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	<title>presidenziali usa Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>presidenziali usa Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Sondaggi, perché gli elettori nascosti mentono</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sondaggi-perche-gli-elettori-nascosti-mentono/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Nov 2016 11:20:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigi battista]]></category>
		<category><![CDATA[presidenziali usa]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Molti elettori hanno tenuto nascosto che avrebbero votato Trump: la loro è stata una rivolta (anche) contro il politically correct [:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sondaggi-perche-gli-elettori-nascosti-mentono/">Sondaggi, perché gli elettori nascosti mentono</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Molti elettori americani, raccontano gli inviati in Ohio e nel Michigan, o nel Wisconsin, confessano di aver mentito nei sondaggi e di aver tenuto nascosto che avrebbero votato per Trump. «Non volevo che mi criticassero», dice uno. «Non volevo litigare, dice un&#8217;altra. «Mi avrebbero fatto vergognare, ha confessato un altro ancora. Ma perché? Cosa li ha trattenuti dal dire la verità? Volevano tenere segreta la loro scelta «impresentabile», ecco perché.</p>
<p>Non avrebbero mentito se avessero scelto Clinton, perché sapevano che la loro scelta sarebbe rientrata nei canoni della correttezza (politica). Sapevano che esistono delle regole che impongono ciò che si può dire e ciò che non si può dire e che «io <strong>voto Trump</strong>» avrebbe infranto queste regole non scritte. E in cuor loro sapevano che chi imponeva quelle regole faceva parte del mondo che ha il potere delle parole. E contro i depositari del potere delle parole, contro il solito establishment, è partita la rivolta.</p>
<p>La «secessione delle plebi come ha osservato acutamente <strong>Massimo Cacciari</strong>. La secessione segreta ma inesorabile dal mondo del «politicamente corretto». La secessione dal «regno della parola» come si intitola un libro che sta per uscire in Italia (Giunti) di<strong> Tom Wolfe</strong>, uno scrittore che ha infilzato i tic e le auto-censure del politicamente corretto come nessun altro. Un regno in cui comandano antipatici pedagoghi, educatori odiosi che bacchettano sulle dita i riottosi e i trasgressori. E i pedagoghi spocchiosi non si amano. Non si votano. Si votano invece, segretamente, nel segreto dell&#8217;urna come si dice, quelli che stanno fuori, che stanno contro, che parlano una lingua libera dalle ingiunzioni del politicamente corretto. Votano Trump. 0 <strong>votano Brexit</strong> senza dirlo ai sondaggisti ma nel segreto dell&#8217;urna per mettere in pratica una secessione radicale dai gruppi dirigenti della società che parlano una lingua spocchiosa e in-naturale, elitaria e censoria, autoritaria e intransigente: la lingua del politicamente corretto, appunto. politicamente corretto ha anche qualche merito: impone di non offendere chi è più debole, chi viene messo ai margini attraverso il linguaggio.</p>
<blockquote><p>I pedagoghi spocchiosi non si amano. Non si votano</p></blockquote>
<p>Quando esagera, diventa uno strumento in-tollerante. Vietare all&#8217;Università il <strong>«Tito Andronico» di Shakespeare</strong> perché, bollandolo di sessismo, contiene scene di stupro e offende le studentesse che hanno subito molestie sessuali non è solo una sciocchezza, ma esaspera la rivolta, offre un&#8217;arma a chi sente come asfissiante il controllo delle parole nella dimensione pubblica e si rifugia in una resistenza privata che arriva fino al voto segreto e scandalosamente inaccettabile. Nella dimensione pubblica viene asciato campo libero ai guardiani occhiuti del verbo della correttezza politica. Ma lontano dallo sguardo sociale si prepara la vendetta. Dicono che non è vero, che l&#8217;emergere dei movimenti «populisti» stia al contrario sdoganando il politicamente scorretto e la cattiveria. Sicuri?</p>
<p>Nel mondo dei social, dove circolano cose feroci e anche immonde sulle donne, sui neri, sui gay, sugli immigrati, i troll pie scatenati sono quasi tutti degli anonimi, che dalla caverna segreta del rancore vomitano insulti contro il mondo del politicamente corretto senza mai rivelare la loro identità. Si nascondono, non vogliono dire la verità, sanno che nella dimensione pubblica non potrebbero sopportare nemmeno una parte della riprovazione che viene loro riservata quando sono protetti dell&#8217;anonimato.</p>
<p>Non è vero che tutto a stato sdoganato e che siamo, come scrive <strong>Antonio Padellaro</strong> sul Fatto, all&#8217;apologia spudorata del rutto libero». E poi chi si separa dal dominio del politicamente corretto, sente che i suoi custodi e sacerdoti sono immersi nell&#8217;ipocrisia del doppio standard, che sono severi con gli altri e quando fa loro comodo non hanno pudore. Deplorano la violenza verbale, le espressioni smodate e non controllate quando i bersagli dell&#8217;aggressione sono i «buoni», ma non hanno nessuna remora a sostenere uno dei «nostri»,<strong> Robert De Niro, quando da del «porco» e del «maiale» a Trump</strong> augurandosi di potergli spaccare la faccia: questo accettabile, è cool, è miracolosamente «corretto». Ma nella secessione delle plebi, questo doppio standard del linguaggio rende ancora pie odiose le ingiunzioni del politicamente corretto. E la vendetta arriva. Nel segreto. Contro tutti.</p>
<p><strong>Pierluigi Battista</strong>, <em>Il Corriere della Sera</em> 12 novembre 2016</p>
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		<title>Costretti a tifare per Hillary</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/costretti-a-tifare-per-hillary/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Aug 2016 15:20:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[clinton]]></category>
		<category><![CDATA[panebianco]]></category>
		<category><![CDATA[presidenziali usa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]In un editoriale del 2 agosto sul Corriere della sera, Angelo Panebianco spiega perché si è "costretti" a tifare Clinton[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph">Chi l’avrebbe mai detto? Ad eccezione dei simpatizzanti dei movimentiautoritari o comunque illiberali detti impropriamente populisti ( per lo più amici della Russia di Vladimir Putin) , in Europa siamo costretti , senza particolari differenze fra destra e sinistra, a tifare per l’establishment, per la casta , per la «terribile» Wall Street affamatrice dei popoli, per il big business, insomma per <strong>Hillary Clinton</strong>. Tenuto conto dei fortissimi sentimenti antiestablishment che percorrono l’Occidente, America inclusa, Clinton è sfavorita. Deve rincorrere Donald Trump sperando di farcela per una manciata di voti. La prima donna candidata alla Presidenza, certo, ma anche il volto più rappresentativo dell’odiato establishment. Le sue , comprensibilissime, contorsioni ( fare le più ampie concessioni, nel programma, al radicalismo sociale di Sanders, scegliere un vice-presidente che parli sia agli ispanici che all’elettorato moderato) segnalano la sua debolezza. Platealmente messa a nudo, all’inizio della Convention democratica di pochi giorni fa , dai fischi che alcuni sostenitori (o ex sostenitori) di Sanders gli hanno riservato per il suo appoggio a Clinton. Niente di strano, in realtà. Gli elettori di Sanders sono altrettanto isolazionisti e protezionisti di quelli del candidato repubblicano . Molti di loro, forse- o così dicono i sondaggi- voteranno per Clinton (turandosi il naso)..</p>
</div>
<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph">Almeno se la «missione», quasi disperata, della Convention, la quale consisteva nel tentativo di umanizzare un po’ agli occhi degli americani l’antipatica Hillary (soprattutto grazie ai discorsi dei coniugi Obama e di Bill Clinton), avrà avuto successo.</p>
<div class="teads-inread sm-screen"> La partita che si sta giocando è stata perfettamente riassunta da<strong> Trump</strong>: «americanismo» contro «globalismo». Significa, niente meno, che ciò che è in gioco in queste elezioni è la (declinante ma ancora vitale) Pax Americana , di cui la cosiddetta globalizzazione è figlia, quell’egemonia mondiale che, dopo il 1945, si è incarnata in un insieme, complesso ed elaborato, di istituzioni internazionali, e che per settant’anni ha assicurato al mondo occidentale pace, prosperità, democrazia. All’Europa ma anche agli Stati Uniti: se è vero, come è vero, ciò che ricordava anni fa un grande scienziato politico, Samuel Huntington, ossia che il benessere e la stabilità democratica dell’America hanno uno stretto rapporto con quella egemonia.</div>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Se la Presidenza Obama ha rappresentato il tentativo di un compromesso fra il tradizionale ruolo egemonico degli Stati Uniti e le correnti isolazioniste, di nuovo in crescita in quel Paese nel mondo post-guerra fredda, Trump segnala che l’argine sta crollando: «americanismo» significa, almeno in linea di principio, una America che si chiude in se stessa, che manda al macero sia il sistema internazionale di libero scambio sia le alleanze militari da essa costruite dopo la <strong>Seconda guerra mondiale</strong>. Per effetto del protezionismo economico e dell’isolazionismo politico rivendicati da Trump e dai suoi sostenitori. «Americanismo» significa anche che se gli interessi americani venissero minacciati, Trump non rinuncerebbe a colpire i suoi nemici ma ciò avverrebbe in un quadro diverso da quello del passato: niente più Pax Americana (o «Impero americano», come l’hanno sempre chiamata i suoi nemici). Ci sarebbe ancora una grande potenza militare ed economica, non ci sarebbe più un ordine internazionale sostenuto e guidato da quella potenza. L’America di Trump punterebbe a un accordo con Putin. È facile capire che si tratterebbe di un accordo sulla pelle dell’Europa.</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Non è detto, naturalmente, che in caso di vittoria del candidato repubblicano queste cose si realizzino tutte e presto. Ma la direzione di marcia sarebbe quella. Ciò potrebbe non dispiacere a coloro che, qui in Europa, hanno sempre avversato gli Stati Uniti. Spaventerebbe invece quelli che pensano che la Pax Americana sia l’unico argine disponibile, per quanto fragile, a tutela della pace nonché un’assicurazione contro la possibilità che anche in Europa si diffondano di nuovo le tirannie.</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Se vincerà Clinton, il quadro cambierà sensibilmente. Anche lei dovrebbe fare concessioni allo «spirito del tempo»: le spinte protezioniste e isolazioniste così diffuse in questa fase in America. Ma Clinton è tuttavia figlia di un’altra tradizione (tipicamente democratica) che ha sempre difeso il ruolo dell’America come <strong>«nazione indispensabile»</strong>, che non abdicherebbe mai alla leadership. In questo senso Clinton è anche diversa da Obama. La sua politica estera, presumibilmente, sarebbe più assertiva, più presente e attiva nelle crisi internazionali di quella del Presidente uscente. Sarebbe anche, contro Trump, una politica di amicizia con l’Europa e ostile alla Russia (le accuse di Clinton a Putin per le mail democratiche rubate la dicono lunga, in caso di vittoria democratica, sui futuri rapporti russo-americani).</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">C’è chi pensa che la fine della egemonia americana sia inevitabile. Forse è vero. Forse non lo è. E forse lo è ma con tempi più lunghi o più corti a seconda delle scelte dei futuri Presidenti. C’è molta involontaria ironia nell’atteggiamento di quegli europei i quali, credendo che l’unica cosa che conta in politica sia la distinzione fra sinistra e destra, dopo avere criticato per tutta la vita la leadership mondiale degli Stati Uniti, oggi tifano apertamente per il mantenimento di quella leadership, ossia per Clinton contro Trump. Raccontando a se stessi di avere fatto una scelta di sinistra. <strong>Non è una scelta di sinistra</strong>. È solo la scelta giusta.</p>
</div>
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