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	<title>politica Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>politica Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Linguaggi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/linguaggi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Dec 2024 13:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<title>Ignoranza democratica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ignoranza-democratica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jul 2024 12:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[ignoranza democratica]]></category>
		<category><![CDATA[opposizioni]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="" src="https://www.youtube.com/embed/4KFDRvT0aQc" width="800" height="450" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>#LaFLEalMassimo &#8211; Free Taxi e Voto con i Piedi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-free-taxi-e-voto-con-i-piedi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Famularo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Jun 2024 17:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#laFLEalMassimo]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2024]]></category>
		<category><![CDATA[ilaria salis]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[taxi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="" src="https://www.youtube.com/embed/2S6OGWzzpV4" width="928" height="522" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<item>
		<title>La differenza tra quantità e qualità nel lavoro parlamentare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-differenza-tra-quantita-e-qualita-nel-lavoro-parlamentare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jun 2024 12:47:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[istituzioni]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I numeri, a volte, mentono. Soprattutto quando ad essere affidato ai numeri è il giudizio sulla qualità politica del ceto parlamentare. Nell’epoca dei ragionieri, ad esempio, sembra aver acquisito un valore incontestabile la percentuale delle presenze in Aula di senatori e deputati. Il meritorio sito OpenPolis, utilissimo per conoscere l’attività parlamentare formalmente svolta da ciascun [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">I numeri, a volte, mentono. Soprattutto quando ad essere affidato ai numeri è il giudizio sulla qualità politica del ceto parlamentare. Nell’epoca dei ragionieri, ad esempio, sembra aver acquisito un valore incontestabile la percentuale delle presenze in Aula di senatori e deputati. Il meritorio sito OpenPolis, utilissimo per conoscere l’attività parlamentare formalmente svolta da ciascun eletto dal popolo, è incline ad attribuire un particolare valore a questo dato. E i peones, naturalmente, si adeguano.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Avendo avuto l’onore di ricoprire la funzione senatoriale nella scorsa legislatura, posso testimoniare che, allora come oggi, vi erano colleghi i quali, avendo deciso di scalare la classifica dei più presenti in Aula, quasi mai mancarono una seduta, per lo più trascorrendo il tempo a giocare ai giochi elettronici sull’iPad, o a conversare telefonicamente con i propri cari, o a cazzeggiare col vicino di scranno. Erano presenti, certo. Ma non avendo contezza alcuna di quel che veniva discusso è difficile sostenere che tali presenze in Aula avessero una qualche attinenza con l’articolo 54 della Costituzione, quello che prescrive disciplina e onore ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Eppure, i media sulla vicenda delle presenze, o per meglio dire delle assenze, in Aula inzuppano il pane da almeno trent’anni. Lunedì scorso è stato il turno della brava Milena Gabanelli. “Parlamentari assenti, ma sempre giustificati”, era il titolo del suo articolo sul Corriere della Sera. Dove per “giustificati” si intendevano anche i parlamentari assenti dall’Aula perché presenti in Commissione. Il che, francamente, è un po’ troppo, essendo le commissioni parlamentari il luogo dove, ben più dell’Aula, ormai interpretata come il palcoscenico naturale di un conflitto rituale ad uso dei Tg e dei social network, davvero si esercita la funzione politica. Cioè a dire, ci si confronta sul merito delle questioni alla ricerca di una mediazione. È per questo, per non incoraggiare sterili arroccamenti o inutili esibizionismi, che, a differenza dei lavori d’Aula, i lavori in commissione non prevedono la trascrizione stenografica di quel che viene detto, ma solo un resoconto sommario.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Nel gran mazzo degli assenteisti sono così stati iscritti anche i parlamentari “in missione”, cioè quelli impegnati nei lavori degli organismi internazionali di cui fanno parte, o quelli occasionalmente chiamati a svolgere la propria funzione fuori da Montecitorio o da Palazzo Madama. Assenze inevitabili, non avendo evidentemente alcuno di loro ricevuto il dono dell’ubicuità. Personalmente, mi capitato più volte di non partecipare ai lavori d’Aula perché impegnato in iniziative politiche nel mio collegio elettorale o in incontri fuori dal Palazzo o lontano da Roma. Ma non per questo ho mai pensato di aver disonorato il mandato conferitomi dagli elettori. Anzi. Ho ritenuto, invece, di onorarlo senz’altro quando mi è capitato di sollevare in Aula questioni importanti che venivano trascurate o di far approvare emendamenti o disegni di legge che consideravo rilevanti, o di migliorare i decreti del governo ricoprendo il ruolo di relatore di un ddl. È capitato, ma onestamente è capitato poche volte. Eppure le statistiche di OpenPolis non fanno distinzioni: conta quanti emendamenti firmi, anche se nessuno è stato approvato; quanti disegni di legge depositi, anche se sono rimasti tutti indiscussi; quante interrogazioni parlamentari presenti, anche se nessun ministro ti ha mai risposto.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Ebbene, pur comprendendo il valore istituzionale della presenza fisica del parlamentare in Parlamento e pur sapendo che gli assenteisti, quelli veri, purtroppo esistono, credo che quantità e qualità vadano raramente a braccetto e quasi mai coincidano nell’attività parlamentare. Quel che conta, o dovrebbe contare, è l’efficacia dell’azione politica. Cioè la concreta capacità del singolo parlamentare di incidere sul processo legislativo. È questa capacità che meriterebbe d’essere censita, ma per farlo occorrerebbe un lavoro che buona parte dei giornalisti non sa, non può o non vuole più fare. Per esempio seguire con metodo i lavori delle commissioni parlamentari.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">PS</div>
<div dir="auto">Paventando il retropensiero di qualche lettore, ho controllato su OpenPolis la percentuale delle mie presenze in Aula durante la scorsa legislatura. Sono state l’85,4%, cui va sommato il 10,5% di missioni relative all’incarico di membro dell’Assemblea parlamentare della Nato. Totale: 95,9%. Che vergogna!</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/06/20/news/lidea_assurda_che_siano_i_numeri_a_fare_di_un_parlamentare_un_buon_parlamentare-16243218/"><strong><em>Huffington Post</em></strong></a></div>
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		<item>
		<title>Sfiducia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sfiducia-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jun 2024 12:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[astensionismo]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" title="" src="https://www.youtube.com/embed/89KIB0gTIXY" width="907" height="510" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<item>
		<title>La morale senza politica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-morale-senza-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Parrinello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Apr 2024 16:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[morale]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni volta che il Pd è travolto da uno scandalo (mi adeguo al lessico corrente, sebbene trovi scandalosa soprattutto la propensione a scandalizzarsi), si ritira fuori la celebre intervista sulla questione morale concessa a Eugenio Scalfari da Enrico Berlinguer nel 1981. Sono fra i non molti a ritenere che Berlinguer parlasse di questioni morali avendo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni volta che il Pd è travolto da uno scandalo (mi adeguo al lessico corrente, sebbene trovi scandalosa soprattutto la propensione a scandalizzarsi), si ritira fuori la celebre intervista sulla questione morale concessa a Eugenio Scalfari da Enrico Berlinguer nel 1981. Sono fra i non molti a ritenere che Berlinguer parlasse di questioni morali avendo esaurito, col declino del comunismo sovietico e il tramonto del compromesso storico, le questioni politiche. E però le questioni morali, altro guaio, producono il moralismo, cioè l&#8217;opposto della politica, e Pci ed eredi, fino al Pd, da una quarantina d&#8217;anni combattono gli avversari in quanto corrotti, mafiosi e trasformisti – tra l&#8217;altro supportati più dalle ipotesi investigative che dalle successive risultanze processuali.</p>
<p>Finché, com&#8217;era ovvio, non si trovò il moralista al quadrato, e ricordo lo scandalo (rieccolo) sul viso di Rosy Bindi quando in parlamento si alzò un grillino a dichiarare il Pd partito delle cosche. Su questi presupposti le vergini sono scomparse. Ormai è diventato un tiro incrociato: un giorno la destra moralizza la sinistra, l&#8217;altro la sinistra moralizza il centro, al terzo il centro moralizza la destra e avanti così, per l&#8217;eternità, per cui ognuno è a turno moralizzato e moralizzatore, senza nemmeno rendersi conto di quanto la partita sia diventata tristemente comica. La politica è sepolta dalla gara micragnosa a chi è più onesto, diventata la gara a chi è meno disonesto. Il motto del millennio è &#8220;non mi faccio fare la morale da chi…&#8221;. Ricominceremo a vivere quando qualcuno dirà &#8220;non faccio la morale a nessuno, faccio politica&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.lastampa.it/rubriche/buongiorno/2024/04/09/news/morale_della_favola-14205933/"><em><strong>La Stampa </strong></em></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Stile istituzionale addio, nessuno sta più al proprio posto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/stile-istituzionale-addio-nessuno-sta-piu-al-proprio-posto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jan 2024 18:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[stile istituzionale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stare al proprio posto. L’espressione suona ormai come un vincolo, una rinuncia, una mancanza di carattere. È vero, semmai, il contrario. Ogni carica presuppone una funzione, ogni funzione presuppone uno stile, ogni stile presuppone dei doveri. Dei doveri formali che, essendo la forma sostanza, se non ottemperati danno origine a violazioni sostanziali. Un anno si [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Stare al proprio posto. L’espressione suona ormai come un vincolo, una rinuncia, una mancanza di carattere. È vero, semmai, il contrario. Ogni carica presuppone una funzione, ogni funzione presuppone uno stile, ogni stile presuppone dei doveri. Dei doveri formali che, essendo la forma sostanza, se non ottemperati danno origine a violazioni sostanziali.</p>
<p>Un anno si è chiuso, ed una delle tante, possibili, lezioni tratte dall’anno passato è proprio questa: nessuno, o quasi nessuno, è più disposto, o forse addirittura in grado, di stare al proprio posto.</p>
<p>I generali si sono fatti sociologi e, come nel caso dell’ormai celebre Roberto Vannacci, concionano di valori, di famiglia e di geopolitica (‘sto Putin non è mica il demonio che dicono, anzi: lui sì che incarna i valori della tradizione…). I presidenti del Consiglio, come nel caso di Giorgia Meloni, rinunciano volentieri all’aplomb istituzionale e abusano della visibilità dovuta alla carica che ricoprono per offendere, nel senso di attaccare, i leader dell’opposizione come fossero loro gli oppositori e gli altri i governanti.</p>
<p>Persino il Papa fatica a stare al proprio posto. Papa Francesco viola con metodo il protocollo, sceglie di abitare non nel Palazzo Apostolico come i suoi predecessori ma il quello che di fatto è un hotel pontificio, Casa Santa Marta, dichiara di sentirsi “un po’ ingabbiato in Vaticano” e, colpo di scena ultimo, annuncia, senza che nessuno ne sapesse nulla, che quando verrà il momento suo desiderio è quello di essere tumulato non in San Pietro come i papi che l’hanno preceduto ma nella basilica di Santa Maria Maggiore, a due passi dalla stazione Termini.</p>
<p>Tutto legittimo, tutto imprevedibile.</p>
<p>Ad esempio. È previsto che, in quanto presidente della Fondazione della Scala, nel giorno di Sant’Ambrogio il sindaco di Milano assista alla prima della stagione lirica dal palco reale. È una regola, una tradizione, una forma. “Non prenderò posto nel palco reale, ma andrò il platea al fianco di Liliana Segre”, ha fatto sapere Giuseppe Sala prima della prima, con l’evidente intento di buttarla in politica a mo’ di reazione alla presenza, peraltro istituzionale, del presidente del Senato, il post fascista Ignazio La Russa. Poi la mediazione è stata trovata. Liliana Segre è assurta al palco reale e la polemica è finita lì. Ma c’è stata, e mai prima d’ora s’era paventata la possibilità che il sindaco di Milano assistesse alla prima della Scala in platea come un cummenda qualsiasi.</p>
<p>Non è spirito democratico, è demagogia. Il tentativo disperato di non apparire élite. Ma quel che ci appare interessante è notare che mai la demagogia era arrivata a mettere in discussione la solennità di certe forme. Ne cosegue l’osservazione che nessuno, ormai, sta più al proprio posto. E che, a furia di derogare in cerca dell’applauso “popolare”, si è finiti per svalutare il posto in quanto tale, cioè la funzione, cioè l’autorità che da quella funzione promana. Buon anno a tutti.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2023/12/31/news/stare_al_proprio_posto-14740707/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Conte evoca la questione morale, una nemesi per sé e per la Meloni</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/conte-evoca-la-questione-morale-una-nemesi-per-se-e-per-la-meloni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Dec 2023 18:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[conte]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parafrasando la celebre massima dell’intellettuale britannico Samuel Johnson sul nazionalismo, “il moralismo è l’ultimo rifugio delle canaglie”. Dove per canaglie in politica si intendono i furbi, gli irresponsabili, i demagoghi. C’è da credere che Giuseppe Conte abbia negoziato con Repubblica non solo la pubblicazione dell’odierna lettera aperta a Giorgia Meloni, ma anche il titolo: il [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Parafrasando la celebre massima dell’intellettuale britannico Samuel Johnson sul nazionalismo, “il moralismo è l’ultimo rifugio delle canaglie”. Dove per canaglie in politica si intendono i furbi, gli irresponsabili, i demagoghi.</p>
<p>C’è da credere che Giuseppe Conte abbia negoziato con Repubblica non solo la pubblicazione dell’odierna lettera aperta a Giorgia Meloni, ma anche il titolo: il riferimento alla “questione morale” è, infatti, un classico della demagogia grillina. Lo è ancor più per Conte, il quale, dismessi i panni sovranisti, ora per erodere voti al Pd indossa con analoga classe quelli post comunisti. Di “questione morale” (degli altri, s’intende) parlò Enrico Berlinguer nel 1981 in una celebre intervista rilasciata proprio al fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Di questione morale parla di conseguenza Giuseppe Conte.</p>
<p>Il leader di quel che resta del Movimento 5stelle mette in sequenza i casi Delmastro, Donzelli, Santanchè, Sgarbi, Durigon e Lollobrigida, accusa la premier di privilegiare “gli interessi dei potenti” rispetto a quelli del popolo e conclude rammaricandosi del fatto che “sempre più italiani si allontanano dalla politica, si astengono, non partecipano più alla vita democratica perché non ritengono più credibile la classe politica”. Tale mancanza di credibilità, secondo Conte, è dovuta alla restaurazione di “privilegi” che non avrebbero ragion d’essere.</p>
<p>Da qual pulpito, verrebbe da dire. È infatti noto che il Movimento 5stelle abbia tradito tutte le proprie istanze identitarie a base moralistica: non praticano la trasparenza, non si dimettono quando ricevono un avviso di garanzia, si spartiscono il denaro pubblico che un tempo restituivano, non rispettano la regola dei due mandati, versano ogni anno 300mila euro a Beppe Grillo di finanziamenti pubblici ai gruppi parlamentari…</p>
<p>“L’onestà in politica è l’ideale che canta nell’animo degli imbecilli”, scrisse il filosofo liberale Benedetto Croce. Di sicuro Conte imbecille non è: è semplicemente un demagogo, come lo fu Giorgia Meloni nel decennio trascorso all’opposizione. Fratelli d’Italia è stato infatti il partito di centrodestra che più ha predicato il pauperismo in politica, che più ha degradato a “privilegi” quelle garanzie poste dai padri costituenti a difesa della Politica e delle Istituzioni. Non a caso, i meloniani furono (naturalmente senza crederci) i più determinati sostenitori del vergognoso taglio alla rappresentanza parlamentare voluto, appunto, dal Movimento 5stelle allora guidato da Giggino Di Maio. Ora che si trova a ricoprire funzioni di governo, tocca a Giorgia Meloni incassare le accuse che Meloni Giorgia rivolgerebbe ad altri al suo posto. È la nemesi, bellezza. E prima o poi tocca tutti.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2023/12/conte-questione-morale-meloni/"><em><strong>Formiche.net</strong></em></a></p>
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			</item>
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		<title>L’oligarchia che manca all’Italia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/loligarchia-che-manca-allitalia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe De Rita]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Dec 2023 18:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[casta]]></category>
		<category><![CDATA[oligarchia]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella recente televisiva autocritica di Beppe Grillo c’è un aspetto che non va lasciato cadere, perché non riguarda l’ambigua psicologia del personaggio, ma riguarda la battaglia più dura che Grillo ha condotto, e con successo: la battaglia contro la concentrazione dei poteri, l’oligarchia, la «casta», per usare un termine non suo. Egli ha nel tempo coltivato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella recente televisiva autocritica di Beppe Grillo c’è un aspetto che non va lasciato cadere, perché non riguarda l’ambigua psicologia del personaggio, ma riguarda la battaglia più dura che Grillo ha condotto, e con successo: la battaglia contro la concentrazione dei poteri, l’oligarchia, la «casta», per usare un termine non suo. Egli ha nel tempo coltivato un diffuso disprezzo verso quei pochi ambienti e quei pochi personaggi che conoscono la complessità del potere e sono attrezzati per gestirla (si tratti di banchieri internazionali o di opinionisti domestici). Un disprezzo che continua a circolare anche dopo il definitivo declino del grillismo di lotta e di governo.<br />
Certo, non va più di moda la violenza del «vaffa» urlato in piazza contro i grandi potenti, ma la polemica antioligarchica è costante e cattiva. La si ritrova nella contestazione degli «esperti» di ogni tipo; nella diffusa polemica verso i «tecnici» e i «governi tecnici», oscuri promotori di ribaltoni trasformisti; nelle perfide ironie sui «migliori» (da Monti a Draghi); nella ferocia contro il «nonnetto amante di incarichi» Giuliano Amato (il più bravo premier degli ultimi cinquant’anni); nella propensione a negare ad alcuni parlamentari l’uso della propria conclamata professionalità (specie se di avvocato); nella stessa estemporanea propensione a eliminare la figura dei senatori a vita, finora unico spazio di inclusione istituzionale di competenze non politiche.</p>
<p>Tempi cupi per i bravi, verrebbe da dire, riandando con la memoria all’episodio dell’antica Atene, quando Aristide domandò ad un cittadino perché stesse votando per il suo ostracismo, e quello rispose «Questo Aristide non lo conosco neppure, ma sono stufo di sentir dire che è il più bravo di tutti».<br />
Ma non è il caso di adagiarsi in citazioni dotte, visto che i «vaffa» della piazza di Grillo hanno prodotto ripulse antioligarchiche e un progressivo disfacimento dei processi decisionali, specie di quelli dello Stato. In altre parole, c’è una crisi della cultura di governo che è una silenziosa conseguenza della crisi degli apparati decisionali, laddove si intrecciano la dimensione politica, quella tecnica e quella di alta amministrazione. Non si può negare l’attuale crollo di tali apparati. Di fatto, abbiamo governi senza più «segreterie tecniche» nei ministeri (è lontano il tempo in cui nella segreteria tecnica di Andreatta e poi di Goria al Tesoro lavoravano insieme Cipolletta, Draghi, Cappugi, un relazionale capo di gabinetto e un silenzioso Ragioniere generale). Al tempo stesso, i dirigenti generali, dopo la sciagurata introduzione dello spoil system non sono più l’asse portante delle decisioni amministrative e non hanno interesse ad avere traguardi alti e di medio periodo. La lunga propensione alle carriere interne non c’è più, visto che nelle stanze ministeriali lavorano masse di persone in affitto, pagate dalle società di consulenza; e queste ultime in più hanno con il tempo dimenticato la propria base culturale, cioè la consulenza strategica. Certo, in alcune carriere pubbliche (quella prefettizia come quella militare) resta un orgoglio di classe dirigente, ma si tratta di una minoranza: il resto è testimonianza della profezia antioligarchica di Grillo e seguaci (basti rileggersi il recente volume di Mariana Mazzucato, titolato «Il grande imbroglio»).</p>
<p>Ma in una società sempre più complessa, ogni struttura socioeconomica (dalle imprese individuali alle aziende di logistica, a quelle di servizio collettivo, alle centrali sindacali) ha un bisogno irrinunciabile di una cultura capace di interpretare e governare la complessità circostante. E non bastano i «cerchi magici» intorno al leader, come non bastano piccole oligarchie familiari. Verrebbe quindi da implorare «aridateci una oligarchia», ma sarebbe un puro annuncio volontaristico; sarebbe meglio dire «ricostruiamo una oligarchia», sapendo che essa non nasce per editto del principe o per trasversale manovra di confraternite, ma matura lentamente e con pazienza e serietà intrecciando tante vecchie e nuove relazioni interpersonali. Ma proprio su quelle relazioni ha inciso la colonna portante dell’ideologia del «vaffa» come negazione della normale relazionalità fra le persone, come radice della rottura di ogni rapporto. Ma questo è un altro discorso, più delicato e difficile.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/23_dicembre_05/perche-dobbiamo-ricostruiregli-apparati-decisionali-6e1ad30a-938e-11ee-8704-eea6679df76c.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>Prepariamoci, le prossime europee saranno le elezioni della storia più inquinate dalla disinformazione</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/prepariamoci-le-prossime-europee-saranno-le-elezioni-della-storia-piu-inquinate-dalla-disinformazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Oct 2023 17:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Disinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni europee]]></category>
		<category><![CDATA[fake news]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[TikTok]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Breve premessa in tre punti essenziali. Punto primo. Da una ricerca realizzata dal Censis due anni fa risulta che un italiano su tre si informa esclusivamente sui social; nel 2021 il trend era in forte crescita, c’è pertanto da credere che la percentuale sfiori oggi il 50%. Punto secondo. Uno studio del Mit di Boston [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Breve premessa in tre punti essenziali. Punto primo. Da una ricerca realizzata dal Censis due anni fa risulta che un italiano su tre si informa esclusivamente sui social; nel 2021 il trend era in forte crescita, c’è pertanto da credere che la percentuale sfiori oggi il 50%. Punto secondo. Uno studio del Mit di Boston ha dimostrato che su Twitter, ma non c’è ragione di ritenere che su Tik Tok o altri social network la percentuale sia inferiore, le notizie false si diffondono sei volte più velocemente delle notizie vere. Punto terzo. Come ha osservato nel lontano 1917 il senatore americano Hiram Johnson, “quando scoppia la guerra, la prima vittima è la verità&#8221;; di guerre guerreggiate ne sono scoppiate due (la prima conseguente l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, la seconda conseguente l’attacco ad Israele da parte di Hamas), mentre la guerra tra il risorgente impero cinese e quel che resta del vecchio impero americano è per il momento contenuta ai livelli commerciali, di intelligence, di propaganda. È quella che gli esperti chiamano guerra “ibrida”.</p>
<p>Non occorre, dunque, disporre di informazioni riservate per prevedere che le prossime elezioni europee saranno le più inquinate dalla disinformazione della storia democratica dei 27 Paesi che fanno parte dell’Ue. Per convincersene, basta unire con spirito critico i tre punti della premessa. Minare la legittimità dei processi democratici e favorire le forze politiche meno affini alla sensibilità europeista ed atlantista sarà, allora, l’obiettivo della propaganda russa, di quella cinese e di quella islamica filo Hamas, per l’occasione unite in un unico fascio legato insieme da interessi strategici comuni.</p>
<p>Grazie ai social, e grazie al progressivo abbandono da parte dei cittadini-elettori delle fonti di informazione per così dire tradizionali, l’opera di disinformazione appare oggi quantomai semplice. Un recente studio dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr) ne ha dimostrato le potenzialità. Nei mesi tra la caduta del governo Draghi e le successive elezioni politiche, gli analisti del Ecfr hanno studiato l’output di 235.428 account su Twitter e ne hanno trovato 1763 insolitamente attivi. Rappresentavano l’1,2% del totale, ma hanno pubblicato il 33,3% di tutte le attività identificate come discussione politica su Twitter in quel periodo. Poco più dell’un per cento dei profili ha determinato oltre il trenta per cento delle conversazioni. Naturalmente, si trattava di profili filo russi e filo cinesi, filo sovranisti e filo grillini, che hanno sistematicamente avvelenato i pozzi dell’informazione con false notizie tese a determinare una forte, fortissima polarizzazione nell’elettorato.</p>
<p>Allora, la questione arabo israeliana non era ancora esplosa. Da quando è esplosa, tutte le agenzie di intelligence riscontrano un’esorbitante crescita sui social della propaganda anti occidentale e pro Hamas. In parte il fenomeno è dovuto all’attività cyber dei gruppi filo russi, filo cinesi e filo islamici. In parte è dovuta alla natura stessa della Rete. L’obiettivo di tutti gli operatori del Web è tenere gli utenti incollati il più a lungo possibile al video dello smartphone. Come? Radicalizzando le discussioni grazie ad una sapiente programmazione degli algoritmi e ad una consistente dose di fake news capaci di alimentare i pregiudizi di ciascuno di noi.</p>
<p>Non è un segreto, è una regola. Regola involontariamente svelata dal proprietario di X, il vecchio Twitter, Elon Musk, che nei giorni scorsi ha suggerito ai propri follower di seguire due siti in particolare per informarsi su quanto stava accadendo in Medio Oriente. Erano due due siti dichiaratamente anti semiti. Quando, travolto dalle polemiche, Musk li ha cancellati, i suoi post erano già stati visualizzati, e si presume introiettati, da 11 milioni di utenti.</p>
<p>Le prossime europee saranno le elezioni più inquinate della Storia, impensabile governare il mondo senza essere prima riusciti a governare la Rete.</p>
<div><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2023/10/24/news/governare_il_mondo_e_impossibile_se_non_si_governa_il_web-13918015/">Huffington Post</a></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/prepariamoci-le-prossime-europee-saranno-le-elezioni-della-storia-piu-inquinate-dalla-disinformazione/">Prepariamoci, le prossime europee saranno le elezioni della storia più inquinate dalla disinformazione</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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