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	<title>occupazione Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>occupazione Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Occupazione, non c’è niente da festeggiare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Apr 2025 13:29:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[occupazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I nuovi dati divulgati da Eurostat certificano il record del tasso di occupazione in UE dal 2009, anno di inizio della serie storica. Un segnale apparentemente positivo per l’economia del continente ma causato, in realtà, da dinamiche tutt’altro che incoraggianti. A ben guardare, infatti, per molti membri dell’Unione vi è ben poco da festeggiare. Tra [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/occupazione-non-ce-niente-da-festeggiare/">Occupazione, non c’è niente da festeggiare</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/w/ddn-20250415-1">nuovi dati divulgati da Eurostat</a> certificano il record del tasso di occupazione in UE dal 2009, anno di inizio della serie storica. Un segnale apparentemente positivo per l’economia del continente ma causato, in realtà, da dinamiche tutt’altro che incoraggianti. A ben guardare, infatti, per molti membri dell’Unione vi è ben poco da festeggiare. Tra questi, l’Italia è certamente capofila, per via di problemi strutturali che divengono sempre più profondi. Le rilevazioni, infatti, confermano il triste e ormai cronico primato negativo del nostro Paese, saldamente fanalino di coda continentale. Pur riportando una crescita su base annua dello 0,8%, l’occupazione italiana, che nel 2024 si è attestata al 67,1%, mantiene un divario sostanziale con la media europea, salita abbondantemente sopra il 75%. A farle compagnia, tra gli ultimi della classe, solo Grecia e Romania. Il nostro Paese rimane maglia nera anche in tema di lavoro femminile, risultando occupate meno del 60% delle donne tra i 20 e i 64 anni.</p>
<p>Non stupisce dunque che Bankitalia dipinga un quadro cupo per il futuro del Paese, temendo un <a href="https://www.milanofinanza.it/news/bankitalia-il-pil-crollera-del-9-entro-il-2050-senza-una-maggiore-partecipazione-al-mondo-del-lavoro-202504151707405673?refresh_cens">crollo del 9% del Pil italiano</a> da qui al 2050, esattamente a causa della scarsa partecipazione al mercato del lavoro di donne e giovani, altra categoria in cui l’Italia incarna l’anello debole d’Europa. A gennaio 2025, infatti, risultava <a href="https://www.eunews.it/2025/03/04/disoccupazione-ue-stabile-italia-piu-alta/">disoccupato il 18,7% dei nostri ragazzi</a> tra i 15 e i 24 anni, contro una media UE del 14,6%. Per fornire una misura decisamente più concreta del fenomeno, nel 2024 i nostri under 35 hanno <a href="https://www.linkiesta.it/2025/01/lavoro-giovani-italiani/">perso quasi 160mila occupati</a>. In un Paese in cui vivono quasi 200 anziani ogni 100 ragazzi, è un dato che suggella il dramma del nostro inverno demografico. Di contro, infatti, gli occupati over 50 sono cresciuti di 378mila unità: di nuovo, un segnale apparentemente positivo, dietro cui si celano tuttavia l’invecchiamento della popolazione e la più lunga permanenza dei lavoratori sul mercato, dovuta all’aumento dell’età pensionabile.</p>
<p>La sostenibilità di lungo periodo del sistema pensionistico, già sotto la pressione di un allarmante rapporto di 1,4 lavoratori per pensionato, è ulteriormente provata dal crollo verticale della natalità. Nel 2024, infatti, l’Italia ha registrato un <a href="https://www.milanofinanza.it/news/crollo-delle-nascite-nuovo-minimo-storico-per-l-italia-nel-2024-quasi-10-mila-culle-in-meno-202503311137297384?refresh_cens">nuovo minimo storico di nascite</a>, con quasi 10.000 bebè in meno su base annua e un rapporto di 1,18 bambini per donna: in questo caso, solo Spagna e Malta fanno peggio di noi. A corollario, le <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/calo-demografico-italia-2024">rilevazioni divulgate lo scorso mese dall’ISTAT</a> certificano anche la riduzione della popolazione residente in Italia per il decimo anno consecutivo, con un calo di 37mila unità nel solo 2024.</p>
<p>La mancanza di lavoratori, soprattutto giovani, ha ripercussioni notevoli anche sulla <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/produttivita-italia-unione-europea-grafici">produttività italiana</a>, in costante calo e il cui indice nel 2023 si attestava al valore di 101, ben al di sotto della media europea di 106. Il nodo più drammatico, tuttavia, rimane quello dei salari reali, che nel nostro Paese <a href="https://www.fanpage.it/politica/perche-litalia-e-lunico-paese-del-g20-in-cui-i-salari-sono-diminuiti-cosi-tanto/">non crescono da oltre trent’anni</a>. Al contrario, dal 2008 al 2024, hanno riportato una riduzione drastica, di circa l’8,7%: più che in tutti gli altri Paesi del G20, conferendo all’Italia anche il primato di <a href="https://www.corriere.it/economia/lavoro/24_maggio_09/in-italia-si-guadagna-meno-che-nel-1990-e-l-unico-paese-ue-dove-i-salari-reali-sono-scesi-il-grafico-741356f1-2bd7-46de-b0af-1717f28c6xlk.shtml">unico Paese dell’UE in cui si sono persino contratti</a>. Non va certamente meglio in termini di salari nominali, ove la <a href="https://it.euronews.com/business/2024/12/24/classifica-dei-guadagni-medi-in-europa-quali-sono-i-paesi-che-pagano-di-piu">nostra retribuzione media corretta</a> è di circa 32mila euro l’anno: di 5mila euro inferiore alla media europea, pari a circa 37mila. Una tragedia che, in una spirale recessiva, deprime ulteriormente la natalità e incentiva la fuga di giovani italiani all’estero, alla ricerca di retribuzioni più idonee, causando un ulteriore invecchiamento della popolazione.</p>
<p>In definitiva, come spesso accade, la decontestualizzazione di un dato è funzionale soltanto alla sua strumentalizzazione. Il rischio palpabile è che certi toni trionfalistici forniscano un alibi al rinvio di quelle riforme strutturali che non possiamo più permetterci di rimandare.</p>
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		<title>PaurOso</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/pauroso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jun 2023 08:32:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[Reddito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Italia i poveri sono notevolmente diminuiti e anche la distanza reddituale fra chi guadagna di più e chi di meno. Siccome questa affermazione – che non teme smentite dai dati ufficiali, regolarmente raccolti con metodologie che si usano in tutta Europa – fa a pugni con la percezione di molti e con le propagande [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/pauroso/">PaurOso</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In Italia i poveri sono notevolmente diminuiti e anche la distanza reddituale fra chi guadagna di più e chi di meno. Siccome questa affermazione – che non teme smentite dai dati ufficiali, regolarmente raccolti con metodologie che si usano in tutta Europa – fa a pugni con la percezione di molti e con le propagande di informatori e politici, vale la pena di prestare attenzione e cercare di capire cosa generi sentimenti così negativi.</p>
<p>Dobbiamo a Marco Fortis, Fondazione Edison, il lavoro di scavo in dati già pubblici ma non pubblicati (si trovano su “Il Sole 24 Ore” di ieri). Nel senso che quando sono negativi vengono urlati – magari senza essere spiegati – mentre quando dicono altro li si trascura, commettendo un doppio errore, di raffigurazione e di indirizzo.</p>
<p>Secondo i dati diffusi dall’Istat, il 20,1% degli italiani è a rischio povertà. Una condizione nella quale ci si trova quando si consuma meno del 60% dei consumi mediani (che sono inferiori a quelli medi). Considerato che in quei consumi ci sono anche le vacanze, risulta evidente che un povero nell’Italia di oggi è più ricco di un povero degli anni Cinquanta. Ma se quello è il “rischio”, andiamo a vedere i dati di quanti si trovano in “severa deprivazione materiale e sociale”, ovvero i calcolati come già poveri (sono tali quanti non sono in grado di soddisfare almeno 7 di 13 bisogni basici, fra i quali c’è una cena fuori casa la settimana, la connessione Internet a casa e il potere svagarsi fuori casa e a pagamento). Ebbene: sono diminuiti moltissimo, passando fra il 2015 e oggi dal 12 al 4,5% degli italiani. In Francia e in Germania sono cresciuti, collocandosi rispettivamente al 7,5 e al 6,1%. Tale risultato si è forse ottenuto con politiche di sostegno o assistenza? No, con la crescita dell’occupazione e della produzione. Il mercato è stato più “sociale” della politica. In quanto alla distanza fra redditi alti e bassi – che in tutto il mondo si misura con il coefficiente di Gini (uno statistico italiano) – è diminuita, non aumentata. Tenuto presente che in Italia era già bassa. Non siamo mica gli Usa e molti di quelli che parlano della distanza cresciuta hanno in mente i miliardari americani.</p>
<p>E allora, va tutto bene? Viviamo nel migliore dei mondi? Questo è l’approccio retorico di chi non ha nulla da dire se non lamentare e dolere. No, non va tutto bene e per diverse ragioni. Intanto perché in un Paese che cresce più velocemente le distanze reddituali aumentano e non è un male. Poi perché si fa comunicazione e politica mescolando impoverimento e povertà, che non sono affatto la stessa cosa (posso essere impoverito e restare benestante). Se non si parte dalla realtà reale e anche dai miglioramenti non si saprà mai cosa funziona e perché, cosa non funziona e va cambiato. Se la raffigurazione è soltanto negativa serve esclusivamente a spendere di più, ovvero a sperperare i soldi dei contribuenti.</p>
<p>E poi c’è un nodo: l’inflazione erode il potere d’acquisto, mentre i redditi (mediamente) non crescono. Ciò comporta che il ceto medio che si trova poco al di sopra della povertà cominci a coltivare la paura di scivolare in basso. Questo è il sentimento spaventoso, che può diventare assai nocivo, specie se alimentato con conferme che non sono reali. Come trovarsi in un reparto ospedaliero in cui si diffonde la notizia del moltiplicarsi dei morti, mentre non viene detta una parola sui dimessi: per forza che hai paura.</p>
<p>Non si tratta di usare il colore rosa o il nero, men che meno l’essere filo o contro chi governa. Se si trucca la percezione della realtà non si racconta cosa serva a scacciare la paura: scuola meritocratica, che riscatti chi è in coda alla società; elasticità nel mondo del lavoro, per entrarci assai più numerosi; meno fisco e previdenza, destinati a pagare privilegi e rendite altrui. E l’occasione c’è, ora, con i fondi europei Ngeu. È il tempo di saper osare, anziché sprecarlo a consolare e promettere come risolutivo un assistenzialismo che è impoverente e debilitante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://giornale.laragione.eu/giornale/554"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/pauroso/">PaurOso</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>«Flessibilità e pensioni: è ora di pensare ai giovani e alle future generazioni»</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/flessibilita-e-pensioni-e-ora-di-pensare-ai-giovani-e-alle-future-generazioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Oct 2016 14:40:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rassegna video]]></category>
		<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[austerità]]></category>
		<category><![CDATA[crescita italia]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione giovanile]]></category>
		<category><![CDATA[flessibilità]]></category>
		<category><![CDATA[occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[pensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Veronica De Romanis interviene sui temi caldi dell'economia italiana nella puntata di Omnibus del 30 settembre [:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>«Cos’è la <strong>flessibilità</strong>? Non sono soldi che arrivano dall’Europa, ma solo più tempo che l’Europa ci concede per rispettare alcune regole che abbiamo discusso e concordato con l’impegno di applicarle. Occhio però: sono soldi nostri che un giorno i nostri figli dovranno rimborsare.» Così l’economista <strong>Veronica De Romanis</strong> si è espressa su uno dei temi del momento nel corso della trasmissione Omnibus del 30 settembre 2016.</p>
<p>Altra questione calda è l’<strong>austerità</strong>: «Negli ultimi anni l’austerità non c’è stata. Come confermano i dati, la spesa pubblica è aumentata di circa 860 milioni nel 2015, mentre si è ridotta di appena 360 milioni nel 2016. Se l’Italia non cresce, dunque, non è per l’austerità, ma perché si è preferito fare interventi a pioggia piuttosto che interventi shock. Uno di questi avrebbe potuto riguardare il cuneo fiscale: il nostro è uno dei più alti del mondo (attorno al 47 %, mentre la media dei Paesi sviluppati è del 36%). La mancata efficacia di questi interventi del governo è confermata da una nota integrativa di qualche giorno fa, nella quale si rende noto che, nel 2015, la produttività è scesa dello 0,1%.»</p>
<p>Capitolo <strong>pensioni</strong>. «Lo stesso ministro Padoan – ha spiegato l’economista – ha dichiarato che le risorse sono scarse. Come distribuire, allora, le fette di una piccola torta? Un suggerimento viene dai numeri: la percentuale di poveri tra i 18-34 anni è attorno al 18%; quella tra gli over 65 anni è intorno al 4%. Quattro volte meno! Il dato indica che bisognerebbe intervenire sui giovani. Del resto, se diamo un’occhiata alla composizione della spesa per il welfare, vediamo che i 2/3 vanno alle pensioni, mentre appena l’8% – contro una media europea del 13% –per le politiche di sostegno alle famiglie, abitazioni ecc.»</p>
<p>«Un altro dato che invita a puntare sui giovani è il <strong>tasso d’occupazione</strong>», ha concluso la De Romanis. «Il tasso di ‘occupazione giovanile italiano è inferiore di 10 punti rispetto alla media dell’area euro, mentre quello degli over 60 è superiore di 10 punti. Ciò dimostra che, se vogliamo crescere (e ridurre il debito), abbiamo bisogno di più gente che lavori e non di più gente che vada in pensione Ne parlano pochi, ma dagli ultimi dati dell’Istat che analizzano il periodo luglio 2015-luglio 2016, il nostro tasso di disoccupazione ha raggiunto il 39% e continua a crescere. Quello degli altri Paesi della zona euro è al 22% ed è in diminuzione.»</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/x5BfigK61Xc" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Il Futuro dell&#8217;Economia Mondiale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-futuro-delleconomia-mondiale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jun 2016 10:53:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attività 2016]]></category>
		<category><![CDATA[convegno]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[occupazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Futuro dell’Economia Mondiale. Tendenza  occupazionali, flussi finanziari e crisi della sovranità nell&#8217;economia globale. Convegno organizzato insieme all&#8217;associazione Magna Carta Bologna sul futuro dell&#8217;economia mondiale. Dove: Accademia delle Scienze, Bologna Quando: 30 giugno 2016 Relatori: Alberto Forchielli (AD di Mandarin Capital Management SA); Roberto Fazioli (Docente di Economia Pubblica dell&#8217;Università degli studi di Ferrara); Giuseppe Castagnoli (Editorialista, già direttore [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-futuro-delleconomia-mondiale/">Il Futuro dell&#8217;Economia Mondiale</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><b>Il Futuro dell’Economia Mondiale. Tendenza  occupazionali, flussi finanziari e crisi della sovranità nell&#8217;economia globale.</b></em></p>
<p>Convegno organizzato insieme all&#8217;associazione Magna Carta Bologna sul futuro dell&#8217;economia mondiale.</p>
<p><strong>Dove:</strong> Accademia delle Scienze, Bologna</p>
<p><strong>Quando: </strong>30 giugno 2016</p>
<p><strong>Relatori:</strong> Alberto Forchielli (AD di Mandarin Capital Management SA); Roberto Fazioli (Docente di Economia Pubblica dell&#8217;Università degli studi di Ferrara); Giuseppe Castagnoli (<span class="text_exposed_show">Editorialista, già direttore de Il Resto del Carlino)</span></p>
<p><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/07/Immagine1.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-4731 size-medium" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/07/Immagine1-400x559.png" alt="Immagine1" width="215" height="300" /></a></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-futuro-delleconomia-mondiale/">Il Futuro dell&#8217;Economia Mondiale</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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