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	<title>prima repubblica Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>prima repubblica Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Giovanni Malagodi, la politica come servizio</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giovanni-malagodi-la-politica-come-servizio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Oct 2024 14:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni malagodi]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Liberale Italiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nacque a Londra, visse a Berlino, Parigi, Buenos Aires, Roma e Milano. Conobbe il mondo e dal mondo fu conosciuto e stimato. Discusse la tesi di laurea con il padre della politologia italiana, Gaetano Mosca; la pubblicò grazie all’interessamento di Benedetto Croce. Fu protagonista del salvataggio della Banca commerciale italiana, di cui divenne direttore, al [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nacque a Londra, visse a Berlino, Parigi, Buenos Aires, Roma e Milano. Conobbe il mondo e dal mondo fu conosciuto e stimato. Discusse la tesi di laurea con il padre della politologia italiana, Gaetano Mosca; la pubblicò grazie all’interessamento di Benedetto Croce.<br />
Fu protagonista del salvataggio della Banca commerciale italiana, di cui divenne direttore, al fianco di Raffaele Mattioli. Fu consulente di diversi governi e di Confindustria per le questioni finanziarie e monetarie, rappresentò l’Italia nelle principali conferenze e organismi internazionali. Fu membro dell’Organizzazione europea per la cooperazione economica e dell’Organizzazione del trattato del Nord Atlantico. Rifiutò le cariche di membro della Comunità economica del carbone e dell’acciaio e di Segretario generale della Nato. Parlava sei lingue, l’ultima, il russo, iniziò a studiarla ad ottant’anni.</p>
<p>Poteva vivere di rendita, poteva accumulare fortune come banchiere, come possidente terriero (produsse vino in Chianti), come grand commis dello Stato. Scelse, invece, la politica. La scelse non per vanità, ma per passione civile. Di più: scelse la politica per senso del dovere. La politica come servizio. Una scelta obbligata, figlia di quello che percepì come “il dannato obbligo a dovere prendere partito in modo chiaramente riconoscibile”. Competenza, autorevolezza e realismo furono gli elementi attorno ai quali orbitò il suo agire politico. “Per agire politicamente bisogna sporcarsi le mani: noi non vogliamo avere le mani sporche né di sangue, né di denaro, ma sporche di terra cioè di realtà”, scrisse.</p>
<p>Ancorò, dunque, la propria azione politica ai principi liberali. Principi per lui inderogabili ed inderogabilmente inseriti nella cornice europea. Rivendicò “l’esigenza di una politica ragionata, cosciente e coerente, di cornice istituzionale e di azione pubblica conforme alle necessità intime di un mercato libero e di una società aperta”.</p>
<p>Fu eletto per la prima volta in Parlamento nel 1953, fu al vertice del Partito liberale Italiano per un trentennio, fu presidente dell’Internazionale liberale per 16 anni, fu ministro del Tesoro e presidente del Senato.</p>
<p>Nessuno si ricorda più di Giovanni Malagodi, di cui sono ricorsi sabato scorso i 120 anni dalla nascita. Non un articolo di giornale, non un evento pubblico. Se ne è ricordata solo la Fondazione Luigi Einaudi, da lui costituita nel 1962, che ha tenuto e programmato convegni e mostre, e che ha rieditato, per Rubbettino, il celebre saggio malagodiano “Massa non-massa”.</p>
<p>Nessuno si ricorda più di Giovanni Malagodi, ma soprattutto nessuno farebbe oggi la sua scelta. Nessuno si darebbe alla politica con un curriculum e con possibilità pari alle sue. E non è, questo, un buon segno per il presente e per il futuro dell’Italia.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/10/14/news/il_liberale_con_le_mani_sporche_di_realta-17439312/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
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		<title>Spadolini, un italiano</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/spadolini-un-italiano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Carioti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Aug 2024 14:27:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[prima repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[repubblicano]]></category>
		<category><![CDATA[spadolini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Forse anche per il suo aspetto esteriore pingue e pacioso, da professore d’altri tempi, Giovanni Spadolini è ricordato soprattutto come un grande mediatore. E certamente il leader repubblicano, di cui ricorre il trentennale della morte avvenuta il 4 agosto 1994, possedeva notevoli doti di equilibrio, che gli permettevano di giocare un ruolo di rilievo in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Forse anche per il suo aspetto esteriore pingue e pacioso, da professore d’altri tempi, Giovanni Spadolini è ricordato soprattutto come un grande mediatore. E certamente il leader repubblicano, di cui ricorre il trentennale della morte avvenuta il 4 agosto 1994, possedeva notevoli doti di equilibrio, che gli permettevano di giocare un ruolo di rilievo in un quadro politico contrassegnato dall’aspro antagonismo tra la Democrazia cristiana di Ciriaco De Mita e il Partito socialista di Bettino Craxi. Fu così che nel giugno 1981 riuscì a diventare il primo presidente del Consiglio non democristiano nella storia dell’Italia repubblicana. Eppure Spadolini era capace anche di prendere decisioni difficili e controverse. Come quando, da capo del governo, sostituì in blocco i vertici militari inquinati dalla loggia massonica P2 di Licio Gelli. O quando designò Comiso, in provincia di Ragusa, come sede della base militare destinata a ospitare i vettori nucleari americani a medio raggio, i contestatissimi euromissili.</p>
<p>Non va dimenticata neanche la sua ferma presa di posizione, da ministro della Difesa, contro la scelta del governo Craxi di sottrarre alla giustizia nel 1985 il dirigente palestinese Abu Abbas, capo dei dirottatori che si erano impadroniti della nave da crociera Achille Lauro e avevano assassinato l’ebreo americano, anziano e paraplegico, Leon Klinghoffer: ne scaturì una crisi che rientrò con la conferma della linea atlantista dell’Italia in politica estera. Se c’era infatti un punto su cui Spadolini non transigeva era l’opzione occidentale, il legame del nostro Paese con gli Stati Uniti, la Nato e Israele, un vincolo che difese sempre strenuamente, osteggiando tutte le suggestioni mediterranee, filoarabe o indulgenti verso il blocco sovietico. Basta rileggere gli articoli che, da direttore del «Corriere della Sera», dedicò al soffocamento della Primavera di Praga, nell’estate del 1968, per capire quanto fosse netto, per lui, il discrimine di civiltà tra la democrazia liberale e il totalitarismo comunista.</p>
<p>Prima dello Spadolini direttore di grandi quotidiani e poi leader politico c’era stato però lo Spadolini storico. Uno studioso precocissimo, che poco più che ventenne aveva prodotto lavori dispiccata originalità, come Il papato socialista del 1950, e aveva continuato a dirigere fino all’ultimo la rivista «Nuova Antologia», che tuttora prosegue le pubblicazioni sotto la guida del suo allievo Cosimo Ceccuti. Spadolini era nato a Firenze il 21 giugno 1925 e nel 1944 aveva perso il padre Guido, noto pittore, che rimase ucciso durante la guerra sotto un bombardamento alleato. Dello stesso periodo è la sua adesione giovanile al fascismo di Salò, con la pubblicazione su un periodico d’ispirazione gentiliana di articoli che poi alcuni avversari malevoli gli avrebbero rimproverato.</p>
<p>Nel dopoguerra lo studioso fiorentino si segnalò subito per l’ingegno e la brillantezza della prosa. Non era ancora ventiquattrenne quando Mario Pannunzio nel 1949 ospitò un suo articolo sul primo numero del «Mondo», il settimanale che fu per molti anni la palestra intellettuale più prestigiosa dell’ambiente laico e liberaldemocratico, in un’Italia dove fortissima era l’influenza del clericalismo conservatore, arroccato intorno al pontificato di Pio XII e ai comitati civici di Luigi Gedda.</p>
<p>Proprio la questione cattolica fu al centro dei primi lavori di Spadolini, che si riconosceva nella tradizione risorgimentale, ma si rendeva ben conto di quanto il conflitto tra Stato e Chiesa avesse contribuito a indebolire il sistema politico dell’Italia liberale. Più tardi da presidente del Consiglio si sarebbe fortemente impegnato per riavviare le trattative con la Santa Sede per la revisione del Concordato del 1929. Ma già nel 1967, quando era direttore del «Resto del Carlino» aveva pubblicato un libro, Il Tevere più largo , in cui coglieva le implicazioni positive del Concilio Vaticano II per i rapporti tra le istituzioni della Repubblica e il mondo ecclesiastico. Al «Carlino» era arrivato nel febbraio 1955 e vi era rimasto tredici anni, durante i quali aveva curato con particolare attenzione la terza pagina, chiamando a scrivere firme prestigiose. Poi nel1968 il passaggio alla direzione del «Corriere della Sera», che Spadolini tenne in un periodo particolarmente difficile, tra la contestazione studentesca, l’autunno caldo sindacale, l’esordio del terrorismo nero proprio a Milano, con la strage di piazza Fontana. La sua linea centrista di allarme per la minaccia degli «opposti estremismi» di destra e di sinistra parve forse troppo moderata a una proprietà che desiderava una maggiore apertura verso i fermenti sociali più vivaci. E ne derivò il licenziamento del 1972.</p>
<p>Poteva essere un colpo irrimediabile per una persona dotata di minore talento e inferiore tenacia, ma per Spadolini fu il trampolino di lancio per una carriera politica dalla progressione impressionante. Eletto senatore nello stesso 1972 come indipendente nelle liste repubblicane, divenne nel 1974ministro per i Beni culturali, un dicastero che strutturò partendo da zero, e poi della Pubblica istruzione per un breve periodo nel 1979, anno in cui più tardi fu eletto segretario del Pri, partito che alle elezioni del 1983 avrebbe portato al suo massimo storico. Nel frattempo c’era stata l’esperienza di Palazzo Chigi, con in mezzo successi notevoli nella lotta al terrorismo e anche una crisi di governo superata con la consueta abilità, fino a quando le tensioni tra Dc e Psi non si erano fatte troppo roventi.</p>
<p>Ministro della Difesa nel governo Craxi, poi a lungo presidente del Senato dal 1987 al 1994, Spadolini poco prima di morire subì lo smacco di non essere confermato, per un solo voto, alla guida dell’assemblea di Palazzo Madama. I tempi erano cambiati, il bipolarismo artificioso subentrato ai precedenti equilibri politici presumeva di poter fare a meno di figure dedite a mediare e conciliare. Ci si vantava di «non fare prigionieri». Ma il proposito di rimediare con il leaderismo spettacolarizzato al distacco tra i cittadini e la politica si è rivelato un’illusione, mentre il senso dello Stato è divenuto una merce sempre più rara. Spadolini si troverebbe probabilmente spaesato nell’Italia di oggi, ma vi leggerebbe anche la conferma di molte sue preoccupazioni.</p>
<p><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></p>
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		<title>Un San Valentino che fece epoca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Renato Brunetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Feb 2024 17:20:34 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Craxi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Era il 4 agosto 1983, primo governo Craxi, esecutivo che durò 1093 giorni e che terminò il primo agosto 1986. Perché le date sono importanti? Perché il decreto sulla scala mobile, il 14 febbraio 1984, si colloca proprio all&#8217;interno del primo governo a guida socialista. Sono andato a guardare attraverso Google per controllare i ricordi: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Era il 4 agosto 1983, primo governo Craxi, esecutivo che durò 1093 giorni e che terminò il primo agosto 1986. Perché le date sono importanti? Perché il decreto sulla scala mobile, il 14 febbraio 1984, si colloca proprio all&#8217;interno del primo governo a guida socialista. Sono andato a guardare attraverso Google per controllare i ricordi: Spadolini era alla Difesa, Visentini alle Finanze, Goria al Tesoro, Andreotti agli Esteri, Renato Altissimo all&#8217;Industria e Gianni De Michelis era al Ministero del Lavoro. Il passato si fa nitido, presente come certe immagini dell&#8217;infanzia: ero in vacanza in quei giorni a Malta, fui chiamato al telefono e Gianni De Michelis mi disse «Vieni, torna, anzi, scrivimi subito un po&#8217; di programma». E il tema era secondo lui decisivo, una sorta di pietra d&#8217;angolo per l&#8217;idea di Italia che avevamo noi socialisti, e pietra d&#8217;inciampo per i comunisti: il tema insomma era quello della politica dei redditi, che era certo un argomento sin da allora dibattuto non solo accademicamente, ma era un tema di valenza, in quei tempi, cruciale e soprattutto divisiva.</p>
<p>La politica dei redditi in quegli anni veniva malamente e banalmente interpretata come politica di controllo e blocco dei salari, ai fini di disinflazione. L&#8217;intuizione alla quale io lavoravo il mio punto di riferimento teorico era Niklas Kaldor era di far diventare la politica dei redditi politica di sviluppo (quale distribuzione ottimale dei redditi per massimizzare la crescita) e non semplicemente politica di controllo dei salari. De Michelis aveva perfettamente compreso la novità di questa prospettiva. Intanto la realtà, insistentemente, ci provocava: dinamica dei prezzi a due cifre, crisi petrolifera, instabilità politica, terrorismo, anni di piombo, scorte&#8230; (&#8230;)</p>
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<div id="divVideoStepAdTop" class="divVideoStep">Non era facile bloccare la scala mobile, cancellare la scala mobile, manipolare la scala mobile. Ci aveva provato il ministro Enzo Scotti l&#8217;anno precedente, con scarsi risultati. Non era facile perché era una impresa contro intuitiva e assai impolitica: come dare meno soldi ai lavoratori, senza metterteli contro, per difendere i salari reali, contrastando l&#8217;illusione monetaria. Dall&#8217;altra parte il populismo alla Berlinguer: serio, strutturato, ma populismo, del tipo: «La scala mobile non si tocca!».</div>
</div>
<p>Eppure l&#8217;interpretazione che con Gianni abbiamo dato a quella stagione è stata proprio questa: non solo freezing (congelamento), blocco relativo dei salari e blocco (sempre relativo) dei prezzi, come facevano malamente e con esiti fallimentari su tutta la linea in altre parti di Europa. Quello che cercammo fu un accordo complessivo di politica dello sviluppo: come fare più crescita, più occupazione e meno inflazione. Più massa salariale, più salario reale. Dalla parte dei lavoratori. (&#8230;)</p>
<p>Arrivò dunque il 14 febbraio, ma nessuno aveva pensato che il cronoprogramma dell&#8217;accordo avrebbe avuto la sua scadenza proprio il giorno di San Valentino. (&#8230;) Mi ricorderò sempre la redazione di questo accordo (alla base del decreto), un documentone alto una spanna. A Palazzo Chigi non c&#8217;erano ancora i computer, si andava di piano in piano, chi scriveva le prime dieci, le seconde dieci, le terze dieci, le quarte dieci pagine, su e giù per controllare e poi mettere tutto insieme, perché poi bisognava mandare per motociclista il testo concordato a tutte le parti sociali, (datori di lavoro e lavoratori) per la firma. Ci fu consenso, tranne la Cgil comunista. Inizialmente furono bloccati nel decreto originario tutti e quattro i trimestri a 2 punti (non più di 2 scatti per trimestre era la dicitura esatta); poi bastò come detto bloccarne semplicemente due di trimestri, nelle reiterazioni del decreto, poiché la manovra d&#8217;anticipo aveva in sé la capacità di raffreddare i trimestri successivi (il terzo e il quarto, che non avrebbero avuto bisogno di blocco perché l&#8217;inflazione da salari veniva già ridotta). Fu un grande risultato che cambiò la storia di questo nostro Paese. Insomma, la predeterminazione di Modigliani e di Tarantelli funzionò. Mai teoria ricevette così palese e piena applicazione di successo, smontando nei fatti la propaganda degli avversari.</p>
<p>Si andò al referendum abrogativo voluto dal PCI, e qui il finale: spiegare ai lavoratori e chiedere il loro voto, parlando loro di illusione monetaria, quasi una follia. Non è stata cosa facile, né per un giovane professore come il sottoscritto, né per i ben più attrezzati di lui uomini del sindacato non comunista che si batterono nelle fabbriche e nelle piazze.</p>
<p>Il risultato fu 54,3% a 45,7%, un risultato straordinario, antipopulista ante litteram. Il quesito di fatto era: «Volete o non volete 400.000 lire in busta paga tutte e subito?» Il 54,3% del popolo italiano andò a votare il 77,9% degli aventi diritto disse di no, che non voleva circa 380-400.000 lire, per un miracolo di saggezza e maturità. Perché probabilmente aveva capito, non tanto l&#8217;illusione monetaria del giovane professor Brunetta, ma il senso di quella manovra e di quella strategia antipopulista, controcorrente, contropelo, che allora percosse il Partito comunista e il sindacato comunista, mentre tutte le altre forze politiche e sociali stavano dalla parte della ragione. Il nemico dei salari era l&#8217;inflazione a due cifre. E la scala mobile, con l&#8217;inflazione a due cifre, da cosa buona diventava cosa cattiva. I lavoratori e gli italiani lo capirono bene. Ecco, questo è il ricordo che ho io e, devo dire, è il ricordo di un Gianni che vedeva più lontano di tutti noi. Come ho detto anche prima, approfittando pure di qualche contributo tecnico-accademico che qualcuno gli portava, alla fine riusciva nell&#8217;impossibile. Da una parte sola, dalla parte dei lavoratori, come avrebbe detto Giacomo Brodolini, suo predecessore al Ministero del Lavoro, e padre dello Statuto dei lavoratori, socialista come noi. Su questo accordo fu determinante alla fine Bettino Craxi che, nella riunione del Consiglio dei ministri del 13 febbraio cercò l&#8217;alleanza con Visentini, che fece di buon grado lo scambio sulla parte fiscale, equo canone e altro. Perché il senso dell&#8217;accordo stava in uno scambio fiscale e non di compensazione di quelle 400.000 lire virtuali in meno con una serie di vantaggi per i lavoratori per «compensare» concretamente (blocco dell&#8217;equo canone, soprattutto) la populista illusione monetaria, cavalcata dal PCI e dalla CGIL comunista. Visentini capì, Spadolini no. La situazione si stava mettendo male e Spadolini pensando che l&#8217;accordo non si sarebbe fatto, uscì dal Consiglio dei ministri per andare a telefonare a «la Repubblica», dando il titolo di prima pagina, Accordo fallito. Solo che mentre lui usciva per telefonare a Scalfari, Craxi chiudeva finalmente con Bruno Visentini, e d&#8217;accordo con Gianni De Michelis, si passò al punto seguente dell&#8217;ordine del giorno di quel Consiglio dei ministri notturno. Tornò Spadolini, capì che il punto in discussione non c&#8217;era più, ma si era il punto successivo. Si fece spiegare, «no, guarda, l&#8217;accordo è passato» gli disse De Michelis, e lui «oddio!».</p>
<p>Ritornò fuori per dare il contrordine a «la Repubblica», a Scalfari. Almeno questo fu il racconto che mi fece Gianni di quel Consiglio dei ministri per tanti versi drammatico ma anche salvifico. E a pranzo dal «Bolognese», il giorno dopo, ancora morti di sonno e di fatica, ci ridemmo affettuosamente su, con lessi misti e uno straordinario Sassicaia. Ecco, questo è il ricordo di chi aveva vissuto quella stagione straordinaria, con uomini straordinari. Poi la scala mobile fu cambiata, fu cancellata, e la storia ci portò ad altre prove terribili. Però quella rimane nella mia vita come forse la stagione più importante, vissuta assieme a tanti ragazzi, a tanti giovani che adesso giovani non sono più e fu una delle storie più belle che spesso ricordo. E mi piace pensare che il capitano preveggente di quella avventura, il nostro Gianni, sarebbe contento di essere ritratto nel vivo di quella battaglia, avendo accanto il suo Renato. L&#8217;inflazione fu domata, i salari reali difesi, il Partito comunista battuto. L&#8217;Italia era momentaneamente salva, ma sempre in un mare di guai.</p>
<p><a href="https://www.ilgiornale.it/news/politica/notte-scala-mobile-2283638.html"><em><strong>Il Giornale</strong></em></a></p>
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		<title>C’è stato un tempo in cui un “vagoncino presidenziale” rallentava l’intero traffico ferroviario e nessuno si scandalizzava</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ce-stato-un-tempo-in-cui-un-vagoncino-presidenziale-rallentava-lintero-traffico-ferroviario-e-nessuno-si-scandalizzava/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Nov 2023 17:06:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[#Trenitalia]]></category>
		<category><![CDATA[lollobrigida]]></category>
		<category><![CDATA[prima repubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intenti come siamo ad indignarci per le imprese ferroviarie presenti del ministro Lollobrigida, rischiamo di trascurare le delizie del passato. Un passato recente. Si tende a dimenticare, per esempio, che fino alla metà degli anni Novanta a diversi presidenti di organi costituzionali era riservato quello che oggi verrebbe giudicato un inaudito privilegio. Privilegio che mandava [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Intenti come siamo ad indignarci per le imprese ferroviarie presenti del ministro Lollobrigida, rischiamo di trascurare le delizie del passato. Un passato recente. Si tende a dimenticare, per esempio, che fino alla metà degli anni Novanta a diversi presidenti di organi costituzionali era riservato quello che oggi verrebbe giudicato un inaudito privilegio. Privilegio che mandava in solluccheri Giovanni Spadolini in particolare.</p>
<p>Quando l’allora presidente del Senato doveva affrontare un viaggio in treno, non riservava un posto in prima classe, né prenotava un salottino per sè e per il proprio staff. La sua segretaria telefonava all’apposito servizio di palazzo Madama, che provvedeva ad agganciare al convoglio desiderato la carrozza presidenziale: un vagoncino retrò in stile Orient Express dotato di un lussuoso salottino, una cucina e una cuccetta con lenzuola fresche di bucato per eventuali riposini diurni. Un commesso del Senato vi svolgeva le funzioni del maggiordomo, un cuoco vi cucinava le pietanze gradite.</p>
<p>Raccontano che Giovanni Spadolini adorasse viaggiare così. E pazienza se, essendo stato costruito in tempi in cui i treni forse arrivavano in orario, ma di sicuro erano più lenti, il vagoncino presidenziale obbligava il convoglio cui era agganciato a moderare la velocità, con gran scorno dei viaggiatori comuni e oggettive ricadute sull’intero traffico ferroviario.</p>
<p>Nessuno, allora, avvertiva il problema, essendo (allora) chiaro a tutti che le Istituzioni avessero diritto ai propri spazi, alla propria privacy e al proprio stile. Di sicuro la pensava così il grande Spadolini, il quale, un giorno, dovendo rientrare da Milano a Roma, non essendo disponibile l’amato vagoncino riservò un’intera carrozza di prima classe. Era la primavera del 1994, la legislatura volgeva al termine, e alla stazione di Milano si trovavano anche alcuni parlamentari che come lui dovevano rientrare a Roma. Gli chiesero se potevano prender posto nella “sua” carrozza: sdegnosamente, Spadolini rifiutò.</p>
<p>È opinione diffusa che tale sgarbo gli costò i voti necessari ad essere rieletto presidente del Senato. La spuntò, d’un soffio, Carlo Scognamiglio, uomo d’una eleganza antica, come Spadolini attratto dal lussuoso vagoncino. Mal gliene incolse quando commise la leggerezza di consentire al figlio e ad un gruppo di suoi amici di prender posto sull’ambita carrozza presidenziale per un breve viaggio in Liguria. Scognamiglio si era premurato di pagare un biglietto di prima classe per ciascun ragazzo, ma fatale fu la fermata fuori programma a Ventimiglia per far scendere i giovani viaggiatori. Erano i tempi in cui andava affermandosi la malsana logica dell’«uno vale uno». Lo scandalo fu inevitabile, la campagna stampa al grido di “Il trenino di Carlino” devastante. Da quel momento in poi il vagoncino presidenziale non toccò più binario.</p>
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<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2023/11/23/news/il_treno_dei_desideri_quanto_sarebbe_piaciuto_a_lollo_il_vagone_di_spadolini-14261062/"><em><strong>HuffingtonPost</strong></em></a></p>
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		<title>Se tutti sono liberali, nessuno è liberale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Sep 2023 15:39:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[liberale]]></category>
		<category><![CDATA[napolitano]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia, come è noto, non ha avuto quella Riforma protestante che secondo Max Weber era il presupposto affinché “lo spirito del capitalismo” potesse attecchire davvero. In affetti, da noi ha attecchito ben poco. E forse non è un caso che solo i paesi europei non riformati facciano parte di quella congrega che negli stati del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia, come è noto, non ha avuto quella Riforma protestante che secondo Max Weber era il presupposto affinché “lo spirito del capitalismo” potesse attecchire davvero. In affetti, da noi ha attecchito ben poco. E forse non è un caso che solo i paesi europei non riformati facciano parte di quella congrega che negli stati del nord Europa e nel mondo anglosassone, che del liberalismo è la patria, vengono sprezzantemente definiti Piigs (acronimo che molto e forse troppo ricorda la parola “maiali”). Sono il Portogallo, l’Irlanda, l’Italia, la Grecia e la Spagna.</p>
<p>Senza andare troppo in là nel tempo, la Prima Repubblica è stata politicamente dominata da due partiti, il PCI e la Dc. L’uno fortemente ideologico, tanto da essere qualificato come “partito Chiesa” e l’altro, la Democrazia cristiana, esplicitamente riferito ad una Chiesa vera e propria. Il pensiero e il metodo liberale, dunque, hanno avuto ben pochi margini d’azione nella società e nella politica italiane.</p>
<p>Tuttavia, per un qualche misterioso paradosso della Storia, viviamo in un’epoca in cui l’appellativo “liberale” si è inaspettatamente guadagnato un inaspettato prestigio sociale. Lo testimonia il fatto che, di colpo, sono diventati tutti liberali. Liberale si dichiara da sempre il partito guidato da Antonio Tajani (FI) e liberali, anche se con occasionali confusioni “liberal” e “social liberali”, si qualificano il leader di Italia viva Matteo Renzi e quello di Azione Carlo Calenda. Liberale è stato giudicato il discorso di Giorgia Meloni per la fiducia in Parlamento. Ed era vero, le parole erano parole liberali. A partire dal ragionamento sull’importanza di lasciare liberi gli “spiriti animali” (cit, da J.M. Keynes) del ceto imprenditoriale rispetto alla naturale tendenza interventistica e dirigistica dello Stato. Ma non si può dire che, tra taxi, aerei, banche e via elencando, i fatti siano stati affettivamente coerenti con quelle parole.</p>
<p>Negli ultimi giorni, anche Giorgio Napolitano è, giocoforza, entrata nel novero dei liberali italiani. È accaduto a causa di un titolo forzato di Repubblica (“Un liberale tra le file del Pci”) ad un commento in cui Stefano Folli sosteneva, invece, sostanzialmente il contrario (“Giorgio Napolitano non era un liberale capitato quasi per caso nelle file del Pci. Era un comunista convinto e colto che aveva privilegiato l’opzione riformatrice in anticipo sui tempi”). Sull’HuffingtonPost è poi intervenuto Marco Gervasoni con un “Elogio liberale di Elly Schlein”. Un commento scritto con apprezzabile piglio anticonformista, la cui tesi che vedrebbe la segretaria del Pd dirazzare dal solco “cattocomunista” tanto da meritare l’apprezzamento di un liberale doc a me sembra, però, piuttosto forzata. Sbaglierò, ma l’approccio di Elly Schlein ai problemi della società italiana e del mondo mi pare ispirato ad un originale connubio tra la logica di un aderente ad un centro sociale e la logica di un boy scout. Stato e Dio la fanno ancora da padroni.</p>
<p>La verità è che, ad oggi, non risultano deroghe significative alla storia politica nazionale. L’istintiva tensione per la realtà contrapposta ad ogni demagogia, il valore del merito individuale, la concezione di uno “Stato minimo”, l’apertura dei mercati al principio della libera concorrenza, l’amore per il pluralismo e per il confronto tra tesi opposte sono ancora merce rara. Di buono c’è che il brand liberale, e in particolare quello einaudiano, sta vivendo una nuova giovinezza mediatica. Speriamo che qualcuno osi incarnarlo davvero.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2023/09/25/news/tutti_si_dicono_liberali_speriamo_qualcuno_lo_diventi_davvero-13433243/"><strong><em>HuffingtonPost</em></strong></a></p>
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