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	<title>pirelli Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>pirelli Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Cineserie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Jun 2023 18:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il governo ha scelto di utilizzare il golden power e mettere in sicurezza il controllo italiano di Pirelli. Non s’è levato un fiato critico, nessun oppositore s’è opposto e anche la stampa che solitamente dipinge Meloni come un rischio per l’Italia ne ha festeggiato la determinazione, elevandola a baluardo dell’Occidente democratico. Innanzi a tanta concordia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il governo ha scelto di utilizzare il <em>golden power</em> e mettere in sicurezza il controllo italiano di Pirelli. Non s’è levato un fiato critico, nessun oppositore s’è opposto e anche la stampa che solitamente dipinge Meloni come un rischio per l’Italia ne ha festeggiato la determinazione, elevandola a baluardo dell’Occidente democratico. Innanzi a tanta concordia nazionale non resterebbe che compiacersi. Quando si parla d’interessi reali si ottengono reali coesioni. Che bello. Se non fosse che il corale afflato si realizza su una mossa che introduce uno scivoloso precedente.</p>
<p>Vale la pena di capire, perché in questo racconto c’è moltissimo del capitalismo italiano senza capitali. Il primo azionista di Pirelli sono i cinesi di Sicochem, con 37,01%. Cinesi sono anche due altri azionisti, dal nome con un significato inequivocabile: Silk Road Fund (9,2%) e LongMarch (3,68%). In mano cinese si trova il 49,71% del capitale Pirelli. Il loro ingresso risale al 2015, quando i loro soldi servirono per sostituire i russi di Rosneft (con la Russia che aveva già preso la Crimea, nel 2014). Nell’azionariato Pirelli c’è una quota di Camfin, pari al 14,1%, che esercita un potere di voto largamente superiore, definito nei patti parasociali. Camfin viene indicata dai giornali come la finanziaria che fa capo a Marco Tronchetti Provera, ma il suo primo azionista è ancora la cinese LongMarch. Anche in questo caso i patti parasociali stabiliscono che gli italiani hanno diritti di voto superiori alle quote azionarie. In altre parole, ci sono azioni che contano di più pur avendo il medesimo valore unitario. Affari loro, resta il curioso fatto che questo genere di controllo societario viene denominato “scatole cinesi”. In questo caso piene di cinesi veri.</p>
<p>Nel 2020 gli Stati Uniti già indicavano quelle filiere cinesi come facenti capo ai militari e al governo, predisponendo le sanzioni. Mentre l’Italia non soltanto li aveva in casa, ma firmava gli accordi governativi per la “Via della seta”. Cosa è cambiato?</p>
<p>Da parte cinese (c’è un documento dello scorso novembre) le società azioniste di Pirelli – come tutte le altre importanti – sono state richiamate alla coerenza con i piani industriali di Xi Jinping. Dall’altra la Russia ha invaso l’Ucraina e la Cina s’è collocata al fianco di Putin, sebbene più per mangiarselo che per aiutarlo. Quindi, mentre gli azionisti cinesi cercano di fare quel che è ovvio nel nostro (nostro) sistema capitalistico – ovvero far corrispondere il potere ai soldi messi – l’azionista italiano si rivolge al governo segnalando il pericolo. Che si fa, considerando che non siamo in guerra ma c’è la guerra?</p>
<p>Esistevano due strade: a. vedetevela davanti a un giudice; b. si interviene a tutela di una tecnologia che ha a che vedere con la sicurezza nazionale, in questo caso congelando le azioni in mano cinese. Ma si deve indicare quale sia la tecnologia e che sia la geolocalizzazione delle ruote e l’accumulazione di dati in cloud è un po’ pochino, considerato che quella roba è a bordo di qualsiasi cosa e vettura. Il governo ha scelto una terza strada: afferma il valore strategico della tecnologia ma non congela le azioni, bensì modifica i patti parasociali, alzando il numero di consiglieri che Camfin può nominare. La Camfin in cui il primo azionista è cinese, sicché domani lo si dovrà forse rifare anche per Camfin.</p>
<p>Delle due l’una: o c’è la guerra e il capitale cinese non è gradito, in questo caso prima si prende una decisione politica d’indirizzo governativo (ma noi siamo ancora dentro la “Via della seta”) e poi si restituiscono i soldi, salutando; oppure si sta solo difendendo un azionista che ha messo soldi per la minoranza di quel che domina, introducendo un precedente che il cielo solo sa dove possa portare. Nel frattempo danneggiando tutte le imprese italiane – piccole, medie e grandi – che con i cinesi, da anni, fanno o provano a far affari.</p>
<p>Bella la concordia. O forse manca qualcuno che abbia saputo pensarci e voluto dirlo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://giornale.laragione.eu/giornale/552"><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
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		<title>Arrotare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/arrotare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jun 2023 18:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[pirelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il governo sta valutando la possibilità e la necessità di utilizzare nel caso di Pirelli il golden power, ovvero il potere di interdire una operazione di mercato ove ritenga in pericolo gli interessi nazionali. È una scelta difficile, perché altera pesantemente le regole. Si tratta di capire se è anche una scelta necessaria, oltre che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il governo sta valutando la possibilità e la necessità di utilizzare nel caso di Pirelli il golden power, ovvero il potere di interdire una operazione di mercato ove ritenga in pericolo gli interessi nazionali. È una scelta difficile, perché altera pesantemente le regole. Si tratta di capire se è anche una scelta necessaria, oltre che opportuna.</p>
<p>Pirelli è uno dei marchi storici dell’industria italiana, da anni affidata alla gestione di Marco Tronchetti Provera. È stata anche protagonista di una non fortunata avventura di acquisto e gestione di Telecom Italia. Quotata in Borsa fin dal 1922, nel 2015 ne venne annunciata l’uscita (delisting) e la vendita della quota di maggioranza ai cinesi di ChemChina, presenti pure soci russi. Nel 2016 vengono ritirate anche le azioni di risparmio. Nel 2017, con il suo nuovo assetto, la società torna alla Borsa di Milano. I soci hanno degli accordi fra di loro, compreso il patto che Tronchetti Provera – pur detenendo una quota di minoranza – resti vice presidente esecutivo, in pratica il dominus della società.</p>
<p>Non facciamola complicata: si tratta di una società privata, la precedente proprietà ha scelto di vendere, ha trovato soci cinesi disposti a metterci molti soldi. Sono affari loro. Ora salta fuori, però, che nel succedersi delle vicende societarie e degli assetti di vertice, il socio cinese (nel frattempo divenuto Sinochem), se non subito fra tre anni potrebbe trovarsi a contare di più. Da qui la preoccupazione governativa sulla sorte di un marchio italiano. Soltanto che una storia simile si presta poco ai nazionalismi economici e la possibile interdizione potrebbe arrecare, quella sì, un grave danno all’Italia, arrotandone l’affidabilità.</p>
<p>Perché i casi sono due. Nel primo potrebbe darsi che il socio italiano superstite, la Camfin di Marco Tronchetti Provera, lamenti una violazione degli accordi da parte dei cinesi. In questo caso non ha che da rivolgersi a un tribunale, spiegando di avere ceduto il controllo azionario pattuendo la permanenza in mani italiani del controllo industriale, soltanto che i detentori del pacchetto più grosso ora vogliono fare di testa loro. Il giudice si farà portare il testo degli accordi, leggerà le memorie delle parti e deciderà chi ha torto e chi ragione. Nel secondo caso gli investitori del 2015 avevano in animo fin dall’inizio, com’è legittimo, di assumere un ruolo nel tempo sempre più importante. Il che è anche normale e risponde al principio che fra studentelli si riassumeva motteggiando «Articolo quinto, chi ci ha messo i soldi ha vinto».</p>
<p>Il primo caso è escluso che sia di competenza governativa e che possa essere affrontato usando il golden power, perché sarebbe come dire che i tribunali italiani sono inaffidabili o inutili. Nel secondo caso l’uso di quel potere altererebbe le regole di mercato e aprirebbe un contenzioso in cui il socio che si vede portare via quel che ha già pagato è improbabile prenda la cosa in modo spiritoso. Né serve a molto accampare la ‘scoperta’ che il socio cinese si uniforma alle direttive del suo governo, intanto perché sarebbe superiore all’ammissibile ingenuità pensare che avvenga il contrario e poi perché il nostro Stato è legato a quello cinese dal malauguratamente firmato accordo “Via della seta”, cui aderimmo unici (fra i Paesi del G7) quando era in carica il primo governo Conte e il vice presidente di allora è il medesimo vice presidente di oggi: Matteo Salvini. In pratica il governo italiano di ora, ove siedono taluni che sedevano nel governo di allora, userebbe un potere societario per contraddire quel che stabilì il governo italiano. E non stiamo parlando di epoche lontane, ma della scorsa legislatura.</p>
<p>Se quella cessione di quote, in capo a un marchio così importante nella nostra storia, era da considerarsi nocumento degli interessi generali si doveva dirlo nel 2015. Farlo adesso consegna un messaggio inquietante non agli investitori cinesi, ma a qualsiasi investitore internazionale: occhio, che in Italia cambia il governo e cambiano anche le regole del gioco. E questo è un punto troppo delicato, per potersene prendere gioco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://giornale.laragione.eu/giornale/546"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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