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	<title>reddito cittadinanza Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>reddito cittadinanza Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Fallimento M5s, il Reddito di cittadinanza ha distrutto il valore del lavoro</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/fallimento-m5s-reddito-cittadinanza-distrutto-valore-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Oct 2022 14:47:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[movimento 5 stelle]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[reddito cittadinanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il fallimento dell’impostazione del Reddito di Cittadinanza è nei numeri Meno del 2% dei beneficiari, infatti, ha avuto un primo contratto di lavoro. Un’inezia se paragonata agli alti costi sostenuti ogni anno per finanziare la misura, 6 miliardi di euro, la cui ideazione è stata concepita intorno a due capisaldi del pensiero politico del Movimento [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Il fallimento dell’impostazione del Reddito di Cittadinanza è nei numeri</h3>
<p>Meno del 2% dei beneficiari, infatti, ha avuto un primo contratto di lavoro. Un’inezia se paragonata agli alti costi sostenuti ogni anno per finanziare la misura, 6 miliardi di euro, la cui ideazione è stata concepita intorno a due capisaldi del pensiero politico del Movimento Cinque Stelle: le politiche distributive a sostegno dei bonus (tema sul quale hanno trovato anche la convergenza del Pd durante la fase di governo giallo-rossa) e la demonizzazione del privato, incarnata in questo caso dalla scelta sbagliata di escludere dall’intermediazione le Agenzie per il Lavoro.</p>
<p>Che questa impostazione del Reddito avrebbe ottenuto risultati fallimentari, per usare un eufemismo, era fin troppo chiaro dalla sua impostazione generale, che affidava un ruolo significativo a strutture burocratiche come i Centri per l’Impiego, il cui contributo per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro in Italia raggiunge un modesto 4%.</p>
<p>Anche i navigator, il cui compito era quello di aiutare i beneficiari del Reddito a trovare un’occupazione, hanno fallito nel loro obiettivo perché spesso si è trattato di figure professionali orientate alla conoscenza della psicologia del lavoro, ma con scarsa attitudine e frequentazione del mercato, delle imprese e del sistema industriale. Il fallimento della misura, inoltre, è nell’evidente cambiamento di prospettiva e di percezione che lo stesso Conte ha provato a dare del Reddito durante la campagna elettorale. Il Reddito è servito per sostenere gli indigenti, si è detto, ed ha svolto un ruolo significativo come strumento di calmieratore sociale.</p>
<p>Il Reddito, insomma, per stessa ammissione di chi l’ha immaginato, non ha creato occupazione, ma ha svolto un diverso ruolo sociale, che oggi però il Paese non può più sostenere. Almeno con queste dimensioni perché, se da una parte il sostegno agli indigenti deve continuare a essere una priorità sociale del nuovo Governo, non si possono però più depauperare risorse dello Stato che non qualificano il capitale umano.</p>
<p>Non solo sotto il profilo delle competenze, ma anche da un punto di vista culturale, perché il danno maggiore, più profondo e subdolo che ha prodotto l’impostazione del Reddito di Cittadinanza voluta dal Movimento Cinque Stelle, è la distruzione del valore del lavoro come strumento e mezzo di riscatto e di emancipazione sociale, regalando ai nostri figli l’ennesimo alibi del lavoro che non si trova.</p>
<p>In Italia 2 milioni di ragazzi dai 15 ai 24 anni hanno scelto di non studiare e neppure provano a cercare un lavoro. L’emigrazione dei cervelli, la crisi economica e oggi il Reddito di Cittadinanza, sono diventati un ulteriore alibi per continuare a proteggere i nostri figli, destinandoli così alla paralisi e all’emarginazione.</p>
<p><a href="https://www.iltempo.it/opinioni-e-commenti/2022/10/04/news/reddito-di-cittadinanza-grillino-distrugge-valore-lavoro-fallimento-m5s-33328218/"><strong>Stefano Cianciotta su </strong><em><strong>Il Tempo</strong></em></a></p>
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		<title>Aiuto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/aiuto-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jul 2022 17:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[m5s]]></category>
		<category><![CDATA[mario draghi]]></category>
		<category><![CDATA[PNRR]]></category>
		<category><![CDATA[reddito cittadinanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quel che era urgentissimo giovedì, al punto da inchiodare il presidente del Consiglio al telefono, su una panca del Prado, a Madrid, per costringerlo poi a rientrare anticipatamente, forse sarà affrontato oggi pomeriggio. Con calma. Una settimana dopo. Essendo questione più fumosa che di sfumature, incubata a metà strada fra il pettegolezzo e la stizzosa [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quel che era urgentissimo giovedì, al punto da inchiodare il presidente del Consiglio al telefono, su una panca del Prado, a Madrid, per costringerlo poi a rientrare anticipatamente, forse sarà affrontato oggi pomeriggio. Con calma. Una settimana dopo. Essendo questione più fumosa che di sfumature, incubata a metà strada fra il pettegolezzo e la stizzosa supponenza, difficilmente potrà essere risolta affrontandone il merito. Perché il merito non c’è e quel che c’è riguarda la politica estera, quindi un terreno largamente sconsigliabile anche alla stellata incoscienza. Però si deve uscirne, ragion per cui l’attenzione si concentrerà sul decreto “aiuti”, dove trovare aiuto per potere dire qualche cosa di demagogico. A noi preme avvertire che sarà costoso.</p>
<p>Dopo due anni è impossibile non accorgersi, al netto delle numerose truffe, che il reddito di cittadinanza è un fallimento. Cosa che sapevamo già, da prima, ma che ora ha la sua certificazione sperimentale. Le “politiche attive del lavoro” sono rimaste un gargarismo, di cui neanche sono in grado di spiegare il significato. I percettori che potrebbero lavorare non hanno trovato lavoro, nel mentre scarseggiano lavoratori per ogni dove. I navigator sono divenuti l’ennesima piaga di contratti a termine ridenominati “precari”, nei confronti dei quali si ha una specie di dovere morale a rinnovarli, anche se inutili. Il meccanismo di esclusione dall’assistenza al ricorrente rifiuto di lavoro non ha mai funzionato. Il minimo, ma proprio il minimo, consiste nel mettere mano a quello, togliendo ai salpati navigator l’esclusiva della proposta e allargandola ai privati che ne lascino traccia. Ma, per quel che resta dell’enorme legione parlamentare pentastellata, sarebbe da considerarsi avversione ideologica alla loro geniale trovata ogni ipotesi di confronto con la realtà, così dimostrando che quella loro non è manco ideologia, ma cieco misticismo.</p>
<p>E vabbè, pazienza: si è pagato fino ad adesso e si pagherà ancora per un po’. È un pessimo esempio, un assai brutto vedere, una forma d’arroganza ricattatrice, ma non cascherà il mondo. Sì, ma fino ad un certo punto.</p>
<p>Entro fine luglio la Banca centrale europea dovrebbe far conoscere le caratteristiche di un nuovo strumento, suggestivamente indicato come “scudo”, in grado di evitare la frammentazione interna circa i tassi d’interesse. Un modo, insomma, per tenere a bada gli spread. Che si divaricano non perché il mondo è brutto e cattivo, ma perché abbiamo un debito eccessivo. Ora, a parte che strumenti di soccorso a chi è in difficoltà esistono di già, a parte che i più alti lai avverso le ciambelle si levarono da chi sta a mollo, il punto è che ogni garanzia, in questo mondo, sposta un rischio e un costo. Tanto che, ragionevolmente, c’è chi vorrebbe almeno ci siano delle condizioni. Che per noi sarebbero costrizioni. E che facciamo noi? Annunciamo al mondo che il governo Draghi resta in piedi perché si consente a chi riceve un sussidio di rifiutare d’andare a lavorare, considerando l’essere mantenuto dagli altri lavoratori e pagatori di tasse un diritto di cittadinanza? Suggestiva premessa per sentirsi spedire laddove il MoVimento si propose, fin dagli albori, di spedire gli italiani ancora capaci di far di conto.</p>
<p>Certo che la politica estera viene prima. La coesione occidentale. La necessità di incardinare meglio il Pnrr. E così via. E certo che il conto di quell’obbrobrio è salato, ma non destabilizzante. Però il suo prezzo morale è altissimo. A cominciare dal fatto di far credere agli italiani che si possa avere “aiuto” per decreto e di far sapere ai concittadini europei che noi italiani avremo sempre bisogno di “aiuto”. Il che è imbarazzante, nonché il più micidiale attacco alla sovranità e alla dignità.</p>
<p>L’alternativa? Prendersi in giro, prendere tempo, rimandare tutto in Parlamento e lì constatare che il solo capace di rompere è anche il solo a non essere parlamentare.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>Manovra, un premio ai furbetti all&#8217;italiana</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/manovra-il-premio-ai-furbetti-allitaliana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Dec 2018 08:52:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[flat tax]]></category>
		<category><![CDATA[manovra governo]]></category>
		<category><![CDATA[reddito cittadinanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anni fa, circolava l’innocente barzelletta del cumenda milanese che vede un tizio il quale in pieno orario lavorativo se ne sta bel bello ad oziare steso al sole. «Ueh, ma cosa fai seduto lì a far niente? Perché non vai a lavorare?». Il tizio gira appena la testa: «E poi?». «Beh poi impari sempre meglio, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Anni fa, circolava l’innocente barzelletta del cumenda milanese che vede un tizio il quale in pieno orario lavorativo se ne sta bel bello ad oziare steso al sole. «Ueh, ma cosa fai seduto lì a far niente? Perché non vai a lavorare?». Il tizio gira appena la testa: «E poi?». «Beh poi impari sempre meglio, sei pagato di più e risparmi qualcosa». «E poi?». «Se hai testa investi quello che hai risparmiato, metti su una tua attività, crei posti di lavoro e diventi benestante». «E poi?». Il cumenda esasperato: «E alla fine ti godi un meritato riposo!». «E io che sto facendo?».</p>
<p>Ecco, nell&#8217;Italia di oggi il cumenda ha perso e l&#8217;ozioso, furbo, neghittoso tizio ha il suo momento di gloria. Le misure contenute in parte nella<strong> legge di bilancio</strong> o in altre annunciate disposizioni, oltre ai prevedibili effetti economici negativi stanno legittimando in Italia una cura che non porterà nulla di buono.</p>
<p>Partiamo da una misura in teoria a favore del lavoro, la <strong>flat tax per i lavoratori autonomi</strong>. Fino a 65.000 € di fatturato si applica un regime forfettario del 15%, da 65.000 a 100.000 del 20%. Bene, se invece si fattura 100.001€, allora si riapplica in toto l&#8217;attuale regime che oltre 75.000 euro prevede il 43% di imposta sul reddito. In altre parole il messaggio è non «crescere!»: se il tuo giro d&#8217;affari supererà i 100.000 euro dovrai incassarne molte decine di migliaia in più perché netto ti rimanga quanto già ottieni con 99.999.</p>
<p><strong>E le pensioni?</strong> Oltre ai danni alle casse dello Stato, il messaggio è lo stesso «non lavorare!», ritirati presto dalla vita attiva se puoi e se per caso hai una pensione superiore ai 1500€ al mese noi te la blocchiamo o decurtiamo, a prescindere dal fatto che tu abbia versato a sufficienza per coprire l’assegno pensionistico (contributivo) o no (retributivo): che tu abbia meritato quei soldi è indifferente. Se poi a ciò si aggiungerà il divieto di cumulo pensione-lavoro, il capolavoro sarà completo.</p>
<p><strong>Che dire del reddito di cittadinanza?</strong> Sarà ridotto perché non ci sono le risorse, ma ormai le frottole sui tutor fanno ridere (chi sarebbero? Di quante decine di migliaia di controllori ci sarebbe bisogno?), così come quelle sulle tre offerte di lavoro che se non accettate tolgono il diritto. A Napoli la disoccupazione è al 24%: chi mai troverà i tre posti disponibili nel raggio di 50 km? Anche se i centri per l’impiego fossero meno inefficienti di oggi, non succederebbe. È una mancia con l&#8217;invito a non lavorare e, semmai, a fare un po&#8217; di nero.</p>
<p><strong>La proroga di 15 anni ai concessionari degli stabilimenti balneari</strong> è uno schiaffo a chi potrebbe amministrarli meglio e magari pagare di più allo Stato: oggi in regioni come la Sicilia i gestori versano in tutto poche decine di migliaia di euro e nel resto del paese la situazione è di poco migliore. Hai una rendita di posizione? Non temere, dunque. Per esempio, anche se sei un insegnante meno bravo o dedicato di altri, non ti preoccupare, i presidi non potranno fare più chiamate dirette e ci si può rilassare senza nemmeno preoccuparsi di dare i compiti a casa ai ragazzi, sconsigliati dal ministro dell&#8217;istruzione che, per andare sul sicuro, vuole togliere o «modificare» i test internazionali Invalsi.</p>
<p>E se non hai pagato i contributi previdenziali il fisco o addirittura hai esercitato abusivamente una professione sanitaria, niente paura, ci sono<strong> condoni per tutti</strong> (con in sovrappiù i rischi per la salute dei cittadini).</p>
<p>lnfine, c&#8217;è un tipo di organizzazione che necessariamente reinveste i suoi profitti e non li distribuisce ai suoi azionisti, quella <strong>non profit</strong>, che crea così nuove opportunità di lavoro e aiuta le persone. Certamente ci sono degli abusi, ma invece di reprimere quelli cosa si fa? Si raddoppiano le tasse agli enti senza scopo di lucro: non fare del bene!</p>
<p>Questa battaglia culturale contra il lavoro, il merito, l’innovazione, l&#8217;altruismo e la concorrenza a favore di furbizia e rendite di posizione fa dell’Italia un caso unico al mondo. E non da celebrare.</p>
<p>Alessandro De Nicola, La Stampa 28 dicembre 2018</p>
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		<item>
		<title>Manovra: 3 motivi per cui cambiarla e 4 proposte per migliorarla</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/manovra-3-motivi-per-cui-cambiarla-e-4-proposte-per-migliorarla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Ricolfi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Nov 2018 16:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[reddito cittadinanza]]></category>
		<category><![CDATA[spread]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel medio periodo i mercati finanziari valutano i conti pubblici di un Paese in base ai suoi fondamentali, nel breve periodo, invece, nella valutazione dei mercati, quella che determina il famigerato spread, entrano anche molteplici fattori di natura politica, psicologica, congiunturale. In questo momento, nella zona Euro, tutti i paesi sono giudicati dai mercati grosso modo in linea con i [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel medio periodo i mercati finanziari valutano <strong>i conti pubblici di un Paese</strong> in base ai suoi fondamentali, nel breve periodo, invece, nella valutazione dei mercati, quella che determina il famigerato spread, entrano anche molteplici fattori di natura politica, psicologica, congiunturale. In questo momento, nella zona Euro, tutti i paesi sono giudicati dai mercati grosso modo in linea con i loro fondamentali, con una sola eccezione: l’Italia.</p>
<p>In Italia lo <strong>spread è pari a 300 punti base</strong>, ma di questi 300 punti solo la metà circa è attribuibile allo stato dei nostri fondamentali. <strong>In concreto vuol dire</strong>: se i mercati non fossero influenzati da fattori anomali, lo spread sarebbe prossimo a 150 punti, e tutti vivremmo sonni più tranquilli. Come se non bastasse, a questa cattiva disposizione (posso chiamarla così?) dei mercati si addiziona la pessima disposizione delle autorità europee, che minacciano l’avvio di una proceduta di infrazione verso l’Italia, colpevole di aver presentato una manovra di bilancio che viola le regole di Bruxelles. È in questo clima che, molto timidamente e in modo volutamente ambiguo, il governo si appresta a modificare (o rimodulare, come si dice quando si vuole dire e non dire) la manovra economica con cui intende far uscire l’Italia dalle secche della bassa crescita.</p>
<h2>Tre motivi per cui corregere la manovra</h2>
<p>È opportuno mettere mano a una sostanziosa correzione della manovra? Io penso di sì, ma ritengo anche che una tale correzione non dovrebbe preoccuparsi tanto di salvare la faccia alle autorità europee, quanto di riportare i mercati alla ragione, ossia a valutare l’Italia per quel che sono i suoi fondamentali. Provo a dire perché.</p>
<p><strong>1.</strong> Il vero danno all’Italia non verrà dalle sanzioni europee, ma è già venuto dall’aumento dello spread. Se non ce ne siamo ancora accorti granché è solo perché gli effetti negativi generali si vedranno fra un anno circa, ossia quando gli interessi sui prestiti e sui mutui cominceranno a strangolare famiglie e imprese, mentre gli effetti negativi immediati hanno finora colpito solo (si fa per dire) 1 risparmiatore su 4, ossia i possessori di ricchezza finanziaria sensibile (azioni, obbligazioni, titoli di stato). È facile prevedere che se, fra qualche mese, le perdite virtuali dei risparmiatori italiani (circa 200 miliardi di euro dalla data delle elezioni) non dovessero essere recuperate grazie a un calo dello spread e un recupero della Borsa, assisteremo al progressivo consolidarsi del partito del I want my money back, ovvero rivoglio i miei soldi indietro, secondo la famosa rivendicazione di <strong>Margareth Thatcher</strong> (verso l’Europa).</p>
<p><strong>2.</strong> Contrariamente a quanto si potrebbe supporre dai dibattiti in corso, la vera fonte di tensione sui mercati non è il deficit (che da diversi anni oscilla intorno al livello programmato dal governo giallo-verde), ma l’evoluzione del <strong>rapporto debito/Pil</strong>. Quel che preoccupa è la scarsa determinazione del governo nel perseguirne la sua riduzione, e ancor più la convinzione della stragrande maggioranza degli analisti che, sia nel 2019 sia negli anni successivi, il Pil dell’Italia crescerà meno del previsto, rendendo così ancora più improbabile l’avvio di un percorso di riduzione del rapporto debito/Pil.</p>
<p><strong>3.</strong> I timori degli analisti sono più che giustificati, e lo sono per un motivo molto semplice: la manovra non inverte affatto la rotta degli anni scorsi, ma semmai ne amplifica i difetti e, bisogna aggiungere per amore di verità, ne paga gli errori. In che senso? Nel senso che <strong>è stato un errore</strong> puntare troppo su <strong>misure assistenziali</strong> (come gli 80 euro e i vari bonus), giustificate dal mito del rilancio della domanda interna. È stato un errore fare così poco per ridurre la pressione fiscale sui produttori.<strong> È stato un errore</strong> disseminare il futuro (cioè il presente dell’attuale governo) di clausole di salvaguardia da disinnescare, come quelle sull’Iva e le accise. <strong>È stato un errore</strong> chiedere continuamente all’Europa di fare più deficit di quello consentito dalle regole, anziché approfittare della congiuntura favorevole per risanare il bilancio. <strong>È stato un errore</strong> ridurre, anno dopo anno, le risorse destinate agli investimenti pubblici.<strong> È stato un errore</strong> non fare una manovra correttiva allorché l’Europa ci avvertì che i nostri conti pubblici stavano deragliando dal percorso concordato.</p>
<p>Di fronte a questi errori, rinunciare a una sensibile riduzione delle tasse e puntare quasi tutto su due grandi misure di spesa (reddito di cittadinanza e pensionamenti anticipati) non significa cambiare rotta, ma accentuare il principale difetto delle politiche dei governi precedenti, ovvero l’eccesso di misure orientate al consenso anziché alla crescita. Né vale l’obiezione che, così, si rilanciano consumi e domanda interna, o che la manovra è finalmente espansiva: fare il 2,4% di deficit non significa immettere nell’economia più soldi di prima, ma solo immetterne di più di quanti se ne incassa, esattamente come prima e nella stessa misura in cui lo si faceva prima (il deficit è sempre stato prossimo al 2,4% negli ultimi anni).</p>
<h2>Quattro proposte</h2>
<p>Che fare, dunque, per correggere la manovra? Arrivati a questo punto una correzione radicale, una vera inversione di tendenza, è politicamente impossibile, perché ormai su pensioni e reddito di cittadinanza Salvini e Di Maio si sono impegnati con i rispettivi elettorati, e non è certo pensabile che sacrifichino una di queste due promesse per mantenere la terza, ovvero la flat tax. Però, forse, qualche correzione si potrebbe fare lo stesso. Di queste correzioni, non ottimali ma comunque capaci di calmare i mercati, io ne vedo almeno quattro.</p>
<p><strong>a.</strong> La prima è un aumento degli investimenti pubblici, soprattutto legati all’edilizia e alla gestione del territorio (dissesto idrogeologico, messa in sicurezza delle scuole).</p>
<p><strong> b.</strong> La seconda è una lieve riduzione del deficit programmatico, magari anche solo dal 2,4 al 2%, che non è moltissimo in termini di bilancio ma è tanto come segnale ai mercati.</p>
<p><strong>c.</strong> La terza, a copertura delle prime due, è un avvio graduale delle misure di spesa (pensioni e reddito di cittadinanza), non nel senso di un inizio tardivo (impensabile con le elezioni europee alle porte) ma nel senso di un inizio tempestivo (aprile?) che allarga poco per volta la platea dei beneficiari.</p>
<p><strong>d.</strong> La quarta, a mio parere la più importante, è il capovolgimento del reddito di cittadinanza. Anziché mettere i soldi in tasca ai disoccupati, attendendo che gli inefficientissimi centri per l’impiego offrano loro un corso di formazione e un lavoro veri, che li distolga dalla tentazione del lavoro nero, si potrebbe varare un sistema di incentivi che renda convenienti per le imprese l’assunzione e/o la formazione di lavoratori disoccupati e disponibili a lavorare: imparare un lavoro dentro l’impresa che di quel tipo di lavoro ha bisogno è la migliore garanzia che il lavoratore formato venga assunto, e che la formazione serva proprio a lui, e non come oggi troppe volte accade ai formatori che si contendono i disoccupati.</p>
<p>Un aggiustamento di questo tipo non sarebbe il più efficace possibile ai fini della crescita, se non altro perché privo di altri cruciali pilastri (riduzione delle tasse, investimenti in capitale umano, efficientamento della giustizia civile), e tuttavia avrebbe, a mio parere, buone probabilità di <strong>centrare almeno quattro obiettivi</strong>: salvare la sostanza delle promesse elettorali già fatte; rendere meno improbabile il raggiungimento dei tassi di crescita programmati, grazie al reddito di cittadinanza reindirizzato verso le imprese; bloccare la proceduta di infrazione dell’Europa contro l’Italia; raffreddare le tensioni sui mercati finanziari.</p>
<p>Un ritorno dello spread sotto quota 200 riporterebbe un po’ di fiducia, ridarebbe ossigeno ai bilanci delle banche, eviterebbe la contrazione del credito e l’aumento dei tassi sui mutui, permetterebbe ai risparmiatori di recuperare le perdite (virtuali) di questi mesi. Non è moltissimo, ma è comunque meglio che prolungare all’infinito l’incertezza presente.</p>
<p>Luca Ricolfi, Il Messaggero 30 novembre 2018</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/manovra-3-motivi-per-cui-cambiarla-e-4-proposte-per-migliorarla/">Manovra: 3 motivi per cui cambiarla e 4 proposte per migliorarla</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il reddito di cittadinanza? Demagogia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-reddito-di-cittadinanza-demagogia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Martino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Nov 2018 10:53:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[reddito cittadinanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[spacer height=&#8221;20px&#8221;] Il Reddito di cittadinanza? Favorirà assistenzialismo e furbizie da parte dei cittadini. Antonio Martino, in questa intervista a Quarta Repubblica del 19 novembre 2018, spiega perché si tratta di demagogia demenziale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-reddito-di-cittadinanza-demagogia/">Il reddito di cittadinanza? Demagogia</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="width: 1920px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-14137-1" width="1920" height="1080" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/11/reddito-cittadinanza.mp4?_=1" /><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/11/reddito-cittadinanza.mp4">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/11/reddito-cittadinanza.mp4</a></video></div>
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<p>Il Reddito di cittadinanza? Favorirà assistenzialismo e furbizie da parte dei cittadini. Antonio Martino, in questa intervista a Quarta Repubblica del 19 novembre 2018, spiega perché si tratta di demagogia demenziale.</p>
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		<title>Il reddito di cittadinanza spegnerà le energie vitali del Paese</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-reddito-di-cittadinanza-spegnera-le-energie-vitali-del-paese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Oct 2018 12:05:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[reddito cittadinanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il liberismo in Italia non ha mai avuto fortuna. Non solo, in verità come realizzazione di concrete politiche pubbliche, ma nemmeno a livello ideologico. Chi scrive non è fra coloro che, esasperando un&#8217;idea in sé valida, fanno della scelta per il libero mercato quasi un dogma, la panacea per ogni male valida è sempre e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il liberismo in Italia non ha mai avuto fortuna</strong>. Non solo, in verità come realizzazione di concrete politiche pubbliche, ma nemmeno a livello ideologico. Chi scrive non è fra coloro che, esasperando un&#8217;idea in sé valida, fanno della scelta per il libero mercato quasi un dogma, la panacea per ogni male valida è sempre e comunque. Credo però che, qui da noi, si siano sempre poco considerati, o addirittura rifiutati, i presupposti morali del liberismo. Il quale ha un&#8217;idea di uomo che non aspetta da altri protezione e guarentigie, ma si sforza di attivare tutte le proprie energie vitali, anche e soprattutto intellettuali, per migliorarsi, realizzare dei piani di vita e anche uscire dalle proprie difficoltà se del caso.</p>
<p>È proprio questa idea che non ci fa amare particolarmente <strong>il reddito di cittadinanza</strong> che i 5 stelle hanno imposto nel &#8220;contratto&#8221; che ha dato vita al governo. E che da sempre è stato il cavallo di battaglia di un movimento che non ha una visione d&#8217;insieme o organica sulle cose della politica o della società. Né si può sperare che l&#8217;altra forza governativa, <strong>la Lega</strong>, che invece quella visione ce l&#8217;ha ed è espressione anche di ceti produttivi (nonché fautrice di una flat tax che però non sembra sul punto di realizzarsi), possa mitigare in sede di attuazione le pretese redistributive dei pentastellati. Non potrà farlo per il semplice motivo che il governo attuale, che non ha alternative, è un esperimento quasi unico nel suo genere: non è cioè un governo di sintesi fra le opzioni di forze anche molto diverse fra loro, ma è fondato, appunto &#8220;contrattualmente&#8221;, su una rigida separazione di ambiti di azione fra i due gruppi politici che hanno dato vita ad esso.</p>
<p><strong>La domanda da porsi</strong> non concerne perciò tanto, a mio avviso, gli esiti economici, esageratamente dipinti come catastrofici, della manovra testé bocciata a Bruxelles, ma i suoi esiti morali indiretti e di più lunga durata. Essa continua infatti a instillare l&#8217;idea paternalistica che c&#8217;è sempre qualcuno che pensa a noi e che aiuterà a salvarci.</p>
<p>Potrà andare avanti un Paese che continua sistematicamente a sopire in questo modo i suoi spiriti vitali? Potrà mai ritrovarli? E dove e quando? Domande scomode che forse oggi proprio, in una situazione in cui la domanda di protezione è forte e va rispettata, non è licito porre sul tavolo. Ma che, quando gli equilibri politici si saranno ricomposti, non potrà più essere elusa.</p>
<p>A quel punto si tratterà forse di riconoscere le buone ragioni di chi ama giocare da sé la propria battaglia e rischiare, facilitandone l&#8217;azione senza punirlo per ricompensare chi nella vita ha fatto solo affidamento sugli altri o sullo Stato papà.</p>
<p>Corrado Ocone, huffingtonpost.it 26 ottobre 2018</p>
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		<title>Reddito di cittadinanza, un mostro che porterà ingiustizie e povertà</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/reddito-di-cittadinanza-un-mostro-che-portera-ingiustizie-e-poverta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Forte]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Oct 2018 13:07:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[reddito cittadinanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il reddito di cittadinanza, come attualmente concepito, è un oneroso mostro finanziario destinato a gravare sul nostro disavanzo pubblico in misura molto superiore agli 8 miliardi di euro più 2 di spese per il personale dei centri dell&#8217;impiego messi a bilancio per il 2019. Infatti esso entrerà in azione, a fine marzo, prima delle elezioni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il reddito di cittadinanza</strong>, come attualmente concepito, è un oneroso mostro finanziario destinato a gravare sul nostro disavanzo pubblico in misura molto superiore agli 8 miliardi di euro più 2 di spese per il personale dei centri dell&#8217;impiego messi a bilancio per il 2019.</p>
<p>Infatti esso entrerà in azione, a fine marzo, prima delle elezioni europee del 23 maggio, con un costo stimato di <strong>8 miliardi</strong>, che cominceranno a essere erogati in agosto. Essendo l&#8217;esborso dei cinque mesi del 2019, di 1,6 miliardi mensili, il costo annuo, nel 2020, sarà di 19 miliardi, al netto degli incrementi dovuti agli aumenti dei costi di nuovo personale per i centri per l&#8217;impiego e delle nuove domande di reddito di cittadinanza, comprese quelle estere di cittadini italiani del Sud America, che troveranno conveniente venire in Italia e di quelle di cittadini della comunità europea, che avranno maturato dieci anni di residenza fra noi. Il terzo anno, perciò, l&#8217;esborso crescerà ancora. E ciò con una serie di iniquità e di effetti collaterali negativi, che giustifica pienamente il termine «mostro».</p>
<p>Infatti i <strong>780 euro mensili</strong>, di cui al progetto, sono la soglia media nazionale di povertà, calcolata dall&#8217;Istat. Chi ha un reddito mensile di più di 780 euro e pertanto non è ufficialmente povero, di solito, per guadagnarlo, sostiene disagi, costi di trasporto e spese che non avrebbe stando a casa. Dunque, i 780 euro sono ingiusti verso chi lavora e l&#8217;attuale importo del reddito di cittadinanza incita alla pigrizia e la premia. D&#8217;altra parte i 780 euro sono la soglia nazionale della povertà, una media fra il costo della vita del Nord e del Sud e fra le città e i borghi. Con questo reddito di 780 euro mensili in un paesino del Sud una persona campa facilmente, anche se non ha una propria abitazione, perché i fitti sono bassi e le spese di riscaldamento e luce sono basse, mentre al Nord, in una città, questa cifra basta appena per sopravvivere.</p>
<p><strong>Accanto a queste palesi ingiustizie</strong>, ve ne sono altre che sorgono in relazione alla difficoltà di individuare i giovani poveri. Chi ha 18 anni e vive lontano dalla sua famiglia, se non ha un proprio reddito è statisticamente, un single povero. Ma se la famiglia è benestante, presumibilmente, gli dà i mezzi per vivere. Quale soglia di reddito familiare comporta che il 18 enne che vive fuori casa e non lavora abbia diritto al reddito di cittadinanza? E se il 18enne vive in casa, con un genitore con reddito inferiore a 1.160 euro, il giovane potrà avere la sovvenzione di 780 euro, dato che una persona con un figlio a carico minorenne, con reddito di meno di 1.160 euro avrà diritto a un conguaglio sotto forma di reddito di cittadinanza, sino a tale importo?</p>
<p><strong>Più si leggono queste regole</strong>, più si ha la sensazione che oltre che essere un mostro finanziario che darà luogo a una redistribuzione iniqua, il reddito di cittadinanza sia anche un mostro burocratico, che darà luogo a un complesso contenzioso e a polemiche di chi si sentirà escluso o non sovvenzionato abbastanza. Una guerra fra postulanti, per sussidi, con risorse per il non lavoro, anziché per creare posti di lavoro e ridurre i costi del lavoro.</p>
<p>Un mostro con la sequenza: più deficit, più spread nei finanziamenti bancari, meno Pil, più poveri e più tasse.</p>
<p>Francesco Forte, Il Giornale 7 ottobre 2018</p>
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		<title>&#8220;Arrivano i barbari&#8221;. Considerazioni e (3) certezze post-voto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/arrivano-i-barbari-considerazioni-e-3-certezze-post-voto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Mar 2018 09:06:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[flat tax]]></category>
		<category><![CDATA[reddito cittadinanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Arrivano i barbari”, cantava Giorgio Gaber. Ascoltatela, quella riflessione profetica. Avvertiva che ci sono già, i barbari, perché siamo noi. Adesso li abbiamo anche contati nell’urna elettorale. Come quelli cantati, anche questi barbari non sono un’invasione dall’esterno, ma dall’interno. Tanti sono allarmati, da quando hanno visto come è composta la maggioranza degli elettori. Ero allarmato [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Arrivano i barbari”, cantava Giorgio Gaber</strong>. Ascoltatela, quella riflessione profetica. Avvertiva che ci sono già, i barbari, perché siamo noi. Adesso li abbiamo anche contati nell’urna elettorale. Come quelli cantati, anche questi barbari non sono un’invasione dall’esterno, ma dall’interno.</p>
<p><strong>Tanti sono allarmati</strong>, da quando hanno visto come è composta la maggioranza degli elettori. Ero allarmato prima, bastandomi la quasi totalità di quelli che i voti li chiedevano.</p>
<p><strong>A leggere e ascoltare i commenti</strong> sembra che il pericolo consista nella diversità dei nuovi eletti. Lo vedo, piuttosto, nel loro essere uguali, figli di letti diversi, ma di un medesimo padre: l’assistenzialismo a debito.</p>
<p>Ci si allarma perché potrebbe non esserci una maggioranza.</p>
<p><strong>Mi allarmo per la sua potenziale vastità</strong>. Già, perché se si va oltre lo sbandierare di straccetti incolori e senza vessillo, pregni d’idee come l’insegna appresso la quale Dante accoda gli ignavi, se si omette il delirio egolatrico dei capetti tonitruanti, ci si accorge che sono, fra loro, tanto vicini da essere quasi avvinghiati.</p>
<p><strong>I pentastellati fecero messe di voti</strong> proponendo il reddito di cittadinanza. Ma non erano i loro antagonisti a proporre il reddito d’inclusione e quello di dignità? Nessuno di loro saprebbe spiegare come funziona l’uno o l’altro, ma tutti hanno coltivato la medesima speranza: che l’ascoltatore senza reddito adeguato intendesse d’essere destinatario di soldi altrui.</p>
<p>Possibile che siano così fessi da averci creduto? E perché non avrebbero dovuto?</p>
<p><strong>Dal governo Renzi varò anche il regalo di compleanno</strong>, a spese dell’erario, mentre Berlusconi, tralasciando la più alta spesa pensionistica d’Europa, prometteva più pensioni ricordando d’averle già alzate.</p>
<p><strong>Chi paga?</strong> E chi se ne frega, intanto si vincono le elezioni. I frinenti non erano i più credibili, bensì i meno incredibili. Per mancanza di prove.</p>
<p><strong>I forzisti, divenuti debolisti, speravano di sbancare</strong> proponendo la flat tax al 23%. E che importa se i soli conti ben fatti la volevano al 25, ma con aumento dell’iva. Conta l’idea, che attira voti.</p>
<p><strong>I leghisti, però, li surclassarono: 15%</strong>. La magia affabulatoria voleva che più l’aliquota fosse bassa maggiore sarebbe stato il gettito.</p>
<p><strong>Miracolo!</strong> E tutti s’industriarono a spiegare che aumentando la spesa pubblica e il deficit sarebbe diminuito il debito, perché sarebbe cresciuto il pil.</p>
<p><strong>Arimiracolo!</strong> Diciamo che il Gatto e la Volpe furono meno creativi e più rurali. Ricordare a tutti loro che se si consuma più ricchezza di quanta se ne produce cresce una sola cosa, la povertà, era inutile pedanteria. Era il confessare d’essere servi della finanza e propugnatori della schiavitù.</p>
<p>Mi facevano e mi fanno impressione, ma non per quanto sono fra loro diversi, bensì per quanto sono fra loro simili.</p>
[embedyt] https://www.youtube.com/watch?v=2nwJVn7zyug[/embedyt] [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><strong> Come era ragionevole supporre, in questa gara dissennata</strong>, il M5S s’è mangiato il Pd e la Lega s’è pappata FI. Anche io, del resto, quando mi capita di comprare il biglietto di qualche lotteria scelgo quella che ha il monte premi più alto: ovvio che non vinco, ma, se capita, meglio il più del meno.</p>
<p><strong>Per il resto, che volete?</strong> La Lega aveva “no euro” nel simbolo e i 5S volevano il referendum per riprendersi la libertà. Berlusconi straparlava di doppia moneta e Renzi strologava di pugni battuti per avere elasticità. E a chi osservava che trattavasi di minchionerie galattiche rispondevano in coro: ti sta bene il mondo come è? No, non mi sta bene, ma quello modellato da cotante mani sarà peggiore.</p>
<p><strong>C’è ancora tempo, tanto tempo</strong>, prima che si avvii la formazione di un nuovo governo. Il punto di partenza non potrà che essere il responso degli elettori, fatto di tre cose:</p>
<p><strong>a.</strong> il partito di maggioranza relativa è il non partito (lo è ancora?) M5S;</p>
<p><strong>b.</strong> la coalizione di maggioranza relativa è il centro destra a trazione leghista;</p>
<p><strong>c.</strong> nessuno manco s’avvicina a quel che proclamava certo e indispensabile, ovvero una propria maggioranza. Il Pd può, in cortile, sfasciarsi con comodo.</p>
<p>Stando alle cose dette, lo ripeto, quel che inquieta non è che non ci sia una maggioranza, ma che sia fin troppo vasta.</p>
<p><strong>Intanto il neonato bipolarismo è fra estreme</strong>. Codesto è il capolavoro realizzato in ventiquattro anni di consegna dell’elettorato ragionevole al ricatto delle forze irragionevoli.</p>
<p><strong>Nel frattempo invito a dare un occhio alla cartina d’Italia</strong>, colorata elettoralmente: fate pure un governo dei pentastellati senza i leghisti, o viceversa, e la penisola si spacca in due. In campagna elettorale misero su una pantomima per sentirsi combattenti del 1945, salvo rischiare di abbattere il 1861.</p>
<p>Davide Giacalone, 8 marzo 2018</p>
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		<title>Elezioni, quello che unisce i 3 principali schieramenti</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/elezioni-quello-che-unisce-i-3-principali-schieramenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Mar 2018 18:15:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[reddito cittadinanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dietro le diverse sensibilità e proposte dei tre principali schieramenti, c&#8217;è un elemento comune. Davide Giacalone spiega di cosa si tratta in questo breve estratto da Omnibus del 2 marzo 2018[spacer height=&#8221;20px&#8221;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dietro le diverse sensibilità e proposte dei <strong>tre principali schieramenti</strong>, c&#8217;è un elemento comune. <strong>Davide Giacalone</strong> spiega di cosa si tratta in questo breve estratto da Omnibus del 2 marzo 2018[spacer height=&#8221;20px&#8221;]
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		<title>Il reddito minimo? Un&#8217;illusione. Per 3 motivi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-reddito-minimo-unillusione-per-3-motivi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Feb 2018 12:12:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[reddito cittadinanza]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Luca Ricolfi analizza uno dei temi della campagna elettorale: il reddito minimo Tasse, sicurezza e occupazione sono gli unici temi che sono stati centrali in tutte le campagne elettorali della seconda Repubblica, compresa questa. Oggi però si è aggiunto un quarto tema, assolutamente centrale e senza precedenti: il reddito minimo. Con nomi e forme diverse [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Luca Ricolfi analizza uno dei temi della campagna elettorale: il reddito minimo</em></p>
<p><strong>Tasse, sicurezza e occupazione</strong> sono gli unici temi che sono stati centrali in tutte le campagne elettorali della seconda Repubblica, compresa questa. Oggi però si è aggiunto un quarto tema, assolutamente centrale e senza precedenti: <strong>il reddito minimo</strong>.</p>
<p>Con nomi e forme diverse lo hanno proposto un po&#8217; tutti.</p>
<p>Il <strong>Pd</strong> parla di reddito di inclusione, il <strong>Centro-destra</strong> di reddito di dignità, i <strong>Cinque stelle</strong> di reddito di cittadinanza (una sorta di fake word, o parola usata a sproposito, visto che il reddito di cittadinanza è tutt&#8217;altra cosa).</p>
<p>I costi sono ragionevoli (pochi miliardi) nel caso della proposta del Pd, alti ma indeterminati (per mancanza di dettagli) nel caso del Centro-destra, certamente molto elevati (fra i 15 e i 30 miliardi) nel caso dei Cinque Stelle.</p>
<p><strong>Fra tutte le forze politiche</strong>, quella che più risolutamente e da più tempo punta sul reddito minimo, e da ben cinque anni ha depositato un disegno di legge, è il Movimento Cinque Stelle.</p>
<p><strong>L&#8217;idea è di garantire a chiunque</strong>, indipendentemente dal fatto di lavorare o meno, il raggiungimento di un reddito familiare pari alla soglia di povertà relativa, che attualmente in Italia è di oltre 1000 euro per una famiglia di 2 persone e di 1500 euro per una di 3 persone.</p>
<p><strong>La misura, fondamentalmente, riguarda tre categorie di soggetti</strong>. <strong>a)</strong> Chi lavora e guadagna meno della soglia di povertà. <strong>b)</strong> Chi è disoccupato e cerca un lavoro. <strong>c)</strong> Chi si trova nella condizione di pensionato, di casalinga o di inoccupato con un reddito familiare inferiore alla soglia. In sostanza ne sono esclusi soltanto i minorenni, e chi ha un reddito dichiarato superiore alla soglia di povertà.</p>
<p><strong>Detta così, l’idea e affascinante</strong>. Ma come spesso accade, il diavolo si nasconde nei dettagli (e nelle conseguenze). Vediamo.</p>
<h2>I costi</h2>
<p>Primo dettaglio, il costo: comunque lo si computi (le stime oscillano fra 15 e 30 miliardi, ma se si sta alla lettera del disegno di legge la seconda cifra è la più verosimile), <strong>un costo annuo di una ventina di miliardi</strong> corrisponde a una manovra finanziaria permanente.</p>
<p>È come dire che, una volta impegnati questi soldi, <strong>null&#8217;altro si potrà fare</strong>: né abbassare le tasse, né incentivare l&#8217;occupazione e gli investimenti, per non parlare delle altre innumerevoli promesse dei Cinque Stelle stessi.</p>
<h2>Disincentivo al lavoro</h2>
<p>Secondo dettaglio: il disincentivo a lavorare. Il disegno di legge sul reddito di cittadinanza ignora il fatto che, cosi configurato, il reddito minimo<strong> renderebbe non conveniente lavorare</strong> per ben 9 milioni di italiani.</p>
<p><strong>Perché mai un occupato a tempo parziale</strong> a 500 euro al mese dovrebbe continuare a lavorare se pub guadagnarne quasi 700 non facendo nulla? Certo, si può obiettare che, in realtà, il diritto al reddito di cittadinanza si perde se non si rispettano determinati obblighi (come la ricerca di un lavoro, la formazione, la disponibilità a lavori socialmente utili) e, soprattutto, se si rifiutano le offerte di lavoro.</p>
<p><strong>C’è un piccolo dettaglio, però</strong>: il percettore di un reddito di cittadinanza può rifiutare ben 3 offerte di lavoro, e arrivato alla quarta può eccepire che l&#8217;offerta non è &#8220;congrua&#8221;, o che una delle precedenti offerte non lo era, e quindi non va inclusa nel conteggio.</p>
<p>Ma che significa congrua? Lo specifica nei minimi dettagli il comma 2 dell&#8217;articolo 12 del Disegno di legge dei Cinque Stelle.</p>
<p><strong>Un&#8217;offerta di lavoro è considerata congrua</strong> se (cito solo alcune delle condizioni); &#8220;è attinente alle propensioni, agli interessi e alle competenze acquisite dal beneficiario&#8221;; &#8220;la retribuzione oraria è maggiore o eguale all&#8217;80% di quella riferita alle mansioni di provenienza&#8221;; il posto di lavoro è raggiungibile in meno di un&#8217;ora e 20 minuti con i mezzi pubblici.</p>
<p>Tutte condizioni che devono essere soddisfatte congiuntamente, altrimenti l&#8217;offerta none congrua.</p>
<p><strong>Non ci vuole moltissima fantasia ad immaginare le conseguenze</strong>. L&#8217;enorme burocrazia di funzionari pubblici pagati per gestire questi 9 milioni di beneficiari non riuscirà ad &#8220;accompagnare&#8221; al lavoro, al servizio civile, o nei torsi di formazione che una minima parte di essi.</p>
<p><strong>A chiunque non voglia accettare un&#8217;offerta di lavoro</strong> perché preferisce percepire il sussidio senza lavorare (o lavorando in nero) basterà rifiutarla (ha diritto a rifiutarne ben tre senza alcuna giustificazione).</p>
<p><strong>Se poi fosse così sfortunato da riceverne ben quattro</strong>, e anche la quarta non gli andasse bene, gli basterà considerala &#8220;non attinente alle sue propensioni ed interessi&#8221;, che evidentemente nessuno, tantomeno un giudice del Tar, potrà pretendere di conoscere meglio del diretto interessato (l&#8217;unico freno all&#8217;abuso di questa possibilità di rifiuto e posto dal comma 2, che comunque scatta solo dopo un anno è nel caso di rifiuto di tutte le offerte precedentemente ricevute).</p>
<p><strong>In breve</strong>: l&#8217;effetto economico più macroscopico del reddito minimo in formato Cinque Stelle sarebbe di ridurre ulteriormente l&#8217;offerta di lavoro, che in Italia è già patologicamente bassa rispetto a quella delle altre economie avanzate.</p>
<h2>Iniquo</h2>
<p>Ma il dettaglio più inquietante del reddito minimo sta nella sua iniquità. <strong>Essendo basato sul reddito nominale</strong>, anziché sul potere di acquisto, esso non potrà che creare nuove diseguaglianze, come se non ne avessimo già abbastanza. Una misura equa, come il &#8220;minimo vitale&#8221; proposto dall&#8217;Istituto Bruno Leoni, dovrebbe basarsi sul reddito in termini reali e non sul reddito monetario.</p>
<p><strong>Stanti le enormi differenze nel livello dei prezzi</strong>, analiticamente documentate dall&#8217;Istat, mille euro di un operaio che vive a Milano valgono poco più della metà di quel che valgono per un manovale che vive in un piccolo comune del Mezzogiorno.</p>
<p><strong>Ecco perché tutte le misure basate sul reddito nominate</strong> (anche quelle del Pd e del Centro-destra) sono intrinsecamente inique: rischiano di escludere dal beneficio molti veri poveri nelle regioni del centro-nord, e di sussidiare molti finti poveri in quelle del Mezzogiorno.</p>
<p><strong>Per non parlare di altri squilibri</strong>: l&#8217;iniezione nell&#8217;economia di 20 miliardi di sussidi all&#8217;anno sulla base del reddito nominate dichiarato a strutturalmente una misura pro-evasori, perché beneficerebbe chi guadagna abbastanza ma dichiara poco o nulla, e taglierebbe fuori chi guadagna poco ma dichiara tutto.</p>
<h2>Un&#8217;obiezione e due risposte</h2>
<p><strong>Si potrebbe obiettare</strong>, naturalmente, che il fascino del reddito minimo deriva anche dal fatto che la formazione di posti di lavoro è molto lenta, molti mestieri e molte occupazioni stanno sparendo, i robot e l&#8217;intelligenza artificiale stanno sostituendogli uomini.</p>
<p><strong>In un mondo in cui, come aveva previsto Keynes</strong> fin dagli anni &#8217;20 del Novecento, il monte ore totale di una società tende a contrarsi, è logico che la maggioranza non lavori, e che sia la mamma-Stato a provvedere agli sfortunati (o ai fortunati?) che dal lavoro saranno esentati, che lo vogliano o non lo vogliano.</p>
<p><strong>Dopotutto, almeno in Italia, in parte e già così</strong>: la patologia di uno Stato che da sociale si fa assistenziale risale a circa mezzo secolo fa, quando per la prima volta venne denunciata vigorosamente da un manipolo di studiosi e di politici coraggiosi: Franco Reviglio, Giorgio Galli, Alessandra Nannei, Ugo La Malfa, autori di libri e analisi tanto memorabili quanto inascoltate.</p>
<p>A questa obiezione si possono, a mio parere, fornire due sole risposte.</p>
<p><strong>La prima è una domanda</strong>: è questo il tipo di mondo in cui vorremmo vivere? Davvero ci piacerebbe che il lavoro fosse il destino di una minoranza di super-efficienti, competitivi, stakanovisti cui spetta, attraverso la mano pubblica, mantenere tutti gli altri?</p>
<p><strong>La seconda risposta, invece, è una constatazione</strong>, che emerge dal confronto con gli altri paesi. Se guardiamo all&#8217;evoluzione del numero di posti di lavoro nelle società avanzate, scopriamo una cosa molto interessante, anche se leggermente frustrante per noi: dopo la crisi, e a dispetto della crisi, sono molti i paesi che hanno oggi un tasso di occupazione più alto di quello di dieci anni fa.</p>
<p><strong>Questo basta a mostrare</strong> che automazione, intelligenza artificiale, globalizzazione, delocalizzazioni non bastano a spegnere le energie di un Paese vitale, che vuole continuare a crescere e prosperare.</p>
<p><strong>Certo, è possibile che fra dieci o venti anni</strong> l&#8217;Italia si ritrovi irrimediabilmente al di fuori dei sentieri della crescita e della modernizzazione, e che a un manipolo di produttori sia affidato il compito di mantenere una maggioranza di cittadini impoveriti e impotenti, in un paese che decresce e diventa sempre più marginale.</p>
<p><strong>Ma non raccontiamoci che è colpa del progresso</strong>, o che era destino, o che la responsabilità dell&#8217;Europa, della signora Merkel o dell&#8217;austerità.</p>
<p><strong>Perché se a noi andrà così</strong>, e altri invece ne verranno fuori come già stanno facendo, e solo a noi stessi che dovremo chiedere: come mai, anziché reagire alla crisi, creando posti di lavoro veri, abbiamo preferito continuare, come facciamo da mezzo secolo, a puntare tutte le nostre carte sullo Stato assistenziale? [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><strong>Luca Ricolfi</strong>, Il Messaggero 24 febbraio 2018</p>
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