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	<title>orban Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>orban Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Salvare l’Ucraina per salvare l’Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Fubini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Dec 2023 17:20:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Più che mai negli ultimi cinque anni, governare l’Unione europea è diventato l’arte di pensare l’impensabile. Se all’inizio del suo mandato qualcuno avesse detto a Ursula von der Leyen quali decisioni aspettavano la sua Commissione a Bruxelles, probabilmente neanche lei ci avrebbe creduto. Non avrebbe mai creduto che lei stessa avrebbe messo sul tavolo dei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Più che mai negli ultimi cinque anni, governare l’Unione europea è diventato l’arte di pensare l’impensabile. Se all’inizio del suo mandato qualcuno avesse detto a Ursula von der Leyen quali decisioni aspettavano la sua Commissione a Bruxelles, probabilmente neanche lei ci avrebbe creduto. Non avrebbe mai creduto che lei stessa avrebbe messo sul tavolo dei leader di 27 Paesi — quindi fatto approvare in tempi brevi — un eurobond da 800 miliardi di euro, di cui l’Italia ha una fetta di un quarto con il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Non avrebbe creduto che l’Unione europea, le sue istituzioni e i suoi governi, avrebbero fornito aiuti per oltre cento miliardi in un anno e mezzo all’Ucraina aggredita dalla Russia. Né avrebbe creduto che avrebbe aperto i negoziati per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione, come il Consiglio europeo ha deciso ieri.</p>
<p>Probabilmente Von der Leyen e Christine Lagarde, la presidente della Banca centrale europea, non immaginavano neanche che avrebbero rivisto un’inflazione a doppia cifra nei nostri Paesi, quindi l’aumento dei tassi d’interesse più rapido della storia recente, eppure nessuna crisi finanziaria.</p>
<p>Non è troppo dire che la sopravvivenza dell’Unione europea ora sarebbe in dubbio, se i suoi leader di questi anni non avessero saputo pensare l’impensabile. E poi non avessero saputo realizzarlo, di fronte a una successione di minacce. Ma proprio per questo il rischio più grande adesso è pensare di aver fatto il più. Perché malgrado le enormi innovazioni politiche e istituzionali recenti, malgrado l’aver smentito i profeti di sventura e gli euroscettici, il difficile inizia adesso. E non inizia necessariamente sotto i migliori auspici.<br />
I leader dell’Unione europea, a Bruxelles e nelle capitali, devono ancora iniziare a fare i conti con alcune delle contraddizioni del sistema. Quelle che riguardano l’Ucraina sono le più evidenti. Abbiamo annunciato al mondo che stiamo parlando con il governo di Kiev dell’ingresso nell’Unione in un futuro imprecisabile, ma nell’immediato non ne abbiamo tratto le conseguenze. In concreto, in marzo scorso ci eravamo impegnati a fornire all’Ucraina un milione di pezzi d’artiglieria entro un anno. Invece, a soli quattro mesi dalla scadenza, i Paesi europei hanno inviato meno della metà dei quantitativi promessi e gli ultimi ordini di munizioni collocati dai governi attraverso l’Agenzia europea della difesa — secondo Reuters — sono di appena 60 mila pezzi da 155 millimetri: abbastanza per resistere nelle trincee dell’Ucraina per una settimana, non di più. Non abbiamo accresciuto la nostra capacità di produzione di artiglieria, così importante in questa guerra. Ma senza un numero sufficiente di proiettili per respingere l’esercito russo, nessun negoziato di adesione di Kiev sarà mai credibile.<br />
È forse tempo che i leader europei spieghino alle opinioni pubbliche che occorre difendere l’Ucraina non solo in nome dei valori, ma soprattutto dei nostri interessi. Se quella guerra fosse persa — qualunque forma dovesse prendere una sconfitta, e ce ne sono diverse possibili — allora un’ombra si stenderebbe direttamente sul futuro dell’Unione europea. Vladimir Putin non ha mai fatto mistero di volerla disgregare in nome della sua idea zarista di impero. E se l’aggressività del Cremlino non viene respinta, la sicurezza europea sarà sempre un’illusione.</p>
<p>Per questo si fatica a comprendere perché i governi dell’Unione sembrino riluttanti a prepararsi alle sfide che pure sono ben visibili all’orizzonte. Durante l’attuale vertice a Bruxelles o tra qualche settimana, troveranno senz’altro il modo di sbloccare i 50 miliardi di euro già impegnati per il governo di Kiev. Già, ma dopo? Non è troppo tardi per prepararsi a uno scenario nel quale Donald Trump torna alla Casa Bianca, ritira il sostegno all’Ucraina o addirittura ritira gli Stati Uniti dalla Nato. Allo stesso modo, non è tardi per prepararsi a vedere l’antieuropeo Geert Wilders come premier di un Paese fondatore quale l’Olanda e poi ad assistere a un successo dei sovranisti alle europee di giugno prossimo. In base agli attuali sondaggi di Politico Europe, il gruppo di destra euroscettica «Identità e democrazia» (per intendersi, quello di Marine Le Pen, Alternative für Deutschland e Matteo Salvini) sarebbe terzo nell’emiciclo di Strasburgo dopo popolari e socialisti.</p>
<p>L’avverarsi di questi scenari non è sicuro, per fortuna. Ma è plausibile e l’Europa non può correre il rischio di lasciarsi sorprendere dagli eventi ancora una volta. Chi crede nell’Unione quale nostro spazio politico del presente e del futuro, deve abbandonare tutte le ambiguità e iniziare a prepararsi adesso. Serve un salto in avanti nella difesa e nella sicurezza. Serve una strategia molto più efficace per isolare e disinnescare le quinte colonne e i sabotatori interni dell’Europa, siano essi l’ungherese Viktor Orbán oggi o l’olandese Wilders domani. Serve che i governi dei principali Paesi smettano di sprecare energie per controllarsi a vicenda, per estrarre piccoli vantaggi gli uni dagli altri logorandosi su piccole regole interne, per minime ripicche e inutili rivalità. Il tempo di lavorare alle prossime svolte è ora. Domani potrebbe mancarci.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/23_dicembre_14/salto-avanti-ue-455e722a-9ac1-11ee-a760-1b940a8522c8.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>Gulasch</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/gulasch/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Sep 2022 08:05:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[campagna elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni politiche 2022]]></category>
		<category><![CDATA[orban]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Squisito. Anzi: squisita, perché è una zuppa. La sua origine non è geograficamente esclusiva, perché i mandriani la cucinavano spostandosi. Ma se si dice Gulasch si pensa all’Ungheria. La carne che si usava non era certo la migliore e le spezie abbondanti ne celavano l’odore. Meglio guardare dentro la pentola, quando anche da noi si [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Squisito. Anzi: squisita, perché è una zuppa. La sua origine non è geograficamente esclusiva, perché i mandriani la cucinavano spostandosi. Ma se si dice Gulasch si pensa all’Ungheria. La carne che si usava non era certo la migliore e le spezie abbondanti ne celavano l’odore. Meglio guardare dentro la pentola, quando anche da noi si parla di zuppe all’ungherese.</p>
<p>Perché la destra italiana, in quel caso accomunando Fratelli d’Italia e Lega, prese Orbán in gran simpatia? (Berlusconi anche, ma poi il Partito popolare europeo lo buttò fuori, e già questo dice molto). Orbán è un nazionalista, del resto figlio della ritrovata indipendenza, dopo la fine dell’impero sovietico, e vive a cavallo fra l’Ue e l’Est post sovietico, il che, paradossi della storia, lo rende simpatico a chi ammira in chiave neo nazionalista e spirituale il risorgere dell’impero russo.</p>
<p>Da Orbán, però, le nostre destre potrebbero prendere anche i buoni e non solo i cattivi esempi: lui il debito pubblico lo fece scendere, non si mise a regalare soldi e pensioni, portandolo fino al 66% del prodotto interno lordo. Poi la pandemia lo ha fatto risalire, ma è avvenuto ovunque. Vuole bloccare gli immigrati, epperò ne ha dentro assai più di noi. Va a finire che gli diventa antipatico.</p>
<p>Dopo l’ultima vittoria elettorale s’è identificato con il potere. Per non perderlo (a Budapest l’opposizione è significativa), ha deciso di usare i soldi pubblici per finanziare l’informazione amica, dedicando i tribunali all’altra. I tribunali li ha trasformati e assoggettati. Ragioni per cui l’Unione europea gli dice: o raddrizzi o te ne vai. Lui sa che gli ungheresi non lo vorrebbero, quindi promette di raddrizzare.</p>
<p>Meloni, però, disse che non si deve osteggiarlo, dato che è legittimo perché eletto. E questa è una curiosa obiezione: la democrazia non è votocrazia, è il voto, certo, ma anche lo Stato di diritto. Varrà la pena ricordare che Hitler e Mussolini furono eletti. Lenin e Mao manco quello.</p>
<p>Per anni la destra e la sinistra radicali intonarono la gnagnera dell’Europa tutta mercato e priva di anima politica. Era falso già allora, ma eccoli serviti: l’Ue boccia Orbán per ragioni politiche, non economiche. E ora gli stessi dicono: ma questa è un’operazione politica. Ragazzi, l’avete reclamata fino a sfinirci.</p>
<p>Certo. Perché non esiste libertà, democrazia e mercato dove non c’è lo Stato di diritto. E dicono anche che minacciare il ritiro dei fondi è un “ricatto”, il che tradisce l’idea di un’Europa che si reclama solidale e unita quando si tratta di avere, ma la si vuole ritratta e inerte quando si deve controllare. Troppo fessa per essere presa in considerazione, un’idea simile.</p>
<p>E si arriva alle ultime due cose. Salvini dice che dopo la guerra ha cambiato idea su Putin. Interessante, ma siamo a settembre ed è cominciata a Febbraio. E quella è l’ultima, perché la Crimea se la prese nel 2014. Quella contro la Georgia è del 2008. Tutto prima dell’amore e delle oscene magliettine. Dice Meloni che spera la sua vittoria spiani la strada a Vox, in Spagna. La fratellanza è una bella cosa, ma le amicizie e colleganze dell’uno e dell’altra, che litigano su tutto, a sommarle in tutta Ue ci restano teste e lische. Che manco il Gulasch ci fai.</p>
<p>Dice Marcello Pera, già presidente del Senato, eletto con Berlusconi, e ora candidato con FdI, passata l’infatuazione per Renzi, che ci vuole il presidenzialismo perché: &lt;&lt;vuol dire trasparenza: chi vince  governa (&#8230;) e lo fa per il tempo fissato; e vuol dire bipolarismo&gt;&gt;. Dove? Mai sentito parlare delle elezioni di medio termine in Usa o della coabitation in Francia, dove morirono i partiti?</p>
<p>Gli elettori italiani sono liberi. Ogni tentativo di condizionamento o induzione è un boomerang. Ma i problemi sono tre: la confusione fra elezione e libertà di agire a piacimento; quella fra governare e comandare; le alleanze europee imbarazzanti. Serve a nulla straparlare del ventennio del secolo scorso, si vorrebbe sapere qualche cosa di più sul biennio a venire.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/mercoledi-21-settembre-2022/"><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
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		<title>“Dobbiamo salvare la democrazia” intervista al politologo Francis Fukuyama su La Repubblica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jun 2022 07:56:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lo studioso di Stanford che teorizzò negli anni &#8217;90 la &#8220;fine della Storia&#8221; torna con il saggio Il liberalismo e i suoi oppositori. E qui spiega perché è l’unico sistema per fermare autocrati come Putin e Orbán &#8220;Il liberalismo è l&#8217;unica dottrina politica che ha successo sulla lunga durata: nato dopo le guerre di religione, rilanciato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/salvare-democrazia-intervista-fukuyama-repubblica/">“Dobbiamo salvare la democrazia” intervista al politologo Francis Fukuyama su La Repubblica</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Lo studioso di Stanford che teorizzò negli anni &#8217;90 la &#8220;fine della Storia&#8221; torna con il saggio <em>Il liberalismo e i suoi oppositori</em>. E qui spiega perché è l’unico sistema per fermare autocrati come Putin e Orbán</h3>
<p>&#8220;Il liberalismo è l&#8217;unica dottrina politica che ha successo sulla lunga durata: nato dopo le guerre di religione, rilanciato alla fine delle Guerre mondiali, si basa sull&#8217;idea che c&#8217;è diversità all&#8217;interno della società e bisogna trovare il modo di dialogare e convivere. Oggi è però in pericolo. Nei decenni di pace che ci ha garantito, da destra e da sinistra c&#8217;è chi si è impadronito cinicamente dei suoi valori, estremizzandoli&#8221;.</p>
<p>Francis Fukuyama, 69 anni, è il politologo di Stanford autore del celebre La Fine della Storia e l&#8217;ultimo uomo: il saggio scritto nel 1992, dopo lo sgretolamento dell&#8217;Unione Sovietica, dove sosteneva che il liberalismo democratico &#8211; che nell’accezione americana è l’innesto tra dottrina classica e democrazia &#8211; non aveva più rivali: &#8220;Capolinea dell&#8217;evoluzione ideologica dell&#8217;umanità&#8221;. Trent&#8217;anni dopo ammette: &#8220;Le cose sono più complicate&#8221;. Col suo nuovo Il liberalismo e i suoi oppositori, edito da Utet, prova a dimostrare che quella dottrina è ancora il fondamento della democrazia: e va difeso a livello politico e culturale.</p>
<h3>Lei sostiene che il liberalismo classico è stato particolarmente deformato negli ultimi decenni.</h3>
<p>&#8220;Da destra i sostenitori dell&#8217;economia neoliberista hanno trasformato il libero mercato in dogma, distorcendo l&#8217;economia fino a renderla instabile mentre l&#8217;individualismo è diventato opposizione a tutte le regole che limitano il sé, anche quando imposte per il bene collettivo. Da sinistra, convinti che il liberalismo è un sistema elitario che opprime determinati gruppi in base a etnia, genere, orientamento sessuale si è arrivati a rivendicazioni identitarie che stanno trasformando il bisogno di rispetto insito nel politicamente corretto in intolleranza&#8221;.</p>
<h3>Come affrancarsi dalle estremizzazioni, senza minare i diritti di individui o gruppi che patiscono effettivamente ingiustizie?</h3>
<p>&#8220;Per garantire equità e democrazia serve vigilanza, dibattito, un approccio che ne rivitalizzi costantemente i valori moderandone le depravazioni. Solo la buona politica sconfigge gli estremismi. La società è troppo eterogenea per pretendere che funzioni sostenendo solo gli interessi di alcuni: individui o gruppi che siano. Per sopravvivere deve essere aperta e accogliere la diversità che esiste al suo interno&#8221;.</p>
<h3>Lo ha detto lei stesso: &#8220;Il liberalismo oggi è in pericolo&#8221;.</h3>
<p>&#8220;I suoi principi base, ovvero tolleranza delle differenze, rispetto dei diritti individuali, stato di diritto, sono oggi effettivamente minacciati. Lo conferma un rapporto di Freedom House, secondo cui fra la fine degli anni &#8217;70 e il 2008 il numero di democrazie nel mondo è passato da 35 a oltre 100 mentre oggi quel numero è in declino: se non nominalmente, certo per qualità del sistema. D&#8217;altronde, basta pensare agli scossoni subiti di recente dalle due democrazie più grandi del mondo, Stati Uniti e India. E all&#8217;arroganza di autocrazie come Cina e Russia&#8221;.</p>
<h3>Già nel 2019, parlandone al &#8220;Financial Times&#8221;, il presidente russo Vladimir Putin attaccò duramente il liberalismo definendolo &#8220;sorpassato&#8221;.</h3>
<p>&#8220;Putin è da tempo motore di una campagna anti-liberale globale, condotta con l&#8217;aiuto di leader populisti come Viktor Orbán in Ungheria e Donald Trump in America. Figure che, dopo essere state elette democraticamente, hanno minato proprio il sistema che li ha portati al potere. Di sicuro con l&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina, Putin ha fatto chiarezza morale: mostrando qual è l&#8217;alternativa al liberalismo e quanto questa sia brutale. Terribile che sia accaduto ma utile lezione per tanti&#8221;.</p>
<h3>Lei scrive: &#8220;La democrazia non sopravvive se i cittadini non credono di far parte di uno stesso sistema politico&#8221;. La crisi ucraina ci restituirà il senso di istituzioni come l&#8217;Unione Europea, fino a poco tempo fa duramente criticata dai sovranisti?</h3>
<p>&#8220;Il lungo periodo di pace e prosperità seguito alla caduta dell&#8217;Urss ha spinto tanti a dare il liberalismo democratico per scontato. Putin ha invaso il suo vicino proprio perché convinto che l&#8217;Occidente fosse troppo diviso e non credesse più in niente. È stato smentito. Le istituzioni europee sono generalmente sane. Certo più di quelle americane&#8221;.</p>
<h3>È molto duro nei confronti degli Stati Uniti&#8230;</h3>
<p>&#8220;La democrazia americana è sotto stress. I liberali secondo la mia definizione, politici come Joe Biden per intenderci, credono nella legge e in un sistema giudiziario indipendente, non partigiano. Proprio ciò che Donald Trump ha attaccato fin dalla sua elezione, arrivando, ad esempio, al totale sbilanciamento della Corte Suprema. Ci salva, per ora, il check and balance, il meccanismo che mantiene l&#8217;equilibrio dei poteri. Ma ha funzionato perché all&#8217;interno del sistema c&#8217;erano dei liberal democratici veri. Purtroppo, coloro che vorrebbero comportarsi come Putin a dispetto della legge, aumentano&#8221;.</p>
<h3>Trump lo ha ripetuto più volte: con lui alla Casa Bianca, non ci sarebbe guerra in Ucraina&#8230;</h3>
<p>&#8220;Quando Putin dichiarò l&#8217;indipendenza delle due repubbliche in Donbass, Trump lo definì &#8220;genio&#8221; e disse: &#8220;Vorrei poter fare lo stesso al confine col Messico&#8221;. L&#8217;illiberalismo è quel che vorrebbe per l&#8217;America. Per questo temo la possibilità di una sua rielezione nel 2024&#8243;.</p>
<h3>Se la Storia non è finita, dove siamo?</h3>
<p>&#8220;La &#8220;Storia universale&#8221; tende verso il progresso. Ma quella delle nazioni non è lineare né va in una sola direzione. In tal senso, siamo in un momento di regresso. Se guardiamo al lungo termine scopriamo però che è già accaduto e che i sistemi illiberali sono destinati a fallire&#8221;.</p>
<h3>Lei non è l&#8217;unico pensatore a riflettere oggi sul liberalismo classico. Yascha Mounk ne ha appena scritto, Michael Walzer lo sta facendo. Tanta necessità di riscoprirlo, non è forse l&#8217;ammissione della sua crisi?</h3>
<p>&#8220;Morirà solo se la gente smetterà di crederci. E questo accadrà se non ne sostanziamo l&#8217;importanza. Ecco cosa mi ha spinto a scrivere questo libro: e forse vale anche per altri. Finora abbiamo vissuto in una società democratica senza interrogarci sulle sua fondamenta e sulle alternative. Bisogna ricordare alla gente che il liberalismo ha ottimi motivi e vale la pena difenderlo. Non sta in piedi da solo, serve l&#8217;impegno di tutti&#8221;.</p>
<p><strong>Il libro</strong>. <em>Il liberalismo e i suoi oppositori</em> di Francis Fukuyama è edito da Utet (pagg. 186, euro 19)</p>
<p><a href="https://www.repubblica.it/cultura/2022/06/07/news/intervista_francis_fukuyama_liberalismo-352867762/"><strong>Intervista di Anna Lombardi su <em>La Repubblica</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/salvare-democrazia-intervista-fukuyama-repubblica/">“Dobbiamo salvare la democrazia” intervista al politologo Francis Fukuyama su La Repubblica</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Mattia Feltri: La triplice alleanza</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/mattia-feltri-la-triplice-alleanza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2020 07:22:33 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="su-button-center"><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/07/feltri-lastampa.tripice.alleanza.pdf" class="su-button su-button-style-flat su-button-wide" style="color:#ffffff;background-color:#003c71;border-color:#00305b;border-radius:5px" target="_self"><span style="color:#ffffff;padding:9px 30px;font-size:22px;line-height:33px;border-color:#4d779c;border-radius:5px;text-shadow:0px 0px 0px #ffffff"><i class="sui sui-newspaper-o" style="font-size:22px;color:#ffffff"></i> VISUALIZZA ARTICOLO</span></a></div>
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<p>#BuonaPagina &#8211; Votazione chiusa.<a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/07/feltri-lastampa.tripice.alleanza.pdf">feltri-lastampa.tripice.alleanza</a></p>
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		<title>L’Unione Europea e il rischio di essere un amaro rimpianto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lunione-europea-e-il-rischio-di-essere-un-amaro-rimpianto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pruiti Ciarello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2020 16:34:57 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Osservatorio Buonsenso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Europa in generale, con l’Italia in prima linea, da alcuni anni a questa parte, è attraversata da un crescente moto di euroscettiscismo, quando non di vera e propria tendenza disgregativa. Fino a quando -nel giugno del 2016- il 52% degli abitanti del Regno Unito votarono per uscire dall’Unione Europea, l’Europa Unita sembrava una conquista definitivamente [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lunione-europea-e-il-rischio-di-essere-un-amaro-rimpianto/">L’Unione Europea e il rischio di essere un amaro rimpianto</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’<strong>Europa</strong> in generale, con l’<strong>Italia</strong> in prima linea, da alcuni anni a questa parte, è attraversata da un crescente moto di euroscettiscismo, quando non di vera e propria tendenza disgregativa.</p>
<p>Fino a quando -nel giugno del 2016- il 52% degli abitanti del <strong>Regno Unito</strong> votarono per uscire dall’Unione Europea, l’Europa Unita sembrava una conquista definitivamente acquisita. Fu quel democratico campanello d’allarme che incrinò il sogno europeista e diede ulteriore forza ai movimenti euroscettici.</p>
<p>Dal 2016, infatti, soprattutto in Italia, i movimenti euroscettici crebbero vistosamente e conquistarono la maggioranza assoluta dei consensi espressi per il rinnovo della Camera dei Deputati nelle ultime elezioni politiche del 2018. Lega e M5S, infatti, insieme raggiunsero il 50,03% dei voti validi per la Camera dei Deputati, un po’ meno al Senato.</p>
<p>Questa tendenza, comunque, dal 2016 ha attraversato tutta l’Europa, in Francia è cresciuto il Fronte di <strong>Marie Le Pen</strong>, in Ungheria <strong>Viktor Orbàn</strong> è divenuto primo ministro e da poche ore ha assunto pieni poteri, grazie ad un voto allucinante del parlamento, ma nessun paese membro può dichiararsi immune da questa tendenza. Certo, in alcuni stati, l’euroscetticismo si ferma sotto al 20% (Bulgaria, Estonia, Irlanda, Lituania, Polonia, Romania) ma negli altri, ovvero in quelli più popolosi e soprattutto in quelli con il PIL più alto, i numeri sono divenuti davvero preoccupanti. In questo contesto, la terribile epidemia di Covid-19 rischia di agire come un acceleratore di queste tendenze disgregative.</p>
<p>I provvedimenti legislativi e amministrativi (sic!) che hanno sostanzialmente messo in quarantena l’Italia, così come è accaduto anche a Francia e Spagna, potranno riguardare, a brevissimo, molti altri paesi europei. Le conseguenze economiche e sociali di questi provvedimenti sono drammaticamente sotto gli occhi di tutti, migliaia di imprese, piccole, medie e grandi, sono letteralmente in ginocchio e le misure, annunciate come salvifiche dal presidente del consiglio dei ministri Conte, rischiano di rivelarsi dei pannicelli caldi, buoni a lenire qualche fastidio ma certamente non utili a curare il malato.</p>
<p>Se le misure restrittive dovessero perdurare ancora per parecchio tempo, come sembra, potrebbero non bastare interventi straordinari per sostenere l’economia. L’ex presidente della BCE, Mario Draghi, dalle colonne del Financial Times ha affermato che, in tempi straordinari come quelli che stiamo vivendo, serve cambiare marcia a livello europeo. Servono maggiore e reciproco sostegno tra gli stati europei, un radicale cambio di mentalità dei popoli e dei governanti, le banche e i governi dovranno fare la loro parte e tutto questo deve avvenire adesso, non possiamo perdere ulteriore tempo.</p>
<p>In questi giorni, si susseguono le notizie di assalti ai supermercati. Fatti drammatici e criminali, certo, che tuttavia potevano e dovevano essere previsti dal Ministro dell’Interno e dal Governo. Non ci voleva la sfera di cristallo per capire che in molte città italiane, soprattutto nel Mezzogiorno, dopo oltre venti giorni di forzata reclusione domestica, senza possibilità di lavorare e senza alcun introito finanziario, migliaia di famiglie non avrebbero più avuto di che sfamarsi e, alcune di queste, avrebbero rischiato la galera piuttosto che morire di fame.<br />
In questo contesto, il presidente del consiglio dei ministri Conte, come in un grande fratello televisivo, quasi quotidianamente entra nelle case degli italiani con “monologhi alla nazione”, nei quali rassicura per la tenuta dello Stato, annuncia l’erogazione di (pochi) miliardi di euro, ma si rivela incapace di placare il malessere generale.</p>
<p>In pratica, si sta facendo l’esatto contrario di quanto suggerito da Mario Draghi e lo si sta facendo anche lentamente, a più riprese, con un costante flusso di DPCM, nei quali si procede con continui aggiustamenti che, ovviamente, giungono sempre intempestivi ed insufficienti. L’immagine che se ne ricava, purtroppo, è tutt’altro che rassicurante.</p>
<p>L’attuale presidente della BCE Christine Lagarde, sulle orme del suo predecessore, pur dichiarandosi contraria agli Eurobond ha rafforzato il programma di acquisti di titoli pubblici e privati sul mercato e ha adottato misure per offrire liquidità a condizioni estremamente vantaggiose per le banche per spingere a fare credito a imprese e famiglie. Ma le banche, soprattutto quelle italiane, sono ingessate da meccanismi burocratici introdotti per evitare l’aumento di crediti inesigibili e, senza una garanzia statale, non potranno erogare un solo euro dei miliardi di liquidità messi a disposizione dalla BCE.</p>
<p>In questo contesto socio-politico, il presidente Conte, spalleggiato da Emmanuel Macron e Pedro Sánchez ha chiesto, nel corso del Consiglio straordinario tra i capi di Stato e di governo europei del 26 marzo, misure straordinarie per fare fronte alla drammatica situazione, in pratica ha chiesto l’emissione degli Eurobond o Coronabond, titoli obbligazionari europei, quindi garantiti dall’Unione Europea e non dai singoli stati, attraverso i quali sarebbe possibile finanziare adeguatamente la grave crisi economica in atto.</p>
<p>Dall’altra parte della barricata, i paesi del Nord, spinti da Olanda e Austria, con il pieno sostegno della Germania, sono contrari a qualsiasi ipotesi di Eurobond e disponibili solo all’impiego del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), il quale prevede la possibilità di intervenire economicamente a sostegno degli stati, ma con rigidi schemi di controllo a posteriori sulle politiche fiscali e sulla spesa pubblica.</p>
<p>Ad onor del vero, c’è da sottolineare che non è possibile concepire l’emissione di titoli obbligazionari europei, senza una comune amministrazione delle politiche fiscali.</p>
<p>Intanto, per essere rapidi nell’intervento, Il Consiglio straordinario dei Capi di Stato e di Governo si è riaggiornato al 7 aprile, senza prendere alcuna decisione e rimandando ogni misura, come se l’economia interna degli stati colpiti dall’emergenza potesse attendere altre due settimane, senza rischiare una definitiva compromissione degli asset strategici.</p>
<p>Così procedendo, i disordini sociali aumenteranno, la larghissima maggioranza delle aziende chiuderà o non riaprirà affatto dopo l’emergenza sanitaria. Bene ha fatto la Fondazione Einaudi a sviluppare una sintetica ricetta in otto punti, per fare ripartire il paese dopo l’emergenza coronavirus (leggi qui) ma il rischio è che senza uno scatto ontologico, a livello europeo, nessun paese potrà farcela da solo.</p>
<p>L’Unione Europea si trova oggi alla resa dei conti, da una parte vi è un’idea di maggiore apertura, cooperazione e integrazione degli stati, con una necessaria responsabilizzazione dei governi nazionali ma anche e soprattutto dei popoli, dall’altra parte una fredda visione tecnocratica di alcuni paesi del centro-nord Europa. Di certo, di queste due strade, solo una porta l’Unione Europea nel futuro, altrimenti nel XXI secolo si ritornerà a parlare soltanto di continente europeo e di stati nazionali.</p>
<p>L’Europa tornerebbe ad essere il campo di battaglia, sul quale si misurerebbero gli Stati Uniti d’America e la Russia, con la Cina, nuova superpotenza mondiale, a fare da terzo incomodo. Non so chi potrebbe prevalere, so di certo chi soccomberebbe! A questo punto, bisogna trovare il coraggio di gettare il cuore oltre l’ostacolo e trasformare il veleno in farmaco, percorrendo la strada di una più intensa azione europeista.</p>
<p>Sarà necessario consentire l’elezione del Parlamento Europeo, sulla base di liste europee, nelle quali si possa scegliere il rappresentante, non in base alla nazionalità ma per i valori espressi. Muoviamoci verso un governo unico europeo, che armonizzi i sistemi fiscali, che si occupi di sicurezza e welfare comuni. Una nuova Unione Europea, fatta di popoli fratelli e solidali, nella quale le rispettive diversità potranno costituire gli ingredienti per un maggiore sviluppo, piuttosto che di una timorosa diffidenza.</p>
<p>Solo così l’Unione Europea potrà vincere quella sfida lanciata dall’emergenza Covid-19 e acquisire quella soggettività politica, sul piano internazionale, che la renderà finalmente matura, capace di confrontarsi e competere con le altre potenze mondiali.</p>
<p>Pubblicato da <a href="https://www.ilriformista.it/lunione-europea-e-il-rischio-di-essere-un-amaro-rimpianto-72589/">Il Riformista</a></p>
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