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	<title>merkel Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>merkel Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Paolo Valentino: Il ritiro Usa dalla Germania. La partita al veleno di Trump</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2020 06:37:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A quella festa a Long Island, il giovane ed esuberante palazzinaro newyorkese fece di tutto per avvicinare Richard Burt. Era l&#8217;estate del 1989. Burt, ambasciatore in Germania sotto Ronald Reagan, era stato appena nominato da George Bush padre capo negoziatore americano nelle trattative Start per la riduzione delle armi strategiche con l&#8217;Unione Sovietica. Era un [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">A quella festa a Long Island, il giovane ed esuberante palazzinaro newyorkese fece di tutto per avvicinare Richard Burt. Era l&#8217;estate del 1989. Burt, ambasciatore in Germania sotto Ronald Reagan, era stato appena nominato da George Bush padre capo negoziatore americano nelle trattative Start per la riduzione delle armi strategiche con l&#8217;Unione Sovietica. Era un posto che Donald Trump, già autonominatosi <em>the master of deal</em>, aveva sognato per sé, proponendosi come capo delegazione.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Tuttavia, nonostante numerosi tentativi di contattare direttamente i piani alti delle Amministrazioni Reagan e Bush per perorare la propria causa, per fortuna non era mai stato preso sul serio. Rassegnato, quel pomeriggio volle dare un consiglio al diplomatico.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">«Quando vede per la prima volta il suo interlocutore sovietico – esordì Trump davanti a un incuriosito Burt — lei lo metta a suo agio, magari lo inviti fuori per un drink, gli chieda della sua famiglia, gli parli del più e del meno in tono confidenziale, si prenda il suo tempo. Poi con calma, quando avete finito la conversazione, Io guardi in faccia e gli dica: per quanto riguarda il nostro negoziato, <em>fuck you</em>!».</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Andò veramente così. Sono passati trentuno anni. «E posso dire che non è cambiato nulla in Trump, tranne il fatto che ora sia il presidente degli Stati Uniti», dice il mio interlocutore. Probabilmente con nessun altro leader mondiale, l&#8217;attuale capo della Casa Bianca preferisce il testosterone alla diplomazia più che con Angela Merkel.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Nel giorno in cui l&#8217;economia americana e quella tedesca accusano tutta la forza distruttiva della crisi, registrando rispettivamente una contrazione di oltre il 32% anno su anno e del 10% trimestre su trimestre, Trump parla d&#8217;altro. E fa annunciare al capo del Pentagono che il ritiro di quasi 12 mila soldati americani dalla Germania inizierà «entro alcune settimane».</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Il povero Mark Esper fa di tutto per venderla come «una decisione strategica», frutto di consultazioni con gli alleati della Nato e tesa a migliorare la deterrenza nei confronti della Russia. Nulla di tutto questo. È lo stesso presidente a mettere le cose in chiaro: la Germania va punita, perché «is delinquent», cioè sarebbe morosa nei suoi pagamenti alla Nato. Anche questa è un&#8217;invenzione trumpiana. In realtà, nessuno versa soldi all&#8217;Alleanza. Berlino, come l&#8217;Italia e molti altri Paesi membri, spende per la difesa meno del 2% del Pil, che è l&#8217;obiettivo assunto come impegno dagli alleati europei.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Ma a scatenare la vendetta di Trump, non è solo o tanto il bilancio militare tedesco, peraltro da qualche anno in aumento. Chi o cosa lo spinge a una mossa che secondo tutti gli analisti danneggia in primo luogo gli stessi interessi dell&#8217;America? «Noi non siamo nell&#8217;Alleanza per fare un favore agli alleati — spiega Iwo Daalder, ex ambasciatore Usa alla Nato —, teniamo le truppe in Germania e altrove per prevenire le guerre e non doverle combattere».</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">La risposta ha un nome, e un cognome: Angela Merkel. È la cancelliera tedesca il vero rivale sistemico agli occhi di Donald Trump, molto più di Vladimir Putin o perfino di Xi Jinping, con i quali egli sente l&#8217;affinità elettiva degli uomini forti. Per una ragione di fondo, ben spiegata dall&#8217;ex consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, nel suo <em>The Room Where It Happened</em>: «Trump ha problemi con le leader donna». E per carattere: tanto la cancelliera è fredda, controllata, attenta solo ai fatti, calma nella sua determinazione, quanto il presidente americano è instabile, capriccioso, collerico, incapace di concentrarsi e restio a ogni dettaglio. Nella telefonata che probabilmente ha fatto da casus belli al ritiro delle truppe dalla Germania, quella di giugno in cui Merkel rifiutò l&#8217;invito di Trump a un G7 negli Stati Uniti invocando la pandemia, il presidente americano ha perso ogni controllo dandole anche della «stupida», secondo la versione mai smentita di Carl Bernstein.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Ma soprattutto, a provocare l&#8217;astio personale di Trump è che Angela Merkel incarna tutto quello che lui odia: il multilateralismo, il diritto internazionale, il rifiuto di ogni populismo. E lo fa con la forza tranquilla, e anche la perfidia quando occorre, di una veterana del potere: «Non puoi combattere la pandemia con le bugie e con la disinformazione, tantomeno puoi farlo incitando all&#8217;odio. I limiti del populismo e della negazione di verità elementari sono visibili da tutti», ha detto Merkel di recente. Difficile costruire un ritratto più fedele di Trump, incapace di controllare il coronavirus negli Stati Uniti.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Sono sempre stati agli antipodi in verità la scienziata specializzata in fisica quantistica e il miliardario dedito solo al culto della celebrità. La novità ora è che, angosciato dalla prospettiva di una sempre più improbabile rielezione, il «maniaco narcisista» Trump (copyright della <em>Frankfurter Allgemeìne Zeitung</em>) ha abbandonato ogni remora e autocontrollo. Chi non lo elogia, gli fa uno sgarbo o gli ruba la scena, va punito. Ma con Angela Merkel il testosterone non sembra funzionare.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Paolo Valentino</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Corriere della Sera, 31/07/2020</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>#BuonaPagina &#8211; Votazione chiusa.</p>
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		<title>Alan Friedman: Per l&#8217;Italia chance unica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/alan-friedman-per-litalia-chance-unica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2020 07:00:54 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>Conte conta Merkel</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/conte-conta-merkel/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2020 17:37:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il capo del governo italiano incontra il capo del governo che più, negli ultimi mesi, ha difeso gli interessi dell’Italia. Quello tedesco. Nella sua prima incarnazione, il Conte 1, fu il capo del governo più antieuropeista della storia repubblicana, nella sua seconda il capo del governo che deve di più all’Europa. Si spera non gli [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il capo del governo italiano incontra il capo del governo che più, negli ultimi mesi, ha difeso gli interessi dell’Italia. Quello tedesco. Nella sua prima incarnazione, il Conte 1, fu il capo del governo più antieuropeista della storia repubblicana, nella sua seconda il capo del governo che deve di più all’Europa. Si spera non gli sfugga che tutto ciò non si deve alla sua destrezza, ma alla sua pochezza.</p>
<p>La Germania, che ha la presidenza di turno dell’Unione, non s’è messa a fare il sindacalista degli italiani, sta solo dando corpo concreto a un interesse reale, quello del mercato interno europeo. La Germania, come anche l’Italia che funziona, è una potenza industriale esportatrice. Per noi il mercato europeo è vitale. Da cui il loro impegno nel difenderlo, mentre qui si predilige l’approccio mendico e gradasso, anema e core, infiocchettato di soavi ideali, giusto ieri negletti, puntando ad avere denari. Che abbiamo sempre avuto, a dispetto dei contabili strabici che parlano (parlavano) dell’Italia quale contributore netto, perché con il nostro debito e senza la copertura della Bce i dolori sarebbero forti e, del resto, come credono sia possibile che avendo il doppio dei debiti che avevamo con la lira si paghi la metà degli interessi?</p>
<p>Ma veniamo all’incontro. Il tema non è il quantum, ma il modo. E il modo non riguarda le “condizioni”, che è tema agitato solo nei bassifondi delle polemicuzze dialettali. Per capirsi: ciascuno, legittimamente, difende i propri interessi e i Paesi che hanno basso debito ne approfittano; noi, che lo abbiamo alto, produciamo più di loro, ma abbiamo anche una pessima propensione a buttare soldi nell’assistenzialismo; il punto d’incontro potrebbe consistere nell’investire soldi generati da debito europeo in quel che serve per superare arretratezze e generare gettito fiscale. Il centro del problema, quindi, non sono affatto le condizioni, ma chi decide gli investimenti. Germania e Francia propongono la Commissione europea, i meno indebitati e più assediati da sovranisti antitaliani (alleati dei quelli nostrani, a dimostrazione che quel genere di unioni è pura follia) propongono il Consiglio, per mantenere la guida in mano ai governi. A noi conviene la prima cosa, proprio perché ci conviene che quei soldi rispondano a una strategia comune, finalizzata a non divaricare troppo le distanze nella ripartenza. Per difendere i nostri interessi, quindi, non dovremmo strologare di usare i soldi per far regali, dovremmo renderci conto che hi ha più pensionati che lavoratori è perso di suo e non perché lo dicono altri e dovremmo evitare di fare gli spiritosi, rispondendo che lo faremo sapere con comodo, come e dove vorremmo investire.</p>
<p>L’incontro di oggi andrà bene se riuscirà a trasmettere al governo più bisognoso d’interlocuzioni e coperture la consapevolezza che al prossimo “facciamo da soli” c’è il serio rischio di sentirsi rispondere: fatelo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pubblicato da <em>Formiche.net</em></p>
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		<title>Federico Fubini: L&#8217;aiuto tedesco non è per sempre</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/federico-fubini-laiuto-tedesco-non-e-per-sempre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2020 06:17:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#BuonaPagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se c&#8217;è un&#8217;immagine che aiuta a capire Angela Merkel è quella del suo sguardo durante un incontro con una scolaresca, il 15 luglio 2015. Una rifugiata adolescente arrivata dai campi palestinesi in Libano le chiede se davvero, come sembra, dovrà tornare indietro. La cancelliera le risponde che la Germania non può accogliere tutti, «das kann [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Se c&#8217;è un&#8217;immagine che aiuta a capire Angela Merkel è quella del suo sguardo durante un incontro con una scolaresca, il 15 luglio 2015. Una rifugiata adolescente arrivata dai campi palestinesi in Libano le chiede se davvero, come sembra, dovrà tornare indietro. La cancelliera le risponde che la Germania non può accogliere tutti, «das kann man nicht schaffen», non ci si riesce. Il momento rivelatore arriva subito dopo, quando Merkel – mentre parla &#8211; si rende conto che la ragazza sta piangendo: la maschera della leader cade e per un istante gli occhi lasciano presagire quel che avrebbe deciso qualche settimana più tardi. All&#8217;inizio di settembre la cancelliera apre la Germania a più di un milione di rifugiati. «Wir schaffen das» , disse , noi ci riu sciamo. La frase uguale e contraria. Il Recovery Fund finanziato da eurobond non è dunque la prima volta che la cancelliera sfida i tabù dei suoi elettori. Giuseppe Conte, che al vertice del 27 marzo disse alla collega tedesca «Guardi alla realtà di oggi con gli occhiali di dieci anni fa», non è un adolescente che chiede asilo. Ma la risposta della cancelliera quel giorno («Non dovremmo promettere alle persone cose che non possiamo dar loro») è l&#8217;equivalente finanziario di quel «non ci si riesce» alla giovane rifugiata. Anche qui, in meno di due mesi Merkel ha invertito la rotta e la domanda ora è se i parallelismi finiscono qui. Perché all&#8217;epoca la folla alla stazione di Monaco applaudì i primi rifugiati siriani all&#8217;arrivo ma poi, nel giro di pochi mesi, l&#8217;umore cambiò.</p>
<p>Per anni la cancelliera è stata circondata e paralizzata dal rancore verso quella sua scelta, in Germania e nel suo stesso partito. Sarebbe dunque ingenuo escludere che a un certo punto il consenso &#8211; o il silenzio &#8211; dei tedeschi sulle concessioni offerte all&#8217;Italia non si muti in risentimento e poi in rivolta aperta. Del resto la cancelliera ha ancora quattordici mesi di potere &#8211; almeno lei assicura così &#8211; poi lascerà a un successore.</p>
<p>È dunque il caso di guardare dove siamo per vedere quali siano le strade davanti a noi. La polvere non si è ancora depositata dopo la tragica primavera 2020, ma è possibile che la peggiore recessione in tempo di pace sia anche una delle più brevi ( ovviamente, a meno di una seconda ondata del virus). In Spagna il ricorso a Erte, la cassa integrazione, è già dimezza to. In giugno il livello di fiducia dei manager dell&#8217;industria nell&#8217;area euro (e un po&#8217; di più anche in Italia) è risalito da livelli comatosi a quelli tipici di una contrazione lieve. A maggio rispetto ad aprile gli acquisti delle famiglie sono risaliti del 17% in Germania e del 24% in Italia. Dal 18 maggio, quando Merkel ha annunciato il suo sì al Recovery Fund, l&#8217;indice più ampio delle borse europee (Eurostoxx 600) è salito al passo con lo S&amp;P500 di Wall Street. E i mobility report di Apple &#8211; una fotografia dei movimenti degli smartphone – mostra che in Italia, Germania, Francia o Spagna gli spostamenti in auto hanno già superato di netto i livelli di gennaio. In ritardo sembrano semmai gli Stati Uniti e soprattutto la Gran Bretagna.</p>
<p>Niente di tutto questo significa che l&#8217;Europa stia guarendo. Ne siamo lontani.</p>
<p>Il crollo dei redditi e il timore di un ritorno della pandemia continueranno a frenare gli investimenti, le assunzioni e i viaggi. Per ora assistiamo solo ai primi segni di un rimbalzo meccanico, dopo che l&#8217;economia ha toccato il fondo durante il lockdown.</p>
<p>Salito il primissimo scalino, la ripresa potrebbe rivelarsi faticosa e diseguale: all&#8217;interno stesso dell&#8217;Italia i dati di Apple segnalano che Napoli, Padova o Genova si stanno rimettendo in moto più facilmente di Roma, Firenze o della stessa Milano.</p>
<p>Le conseguenze politiche dei primi accenni di (relativa) stabilità però potrebbero non essere lontani. Al Corriere Valdis Dombrovskis ha detto che bisognerebbe tornare ad applicare le regole europee sui conti «una volta finita la recessione»; sarà discutibile chiedere una stretta di bilancio quando il reddito è del 10% più basso di prima, ma il vicepresidente della Commissione riflette idee diffuse anche in Germania. Merkel, giorni fa, ha chiesto a Conte cosa intende fare sulle pensioni. E Isabel Schnabel, la tedesca nell&#8217;esecutivo della Banca centrale europea, ha già osservato che forse non ci sarà bisogno di eseguire tutti gli acquisti di titoli decisi dalla Bee in giugno (con un a scelta di tempo che ha profondamente diviso il consiglio direttivo).</p>
<p>Insomma, come sui migranti nel 2015, anche oggi un a reazione tedesca a Merkel è solo questione di tempo. E l&#8217;Italia deve farsi trovare pronta. Se non vuole che arrivi troppo presto la richiesta di un giro di vite sui conti, il Paese deve dimostrare che non si affida solo all&#8217;aiuto degli altri. Sa aiutarsi</p>
<p>da sé, con atti concreti. Evitando promesse irrealistiche di tagli di tasse coperte con spending review, per esempio.</p>
<p>O evitando una «semplificazione» per decreto che dà alla Corte dei conti un potenziale controllo «concomitante» al lavoro degli amministratori.</p>
<p>Ma quanto a questo, la strada sembra lunga davvero.</p>
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<div class="su-button-center"><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/07/fubini-corsera-aiuto-tedesco-non-per-sempre.pdf" class="su-button su-button-style-flat su-button-wide" style="color:#ffffff;background-color:#003c71;border-color:#00305b;border-radius:5px" target="_self"><span style="color:#ffffff;padding:9px 30px;font-size:22px;line-height:33px;border-color:#4d779c;border-radius:5px;text-shadow:0px 0px 0px #ffffff"><i class="sui sui-newspaper-o" style="font-size:22px;color:#ffffff"></i> VISUALIZZA ARTICOLO</span></a></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>#BuonaPagina &#8211; Votazione chiusa.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Voto Germania, 6 pensieri contromano</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/voto-germania-6-pensieri-contromano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Sep 2017 14:12:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Infografiche FLE]]></category>
		<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[merkel]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Un'analisi fuori dal coro sulle elezioni tedesche[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/voto-germania-6-pensieri-contromano/">Voto Germania, 6 pensieri contromano</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nel voto tedesco vedo cose ben diverse da quelle che tutti gli altri commentano</strong>. Il lettore è avvisato, quindi. Ma a me la storia del crollo e della vittoria-sconfitta non mi convince.</p>
<p><strong>1.</strong> <strong>Per la terza volta consecutiva il governo uscente vince le elezioni</strong>. Da noi non accade da venticinque anni! Cristianodemocratici e socialdemocratici raccolgono la maggioranza assoluta dei voti e degli eletti. Noi ce lo sogniamo.</p>
<p>Il fatto che i socialdemocratici non intendano più prendere parte a un governo guidato da <strong>Angela Merkel</strong> è una decisione politica. Vedremo quanto saggia e quanto non modificabile.</p>
<p><strong>2. I cristianodemocratici prendono il 33% dei voti</strong>. Per avviare il primo governo Merkel ne presero il 35, nel 2005. Ottennero il 33.8 per la seconda legislatura, nel 2009. Quindi siamo in linea. La diminuzione è netta solo rispetto al trionfo del 2013, quando raggiunsero il 41.5%.</p>
<p><strong>Quella era l’eccezione, non la regola</strong>. Perdono significativamente i socialdemocratici, ma questo capita a quanti si coalizzano con partiti più forti e poi non riescono a caratterizzarsi durante gli anni di governo.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-10646 size-full" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-3.png" alt="" width="567" height="334" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-3.png 567w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-3-250x147.png 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-3-400x236.png 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-3-150x88.png 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-3-300x177.png 300w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-3-24x14.png 24w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-3-36x21.png 36w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-3-48x28.png 48w" sizes="(max-width: 567px) 100vw, 567px" />[spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<strong>3. Dalla fine degli anni ’50 i governi tedeschi sono stati tutti di coalizione</strong>. Ove giungessero a un governo fra cristianodemocratici, liberaldemocratici e verdi la novità consisterebbe nel fatto che la coalizione sarebbe a tre. Cosa rilevante, ma sul fronte relativo alla tenuta e alla coerenza.</p>
<p>Fin qui le coalizioni tenevano, tutta la legislatura, perché nessuno prendeva su di sé la responsabilità di venire meno alla parola data (gran differenza, rispetto all’Italia), si vedrà se la competizione fra i due alleati minori porterà al venire meno di questo (positivo) costume politico.</p>
<p><strong>4. Il governo più forte è stabile d’Europa, ancora una volta, nascerà da un negoziato successivo alle elezioni politiche</strong>. Il che serva da lezione ai nostri cultori dell’urnocrazia, officianti del rito secondo cui la sera delle elezioni si dovrebbe sempre sapere chi governerà. Tali chierici dell’oscuro culto, del resto, sono i medesimi che fanno cadere i governi dei quali fanno parte.</p>
<p><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-2.png"><img decoding="async" class="wp-image-10645 size-large aligncenter" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-2-650x401.png" alt="" width="640" height="395" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-2-650x401.png 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-2-250x154.png 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-2-400x247.png 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-2.png 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-2-150x93.png 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-2-300x185.png 300w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-2-24x15.png 24w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-2-36x22.png 36w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/09/germania-merkel-2-48x30.png 48w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" />[spacer height=&#8221;20px&#8221;]</a></p>
<p><strong>5. L’affermazione di Afd</strong>, una componente che non definirei “nazista”, risultante di un presunto orgoglio germanico, frullatore nel quale furono gettati luoghi comuni di destra e di sinistra, <strong>è imponente</strong>.</p>
<p>Ma cosa dice? Che il nazionalismo post nazionale, il rifugiarsi entro inesistenti mura nazionali, il provare a chiudere il mondo fuori dalla propria casa, non s’alimenta di crisi economica e disagio sociale, che, in questo caso, non avrebbe morso in un Paese che è sempre cresciuto e non ha praticamente disoccupazione.</p>
<p><strong>S’alimenta di paura, nata da una nostra vittoria</strong>. In giro per l’Europa i tedeschi sono visti come dominatori, quell’elettorato si sente sopraffatto. Non ha senso, o, meglio, ha un altro senso: i vincitori hanno paura della loro vittoria, del mondo aperto, del commercio al posto delle armi, perché sentono minacciata la propria sicurezza e identità.</p>
<p><strong>A questo s’aggiunga la risorgente ignoranza</strong>, la perdita di memoria, il conseguente ritorno di miti lontani, che non sono le svastiche, ma lo spirito del tempo, del sangue, dei popoli, l’oblio che questi ingredienti non fecero grande la Germania (o l’Europa), ma la distrussero, ed ecco servita la polpetta avvelenata.</p>
<p><strong>L’antidoto non sono</strong> i bonus o le gnagnere antiglobaliste, ma il coraggio di affermare e ricordare le ragioni di una vittoria che ci ha portato, tutti, a essere il posto più ricco, più sano, più longevo e più libero del mondo.</p>
<p><strong>6. Dopo questo voto si parlerà molto di sicurezza e immigrazione, ma cambierà poco</strong>. Perché già oggi le intelligence dovrebbero collaborare e già oggi i clandestini dovrebbero essere tenuti fuori dalle frontiere comuni (mentre l’immigrazione regolare è e resterà essenziale alla macchina produttiva tedesca).</p>
<p>Non sarà in discussione il cosa, semmai il come.</p>
<p><strong>Diverso, invece, sul fronte economico, perché lì cambierà il cosa</strong>: il tempo della politica monetaria espansiva s’avvia a terminare (non sarà immediato, ma così sarà), senza lasciare in dono mutualizzazioni dei rischi, perché su quel fronte il vento gira. E quando soffierà gelido potrà valutarsi, dalle nostre parti, quanto sia stato dissennato buttare via il tempo della bonaccia, assicurata dalla Banca centrale europea alla presidenza italiana.</p>
<p>Davide Giacalone, 25 settembre 2017</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/voto-germania-6-pensieri-contromano/">Voto Germania, 6 pensieri contromano</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Inutile chiedere flessibilità alla Merkel. Tocca all&#8217;Italia riformarsi.</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/inutile-chiedere-flessibilita-alla-merkel-tocca-allitalia-riformarsi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Veronica De Romanis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Sep 2016 12:08:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[flessibilità]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[merkel]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>
		<category><![CDATA[Veronica de romanis]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Flessibilità, vertice di Atene e Germania: ecco alcuni dei temi caldi affrontati da Veronica De Romanis in un'intervista rilasciata  a La Nazione, domenica 11 settembre. [:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/inutile-chiedere-flessibilita-alla-merkel-tocca-allitalia-riformarsi/">Inutile chiedere flessibilità alla Merkel. Tocca all&#8217;Italia riformarsi.</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Flessibilità, vertice di Atene e Germania: ecco alcuni dei temi caldi affrontati da Veronica De Romanis in un&#8217;intervista pubblicata domenica 11 settembre da La Nazione. Ma anche curiosità: sapevate, per esempio, che la Grecia dall&#8217;entrata nell&#8217;euro ha aumentato la propria spesa pubblica? </em></p>
<p style="text-align: center;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Non possiamo sperare che sia Angela Merkel a salvarci, ma dovremo pensarci da soli. Sarà ben difficile che cambino le regole europee e ci venga concessa più flessibilità. Così come sarà difficile che lo scenario cambi dopoil vertice di Atene tra i Paesi del mediterraneo. L’avanzata delle forze populista in Germania ha reso più stretti i margini della Merkel. Ne è convinta l’economista <strong>Veronica De Romanis</strong>, grande conoscitrice della Germania</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sorpresa della dura risposta del ministro </strong><em><strong>Schäeuble ai leader socialisti?</strong></em></p>
<p><em>Schäeuble non è nuovo ai modi bruschi anche nel commentare le vicende interne, ma è sbagliato considerarlo un anti europeista. Ha semplicemente detto nella sostanza quello che pensa gran parte dei tedeschi.</em></p>
<p><em><strong>Cioè?</strong></em></p>
<p><em>Che l’austerità non è un’imposizione, ma una conseguenza e la crisi lo ha dimostrato.</em></p>
<p><em><strong>In che modo?</strong></em></p>
<p><em>La Grecia, che ha ospitato il summit dell’altro giorno, entrata nell’euro ha aumentato la spesa pubblica del 2005 al 2008 dal 45 al 55% del Pil. Quando i mercati le hanno chiuso le porte dei finanziamenti ha chiesto aiuto ai Paesi europei, ottenendo tre pacchetti di salvataggio per oltre 300 miliardi. Tutti soldi dei contribuenti europei, compresi italiani e tedeschi. Che, in cambio della solidarietà chiedono la responsabilità di mettere i conti in ordine.</em></p>
<p><em><strong>Quindi la Merkel non sarò disposta a concedere più flessibilità?</strong></em></p>
<p><em>Non è la Merkel a concedere la flessibilità, ma la Commissione europea. Certamente con il successo elettorale di Alternativa per la Germania – una forza politica che chiede di mandare via gli immigrati, è contraria all’euro e vuole più austerità sostenendo che i tedeschi devono smettere di sacrificarsi per salvare gli altri Paesi europei – è aumentata anche nel partito della Merkel la fronda di coloro che pensano che troppa solidarietà europea significhi perdere i voti. Finora la Cancelliera è riuscita fare passare tutti i piani di salvataggio per la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda, la Spagna e Cipro. Oggi chiedere un ennesimo aiuto europeo ai tedeschi non sarebbe più così facile e farebbe crescere il nervosismo anche nella sua maggioranza.</em></p>
<p><em><strong>Non potrebbe trovare una sponda nei socialisti?</strong></em></p>
<p><em>La Spd governa insieme con la Merkel Fino a oggi i socialisti hanno condiviso la linea della Merkel sul rigore dei conti perché non vogliono diventare il partito della spesa e di chi chiede più soldi ai contribuenti per altri salvataggi europei. Le divergenze sono sul tema dell’immigrazione dove i socialisti hanno assunto una posizione di maggiore durezza rispetto a quella della Cancelliera.</em></p>
<p><strong>Molti leader socialisti, da Hollande a Renzi erano presenti al vertice di Atene&#8230;</strong></p>
<p>Sì, ma è facile chiedere flessibilità per il proprio Paese. Più difficile accordarla agli altri. Come reagirebbero francesi e italiani se Hollande e Renzi chiedessero nuovi sacrifici ai propri cittadini per salvare un altro Paese europeo che ha mantenuto finanze allegre?</p>
<p><strong>La flessibilità favorisce la crescita?</strong></p>
<p>Fa parte delle regole e infatti è stata applicata all’Italia. La flessibilità non può essere permanete ma un’eccezione. Concedere oggi margini sui conti pubblici deve servire per avere domani più crescita e quindi meno debito. L’Italia ha il secondo debito più dell’Europa, e in un aumento, dopo quello greco. In questi ultimi due anni non c’è stata austerità in Italia, e neanche in Francia. La flessibilità è stata utilizzata per aumentare la spesa corrente e non quella in conto capitale. La svolta quindi non può venire dalla Merkel, ma siamo noi che dobbiamo attuare il consolidamento fiscale e le riforme, a cominciare da una vera riforma della Pubblica amministrazione.</p>
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		<title>Merkel, Renzi, Hollande da suonatori a suonati</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/merkel-renzi-hollande-da-suonatori-a-suonati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Sep 2016 12:22:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[merkel]]></category>
		<category><![CDATA[renzi]]></category>
		<category><![CDATA[spesa improduttiva]]></category>
		<category><![CDATA[Ttip]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]I tre leader crollano tra profughi e austerità. Il premier Renzi continua a dar retta alla Cancelliera bocciata pure dai suoi elettori. L'analisi di Davide Giacalone[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il semiasse non regge. <strong>Merkel</strong> e <strong>Renzi</strong> si sono ben guardati dall&#8217;evocare l&#8217;immagine dell&#8217;asse, che porta ampiamente sfortuna, ma con ripetuti incontri, conditi con le solite parole di circostanza (quando mai s&#8217;è visto un governante che, di un collega democraticamente eletto, dica: sta facendo riforme di schifo?!), hanno provato a mettere in scena una semi-intesa. Dal Mecklemburgo-Pomerania alla Cina, però, si vede che non regge.</p>
<p>Laddove servono scelte nette, quel semiasse può produrre solo non scelte. Merkel può far finta di restare estasiata innanzi al <strong>Jobs Act</strong>, ma ricorda che le riforme Hartz furono quattro e le fece Schröder, che proprio lei batté alle elezioni. Renzi può mostrarsi commosso per la solidarietà tedesca innanzi al terremoto, ma la sola cosa arrivata è la promessa di costruzione di una scuola, manco fossimo un Paese in via di sviluppo. Il semiasse pretende di tenere assieme la supplica italiana di non dovere veramente ridurre il deficit e il debito e la pretesa tedesca che i patti sottoscritti siano rispettati. Laddove servirebbe l&#8217;opposto: seri <strong>tagli alla spesa corrente improduttiva</strong> e abbattimenti del debito, contemporaneamente creandone di federale per spingere gli investimenti. Scelte serie metterebbero in grave imbarazzo sia il governo tedesco che quello italiano, sicché si rimanda, lasciando che la sola politica economica esistente la faccia la Banca centrale europea.</p>
<p>Al G20 l&#8217;Unione europea sarebbe la zona più ricca e sviluppata, ma si presenta frammentata e rappresentata da nani ininfluenti. Chiede aiuto sull&#8217;immigrazione. I ricchi e forti chiedono aiuto. Ma a chi? Agli <strong>Usa</strong>, la cui storia depone all&#8217;opposto dell&#8217;Europa e la cui politica di frontiera è assai più dura della nostra? Alla <strong>Cina</strong>, che ha annesso aree esterne e solo di recente ha consentito che i propri cittadini si spostino liberamente all&#8217;interno del Paese? A chi? Scegliere significa avere una sola politica di frontiera, redistribuendo i profughi e facendo entrare solo gli immigrati di cui c&#8217;è bisogno. Ma il semiasse non può dirlo, perché la Germania ha improvvidamente provato a usare i profughi siriani come immigrati economici e l&#8217;Italia non sa distinguere gli uni dagli altri, buttando fuori i clandestini.</p>
<p>Intanto Usa e Cina chiudono accordi che vanno sotto il titolo del clima, ma hanno contenuti economici, mentre in Europa c&#8217;è chi ghigna per la tafazzata di avere proclamato morto il Trattato di libero scambio Atlantico (<strong>Ttip</strong>). Il tutto in un&#8217;inerzia che, per paura delle crescenti forze eurocritiche, finisce con il fornire loro buoni argomenti. Splende come il sole l&#8217;evidenza che i muri, commerciali e frontalieri, non risolveranno uno solo dei nostri problemi, creandone di altri e più gravi, ma le nuvole della paura e le tenebre del rinvio oscurano anche la luce stellare.</p>
<p>Il semiasse prova a guadagnare il tempo che porta ai referendum e alle elezioni politiche, in realtà spreca quello comprato dalla <strong>Bce</strong>. Taluno crede, o addirittura spera, che ciò conduca alla fine dell&#8217;Ue, in modo da tornare a un passato che non è mai esistito e che, per quel che è esistito, fa orrore. Credo, invece, che si dovranno fare le cose oggi rinviate quando sarà più difficile e costoso. E questa, sia chiaro, è la versione ottimistica.</p>
<p><strong>Davide Giacalone</strong>, <em>Il Giornale</em> del 6 settembre 2016</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/merkel-renzi-hollande-da-suonatori-a-suonati/">Merkel, Renzi, Hollande da suonatori a suonati</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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