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	<title>Occidente Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Occidente Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>A parlare è Putin, ma potrebbe essere Trump</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/a-parlare-e-putin-ma-potrebbe-essere-trump/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Apr 2025 12:00:30 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Putin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’intervista al Presidente è durata 90 minuti, a seguire ne riportiamo cinque passaggi emblematici estrapolati in ordine cronologico. Il primo: “I migranti possono uccidere, saccheggiare e stuprare impunemente perché i loro diritti devono essere tutelati…”. Il secondo, che è poi quello centrale: “L’ideale liberale é divenuto obsoleto. É entrato in conflitto con gli interessi della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’intervista al Presidente è durata 90 minuti, a seguire ne riportiamo cinque passaggi emblematici estrapolati in ordine cronologico. Il primo: “I migranti possono uccidere, saccheggiare e stuprare impunemente perché i loro diritti devono essere tutelati…”. Il secondo, che è poi quello centrale: “L’ideale liberale é divenuto obsoleto. É entrato in conflitto con gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione…”. Il terzo: “Il tradimento è il crimine più grave possibile e coloro i quali si macchiano di tale reato devono essere puniti in maniera esemplare”. Il quarto: “Non sto cercando di insultare nessuno, perché siamo stati condannati per la nostra presunta omofobia, ma non abbiamo nessun problema con le persone LGBT”. E, infine, il quinto frammento: “Non ci saremo per caso dimenticati di vivere in un mondo basato su valori biblici?”.</p>
<p>Donald Trump? No, Vladimir Putin. Si tratta della nota intervista rilasciata dall’autocrate del Cremlino al Financial Times la notte precedente il summit del G20 di Osaka. Siamo nel luglio del 2019, a parlare è Putin, ma chi scrive ritiene che tra i lettori nessuno si sarebbe stupito nel leggere gli stessi, identici concetti attribuiti all’attuale presidente degli Stati Uniti.</p>
<p>È solo un piccolo test, un modo per rendere comprensibili le affinità tra i due presidenti. L’intervista è stata realizzata dal direttore del Financial Times al Cremlino, in una sala costellata dalle statue russe di epoca imperiale e sotto lo sguardo vigile dell’immagine di Pietro I il Grande, lo zar che dopo decenni di conflitti nel XVIII secolo diede forma ad un impero che andava dalla Finlandia, agli Stati baltici del Nord fino al Mar Morto al Sud. Nell’intervista, Vladimir Putin chiama confidenzialmente Trump per nome, “Donald“, e di lui dice: “Non è un politico di carriera… Penso che sia una persona di talento. Sa molto bene che cosa i suoi lettori si aspettano da lui”.</p>
<p>Sappiamo, dunque, che Putin stima Trump e sappiamo, perché ce lo ha confermato il consigliere per la sicurezza del suo primo governo, che Trump a Putin invidia il potere assoluto di cui dispone. Sappiamo anche, perché ne abbiamo avuto dimostrazione concreta nelle ultime settimane, che Donald Trump, tra forzature interne all’assetto costituzionale statunitense e barriere protezionistiche all’esterno, ha posto in essere una politica oggettivamente illiberale. È, dunque, lecito domandarsi se con Donald Trump gli Stati Uniti abbiano definitivamente rigettato i principi liberaldemocratici che negli ultimi ottant’anni hanno rappresentato la bussola che ha guidato i passi dei diversi presidenti in carica.</p>
<p>L’attacco ai principi liberali, e cioè allo Stato di diritto, al pluralismo, alla tutela inderogabile dei diritti umani e senz’altro coerente con la storia della Federazione russa. Una storia integralmente vissuta al di fuori di questi principi, eccezion fatta per la rivoluzione borghese del 1905 e per i primi anni del governo Eltsin successivo al disfacimento dell’Urss. Evidentemente, la tradizione politica e culturale degli Stati Uniti è radicalmente diversa. Il punto, dunque, oggi è capire se Donald Trump sia il frutto di una palingenesi culturale e politica dell’America o se sia semplicemente un errore della Storia. Nel primo caso, dovremmo celebrare il funerale dei modelli liberaldemocratici occidentali e rassegnarci ad un ordine globale affidato alle aree di influenza dei grandi imperi secondo la logica di Carl Schmitt. Nel secondo caso, dovremmo solo attendere l’inesorabile caduta di Trump.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2025/04/11/news/limpossibilita_di_distinguere_putin_e_trump-18894035/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
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		<title>Si chiama Political compact il futuro della Difesa comune e dell’Europa politica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/si-chiama-political-compact-il-futuro-della-difesa-comune-e-delleuropa-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Mar 2025 14:49:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[esercito comune]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È, ormai, opinione largamente diffusa che l’Europa debba darsi un’anima politica, sì da poter disporre di una Difesa comune ancora tutta da costruire. La tesi rimbalza dalle aule parlamentari ai talk show televisivi, attraversa orizzontalmente i social network, riecheggia davanti ai banconi dei bar. Bene, anzi: benissimo. Così come Vladimir Putin ha rimesso al mondo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È, ormai, opinione largamente diffusa che l’Europa debba darsi un’anima politica, sì da poter disporre di una Difesa comune ancora tutta da costruire. La tesi rimbalza dalle aule parlamentari ai talk show televisivi, attraversa orizzontalmente i social network, riecheggia davanti ai banconi dei bar. Bene, anzi: benissimo. Così come Vladimir Putin ha rimesso al mondo la Nato, Donald Trump sta, dunque, rivitalizzando l’Europa. Gli eruditi la chiamano “eterogenesi dei fini”, capita quando un’azione sortisce effetti opposti a quelli desiderati.</p>
<p>Perciò bene, anzi benissimo, che l’urgenza di un’“Europa politica” sia diventata di senso comune; meno bene il fatto che, salvo rare e lodevoli eccezioni, declamato l’obiettivo nessuno si preoccupi di spiegare come sia possibile perseguirlo. Al massimo si sente dire, e in passato anche chi scrive è caduto in quest’errore, che occorre “una riforma dei Trattati europei”. L’errore sta nel ritenere che i 27 Paesi che compongono l’Unione possano all’unisono  decidere di avventurarsi lungo questa strada. Come è noto, basta che uno solo dica di no per paralizzare tutti gli altri. Sarebbe bello, certo, ma non è realistico: figurarsi se un Orban qualsiasi non porrebbe il veto per fare un favore a chi, come Putin, desidera un’Europa debole e divisa…</p>
<p>Gli esperti indicano allora due strade alternative. Ovvero, le “clausole passerella”, previste dai Trattati per assumere decisioni a maggioranza qualificata anziché all’unanimità, oppure le “cooperazioni rafforzate”, che richiedono l’adesione di minimo 9 Stati. C’è solo un problema: entrambe le procedure possono essere attivate solo da un voto del Consiglio europeo, dove vige la regola dell’unanimità. Siamo, dunque, da capo a dodici.  Le strade ci sarebbero, ma non sono praticabili.</p>
<p>C’è, però, una terza via, ed è quella giusta. L’ha individuata anni fa il professor Sergio Fabbrini, docente di relazioni internazionali alla Luiss e massimo esperto italiano di istituzioni europee, che l’ha ribadita, adattandola al contesto attuale, in un libro appena pubblicato da Mondadori: “Nazionalismo 2.0. La sfida sovranista all&#8217;Europa integrata”.</p>
<p>Il professor Fabbrini prende le mosse da alcune considerazioni di carattere, per così dire, politico. La prima è che sarebbe folle pensare di poter costruire un vero e proprio Stato europeo che si sostituisse agli Stati nazionali assorbendone le competenze. Occorre, dice, distinguere tra competenze nazionali e sovranazionali, lasciando che a quest’ultima categoria appartengano tutte quelle funzioni necessarie a fronteggiare le grandi minacce globali. Dalla pandemia, dunque, alla guerra. Piuttosto che di super “Stato europeo” o di “Stato federale”, Fabbrini preferisce parlare di “Unione federale”.</p>
<p>Bene, ma come ci si arriva? Attraverso lo strumento dei “trattati a margine”. In sostanza, un accordo politico intergovernativo tra un nucleo di paesi europei “volenterosi” (Francia, Germania, Italia, Spagna, baltici…) sul modello di quello che, a suo tempo, consentì di aggirare il veto del Regno Unito e dar vita al Fiscal compact. Per questo, sul Sole 24Ore, il professor Fabbrini auspica la nascita di “Political compact”.</p>
<p>Qualcosa del genere accadde anche con l’introduzione della moneta unica: oggi come allora, si dà per scontato che chi non potesse o volesse aderire subito lo farà inevitabilmente in un secondo momento. Poi, certo, ci sarebbe il problema dello strapotere francese a causa dell’arma nucleare, così come quello della legittimità democratica delle decisioni assunte da questa sorta di coalizione dei volenterosi europei. Problemi di cui Fabbrini indica le possibili soluzioni, sia politiche sia istituzionali.</p>
<p>Ma non è questo il punto. Il punto è che una via da percorrere per raggiungere l’obiettivo rivoluzionario di un’Europa politica capace persino di difendersi ci sarebbe, e sarebbe saggio percorrerla prima che le elezioni francesi mettano a rischio la tenuta di uno dei partner imprescindibili di questa ambiziosa operazione. Poi, a processo avviato, se anche Marine Le Pen dovesse conquistare l’Eliseo si immagina che non rovescerà il tavolo del Political compact così come non ha mai davvero inteso rovesciare quello dell’euro.</p>
<p><strong><em><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2025/03/20/news/political_compact_unidea_per_avere_uneuropa_forte_subito-18724627/">Huffington Post</a></em></strong></p>
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		<title>La vita e il negoziare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-vita-e-il-negoziare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jan 2025 13:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[cecilia sala]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
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		<title>#laFLEalMassimo – Ragioni e limiti del Protezionismo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-ragioni-e-limiti-del-protezionismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Parrinello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Apr 2024 10:30:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#laFLEalMassimo]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2024]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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		<title>Buon compleanno NATO</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/buon-compleanno-nato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Emanuele Parisi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Apr 2024 15:26:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Nato]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Settantacinque anni di pace nella libertà assicurati ai suoi Stati membri, l’alleanza politico-militare più istituzionalizzata e longeva della storia, una membership passata dagli originari 12 membri che, a Washington, il 4 aprile 1949 sottoscrissero il Trattato dell’Atlantico del Nord agli attuali 32, sopravvissuta alla Guerra fredda, alla sua fine e al suo ritorno: questa è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Settantacinque anni di pace nella libertà assicurati ai suoi Stati membri, l’alleanza politico-militare più istituzionalizzata e longeva della storia, una membership passata dagli originari 12 membri che, a Washington, il 4 aprile 1949 sottoscrissero il Trattato dell’Atlantico del Nord agli attuali 32, sopravvissuta alla Guerra fredda, alla sua fine e al suo ritorno: questa è la Nato. Concepita “per tenere i russi fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto”, è ancora uno strumento essenziale per conseguire almeno i due obiettivi tuttora essenziali dei tre enunciati sinteticamente dal suo primo Segretario generale, Lord Ismay. Con buona pace di chi ne denuncia gli scopi bellicisti, l’Alleanza resta uno straordinario strumento di pace, essenzialmente difensivo, il solo disponibile per garantire la sopravvivenza delle democrazie occidentali.</p>
<p>Ma non è certo tempo di esercitarsi in vuoti trionfalismi autocelebrativi. La guerra in Ucraina, soprattutto la guerra in Ucraina, sta sottoponendo la Nato a uno stress test ben maggiore di quelli rappresentati dalle molte crisi internazionali che l’hanno vista testimone attiva o protagonista. La sensazione è che, per la prima volta, la sua credibilità – ovvero la credibilità della sua deterrenza – possa essere messa in discussione dal combinato disposto della straordinaria aggressività dei suoi nemici e da divisioni sul fronte interno. Ci sono almeno tre caratteristiche inedite nelle sfide con le quali l’Alleanza si trova a doversi misurare a tre quarti di secolo dalla sua nascita.</p>
<p>La prima è rappresentata dalla realistica prospettiva di un informale ma sostanziale disimpegno americano rispetto alla Nato e, più complessivamente, alla relazione transatlantica. La minaccia ha un nome e un cognome: Donald Trump. Nel caso tutt’altro che remoto che il peggior presidente americano della storia dovesse venire rieletto, il rischio di una pericolosa perdita di credibilità della solidarietà euro-americana si farebbe più reale, incoraggiando tutti gli sfidanti alla leadership globale delle democrazie. Questa leadership è sempre più incerta e contestata, ma affinché ne venisse decretato ufficialmente il tramonto, sarebbe necessario proprio dimostrare che nemmeno poste di fronte a una minaccia esistenziale al loro futuro le democrazie occidentali sono in grado di mostrare un effettivo fronte comune.<br />
La seconda caratteristica è costituita dal moltiplicarsi e dal globalizzarsi delle sfide poste all’Occidente e alla struttura politica e istituzionale dell’ordine internazionale liberale. La gravità della guerra in Ucraina non può farci dimenticare l’emergenza mediorientale, con i rischi di allargamento del conflitto e la tessitura di alleanze sempre più strutturate tra attori locali, regionali e globali e con il saldarsi di inediti allineamenti tra attori regionali che operano in quadranti anche molto lontani, ma tutti quanti uniti dalla volontà di indebolire il ruolo degli Stati Uniti (basti pensare alle relazioni tra Hamas, Iran, Russia, Cina e Corea del nord). Né tanto meno possiamo disconoscere che l’aumento della rilevanza economica, tecnologica e militare della Cina richiama inevitabilmente l’attenzione di Washington verso il Pacifico. Non è un caso che al vertice del Galles del 2014, in cui venne assunto l’impegno dei partner a investire almeno il 2 per cento del loro Pil nella Difesa, l’inquilino della Casa Bianca era Barack Obama, il primo presidente “Pacifico” degli Stati Uniti. Ciò significa che la Nato è sempre più necessaria ma sempre meno sufficiente per garantire l’ordine liberale e che, evidentemente, i paesi europei devono farsi carico seriamente del concorso efficace alla sicurezza propria e a quella collettiva.</p>
<p>Terza caratteristica è che, per lo meno da 15 anni, si sono palesati degli sfidanti in grado di sfruttare gli errori americani e l’inettitudine europea. Pechino e Mosca, in primis, ma sostenute da una crescente corte di clientes (dai regimi impresentabili della Corea del nord e dell’Iran a una serie di più o meno emergenti attori del vecchio Terzo mondo) che non costituiscono ancora una “coalizione di volenterosi”, ma formano già un insieme eterogeneo che ritiene comunque che le proprie differenti aspirazioni siano meglio perseguibili nel caso di un rapido declino della leadership occidentale. Non era così, ad esempio, ai tempi dell’invasione americana dell’Iraq nel 2003 e della lunga guerra civile che ne seguì.</p>
<p>Paradossalmente, proprio la lunga ed erronea sensazione di invulnerabilità che la Nato ha concorso ad assicurare ben oltre il disfacimento dell’Urss nel 1991, certamente interrotta traumaticamente dagli attentai dell’11 settembre 2001 (i quali peraltro diedero luogo alla controversa “guerra al terrorismo”, che concorse a confondere strategie, obiettivi e allineamenti) ha contribuito a narcotizzare le opinioni pubbliche europee rispetto alla possibilità del ritorno della guerra di aggressione sul Vecchio continente e alla sua natura di minaccia esistenziale per la sicurezza delle nostre istituzioni e alla natura liberale delle nostre società aperte. Parallelamente, la stucchevole e autocelebrativa retorica dell’Unione europea come “potenza civile”, unico gigante erbivoro in un mondo popolato di carnivori, ha fatto sì che lo sviluppo dell’Unione vera e propria, che di fatto si realizza in concomitanza con la fine della Guerra fredda e con i successivi allargamenti della Nato, si realizzasse nella condizione di espungere il tema della Difesa e della sicurezza comune dagli obiettivi e dai compiti concretamente perseguiti e realizzati dalla Ue. Per meglio dire, ha fatto sì che la distanza tra le dichiarazioni altisonanti e gli atti concreti si allargasse vieppiù, con la conseguenza ulteriormente nefasta di abituare le opinioni pubbliche europee a rimuovere il tema della sicurezza (e del suo costo) dai propri calcoli costo-beneficio.</p>
<p>Ecco che allora i cosiddetto “Piano Stoltenberg” (la proposta di istituire un fondo di 100 miliardi di dollari da impegnare in un quinquennio per garantire un sostegno militare all’Ucraina certo nel tempo) non rappresenta semplicemente uno stratagemma (sicuramente concordato con l’Amministrazione Biden) per sottrarre la politica occidentale verso Kyiv ai possibili esiti nefasti delle elezioni presidenziali americane (Trump) e di quelle europee (sovranisti e putiniani vari), ma implica un aumento di soggettività dell’Alleanza medesima, le cui strutture istituzionali si farebbero così promotrici di iniziative da sottoporre agli Stati membri invece che rappresentarne il semplice strumento di coordinamento delle decisioni assunte nelle 32 capitali.</p>
<p>La sfida più grande che attende però la Nato (e l’Unione) è quella di contribuire a una cultura politica della responsabilità e del realismo liberale nell’ambito della sicurezza comune. Se oggi il comparto industriale di Stati Uniti ed Europa riesce a malapena a garantire la produzione di un milione di proiettili da 155 millimetri (a fronte dei tre milioni russi) non è solo perché abbiamo un’industria della Difesa sottodimensionata rispetto alla magnitudine delle minacce, ma anche perché abbiamo eccessivamente deindustrializzato (e troppo invece finanziarizzato) le nostre economie, perché ci siamo cullati nella perniciosa illusione che le logiche del just-in-time della riduzione sistematica degli stock fosse applicabile anche a comparti critici come quelli della Difesa o dei vaccini. Così come fa spiegato con chiarezza e coerenza che garantire la capacità ucraina di resistere all’aggressione russa lo spettro di un confronto diretto. Perché la Russia non può permettersi di ipotizzare nessuna provocazione alla Nato mentre è impegnata in una guerra imperialista che non può vincere. E va ricordato che, in queste condizioni, la superiorità tecnologica occidentale nel settore aereo e navale fornisce un vantaggio decisivo all’Alleanza nel breve e medio periodo. Mentre sulle forze terrestri e nel lungo periodo investimenti maggiori e un aumento sostanziale degli effettivi sono temi da affrontare inderogabilmente e laicamente (potenziamento della riserva? riattivazione della leva?). È innanzitutto una battaglia culturale quella che va affrontata e vinta, nella quale si abbia il coraggio di rivendicare che esistono investimenti necessari per la sicurezza comune, senza i quali le nostre società sono esposte alla minaccia dei sistemi autocratici.</p>
<p>L’occasione dei 75 anni dell’Alleanza atlantica, quindi, non deve ridursi a rievocazioni storiche e discorsi d’occasione, ma piuttosto costituire uno stimolo per dire chiaro e tondo come stanno le cose e quali sono i tempi di ferro con i quali possiamo scegliere di convivere oppure di fronte ai quali possiamo decidere di soccombere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2024/04/05/news/cara-e-vecchia-nato-l-occidente-ha-bisogno-di-difendersi-meglio-e-piu-a-lungo-6409177/"><em><strong>Il Foglio</strong></em></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Massimo D’Alema e le conseguenze della palese sfiducia nella democrazia liberale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/massimo-dalema-e-le-conseguenze-della-palese-sfiducia-nella-democrazia-liberale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Mar 2024 11:16:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[d'alema]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il fatto che Massimo D’Alema abbia decretato, dalla Cina, l’avvenuta “perdita di credibilità e di efficacia del modello di democrazia occidentale” ha scatenato critiche feroci. Critiche esagerate, se riferite alla tesi. Sono, infatti, almeno trent’anni che, con frequenza crescente, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Europa si pubblicano libri sulla “crisi della democrazia” [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/massimo-dalema-e-le-conseguenze-della-palese-sfiducia-nella-democrazia-liberale/">Massimo D’Alema e le conseguenze della palese sfiducia nella democrazia liberale</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il fatto che Massimo D’Alema abbia decretato, dalla Cina, l’avvenuta “perdita di credibilità e di efficacia del modello di democrazia occidentale” ha scatenato critiche feroci. Critiche esagerate, se riferite alla tesi.</p>
<p>Sono, infatti, almeno trent’anni che, con frequenza crescente, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Europa si pubblicano libri sulla “crisi della democrazia” piuttosto che sulla “fine del potere”. Il problema è conclamato; l’astensionismo crescente, la radicalizzazione dell’elettorato, la marginalizzazione dei parlamenti e le singolari traversie politiche dei Paesi dove la democrazia liberale vide la luce (l’America e l’Inghilterra) sono indicatori inequivocabili. E indicano che la tesi ha un fondamento. Pur rimanendo evidentemente meta ambita e modello culturale egemone nel mondo, i sistemi politici ed istituzionali liberal-democratici occidentali se la passano oggettivamente male. Risultano poco efficaci, e soprattutto scarsamente legittimati da un’opinione pubblica sempre più indifferente ai principi su cui la democrazia liberale si fonda: il pluralismo, la separazione dei poteri, la presunzione di innocenza, le libertà economiche e politiche…</p>
<p>Massimo D’Alema ha dunque affermato quel che dice, scrive e pensa buona parte dell’establishment politico e intellettuale di un Occidente in effetti disorientato e più che mai incline all’auto commiserazione. Il punto, semmai, è il contesto in cui Massimo D’Alema ha parlato. E quel che ha poi aggiunto.</p>
<p>Già il fatto che, su iniziativa del “Dipartimento per l’informazione del Comitato centrale del Partito comunista cinese” e dell’“Ufficio informazioni del Consiglio di Stato di Pechino”, in Cina si tenga un “Forum internazionale sulla democrazia e valori umani condivisi” suscita spontanee perplessità. Curioso che un regime autoritario che nega sistematicamente i diritti della persona si interroghi solennemente sul destino della democrazia e dei “valori umani”… Evidentemente, Massimo D’Alema, il Massimo D’Alema ex Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana più del Massimo D’Alema lobbista internazionale, non ha percepito il rischio di essere strumentalizzato. Oppure lo ha ben percepito e si è consapevolmente prestato al gioco. Ipotesi, quest’ultima, avvalorata dal suo argomentare successivo al quasi epitaffio della democrazia occidentale. Democrazia, peraltro, “non esportabile ad altre parti del mondo”, ha precisato D’Alema.</p>
<p>A detta dell’ex segretario del Partito “democratico” della sinistra, ex presidente dei “Democratici” di sinistra ed ex premier di un governo occidentale che dichiarò guerra alla Serbia assieme alla Nato senza l’autorizzazione dell’Onu, a detta di Massimo D’Alema, insomma, “è possibile avere forme di sovranità popolare senza pluralismo politico” e “non esiste un modello superiore ad un altro”. Dall’amara ma fondata analisi delle difficoltà dei sistemi democratici occidentali siamo così passati al relativismo costituzionale. I principi liberali e democratici, secondo D’Alema, non sono principi assoluti, non rispecchiano diritti naturali e di conseguenza universali, non rappresentano un invalicabile discrimine politico tra l’amico e il nemico. Sono solo un vezzo; il vezzo di noi occidentali. E valgono tanto quanto quelli che reggono un sistema collettivista a partito unico.</p>
<p>Il problema non è che Massimo D’Alema la pensi così. Il problema che così sembrano pensarla anche Matteo Salvini, Giuseppe Conte, i collettivi universitari, la destra del generale Vannacci, Donald Trump, buona parte degli intellettuali indifferenti al destino dell’Ucraina e ostili allo Stato di Israele e, di conseguenza, una quota crescente di opinione pubblica italiana e occidentale.</p>
<p>Morale della favola dalemiana: cattivi e sfiduciati maestri crescono popoli cattivi e sfiduciati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/03/24/news/la_cina_e_vicina_dalema_e_altri_arresi_alla_crisi_della_democrazia-15471215/"><em><strong>Huffington post</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/massimo-dalema-e-le-conseguenze-della-palese-sfiducia-nella-democrazia-liberale/">Massimo D’Alema e le conseguenze della palese sfiducia nella democrazia liberale</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>“Colpevoli e vincenti”: alla FLE presentato il nuovo libro di Davide Giacalone, con Gelmini e Paita</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/colpevoli-e-vincenti-alla-fle-presentato-il-nuovo-libro-di-davide-giacalone-con-gelmini-e-paita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Cruciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Dec 2023 18:40:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[riformismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Colpevoli e vincenti. Gli occidentali contro se stessi” è il titolo del nuovo libro del direttore de La Ragione, Davide Giacalone. Il volume, edito da Rubbettino, è stato presentato questa sera nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi. “Viviamo nell’area più ricca, libera, sana e longeva del mondo. Eppure non si sente che parlare delle colpe [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Colpevoli e vincenti. Gli occidentali contro se stessi” è il titolo del nuovo libro del direttore de La Ragione, Davide Giacalone. Il volume, edito da Rubbettino, è stato presentato questa sera nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi. “Viviamo nell’area più ricca, libera, sana e longeva del mondo. Eppure non si sente che parlare delle colpe occidentali, del declino, della soccombenza, della debolezza, della povertà”, ha detto Giacalone. “Ma c’è una radice profonda, in quell’antioccidentalismo degli occidentali, e va cercata nella paura della libertà, che comporta sempre una collettiva e personale responsabilità. Molti orfani delle ideologie novecentesche non apprezzano la libertà di sognare e realizzare, ma tremano alla mancanza delle false certezze. Senza le quali si vive assai meglio”.</p>
<p>Dopo i saluti introduttivi del presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, la senatrice di Azione, Maria Stella Gelmini, e la senatrice di Italia Viva, Raffaella Paita, hanno dato vita a un dibattito sui temi affrontati dal libro, moderate dal vicedirettore del TgLa7, Andrea Pancani.</p>
<p>“Ringrazio la Fondazione Einaudi e Davide Giacalone per questo libro, che ci aiuta molto perché ci dà le ragioni delle conquiste che l’occidente ha conseguito negli anni e prova, forte di questa consapevolezza, ad affrontare le sfide del presente e del futuro”, ha detto Gelmini. “Dobbiamo recuperare l’orgoglio e la consapevolezza di queste conquiste, abbandonare i populismi e riscoprire la complessità. Oggi abbiamo un appuntamento con la storia, a partire dall’Ucraina. Non si possono interrompere gli aiuti, è una battaglia fondamentale che vede di fronte la democrazia contro le autocrazie. Per troppi anni ci siamo occupati solo di politica interna e ora la politica estera ci presenta il conto: l’Ucraina, il Medio Oriente, quello che succede in Iran, tutto si tiene. Dobbiamo ripartire e riscoprire la fatica della democrazia, e dobbiamo farlo attraverso il riformismo. Ristabilire un nuovo patto di fiducia con gli elettori creando uno spartiacque tra riformisti e populisti, ovvero chi banalizza e cavalca soltanto le paure”.</p>
<p>Per Raffaella Paita, quello di Giacalone “è un libro di amore e di speranza verso l’occidente”, oggi però “un grande sistema burocratico si è mangiato questa speranza”. Il problema più profondo che abbiamo”, ha detto, “è quello di essere arrivati ad avere una società con logiche autorefenziali che non riesce a raggiungere i suoi obiettivi di cambiamento. E l’occidente ha rinunciato al suo primato culturale. La cancellazione della cultura è un elemento sul quale dobbiamo discutere e dobbiamo farlo in termini spietati. La sfida più importante che abbiamo davanti è quella di una grande riforma istituzionale dell’Europa, una sfida che dobbiamo legare alla competizione elettorale che avremo tra pochi mesi”.</p>
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		<title>L’assurdità di scusarsi per l&#8217;omicidio di Giulia in quanto uomini</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lassurdita-di-scusarsi-per-lomicidio-di-giulia-in-quanto-uomini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Nov 2023 17:50:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Femminicidio]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[omicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Doveva succedere, ed è successo. È successo che più d’un uomo noto si sia pubblicamente scusato idealmente con Giulia e concretamente con tutte le donne che subiscono violenza e che l’abbia fatto non in quanto uomo violento pentito della propria violenza passata, ma in quanto uomo. Uomo e basta. Se era un modo per distinguersi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Doveva succedere, ed è successo. È successo che più d’un uomo noto si sia pubblicamente scusato idealmente con Giulia e concretamente con tutte le donne che subiscono violenza e che l’abbia fatto non in quanto uomo violento pentito della propria violenza passata, ma in quanto uomo. Uomo e basta. Se era un modo per distinguersi dal coro del cordoglio sono state parole subdole. Se, come sembra, erano parole sincere, sono state parole emblematiche. Emblematiche di un assurdo senso di colpa collettivo che da anni, in forma crescente, caratterizza le élite occidentali. Élite di un Occidente che sembra trovare una propria identità non nell’atto di rivendicare ciò che è, ma nell’atto di scusarsi per ciò che è stato.</p>
<p>Ci si scusa, afflitti, per il colonialismo, per il fascismo, per il comunismo, per il cambiamento climatico, per la globalizzazione, per la pedofilia, per la prevaricazione di genere, per l’abitudine di mangiare carne… Comportamenti spesso frutto di processi secolari che ci hanno indotto un tempo a considerare normale quel che, col tempo, oggi consideriamo anormale e spesso inaccettabile. Ma il senso comune non basta. Non basta prendere atto dell’avvenuta metamorfosi di valori, morali, etiche e norme di legge. Bisogna cospargersi il capo di cenere e chiedere scusa per le azioni dei nostri nonni come, eventualmente, del nostro vicino di casa.</p>
<p>Ne discendono il trionfo della “cancel culture”, l’esplosione dell’ideologia “woke” che dalla giovane società statunitense si sono fatte sorprendentemente largo negli atenei e nei salotti della Vecchia Europa. Ne discendono il culto delle minoranze e il senso si spaesamento e di colpa delle maggioranze. Ne discende una società afflitta, dove la responsabilità penale non è più personale ma collettiva e dove la Storia non è più oggetto di studio ma motivo di biasimo e di vergogna.</p>
<p>Prendiamo la questione di genere. Abbiamo vissuto per millenni in una società patriarcale e per millenni ci siamo riconosciuti in una Chiesa che con Sant’Agostino considerava la donna “l’ostacolo principale sulla via che conduce a Dio”. In Italia, le donne hanno avuto riconosciuto il diritto di voto solo nel 1945; il reato di adulterio, punito per la donna con un anno di reclusione, è stato abolito solo nel 1968; il delitto d’onore, cioè le attenuanti per l’uxoricida dell’adultera, e il matrimonio riparatore, cioè la norma del codice penale che cancellava la colpa dello stupratore che sposava la vittima, sono stati abrogati solo nel 1981. Quarant’anni fa appena.</p>
<p>La civiltà cambia, progredisce. Ma cambia a progredisce lentamente, perché lento é il processo di sostituzione di consuetudini e valori vecchi con consuetudini e valori nuovi. Eppure il cambiamento c’è stato, e c’è stato grazie all’affermazione del principio liberale che ha messo al centro la persona in quanto tale. La persona, il singolo cittadino indipendentemente dal fatto che sia uomo o donna, in quanto titolare di diritti incomprimibili ed universali. È per questo che di fronte al mostruoso martirio della povera Giulia la reazione di chi si scusa in quanto uomo finisce per disconoscere il processo di revisione culturale che indiscutibilmente c’è stato, per offendere la stragrande maggioranza di uomini che mai leverebbero una mano su una donna e per relativizzare la responsabilità personale di quell’unico uomo che vigliaccamente l’ha uccisa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2023/11/20/news/chiedere_scusa_per_giulia_in_quanto_uomini_significa_negare_che_qualcosa_e_cambiato-14207897/?ref=huff-hm-p-2"><em><strong>HuffingtonPost</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lassurdita-di-scusarsi-per-lomicidio-di-giulia-in-quanto-uomini/">L’assurdità di scusarsi per l&#8217;omicidio di Giulia in quanto uomini</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Cari giovani, il benessere dell&#8217;Occidente non è una &#8220;colpa&#8221;</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/cari-giovani-il-benessere-delloccidente-non-e-una-colpa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Rampini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Nov 2023 17:47:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Hamas]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Continuano in tutto l’Occidente i cortei pro-Palestina dove si sostiene Hamas e se ne legittima la violenza. Tra i giovani il movimento non si placa. Le denunce contro l’antisemitismo cadono nel vuoto. Anche per ignoranza. Un docente americano, di fronte a studenti che giustificano la mattanza di civili israeliani del 7 ottobre, ha evocato i [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/cari-giovani-il-benessere-delloccidente-non-e-una-colpa/">Cari giovani, il benessere dell&#8217;Occidente non è una &#8220;colpa&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Continuano in tutto l’Occidente i cortei pro-Palestina dove si sostiene Hamas e se ne legittima la violenza. Tra i giovani il movimento non si placa. Le denunce contro l’antisemitismo cadono nel vuoto. Anche per ignoranza. Un docente americano, di fronte a studenti che giustificano la mattanza di civili israeliani del 7 ottobre, ha evocato i «pogrom». Si è sentito chiedere: «Cosa sono?». Un pezzo di America progressista vive una crisi di coscienza, non sa come parlare alla propria gioventù, radicalizzata al punto da esaltare i terroristi.</p>
<p>L’antisemitismo è solo una parte della spiegazione di quanto succede nelle scuole, nelle università e nelle piazze, sui social. Colpisce il dialogo tra una mamma di Atlanta e una insegnante, tutt’e due elettrici democratiche, riportato sul New York Times. La mamma è sgomenta nello scoprire che la scuola indottrina a senso unico, con docenti che demonizzano Israele e legittimano le stragi di Hamas. L’insegnante le risponde così: «Starò sempre dalla parte di chi ha meno potere, meno ricchezza. Questo vale a prescindere dagli atti estremi commessi da alcuni militanti, esasperati a furia di vedere il proprio popolo morire».</p>
<p>Il dialogo tra la madre e la professoressa americane fornisce una spiegazione della straripante solidarietà per i palestinesi, che non esita a perdonare le stragi di innocenti israeliani. «Stare sempre dalla parte dei deboli» è un principio che va ben oltre i confini della sinistra, abbraccia valori di altri mondi come quello cristiano. È fondamentale per capire le giovani generazioni, e avviare un dialogo sul grande abbaglio di cui sono prigioniere.</p>
<p>Il principio per cui i più poveri hanno sempre ragione non viene applicato solo a favore dei palestinesi e contro Israele. Ha generato conseguenze in molti altri campi: dall’immigrazione clandestina alle politiche verso la criminalità, fino all’atteggiamento verso i Paesi ex coloniali che sembrano aver diritto a risarcimenti perpetui (a prescindere dall’uso dissennato che le loro classi dirigenti fanno di quei risarcimenti).</p>
<p>La ricchezza dell’Occidente, o quella di Israele, è diventata la prova schiacciante di una colpa; si accompagna alla certezza che questo benessere è il frutto di crimini contro l’umanità. Applicando questo dogma a tutto l’Occidente, la storia degli ultimi secoli dalla Rivoluzione industriale in poi è un vasto romanzo criminale, degno di Émile Zola: un paesaggio infernale di sfruttamento abietto, sofferenze, guerre coloniali, saccheggio delle risorse naturali. Nulla di buono ha fatto l’Occidente visto che la sua opulenza è legata alla miseria degli altri e al riscaldamento climatico. Tra le conseguenze di questa narrazione abbiamo l’illegittimità etica delle frontiere nazionali (come possiamo negare l’ingresso ai poveri della terra, se la loro sofferenza l’abbiamo creata noi?) e l’urgenza di bloccare lo sviluppo economico foriero di un’Apocalisse ambientale. Queste convinzioni animano tanti giovani.</p>
<p>Il confronto con queste generazioni — e con i loro insegnanti — deve abbracciare la storia dell’Occidente, del perché siamo quello che siamo. Senza la nostra Rivoluzione industriale, quella cosa orribile che ha insozzato il pianeta, oggi non sarebbero vivi tre miliardi di cinesi e indiani, o un miliardo e mezzo di africani: è la nostra agricoltura moderna a base di fertilizzanti e macchinari a consentire la loro alimentazione; è la nostra medicina ad avere ridotto la mortalità e allungato la longevità. I miracoli economici asiatici che hanno sollevato dalla miseria metà del pianeta sono accaduti copiando il modello scientifico e imprenditoriale dell’Occidente. Senza la nostra economia di mercato, che usa innovazioni per creare ricchezza , non esisterebbero le tecnologie verdi che consentono un futuro con meno emissioni carboniche. Schiavismo e colonialismo, praticati da tutte le civiltà umane (tra cui arabi, turchi, cinesi e russi) sono stati denunciati e superati in Occidente da forme più avanzate di capitalismo: il Nord anti-schiavista negli Usa aveva un’economia superiore al Sud delle piantagioni; l’America del 1956 impedì l’aggressione di Inghilterra-Francia-Israele contro l’Egitto di Nasser perché il modello Usa si fondava sul superamento dei vecchi imperi coloniali. Delle ex colonie capaci di spettacolare progresso economico, culturale, civile, in Asia, sono diventate in certi casi perfino più ricche di noi: non hanno praticato la cultura del vittimismo.</p>
<p>«I deboli hanno sempre ragione» si applica in modo perverso al confronto tra Israele e i suoi vicini. L’odierna ricchezza israeliana è recente. Nella prima fase della sua storia il Paese era socialista e povero. Il boom israeliano dagli anni Ottanta in poi è fatto di innovazione e imprenditorialità. La condizione dei palestinesi, la loro mancanza di diritti, è ingiusta e inaccettabile ma non spiega la prosperità d’Israele. I Paesi arabi suoi vicini hanno spesso aizzato l’antisemitismo per invidia e per dirottare l’attenzione dall’inettitudine delle proprie classi dirigenti. Da anni era iniziata una revisione, alcune classi dirigenti arabe avevano cominciato a considerare Israele come un modello da imitare anziché un nemico da distruggere. Purtroppo non hanno fatto in tempo a rieducare le loro masse e oggi la piazza araba è un ostacolo sulla strada di un ritorno alla pace.</p>
<p>In Occidente urge un dialogo con i nostri giovani: su cosa siamo noi, perché siamo arrivati fin qui. Una parte dei genitori americani stanno dedicando un’attenzione nuova ai programmi d’insegnamento. Proprio mentre Cina, Russia e Turchia riscrivono i propri manuali scolastici per renderli ancora più impregnati d’orgoglio nazionale e di autostima, è giusto che da noi s’insegni a odiare la civiltà occidentale? Per conquistare consenso nel Grande Sud globale che ci volta le spalle, dovremo cominciare a ricostruirlo tra i nostri ragazzi e sui banchi di scuola.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/23_novembre_06/colpa-essere-ricchiper-nostri-giovani-5e760060-7cd6-11ee-90f0-2d45ce928adc.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>Le vittime civili non sono tutte uguali</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-vittime-civili-non-sono-tutte-uguali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Oct 2023 17:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Hamas]]></category>
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		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella primavera del 1999, sotto il comando della Nato, ma senza il via libera dell’Onu, l’Italia mosse guerra alla Repubblica Federale Jugoslava di Serbia e Montenegro con l’obiettivo dichiarato di detronizzare il presidente Slobodan Milosevic. Capo del governo era il post comunista Massimo D’Alema, cui Francesco Cossiga non smise mai di ricordare che i bombardamenti [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella primavera del 1999, sotto il comando della Nato, ma senza il via libera dell’Onu, l’Italia mosse guerra alla Repubblica Federale Jugoslava di Serbia e Montenegro con l’obiettivo dichiarato di detronizzare il presidente Slobodan Milosevic. Capo del governo era il post comunista Massimo D’Alema, cui Francesco Cossiga non smise mai di ricordare che i bombardamenti italiani sulla città di Belgrado provocarono “535 morti civili tra vecchi, donne e bambini”. Non lo faceva solo per il gusto della provocazione, Cossiga. Lo faceva per ricondurre a verità l’ipocrisia di una guerra ribattezzata “operazione di difesa integrata”. Lo faceva per realismo, dunque. Per ricordare, cioè, che, al netto dei contorcimenti lessicali politicamente corretti, la guerra è uno strumento della politica e la politica ha a che fare con la vita e con la morte. Anche con la morte dei civili.</p>
<p>Morti civili, in guerra, ci sono sempre stati. L’apice fu raggiunto nel 1945 con la distruzione della città tedesca di Dresda per mezzo di bombe al fosforo (135mila vittime) e con le atomiche sganciate sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki (250mila vittime). Morti civili, in guerra, ci sono sempre stati, ma con il progresso della civiltà il loro numero è vertiginosamente aumentato: le democrazie faticano a giustificare la morte dei propri soldati mandati a combattere sul campo, preferendo di conseguenza fiaccare il nemico decimandone dall’alto il morale e la popolazione possibilmente grazie all’uso di droni, che consentono di non mettere a repentaglio neanche la vita di un pilota.</p>
<p>Danni collaterali, li chiamano spesso. E si tratta, chiaramente, di un’ipocrisia. Ipocrisia svelata, quando ci sono, dalle immagini video. La stessa ipocrisia che, come era solito denunciare ancora una volta Francesco Cossiga, ci induce da tempo a qualificare “operazioni di pace” quelle che a tutti gli effetti sono operazioni di guerra. Una questione di pudore, ma anche un grande equivoco: come se il fine della guerra fosse la guerra in sè piuttosto che la pace.</p>
<p>E allora, questo o quello per noi pari sono? I bambini israeliani sgozzati dai carnefici di Hamas sono pari ai bambini palestinesi morti sotto i bombardamenti israeliani? No, no davvero. E negarlo non è ipocrisia, è semplicemente realismo; quel realismo caro a Francesco Cossiga. È realismo dire che i bambini sgozzati da Hamas sono un orrore di cui nessun soldato israeliano sarebbe capace. È realismo dire che semmai fossero stati scoperti fatti analoghi a parti invertite questo avrebbe rappresentato un’onta irreparabile per lo Stato (democratico) di Israele. È realismo dire che uccidendo i civili israeliani Hamas non può illudersi di battere Israele, mentre uccidendo civili palestinesi Israele può illudersi di battere Hamas. È realismo dire che i morti civili fanno tutti orrore, ma i morti per mano israeliana fanno meno orrore degli altri perché, parafrasando la celebre battuta del presidente statunitense Roosevelt riferita al dittatore nicaraguense Somoza, “può essere che Israele sia un bastardo, ma è il nostro bastardo”. Affermazione brutale, così traducibile: può darsi che Israele stia abusando della forza, ma Israele è una democrazia filo occidentale che uccide i civili per difendersi, mentre Hamas è un’organizzazione terroristica che uccide i civili per distruggere Israele e insidiare l’Occidente. Perciò noi, piaccia o non piaccia, non possiamo far altro che stare con Israele. È una questione di realismo, direbbe Cossiga.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2023/10/vittime-civili-guerre-israele/"><strong><em>Formiche.net</em></strong></a></p>
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