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	<title>pd Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>pd Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Duemila anni di clientelismo: nulla è cambiato e nulla potrà mai cambiare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Apr 2024 16:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[antipolitica]]></category>
		<category><![CDATA[clientelismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo il trasformismo, ecco tornare prepotentemente in scena, con esibito stupore e unanime riprovazione del ceto politico e del circo mediatico, nientemeno che il clientelismo. Pratica antica, largamente celebrata nelle commedie di Plauto 200 anni prima di Cristo e ufficialmente nata nell’antica Roma in epoca repubblicana. Chi godeva di una posizione sociale debole, gli stranieri, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo il trasformismo, ecco tornare prepotentemente in scena, con esibito stupore e unanime riprovazione del ceto politico e del circo mediatico, nientemeno che il clientelismo. Pratica antica, largamente celebrata nelle commedie di Plauto 200 anni prima di Cristo e ufficialmente nata nell’antica Roma in epoca repubblicana. Chi godeva di una posizione sociale debole, gli stranieri, i liberti, i poveri o semplicemente i plebei ambiziosi, per rafforzarsi era solito “legarsi” con un “patto di fedeltà” ad un patronus divenendone così “clientes”. Cicerone racconta che tra i doveri dei clientes vi fosse anche quello della “salutatio matutina” a casa del patronus, per poi coralmente accompagnarlo lungo le vie della città, “adsectatio”, a dimostrarne plasticamente l’autorevolezza: più era consistente la folla dei clientes, più era riconosciuta l’influenza del patronus. Non molto è cambiato da allora. Da un discorso pronunciato negli anni Ottanta dell’Ottocento a Palermo dall’allora presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia Francesco Crispi: «Nel Parlamento (&#8230;) avviene spesso una specie di contratto bilaterale. Il Ministero dà le popolazioni in balia del deputato, purché il deputato lo assicuri del suo voto. Le nomine del prefetto, del pretore, del delegato di polizia, sono fatte nell&#8217;interesse del deputato, affinché si mantenga a lui l&#8217;influenza locale.</p>
<p>Bisognerebbe vedere il pandemonio di Montecitorio, quando si avvicina il momento di una solenne votazione. Gli agenti del Ministero corrono per le sale e per i corridoi, onde accaparrare voti. Sussidi, decorazioni, canali, ponti, strade, tutto si promette; e talora un atto di giustizia, lungamente negato, è il prezzo del voto parlamentare». Inutile girarci attorno, inutile fingere che una pratica millenaria possa essere sconfessata dallo statuto di un partito politico: politica e clientele sono, da sempre, un tutt’uno. Ed è ragionevole immaginare che sempre lo saranno. La vita e la carriera di un uomo politico dipendono, infatti, in buona parte dal suo radicamento nel proprio collegio elettorale, e il radicamento nel collegio elettorale si coltiva anche con i favori, con le raccomandazioni e con le opere pubbliche. Opere di interesse pubblico e questioni di interesse privato si intrecciano fatalmente. Sull’italico suolo, non c’è stata epoca storica in cui il potere legale non si sia politicamente strutturato grazie alla sistematica promessa di, appunto, “sussidi, decorazioni, canali, ponti e strade”. Ed è naturale che ciascun politico appunti prioritariamente tale attenzione sul proprio collegio elettorale. Francesco Cossiga amava ricordare che, dovendo puntare a un ministero in particolare, nel momento in cui si formavano i governi i più furbi tra i capicorrente democristiani non puntavano, per dire, ai blasonati Affari Esteri, ma alle proletarie Poste e Telegrafi. Il motivo? “Poter assumere migliaia di postini… ovviamente provenienti prevalentemente dal proprio collegio elettorale”. Persino il probo Alcide De Gasperi tenne conto degli interessi del “suo” Trentino quando nel dopoguerra si trovò a dover trattare con l&#8217;Austria le sorti dell&#8217;Alto Adige. Giulio Andreotti, oltre a rispondere personalmente a migliaia di lettere di postulanti, sempre assicurando, s’intende, il proprio scrupoloso interessamento, dedicava le ore a cavallo dell’alba al ricevimento dei clientes ciociari presso il proprio studio romano. E di ciascuno assecondava le speranze, gli interessi e le brame in uno scambio continuo e incessante di favori e di relative aspettative. Anni fa, andai in Sicilia per chiarire il mistero che avvolgeva l’unico dirigente politico degli allora Ds capace di prender voti sull’isola, Vladimiro Crisafulli. Scoprii, senza stupore, che applicava lo stesso metodo del democristiano Totò Cuffaro: ascoltava tutti, a tutti prometteva tutto, e la principale preoccupazione che lo muoveva era quella di convogliare risorse pubbliche per grandi opere infrastrutturali nella sua Enna. Così va il mondo, a destra come a sinistra. Famosa è la torsione verso destra che caratterizza l’Autostrada del Sole all’altezza di Arezzo, meglio nota come “curva Fanfani”. Un riconoscimento pressoché ufficiale al merito, o alla colpa, dell’allora presidente del Consiglio Amintore Fanfani e alla sua imperativa volontà di donare alla propria amata città natale un prezioso e assai gradito casello autostradale. Clientelismo? Volendo.</p>
<p>Ma anche rappresentanza politica, cura del territorio e sviluppo. La <a href="http://voce.info/" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://voce.info&amp;source=gmail&amp;ust=1712833539406000&amp;usg=AOvVaw21Pc-hKnbaaMwZVEonoYmj">voce.info</a> ha classificato come “clientelismo” persino la riforma agraria con cui nel 1950 la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi espropriò gli appezzamenti terrieri dei grandi latifondisti (800mila ettari complessivi) per distribuirli ai braccianti agricoli. Due punti percentuali: tanto guadagnò la Dc alle elezioni del 1953. Ma ciò non toglie che si sia trattato di una riforma di sistema che modernizzò l’Italia e ne consolidò, nella libertà individuale, il canone democratico. Altrettanto è difficile dire di quella che pure resta indiscutibilmente la più colossale e spettacolare operazione clientelare degli ultimi trent’anni: il reddito di cittadinanza varato nel 2019 e di lì in poi perennemente inastato dal Movimento 5stelle. Un atto politico che pur avendo lo stesso fine, il voto dei clientes, presenta natura ben diversa da quel dare udienza e, nei limiti del possibile, soddisfazione ai bisogni dei singoli membri, opportunamente “schedati”, di una comunità territoriale o politica che è tipico di quelli che oggi chiamiamo cacicchi. I voti, come le tessere congressuali, si guadagnano anche così. E non da oggi, da sempre. È per questo che, con l’introduzione del reato di traffico di influenze, la pretesa di dichiarare illegale quel che risulta naturale appare piuttosto irrealistica. Detta in altri termini: non sarà la legge Severino, che nella sua concretezza altro non rappresenta se non un incentivo all’arbitro dei pubblici ministeri, a raddrizzare il legno storto dell’umanità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/04/10/news/inarrivabile_pd_che_vuole_abolire_con_un_codice_millenni_di_clientelismo-15604201/"><em><strong>Huffington Post </strong></em></a></p>
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		<title>La morale senza politica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-morale-senza-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Parrinello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Apr 2024 16:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[morale]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni volta che il Pd è travolto da uno scandalo (mi adeguo al lessico corrente, sebbene trovi scandalosa soprattutto la propensione a scandalizzarsi), si ritira fuori la celebre intervista sulla questione morale concessa a Eugenio Scalfari da Enrico Berlinguer nel 1981. Sono fra i non molti a ritenere che Berlinguer parlasse di questioni morali avendo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni volta che il Pd è travolto da uno scandalo (mi adeguo al lessico corrente, sebbene trovi scandalosa soprattutto la propensione a scandalizzarsi), si ritira fuori la celebre intervista sulla questione morale concessa a Eugenio Scalfari da Enrico Berlinguer nel 1981. Sono fra i non molti a ritenere che Berlinguer parlasse di questioni morali avendo esaurito, col declino del comunismo sovietico e il tramonto del compromesso storico, le questioni politiche. E però le questioni morali, altro guaio, producono il moralismo, cioè l&#8217;opposto della politica, e Pci ed eredi, fino al Pd, da una quarantina d&#8217;anni combattono gli avversari in quanto corrotti, mafiosi e trasformisti – tra l&#8217;altro supportati più dalle ipotesi investigative che dalle successive risultanze processuali.</p>
<p>Finché, com&#8217;era ovvio, non si trovò il moralista al quadrato, e ricordo lo scandalo (rieccolo) sul viso di Rosy Bindi quando in parlamento si alzò un grillino a dichiarare il Pd partito delle cosche. Su questi presupposti le vergini sono scomparse. Ormai è diventato un tiro incrociato: un giorno la destra moralizza la sinistra, l&#8217;altro la sinistra moralizza il centro, al terzo il centro moralizza la destra e avanti così, per l&#8217;eternità, per cui ognuno è a turno moralizzato e moralizzatore, senza nemmeno rendersi conto di quanto la partita sia diventata tristemente comica. La politica è sepolta dalla gara micragnosa a chi è più onesto, diventata la gara a chi è meno disonesto. Il motto del millennio è &#8220;non mi faccio fare la morale da chi…&#8221;. Ricominceremo a vivere quando qualcuno dirà &#8220;non faccio la morale a nessuno, faccio politica&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.lastampa.it/rubriche/buongiorno/2024/04/09/news/morale_della_favola-14205933/"><em><strong>La Stampa </strong></em></a></p>
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		<title>Parliamone</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/parliamone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jun 2023 16:41:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[bibbiano]]></category>
		<category><![CDATA[lega]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parliamone eccome, di Bibbiano. Ma parliamone non come dei forsennati forcaioli si permisero di parlarne: parliamone per parlare di noi stessi, del modo in cui il senso di giustizia è calpestato da una spettacolarizzazione incivile dell’accusa, del livello imbarazzante di cultura della classe (presunta) dirigente, che non si sottrae alla corrida pur di acchiappare qualche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Parliamone eccome, di Bibbiano. Ma parliamone non come dei forsennati forcaioli si permisero di parlarne: parliamone per parlare di noi stessi, del modo in cui il senso di giustizia è calpestato da una spettacolarizzazione incivile dell’accusa, del livello imbarazzante di cultura della classe (presunta) dirigente, che non si sottrae alla corrida pur di acchiappare qualche consenso, pur di infilare qualche banderilla sul groppone degli avversari, finendo con il matar quel che resta della giustizia.</p>
<p>Pochi si possono permettere il lusso di ripetere oggi le parole che dissero e scrissero nel 2019: tocca alla Procura dimostrare l’esistenza del reato presupposto e la colpevolezza degli indagati (allora tratti in custodia cautelare); nel frattempo vige la garanzia costituzionale della presunzione d’innocenza. Vale sempre e per tutti. Oggi sappiamo una cosa in più, rispetto ad allora: l’imputato principale è stato assolto in appello. La faccenda non è chiusa, potrebbe esserci un ricorso della Procura in Cassazione (vedremo), ma per come funziona il processo accusatorio, dovendo essere dimostrata la colpevolezza «al di là di ogni ragionevole dubbio», l’assoluzione quel dubbio dovrebbe ingigantirlo.</p>
<p>Il problema non è soltanto nelle Aule di giustizia, ma soprattutto fuori. Ci riguarda tutti, nessuno escluso. Se lo spettacolo dell’accusa ha preso il posto del racconto della giustizia è perché si vive nell’oscurantismo giuridico. Se i mezzi di comunicazione pompano quello scempio è perché cercano clienti e li cercano fra i forcaioli della porta accanto. Se i politici cavalcano lo spettacolo e si mettono sulla scia della comunicazione è perché sanno che scarseggiano i voti di quanti credono si possa avere una giustizia migliore, mentre abbondano quelli che cercano nella colpevolezza altrui un pezza per coprire la propria cattiva coscienza. Ed è questa broda maleodorante che da lustri inonda la nostra vita collettiva.</p>
<p>Vi pare possibile che un’inchiesta penale si chiami “Angeli e demoni”? È deviata la mente del titolatore ed è cancellata la coscienza dei copisti in veste di giornalisti. “Angeli” sono i bimbi innocenti, “demoni” gli indagati. E in piazza s’allestisce il rogo mediatico. Poi arriva la notizia che il “demone” sarebbe innocente, ma questo è niente rispetto al fatto che degli “angeli” non frega niente a nessuno: se è innocente è stato fatto del male a quanti sono stati tirati dentro un orrore che per loro resta tale.</p>
<p>La faziosità politica non mitiga la scena, ma la impreziosisce d’ignoranza e bassezza. Le bande che si scontrano – armate di mazze diffamatorie – cambiano colore, ma i due fronti sono sempre gli stessi: da una parte i colpevolisti e dall’altra gli innocentisti. Nessuna delle due parti è compatibile con la giustizia, che nel garantismo ha i baluardi del rispetto dei diritti e della certezza della pena. Mentre ai colpevolisti serve dire che è tutto evidente e «si butti via la chiave» (che quando la senti sai già d’avere innanzi un troglodita) e agli innocentisti serve dire che è «giustizia persecutoria e a orologeria» (che quando la senti vedi già la chilometrica coda di paglia). Per Bibbiano i criminali erano del Pd, per Metropol erano della Lega e per le froge sbuffanti delle rispettive fazioni sembra impossibile capire che si possa dissentire e avversare senza sentire il bisogno di criminalizzare.</p>
<p>Il nostro problema è questo. Nulla di ciò che ci accompagna da anni sarebbe mai stato possibile senza il consenso urlato e il dissenso vilmente taciuto. A proposito: va bene che si contesti alla Polonia la riforma della giustizia, ma va male che l’inciviltà della giustizia belga e l’uso di una bambina di 22 mesi per ricattare la madre siano stati accompagnati dal cacasottismo del Parlamento europeo, tremulo nel temere per ciascuno dei componenti, intanto in corsa per raccattare i peggiori istinti dell’opinione pubblica. C’è del marcio nella nostra scena pubblica. Tacerlo lo diffonde. Parliamone, quindi, di Bibbiano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://giornale.laragione.eu/giornale/544"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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		<title>DiRazzare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dirazzare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jun 2023 18:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[etnia]]></category>
		<category><![CDATA[nazionalità]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[razza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sul termine “razza” s’è raggiunta una strana razza d’unanimità. Un parlamentare, del Partito democratico, ha presentato un emendamento al decreto legge riguardante la pubblica amministrazione (saluti alla prevista e dimenticata omogeneità) che prevede: «A decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, negli atti e nei documenti delle pubbliche [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sul termine “razza” s’è raggiunta una strana razza d’unanimità. Un parlamentare, del Partito democratico, ha presentato un emendamento al decreto legge riguardante la pubblica amministrazione (saluti alla prevista e dimenticata omogeneità) che prevede: «A decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, negli atti e nei documenti delle pubbliche amministrazioni il termine “razza” è sostituito dal seguente: “nazionalità”». Votato da tutti. Commentato poi con sacrale rispetto. Per vocazione e sollazzo eretici, mi pare una sciocchezza.</p>
<p>Lasciamo perdere il caso in cui si debba prendere un quale che sia provvedimento pubblico a proposito delle mucche, talché si sarà costretti all’assurdo della “nazionalità chianina”, così come si dovranno promuovere i cani di razza pitbull ad autonoma nazionalità ove mai si voglia imporre loro la museruola, senza per questo – con insensata equanimità – obbligare a metterla anche a quelli di nazionalità chihuahua. Si troverà un rimedio. Veniamo al dunque: usare “razza” è da razzisti? Sicuramente no. Non è la parola che sporca il pensiero, è il pensiero sporco che deturpa la parola.</p>
<p>Articolo 3 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Dite che è razzista? È vero l’opposto: venendo dalla vergogna e dall’infamia delle leggi razziali, quel «senza distinzione (…) di razza» afferma la civiltà opposta. Toglieteci “razza”, metteteci “nazionalità” e non significa più nulla.</p>
<p>Appartiene all’elaborazione culturale largamente successiva a quel 1948 l’acquisizione che non esistono distinzioni biologiche di razza, ed è successiva a quel passaggio l’individuazione dell’uso di “razza” quale negazione di quell’uguaglianza. Ma è puro costume della parola. E quando si cominciano a cancellare le parole si prende una strada pericolosissima, che non porta affatto all’eliminazione del male. Ad esempio: se dico che voglio far entrare esclusivamente immigrati di religione cristiana e di nazionalità canadese, non ho tirato in ballo la “razza” ma ho espresso un concetto razzista e ho calpestato la Costituzione. Dall’altra parte: se vado a denunciare d’essere stato scippato (almeno per poi fare la copia dei documenti e bloccare le carte di credito) e mi chiedono di descrivere lo scippatore io non ho idea di quale sia la sua nazionalità, ma magari ho visto che era bianco o nero: non è razzista dirlo, è demente non metterlo a verbale.</p>
<p>Siccome le vittorie elettorali delle destre, in giro per l’Europa, hanno incuriosito sul pensiero di taluni supposti ispiratori della cultura di destra (che non credo c’entrino nulla con i successi elettorali), sarà bene fare attenzione al significato delle parole: nel nostro mondo siamo «tutti uguali davanti alla legge» e «la legge è uguale per tutti»; ciò non toglie si sia diversi l’uno dall’altro, sempre e comunque, talora in modo profondo; non toglie che usi e costumi diversissimi convivano dentro lo stesso alveo istituzionale, che poi è un riflesso di civiltà; non toglie che la pigmentazione vari, e non poco, anche in Europa, immigrati esclusi. Il nostro non è affatto il mondo del tutti uguali, ma il solo mondo in cui si ha diritto d’essere tutti diversi. Uguali sono, invece, i diritti e i doveri. Anche se i secondi tendono a essere dimenticati. E questo crediamo sia un ideale di civiltà e umanità.</p>
<p>Siccome si può essere di nazionalità israeliana e non essere ebrei, così come di nazionalità italiana e non essere bianchi, gli unanimi del vocabolario si convincano che restringere il numero delle parole utilizzabili serve soltanto a restringere la diversità dei pensieri pensabili. E benché loro non ci abbiano pensato, il razzista non è solo quello che se la prende con neri o ebrei, ma quello che pensa di cancellare dalla propria vita i ‘diversi’, dirazzando dalla civiltà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/sabato-3-giugno-2023/"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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		<title>Nel Pd non c’è spazio per il merito e le idee liberali</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/nel-pd-non-ce-spazio-per-il-merito-e-le-idee-liberali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Cottarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 May 2023 16:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[cottarelli]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[Schlein]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caro Direttore, nei prossimi giorni presenterò le mie dimissioni dal Senato che dovranno poi essere approvate dall’Aula. Non è stata una scelta facile e La ringrazio per l’opportunità di spiegarne le motivazioni. Lascio il Senato per andare a dirigere, a titolo gratuito, un nuovo Programma per l’Educazione nelle Scienze Economiche e Sociali rivolto agli studenti [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Direttore, nei prossimi giorni presenterò le mie dimissioni dal Senato che dovranno poi essere approvate dall’Aula. Non è stata una scelta facile e La ringrazio per l’opportunità di spiegarne le motivazioni. Lascio il Senato per andare a dirigere, a titolo gratuito, un nuovo Programma per l’Educazione nelle Scienze Economiche e Sociali rivolto agli studenti delle scuole superiori offerto dall’Università Cattolica di Milano. L’idea è di costituire un gruppo di esperti senior di alto livello che, pro bono, visiteranno le scuole per condividere con gli studenti le loro esperienze accumulate in una vita lavorativa. L’obiettivo è di svolgere circa 150 visite all’anno, forse di più. I temi trattati comprenderanno le tendenze di breve e lungo termine dell’economia italiana, le politiche monetarie e di bilancio, le tematiche strutturali soprattutto rispetto all’inserimento nel mondo del lavoro, la sostenibilità economica e ambientale, la finanza, l’interazione tra economia e diritto, la costituzione italiana e l’importanza della comunicazione per le politiche economiche e sociali. Le presentazioni non comporterebbero costi per le scuole coinvolte. Ci sarebbero poi presentazioni serali per centri culturali, circoli per gli anziani e così via.</p>
<p>Credo molto in questo progetto, anche perché penso sia importante che chi ha avuto tanto dalla vita e ha accumulato esperienze sia disposto a condividerle con giovani e altri. Rispetto alla mia attuale posizione al Senato, due cose hanno reso più facile accettare la proposta fattami dall’Università Cattolica. Primo, in questo momento storico mi sembra che nella vita parlamentare ci sia molta, troppa animosità. Spesso le posizioni sono espresse “per partito preso” e i dibattiti sono solo un’occasione per attaccare l’avversario. Non intendo criticare i miei colleghi. Una forte contrapposizione tra maggioranza e opposizione è probabilmente inevitabile in questo momento storico, ma i dibattiti estremizzati non sono nelle mie corde. Forse allora, nel mio piccolo, posso essere più utile al Paese tornando a commentare le politiche economiche dall’esterno, dicendo quello che penso senza il rischio di autocensurarmi. Secondo, è innegabile (basta vedere la composizione della nuova Segreteria) che l’elezione di Elly Schlein abbia spostato il Pd più lontano dalle idee liberaldemocratiche in cui credo. Ho grande stima di Elly Schlein e non credo sbagli a spostare il Pd verso sinistra. La scelta alle primarie è stata netta e i sondaggi la premiano. Un Pd più a sinistra può trasmettere un messaggio più chiaro agli elettori, cosa essenziale per un partito politico. Ciò detto, mi trovo ora a disagio su diversi temi.</p>
<p>Una questione chiave è il ruolo che il “merito” debba avere nella società. Il principio del merito era molto presente nel documento dei valori del Pd del 2008, l’ultimo disponibile quando decisi di candidarmi. Manca invece in quello approvato a gennaio 2023 e nella mozione Schlein per le primarie. A livello più specifico, di recente ci sono stati diversi casi in cui non ho condiviso le posizioni prese dal Pd, per esempio su aspetti del Jobs Act, sull’aumento delle accise sui carburanti, sul freno al Superbonus e sul compenso aggiuntivo per insegnanti che vivono in aree dove il costo della vita è alto, come suggerito da Valditara. Ho posizioni diverse da Elly Schlein anche sui termovalorizzatori, sull’utero in affitto e in parte anche sul nucleare. Qualcuno dice che, date queste differenze, dovrei cambiare gruppo parlamentare. Non sarebbe giusto, anche perché sono stato eletto col proporzionale e quindi senza una scelta diretta sul mio nome da parte degli elettori. Il primo dei non eletti mi sostituirà senza perdite di seggi per il Pd. Mi sembra la scelta più corretta. L’autore è senatore indipendente nel gruppo del Pd</p>
<p><a href="https://www.repubblica.it/politica/2023/05/08/news/carlo_cottarelli_lascia_senato_pd_schlein-399163321/"><strong><em>La Repubblica </em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/nel-pd-non-ce-spazio-per-il-merito-e-le-idee-liberali/">Nel Pd non c’è spazio per il merito e le idee liberali</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Il Pd collabori alla riforma della Costituzione</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-pd-collabori-alla-riforma-della-costituzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marcello Pera]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Mar 2023 18:23:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[Elly Schlein]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[riforme Costituzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra i problemi seri da risolvere, e che purtroppo sono rimasti in sordina durante il dibattito congressuale del Pd, c’è quello delle riforme della Costituzione. Questa mancanza è poco comprensibile, anche solo guardando alla storia. Il Pci si dette una propria statura politica proprio durante la fase costituente della repubblica e per decenni ha vissuto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra i problemi seri da risolvere, e che purtroppo sono rimasti in sordina durante il dibattito congressuale del Pd, c’è quello delle riforme della Costituzione. Questa mancanza è poco comprensibile, anche solo guardando alla storia. Il Pci si dette una propria statura politica proprio durante la fase costituente della repubblica e per decenni ha vissuto facendo riferimento a quella Costituzione come alle proprie radici e alla propria matrice di identità.</p>
<p>Questo risultato fu ottenuto con un vero compromesso, quello sì storico, con la Democrazia cristiana. Se, allora, fu possibile trovare un accordo per fondare una democrazia, perché oggi non dovrebbe esserlo in condizioni di gran lunga più facili per rifondarla? Non c’è più alcun fattore K (come Kommunismus) o A (come America) o O (come Occidente) o N (come Nato)che impedisca al Pd di governare l’Italia. E (almeno fuori da San Remo) non c’è più ragione ideologica se non pretestuosa (l’antifascismo) che faccia da ostacolo al Pd per collaborare a una revisione della nostra Costituzione, come lo stesso Pd ha più volte tentato di fare ben conoscendone la necessità.</p>
<p>Il centrodestra ha posto la revisione della Costituzione fra gli obiettivi programmatici da raggiungere; Giorgia Meloni ha dichiarato più volte che questo sarà l’anno di inizio del processo delle riforme; e sempre la presidente del Consiglio ha detto che questo processo si fa assieme all’opposizione. Ha teso una mano responsabilmente e ha aspettato il congresso Pd. Può ora il Pd sottrarsi? Se la maggioranza intende collaborare, può opporle veti? Può definirla impresentabile e pericolosa? Non può. Sta perciò a Elly Schlein e al nuovo gruppo dirigente che si sta formando attorno a lei elaborare una posizione che finora è mancata.</p>
<p>Intanto sono già cominciate le celebrazioni dei 75 anni della costituzione. Occasioni quasi sempre retoriche e vacue, dove vecchi maestri o presunti tali si esercitano davanti allo specchio con le pose dell’autocompiacimento. Ma quando si celebra non si medita, quando si esalta non si comprende, quando si difendono tesi per partito preso non si studiano le carenze. E tuttavia, anche quando si voglia saltare la prima parte e mettere a tacere una lunga tradizione di critica liberale e democratica e anche di destra che l’ha sempre investita, la seconda parte della nostra Costituzione di carenze ne presenta in quantità. Palesi e riconosciute da tutti, dalla dottrina come dalla politica.</p>
<p>In questo clima di celebrazioni vorrei sottoporre l’idea di un giorno solenne di meditazione. Settantacinque anni fa la Costituzione entrò in vigore, ma quasi settantasette anni fa si cercò di modificarla. Non è un paradosso. Correva il 4 settembre 1946 e all’assemblea costituente, di fronte al voto di indirizzo fra il sistema parlamentare e quello presidenziale, un bravo giurista eletto nella fila del partito repubblicano, Tommaso Perassi, si alzò e presentò un ordine del giorno che così diceva: “la seconda sottocommissione, udite le relazioni degli onorevoli Mortati e Conti, ritenuto che né il tipo del governo presidenziale, né quello del governo direttoriale risponderebbero alle condizioni della società italiana, si pronuncia per l’adozione del sistema parlamentare da disciplinarsi, tuttavia, con dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di governo ed evitare le degenerazioni del parlamentarismo”. Profetico e puntuale. Perché il sistema parlamentare è poi di fatto degenerato nella partitocrazia e la partitocrazia è infine degenerata nella irrilevanza del parlamento (proprio quello della famosa “centralità”!).</p>
<p>Donde la crisi della democrazia, donde i governi tecnici, donde la disaffezione al voto, donde la crisi dei partiti, donde il sempre più spiccato ruolo politico, contro la stessa costituzione, del presidente della repubblica nella formazione e nella vita dei governi. Aveva ragione Perassi a chiedere riforme (“provvedimenti costituzionali”) per dare efficienza al sistema politico (“stabilità dell’azione di governo”) e per evitare rischi alla democrazia(“degenerazioni del parlamentarismo”). Un anno e cinque mesi prima che la costituzione entrasse in vigore!</p>
<p>Si osservi che tanta parte della politica italiana del Dopoguerra si spiega con il mancato adempimento dell’ordine del giorno Perassi. Sarebbero tante quest’anno le date da celebrare (vedi A. Malaschini, La tela di Penelope , Rassegna parlamentare, 64, 2, 2022): i settanta anni della legge elettorale maggioritaria sostenuta da De Gasperi, i quasi quaranta anni del “Decalogo Spadolini” sui poteri del presidente del consiglio in parlamento, i quaranta anni esatti della commissione Bozzi, i poco più di trenta anni della commissione De Mita poi Iotti, fino ai tentativi di D’Alema (26 anni fa) e Renzi(ieri).</p>
<p>Possiamo riprovarci? Abbiamo bisogno di studiare ancora? No, basterebbe poco tempo a una commissione bicamerale per esaminare una serie di problemi, fare una rassegna delle possibili soluzioni e una collazione dei testi. Si devono fare tante audizioni e consultazioni? Macché! Sulla forma di governo basterebbe la testimonianza di quei presidenti del Consiglio che si sono succeduti alla cadenza di uno ogni quattordici mesi; sull’ordinamento giudiziario basterebbe tirare a sorte qualcuno dei tanti cittadini che hanno avuto la disgrazia di incapparci; sul bicameralismo perfetto, chiedere a qualunque parlamentare e ministro dei rapporti col parlamento; eccetera. E’ quasi tutto fatto e tutto chiaro.</p>
<p>Allora, ci riproviamo? Dobbiamo, se non vogliamo aggravare la crisi. A ben guardare, bastano un po’ di consapevolezza, di determinazione, di fiducia reciproca, di volontà, di clima non avvelenato. Anche lo strumento è ben chiaro. Dunque, qua la mano. C’è da tempo un’Italia nuova a cui dobbiamo dare una veste nuova. Dobbiamo farlo presto, prima che ci scappi di mano. Se ne renderà presto conto anche la Schlein, e anche lei converrà che Penelope sarà anche stata una sposa virtuosa, ma è l’ora che vada in pensione.</p>
<p><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2023/03/02/news/il-pd-non-perda-l-occasione-di-collaborare-alla-riforma-della-costituzione-5008178/"><em><strong>Il Foglio</strong></em></a></p>
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		<title>Voti sinistri</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/voti-sinistri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Feb 2023 12:31:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[primarie]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In omaggio ad un’americanata senza regole, a sinistra s’è ribaltata la logica: eleggono il conducator, ma non votano la meta; si ripetono che sono necessarie le alleanze, ma evitano di sceglierle. Così passano dal “campo largo” al “campo dei miracoli”, dal volere essere egemoni in una galassia indefinita al divenire speranzosi che le monete offerte [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In omaggio ad un’americanata senza regole, a sinistra s’è ribaltata la logica: eleggono il conducator, ma non votano la meta; si ripetono che sono necessarie le alleanze, ma evitano di sceglierle. Così passano dal “campo largo” al “campo dei miracoli”, dal volere essere egemoni in una galassia indefinita al divenire speranzosi che le monete offerte ai coalizzandi Gatto &amp; Volpe possano fruttar altro che fregature.</p>
<p>In un procedere logico le cose vanno all’opposto: il gruppo dirigente, selezionato negli anni, sceglie una linea politica, individua chi possa interpretarla e si presenta al giudizio dei militanti, per poi affrontare quello degli elettori. Prima la linea, poi le persone, infine il proselitismo. Invece s’è cancellata la linea (troppo politicismo, dicono, come se di mestiere non facessero i politici), gli iscritti hanno scelto il segretario, ovvero Bonaccini, ma domenica si chiede che ne pensano i passanti. Un grande sforzo di militanza, dicono quelli del Partito democratico. Somiglia tanto, però, a una gara d’irrilevanza. Qui c’è un equivoco grande come una casa del popolo: contano le idee, non il modo per vincere le elezioni senza averle fatte conoscere. Ed è quello il problema grosso: le idee non ci sono e si pensa di sostituirle con le suggestioni.</p>
<p>Ecco perché ci sono cose che sanno di vecchio prima ancora d’essere nate. Quando Bonaccini sarà segretario il Pd avrà alla guida un anti-anticomunista, come la destra è guidata da Meloni, che è anti-antifascista. Peccato i democratici siano anti-totalitari, quindi anti-fascisti e anti-comunisti. Se per evitare che gli ex ragazzi rossi e neri si decidano a crescere noi si debba continuare ad assistere ai resistenziali della domenica e agli internazionalisti del nazionalismo, possiamo solo sperare che i sempre più numerosi ragazzi che si pesteranno trovino in fretta di meglio da fare. Nell’insieme: è una pagliacciata.</p>
<p>L’orgoglio comunista delle cooperative rosse emiliane e l’esperienza umana delle periferie nere metropolitane possono generare identità personali e storie di gruppo, ma non idee che abbiano a che vedere con il governo di un Paese non più, da tempo, agropastorale. In quel loro passato non c’è un briciolo di futuro. Le idee prendono il posto della rappresentanza degli interessi quando, nel riflettere e nel proporre, il futuro prende il posto del presente. Ma qui si stanno disputando il passato. Manca solo che recitino in costume.</p>
<p>Prima che ricomincino l’eterno ed ozioso gioco del piccolo costituente (che già chiamano “premier” Meloni, dimostrando che non hanno letto manco le istruzioni) provino a guardarsi nelle palle degli occhi: una è alleata con due forze politiche che provano a impallinarla qualsiasi cosa faccia, non escludendo lo sputtanamento internazionale; gli altri si pensano alleati con quelli che farebbero apparire l’inglese Corbin come un pragmatico affidabile. Siccome questa roba è un falso, a destra come a sinistra, e il falso genera falsi, si guardino negli occhi e si chiedano se si vuole andare verso un maggioritario con ballottaggio (quello per cui a Roma la destra arriva prima e il sindaco lo fa uno di sinistra), oppure verso un proporzionale che non indebolisce il governo (come in Germania). L’idea che la soluzione migliore sia cambiare gli elettori è già venuta ad altri e non vale copiare.</p>
<p>Nel falso maggioritario italiano è già capitato, a destra come a sinistra, di dovere governare essendo minoranza. Non è vero che è capitato solo alla sinistra. Il risultato, però, è che poi governano gli altri e nessun governante ha mai vinto le politiche successive.</p>
<p>Ci sono idee, in merito? Keir Starmer, in Inghilterra, non ha cambiato gli occhiali, ma il modo di vedere le cose. Come fece Blair. Parlarono e parlano di sicurezza, ordine, mercato. Buona domenica, badate a che i sinistri di lunedì non siano né gli infausti né gli accidentati. Se cercate idee senza bandiere qui ce ne sono. Sinistramente gratis.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://laragione.eu/category/tutti-i-numeri/"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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		<title>L’inutile corsa del gambero dei democratici</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/linutile-corsa-del-gambero-dei-democratici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chicco Testa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Jan 2023 15:07:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Assistenzialismo]]></category>
		<category><![CDATA[crescita]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[produttività]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono parole che sono scomparse nel lessico del Pd.  Parole su cui è stata fondata la stagione migliore del Governo dell&#8217;Ulivo con Prodi, presidente del Consiglio, Ciampi ministro del Tesoro e Bersani all&#8217;Industria. Le parole sono in ordine di importanza: crescita, produttività, debito. Crescita prima di tutto per un Paese che non cresce da [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono parole che sono scomparse nel lessico del Pd.  Parole su cui è stata fondata la stagione migliore del Governo dell&#8217;Ulivo con Prodi, presidente del Consiglio, Ciampi ministro del Tesoro e Bersani all&#8217;Industria. Le parole sono in ordine di importanza: crescita, produttività, debito. Crescita prima di tutto per un Paese che non cresce da ormai 20 anni, con rare eccezioni, e senza la quale, questo è l&#8217;insegnamento della migliore tradizione socialdemocratica, non vi è nulla da distribuire, le entrate fiscali languono, le famiglie in situazione di povertà aumentano e l&#8217;ascensore sociale, la speranza di una vita migliore, che ha fatto grande l&#8217;Italia dei nostri padri, si arresta o addirittura regredisce.</p>
<p>La produttività, quella di sistema, è una delle condizioni della crescita e il debito purtroppo ne costituisce un limite che, se non tenuto sotto controllo, costringe lo Stato ad impegnare cifre sempre maggiori del suo bilancio per pagare gli interessi e lo sottopone al rischio spread che solo le politiche interventiste della BEI e della UE hanno fino ad oggi scongiurato. Il differenziale con altri Paesi si misura in decine di miliardi che ogni anno vengono sottratti agli investimenti e alla spesa sociale. Destra e sinistra hanno da questo punto di vista molte cose in comune. Attingere al debito pubblico per accontentare segmenti crescenti del proprio (presunto) elettorato.</p>
<p>Crescita e lavoro vanno insieme, crescita e giustizia sociale vanno insieme, liberando risorse per la contrattazione sindacale e assicurando risorse fiscali per le grandi riforme a cominciare da quella della scuola, vera officina delle pari opportunità. Invece il problema viene affrontato dalla coda. Rivendicare maggiore uguaglianza, concetto per altro superato dalla migliore tradizione socialdemocratica con quello più complesso e realistico delle &#8220;pari opportunità&#8221;, in un Paese che si impoverisce, è la corsa del gambero. Con una inevitabile conseguenza, evidente nel Pd attuale.</p>
<p>Lo spostamento dell&#8217;attenzione sulle politiche assistenziali, che anziché essere usate con la necessaria parsimonia e in modo selettivo, invadono ogni campo. Pensioni, reddito di cittadinanza, bonus di ogni genere (persino quello per acquistare le macchinetta per rendere frizzante l&#8217;acqua potabile), nazionalizzazioni di aziende decotte. Così quello che dovrebbe essere il partito del lavoro diventa il partito del lavoro che non c&#8217;è, e quindi il partito degli assistiti. La società civile perde ogni autonomia e diventa sempre più dipendente dallo Stato. L&#8217;Italia si meridionalizza. Anche il modo scolastico e propagandistico con cui si è affrontata la transizione ecologica senza alcuna approfondita riflessione sull&#8217;impatto economico sul Paese e soprattutto sulle classi più deboli, ulteriormente colpite da aumenti di costi con effetti chiaramente regressivi dal punto divista fiscale, mostra più il tentativo di trovare a tutti i costi un nuovo ancoraggio ideologico piuttosto che una ragionata strategia.</p>
<p>È rimasto scolpito nella memoria il tweet di Letta contro il gas poco tempo prima che scoppiasse la crisi ucraina che ci ha ricordato in modo esemplare come si produce energia in Italia e in Europa. Persino i Verdi tedeschi mostrano un tasso di realismo e consapevolezza superiori di quello che dovrebbe essere un grande partito socialdemocratico. L&#8217;Italia ha bisogno di un Pd autorevole. Che non ha bisogno di alcuna rifondazione o nuovo inizio. Parole tipiche di chi, come dicono a Milano, cerca di tirarsi su facendo leva sulle proprie bretelle. Operazioni infantili come se fosse possibile rinascere ogni volta che qualche cosa va storto, un sogno adolescenziale, anziché fare un bilancio critico, responsabile e aggiustare il tiro.</p>
<p>Capisco, ma ovviamente non condivido la tentazione di auto confinarsi in un recinto identitario e garantirsi così una stentata sopravvivenza. Passando dalla vocazione maggioritaria a quella di rappresentanza di ceti minoritari prevalentemente assistiti. Gli operai, i lavoratori dipendenti guardano al sodo e sono già da un&#8217;altra parte con buona pace di Landini e dei 5 Stelle. Per non parlare dei milioni di autonomi, fra cui la migliore gioventù, che sogna l&#8217;intrapresa e accetta il rischio. Ma a questa Italia il Pd non guarda più. Non vuole più interpretare lo spirito della nazione che lavora e crea ricchezza. Eppure è quello che fa in molti dei luoghi dove amministra da anni e da decenni e dove questa capacità gli viene riconosciuta. Lo ha detto bene Gori su queste pagine. Forse ricominciare dalla parte positiva della propria storia potrebbe essere il modo giusto. In politica, come in ogni intrapresa umana, si parte dalle idee. E quelle attuali del Pd mi sembrano, in grande parte povere e già (auto)condannate all&#8217;irrilevanza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.repubblica.it/cultura/2023/01/11/news/chicco_testa_crisi_sinistra_linutile_corsa_del_gambero_dei_democratici-383078406/"><strong><em>La Repubblica</em></strong></a></p>
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		<item>
		<title>Il valore di scelte moderate</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-valore-di-scelte-moderate/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Panebianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2022 15:08:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[biden]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[governo meloni]]></category>
		<category><![CDATA[moderazione]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come ha mostrato da ultimo il ballottaggio della settimana scorsa in Georgia, si può dire, alla MarkTwain, che «la notizia della imminente morte della democrazia americana è risultata fortemente esagerata». Con la vittoria del candidato democratico Raphael Warnock contro il candidato trumpiano Herschel Walker, l&#8217;amministrazione Biden consolida la maggioranza di cui dispone al Senato. Si [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Come ha mostrato da ultimo il ballottaggio della settimana scorsa in Georgia, si può dire, alla MarkTwain, che «la notizia della imminente morte della democrazia americana è risultata fortemente esagerata». Con la vittoria del candidato democratico Raphael Warnock contro il candidato trumpiano Herschel Walker, l&#8217;amministrazione Biden consolida la maggioranza di cui dispone al Senato. Si conferma il trend manifestatosi in novembre. L&#8217;estremismo di Trump non ha pagato.</p>
<p>L&#8217;amministrazione democratica ha perso il controllo della Camera dei rappresentanti ma ha retto all&#8217;assalto repubblicano smentendo la regola secondo cui le elezioni di midterm puniscono duramente il partito del Presidente in carica. Nessuno dei candidati estremisti imposti da Trump al partito repubblicano è stato eletto.</p>
<p>Dopo la sua sconfitta nelle elezioni presidenziali del 2020 e il traumatico assalto a Capitol Hill del gennaio 2021, gli anticorpi presenti nella democrazia americana si sono messi in moto e stanno potentemente ridimensionando l&#8217;estremismo trumpiano e la sua carica eversiva.<br />
Ricordiamo, a conferma della solidità delle istituzioni americane, anche tutti quei governatori ed altri esponenti del partito repubblicano che rifiutarono di avallare il tentativo di Trump di annullare il risultato delle elezioni presidenziali. Le democrazie non sono mai completamente al riparo da tentativi eversivi. Nelle antiche repubbliche il pericolo era rappresentato da generali vittoriosi in guerra.</p>
<p>Oggi possono essere solo magnati dotati, oltre che di ricchezza, anche di capacità demagogiche, a tentare di imporre soluzioni cesaristiche.<br />
È interessante notare che costoro possono essere sconfitti se vengono contrastati, non da un estremismo di segno opposto, ma da una politica moderata capace di mobilitare gli elettori contrari all&#8217;avventurismo politico.</p>
<p>Il ridimensionamento di Trump è una buona notizia non solo per gli Stati Uniti. Lo è anche per le democrazie europee. Perché la sua vittoria, nel 2016, nella democrazia-guida del mondo occidentale, contribuì alla crescita di movimenti estremisti in Europa. Essi erano nati per ragioni che avevano a che fare con la vita interna delle democrazie europee ma ricevettero comunque una forte spinta dalla presidenza Trump e dalle sue politiche.</p>
<p>Cesarismi a parte, le democrazie oscillano, a seconda delle circostanze, fra fasi in cui prevale l&#8217;una o l&#8217;altra estrema e fasi in cui prevale la politica moderata di forze centriste. Si noti anche che se le elezioni sono vinte da una forza estrema essa, per mantenersi al potere, deve per lo più governare ammainando molte delle bandiere estremiste che agitava prima di vincere le elezioni. Nei casi(drammatici, ma fortunatamente abbastanza rari) in cui il centro politico si svuoti e restino in campo solo gli estremisti, allora la democrazia può correre rischi assai seri. Si immagini una Francia post-Macron, in cui le forze dominanti siano rappresentate solo dalla destra di Marine Le Pen e dalla sinistra di Jean-Luc Mélenchon. A quel punto, bisognerebbe interrogarsi sulla tenuta della democrazia francese.</p>
<p>Le fasi in cui la democrazia esibisce maggiore stabilità sono quelle dominate da forze centriste. E si capisce perché: sono le forze che dispongono della flessibilità necessaria per stipulare i compromessi senza i quali non si governano le nostre società complesse.<br />
C&#8217;è in questo anche un insegnamento per l&#8217;Italia. La nostra è forse, fra tutte le democrazie occidentali, la più «difficile». Lo testimonia il quarantennio di democrazia bloccata, con la Dc sempre al governo e il Pci sempre all&#8217;opposizione. Anche se si cerca di parlarne il meno possibile quel passato influenza il nostro presente.</p>
<p>Consideriamo solo il periodo più recente. Con le elezioni del 2018 ci fu un drammatico indebolimento delle forze centriste e la vittoria di quelle estreme (maggioranza relativa ai 5 Stelle). Si formò uno dei governi più estremisti della nostra storia: il Conte 1 in mano a 5 Stelle e Lega. Ma durò solo un anno. Il Conte 2 (5 Stelle più Partito democratico) che gli succedette si formò con le modalità trasformistiche che sono proprie della nostra tradizione. Il cambiamento di maggioranza comportò però uno spostamento verso politiche più moderate. È seguita la fase, imposta dall&#8217;emergenza pandemica, della tregua e della decompressione con il governo Draghi.</p>
<p>L&#8217;attuale governo è guidato dalla leader di un partito che viene dall&#8217;estrema destra ma è indubbio che Meloni abbia cercato e cerchi di tenere la barra il più possibile al centro. Lo prova, nonostante le intemperanze degli alleati, oltre che la posizione sull&#8217;Ucraina, una finanziaria che, sia pure con qualche sbavatura, è in evidente continuità con le politiche del governo Draghi, e un rapporto con Bruxelles che, grazie anche ai buoni uffici del presidente della Repubblica, non è al momento conflittuale. Lo prova pure la posizione del governo sulla giustizia.</p>
<p>Nonostante il tentativo dell&#8217;Associazione Nazionale Magistrati e dei suoi tanti amici di far passare il ministro Nordio per un estremista, non c&#8217;è nulla nelle posizioni espresse dal ministro che non sia ancorata alla concezione liberale dello Stato di diritto. Ci sono, è vero, le tensioni con la Francia sull&#8217;immigrazione. Dureranno fin quando non si troverà un accordo europeo che tuteli i diversi interessi. L&#8217;insegnamento riguarda anche quello che al momento (ma fino a quando?) è ancora il maggiore partito di opposizione, il Pd. La tentazione di inseguire i 5 Stelle è evidente e fortissima.</p>
<p>In coincidenza con la volontà di prendere le distanze dalle ragioni fondative del Pd, accusato oggi (nientemeno) che di «neo-liberismo» da alcuni intellettuali (ma anche da certi capi-corrente). Dietro a tutto ciò si intravvede la nostalgia per la «vocazione minoritaria», per i bei tempi in cui il partito comunista era relegato in permanenza all&#8217;opposizione. Allora ci si poteva sentire puri e moralmente integri: non c&#8217;era il rischio di doversi sporcare le mani con i compromessi che impone l&#8217;attività di governo.</p>
<p>Il Pd è a un bivio. Può ribadire la sua volontà di essere una forza capace di contendere credibilmente il governo alla destra, oppure può scegliere la strada opposta: combinare il partito degli amministratori in periferia e quello del movimentismo (alla Mélenchon) al centro. Con scarse probabilità di sconfiggere l&#8217;attuale maggioranza alle prossime elezioni. Le democrazie funzionano al meglio quando prevale la moderazione e la politica del compromesso. In quelle fasi possono anche diventare piuttosto noiose. Difficile che capiti anche a noi .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://edicola-pdf.corriere.it/sfogliatore/index.html?group=CORRIEREFC#/sfoglio"><em><strong>Il Corriere della Sera</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-valore-di-scelte-moderate/">Il valore di scelte moderate</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Il peccato neoliberista</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-peccato-neoliberista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Mingardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Dec 2022 15:10:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[centrosinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Amato]]></category>
		<category><![CDATA[liberaldemocratici]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In qualsiasi partito, un nuovo gruppo dirigente deve cercare di affermare, assieme con se stesso, un&#8217;identità, un catalogo di proposte, alcuni simboli politici. La sinistra del Partito democratico però non è un gruppo dirigente particolarmente nuovo, si tratta solo della generazione attuale della &#8220;ditta&#8221; che a malincuore ha accettato le capriole consonantiche che l&#8217;hanno portata [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-peccato-neoliberista/">Il peccato neoliberista</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In qualsiasi partito, un nuovo gruppo dirigente deve cercare di affermare, assieme con se stesso, un&#8217;identità, un catalogo di proposte, alcuni simboli politici. La sinistra del Partito democratico però non è un gruppo dirigente particolarmente nuovo, si tratta solo della generazione attuale della &#8220;ditta&#8221; che a malincuore ha accettato le capriole consonantiche che l&#8217;hanno portata da Pds a Ds a Pd. Le sue proposte si riducono, in buona sostanza, a una: superare il &#8220;neoliberismo&#8221; di cui sarebbe intriso lo stesso manifesto dei valori del Pd, scritto nel 2007.</p>
<p>La sinistra è, non solo in Italia, sempre più &#8220;sinistra&#8221;. Essendo l&#8217;unica parte politica che viva in un rapporto osmotico coi propri intellettuali, è destinata a somigliare al racconto che essi ne fanno. Avviene anche al Pd, che pure là dove governa in modo più saldo (in Emilia-Romagna, in Toscana) è occupato a venire alle prese coi problemi del mondo anziché stupire con effetti speciali. La sua narrazione &#8220;nazionale&#8221; è tutta diversa. Perché non corrisponde al partito degli amministratori, bensì a quello dei chierici.</p>
<p>La sinistra è da sempre la parte politica che offre al ceto intellettuale la più straordinaria opportunità di mutazione. &#8220;I filosofi si sono limitati ad interpretare il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo&#8221;. Generazioni d&#8217;intellettuali hanno guardato al &#8220;moro&#8221; di Treviri come in defettibile modello. Che avessero letto il primo libro del &#8220;Capitale&#8221;, o più probabilmente &#8220;Il socialismo dall&#8217;utopia alla scienza&#8221; di Engels, si inebriavano della conquista inattesa di una grande verità: aver scoperto in che direzione si muove la storia, mica poco. Ma hanno cercato di anticiparla, la storia, di forzarla sui suoi pretesi binari, sicuri che solo un&#8217;avanguardia intellettuale potesse fare avvertire al proletario il peso delle sue catene.</p>
<p>Da alcuni anni in qua, i chierici hanno formulato una diagnosi chiara sui guasti della sinistra: la sinistra perde perché ha smarrito il legame con la classe operaia. Sul declino del voto &#8220;di classe&#8221;, ovvero sull&#8217;attenuazione del nesso fra condizione sociale di appartenenza e preferenza politica, c&#8217;è un intenso dibattito internazionale. Rimanendo all&#8217;interno dei nostri confini, possiamo ricordare come già negli anni Novanta si osservasse un travaso verso la Lega del voto operaio al nord e come, negli anni Duemila, il voto operaio fosse già diviso grosso modo equamente fra destra e sinistra, mentre le regioni a più elevata &#8220;intensità&#8221; industriale votavano per la destra. Alle ultime elezioni è stato FdIa<br />
primeggiare fra gli operai, seguito da Cinque stelle e Lega.</p>
<p>Il fenomeno dello scollamento fra classe sociale e preferenze politiche andrebbe indagato nelle sue diverse dimensioni. Qualcuno potrebbe dire che è una buona notizia: a suo modo segnala il maggior benessere raggiunto nella società tutta, grazie al quale cambiano le priorità degli elettori. Altri potrebbero biasimare la prevalenza della politica dell&#8217;identità, del dato culturale, che è poi la ragione per cui posizioni conservatrici vengono sposate da persone più umili e affezionate ai punti cardinali del passato, mentre fra gli individui a più alto reddito prevalgono orientamenti più cosmopoliti e mentalità più aperte.</p>
<p>L&#8217;impressione è che per i chierici la perdita del voto operaio sia un&#8217;utile scusa per aprire i rubinetti della nostalgia. Per rappresentare gli operai, che c&#8217;è di meglio che dire le cose che dicevamo, quando effettivamente votavano per noi? Per gli intellettuali, era un&#8217;epoca d&#8217;oro: quella in cui le loro parole cambiavano davvero, se non il mondo, almeno le mozioni congressuali. Per questo a quelle parole, rivedute e corrette, sono tornati, seguendo le star della sinistra internazionale (da Piketty in giù). L&#8217;enfasi sul tema delle diseguaglianze, i propositi di sabotaggio di ogni residuo di libertà contrattuale nelle relazioni industriali, l&#8217;ambientalismo, il disegno di una bellicosa politica industriale, eccetera, non sono una delle due strade che il gruppo dirigente del Pd può cogliere, in una sorta di congresso redde rationem sull&#8217;identità del partito.</p>
<p>Sono un sentiero che quel medesimo partito calca da anni e con piena convinzione. Anziché mettere in discussione l&#8217;effettivo gradimento dell&#8217;elettorato per queste proposte, anziché chiedersi se davvero intercettino i problemi del paese, anziché domandarsi se forse il Pd non abbia perso la sua &#8220;vocazione maggioritaria&#8221; perché è diventato assieme il partito &#8220;del governo&#8221; e del pubblico impiego, i chierici e i loro discepoli sostengono che ogni problema del partito venga da un peccato originale. L&#8217;iniziale &#8220;neoliberismo&#8221;. Ma qual è il fantasma del<br />
neoliberismo, di cui si vorrebbe sbarazzare?</p>
<p>E&#8217; vero che in Italia, per alcuni anni, è stata la sinistra a promuovere politiche di &#8220;modernizzazione&#8221;, tese ad avvicinare il paese alle altre liberaldemocrazie a economia di mercato. Ciò è avvenuto soprattutto nella legislatura del centrosinistra, 1996-2001. Le circostanze erano eccezionali. In primo luogo, il vecchio partito della sinistra italiana, il Pci, era riuscito ad abbandonare nome e simbolo senza alcuna &#8220;revisione&#8221; ideologica: ma attraverso una &#8220;svolta&#8221;, per cui si immaginava che non ci fossero nodi da sciogliere né questioni da chiarire. A ciò corrispose una accresciuta disponibilità a seguire le tendenze prevalenti altrove.</p>
<p>Negli Stati Uniti Clinton, in Inghilterra Blair, avevano dovuto reinventare i rispettivi partiti alla luce del successo di Reagan e Thatcher. E siccome quel successo non si poteva negare, cercarono di venirci a patti, provando per esempio a usare incentivi economici e riforme &#8220;di mercato&#8221; per far funzionare lo stato sociale, rilanciandone legittimità e immagine (pensiamo al cosiddetto welfare to work ). In Italia,<br />
un economista cattolico di formazione keynesiana, Beniamino Andreatta, meglio di altri aveva colto il nesso perverso fra partitocrazia, corruzione e aumento incontrollato della spesa pubblica. Dal cosiddetto &#8220;divorzio&#8221; fra Banca d&#8217;Italia e Tesoro al referendum elettorale del 1992 all&#8217;accordo Andreatta-Van Miert, gli atti politici più rilevanti e lungimiranti dell&#8217;epoca si devono ad Andreatta.</p>
<p>La meta era chiara: una democrazia meno esposta alla corruzione, che consentisse l&#8217;alternanza fra partiti di governo. Quando ci arriva la sinistra, presidente del consiglio è un allievo di Andreatta, Romano Prodi, e ministro del Tesoro è Carlo Azeglio Ciampi. Le privatizzazioni di Telecom, Eni ed Enel, Autostrade, il pacchetto Treu sul mercato del lavoro, risalgono a quegli anni. Era &#8220;neoliberismo&#8221;? E&#8217; un po&#8217; difficile sostenerlo, visto che al governo con Prodi c&#8217;era Bertinotti e con D&#8217;Alema e Amato ci rimase Cossutta. Ciampi si impegnò per un rassetto della spesa pubblica ma gli interventi rimasero marginali, nel segno della lotta agli sprechi e di una migliore organizzazione. C&#8217;era, senz&#8217; altro, una componente numericamente esigua, ma pugnace, dell&#8217;allora maggioranza che avrebbe volentieri spinto sull&#8217;acceleratore &#8220;riformista&#8221;. Parola che, fateci caso, è scomparsa dal vocabolario della sinistra contemporanea, in una sorta di damnatio memoriae.</p>
<p>La sinistra che non si vergogna che nella sua storia politica ci sia l&#8217;aver fiancheggiato l&#8217;Unione Sovietica anche dopo i &#8220;fatti d&#8217;Ungheria&#8221;,<br />
si vergogna di avere privatizzato Telecom. In che cosa credevano, i riformisti? La convinzione comune di quel gruppo era, grosso modo, che in un paese come l&#8217;Italia, dove non mancano le incrostazioni corporative, &#8220;liberalizzare&#8221; fosse la condizione magari non sufficiente ma necessaria per ampliare il ventaglio delle opportunità per tutti. Per avere un&#8217;idea della consistenza dei riformisti, basti ricordare che al congresso Ds del 2001 Enrico Morando, candidatosi segretario, prese poco più del 4 per cento dei voti. Piccole forze politiche e singole personalità eminenti esercitavano però maggiore condizionamento sugli ex comunisti allora, di quanto sarebbe avvenuto dalla nascita del Pd in poi.</p>
<p>E&#8217; difficile sostenere che i riformisti fossero &#8220;neoliberisti&#8221;. Diciamo che erano socialisti &#8220;colpiti dalla realtà&#8221;. Qualcuno di loro civettava di aver accettato l&#8217;economia di mercato per disperazione: la disperazione di vivere nel paese col più formidabile repertorio di fallimenti dello stato di tutto l&#8217;occidente. Altri inquadravano la loro adesione all&#8217;economia di mercato nell&#8217;ambito di una battaglia di modernizzazione e legalità: separare politica ed economia, facendo in modo che lo stato smettesse di gestire la gran parte della vita economica del paese, era necessario per diluire la corruzione degli apparati pubblici.</p>
<p>E&#8217; la tesi che, senza trovare interlocutori, ha riproposto Giuliano Amato nel suo &#8220;Bentornato stato, ma&#8221; (il Mulino). Altri ancora semplicemente dovevano ammettere che a quel tanto o a quel poco di &#8220;liberismo&#8221; rimasto in occidente si doveva una produzione di ricchezza talmente straordinaria, da consentire la sopravvivenza di elefantiaci apparati statali. Teniamo da conto la pecora, proprio perché vogliamo tosarla.</p>
<p>Il manifesto dei valori del Pd, dovuto a una commissione presieduta da Alfredo Reichlin (non certo un neoliberista), di queste cose indubbiamente teneva conto. Ed è vero che letto oggi, e paragonato alla retorica prevalente nell&#8217;odierno Pd, sembra una traduzione da qualche <em>think tank</em> americano. Mirava a realizzare un &#8220;partito aperto nel mondo globalizzato&#8221;. L&#8217;idea di fondo era che &#8220;negli scenari complessi del mondo globalizzato non esistono solamente nuovi problemi, ma anche nuove opportunità&#8221;. Opportunità era una parola cruciale, da declinarsi nella cornice dello stato sociale ma in un&#8217;ottica di empowerment , di &#8220;attrezzamento&#8221; dei singoli individui. La vocazione maggioritaria si vedeva nel fare a meno di certe parole amate dai chierici, per provare un lessico che ammiccasse agli elettori degli altri.</p>
<p>Oggi si dice: neoliberismo, ieri si sarebbe detto: pensiero borghese. Il punto è tutto qui. Enrico Letta, che pure al canovaccio oggi dominante a sinistra ha tentato di adattarsi per come poteva un moderato per tradizione e carattere, in un dibattito se l&#8217;era fatto scappare: parlare di liberismo in Italia è un po&#8217; difficile. E&#8217; vero che nella legislatura del centrosinistra si privatizzò, e non poco. E&#8217; altrettanto vero che oggi, per fare un solo esempio, il paese ha di nuovo un grande player assicurativo pubblico, com&#8217; era l&#8217;Ina privatizzata da Amato. Che la Cassa depositi e prestiti è il burattinaio anche di aziende che erano state cedute totalmente, come Tim. Che lo stato dai servizi pubblici locali non se n&#8217;è mai andato, come non ha mai ceduto il passo alla concorrenza nella sanità, nell&#8217;educazione, nella previdenza. Che la Borsa italiana è sostanzialmente un gioco di imprese controllate dal pubblico.</p>
<p>Che la spesa pubblica supera, anche al netto degli interessi, il 50 per cento del pil. Che la tentazione comune, sinistra e destra, è pensare che a ogni problema debba corrispondere una legge, e di legge in legge siamo arrivati ad avere un quadro normativo talmente complicato che neppure i tecnici del diritto sanno più destreggiarsi nel groviglio. Il grande economista austriaco Ludwig von Mises identificava nel &#8220;polilogismo&#8221; una delle più durature eredità del marxismo. Marx postula che &#8220;la struttura logica della mente è diversa da classe a classe. Non esiste una logica universalmente valida.</p>
<p>Ciò che la mente produce non è che ideologia, cioè, nella terminologia di Marx, un insieme di idee che mascherano gli interessi egoistici della classe sociale a cui il pensatore appartiene&#8221;. Per questo la mente &#8220;borghese&#8221; degli economisti non poteva fare altro che offrire una &#8220;apologia&#8221; del sistema capitalistico. I chierici di oggi sostengono qualcosa di non troppo diverso. Con convinzione, si ritraggono da qualsiasi discussione<br />
nel merito delle singole questioni. Ogni opinione diversa dalla loro (che si discuta di questioni di genere o della privatizzazione di Ita) è semplicemente riconducibile a un interesse: se i loro avversari non sono servi del capitalismo, sono servi del patriarcato.</p>
<p>Nel dibattito italiano, questo diventa la &#8220;diversità&#8221; di tempra morale che dividerebbe la sinistra dagli altri. Convinti di fare politica in nome di alcune idee, i chierici non riconoscono nell&#8217;altro una propensione simile. E non solo, ormai, non lo riconoscono alla destra: non lo riconoscono neanche a chi, a sinistra, abbia posizioni non esattamente sovrapponibili alle loro. Non lo riconoscono ai loro predecessori degli ultimi trent&#8217; anni: i quali, faticosamente e in modo imperfetto, cercavano di fare i conti con una realtà che avevano scoperto, chi con il crollo del Muro, chi poco prima.</p>
<p>L&#8217;ebbrezza del maggioritario consigliava loro di fare politica con l&#8217;ambizione di sottrarre voti all&#8217;avversario. Il che costringeva a cercare di comprendere le sue ragioni. Oggi il partito dei chierici coltiva la vocazione minoritaria. Quelle degli altri non sono idee, ma interessi messi in bella copia. La politica è solo la ricerca di minoranze da liberare dal condizionamento di questo o quel padrone. Il neoliberismo come ipnosi da cui ridestare un mondo di oppressi. Vedremo quanto dura questo trip.</p>
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<p><a href="https://edicola.ilfoglio.it/newsstand/"><strong><em>Il Foglio</em></strong></a></p>
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