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	<title>mafia Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>mafia Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Mafia appalti</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/mafia-appalti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Aug 2024 12:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[garantismo]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
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		<title>Presentato in Fondazione Luigi Einaudi &#8220;Tutta un&#8217;altra storia&#8221; di Burrafato. Delmastro: &#8220;Con nostra riforma arriviamo a un giusto processo&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Cruciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jun 2024 18:13:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[abuso d'ufficio]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Sento e vivo l&#8217;orgoglio di essere il figlio del maresciallo, ucciso dalla mafia, ma vivo il presente nel ricordo di chi lo ha amato ed ha imparato a conoscerlo&#8221;. Totò Burrafato, ricorda così il padre Antonino, Vice Brigadiere della Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale dei Cavallacci di Termini Imerese, ucciso da un commando mafioso nel 1982. &#8220;Mio padre era una persona buona e semplice, un padre di famiglia che non ha avuto paura di dire no mafia”, ha aggiunto. “Ho provato a immaginare come sarebbe stata la mia vita se quarant’anni fa non fosse stato ucciso per mano mafiosa. È stato un servitore dello Stato che ha lasciato in tutti noi un vuoto incolmabile. Ho dedicato questo mio primo romanzo a mia figlia Marta”.</p>
<p>Nell&#8217;aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, è stato presentato questa sera il libro “Tutta un’altra storia”, primo romanzo di Totò Burrafato, presidente del Consiglio di amministrazione di Gesap, la società di gestione dell&#8217;aeroporto &#8216;Falcone Borsellino&#8217; di Palermo. Ne hanno discusso, insieme all’autore, il sottosegretario di Stato al ministero della Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, il presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, il segretario generale della Fondazione, Andrea Cangini, e il direttore de La Ragione, Davide Giacalone.</p>
<p>“Il libro ha degli espedienti narrativi straordinari, è veramente coinvolgente ed emozionante a prescindere dal fatto che racconta una storia che merita di essere raccontata”, ha detto il Sottosegretario Delmastro. “Antonino Burrafato – ha aggiunto – è un eroe che vince le sue paure per fare il suo dovere, pur sapendo che ciò avrebbe messo a rischio la sua vita. Fortunatamente oggi la situazione è molto cambiata, ora non tutto è lasciato all’eroismo e abbiamo strumenti per far sì che vi sia una spersonalizzazione. Burrafato oggi non ha potuto vedere, ad esempio, la nascita del Gruppo operativo mobile (Gom), un reparto della Polizia Penitenziaria che tutto il mondo ci indivia, deputato proprio allo stretto controllo dei mafiosi in regime di carcere duro. Il Gom è la vittoria dei Burrafato”.<br />
Lo ripeto, ha sottolineato il Sottosegretario, “parliamo di un vero e proprio eroe, a cui abbiamo dedicato il carcere di Termini Imerese. Una volta Bertolt Brecht disse una frase che ritengo essere un’enorme stupidaggine: ‘Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi’, ecco, io la vedo all’esatto contrario”.</p>
<p>Nel libro, tra i temi trattati, si fa riferimento alle vicende giudiziarie che hanno coinvolto diversi amministratori locali. Soggetti incriminati per reati “minori”, come l’abuso d’ufficio, ma che hanno visto rovinata la propria carriera politica, nonostante spesso per loro sia poi arrivata la assoluzione. Il tema dell’abuso d’ufficio è, in queste ore, di grande attualità visto che si sta discutendo del Disegno di legge presentato dal ministro Carlo Nordio, che vede, tra le misure principali, proprio l’abrogazione di questo reato.</p>
<p>“Con l’abuso d’ufficio il politico viene mostrificato. Perché in Italia fino a quando sei indagato e imputato, sei mostrificato, devi dimetterti e affrontare, da dimesso, un processo. Tutto questo per poi rendersi conto che, le rare volte che si arriva a un approdo processuale, seguono straordinarie assoluzioni. L&#8217;abuso d&#8217;ufficio rimane un reato sussidiario rispetto a una nazione che ha almeno 17 articoli che puniscono fatti corruttivi, e che quindi ha l’arsenale più alto nella difesa della trasparenza dell’agire amministrativo di tutta Europa”.</p>
<p>Riguardo alla riforma della giustizia promossa dall’attuale esecutivo, Delmastro ha detto: “Se fosse vera la teoria per cui la magistratura può essere indipendente solo se ha un Csm , giacché con la nostra riforma ce ne saranno due, abbiamo raddoppiato le garanzie di indipendenza dei magistrati. Poi consentitemi di dire che, con questo Csm, io non credo che la magistratura fosse molto libera, anzi. Abbiamo assistito tutti al Palamara gate. Sembrerebbe che, dalla lettura di quel libro, i giudici per bene fossero ostaggi di logiche correntizie. Altro che garantiti. In un clima da basso impero, dove tu crescevi perché ti affiliavi e baciavi l’anello, non perché meritavi”.</p>
<p>“Con il sorteggio all’interno del Csm – ha sottolineato &#8211; le cose cambieranno. È l’unico modo per spezzare il circolo vizioso costituito dalla degenerazione correntizia. Se un giudice è sufficientemente intelligente ed equilibrato per decidere della mia libertà potrà essere estratto per andare al Csm a rappresentare gli altri giudici. Se viene estratto, quei giochi di palazzo maleodoranti, che abbiamo letto nel libro di Palamara, saranno spezzati per sempre&#8221;. Il sorteggio del Csm per me, ha concluso, &#8220;è la più importante delle riforme costituzionali del ministro Nordio”.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Mafia in Procura</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/mafia-in-procura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2023 18:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In attesa della pagella dei magistrati, il voto in Storia resta molto basso per giustizia e politica perché si continua a ignorare una insuperabile ingiustizia, cancellata dal dibattito pubblico. Mario Mori ha messo in fila i fatti che dimostrano come il lavoro del Ros dei Carabinieri, l’inchiesta mafia-appalti, sia stato destrutturato e seppellito dopo la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In attesa della pagella dei magistrati, il voto in Storia resta molto basso per giustizia e politica perché si continua a ignorare una insuperabile ingiustizia, cancellata dal dibattito pubblico. Mario Mori ha messo in fila i fatti che dimostrano come il lavoro del Ros dei Carabinieri, l’inchiesta mafia-appalti, sia stato destrutturato e seppellito dopo la morte di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Rincara la dose in un libro con Giuseppe De Donno, altro Carabiniere del Ros.</p>
<p>I due Carabinieri non soltanto documentano con precisione gli ostacoli che incontrarono –posti sia dal capo della Procura di Catania che da quello della Procura di Palermo – ma raccontano anche che il loro lavoro segreto era già conosciuto dai mafiosi, disvelato per mano di quegli uffici. Reclamano che sia fatta piena luce giudiziaria, ricordando Procure che lavorarono contro Borsellino e il Ros.</p>
<p>Mitomani? Può essere. Ma le pagelle sarebbero da bocciatura, anzi da espulsione, se non si aprisse una specifica inchiesta.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>Appaltare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/appaltare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Mar 2023 17:03:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
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		<category><![CDATA[regole]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe licenziare il testo del nuovo codice appalti. Un adempimento previsto dal Pnrr. Una riforma necessaria. Ci sono indicazioni positive e buone intenzioni, ma farle funzionare è cosa diversa. Se è lecito un consiglio non richiesto, nell’illustrare il nuovo codice sarebbe meglio non utilizzare concetti come: semplificazione, sveltimento e sblocco. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe licenziare il testo del nuovo codice appalti. Un adempimento previsto dal Pnrr. Una riforma necessaria. Ci sono indicazioni positive e buone intenzioni, ma farle funzionare è cosa diversa. Se è lecito un consiglio non richiesto, nell’illustrare il nuovo codice sarebbe meglio non utilizzare concetti come: semplificazione, sveltimento e sblocco. Portano sfortuna, sono stati già ripetutamente spesi in passato, salvo complicare, rallentare e bloccare. Veniamo alla sostanza.</p>
<p>Il 9 marzo scorso, riunendosi a Cutro, il governo varò un decreto legge per la costruzione di nuovi centri dove ospitare gli sbarcati. Più che giusto. Per riuscire a realizzarli, però, il decreto prevede che siano derogate le norme del codice appalti, considerate ostative. Si riferisce alle norme in vigore, non alla riforma, ma siccome si tratta del medesimo governo e dato che da quel 9 marzo a oggi non s’è certo costruito alcun centro, c’è da chiedersi se avevano consapevolezza di sospendere quel che si apprestavano a cambiare o se sapevano che il cambiamento non avrebbe dato effetti immediati, quindi compatibili con l’emergenza.</p>
<p>Molte delle norme che saranno introdotte sono di buon senso, ma ce ne sono anche che fanno alzare il sopracciglio. Perché qualsiasi norma non vive di vita propria, ma dentro un sistema di diritto e se quello si storce anche il buon senso devia. Non è un caso che la Corte dei conti, già con riferimento alle altre “semplificazioni” (vedete che porta male?) ha avuto modo di osservare che si deve stare attenti a non favorire la mafia. Ma come è possibile che, ogni volta che si parla di investimenti e appalti, immediatamente dopo arrivino gli allarmi per il crimine? La spiegazione non sta negli appalti e la soluzione del problema, quindi, sta solo marginalmente nelle regole del gioco – codice degli appalti compreso – ma soprattutto nel modo in cui (non) funziona il nostro sistema di diritto. Qualsiasi testo resterà lettera morta, producendo morte degli investimenti, se non si guarda a quel sistema.</p>
<p>Le regole possono essere più o meno appropriate e ragionevoli. Corruzione e malaffare, del resto, non possono essere cancellati dalla storia, non c’è alcun modo di debellarli del tutto e infatti esistono ovunque (con i dispotismi imparagonabilmente più corrotti delle democrazie, con la differenza che nelle seconde se ne parla e nei primi è vietato). Il congegno funziona se comunque delle regole sono fissate, possibilmente chiare e rispettabili, talché ove taluno sia sospettato di averle infrante sia condotto davanti a un giudice, il quale assolverà se l’accusa è infondata e condannerà a giusta pena ove sia dimostrata. Concettualmente è un meccanismo facile. Il difficile, da noi, è trovare il giudice. Il giudizio arriva a babbo morto e opera mai realizzata, lungamente bloccata e spesa lievitata. Nel frattempo è andato in scena il solito e incivile spettacolo dell’accusa, i sospettati sono stati indicati al pubblico disprezzo, sicché i soli determinati a concludere comunque l’affare sono i male intenzionati, che del pubblico disprezzo se ne fregano, mentre i bene intenzionati si chiedono per quale ragione debbano giocarsi la reputazione. In questa palude chiunque abbia perso una gara farà ricorso, chiunque debba esprimere un parere lo renderà sgusciante, chiunque debba mettere una firma sarà preso dai crampi. Per rimediare, allora, s’inventano controlli preventivi e autorità etiche che peggiorano la situazione, moltiplicano i ritardi e non prevengono un bel niente.</p>
<p>Se il governo, come ha fatto a Cutro, deroga e sospende, ammette che con le regole esistenti non si può fare nulla. Se inventa scudi per i sindaci che firmano va a finire che favorisce anche i lestofanti, se per loro li esclude allora non si fideranno gli altri. E nessuna regola potrà mai funzionare se mentre la partita è in corso l’arbitro è in bagno. Un Paese senza giustizia non riesce a far le cose giuste. Il nuovo codice, naturalmente, non cambia il sistema e mantiene in vita la pretesa preventiva. La prima cosa non è di sua competenza, la seconda può indurlo a precoce senescenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/martedi-28-marzo-2023/"><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
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		<item>
		<title>Disonorato</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/disonorato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jan 2023 17:06:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[cosa nostra]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Messina Denaro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riceverà le cure di cui ha bisogno e morirà in carcere. Matteo Messina Denaro lo sa. Lo ha messo nel conto già molti anni fa. Averlo assicurato alla giustizia è un sicuro ed enorme successo, il cui merito va ai Carabinieri del Reparto operativo speciale e ai magistrati che hanno seguito le battute finali. L’esperienza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Riceverà le cure di cui ha bisogno e morirà in carcere. Matteo Messina Denaro lo sa. Lo ha messo nel conto già molti anni fa. Averlo assicurato alla giustizia è un sicuro ed enorme successo, il cui merito va ai Carabinieri del Reparto operativo speciale e ai magistrati che hanno seguito le battute finali. L’esperienza ci ha insegnato a non trarre frettolosamente conclusioni definitive. Dopo l’arresto di Totò Riina c’è stata una catena di processi in cui la procura ha provato a sostenere la colpevolezza degli uomini che avevano servito lo Stato e la giustizia. Si spera che non ricapiti, ma i contorni di questa cattura non si racchiudono nella sola esultanza per il suo essere divenuta realtà.</p>
<p>Messina Denaro si trovava a Palermo. Era stato tracciato in altri Paesi e pare che in Spagna abbia subito un’operazione chirurgica. Sta di fatto che il posto dove si muoveva in maggiore sicurezza fosse Palermo. Qui viveva e operava il suo disonorato lavoro. Restare dove si opera e latitare per trenta anni non è possibile senza un’efficiente rete di copertura e protezione. Alle cure mediche accedeva con documenti falsi, ma quando si è un ricercato di quel calibro non bastano documenti falsi per non essere individuato.</p>
<p>In quella clinica era in cura da un anno. Ieri mattina si è recato da solo, accompagnato esclusivamente dall’autista. I Carabinieri, giustamente, per garantire la sicurezza dei pazienti e per assicurarsi la buona riuscita dell’operazione, avevano piazzato i loro uomini. La rete di sicurezza di Messina Denaro non si era accorta di nulla. Quando il criminale ha visto arrivare gli uomini ha provato ad allontanarsi, ma andare verso il cancello non è proprio un tentativo di fuga. Vecchio e malandato sarebbe anche rincretinito, se avesse pensato di potere allontanarsi alla chetichella. Tanto poco lo ha pensato che, pur essendo accreditato sotto falso nome, alla richiesta dei militari ha risposto dando le sue autentiche generalità. Somiglia molto ad una consegna, se rassegnata o negoziata lo sapremo, forse, con il tempo. Il tripudio loquace dei vertici della clinica risponde molto alle modalità comunicative della televisione, ma sarebbe ingenuità eccessiva supporre che il pericolo è passato perché il capo è stato arrestato. Per certi aspetti, anzi, il pericolo potrebbe essere più concreto, ove fra i disonorati complici si diffondesse la convinzione che vi sia stata consapevole collaborazione nel catturare il loro mandriano.</p>
<p>Oggi si festeggia. Poi si vedrà. Nel festeggiare ricordiamo tre cose. La prima è un insegnamento di Giovanni Falcone: inutile cercare il “terzo livello”, l’anello di congiunzione fra questi macellai ladri e la politica occulta del potere italiano, perché non c’è. Sarebbe già molto se ci fosse il potere italiano. La mafia è controllo del territorio, come anche la camorra ha radicamento sociale, quindi può muovere voti, ma stiamo parlando di mezze seghe al servizio di disonorati interi. Il che non significa non siano pericolosi, anzi, ma non è quello il livello di inesistenti “trattative”. La seconda è che la mafia di Messina Denaro non era meno disonorata di quella di Riina e dei suoi disonoratissimi predecessori, ma era meno potente. L’organizzazione cresciuta in potere economico ed espansione territoriale è la ‘ndrangheta. Ma si rigenera, la mafia. Morto una capo ne nasce un altro. Terza: la Sicilia, come l’intero Mezzogiorno, ha bisogno di più Stato. Non per l’assistenzialismo, che nuoce alla salute morale, ma per la sicurezza e la giustizia. E qui lo Stato, purtroppo, funziona meno che altrove.</p>
<p>È toccato ancora una volta ai Carabinieri portare a casa il successo. Lo si costruisce con le indagini, ma anche con la presenza. La mafia non riconosce lo Stato, perché non lo conosce, ma conosce e riconosce i Carabinieri. Che hanno pagato sangue e non solo sangue, per svolgere questo ruolo. Contiamo che lo Stato, questa volta, sappia di essere uno solo. Riconoscente verso i figli migliori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/martedi-17-gennaio-2023/"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Chi fermò Falcone e Borsellino</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/chi-fermo-falcone-e-borsellino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 May 2022 13:52:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Falcone]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[paolo borsellino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Su Falcone e Borsellino il problema non è solo quello dei depistaggi, ma anche quello di un inquinamento della memoria… Già c&#8217;erano state le celebrazioni, come ogni anno improntate ad una insopportabile ipocrisia; poi sono arrivate anche le inchieste, le rivelazioni, i retroscena fin qui taciuti, ovvero delle intemerate giornalistiche, che sono dei copia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/EwYfXuknsZc" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 style="text-align: center;">Su Falcone e Borsellino il problema non è solo quello dei depistaggi, ma anche quello di un inquinamento della memoria…</h3>
<p>Già c&#8217;erano state le celebrazioni, come ogni anno improntate ad una insopportabile ipocrisia; poi sono arrivate anche le inchieste, le rivelazioni, i retroscena fin qui taciuti, ovvero delle intemerate giornalistiche, che sono dei copia incolla di carte già smentite negli anni passati.</p>
<p>Allora il problema attorno alle figure di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino non è solo il tema dei depistaggi giudiziari. Per quel che riguarda, per esempio, la morte di Borsellino è in corso un processo a Caltanissetta e, naturalmente, noi, essendo rispettosi del diritto, attendiamo di sapere se quel processo giungerà a delle condanne a carico di ipotetici depistatori.</p>
<p>Infatti, siamo già assolutamente certi che ci sia stato un depistaggio di quelle indagini, perché già si celebrarono dei processi che portarono alle condanne in primo grado, in secondo grado e, infine, validate dalla Cassazione, rivelatesi delle bufale totali, tant&#8217;è che dovettero essere cancellati: arrivò un pentito vero, mentre il primo era falso e non era assolutamente l’unico.</p>
<p>Al pentito falso avevano creduto ed aveva portato la giustizia su un binario morto: ora il problema, dicevo, non è solamente quello dei depistaggi giudiziari &#8211; che devono essere risolti in sede giudiziaria &#8211; il problema è quello di un inquinamento, di una corruzione della memoria: queste robe giornalistiche contribuiscono a corrompere e ad inquinare la memoria.</p>
<p>Noi, nella nostra memoria collettiva, dobbiamo tenere alcuni punti fermi, che nessuno è in grado di smentire, perché sono delle conclamate verità. Tutta questa pagliacciata delle nuove rivelazioni serve ad occultare e a confondere le conclamate verità.</p>
<p>La verità fondamentale è che prima Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino furono isolati e messi nelle condizioni di non poter assolvere ai loro doveri, di non potere fare le indagini, di non potere combattere la mafia e i suoi addentellati dalla magistratura, dai loro colleghi magistrati.</p>
<p>Giovanni Falcone arrivò ad essere portato davanti al CSM in stato di incolpazione: doveva scusarsi, doveva dimostrare di essere una persona perbene. Furono totalmente isolati e messi nella condizione di non poter agire.</p>
<p>Poi, dopo la morte, gli stessi che li avevano messi in quelle condizioni hanno cominciato a sfilare e a considerarli maestre e grandi esempi. Loro li avevano bloccati.</p>
<p>Tra le cose che furono bloccate è conclamata verità l&#8217;inchiesta “mafia-appalti”: non solo, ma quando Paolo Borsellino chiese di potere continuare il lavoro del defunto Falcone sull&#8217;inchiesta “mafia-appalti” gli fu risposto di no e gli fu dato il via libera il giorno stesso in cui fu ucciso. Anzi, dopo due giorni dalla sua morte l&#8217;intera inchiesta “mafia-appalti” è stata smembrata e archiviata nei palazzi della giustizia, non nei vicoli della mafia. Questa è una verità conclamata.</p>
<p>Un pentito che, successivamente, si rivelò essere molto importante chiese di parlare solo con il Procuratore Borsellino. Dal Capo della Procura di Palermo gli fu data l&#8217;autorizzazione ad andarci, ma alla condizione che non ponesse domande. Surreale! Doveva ascoltare, ma non poteva fare domande.</p>
<p>Questa è la realtà dei fatti! Dopodiché possiamo guardare nelle carte giudiziarie il mandante, l&#8217;esecutore, la meccanica, tutto quello che volete. Ma la pagliacciata del non detto e del nascosto serve a nascondere l&#8217;evidente e il dimostrato.</p>
<p>Poi ci furono coperture politiche? Perché c&#8217;è qualcuno in circolazione disposto a credere che le correnti della magistratura non siano politicizzate? Sono quelle sono quelle e non altro che hanno messo Falcone e Borsellino nelle condizioni di non poter agire.</p>
<p>Il resto lo scriviamo nella storia, ma, nel frattempo, non con rompiamola.</p>
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		<title>Stato-mafia, 4 domande senza risposta</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/stato-mafia-4-domande-senza-risposta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Nordio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Apr 2018 15:36:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Diamo per conosciuti alcuni principi elementari: a) che la magistratura è indipendente e non vuol far politica con le sentenze; che queste ultime si possono criticare ma si devono rispettare; b) che per darne un giudizio compiuto occorre attendere il deposito della motivazione; c) che possono essere smentite o annullate dall&#8217;Appello o dalla Cassazione; d) [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Diamo per conosciuti alcuni principi elementari</strong>: <strong>a)</strong> che la magistratura è indipendente e non vuol far politica con le sentenze; che queste ultime si possono criticare ma si devono rispettare; <strong>b)</strong> che per darne un giudizio compiuto occorre attendere il deposito della motivazione; <strong>c)</strong> che possono essere smentite o annullate dall&#8217;Appello o dalla Cassazione; <strong>d)</strong> e che comunque, prima della sentenza definitiva, vale per gli imputati la presunzione di innocenza.</p>
<p>Ammoniti da questi salutari precetti proviamo a riflettere, con animo freddo e pacato, sulla decisione di Palermo, elencando alcuni punti di perplessità.</p>
<p><strong>1) </strong>Un processo che duri cinque anni è certamente un processo anomalo. E tanto più si attorciglia su sé stesso fra tragedie, polemiche e contraddizioni, tanto più condiziona gli stessi giudici che lo stanno conducendo. Perché una cosa è decidere tra l&#8217;alba e il tramonto, <strong>come nel processo a Socrate</strong>, se l&#8217;imputato sia colpevole o innocente, altra cosa e trovarsi ingarbugliati in una matassa di eventi lontani nel tempo, incerti nella ricostruzione e ambigui nell&#8217;interpretazione. Nel dipanare per mesi e mesi questa matassa, il giudice riceve una tale serie di condizionamenti che possono risolversi in inconsci pregiudizi. <strong>In altre parole</strong>, se una Corte impiega cinque anni per arrivare a una decisione, è assai difficile che alla fine ci dica che i fatti non sussistono. O comunque a dirci che i fatti non sono provati al di là di ogni ragionevole dubbio. Non che non ne abbia il coraggio: semplicemente non ne ha la possibilità critica.</p>
<p><strong>2) </strong>Forse lo capiremo dalle motivazioni, ma per ora <strong>difficile individuare ricattati e ricattatori</strong>. Se, come parrebbe, la mafia si fosse servita di carabinieri e altri funzionari infedeli per condizionare le istituzioni, poiché queste ultime non esprimono vuote rappresentazioni metafisiche, ma sono incarnate in volti definiti, questi ultimi dovrebbero essere individuati nei rispettivi ruoli specifici. Orbene, in questa vicenda molti politici di primo piano sono entrati e usciti; <strong>Napolitano</strong> è stato ascoltato, <strong>Mancino e Mannino</strong> incriminati e assolti; altri sono stati scagionati, altri sentiti come testimoni. Il povero <strong>Loris D&#8217;Ambrosio</strong>, consigliere giuridico del Quirinale e integerrimo magistrato, e morto di crepacuore. Per il resto la politica è del tutto assente: e questo palcoscenico non pub restare senza protagonisti, limitandosi a esibire qualche comparsata. Se questo vuoto non fosse colmato la sentenza resterebbe inspiegabile.</p>
<p><strong>3)</strong> I giudici si sono comportati con grande serietà e rigore. Giusta o sbagliata che sia la decisione, il loro lavoro e la loro riservatezza sono stati ineccepibili. <strong>Non cosi, purtroppo, alcuni pubblici ministeri.</strong> Uno si è dato, senza successo, alla politica, in costanza di processo. Un altro ha partecipato a dibattiti preelettorali, proponendosi anche per eventuali candidature; e quel che peggio, dopo la sentenza, ha tirato in ballo un personaggio politico che al processo non aveva partecipato. Un gesto assai grave e che comunque vulnera, una volta di più, il principio della separazione dei poteri e la stessa credibilità della magistratura.</p>
<p><strong>4)</strong> Guardando retrospettivamente quegli anni lontani, notiamo che quasi tutti <strong>i vertici delle Forze dell&#8217;Ordine</strong> e dei Servizi di sicurezza chiamati in causa sono stati inquisiti salvo poi, in molti casi, essere assolti con clamore. I due generali dei Ros, ora condannati, avevano un glorioso medagliere di successi contro il terrorismo e la delinquenza organizzata: cosi come lo aveva <strong>Contrada</strong>, e tanti altri generali e dirigenti di cui non vogliamo fare il nome per non rievocarne il dolore.</p>
<p><strong>Ora ci domandiamo</strong>: e possibile che per anni siamo stati &#8220;tutelati&#8221; (si fa per dire) da una masnada di banditi? E in caso affermativo, dov&#8217;era la politica the li aveva piazzati in quei posti? Oppure e nella nostra giustizia che qualcosa non ha funzionato, e forse continua a non funzionare?</p>
<p>Carlo Nordio, Il Messaggero 23 aprile 2018</p>
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