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	<title>parlamento Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>parlamento Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Immunità parlamentare, l&#8217;antidoto all&#8217;eutanasia della democrazia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/immunita-parlamentare-lantidoto-alleutanasia-della-democrazia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Biagio Marzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Feb 2025 15:24:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[immunità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 29 ottobre 1993, fu scritta una pagina nera della nostra storia repubblicana, fu abolita la parte centrale dell’articolo 68 con la legge costituzionale n.3: l’autorizzazione a procedere per l’avvio di indagini e processi penali contro i parlamentari. Il testo definitivo dell’art. 68 fu approvato, il 20 dicembre 1947, dall’Assemblea costituente. La revisione dell’art.68 della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 29 ottobre 1993, fu scritta una pagina nera della nostra storia repubblicana, fu abolita la parte centrale dell’articolo 68 con la legge costituzionale n.3: l’autorizzazione a procedere per l’avvio di indagini e processi penali contro i parlamentari. Il testo definitivo dell’art. 68 fu approvato, il 20 dicembre 1947, dall’Assemblea costituente. La revisione dell’art.68 della Costituzione fu fatta in un periodo di scontro tra politica e magistratura che portò al crollo della Prima repubblica. Fu il cruciale punto di flesso in cui si diede la stura all’avvento del potere della magistratura e alla perdita del primato della politica, portando con sé l’antipolitica, la scomparsa del sistema dei partiti e il populismo.</p>
<p>Una guerra senza esclusioni di colpi sta continuando con esiti incerti, stavolta, tra la destra al governo e una parte della magistratura, che non vuole la riforma della giustizia. Uno scontro che ha connotati inediti, con il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, che ha inviato delle informazioni giudiziarie alla presidente Meloni, ai ministri Piantedosi e Nordio e al sottosegretario Mantovano. Basta e avanza. In base a un esposto presentato dall’avvocato Luigi Li Gotti. Non finisce qui. L’avvocato, Luigi Mele, a sua volta, ha presentato un nuovo esposto nei confronti di Lo Voi e di Li Gotti sempre nell’ambito della vicenda Almasri. A questo punto, la procura di Perugia, la sede competente per le questioni che riguardano i magistrati del distretto di Roma, ha aperto un’inchiesta nei confronti del procuratore e dell’avvocato ex difensore di Tommaso Buscetta ed ex sottosegretario del governo Prodi per conto del partito Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, dopo una lunga militanza nel MSI e Alleanza nazionale.</p>
<p>Con la revisione dell’art. 68, si fece scempio, è bene dirlo, della nostra legge fondamentale dello Stato italiano, la Costituzione. Non venissero più a dire che la Costituzione italiana «è la più bella del mondo», perché è uno spergiuro. Detto questo, l’abolizione dell’autorizzazione a procedere per i parlamentari, di fatto amputando l’art. 68, è una vera e propria «controriforma», scaturita in seguito sia a un serrato dibattito parlamentare sia a una «guerra civile a bassa intensità», entrambe legate alle vicende di Tangentopoli. Nel biennio ‘92-‘94 la politica si arrese davanti al circolo mediatico giudiziario, credendo che con la resa, cioè modificando l’art 68 si trovasse l’armistizio con la magistratura. Non fu per nulla così. Ragion per cui, si diede la zappa sui piedi, mettendo mano all’art. 68 della Costituzione, che disciplina l’immunità, i cui parlamentari godevano di una protezione estesa non solo per l’insindacabilità &#8211; libertà di opinione e voto -, ma anche per l’immunita dall’azione penale, senza previa autorizzazione delle Camere. La modifica ha mantenuto l’insindacabilità e purtroppo ha ridotto l’immunità procedurale.</p>
<p>A ben vedere, la riforma ha eliminato la necessità di ottenere l’autorizzazione del Parlamento, per sottoporre i propri membri a processi penali. Al momento, i parlamentari possono essere indagati e processati come qualsiasi comune cittadino senza bisogno di una autorizzazione preventiva da parte delle Camere. Resta il fatto , però, che occorre ottenere l’autorizzazione delle Camere, in una delle due in cui il parlamentare viene eletto, per sottoporlo all’arresto o a perquisizione o per intercettare le comunicazioni &#8211; art. 68, comma 2 e 3. Caso più unico che raro, una sorta di cigno nero giudiziario, il caso dell’ex senatore del Partito democratico, Stefano Esposito, che venne intercettato illegalmente, cioè senza l’autorizzazione del Senato, per tre anni consecutivi, 500 volte dalla procura di Torino, mentre era parlamentare a tutti gli effetti. Ma il gip di Roma, cui gli atti dell’indagine del pm di Torino erano stati trasmessi per competenza territoriale, ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dai pm di Roma.</p>
<p>In sintesi, c’è stata «l’eutanasia della democrazia» per colpa di Mani pulite, per dirla con Giuseppe Benedetto. Con la demolizione dell’architrave: l’autorizzazione a procedere. Il che ha profondamente cambiato la storia del rapporto tra poteri dello Stato dettati da Montesquieu. Perché parliamo dell’articolo 68 della Costituzione? Perché c’è un revival, grazie a Forza Italia, alla Lega, alla Fondazione Einaudi e all’intervista rilasciata dal Ministro della difesa, Guido Crosetto, al Corriere della Sera. Cosa dice il Ministro: «Se la nostra Costituzione è considerata la più bella del mondo, perché quella è l’unica parte che e’ stata cassata? Era uno dei capisaldi dell’equilibrio tra poteri».</p>
<p>Storicamente, l’immunità parlamentare nasce come strumento per proteggere i parlamentari da interferenze esterne e permettere loro di esercitare, liberamente, il proprio mandato popolare. Questa «armatura» di protezione affonda le sue radici nelle lotte tra potere legislativo e quello esecutivo, molto comune nelle monarchie dispotiche ai primordi degli Stati moderni. Sovrani e governi repubblicani tentavano di controllare o intimidire i parlamentari con arresti o persecuzioni giudiziarie, per limitare la loro libertà e potere di legislatore. Questo succedeva e succede tutt’oggi nei Paesi governati dalle democrature e in quelle in regimi dittatoriali.</p>
<p>Chiaramente, la collaborazione dei poteri dello Stato, finché sarà a’ la carte continueranno a duellarsi, ma se con spirito di leale rispetto della Costituzione ritroveranno il loro equilibrio e ognuno agisce nel proprio alveo in modo sinergico, la democrazia sarà più forte con l’avvicinamento tra Paese legale e Paese reale.</p>
<p><a href="https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/editoriali/1657649/con-limmunita-parlamentare-unarmatura-decisiva-contro-leutanasia-della-democrazia.html"><strong><em>La Gazzetta del Mezzogiorno</em></strong></a></p>
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		<title>Il coraggio, che manca, di difendere le istituzioni</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-coraggio-che-manca-di-difendere-le-istituzioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Feb 2025 15:43:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[immunità]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento]]></category>
		<category><![CDATA[potere legislativo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ieri mattina, alla Camera, ho sostenuto l’opportunità del ripristino dell’immunità parlamentare e per certi aspetti è stato un déjà-vu. Riavvolgo il nastro. Quando, cinque anni fa, assieme ai colleghi Nazario Pagano e Tommaso Nannicini iniziammo a raccogliere le firme tra i senatori affinché potesse svolgersi il referendum sulla legge grillina che ha amputato la rappresentanza [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-coraggio-che-manca-di-difendere-le-istituzioni/">Il coraggio, che manca, di difendere le istituzioni</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri mattina, alla Camera, ho sostenuto l’opportunità del ripristino dell’immunità parlamentare e per certi aspetti è stato un déjà-vu. Riavvolgo il nastro. Quando, cinque anni fa, assieme ai colleghi Nazario Pagano e Tommaso Nannicini iniziammo a raccogliere le firme tra i senatori affinché potesse svolgersi il referendum sulla legge grillina che ha amputato la rappresentanza parlamentare, nessuno di noi pensava di poter vincere. La sconfitta era sicura. Tuttavia, sulla spinta della Fondazione Luigi Einaudi, ci impegnammo insieme a molti per quella che per tutti era una battaglia di principio. Il principio era ed è la dignità, e la funzionalità, del Parlamento. Il che, essendo la nostra una Repubblica parlamentare, equivale a dire la dignità e la funzionalità della democrazia.</p>
<p>Non ci impegnammo per difendere lo scranno dei rappresentanti, ma per tutelare i diritti dei rappresentati. Con nostra immensa sorpresa, le cose andarono molto meglio del previsto. Oltre il 30% degli italiani che il 20 e 21 settembre del 2020 parteciparono alla consultazione referendaria si recò alle urne e votò in difesa del Parlamento contro le indicazioni dei rispettivi partiti (tutti ipocritamente allineati alla retorica grillina per paura di perdere consensi) e contro il qualunquismo del sistema mediatico. Un risultato inaspettato, e per molti aspetti sensazionale. Il segno che quando le condizioni consentono un dibattito approfondito almeno un terzo degli italiani ha la capacità di assumere decisioni complesse, e di farlo con la propria testa.</p>
<p>Fu un’esperienza illuminante. E molti pensarono che la luce di quell’esperienza avrebbe illuminato anche le redazioni di giornali, telegiornali e talkshow televisivi. Non accadde. Come i politici assecondano l’antipolitica nella speranza di non perdere consensi, nella speranza di non perdere copie o punti di share così hanno fatto e fanno anche i giornalisti. Errore strategico e sospetto segno di masochismo dal momento che politica e giornalismo sono vasi comunicanti: se un vaso si prosciuga, prima o poi si prosciuga anche l’altro. Non è un caso che i partiti perdano iscritti nella misura in cui i giornali e le televisioni perdono lettori e telespettatori. Salvo poi lamentarsi coralmente del fatto che la democrazia non sia più popolare come un tempo e che la partecipazione al voto non sia mai stata bassa come oggi.</p>
<p>Con lo stesso spirito di cinque anni fa, ora che mi trovo nel ruolo di segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi ho convintamente assecondato il presidente Giuseppe Benedetto nella decisione di affrontare assieme un’altra battaglia. Una battaglia persino più impopolare della precedente: ripristinare l’immunità parlamentare per come i padri costituenti l’avevano codificata all’articolo 68. Il principio è analogo, difendere non il parlamentare ma la funzione che il parlamentare ricopre e difendere con essa la fisiologia democratica. Difenderla in questo caso dall’uso strumentale della Giustizia a cui il circolo mediatico-giudiziario ci ha abituati da oltre trent’anni. Cioè da quando, nel 1993, il Parlamento fece all’unanimità strame dell’immunità parlamentare nella convinzione di sedare la furia populista. Convinzione evidentemente errata. L’abolizione dell’immunità parlamentare non servì né a far trionfare la legalità né a placare la bestia dell’antipolitica. Così come, del resto, il taglio della rappresentanza parlamentare non è servito a risparmiare un solo euro di denaro pubblico, mentre di sicuro ha peggiorato il rapporto tra eletto ed elettore, oltre che la funzionalità della Camera e soprattutto quella del Senato.</p>
<p>Fa, dunque, piacere che ieri mattina, a Montecitorio, la presentazione del disegno di legge della Fondazione Luigi Einaudi per ripristinare l’articolo 68 della Costituzione abbia scosso come un sasso lo stagno della politica. Ringraziamo chi ha aderito, speriamo di convincere chi non l’ha fatto, confidiamo si avvii nel Paese un serio dibattito pubblico sullo stato e il futuro della politica e delle istituzioni.</p>
<p>Per quanto ci riguarda, abbiamo onorato il nostro compito. Che non è quello di solleticare la pancia della Nazione, ma è quello di diffondere nel Paese quella cultura delle Istituzioni di cui da un po’ di tempo a questa parte gli inquilini del Palazzo hanno perso l’orgoglio. E dunque anche il coraggio.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2025/02/05/news/immunita_parlamentare_perche_reintrodurla_o_almeno_perche_riparlarne-18348090/"><strong><em>HuffingtonPost</em></strong></a></p>
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		<title>La differenza tra quantità e qualità nel lavoro parlamentare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-differenza-tra-quantita-e-qualita-nel-lavoro-parlamentare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jun 2024 12:47:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[istituzioni]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I numeri, a volte, mentono. Soprattutto quando ad essere affidato ai numeri è il giudizio sulla qualità politica del ceto parlamentare. Nell’epoca dei ragionieri, ad esempio, sembra aver acquisito un valore incontestabile la percentuale delle presenze in Aula di senatori e deputati. Il meritorio sito OpenPolis, utilissimo per conoscere l’attività parlamentare formalmente svolta da ciascun [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">I numeri, a volte, mentono. Soprattutto quando ad essere affidato ai numeri è il giudizio sulla qualità politica del ceto parlamentare. Nell’epoca dei ragionieri, ad esempio, sembra aver acquisito un valore incontestabile la percentuale delle presenze in Aula di senatori e deputati. Il meritorio sito OpenPolis, utilissimo per conoscere l’attività parlamentare formalmente svolta da ciascun eletto dal popolo, è incline ad attribuire un particolare valore a questo dato. E i peones, naturalmente, si adeguano.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Avendo avuto l’onore di ricoprire la funzione senatoriale nella scorsa legislatura, posso testimoniare che, allora come oggi, vi erano colleghi i quali, avendo deciso di scalare la classifica dei più presenti in Aula, quasi mai mancarono una seduta, per lo più trascorrendo il tempo a giocare ai giochi elettronici sull’iPad, o a conversare telefonicamente con i propri cari, o a cazzeggiare col vicino di scranno. Erano presenti, certo. Ma non avendo contezza alcuna di quel che veniva discusso è difficile sostenere che tali presenze in Aula avessero una qualche attinenza con l’articolo 54 della Costituzione, quello che prescrive disciplina e onore ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Eppure, i media sulla vicenda delle presenze, o per meglio dire delle assenze, in Aula inzuppano il pane da almeno trent’anni. Lunedì scorso è stato il turno della brava Milena Gabanelli. “Parlamentari assenti, ma sempre giustificati”, era il titolo del suo articolo sul Corriere della Sera. Dove per “giustificati” si intendevano anche i parlamentari assenti dall’Aula perché presenti in Commissione. Il che, francamente, è un po’ troppo, essendo le commissioni parlamentari il luogo dove, ben più dell’Aula, ormai interpretata come il palcoscenico naturale di un conflitto rituale ad uso dei Tg e dei social network, davvero si esercita la funzione politica. Cioè a dire, ci si confronta sul merito delle questioni alla ricerca di una mediazione. È per questo, per non incoraggiare sterili arroccamenti o inutili esibizionismi, che, a differenza dei lavori d’Aula, i lavori in commissione non prevedono la trascrizione stenografica di quel che viene detto, ma solo un resoconto sommario.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Nel gran mazzo degli assenteisti sono così stati iscritti anche i parlamentari “in missione”, cioè quelli impegnati nei lavori degli organismi internazionali di cui fanno parte, o quelli occasionalmente chiamati a svolgere la propria funzione fuori da Montecitorio o da Palazzo Madama. Assenze inevitabili, non avendo evidentemente alcuno di loro ricevuto il dono dell’ubicuità. Personalmente, mi capitato più volte di non partecipare ai lavori d’Aula perché impegnato in iniziative politiche nel mio collegio elettorale o in incontri fuori dal Palazzo o lontano da Roma. Ma non per questo ho mai pensato di aver disonorato il mandato conferitomi dagli elettori. Anzi. Ho ritenuto, invece, di onorarlo senz’altro quando mi è capitato di sollevare in Aula questioni importanti che venivano trascurate o di far approvare emendamenti o disegni di legge che consideravo rilevanti, o di migliorare i decreti del governo ricoprendo il ruolo di relatore di un ddl. È capitato, ma onestamente è capitato poche volte. Eppure le statistiche di OpenPolis non fanno distinzioni: conta quanti emendamenti firmi, anche se nessuno è stato approvato; quanti disegni di legge depositi, anche se sono rimasti tutti indiscussi; quante interrogazioni parlamentari presenti, anche se nessun ministro ti ha mai risposto.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Ebbene, pur comprendendo il valore istituzionale della presenza fisica del parlamentare in Parlamento e pur sapendo che gli assenteisti, quelli veri, purtroppo esistono, credo che quantità e qualità vadano raramente a braccetto e quasi mai coincidano nell’attività parlamentare. Quel che conta, o dovrebbe contare, è l’efficacia dell’azione politica. Cioè la concreta capacità del singolo parlamentare di incidere sul processo legislativo. È questa capacità che meriterebbe d’essere censita, ma per farlo occorrerebbe un lavoro che buona parte dei giornalisti non sa, non può o non vuole più fare. Per esempio seguire con metodo i lavori delle commissioni parlamentari.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">PS</div>
<div dir="auto">Paventando il retropensiero di qualche lettore, ho controllato su OpenPolis la percentuale delle mie presenze in Aula durante la scorsa legislatura. Sono state l’85,4%, cui va sommato il 10,5% di missioni relative all’incarico di membro dell’Assemblea parlamentare della Nato. Totale: 95,9%. Che vergogna!</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/06/20/news/lidea_assurda_che_siano_i_numeri_a_fare_di_un_parlamentare_un_buon_parlamentare-16243218/"><strong><em>Huffington Post</em></strong></a></div>
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			</item>
		<item>
		<title>Il taglio dei parlamentari ha compromesso il Parlamento, la demagogia mina la democrazia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/taglio-parlamentari-compromesso-parlamento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Aug 2023 15:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento]]></category>
		<category><![CDATA[taglio dei parlamentari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La demagogia è il peggior nemico della democrazia. Due esempi. Il taglio lineare e demagogico della rappresentanza parlamentare ha reso quasi ingovernabili la Camera e soprattutto il Senato. I parlamentari sono pochi, gli incarichi troppi. Gli eletti rimbalzano, dunque, da una commissione parlamentare all’altra e dalle commissioni all’aula senza avere né il tempo né il [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La demagogia è il peggior nemico della democrazia. Due esempi. Il taglio lineare e demagogico della rappresentanza parlamentare ha reso quasi ingovernabili la Camera e soprattutto il Senato. I parlamentari sono pochi, gli incarichi troppi. Gli eletti rimbalzano, dunque, da una commissione parlamentare all’altra e dalle commissioni all’aula senza avere né il tempo né il modo di studiare adeguatamente i dossier, di riflettere sui problemi, di calibrare i propri interventi legislativi. Gli errori si moltiplicano (ultimo, il via libera, poi rientrato, della maggioranza alla patrimoniale proposta da Nicola Fratonianni), la superficialità ne cosegue come regola generale. E ne consegue il malfunzionamento del Parlamento, cioè del cuore della democrazia rappresentativa. Un danno non tanto per i rappresentanti del popolo, quanto per il popolo che dai parlamentari è rappresentato. Un limite oggettivo alla qualità del nostro sistema democratico.</p>
<p>Il secondo esempio è di carattere generale. Da ormai trent’anni la politica viene raccontata dai media, e molto spesso anche dagli stessi politici, come una questione che attiene prevalentemente al privilegio e al malaffare. Una questione di Casta, appunto. Ne cosegue che, salvo pochi idealisti, le persone perbene e competenti girano alla larga dall’agone politico. Chi ha un mestiere se lo tiene stretto: perché compromettere la propria carriera per avventurarsi in politica squalificandosi socialmente e, essendo la politica la più pericolosa tra le “professioni”, mettendo a rischio la serenità propria e della propria famiglia?</p>
<p>Inutile, dunque, lamentarsi per la modesta qualità del ceto politico. Inutile stupirsi se i presidenti del Consiglio incaricati non trovano ministri all’altezza della funzione che dovrebbero ricoprire e se i partiti non riescono ad attirare dalla cosiddetta società civile personalità di spessore da candidare a sindaco di una grande città. È la logica conseguenza di trent’anni di ipocrisie, di demagogia e di populismo. Anche in questo caso, evidentemente, a subire il danno non è la Casta: è il popolo.</p>
<p>L’impressione è che si sia giunti ad un punto di non ritorno. Ne abbiamo avuto amara contezza in questi giorni. Nell’arco delle 24 ore successive all’intervento con cui Piero Fassino a Montecitorio ha difeso gli emolumenti dei parlamentari, su 600 tra senatori e deputati c’è n’è stato solo uno che ha osato schierarsi in maniera inequivocabile dalla sua parte. Si chiama Roberto Bagnasco, è una seconda fila di Forza Italia. Molti si sono accaniti sull’ex segretario dei Ds, e tra i tanti i più sferzanti sono stati Conte e Salvini in memoria delle antiche ed evidentemente mai sopite liason populiste. Tutti gli altri hanno preferito tacere.</p>
<p>“Demagoghi!”, ha detto Bagnasco. E ha detto bene. Non l’ha detto in difesa della Casta, l’ha detto in difesa della democrazia. Ma nessuno se n’è accorto.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2023/08/demagogia-democrazia-politica-cangini/"><strong><em>Formiche</em></strong></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Ohibò, il taglio dei parlamentari ha minato la qualità del lavoro degli eletti</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ohibo-il-taglio-dei-parlamentari-ha-minato-la-qualita-del-lavoro-degli-eletti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Salvatore Merlo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jun 2023 16:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento]]></category>
		<category><![CDATA[taglio parlamentari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Hanno vinto i cinque stelle. Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno, dicevano. Missione compiuta. E’ talmente aperto, che tutti scappano. L’antipolitica funziona infatti, ed è il Parlamento a non funzionare più. Da quando è stato ridotto il loro numero, considerato da essi stessi  un costo da mangiapane a tradimento, deputati e senatori disertano [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ohibo-il-taglio-dei-parlamentari-ha-minato-la-qualita-del-lavoro-degli-eletti/">Ohibò, il taglio dei parlamentari ha minato la qualità del lavoro degli eletti</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Hanno vinto i cinque stelle. Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno, dicevano. Missione compiuta. E’ talmente aperto, che tutti scappano. L’antipolitica funziona infatti, ed è il Parlamento a non funzionare più. Da quando è stato ridotto il loro numero, considerato da essi stessi  un costo da mangiapane a tradimento, deputati e senatori disertano con sistematicità il lavoro in commissione, cioè quella cosa che prima dava un senso alle loro giornate da anonimi pigiatasti d’Aula. Prima ne frequentavano una, studiavano, votavano, emendavano. Ma poiché ormai di commissioni costoro se ne devono accollare due o tre finisce che non solo non studiano più, ma devono pure scegliere dove andare. Quindi in genere si assentano (tranne quando si vota e scatta il gettone).</p>
<p>Negli uffici della Camera, invece, dal 2021, cioè da quando è entrato in vigore il taglio degli stipendi, altra mossa plebeista e paragrillina, i dipendenti neo assunti si dimettono a un ritmo mai visto in settant’anni di storia repubblicana. Pare che in molti non avessero capito che i loro stipendi, limati di un buon 20 per cento, non erano più quelli ottimi di chi alla Camera già ci lavorava. Tra i 76 assistenti parlamentari appena assunti a Montecitorio, per dire, in 10 non hanno preso servizio. Dieci su settantasei. Insomma la riduzione del numero dei parlamentari, che doveva portare risparmio, provoca assenteismo e superficialità. Mentre il taglio degli stipendi ai dipendenti (deciso nel 2017 e applicato dal 2021) sta determinando una fuga di giovani dalla macchina burocratica del Parlamento. Erano stati appena assunti 8 tecnici informatici? Se ne sono dimessi in 3.</p>
<p>Si sono dimessi anche 6 segretari parlamentari neo assunti, mentre gli altri hanno avanzato la prima richiesta sindacale: un “permesso studio” al fine di avere tempo di preparare un altro concorso, e salutare la Camera. E infatti due sono le scene paradigmatiche in Parlamento da qualche tempo. La prima è quella del senatore medio, mettiamo Claudio Borghi della Lega, uno a caso, che fa parte di ben tre commissioni. Eccolo mentre si affaccia sulla soglia della commissione Affari europei: “Oggi si vota?”. Gli dicono di no. Niente gettone. E lui: zac, fila via verso la commissione Bilancio o verso il Copasir. Scena numero due. Montecitorio, corridoio. Ecco un giovane commesso che sta curvo sul manuale di diritto pubblico. Sta preparando un concorso. Se ne vuole andare pure lui. Nemmeno Grillo saprebbe spiegarci meglio di così l’effetto della parola “vaffanculo”.</p>
<p><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2023/06/28/news/effetto-dei-tagli-e-dimissioni-record-i-parlamentari-non-lavorano-piu--5440566/"><strong><em>Il Foglio</em></strong></a></p>
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		<title>Verso Nordio</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/verso-nordio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Apr 2023 14:12:16 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[nordio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il debutto governativo di Carlo Nordio è stato encomiabile: ha esposto alle Commissioni parlamentari il suo programma, dimostrando di sapere esattamente dove mettere le mani e segnando un indirizzo capace di far sperare in una giustizia giusta e che funzioni. Tanto era stato preciso e chiaro che i consensi erano arrivati anche da sponde politiche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il debutto governativo di Carlo Nordio è stato encomiabile: ha esposto alle Commissioni parlamentari il suo programma, dimostrando di sapere esattamente dove mettere le mani e segnando un indirizzo capace di far sperare in una giustizia giusta e che funzioni. Tanto era stato preciso e chiaro che i consensi erano arrivati anche da sponde politiche distanti e da cultori del diritto che pure non hanno nulla a che spartire con la maggioranza che ora governa. I primi passi, poi, sono stati difficoltosi e contraddittori.</p>
<p>Abbiamo visto tutti che l’ansia di dimostrarsi determinati e severi ha spinto il governo a inseguire (inutilmente) delle (presunte) emergenze, andando in direzione opposta a quella indicata da Nordio: aumento dei reati e delle pene, laddove lui aveva promesso depenalizzazioni e processi in tempi ragionevoli, assai più dissuasivi di pene che neanche vengono irrogate. Il decreto legge sul rave party è giunto a problema risolto, mentre quello che aumenta le pene agli “scafisti” lo vedremo alle prese con la realtà, quando si constaterà che gli arrestati non sono certo boss, ma scagnozzi sacrificabili. In quella fase Nordio ha dovuto un po’ arrampicarsi sugli specchi, portando il proprio consenso a quel che evidentemente non condivideva. Ma ci sta, inutile fare i falsi ingenui. La preoccupazione era un’altra. E lo scrivemmo.</p>
<p>Nordio non dispone di una propria forza politica, può far pesare solo competenza e linearità. Chi lo ha chiamato a fare il ministro ne condivideva le idee. Questa è la sua forza. Ora, ed è la novità, ha messo a punto un crono programma in cui tutte le cose esposte dovranno essere realizzate. Dalla modifica dell’abuso d’ufficio a una diversa disciplina delle intercettazioni, passando per l’inappellabilità delle assoluzioni, per giungere alla separazione delle carriere (fra accusatori e giudici). Molto bene.</p>
<p>Il percorso non sarà semplice, non mancheranno gli inciampi. Sullo sfondo l’ipotesi che Nordio ha prospettato fin dall’inizio: o ci riesce o si dimette. Sulla predisposizione delle norme, interna alla compagine governativa, occorre che sia fermo e coerente. La navigazione parlamentare sarà cosa diversa e, in quella sede, staremo a vedere se la sinistra coglierà l’occasione per dimostrarsi forza consapevole e affidabile, oppure se sceglierà di fare la concorrenza alla peggiore destra. Cedendo al corporativismo e finendo con il somigliarle in giustizialismo. Che è l’opposto della giustizia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong> <a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/martedi-25-aprile-2023/">La Ragione</a></strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’importanza di un presidente della Repubblica terzo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/limportanza-presidente-terzo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2023 11:03:32 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[parlamento]]></category>
		<category><![CDATA[repubblica parlamentare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eletto nel 2018 in Senato, il mio primo atto nel ruolo di legislatore fu depositare un disegno di legge costituzionale per trasformare la nostra repubblica parlamentare in un sistema semipresidenziale su modello francese. Un presidente della Repubblica eletto direttamente, un governo che governi, una democrazia decidente erano i miei obiettivi; il sistema in vigore dal [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Eletto nel 2018 in Senato, il mio primo atto nel ruolo di legislatore fu depositare un disegno di legge costituzionale per trasformare la nostra repubblica parlamentare in un sistema semipresidenziale su modello francese. Un presidente della Repubblica eletto direttamente, un governo che governi, una democrazia decidente erano i miei obiettivi; il sistema in vigore dal 1993 nei Comuni con più di 15mila abitanti il mio idealtipo.</p>
<p>Oggi quel disegno di legge costituzionale non lo ripresenterei.</p>
<p>L’esperienza parlamentare mi ha infatti consentito di osservare da vicino alcune peculiarità del nostro sistema politico e quello che ho visto mi ha fatto riflettere. Fenomeni noti, ma una cosa è studiarli, cosa diversa è viverli dall’interno delle Istituzioni.</p>
<p>Il primo è largamente acquisito: abbiamo una classe politica mediamente inadeguata e tendenzialmente sottomessa a leader dotati di una modesta sensibilità istituzionale e caratterizzati da una spiccata tendenza alla demagogia e all’irresponsabilità. Leader strutturalmente precari, dunque naturalmente orientati a politiche di breve respiro dal forte impatto sui conti pubblici. Il Parlamento ha smesso ormai da anni di essere la camera di compensazione del potere esecutivo e di affinamento del processo legislativo: siamo sicuri che, senza contrappesi istituzionali, un presidente della Repubblica eletto direttamente eserciterebbe il proprio inappellabile potere nell’interesse duraturo dello Stato piuttosto che nel proprio interesse politico del momento?</p>
<p>Penso a chi erano gli uomini forti della politica all’inizio della scorsa legislatura, penso al ruolo di supplenza, di indirizzo e di temperamento svolto da Sergio Mattarella e mi chiedo: se non avessimo avuto un presidente della Repubblica autorevole perché terzo e se al suo posto ci fosse stato uno di quei leader politici legittimato dall’elezione diretta, cosa sarebbe stato dell’Italia? Cosa sarebbe stato dei nostri conti pubblici, della nostra coesione sociale e della nostra collocazione internazionale? Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare risposte rassicuranti.</p>
<p>Se a ciò aggiungiamo che la politica al tempo dei social incoraggia la conflittualità e la superficialità e che conflittualità e superficialità appartengono da sempre al nostro carattere nazionale, beh, credo sinceramente che rinunciare al ruolo riequilibratore dell’attuale presidenza della Repubblica per sostituirlo con la figura di un capo dello Stato eletto direttamente, e perciò dotato di pieni poteri, sarebbe un errore. Un errore potenzialmente fatale.</p>
<p>L’efficacia e l’efficienza del governo possono essere assicurate dall’elezione diretta del presidente del Consiglio così come da due o tre riforme costituzionali in linea con la storia parlamentare della nostra Repubblica. Ma Dio salvi il Quirinale, la cui terzietà ci impedisce di essere fino (in fondo) quello che in fondo siamo e non potremmo non essere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2023/02/05/news/sono_un_pentito_del_presidenzialismo-11263307/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
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		<title>Il caso Donzelli e il rimpianto del Parlamento di Luigi Einaudi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-caso-donzelli-e-il-rimpianto-del-parlamento-di-luigi-einaudi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Feb 2023 15:12:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Donzelli]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono gli epifenomeni: la grossolanità dell’accusa, la delegittimazione dell’avversario, la diffusione di informazioni riservate, la ricerca di un diversivo mediatico, la mancata comprensione del senso profondo di quel “sindacato ispettivo” che compete al parlamentare… Gli epifenomeni ci sono tutti, sono piuttosto clamorosi e giornalisticamente gustosi. Non sorprende, dunque, che su questi verta il dibattito [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono gli epifenomeni: la grossolanità dell’accusa, la delegittimazione dell’avversario, la diffusione di informazioni riservate, la ricerca di un diversivo mediatico, la mancata comprensione del senso profondo di quel “sindacato ispettivo” che compete al parlamentare… Gli epifenomeni ci sono tutti, sono piuttosto clamorosi e giornalisticamente gustosi. Non sorprende, dunque, che su questi verta il dibattito pubblico e politico. Dispiace, però, che del fenomeno ci si occupi poco o nulla. Il fenomeno cui va ascritta la vicenda Donzelli è presto detto e riguarda tutti. Potremo definirlo così: la perdita di senso del Parlamento. Cioè delle istituzioni, cioè della democrazia, cioè della politica. La politica intesa come arte della mediazione.</p>
<p>Facciamo un balzo all’indietro nella storia per capire di cosa stiamo parlando. Il 12 maggio 1948, dopo aver giurato come presidente della Repubblica, Einaudi prese la parola davanti al parlamento riunito in seduta comune. Un discorso asciutto, denso, pragmatico come nel temperamento dell’oratore. Tra le altre cose, Luigi Einaudi disse: “Nelle vostre discussioni, signori del parlamento, è la vita vera, la vita medesima delle istituzioni che noi ci siamo liberamente date; e se v’è una ragione di rimpianto nel separarmi, per vostra volontà, da voi è questa: di non poter partecipare più ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune; e di non poter più sentire la gioia, una delle più pure che cuore umano possa provare, la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui a confessare a se stessi di avere, in tutto o in parte, torto e ad accedere, facendola propria, all’opinione di uomini più saggi di noi”.</p>
<p>Il parlamento come luogo del dibattito. Il parlamento come il luogo in cui, appunto, ci si parla. E naturalmente ci si ascolta. Ci si parla per trasferire agli altri conoscenze, sensibilità e punti di vista nella speranza di convincere chi ascolta della bontà delle proprie posizioni.</p>
<p>Ebbene, quel parlamento non esiste più. O meglio: esiste, ma ha perso di senso. E non solo perché, da decenni e in forma crescente, i governi ne hanno usurpato le prerogative costituzionali abusando della decretazione d’urgenza e dalla questione di fiducia. Il parlamento ha perso di senso perché, nell’era dei social, delle affermazioni icastiche e del narcisismo esasperato, nessuno è più disposto ad ascoltare. I leader entrano in aula nel momento in cui devono intervenire, parlano solo per poter poi postare sui social i loro interventi, si rivolgono idealmente non ai parlamentari ma alle rispettive tifoserie, e non appena finiscono di parlare se ne vanno. Lo fanno i leader, e sempre più spesso lo fanno anche i gregari. Lo ha fatto anche il meloniano Giovanni Donzelli quando, nell’aula di Montecitorio, ha accusato alcuni parlamentari del Pd di collusione con mafiosi e terroristi. Ma a dare scandalo, nonché, possibilmente, a offrire motivo di riflessione, non dovrebbero essere solo le sue infelici parole.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2023/02/01/news/parlamento_social_club-11225525/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
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		<title>Il problema non è il ricambio dell’élite politica, ma la sua competenza.</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/problema-non-ricambio-dellelite-ma-competenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Nov 2022 18:00:16 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[competenza]]></category>
		<category><![CDATA[governo meloni]]></category>
		<category><![CDATA[Leader]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono sempre le stesse facce, dice un conduttore di talk show. In realtà da 30 anni le facce continuano a cambiare, perché i leader cercano pretoriani. Ma non cercano una classe dirigente. La retorica dell&#8217;antipolitica &#160; “Sono sempre le stesse facce”: è stato così che nei giorni scorsi un noto conduttore di talk show ha [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Sono sempre le stesse facce, dice un conduttore di talk show. In realtà da 30 anni le facce continuano a cambiare, perché i leader cercano pretoriani. Ma non cercano una classe dirigente. La retorica dell&#8217;antipolitica</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Sono sempre le stesse facce”: è stato così che nei giorni scorsi un noto conduttore di talk show ha liquidato la qualità del nuovo Parlamento, suscitando espliciti cenni di rassegnata condivisione tra gli ospiti in studio. Sentimento sgradevole, affermazione discutibile. Il 41% degli attuali parlamentari, infatti, è stato eletto per la prima volta lo scorso ottobre. Quattro su dieci, un’enormità per qualsiasi altra “professione”.</p>
<p>Nella passata legislatura i parlamentari alla prima esperienza furono persino più numerosi: quasi il 65% degli eletti, il 30% dei quali era al primo incarico politico. Per la Politica non fu, nei fatti, l’inizio di una nuova e illuminata era; tuttavia fu, statistiche alla mano, un record repubblicano. Ma a guardare i grafici si trattò solo del prevedibile picco di una tendenza ormai trentennale. È, infatti, dall’inizio della cosiddetta Seconda repubblica che in Parlamento aumenta la percentuale delle “facce nuove”, evidentemente a scapito delle “stesse facce” di sempre.</p>
<p>La spiegazione è nei fatti della Storia. Rasa al suolo per via giudiziaria la Prima repubblica, i pochi partiti che si salvarono e i molti che nacquero in seguito non si sono mai strutturati davvero e non hanno creato una vera classe dirigente. Alcuni sono scomparsi, più d’uno si è scisso, diversi hanno cambiato nome, molti continuano a nascere. Ma sono tutti, con la parziale eccezione del Pd, “partiti del leader”. Leader nuovi, certo, ma in realtà fragili e forse per questo veloci. Velocissimi. Veloci a imporsi, veloci a cadere. Leader che non desiderano guidare un esercito di legioni ma una guardia pretoriana. E la vogliono composta essenzialmente da fedelissimi utili (divisi tra “complici”, con voti e/o con relazioni) e inutili yes man (meglio se ricchi e/o popolari). Con una pletora tra eletti, dirigenti e militanti volutamente abbandonata nelle province dell’impero e solennemente consegnata a farsi presidio.</p>
<p>Leader precari, dunque, partiti destrutturati e verticistici, regole democratiche scarse, proscrizione del dissenso, visione politica miope, radici culturali esili, orizzonte temporale corto. Difficile pensare che in queste condizioni possa affermarsi e crescere un ceto politico solido, competente e destinato durare nel tempo.</p>
<p>Come avviene in tutte le professioni, in tutte le arti, in tutti gli sport e in tutte le religioni, chi vuole dotarsi di personale qualificato e affidabile assume, se serve, due o tre figure apicali da fuori, ma il resto del personale lo forma in casa. Lo forma incessantemente e più lo forma più si augura che resti in servizio. Nel mondo reale l’anzianità di servizio è un valore, il valore dell’esperienza. È considerata un titolo di merito, un motivo di fiducia, una garanzia di sicurezza. In Politica no. In Politica è considerata un’onta perché la Politica è ritenuta una cosa sporca, oltre che un privilegio. Ed è considerata così, la Politica, anche e soprattutto perché così da trent’anni la rappresentano i media, specie quelli televisivi.</p>
<p>Il problema, dunque, non sta nel ricambio dell’élite politica, mai stato così consistente, ma nella qualità e nella libertà d’azione di quel 50% di parlamentari per così dire “vecchi” e nelle capacità politica del 50% nuovo. Problema difficilmente risolvibile fintantoché i conduttori di talk show e la maggior parte dei loro ospiti non la smetteranno di incarnare i vizi che rimproverano ai politici (superficialità, conformismo, dipendenza dai sondaggi/share) alimentando al tempo stesso i peggiori sentimenti antipolitici e le più irrazionali aspettative messianiche. Di uomini nuovi ne abbiamo avuto fin troppi, sarebbe opportuno concorrere all’avvento degli uomini capaci. Ma perché ciò avvenga occorre restituire alla Politica la dignità che le è stata sottratta in trent’anni di retorica antipolitica.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2022/11/13/news/il_problema_non_e_il_ricambio_della_classe_politica_ma_la_sua_competenza-10626038/"><strong><em>Huffington Post</em></strong></a></p>
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		<title>Voto e vuoto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/voto-e-vuoto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 May 2022 08:40:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’attività del governo non ha rallentato e non si è affievolita. Tale sensazione è diffusa, ma è sbagliata e contiene un errore che ne compromette la correzione. Su tutto quello che è di esclusiva competenza governativa le cose potrebbero procedere meglio e più velocemente, ma vanno bene e con accettabile speditezza. La musica cambia quando [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/voto-e-vuoto/">Voto e vuoto</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’attività del governo non ha rallentato e non si è affievolita. Tale sensazione è diffusa, ma è sbagliata e contiene un errore che ne compromette la correzione. Su tutto quello che è di esclusiva competenza governativa le cose potrebbero procedere meglio e più velocemente, ma vanno bene e con accettabile speditezza. La musica cambia quando entra in scena il Parlamento. E più si andrà avanti più entrerà in scena.</p>
<p>Qui le riforme rallentano e si snaturano. Materie come il fisco e la concorrenza cominciano a somigliare al grosso pesce pescato dal Vecchio nel mare di Hemingway: prima di toccare la riva resta solo la lisca. In altre materie, come la giustizia, s’è scelto in partenza di puntare all’uovo oggi, rinunciando alla gallina domani. Non che l’uovo sia disprezzabile, ma anche quello finisce fritto e poi sparisce. Il Parlamento non è mai stato un luogo comodo per i governi, né deve esserlo, anzi, ma per il governo Draghi la cosa è ancora più complicata, essendo un governo “con” i partiti e non “dei” partiti.</p>
<p>Forse qualcuno sperava che proprio l’estraneità di Draghi (e di Franco) al gioco dei partiti gli consentisse di prenderli per un orecchio e portarli dove necessario. Ma una tale speranza si basa su un concetto distorto e velenoso del potere, lo stesso che genera patologie da “pieni poteri”, perché nelle democrazie e nei sistemi parlamentari il potere si esercita con il consenso: prima degli elettori e poi degli eletti. Se potere e consenso divorziano la democrazia soffoca. Se, invece, copulano di continuo la democrazia annega nella demagogia. Quindi no, attendersi il governo dell’uomo forte porta dove portò l’uomo della provvidenza: alla perdizione.</p>
<p>Epperò una cosa è il consenso necessario a cambiare le cose, altra il rinunciare a cambiarle per tenersi il consenso. Che è poi la ragione per cui, da settimane, avvertiamo che il tempo scorre, la legislatura ha meno di un anno davanti, sulle cose necessarie si deve accelerare. E sì, speriamo sempre che Draghi non si limiti a non mollare, ma qualche volta li molli. Più o meno, mi pare che anche il professor Carlo Cottarelli ragioni in questo modo. Ma ha fatto un passo in più: meglio andare a votare subito, ha scritto, piuttosto che tenersi lo strazio del nulla fino allo sfinimento. Mi piacerebbe concordare, se non fosse che attorno al voto vedo il vuoto.</p>
<p>Perché le cose rallentano, in Parlamento, fin quasi a fermarsi? Perché i partiti che approvano le cose in Consiglio dei ministri sono gli stessi che poi le smontano in Parlamento? Si risponde: perché sono già in campagna elettorale, meglio accorciarla. Ma sono sempre in campagna elettorale. È la sola cosa per cui si sentono la vocazione. E non può che essere così perché non sono partiti diversi con politiche diverse in cerca di consensi per realizzarle, ma politici senza idee politiche che cercano i consensi per continuare a fare politica. Tanto è vero che restano appiccicati alla falsa contrapposizione fra coalizioni, che appiccicate non ci restano manco con lo sputo. Sono divise in tutto, dalla politica estera alle questioni interne, ma restano falsamente unite per continuare il falso balletto. Certo che andremo a votare, questo vogliono le regole, ma a che ci servirà sapere quale falso prevarrà? In ogni caso non sarà risolutivo.</p>
<p>Accorciando la campagna elettorale non accorciamo lo strazio, perché si riprenderà la mattina dopo e i falsi vincitori si logoreranno in fretta. A quel punto qualcuno dirà: torniamo al voto. Altri proveranno a fare un governo che prescinda dai propagandisti a tre palle un soldo, senza più neanche Draghi.</p>
<p>Nuoce alla democrazia credere che il governo possa prescindere dal consenso, come nuoce supporre che le elezioni siano inutili. Ma nuoce anche credere che la democrazia consista solo nel votare e rivotare. Oggi è prezioso garantire la collocazione atlantista ed europeista, che all’inizio della legislatura, dopo il voto, erano sfregiate. Poi sarà il caso di porsi la questione da elettori: è vero che non posso votare quello che non c’è, ma è pure vero che quello che c’è lo abbiamo voluto noi. E desta una certa repugnanza. Ma è da noi che si dovrebbe cominciare, incenerendo vizi diffusi.</p>
<p>La Ragione</p>
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