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	<title>pierluigi battista Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>pierluigi battista Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>E ora quale sarà la prossima censura?</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/e-ora-quale-sara-la-prossima-censura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2020 13:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigi battista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oramai siamo come rassegnati, abbiamo smesso di reagire, siamo entrati in un tunnel di sconfortante stupidità universale e passa la voglia pure di combattere. Prima dell&#8217;epidemia di stupidità, se ci avessero detto che per vincere gli Oscar occorresse obbedire a grottesche norme sovietiche decretando così il trionfo dell&#8217;oscurantismo del politicamente corretto, avremmo detto: ma no, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Oramai siamo come rassegnati, abbiamo smesso di reagire, siamo entrati in un tunnel di sconfortante stupidità universale e passa la voglia pure di combattere. Prima dell&#8217;epidemia di stupidità, se ci avessero detto che per vincere gli Oscar occorresse obbedire a grottesche norme sovietiche decretando così il trionfo dell&#8217;oscurantismo del politicamente corretto, avremmo detto: ma no, figurati, mica siamo così scemi, e invece è successo, e poveri registi che si affanneranno per inserire nei copioni qualche concessione a un meccanismo tanto stupido, arrogantemente stupido.</p>
<p>Bisogna rassegnarci, la spirale della stupidità non e ancora arrivata fino alla fine, ci sorprenderemo e alzeremo le spalle, sconfitti e depressi. Se avessero pronosticato: guardate che nelle università americane censureranno Shakespeare e i tragici greci, che accenderanno un falò per Via col vento, che a furor di popolo demoliranno le statue di Cristoforo Colombo e quelle dell&#8217;eroe dell&#8217;antinazismo Winston Churchill, ancora non rassegnati avremmo risposto: ma dai, figurati, non fare il paranoico. E invece. E se avessero previsto: la messa al bando dei nudi di Egon Schiele a Londra, la manipolazione a Firenze, in un&#8217;istituzione che dovrebbe essere seria e prestigiosa come il Maggio fiorentino, della Carmen di Bizet per non lasciar veicolare un messaggio “femminicida”, il linciaggio di Balthus le cui opere inciterebbero alla pedopornografia, la messa sotto accusa di Mark Twain, le scritte contro Abraham Lincoln che pure abolì la schiavitù, il coro censorio contro J.K. Rowling accusata nientemeno che di «transfobia», ancora non rassegnati avremmo replicato: ma siamo matti, ci manca solo la richiesta di mettere al rogo i film di Woody Allen, eventualità davvero impossibile.</p>
<p>E oramai tutto è possibile e le reazioni sono sfibrate, demotivate, come se fosse impossibile arginare questa ondata oscurantista che un tempo avremmo definito ridicola e che invece ci sta portando nel peggio. Peccato, la cerimonia di consegna degli Oscar del cinema era bella e ci costringeva a stare svegli tutta la notte. Ora resterà sveglio, forse, Zdanov e il suo «realismo socialista». Fioccano invece le scommesse su quale sarà la prossima censura, il prossimo rogo, la prossima messa al bando, il prossimo linciaggio. Prendiamola così.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="https://www.corriere.it/">Corriere della Sera</a>, 14/09/2020</strong></p>
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		<title>Pierluigi Battista: Le paure di questa politica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/pierluigi-battista-le-paure-di-questa-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2020 06:19:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#BuonaPagina]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigi battista]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I partiti che si orientano a indicare «libertà di coscienza» nel referendum per la riduzione dei parlamentari fanno deliberatamente molta confusione perché camuffano con un atteggiamento che sembra aperto e non vincolante la loro palese incapacità di decidere. Libertà di coscienza può essere invocata sulle questioni, come si dice, «eticamente sensibili»: sull&#8217;aborto, o sul testamento [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">I partiti che si orientano a indicare «libertà di coscienza» nel referendum per la riduzione dei parlamentari fanno deliberatamente molta confusione perché camuffano con un atteggiamento che sembra aperto e non vincolante la loro palese incapacità di decidere. Libertà di coscienza può essere invocata sulle questioni, come si dice, «eticamente sensibili»: sull&#8217;aborto, o sul testamento biologico o sulle unioni civili. Ma sulle modifiche alla Costituzione no, un partito serio non può dire «ni», non può tirarsene fuori per paura delle conseguenze politiche di una scelta. Non può esistere libertà di non decidere, di rifugiarsi nel nullismo finché la tempesta non passi. Non si può manipolare la Costituzione senza sapere qual è il punto di arrivo. Non si può storpiare la Costituzione seguendo logiche di tattica politica contingente.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">La riduzione del numero dei parlamentari ha avuto ben quattro passaggi parlamentari, secondo le procedure previste di revisione costituzionale. Era una bandiera dei Cinque Stelle e nel governo gialloverde la Lega l&#8217;ha votata tre volte non per convinzione, ma per tenere su il Conte uno. Poi è arrivato il Conte due e la Lega ha votato a favore per spirito di bandiera anti-casta, ma ora, sentendo aria di rivincita con i Cinque Stelle, intravvede la possibilità di un&#8217;affermazione del No e apre alla possibilità di lasciare libertà di voto su un testo che ha approvato per ben quattro volte.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">I1 Pd, a sua volta, ha votato tre volte contro la riduzione del numero dei parlamentari, denunciando persino con una certa veemenza lo spirito antiparlamentare dei populisti al tempo avversati, poi, per non mettersi contro i Cinque Stelle che avevano appena rotto con Salvini consentendo al Partito democratico di tornare imprevedibilmente al governo, strappando una flebile promessa di riforma della legge elettorale. Forza Italia è divisa, e lascia libertà di voto, tra chi nel merito sarebbe favorevole al taglio dei parlamentari e chi, invece, vede la possibilità di un indebolimento del governo e un colpo da assestare ai grillini. Lo stesso per il partito di Renzi, in larga misura ostile a una modifica dal sapore inequivocabilmente grillino, ma anche non dimentico degli appelli passati del leader del partito a favore del taglio dei parlamentari.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">In questa commedia degli equivoci, occorre ammettere che gli unici partiti ad aver conservato almeno un briciolo di coerenza sono proprio i Cinque Stelle e il partito di Giorgia Meloni. Ambedue, almeno al momento, perché non si sa cosa può succedere da qui al 20 settembre.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">La libertà di coscienza su un fatto così importante come la riforma della Costituzione nasconde la grande paura della politica di scegliere, di trovare un orientamento che duri non solo lo spazio e il tempo della contingenza, o della tattica, o del gioco combinatorio delle maggioranze che si formano e si sfarinano con grande velocità.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Per la paura di scegliere si convocano una, dieci, chissà quante task force a cui viene demandato un compito che dovrebbe essere proprio della politica e di un programma di governo. Per paura di scegliere si convocano faraoniche riunioni di Stati generali che non producono nulla di concreto. Per paura di scegliere, e di rompere un equilibrio fragilissimo, si rimanda all&#8217;infinito la scelta di utilizzare i fondi del Mes, più di trenta miliardi, che potrebbero essere utilizzati per finanziare le strutture sanitarie. Per paura di scegliere si scelgono soluzioni confuse, che non sono nemmeno soluzioni, sul tema delle concessioni autostradali, dell&#8217;Uva, dell&#8217;Alitalia.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">E anche sul Covid, quando con un certo sadismo il Comitato tecnico-scientifico dice che è compito della politica scegliere una strada anziché un&#8217;altra sulle riaperture o addirittura sul ritorno nelle scuole, la politica, quella che sta al governo ma anche quella che sta all&#8217;opposizione, balbetta terrorizzata, non sa quale strada imboccare. Non può, per una questione di elementare decenza, invocare anche in questo caso la «libertà di coscienza», ma è come se cercasse una sospensione, un galleggiamento che non metta in crisi partiti senza idee e senza programmi che non sono capaci di sostenere posizioni univoche.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Un rinvio continuo, un tirarsi fuori, un sospendere il giudizio che viene riempito con continue svolte e svoltine che disorientano l&#8217;elettorato, e lo spingono a non credere più ai partiti che pure continuano a votare, sempre più frastornati. Frastornati gli elettori, e frastornata la politica, prigioniera delle non scelte.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;"><strong>Pierluigi Battista </strong></span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;"><strong>Corriere della Sera, 26/08/2020</strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>#BuonaPagina &#8211; Votazione chiusa.</p>
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		<title>Se il totalitarismo è giudiziario</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/se-il-totalitarismo-e-giudiziario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jan 2017 13:01:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigi battista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Roma non si sa dove e quando e come potranno essere collocate le bancarelle dei libri (che ci sono da sempre, e sono un meraviglioso momento di sosta) perché lo deve stabilire la magistratura. Nel Texas la Apple è stata messa sotto accusa giudiziaria perché un automobilista, usando FaceTime mentre era alla guida, aveva [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A Roma non si sa dove e quando e come potranno essere collocate le bancarelle dei libri (che ci sono da sempre, e sono un meraviglioso momento di sosta) perché lo deve stabilire la magistratura. Nel Texas <strong>la Apple</strong> è stata messa sotto accusa giudiziaria perché un automobilista, usando FaceTime mentre era alla guida, aveva violentemente urtato un’altra macchina provocando la morte di una bambina che era a bordo. La colpa è di aver inventato la app per le videochiamate senza la funzione che la disattiva nei veicoli in movimento.</p>
<p>Cioè la colpa non è solo del deficiente criminale che fa videochiamate mentre guida, ma della società che non ha previsto l’esistenza di un deficiente criminale che guarda dentro al telefonino ammazzando la gente con la macchina che guida.</p>
<p><strong>Intanto in Italia si stabilisce che le leggi elettorali non le fa il Parlamento ma la Corte Costituzionale</strong>. La quale Corte Costituzionale aveva già deliberato su importanti provvedimenti di politica economica del governo, come l’intervento sulle pensioni.</p>
<p>Con l’approvazione della legge sulle unioni civili, pare non abbia molta importanza la disciplina della stepchild adoption perché valuteranno i magistrati caso per caso. E del resto, l’assenza di una legge sul testamento biologico demanda alla magistratura anche l’ultima parola sui temi decisivi come la vita e la morte. [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/01/totalitarismo-giudiziario.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-8325 size-medium" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/01/totalitarismo-giudiziario-400x299.jpg" width="300" height="224" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/01/totalitarismo-giudiziario-400x299.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/01/totalitarismo-giudiziario-250x187.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/01/totalitarismo-giudiziario-150x112.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/01/totalitarismo-giudiziario-268x200.jpg 268w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/01/totalitarismo-giudiziario-24x18.jpg 24w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/01/totalitarismo-giudiziario-36x27.jpg 36w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/01/totalitarismo-giudiziario-48x36.jpg 48w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/01/totalitarismo-giudiziario.jpg 593w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>[spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><strong>La magistratura francese</strong> può decidere se a un intellettuale è permesso di sottolineare i pericoli dell’islamismo politico senza essere portato in tribunale come «islamofobo». <strong>In Italia la magistratura</strong> può disporre il sequestro giudiziario, con conseguenze economiche notevolissime, della centrale termoelettrica di Vado Ligure mentre in un’altra regione un’altra centrale identica può continuare a lavorare con gli stessi livelli di inquinamento accertati dalle autorità sanitarie e ambientali. Cosa ci dice questa macedonia di casi tanto diversi tra loro?</p>
<p><strong>Cosa hanno in comune tutti questi episodi?</strong> Hanno in comune in tutto il mondo lo strapotere della dimensione giudiziaria su ogni altro aspetto della vita pubblica. La «giuridicizzazione» radicale e totale dei rapporti sociali, politici, economici, antropologici in cui si imbatte l’umanità. L’idea che l’ultima parola spetti sempre a un’autorità giudiziaria. In Italia e ovunque. <strong>Vi sentite tranquilli nel mondo del totalitarismo giudiziario?</strong></p>
<p>Pierluigi Battista, Il Corriere della Sera 15 gennaio 2017</p>
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		<title>E dalla crisi ritorna l’eco lontana della Dc</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/e-dalla-crisi-ritorna-leco-lontana-della-dc/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Dec 2016 11:49:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[dc]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigi battista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Non solo Mattarella. Lo Scudo crociato unisce tanti protagonisti delle consultazioni I nomi e i volti Da Franceschini e Gentiloni, possibili candidati a Palazzo Chigi, ad Alfano passando per lo stesso Renzi al fianco di De Mita[:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lo Scudo crociato, quello non c’è proprio. Ma è stampato nell’anima, non c’è bisogno di farne un vessillo da sventolare</strong>. Eppure, nonostante gli anni nonostante le vicissitudini che hanno segnato e ferito la storia italiana, nonostante la cascata di facce nuove, partiti nuovi, di linguaggi nuovi, di strumenti tecnologici nuovissimi, qualcosa del passato italiano resta, resiste alle tempeste, assume nuove caratteristiche senza perdere quelle antiche. Insomma aleggia sempre un inconfondibile sapore da Democrazia cristiana, che celebra sommessamente i suoi fasti in questo nuovo giro di consultazioni al Quirinale per la formazione di un nuovo governo.</p>
<p>Forse non «moriremo democristiani», come predisse lo sconfortato Luigi Pintor sul «manifesto», ma qualcosa di democristiano si è sedimentato nel nostro profondo. Crollano ideologie e visioni del mondo, ma una lontana eco di Dc sembra non abbandonarci mai.</p>
<p>Che poi persino questa magica parola del bon ton istituzionale, «consultazioni», rimanda alla lentezza placida e rassicurante dei riti che non inseguono la fretta del tempo, ma stemperano le passioni troppo forti, placano le smanie, raffreddano chi imbocca ossessivamente le scorciatoie. Insomma «consultazioni», soprattutto in un’epoca storica in cui si facevano e si mandavano via un’infinità di governi, era una parola in cui la Democrazia cristiana si sentiva particolarmente a suo agio.</p>
<p><strong>E oggi che sono passati ufficialmente quasi ventiquattr’anni dalla fine solenne della Dc</strong>, e che nel frattempo una miriade di sigle e partitini hanno tentato di accaparrarsene l’eredità e che una parte è andata nel Partito popolare, e poi nella Margherita e poi nel Pd, e un’altra Ccd, Udc eccetera è confluita nel centrodestra prima della sua frammentazione, oggi in queste «consultazioni», dopo un breve periodo di ubriacatura di velocità e di 140 caratteri, la Dc sembra l’unico vero e vegeto lascito politico di epoche ormai lontane.</p>
<blockquote><p>Lo Scudo crociato forse non si è spezzato mai</p></blockquote>
<p>Che poi, anche <strong>Matteo Renzi</strong>, che pure aveva diciott’anni quando <strong>Mino Martinazzoli</strong> decretò ufficialmente la fine della Democrazia cristiana, una certa consuetudine con l’universo democristiano e dello scoutismo cattolico ce l’ha avuta, come testimonia del resto una fotografia che lo immortala giovanissimo con lo stesso Ciriaco De Mita contro cui ha battagliato in tv nella campagna referendaria. E poi ovviamente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella la cui storia si intreccia indissolubilmente con quella democristiana.</p>
<p>E uno dei candidati possibili alla successione di Renzi come <strong>Dario Franceschini</strong> ha una impronta democristiana, variabile e composita in tutte le versioni storiche che questo termine ha assunto negli anni, come pure quella di un altro possibile aspirante a Palazzo Chigi come Graziano Delrio, unito a Renzi per la sua passione nutrita sulla figura venerata di Giorgio La Pira, sindaco democristiano. E un pezzo di Democrazia cristiana è cucito sulla figura di <strong>Enrico Letta</strong>, il premier che Matteo Renzi ha scalzato dalla presidenza del Consiglio, e certo quel passaggio così brusco e poco cordiale della campanella è sembrato poco consono alle ritualità democristiane, ma si sa che la lotta tra correnti dc e post dc, sia pur mediate e avvolte nella morbidezza di un guanto, può raggiungere vette di ferocia molto particolare. E democristiana è una delle più irriducibili avversarie del Pd renziano come Rosy Bindi.</p>
<p>E democristiane, certo diluite negli anni e scontando l’anagrafe, sono le ascendenze di molti protagonisti di questo, come di altri, giro di consultazioni, a cominciare da <strong>Angelino Alfano</strong> che forse si è perso per strada l’ex dc Schifani ma ha ancora al suo fianco <strong>Maurizio Lupi</strong>, politicamente nato nello stesso alveo del democristianissimo Roberto Formigoni. E un lavacro filodemocristiano è stato anche affrontato da Paolo Gentiloni, un altro dei candidabili, passato alla Margherita insieme a Francesco Rutelli e a molti dc.</p>
<p>Lo Scudo crociato forse non si è spezzato mai. Ma resta un’eco, un ricordo, un giro di consultazioni che fa quasi pensare che tutti questi anni la Dc sia stata, in un modo o nell’altro, sempre tra noi.</p>
<p><strong>Pierluigi Battista</strong>, <em>Il Corriere della Sera</em> 9 dicembre 2016</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Chi dà la colpa ai cittadini</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/chi-da-la-colpa-ai-cittadini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Dec 2016 18:49:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigi battista]]></category>
		<category><![CDATA[referendum costituzionale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Se il popolaccio vota i populisti, allora, per ritorsione polemica, l’establishment, i privilegiati, gli snob, i radical-chic votano per la minoranza che si considera la serie A[:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>È tornato. Dopo qualche anno di oblio è tornato il formidabile argomento antropologico come chiave per decifrare i fenomeni elettorali e soprattutto per ribadire l’inferiorità appunto antropologica di chi vota in una direzione che non ti aggrada. <strong>Laura Puppato</strong>, una neo-pasdaran del Sì un tempo molto di sinistra nel Pd ma che per la sua conversione filo-renziana ha dovuto addirittura subire l’anatema e poi l’espulsione dell’Anpi, nota che il Sì vince all’estero: testimonianza che la «fuga dei cervelli», l’espressione è sua, c’è stata veramente e dunque che i più intelligenti, e non i buzzurri, gli incolti, i rozzi, hanno capito le ragioni della riforma costituzionale clamorosamente bocciata nelle urne.</p>
<h2>Chicco Testa</h2>
<p>Poi c’è il pasticcio geo-antropologico di Chicco Testa che su Twitter si è, per così dire, espresso male: «Il Sì fa il risultato migliore a Milano, Bologna e Firenze e il peggiore a Napoli, Bari, Cagliari. C’è altro da aggiungere?». C’è da aggiungere che <strong>Chicco Testa</strong> è stato interpretato molto malignamente e travolto da un’ondata di insulti dove «razzista» era uno dei più benevoli. Lui poi si è spiegato, ha detto che non aveva niente contro i meridionali ma voleva suggerire l’idea che il No avesse vinto nei capoluoghi dove massimo è il voto di scambio.</p>
<p>Precisazione anche questa problematica, perché qualcuno ha fatto notare che due città su tre, Bari e Cagliari, sono rette da giunte di centrosinistra con sindaci che si sono apertamente schierati per il Sì. Ma insomma la frittata era stata fatta. Solo che la frittata aveva messo in moto una replica di tipo altrettanto socio-antropologico perché un interlocutore ha chiesto: «A Capalbio chi ha vinto?».</p>
<h2>La risposta</h2>
<p>Ecco il contro-argomento antropologico: se il popolaccio vota i populisti, allora, per ritorsione polemica, l’establishment, i privilegiati, gli snob, i radical-chic votano per la minoranza che si considera la serie A. E dunque Capalbio, ovvio, secondo lo stereotipo più vieto la capitale dello chicchismo benpensante, benestante, aperto (tranne con le quote di profughi), illuminato, progressista.</p>
<p>E dunque anche sarcasmi «in Rete» (si dice così) per il fatto che le uniche zone di Roma dove è prevalso il Sì, molto di misura peraltro, siano il centro storico, quello delle terrazze e degli ambienti cool e soprattutto i Parioli, antropologicamente un tempo territorio della destra e dei «fasci» e da un po’ di anni a questa parte tempio dei benestanti benpensanti che votano la sinistra blasonata.</p>
<p>Ed ecco l’immediata e velenosa risposta antropologica a chi ha fatto notare che il Sì a Renzi ha la maggioranza nelle zone più avvantaggiate di Milano (mentre l’hinterland ha premiato il No «straccione»): «Consolatevi con un sano happy hour». Ecco non più sezioni, ma apericena: la mutazione antropologica della sinistra bene è tutta in questa dicotomia.</p>
<h2>I precedenti</h2>
<p>Per la verità l’argomento antropologico ha vissuto il suo momento di gloria attorno al ’94, quando la sinistra «chic» rimase traumatizzata dal massiccio voto popolare a favore della Lega ma soprattutto a favore di Berlusconi, il venditore, il tycoon, la maschera che incarnava l’antitesi antropologica del mondo delle buone letture, come quello di <strong>Umberto Eco</strong>, che diceva di leggere Kant mentre i suoi connazionali guardavano la tv.</p>
<p>Ed è singolare e paradossale che il protagonista della scomunica antropologica nei confronti dell’elettorato credulone e populista che si era fatto abbindolare da Berlusconi rispondesse al nome di <strong>Gustavo Zagrebelsky</strong>, uno dei pesi massimi del No accusato a sua volta di essere espressione di una inferiorità antropologica. Zagrebelsky scrisse infatti un denso libro, Il «Crucifige» e la democrazia in cui si dimostrava che il popolo lasciato a se stesso («il paradigma della massa manovrabile», si espresse dottamente) non avrebbe fatto altro che scegliere Barabba e condannare Gesù. Da qui l’allarme verso quelle che chiamava «le concezioni trionfalistiche e acritiche del potere al popolo».</p>
<p>Un’analisi molto più raffinata del rude argomento antropologico adoperato allora da <strong>Dario Fo</strong> verso l’elettorato leghista: «gente imbecille». E anche dell’invettiva contro la <strong>«porca Italia» che Umberto Saba scagliò contro il popolo</strong> che alle elezioni del ’48 si era permesso di optare per lo Scudo crociato anziché per il Fronte popolare. Popolare, non «populista», perché allora il termine aveva tutto un altro significato. L’antropologia come arma per screditare chi vota all’opposto dei suoi desideri. Già sentita. Meglio l’happy hour.</p>
<p><strong>Pierluigi Battista</strong>, <em>Il Corriere della Sera</em> 7 dicembre 2016</p>
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		<title>Campagna referendaria, la lunga lista delle gaffe</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/campagna-referendaria-la-lunga-lista-delle-gaffe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Dec 2016 22:22:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigi battista]]></category>
		<category><![CDATA[referendum costituzionale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Accuse esagerate, gaffe, bugie, annunci di denunce, riferimenti storici arditi ed endorsement improbabili. Il peggio della corsa elettorale[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La peggiore campagna elettorale mai conosciuta in Italia in epoca repubblicana? Certamente la più lunga, estenuante, sfibrante. Inevitabilmente ripetitiva, bisognosa di additivi emozionali per sfidare la monotonia dell’eterno ritorno del sempre uguale. Una campagna referendaria costellata di invettive, gaffes, urla, rotture. Tanti mesi fa <strong>Maria Elena Boschi</strong> ammoniva quelli del No che se avessero insistito si sarebbero comportati come CasaPound.</p>
<p>L’Anpi per rappresaglia scomunicò una riforma costituzionale descritta come l’anticamera di una feroce dittatura fascista. Qualche mese dopo gli argini del buon senso sarebbero stati travolti. Il presidente dell’Anpi di Latina ha detto che <strong>Renzi è «peggio» del Duce</strong>. Il Procuratore generale di Bologna ha equiparato i sostenitori del Sì ai repubblichini di Salò. Quando ancora la buriana doveva cominciare, Confindustria si è portata avanti e ha incaricato il suo ufficio studi di dimostrare che con il No l’Italia avrebbe conosciuto l’aumento di 430 mila unità dei suoi poveri, nientemeno.</p>
<h2>Riecco i «poteri forti»</h2>
<p>Una campagna elettorale a zig zag. Quando il <em>Financial Times</em> ha tifato per il Sì, quelli del No hanno detto che i «poteri forti» stavano con il nemico. Quando l’Economistha parteggiato per il No, quelli del Sì hanno detto che i «poteri forti» stavano con il nemico. Poi c’è stata la bella e il <em>Financial Times</em> ha ipotizzato che la vittoria del No avrebbe procurato il fallimento di otto banche. E l’allarmismo ha raggiunto l’apice. <strong>I «poteri forti»?</strong> Un po’ frastornati. Del resto lo zig zag è stato anche il sentiero imboccato da Matteo Renzi che prima ha giocato la carta anti-Europa, con tanto di bandiera europea nascosta nell’armadio, con l’immagine di Bruxelles cattiva che bloccava i soldi per il terremoto, poi ha incassato l’endorsement di Wolfgang Schäuble, il cattivo per eccellenza, l’euroinflessibile spietato sui conti pubblici italiani. Mistero.</p>
<h2>Pinochet e «scrofa ferita»</h2>
<p>Nessun mistero e nessuno zig zag per Beppe Grillo, che quando parte la gara dell’insulto più greve, si sente in dovere di vincere, anzi di stravincere. E quindi ecco quelli del Sì additati come «serial killer», ecco l’insulto becero rivolto a Renzi paragonato a una «scrofa ferita». Oppure la battuta quasi surreale con cui Grillo minaccia Renzi di denunciarlo per «abuso di credulità», o anche il paragone un po’, anzi decisamente bislacco con la <strong>dittatura di Pinochet</strong> (quella cilena, non quella «venezuelana» di Luigi Di Maio) che il premier starebbe preparando per andare «oltre» il tiranno del Cile.</p>
<p>Variopinti gli aggettivi con cui i pasdaran del Sì hanno chiosato e accompagnato «l’accozzaglia» che secondo il premier spingerebbe per un nuovo governo sostenuto dalle forze del No (ma è un referendum non un turno di elezioni politiche). Mentre invece si è via via ingrossato, ultimo <strong>Romano Prodi</strong>, il fronte capeggiato da Massimo Cacciari del Sì a una riforma considerata molto negativamente (<strong>«una puttanata»</strong> secondo il lessico cacciariano). E non si sa se questo fronte comprende anche i kenioti per il Sì, raggruppati da un imprenditore di Malindi coadiuvato da un gruppo di Masai.</p>
<h2>Complotti per tutti</h2>
<p>Poi c’è, da parte dei vertici del Comitato del No, la denuncia preventiva di brogli non ancora tecnicamente effettuati da parte del Sì sui voti degli italiani all’estero: <strong>pronto il ricorso</strong>, ma solo se ad essere determinanti saranno quelli che all’estero dovessero confortare il presidente del Consiglio (e se invece accadesse il contrario, il ricorso sparirebbe?). È divampata anche, forse per la prima volta in queste proporzioni, la guerra del web, tutto un dannarsi attorno a falsi in Rete, manovre via social network, complotti per la propalazione di bufale.</p>
<p>Menzogne (ora ribattezzate «post verità») sulla <strong>presunta scelta di Agnese Renzi di votare No</strong> contro il marito premier: una scemenza dalla vita breve. Poi la bufala del ritrovamento di centinaia di migliaia di schede già contrassegnate con il Sì: falso assoluto. In compenso ha fatto molto scalpore, addirittura con seguito di denuncia avviata da Luca Lotti nei pressi di Palazzo Chigi, lo smascheramento di un falso account su Twitter, indicato come strumento diabolico al servizio del Movimento 5 Stelle, in realtà gestito dalla consorte buontempona di Renato Brunetta. Ma è la paura che fa fare simili errori.</p>
<p>La paura di molti del No della «deriva autoritaria», la paura di molti del Sì alla deriva grillina cui si darebbe una spinta in caso di vittoria dei contrari. E allora persino <strong>Massimo D’Alema</strong>, laico impenitente, sostiene, scherzando ma non troppo, che «la Madonna è per il No». I fanti non si sa cosa votino. E i santi?</p>
<p><strong>Pierluigi Battista</strong>, <em>Il Corriere della Sera</em> 4 dicembre 2016</p>
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		<title>Il mito di Castro e la negazione della realtà</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-mito-di-castro-e-la-negazione-della-realta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2016 12:54:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[fidel castro]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigi battista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nei cuori dei suoi adoratori d’Occidente, Fidel Castro non era un essere umano in carne e ossa, ma un mito, un idolo, una figura onirica. Era l’Utopia dei Caraibi. Rousseau al potere. La poesia del socialismo tropicale. La fantasia dell’«uomo nuovo» che si incarna tra le acque coralline e la sabbia candida. Era la nuova [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph">Nei cuori dei suoi adoratori d’Occidente, <strong>Fidel Castro</strong> non era un essere umano in carne e ossa, ma un mito, un idolo, una figura onirica. Era l’Utopia dei Caraibi. Rousseau al potere. La poesia del <strong>socialismo tropicale</strong>. La fantasia dell’«uomo nuovo» che si incarna tra le acque coralline e la sabbia candida. Era la nuova frontiera di un sogno rivoluzionario che fosse attraente e allegro, non il grigiore lugubre della caserma sovietica uscita dal mito o l’ascetismo conventuale del pauperismo maoista.</p>
<p class="chapter-paragraph">Diceva Alberto Ronchey che Castro «non scrive, tiene lunghi discorsi nei quali discioglie pensieri e problemi. Non s’affida quasi mai al mezzo gutenberghiano, lascia fluide le parole con i loro suoni». La parola scritta congela i pensieri, li fa misurare con la durezza della realtà. <strong>Il romanticismo dei castristi ignora la realt</strong>à. Si lascia abbracciare dal fluido ipnotico delle parole. Se si misurasse con la realtà sarebbe costretto a scoprire che il socialismo dei Tropici è una prigione a cielo aperto, e l’esotismo è un velo per nascondere atrocità da dittatura.</p>
</div>
<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph">Gli scrittori e gli intellettuali che si sono fatti catturare dalla fantasia castrista hanno messo da parte la realtà per idolatrare il loro mito. I dissidenti in galera sono stati ignorati. Gli esuli che pure erano stati al fianco di Fidel Castro nell’epopea della Sierra Maestra messi in un angolo. <strong>Carlos Franqui</strong>, un grande rivoluzionario che ha avuto il torto di dissentire dalla stretta repressiva del regime, è stato costretto ad espatriare e nei circoli progressisti del mondo il suo nome è sparito (solo i socialisti di Bettino Craxi e i Radicali in Italia si sono accorti di lui). Gabriel Garcia Marquez, Susan Sontag, Jean-Paul Sartre e altri meno celebri venivano omaggiati nelle manifestazioni dell’Avana, ma non spesero una parola di solidarietà per gli scrittori perseguitati.</p>
<blockquote>
<p class="chapter-paragraph">Il romanticismo dei castristi ignora la realtà. Si lascia abbracciare dal fluido ipnotico delle parole</p>
</blockquote>
<p class="chapter-paragraph">Ha scritto <strong>Hans Magnus Enzensberger</strong>, che pure ha fatto parte della folta schiera dei «pellegrini politici» che avevano preso Cuba come meta privilegiata di turismo rivoluzionario: «All’Avana incontrai alcuni comunisti negli hotel per stranieri che non avevano la più pallida idea che nei quartieri operai la popolazione doveva fare la fila di due ore per un pezzo di pizza, nel frattempo i turisti, nelle loro stanze d’hotel, discutevano di Lukács».</p>
<p class="chapter-paragraph">Quando un prigioniero politico, <strong>Orlando Zapata Tamay</strong>o, si è lasciato morire in carcere dopo 85 giorni di sciopero della fame per protestare contro le condizioni inumane in cui il regime di Castro ha costretto i dissidenti, non un parola di pietà si è alzata dai sostenitori dell’esotismo socialista a Cuba. Nel 2005, al termine di uno dei processi farsa con cui la dittatura amava procedere alle sue «epurazioni», le squadracce del regime trascorsero una notte a malmenare i dissidenti che protestavano, <strong>Gianni Vattimo</strong> ebbe l’ardire di scrivere che «il popolo, indignato con atti di tradimento così sfacciato, è intervenuto con la sua espressione di fervore patriottico»: nessuno si indignò in Italia per queste enormità, molto cool.</p>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Attorno alla figura di Castro si creò tra gli intellettuali, gli artisti, gli scrittori, una corrente miracolistica che stingeva molto spesso nella collaudata retorica del culto della personalità. Per Sartre <strong>Castro e Che Guevara</strong>, proiettati verso il paradiso del socialismo da realizzare, erano sempre svegli e vigili: «Il dormire è per questi uomini una routine dalla quale si erano più o meno liberati». E qualcosa di questa insonnia rivoluzionaria doveva essere vera se perfino <strong>Paolo Spriano</strong>, durante un suo viaggio a Cuba in cui pure non lesinò larvate espressioni critiche per una rivoluzione in cui l’Internazionale stava per «trasformarsi in un ritmo ballabile», aveva scritto: «Qui non dorme nessuno, si direbbe».</p>
<p class="chapter-paragraph">Nell’epopea castrista sono da ricordare<strong> i film di propaganda di Michael Moore</strong>, le interminabili interviste devote di <strong>Oliver Stone</strong> e di <strong>Gianni Minà</strong> in cui Castro poteva sfogarsi nei suoi comizi fluviali, Norman Mailer che vedeva in Castro la «dimostrazione che esistono degli eroi nel mondo», «il fluire della vita nelle vene», «come se il fantasma di Cortés fosse apparso nel nostro secolo cavalcando il cavallo bianco di Zapata».</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">E la realtà? Non doveva esistere. Se veniva incarcerato come controrivoluzionario <strong>il poeta Heberto Padilla</strong>, che per essere liberato avrebbe dovuto sottoscrivere una «confessione» in cui ammetteva di aver avuto contatti con K.S.Karol un comunista onesto e coraggioso che denunciava apertamente la repressione del regime, lo scrittore García Márquez non rinunciava alle sue cerimonie con Castro.</p>
<p class="chapter-paragraph">O se incarceravano per 19 anni <strong>Armando Valladares</strong>, o il regista <strong>Amaro Gomez</strong>, condannato a 8 anni di carcere per essersi procurato clandestinamente una copia dell’Arcipelago Gulag di Solženicyn. E non esistevano nemmeno nel mito i «maricones», gli omosessuali «immorali» rinchiusi nei campi di lavoro forzato ribattezzato dalla fantasia guevarista Umap, Unità Militari di Aiuto alla Produzione. Il mito castrista non permetteva simili, fastidiose incursioni della realtà. <strong>Hasta siempre</strong>.</p>
<p class="chapter-paragraph"><strong>Pierluigi Battista</strong>, <em>Il Corriere della Sera</em> 27 novembre 2017</p>
</div>
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		<title>Il trionfo della post verità nei media e in politica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-trionfo-della-post-verita-nei-media-e-in-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Nov 2016 08:43:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigi battista]]></category>
		<category><![CDATA[post-verità]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it] La sorpresa Brexit e la sorpresa Donald Trump celebrano «Post Truth», post-verità[:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph">Come cambiano rapidamente gli umori, la sensibilità pubblica, le parole. Abbiamo da poco onorato il mito del fact-checking, l’idea di un riscontro puntuale e meticoloso della veridicità delle affermazioni divulgate da un politico, ma adesso stiamo sprofondando con rapidità inesorabile nella «post-verità». Secondo gli Oxford Dictionaries <strong>«Post Truth», post-verità</strong>, è diventata l’espressione chiave di un anno che ha conosciuto una dopo l’altro, secondo una sequenza da brivido, la <strong>sorpresa Brexit</strong> e la <strong>sorpresa Donald Trump</strong>. E cosa accomunerebbe le due sorprese?</p>
<p class="chapter-paragraph">La scoperta che il consenso di massa è sempre più incardinato su informazioni non veritiere, se non deliberatamente falsate, e che però vengono considerate vere malgrado la loro dimostrabile infondatezza. Dimostrabile, se si perdesse tempo e fatica per verificarne la natura fallace o menzognera. Invece è sempre più diffusa la tendenza a non chiedere alcuna dimostrazione.</p>
<p class="chapter-paragraph"><strong>Chi la spara grossa vince</strong>, la politica post-fattuale celebra i suoi trionfi. La democrazia diventa prigioniera di qualcosa che contraddice la massima di ogni politica democratica: <strong>«conoscere per deliberare»</strong>. Deliberare. Ma conoscere? La politica è sempre più impastata di suggestioni, impressioni, qualcosa che richiama emozioni e rancori, pregiudizi e simboli, ma poca, scarsissima fattualità. Sarebbe buona cosa che non si facesse un uso militante della nozione di «post-verità» dipingendola come monopolio esclusivo dei cosiddetti «populisti».</p>
<blockquote>
<p class="chapter-paragraph">La politica post-fattuale celebra i suoi trionfi. La democrazia diventa prigioniera di qualcosa che contraddice la massima di ogni politica democratica: «conoscere per deliberare»</p>
</blockquote>
</div>
<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph">Senza andare indietro nel tempo, quando la politica ideologica aveva anch’essa pochissimi rapporti con la bruta e cruda fattualità e molto con l’alterazione delle ideologie e delle astratte visioni del mondo, quante volte anche da parte dell’<strong>establishment antipopulista</strong> si è ceduto alla tentazione della suggestione non veritiera. Quanta enfasi allarmistica e tutt’altro che fattuale ha alimentato la propaganda contraria alla Brexit in cui si dipingevano scenari catastrofici in caso di vittoria del «leave»?</p>
<p class="chapter-paragraph">Così come il controllo fattuale avrebbe potuto verificare che la minaccia di Trump di deportare oltre il confine americano almeno <strong>tre milioni clandestini</strong> ha come base d’appoggio la già avvenuta espulsione di un paio di milioni di immigrati irregolari durante i due mandati di Obama, e che quindi l’emozione negativa riversata su Trump è antitetica all’emozione positiva suscitata dalla precedente amministrazione democratica.</p>
<p class="chapter-paragraph">Ma non c’è dubbio però che siano i movimenti antisistema a sentirsi a proprio agio nei vapori della politica «post-verità». E c’è una ragione politico-psicologica per questo squilibrio: <strong>il complottismo antisistema</strong> si fonda sul sospetto gridato come fosse verità negata che le forze del «sistema» occultino per i loro loschi interessi i fatti «veri». È il «sistema» che nasconde la pericolosità dei vaccini, è il sistema che non vuole ammettere, schiava dei luridi interessi farmaceutici, che il bicarbonato curi il cancro.</p>
<p class="chapter-paragraph">È il sistema che racconta la «menzogna dell’11 settembre». Si crede alle colossali falsità dei politici populisti perché si vuole credere in una verità alternativa a quella ufficiale. È questo il veleno culturale che circola nella<strong> politica di massa</strong> del ventunesimo secolo, perché il supporto di Internet e dei social, oltre a dare una meravigliosa pluralità di informazioni a portata di mouse, satura la Rete di una quantità enorme di informazioni false, distorte, o addirittura inventate di sana pianta.</p>
<p class="chapter-paragraph">Ecco il trionfo della post-verità. A essere sfidata è la politica ma anche il sistema dei media, che dovrebbe moltiplicare i suoi sforzi di accuratezza nel racconto dei fatti, ma troppo spesso non lo fa, lasciando spazio alla «post-verità».</p>
<p class="chapter-paragraph"><strong>Pierluigi Battista</strong>, <em>Il Corriere della Sera</em> 17 novembre 2016</p>
</div>
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		<item>
		<title>Sondaggi, perché gli elettori nascosti mentono</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sondaggi-perche-gli-elettori-nascosti-mentono/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Nov 2016 11:20:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigi battista]]></category>
		<category><![CDATA[presidenziali usa]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Molti elettori hanno tenuto nascosto che avrebbero votato Trump: la loro è stata una rivolta (anche) contro il politically correct [:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Molti elettori americani, raccontano gli inviati in Ohio e nel Michigan, o nel Wisconsin, confessano di aver mentito nei sondaggi e di aver tenuto nascosto che avrebbero votato per Trump. «Non volevo che mi criticassero», dice uno. «Non volevo litigare, dice un&#8217;altra. «Mi avrebbero fatto vergognare, ha confessato un altro ancora. Ma perché? Cosa li ha trattenuti dal dire la verità? Volevano tenere segreta la loro scelta «impresentabile», ecco perché.</p>
<p>Non avrebbero mentito se avessero scelto Clinton, perché sapevano che la loro scelta sarebbe rientrata nei canoni della correttezza (politica). Sapevano che esistono delle regole che impongono ciò che si può dire e ciò che non si può dire e che «io <strong>voto Trump</strong>» avrebbe infranto queste regole non scritte. E in cuor loro sapevano che chi imponeva quelle regole faceva parte del mondo che ha il potere delle parole. E contro i depositari del potere delle parole, contro il solito establishment, è partita la rivolta.</p>
<p>La «secessione delle plebi come ha osservato acutamente <strong>Massimo Cacciari</strong>. La secessione segreta ma inesorabile dal mondo del «politicamente corretto». La secessione dal «regno della parola» come si intitola un libro che sta per uscire in Italia (Giunti) di<strong> Tom Wolfe</strong>, uno scrittore che ha infilzato i tic e le auto-censure del politicamente corretto come nessun altro. Un regno in cui comandano antipatici pedagoghi, educatori odiosi che bacchettano sulle dita i riottosi e i trasgressori. E i pedagoghi spocchiosi non si amano. Non si votano. Si votano invece, segretamente, nel segreto dell&#8217;urna come si dice, quelli che stanno fuori, che stanno contro, che parlano una lingua libera dalle ingiunzioni del politicamente corretto. Votano Trump. 0 <strong>votano Brexit</strong> senza dirlo ai sondaggisti ma nel segreto dell&#8217;urna per mettere in pratica una secessione radicale dai gruppi dirigenti della società che parlano una lingua spocchiosa e in-naturale, elitaria e censoria, autoritaria e intransigente: la lingua del politicamente corretto, appunto. politicamente corretto ha anche qualche merito: impone di non offendere chi è più debole, chi viene messo ai margini attraverso il linguaggio.</p>
<blockquote><p>I pedagoghi spocchiosi non si amano. Non si votano</p></blockquote>
<p>Quando esagera, diventa uno strumento in-tollerante. Vietare all&#8217;Università il <strong>«Tito Andronico» di Shakespeare</strong> perché, bollandolo di sessismo, contiene scene di stupro e offende le studentesse che hanno subito molestie sessuali non è solo una sciocchezza, ma esaspera la rivolta, offre un&#8217;arma a chi sente come asfissiante il controllo delle parole nella dimensione pubblica e si rifugia in una resistenza privata che arriva fino al voto segreto e scandalosamente inaccettabile. Nella dimensione pubblica viene asciato campo libero ai guardiani occhiuti del verbo della correttezza politica. Ma lontano dallo sguardo sociale si prepara la vendetta. Dicono che non è vero, che l&#8217;emergere dei movimenti «populisti» stia al contrario sdoganando il politicamente scorretto e la cattiveria. Sicuri?</p>
<p>Nel mondo dei social, dove circolano cose feroci e anche immonde sulle donne, sui neri, sui gay, sugli immigrati, i troll pie scatenati sono quasi tutti degli anonimi, che dalla caverna segreta del rancore vomitano insulti contro il mondo del politicamente corretto senza mai rivelare la loro identità. Si nascondono, non vogliono dire la verità, sanno che nella dimensione pubblica non potrebbero sopportare nemmeno una parte della riprovazione che viene loro riservata quando sono protetti dell&#8217;anonimato.</p>
<p>Non è vero che tutto a stato sdoganato e che siamo, come scrive <strong>Antonio Padellaro</strong> sul Fatto, all&#8217;apologia spudorata del rutto libero». E poi chi si separa dal dominio del politicamente corretto, sente che i suoi custodi e sacerdoti sono immersi nell&#8217;ipocrisia del doppio standard, che sono severi con gli altri e quando fa loro comodo non hanno pudore. Deplorano la violenza verbale, le espressioni smodate e non controllate quando i bersagli dell&#8217;aggressione sono i «buoni», ma non hanno nessuna remora a sostenere uno dei «nostri»,<strong> Robert De Niro, quando da del «porco» e del «maiale» a Trump</strong> augurandosi di potergli spaccare la faccia: questo accettabile, è cool, è miracolosamente «corretto». Ma nella secessione delle plebi, questo doppio standard del linguaggio rende ancora pie odiose le ingiunzioni del politicamente corretto. E la vendetta arriva. Nel segreto. Contro tutti.</p>
<p><strong>Pierluigi Battista</strong>, <em>Il Corriere della Sera</em> 12 novembre 2016</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Che fai, mi cacci? Il rito è lo stesso</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/che-fai-mi-cacci-il-rito-e-lo-stesso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Nov 2016 13:44:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[leopolda]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigi battista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Il tifo della Leopolda contro la minoranza del Pd è una minaccia che ricorda il «che fai mi cacci?» di Fini e le espulsioni dei 5 Stelle decretate dal blog[:]</p>
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<p class="chapter-paragraph">E dunque anche nel Pd, o meglio in quella tumultuosa succursale del Pd super-renziano che è la Leopolda fiorentina, è andata in scena l’ennesima replica di quella recita politico-teatrale che continua a contraddistinguere la vita dei partiti nati dopo la fine della Prima Repubblica: «Che fai, mi cacci?». Stavolta non è il reprobo <strong>Gianfranco Fini</strong> a prefigurare quello che poi regolarmente accadrà, e cioè la cacciata dal partito di <strong>Silvio Berlusconi</strong> decretata nelle segrete stanze, in tarda sera, in un summit con gli ex colonnelli di An. Stavolta è il furor di popolo che chiede a gran voce ritmata la cacciata («Fuori! Fuori!») mentre dal palco il leader assesta colpi micidiali ai riottosi, alla minoranza che dice No quando il grido di guerra impone il Sì.</p>
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<h5 class="chapter-title">Dal Pci al Movimento 5 Stelle</h5>
<p class="chapter-paragraph">Un tempo, e cioè al tempo della radiazione del Manifesto, il Pci procedeva con la fredda e crudele determinazione delle procedure di messa alla porta dell’eretico. Oggi è tutto un altro clima. Ci vuole la folla che applaude la cacciata. L’insofferenza. Il fastidio per quelli che «oggettivamente» indeboliscono il Partito: <strong>«Fuori! Fuori!»</strong> e nessun dirigente della maggioranza pd che abbia preso le distanze. Del resto è come se un demone capriccioso si fosse imposto nelle leadership forti per rimettere in riga chi non partecipa al coro. La cacciata di Fini dall’allora Pdl è stata preceduta dalla liturgia dei finiani che hanno manifestato tutta la loro indignazione nei confronti del Capo di un tempo per omaggiare con il più assoluto allineamento quello nuovo. Non c’erano i cori, ma tanti atti di sottomissione per manifestare la solitudine del reprobo.</p>
<p class="chapter-paragraph">Nel Movimento 5 Stelle, poi, l’espulsione reiterata di chi per ragioni misteriose viene messo ai margini prevede la folla che parla attraverso il blog. Possibilità di difesa? Nessuna. Procedure di garanzia? Nessuna. E davvero è difficile decifrare quali siano i motivi per cui da un certo punto in poi il sindaco di Parma Pizzarotti sia diventato il dissidente da isolare. Perché, esattamente perché, <strong>Pizzarotti</strong> è stato messo fuori, o comunque messo nelle condizioni di andarsene per l’impossibilità di una civile convivenza nello stesso Movimento? E come dimenticare il rito di umiliazione che dovette subire Roberto Maroni quando all’inizio dell’avventura della Lega osò manifestare il suo dissenso dalla linea stabilita d’autorità da Umberto Bossi?</p>
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<div class="chapter">
<h5 class="chapter-title">I partiti «personali»</h5>
<p class="chapter-paragraph">Nei partiti personali, o a forte conduzione personale con una scarsa intelaiatura che garantisca spazi di movimento al partito fuori dal cono d’ombra del leaderismo, le cose sono più chiare: uno decide, tutti gli altri devono adeguarsi. C’è poi molta confusione se si pensa che il liberalismo di Silvio Berlusconi è così originale da suggerire la chiamata di <strong>Putin</strong> (sì, di Putin) in una lectio magistralis nella (peraltro mai aperta) Università Liberale.</p>
<p class="chapter-paragraph"><strong>La storia del Pd è un po’ diversa</strong>. Un partito peraltro figlio della fusione di due eredità, quella di un partito plasmato dalla regola ferrea del centralismo democratico e quella di un partito multiforme e ricco di correnti e sottocorrenti. E infatti finora la defenestrazione è solo invocata dalla folla e non formalizzata in una scelta di estromissione della minoranza riottosa. <strong>Un tifo da curva alla Leopolda</strong> che ha avuto il suo antefatto quando sui social e sulla stampa del partito sono riaffiorate accuse contro Bersani e «traditori» (addirittura bollato come «squallido»: c’è sempre una parodia di Stalin che sonnecchia negli ex) gridate magari da chi militava nelle schiere bersaniane per poi adeguarsi nella renzizzazione del partito.</p>
<p class="chapter-paragraph">Oggi il «che fai mi cacci» di conio finiano sembra essere solo una minaccia, il prologo di quello che potrebbe accadere dopo il 4 dicembre se il leader dovesse trionfare al referendum. Ma una minaccia sostenuta dal tifo fragoroso dei seguaci del segretario. Un’abitudine molto frequentata nella Seconda Repubblica, e forse, sembra, anche nella Terza che si affaccia.</p>
<p class="chapter-paragraph">Pierluigi Battista, 7 novembre 2016</p>
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