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	<title>piero ostellino Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>piero ostellino Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Le lezione di Ostellino. Il ricordo della FLE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Mar 2018 10:01:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attività 2018]]></category>
		<category><![CDATA[piero ostellino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Piero Ostellino un liberale controcorrente: il resoconto sull&#8217;Opinione Mario Sammarone, le foto e i video della commemorazione del giornalista tenutasi il 22 marzo 2018 nella Fondazione Einaudi L’altro giorno la Fondazione Luigi Einaudi ha commemorato la figura del giornalista Piero Ostellino, già direttore de “Il Corriere della Sera” (tra l’84 e l’87), scomparso lo scorso [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Piero Ostellino un liberale controcorrente: il resoconto sull&#8217;Opinione Mario Sammarone, le foto e i video della commemorazione del giornalista tenutasi il 22 marzo 2018 nella Fondazione Einaudi</em></p>
<p>L’altro giorno la <strong>Fondazione Luigi Einaudi</strong> ha commemorato la figura del giornalista <strong>Piero Ostellino</strong>, già direttore de “Il Corriere della Sera” (tra l’84 e l’87), scomparso lo scorso 10 marzo a Milano. All’evento, che ha ripercorso la vita, il pensiero ma anche i tratti umani del giornalista di origine piemontese (ma nato a Venezia il 9 ottobre del 1935), hanno partecipato alcuni intellettuali che ne hanno condiviso il pensiero e l’amicizia.</p>
<p><strong>Giuseppe Benedetto</strong>, presidente della Fondazione Luigi Einaudi, ha fortemente voluto questo incontro. Ricordando la famosa rubrica settimanale “Il dubbio”, e parafrasando Hegel e la famosa preghiera quotidiana del laico, che consisteva nel leggere il giornale ogni mattina, ha sottolineato come “Il dubbio”, la coscienza critica, sia il pane quotidiano di cui si nutre il laico. “Ostellino è stato un rifugio sicuro per almeno tre generazioni di liberali – ha commentato Benedetto – Andare a leggere i suoi articoli, sempre ben argomentati e mai faziosi, era una boccata d’aria fresca nella cultura del tempo”.</p>
<p>Mai decaduta nella facile retorica dell’antipolitica, quella di Ostellino è stata una critica alla pervasività del potere pubblico che rischia di limitare lo spazio etico e pratico del cittadino. <strong>Corrado Ocone</strong>, direttore del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, ha sottolineato la capacità di andare contro corrente e sostenere posizioni non omologate al pensiero dominante, ricordando l’interesse di Ostellino per i filosofi illuministi scozzesi.</p>
<p>Poi è stata la volta di due intellettuali con i quali <strong>Ostellino</strong> è stato legato da un rapporto personale. Lorenzo Infantino – che tra l’altro ha curato un libro riguardo l’incontro tra David Hume, che degli illuministi scozzesi è stato autore di punta, e Rousseau (“A proposito di Rousseau” – Rubbettino, 2017) – ha osservato come questa scomparsa lasci un vuoto nel panorama culturale italiano, ricordando che la sua amicizia con Ostellino fosse nata non da un incontro de visu, bensì dalla reciproca lettura dei loro scritti. Un’amicizia inevitabile, dunque, essendo il panorama culturale italiano non così ricco di studiosi liberali. Ostellino è stato “<strong>la voce liberale del Corriere</strong>, da cui molti si aspettavano come una chiarificazione, un lampo di luce nel frastuono della politica nostrana”. Da alcuni Ostellino è stato anche inviso perché non accondiscendeva alle mode del momento, ma per Infantino il grande merito del giornalista piemontese è stato quello di rapportare la politica ai principi della libertà individuale.</p>
<p><strong>Dino Cofrancesco</strong>, storico del pensiero politico che fu socio fondatore della Fondazione Hume, voluta da Ostellino e da Luca Ricolfi, ricorda come il giornalista da poco scomparso fosse sì un liberale hayekiano, ma con un forte senso della storia d’Italia e un vero culto del Risorgimento, e della persona di Cavour in particolare. Ha ricordato poi l’esperienza di corrispondente a Mosca (Ostellino che era “fieramente anticomunista”), culminata nel famoso libro “Vivere in Russia” del ’77. Cofrancesco ha concluso con una <strong>nota di carattere personale</strong>: Ostellino aveva ricevuto un vero e proprio imprinting a Napoli (dove il padre lavorò come dirigente della Fiat), città a cui rimase legato e che amava “nelle sue differenze, quasi nella sua lontananza dall’ethos occidentale”.</p>
<p>Sicuramente il retaggio di questo giornalista liberale è quello di un giornalismo come ricerca filosofica, non come mero inseguimento dell’ultima notizia; ciò unito alla comprensione del retroterra ideale da cui partiva la sua riflessione. Di certo, come ha concluso Infantino, tutti quelli che ci hanno dato qualcosa rimangono sempre con noi; e allora Ostellino, con i suoi articoli e il suo pensiero mai scontato, avranno sempre un posto nel cuore dello spirito.</p>
<p>Mario Sammarone, L&#8217;Opinione [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><a href="https://www.radioradicale.it/scheda/536448/piero-ostellino-un-liberale-controcorrente">La registrazione integrale di Radio Radicale</a></p>
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<h3>Il ricordo di Corrado Ocone: Ostellino? Una personalità scomoda&#8230;</h3>
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<h3>Lorenzo Infantino: Il connubio di politica ed economia che Ostellino combattè</h3>
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<h3>Dino Cofrancesco: Ostellino e quella definizione di liberalismo&#8230;</h3>
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		<title>Addio a Ostellino, voce controcorrente liberale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/addio-a-ostellino-voce-controcorrente-liberale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Mar 2018 09:15:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[piero ostellino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 10 marzo 2018 si è spento Piero Ostellino, grande giornalista e figura eminente del liberalismo italiano dell&#8217;ultimo Novecento. Il ricordo di Corrado Ocone, direttore scientifico della Fondazione Einaudi Aveva un’aria sorniona, a volte, e un sorriso tra il beffardo e il disincantato, Piero Ostellino, morto ieri a Milano a 82 anni. Amava la buona cucina [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il 10 marzo 2018 si è spento Piero Ostellino, grande giornalista e figura eminente del liberalismo italiano dell&#8217;ultimo Novecento. Il ricordo di Corrado Ocone, direttore scientifico della Fondazione Einaudi</em></p>
<p><strong>Aveva un’aria sorniona</strong>, a volte, e un sorriso tra il beffardo e il disincantato, Piero Ostellino, morto ieri a Milano a 82 anni. Amava la buona cucina e il vino e, a tavola soprattutto, si vantava di considerarsi un mezzo napoletano, un popolo di cui aveva imparato a conoscere le qualità da piccolo, avendo vissuto nella città partenopea perché il padre era stato chiamato a dirigere lì la Fiat.</p>
<p>Era però profondamente sabaudo (anche se era nato a Venezia il 9 ottobre 1935), Ostellino, e, ancor più, idealmente, scozzese.</p>
<p><strong>L’illuminismo scozzese di Hume e Smith</strong>, con la sua anima scettica e disincantata, era per lui la quintessenza del liberalismo. Tutt’altra cosa rispetto al razionalismo francese, con la sua idea costruttivistica di voler cambiare dalle basi, con la forza della rivoluzione e della violenza, la società e gli individui.</p>
<p><strong>Fu a Torino che frequentò l’università</strong> e si laureò in Scienze Politiche, apprendendo anche dalle lezioni di Bobbio, a cui rimase sempre legato nonostante una diversa impostazione culturale. Fu in quegli anni, infatti, che egli maturò il suo liberalismo, in un’ottica altamente sprovincializzante e lontana dagli umori politici e palingenetici, che agli albori del Sessantotto, investivano ormai anche i giovani italiani.</p>
<p><strong>Con un gruppo di altri giovani,</strong> fra cui Valerio Zanone, Giovanna Zincone e Fulvio Guerini, egli creò il <em>Centro di Documentazione e Studi Luigi Einaudi</em>, che, fin dall’inizio, si propose di far conoscere e promuovere una metodologia empirica degli studi anch’essa un po’ lontana dai canoni nazionali. La rivista edita dal Centro, “Biblioteca della libertà”, che continua oggi ad uscire regolarmente, ne fu il risultato più evidente.</p>
<p><strong>Nel 1967, Ostellino entrò come giornalista al “Corriere della sera”</strong>, che diventerà presto la sua seconda casa. Qui si fece subito apprezzare per la capacità di essere, nei suoi articoli, tagliente, colto, schierato ma mai fazioso, oltre che per la sua visione internazionale e mai politicista. D’altronde, tutto il suo stile era da vecchio giornalismo inglese, da “fatti separati dalle opinioni” per intenderci.</p>
<p><strong>Finì poi, lui liberale fieramente anticomunista</strong>, come corrispondente del giornale da Mosca. Era il 1973 quando Ostellino si trasferì nell’Unione Sovietica, ove osservò con acume il regime e imparò a leggerne le “veline” che venivano accortamente somministrate alla stampa estera: in qualche modo ne mise in luce le debolezze che lo porteranno al tracollo.</p>
<p><em>Vivere in Russia</em>, il libro che pubblicò nel 1977, fu per Ostellino un vero successo.</p>
<p>Corrispondente da Pechino a partire dal 1979, egli scrisse anche un Vivere in Cina (1981). <strong>Tornato in Italia</strong>, dal 1984 al 1988 ricopri la carica più alta del quotidiano di via Solferino, ove, forse, dai tempi di Albertini, mai più si era visto un direttore così profondamente imperniato di spirito liberale. Anche se, nel ricoprire il suo ruolo, fu sempre imparziale e istituzionale.</p>
<p><strong>Le briglie le sciolse molti anni dopo</strong>, quando gli fu affidata una rubrica, “Il Dubbio”, ove con ossessiva regolarità contestava lo spirito dei tempi e richiamava ai principi liberali. Soprattutto a quello di distinzione, in primo luogo fra diritto e morale contro il giustizialismo imperante nella Seconda Repubblica (la rubrica “traslocò” a “Il Giornale”, tre anni fa).</p>
<p><strong>D’altronde, tutta l’attività di Ostellino</strong> non è stata che un’impietosa analisi del deficit di liberalismo che è proprio della mentalità italiana. E che continua, anzi si è aggravato, nella Terza Repubblica, di cui vediamo in questi giorni gli albori. Purtroppo non potremmo più sentire una voce così controcorrente come la sua.</p>
<div class="yj6qo"> Corrado Ocone, 11 marzo 2018</div>
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		<title>Se la proprietà privata è ancora nel mirino</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/se-la-proprieta-privata-e-ancora-nel-mirino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Ostellino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Dec 2016 22:36:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[diritti di proprietà]]></category>
		<category><![CDATA[piero ostellino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Se la proprietà privata "è un furto", sequestrare per mancanze dello Stato è logico[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;incredibile vicenda dell&#8217;albergo quattro stelle requisito dallo Stato per ospitare i migranti, e non si tratta di un caso isolato, non deve sorprendere. <strong>L&#8217;hotel Cristallo di Castel d&#8217;Azzano</strong> è stato destinato da un provvedimento della prefettura di Verona ad accogliere un centinaio di profughi, nonostante le proteste dei proprietari e il fatto che tutte le camere fossero già state prenotate in vista della manifestazione internazionale Fieracavalli.</p>
<p>In un Paese in cui è ancora molto diffusa la convinzione che la <strong>proprietà privata</strong>, piuttosto che un diritto soggettivo naturale, sia un furto, e che, in base alla Costituzione, deve avere una funzione sociale, la decisione di sequestrare una struttura privata in piena attività per far fronte alla incapacità dello Stato di gestire la questione immigrati, per quanto strabiliante, ha una sua inevitabile logica.</p>
<p>Tra le tante aberrazioni della nostra cultura politica, collettivista e dirigista, c&#8217;è infatti la convinzione che <strong>diritti soggettivi naturali</strong> (alla vita, alla libertà, alla proprietà) e <strong>diritti sociali</strong> (alla copertura pubblica di bisogni collettivi, come la scuola, la sanità, le pensioni ecc.) siano incompatibili e che per tutelare i diritti sociali sia necessario limitare quelli soggettivi. Da qui la subordinazione di questi ultimi all&#8217;utilità sociale, all&#8217;interesse collettivo, al bene comune e quant&#8217;altro.</p>
<blockquote><p>La nostra Costituzione è una costituzione programmatica, nel senso che alle universali dichiarazioni di principio tende a sovrapporre una propria e prescrittiva visione del mondo</p></blockquote>
<p>Del resto, è la stessa Costituzione, nella sua prima parte, <strong>articolo 42</strong>, a stabilire che «la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti, allo scopo di assicurarne la funzione sociale&#8230;». Quanto all&#8217;attività economica dell&#8217;albergo in questione, sempre il dettato costituzionale, nell&#8217;articolo 41, sancisce che «l&#8217;iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l&#8217;utilità sociale&#8230; La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l&#8217;attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.» Si tratta di una formulazione che, con un paio di leggi di attuazioni, può trasformare l&#8217;Italia nell&#8217;<strong>ex Unione sovietica</strong> e che ricorda la stessa Costituzione sovietica del 1977, quando condiziona l&#8217;esercizio di diritti e libertà alla conformità di questi con i fini dell&#8217;edificazione comunista, o con gli interessi del popolo o allo scopo di consolidare e sviluppare il regime socialista&#8230;</p>
<p>Prima di intervenire sulla seconda parte della Costituzione, come fa la riforma Renzi-Boschi quando una revisione dei regolamenti parlamentari risulterebbe più utile ed efficace sarebbe finalmente ora di superare il tabù dell&#8217;inviolabilità della prima parte del testo costituzionale e modificarlo. Magari anche <strong>l&#8217;articolo 1</strong>, che ci rende l&#8217;unico Paese al mondo fondato su una merce (il lavoro).</p>
<p>La verità è che <strong>la nostra Costituzione è una costituzione programmatica</strong>, nel senso che alle universali dichiarazioni di principio tende a sovrapporre una propria e prescrittiva visione del mondo. Ma le costituzioni «programmatiche» sono figlie del Novecento, il secolo dei totalitarismi. Identificano e assimilano, infatti, lo Stato al Parlamento e al governo. Hanno, così, una funzione di indirizzo delle future politiche pubbliche sia dell&#8217;uno che dell&#8217;altro.</p>
<p>Le costituzioni procedurali e liberali figlie dell&#8217;Ottocento, invece, fissano solo le procedure attraverso le quali Parlamento e governo formulano le politiche pubbliche, senza entrare nel loro merito. Il feticcio progressista della nostra pasticciata e anacronistica Costituzione andrebbe dunque finalmente abbattuto. Ma chi è disposto e pronto a farlo?</p>
<p><strong>Piero Ostellino</strong>, <em>Il Giornale</em> 4 dicembre 2016</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;ideologia uccide giustizia e diritto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lideologia-uccide-giustizia-e-diritto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Oct 2016 10:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[piero ostellino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Piero Ostellino tratteggia i mali della giustizia italian[:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Se si ripercorrono le cronache degli ultimi ottant&#8217;anni si scopre che lo stato della giustizia, da noi, è sempre lo stesso: presenza costante di un pregiudizio ideologico e sociale che influenza <strong>magistrati e sentenze</strong>, incertezza e sostituzione del diritto di variabili politiche e sociali.Eravamo la patria del diritto e siamo diventati, col dopoguerra, la patria del rovescio; tutte le proposte di riforma del sistema giudiziario sono rimaste nell&#8217;ambito delle buone intenzioni e non se ne è fatto nulla.</p>
<p>Ma il problema resta, figlio della cultura che aveva diviso il mondo fra chi stava da una parte (il mondo democratico liberale occidentale) e chi stava dall&#8217;altra (il comunismo), e non scendeva mai sul terreno empirico per stabilire se ciò che era emerso nei <strong>tribunali</strong>, piuttosto che in Parlamento, fosse rispetto dello Stato di diritto o, non piuttosto, ossequio ideologico a un parte politica. I danni fatti dalla cultura di sinistra sono pressoché irreparabili.</p>
<p>Personalmente, ritengo un errore applicare acriticamente il diritto positivo, che è, poi, una forma di giustizia che non tiene conto dell&#8217;evoluzione della cultura giuridica da cui dovrebbe discendere. Il <strong>positivismo giuridico</strong> è un modo meccanicistico di fare giustizia, non di attenersi alla cultura giuridica che dovrebbe sempre presiedere ogni decisione giudiziaria.</p>
<p>Lo dico con cognizione di causa, e molto rammarico, perché me ne sono occupato senza registrare cambiamenti nello stato della giustizia. Prevale ancora <strong>il pregiudizio ideologico e sociale s</strong>ulla certezza del diritto in nome di una dogmatica applicazione di una disciplina che evolve sulla base della cultura giuridica nel corso del tempo</p>
<p><strong>Piero Ostellino</strong>, <em>Il Giornale</em> 30 ottobre</p>
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