vero che qualità e libertà degli eletti non cambino, ove si pensi che meno parlamentari sono sicuramente più controllabili dai vertici dei partiti. Mi sembra che l’eventuale minore rappresentanza non sia un tema che interessi a chi vota Sì.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il combinato disposto tra Riforma costituzionale e Rosatellum è un pericolo per la democraticità del sistema?</strong></p>
<p>Il Rosatellum, se dovesse prevalere il Sì, è un pericolo. Gli stessi sostenitori del Sì oramai non parlano più della riforma costituzionale, ma di ciò che faranno cambiando la legge elettorale: questa è la “riforma del riformeremo”! È un modo schizofrenico di procedere, soprattutto quando si parla del delicato tema di modificare la carta fondante del nostro Paese. Nei giorni scorsi il nuovo presidente della Corte Costituzionale ha parlato, nel suo discorso di insediamento, delle riforme che il Parlamento “dovrà fare”. Il Parlamento dovrà fare? Ma chi glielo ordina? E cosa accade se il Parlamento non lo fa, la Corte sanziona? Le leggi dovrebbe farle il Parlamento, nella sua autonomia. Questo taglio ha creato un caos incredibile, in cui tutti intervengono, ma “tutti non decidono nulla!”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In definitiva, quali sono schematicamente i vostri motivi per cui dire No alla Riforma?</strong></p>
<p>La posta in gioco è molto alta. Si tratta di due visioni contrapposte della società. Da un lato c’è chi cerca, ormai disperatamente, di far rivivere una stagione superata. Quella del “vaffa”, dell’umiliazione della politica, del ridimensionamento sino all’annullamento dello stesso concetto di rappresentanza. In nome di una c.d. democrazia diretta, che ben si sintetizza nello slogan “uno vale uno”. Dall’altro lato c’è la società aperta, quella per la quale “uno vale tutto”, per la quale l’uomo è al centro di un consesso sociale dove qualità, merito e sacrificio vanno premiati. Dove va salvaguardata la einaudiana uguaglianza dei punti di partenza, per crescere liberamente, gioiosamente diseguali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Piero Tatafiore</strong></p>
<p><a href="https://www.thewatcher.it/index.php/75-news/880-referendum-2020-benedetto-fondazione-luigi-einaudi-questo-non-e-un-taglio-di-parlamentari-e-un-taglio-di-democrazia"><strong>Clicca qui per l&#8217;articolo originale di The Watcher Post  </strong></a></p>
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		<title>Referendum, il fronte del No ha già vinto. L’avv. Pruiti Ciarello spiega perché</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2020 08:46:20 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il fronte del No è animato dal cuore di chi, dopo una lunga corsa, spende le ultime energie in vista del traguardo. Indipendentemente dal risultato finale, questa condizione rappresenta già una vittoria ed è fonte di soddisfazione per chi, nella battaglia a difesa della Costituzione, ci ha creduto fin dall’inizio. L’intervento di Andrea Pruiti Ciarello, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il fronte del No è animato dal cuore di chi, dopo una lunga corsa, spende le ultime energie in vista del traguardo. Indipendentemente dal risultato finale, questa condizione rappresenta già una vittoria ed è fonte di soddisfazione per chi, nella battaglia a difesa della Costituzione, ci ha creduto fin dall’inizio. L’intervento di Andrea Pruiti Ciarello, coordinatore nazionale dei Comitati noi No e membro del CdA Fondazione Luigi Einaudi</em></p>
<p>Quando nei primi giorni di ottobre 2019, come Fondazione Luigi Einaudi, lanciammo la proposta di chiedere l’indizione del referendum costituzionale sulla legge cd. Taglia parlamentari, ricevemmo da parte di tutti sorrisetti e sfottò. Dicevano che non saremmo mai riusciti a mettere insieme le firme necessaria per chiedere l’indizione del referendum popolare e avevano ragione, riuscire a raccogliere 500.000 firme in tre mesi è impresa impossibile per qualunque organizzazione politica, figuriamoci per una fondazione culturale, impegnata con esiguità di risorse a diffondere la cultura liberale in questa nostra nazione, sferzata dai peggiori venti demagogici e populisti. Roba da dinosauri si direbbe!</p>
<p>Abbiamo pensato, però, che l’amplissima maggioranza che si era coagulata attorno a questa proposta di riforma costituzionale nella quarta e definitiva votazione alla Camera dei Deputati, rappresentava una colpa da lavare con uno slancio libertario da parte dei rappresentanti del popolo, che a nostro avviso erano rimasti vittima di quella retorica populista che aveva avvelenato i pozzi della politica italiana da qualche decennio. Una furia iconoclasta e autolesionista, inspiegabile con la ragione e forse sintomo clinico di un parlamento che non funziona più.</p>
<p>Fu così che lanciammo l’iniziativa della raccolta delle firme nelle due camere, con l’obiettivo di raggiungere la soglia di un quinto dei componenti di almeno una delle due camere, per dare ai cittadini italiani la possibilità di dire la loro su una riforma che non riguarda i parlamentari, né i loro “privilegi”, ma riguarda solo la compressione del diritto di rappresentanza politica dei cittadini. Ad <strong>Andrea Cangini</strong>, <strong>Nazario Pagano</strong> e <strong>Tommaso Nannicini</strong> va ascritto il merito di avere subito sposato la causa e di non avere risparmiato energie nella ricerca di nuovi sottoscrittori. Ci ritrovammo, dopo qualche settimana a veleggiare intorno a 50 adesioni da parte dei senatori di diversi schieramenti, provenienti principalmente da Forza Italia. I sorrisi e gli sfottò cessarono e ci cominciarono a guardare con sospetto e anche con un po’ di timore. Alla vigilia della scadenza del termine (tre mesi dalla pubblicazione della Legge Costituzionale), avevamo ben 69 firme di senatori sulla richiesta di indizione del referendum, sembrava fatta, tra queste si annoverano stranamente anche cinque firme di senatori del gruppo del movimento cinquestelle. Firme che avevano creato qualche perplessità fin dall’inizio e che furono ritirate a poche ore dalla scadenza del termine di deposito dell’istanza. Certo è legittimo il diritto di ripensarci, però ai malpensanti è sembrato davvero un tentativo di sabotaggio. Grazie alla sottoscrizione, in zona Cesarini, di sette senatori della Lega, raggiungemmo il numero di 71 firme, che garantirono la validazione dell’istanza da parte dell’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione.</p>
<p>All’inizio della campagna referendaria, prima dell’era Covid, i sondaggisti ci guardavano con aria di sufficienza, il NO era dato al 2% contro il SI al 98%, dicevano che il referendum sarebbe stato solo una perdita di tempo e politicamente avrebbe rafforzato i cinquestelle con un plebiscito senza precedenti. Abbiamo risposto che sulla restrizione dei diritti di rappresentanza dei cittadini potevano e dovevano pronunciarsi gli stessi cittadini. Il referendum era una battaglia eticamente giusta, che meritava essere combattuta, indipendentemente dal risultato. Si, in Italia c’è ancora qualcuno che crede che sia giusto spendersi in una battaglia di principio, al di là della convenienza, al di là del risultato.</p>
<p>Senza scomodare il bushido, l’etica del samurai, se ci sono battaglie sempre giuste, sono quelle a difesa dei diritti, a difesa del valore del voto, a difesa del parlamentarismo, contro una visione demagogica e populista della politica, che parla solo alla pancia delle persone, pensando che siano prive di intelligenza. Noi abbiamo creduto e crediamo che invece la gente è dotata di cervello e, nonostante il mal di pancia, nel baratto tra perdita di rappresentanza politica e prendere un caffè in più all’anno, sia pronta a rinunciare al caffè.</p>
<p>A poche ore dalla celebrazione del referendum, il risultato referendario è contendibile! Il fronte del SI non è certo di farcela e il fronte del NO è animato dal cuore di chi, dopo una lunga corsa, spende le ultime energie in vista del traguardo finale.</p>
<p>Indipendentemente dal risultato finale, questa condizione rappresenta già una vittoria ed è fonte di soddisfazione per chi, nella battaglia a difesa della Costituzione, ci ha creduto fin dall’inizio.</p>
<p>Una cosa è certa, l’Italia ha bisogno di riforme, serve superare il bicameralismo perfetto, serve rilanciare il mercato del lavoro, partendo dalla semplificazione burocratica e dalla riduzione del cuneo fiscale, serve riallacciare le fila del rapporto tra politica e cittadini, magari con la reintroduzione delle preferenze nella legge elettorale. Questo parlamento saprà andare in questa direzione?</p>
<p><a href="https://formiche.net/2020/09/referendum-battaglia-pruiti-ciarello/">formiche.net</a></p>
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