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	<title>panebianco Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>panebianco Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Liberalismo, commercio e Geopolitica: è di Panebianco la settima lezione della Scuola di Liberalismo 2024</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Parrinello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Apr 2024 18:13:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
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		<category><![CDATA[panebianco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Democrazie e guerre, commercio, globalizzazione e geopolitica. Nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi si è svolta questa sera la settima lezione della Scuola di Liberalismo 2024, “Liberalismo, commercio e geopolitica” a cura del professor Angelo Panebianco. “Le sfide della sicurezza hanno un impatto sulla vita democratica, sempre”, ha detto. “Quando le democrazie sembrano funzionare bene [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Democrazie e guerre, commercio, globalizzazione e geopolitica. Nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi si è svolta questa sera la settima lezione della Scuola di Liberalismo 2024, “Liberalismo, commercio e geopolitica” a cura del professor Angelo Panebianco. “Le sfide della sicurezza hanno un impatto sulla vita democratica, sempre”, ha detto. “Quando le democrazie sembrano funzionare bene è perché non ci sono sfide alla loro sicurezza. In Europa ci sono fratture, come quella tra nord e sud, e questo ha un peso molto forte sui processi decisionali. Abbiamo visto il tentativo di arrivare a una soluzione concordata sull’Ucraina”.</p>
<p>La storia dell’Europa, ha spiegato “dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente è una storia di divisioni, al contrario di quanto avvenuto in Cina. Questo rappresenta un peso perché impedisce all’Europa di raggiungere i veri obiettivi: occorre ricostituire una leadership, che prima era il motore franco-tedesco e ora non c’è più, e occorre che gli europei capiscano che devono giocarsi la competizione per i voti a livello europeo, non nazionale. Per tutti, gli interessi nazionali sono prevalenti, perché le élite conquistano il potere internamente non in Europa. Per questo la situazione di empasse è destinata a durare”.</p>
<p>È possibile un nuovo ordine internazionale? “Secondo me sì”, ha detto il politologo, “ma bisogna essere cauti nell’augurasi questo perché i nuovi ordini sono spesso il prodotto di un conflitto”, vedi Bretton Woods. “Esiste infatti un rapporto tra guerra e ordine internazionale. Sono tempi molto difficili perché l’assetto internazionale non ha ancora trovato il suo equilibrio. Credo che resteremo nell’incertezza”.</p>
<p>L’8 e il 9 giugno prossimo si terranno le elezioni europee. “Fin quando queste continueranno a svolgersi nel modo in cui si sono svolte tuttora, saranno solo un costoso sondaggio per capire chi è più forte o più debole sul piano nazionale. Quello che conta oggi è la forza relativa degli attori, dei singoli partiti che si misurano internamente. Le elezioni non sono fatte oggi per parlare dell’Europa, anche se poi è vero hanno un effetto perché cambiano gli equilibri del parlamento”.</p>
<p>Il manifesto di Ventotene, ha concluso Panebianco, “aveva alcuni aspetti interessanti, ma non so quanto sia attuale. Sono quei documenti che acquistano un valore simbolico. In Italia ne ha molto, ma fuori da qui non ha un valore particolarmente rilevante. Gli Stati Uniti al momento restano una metà molto lontana, perché non sono nati gli europei. L’identità europea non è, e non è mai stata, più saliente delle identità nazionali. Come ho già detto la storia dell’Europa è una storia di divisioni. Un popolo europeo può nascere solo per mezzo di un atto politico, non nascerà in modo spontaneo”.</p>
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		<title>Le virtù del libero scambio e i rischi del neo-protezionismo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-virtu-del-libero-scambio-e-i-rischi-del-neo-protezionismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Sep 2016 09:24:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[panebianco]]></category>
		<category><![CDATA[scambi]]></category>
		<category><![CDATA[Ttip]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, scrive del trattato tra Stati Uniti ed Europa (Ttip) che probabilmente non verrà  ratificato.[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph"><em>Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, scrive del trattato tra Stati Uniti ed Europa (Ttip) che probabilmente non verrà  ratificato a causa delle troppe resistenze al di là e al di qua dell’Atlantico</em></p>
<p class="chapter-paragraph">Proprio mentre l’accordo sul clima ufficializza la volontà di Cina e Stati Uniti, nonostante le rivalità crescenti, di co-gestire alcuni problemi complicati (anche se gli effetti pratici dell’accordo restano incerti e dubbi), il mondo occidentale si indebolisce vistosamente. Si allarga la distanza fra il Nuovo e il Vecchio Continente. È ormai quasi certo che il trattato di libero scambio Stati Uniti/Europa (<strong>Ttip</strong>) non verrà mai ratificato: troppe resistenze al di là e al di qua dell’Atlantico.</p>
</div>
<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph">La lunga crisi economica ha favorito la diffusione di atteggiamenti protezionistici che uno stuolo di demagoghi di destra e di sinistra (come Trump e Sanders negli Stati Uniti, come Le Pen, Grillo, Farage ma anche Hollande o i socialdemocratici tedeschi in Europa) stanno cavalcando. Gli economisti mettono giustamente in guardia contro le pesanti conseguenze economiche negative che porterà con sé il <strong>neo-protezionismo</strong>. Ma vanno anche valutate le conseguenze politiche e geopolitiche.</p>
</div>
<div id="oas_Bottom1">Lasciamo fuori gli Stati Uniti dove nelle presidenziali di novembre gli americani sceglieranno fra la continuità e l’avventura. Consideriamo solo l’Europa. Qui sono avvenute profonde mutazioni culturali: esse stanno provocando la fine del processo di integrazione, la dissoluzione dell’Europa. Ciò che sta venendo meno, che sta franando, è il «centro», quella maggioranza ultrastabile che un tempo era favorevole sia all’integrazione europea che al mantenimento di stretti legami con gli Stati Uniti</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Con l’erosione del centro, la sinistra e la destra non hanno più freni inibitori, sono libere di seguire le loro più profonde inclinazioni. Elettorati disorientati e confusi in parte le precedono trascinandosele dietro e in parte le seguono. Nel breve termine, ciò può essere elettoralmente pagante per questo o quel partito. Nel medio termine sarà una catastrofe per (quasi) tutti: meno sviluppo economico, più povertà, più disoccupazione ma anche, sul piano politico, il successo di movimenti neo-autoritari, la diffusione di orientamenti illiberali.</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Il nodo è rappresentato da ciò che con una espressione imprecisa viene detto «globalizzazione». <strong>Destra illiberale</strong> (nelle sue varie sfumature) e <strong>sinistra detta socialista</strong> (nelle sue varie sfumature), in Europa, sono divise dal fatto di essere la prima contraria e la seconda favorevole alla cosiddetta globalizzazione «culturale» indotta dall’immigrazione (la prima difende radici e «integrità identitarie», la seconda ha come ideale il «meticciato»). Ma questa divisione non impedisce che tale destra e tale sinistra siano accomunate da un’identica ostilità verso la globalizzazione economica. Indebolire il sistema di libero scambio, erigere barriere protezioniste, sono misure che attraggono molti sia a destra che a sinistra.</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">La conseguenza di questa diffusione di orientamenti protezionistici è che vengono messi in discussione sia il mercato unico europeo (e dunque l’Unione) sia il legame con gli Stati Uniti, imputati (giustamente) di essere il più potente traino dei processi di globalizzazione. Molti improvvisati pifferai di Hamelin si trascinano dietro segmenti importanti dell’opinione pubblica europea. Inseguono un miraggio: il ripristino della sovranità economica nazionale, perduta a causa di ciò che essi chiamano globalizzazione (il sistema di libero scambio). Non sanno che se quel ripristino, anche solo in minima parte, si realizzasse, il futuro dell’Europa diventerebbe un incubo: povertà, autoritarismo, guerre.</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Non abbiamo ancora fatto i conti in Europa con le conseguenze di <strong>Brexit</strong>. L’uscita della Gran Bretagna, dell’unico Paese europeo con autentiche, e autoctone, tradizioni di liberalismo economico, sposta (forse ha già spostato) ancor di più l’asse dell’Europa in senso dirigista e protezionista. Non è sicuro che, senza la Brexit, le autorità europee avrebbero preso la durissima posizione che hanno preso nella controversia <strong>Unione/Apple/Irlanda</strong>. A proposito: forza Irlanda (in materia di tasse, è l’Europa che deve andare a lezione dall’Irlanda e non il contrario).</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Né abbiamo ancora fatto i conti con la connessione stretta che c’è fra alleanze economiche e sicurezza. L’Europa non si difenderà mai militarmente da sola (non ci sarà mai una vera «difesa europea»). Ciò significa che all’Europa è servito, serve, e servirà, un Lord protettore, che si occupi della sua sicurezza. Se la distanza fra Europa e Stati Uniti continua a crescere, se i legami economici si allentano, se i sondaggi continuano ad indicare che l’antiamericanismo europeo aumenta, se, infine, un Trump alla Casa Bianca sceglierà di indebolire la Nato nel quadro di una più generale svolta isolazionista, a quale nuovo Lord protettore ci rivolgeremo? È sufficiente guardare la carta geografica. L’unica possibile alternativa è la Russia. Nei cui confronti sono già molto forti le correnti di simpatia in Europa (alimentate dall’antiamericanismo e dall’attrazione che esercita sulle opinioni pubbliche Vladimir Putin, l’uomo forte). Ci sono europei che tifano per Trump nelle presidenziali americane perché sanno che se Trump vincesse la posizione di Putin in Europa si rafforzerebbe. Ci sono altri che la pensano allo stesso modo ma non lo dicono perché, dal loro punto di vista, non sarebbe politicamente corretto dirlo.</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Se davvero in Occidente vincerà il neo-protezionismo (il destino del Ttip sarà un test cruciale), non ci saranno solo conseguenze economiche negative, in termini di mancata crescita. Ci saranno anche conseguenze politiche (rafforzamento di movimenti illiberali, neo-nazionalismo, dissoluzione dell’Unione). E cambiamenti geopolitici. Un’Europa economicamente debilitata e divisa sarà più facile da condizionare da parte del vicino più potente, la Russia. Allora tutti comprenderanno quale differenza comporti il fatto che il Lord protettore sia una potenza liberale oppure autoritaria.</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Il primato britannico nell’Ottocento favorì la democratizzazione dell’Europa.L’egemonia americana dopo il 1945 fu la causa della stabilizzazione di democrazie liberali nella sua parte occidentale. Se ci sarà una staffetta, se una potenza autoritaria diventerà il Lord protettore, la musica cambierà di molto.</p>
<p class="chapter-paragraph"><strong>Angelo Panebianco</strong>, <em>Il Corriere della Sera</em> del 5 settembre 2016</p>
</div>
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		<title>Costretti a tifare per Hillary</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/costretti-a-tifare-per-hillary/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Aug 2016 15:20:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[clinton]]></category>
		<category><![CDATA[panebianco]]></category>
		<category><![CDATA[presidenziali usa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]In un editoriale del 2 agosto sul Corriere della sera, Angelo Panebianco spiega perché si è "costretti" a tifare Clinton[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/costretti-a-tifare-per-hillary/">Costretti a tifare per Hillary</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph">Chi l’avrebbe mai detto? Ad eccezione dei simpatizzanti dei movimentiautoritari o comunque illiberali detti impropriamente populisti ( per lo più amici della Russia di Vladimir Putin) , in Europa siamo costretti , senza particolari differenze fra destra e sinistra, a tifare per l’establishment, per la casta , per la «terribile» Wall Street affamatrice dei popoli, per il big business, insomma per <strong>Hillary Clinton</strong>. Tenuto conto dei fortissimi sentimenti antiestablishment che percorrono l’Occidente, America inclusa, Clinton è sfavorita. Deve rincorrere Donald Trump sperando di farcela per una manciata di voti. La prima donna candidata alla Presidenza, certo, ma anche il volto più rappresentativo dell’odiato establishment. Le sue , comprensibilissime, contorsioni ( fare le più ampie concessioni, nel programma, al radicalismo sociale di Sanders, scegliere un vice-presidente che parli sia agli ispanici che all’elettorato moderato) segnalano la sua debolezza. Platealmente messa a nudo, all’inizio della Convention democratica di pochi giorni fa , dai fischi che alcuni sostenitori (o ex sostenitori) di Sanders gli hanno riservato per il suo appoggio a Clinton. Niente di strano, in realtà. Gli elettori di Sanders sono altrettanto isolazionisti e protezionisti di quelli del candidato repubblicano . Molti di loro, forse- o così dicono i sondaggi- voteranno per Clinton (turandosi il naso)..</p>
</div>
<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph">Almeno se la «missione», quasi disperata, della Convention, la quale consisteva nel tentativo di umanizzare un po’ agli occhi degli americani l’antipatica Hillary (soprattutto grazie ai discorsi dei coniugi Obama e di Bill Clinton), avrà avuto successo.</p>
<div class="teads-inread sm-screen"> La partita che si sta giocando è stata perfettamente riassunta da<strong> Trump</strong>: «americanismo» contro «globalismo». Significa, niente meno, che ciò che è in gioco in queste elezioni è la (declinante ma ancora vitale) Pax Americana , di cui la cosiddetta globalizzazione è figlia, quell’egemonia mondiale che, dopo il 1945, si è incarnata in un insieme, complesso ed elaborato, di istituzioni internazionali, e che per settant’anni ha assicurato al mondo occidentale pace, prosperità, democrazia. All’Europa ma anche agli Stati Uniti: se è vero, come è vero, ciò che ricordava anni fa un grande scienziato politico, Samuel Huntington, ossia che il benessere e la stabilità democratica dell’America hanno uno stretto rapporto con quella egemonia.</div>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Se la Presidenza Obama ha rappresentato il tentativo di un compromesso fra il tradizionale ruolo egemonico degli Stati Uniti e le correnti isolazioniste, di nuovo in crescita in quel Paese nel mondo post-guerra fredda, Trump segnala che l’argine sta crollando: «americanismo» significa, almeno in linea di principio, una America che si chiude in se stessa, che manda al macero sia il sistema internazionale di libero scambio sia le alleanze militari da essa costruite dopo la <strong>Seconda guerra mondiale</strong>. Per effetto del protezionismo economico e dell’isolazionismo politico rivendicati da Trump e dai suoi sostenitori. «Americanismo» significa anche che se gli interessi americani venissero minacciati, Trump non rinuncerebbe a colpire i suoi nemici ma ciò avverrebbe in un quadro diverso da quello del passato: niente più Pax Americana (o «Impero americano», come l’hanno sempre chiamata i suoi nemici). Ci sarebbe ancora una grande potenza militare ed economica, non ci sarebbe più un ordine internazionale sostenuto e guidato da quella potenza. L’America di Trump punterebbe a un accordo con Putin. È facile capire che si tratterebbe di un accordo sulla pelle dell’Europa.</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Non è detto, naturalmente, che in caso di vittoria del candidato repubblicano queste cose si realizzino tutte e presto. Ma la direzione di marcia sarebbe quella. Ciò potrebbe non dispiacere a coloro che, qui in Europa, hanno sempre avversato gli Stati Uniti. Spaventerebbe invece quelli che pensano che la Pax Americana sia l’unico argine disponibile, per quanto fragile, a tutela della pace nonché un’assicurazione contro la possibilità che anche in Europa si diffondano di nuovo le tirannie.</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Se vincerà Clinton, il quadro cambierà sensibilmente. Anche lei dovrebbe fare concessioni allo «spirito del tempo»: le spinte protezioniste e isolazioniste così diffuse in questa fase in America. Ma Clinton è tuttavia figlia di un’altra tradizione (tipicamente democratica) che ha sempre difeso il ruolo dell’America come <strong>«nazione indispensabile»</strong>, che non abdicherebbe mai alla leadership. In questo senso Clinton è anche diversa da Obama. La sua politica estera, presumibilmente, sarebbe più assertiva, più presente e attiva nelle crisi internazionali di quella del Presidente uscente. Sarebbe anche, contro Trump, una politica di amicizia con l’Europa e ostile alla Russia (le accuse di Clinton a Putin per le mail democratiche rubate la dicono lunga, in caso di vittoria democratica, sui futuri rapporti russo-americani).</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">C’è chi pensa che la fine della egemonia americana sia inevitabile. Forse è vero. Forse non lo è. E forse lo è ma con tempi più lunghi o più corti a seconda delle scelte dei futuri Presidenti. C’è molta involontaria ironia nell’atteggiamento di quegli europei i quali, credendo che l’unica cosa che conta in politica sia la distinzione fra sinistra e destra, dopo avere criticato per tutta la vita la leadership mondiale degli Stati Uniti, oggi tifano apertamente per il mantenimento di quella leadership, ossia per Clinton contro Trump. Raccontando a se stessi di avere fatto una scelta di sinistra. <strong>Non è una scelta di sinistra</strong>. È solo la scelta giusta.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/costretti-a-tifare-per-hillary/">Costretti a tifare per Hillary</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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